Il movimento operaio negli Stati Uniti d’America
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Intermezzo sulle rivoluzioni americane
Riteniamo utile intercalare qui uno scritto di mezzo secolo fa che, oltre a confermare i giudizi presentati nel lavoro odierno, esemplifica l’uso del nostro metodo, che non si rappresenta la storia in modo meccanico, come una successione di eventi nei quali sottostruttura economica e potere politico di classe viaggiano sempre in parallelo e concordi, ma come una complessa dialettica fra i due piani, le cui determinazioni possono talvolta apparire invertite, e che ritrovano la loro necessità nelle leggi dell’economia nel lungo periodo e su estese aree geopolitiche.
Da: La Russia nella grande rivoluzione e nella società contemporanea, Resoconto interfederale di Torino, Seduta III, in “Il Programma Comunista”, 1956/14.
«Rivoluzione Americana antischiavista
«Sotto altri riflessi abbiamo avuto a parlare della rivoluzione nazionale americana della fine del secolo XVIII. Marx poneva un parallelo tra questa guerra di indipendenza che chiamò segnale della rivoluzione francese-europea a cavallo dei due secoli, e la guerra di secessione tra Stati del Nord e del Sud, da cui attendeva altro segnale ad un movimento sociale proletario dell’Europa, che con le guerre nazionali di quegli anni 1866-71 non si scatenò.
«La guerra di liberazione dagli inglesi dei coloni della Nuova Inghilterra fu una guerra di indipendenza, ma non si può nemmeno dire propriamente una guerra-rivoluzione nazionale come quelle europee di Italia, Germania, ecc. Mancava l’elemento di razza poiché i coloni erano di nazionalità mista, e prevalentemente identica a quella dello Stato metropolitano, e soprattutto fattori economici e commerciali li sollevarono all’emancipazione politica.
«Tanto meno una tale guerra può dirsi una rivoluzione borghese, in quanto in America il capitalismo non sorgeva da locali forme feudali o dinastiche, non eranvi aristocrazia e vero clero, e d’altra parte l’Inghilterra contro cui si insorse era compiutamente borghese dal XVI-XVII secolo e aveva abbattuto il feudalismo radicalmente da allora.
«La teoria della lotta tra le classi, e quella della serie storica dei modi di produzione percorsa analogamente da tutte le società umane, non vanno mai intese come banali e formali simmetrie e la loro applicazione non può farsi senza un engelsiano allenamento al maneggio della dialettica.
«Sempre a proposito dell’indipendenza nordamericana la scuola marxista notò ripetutamente come la Francia ancora feudale di prima del 1789 simpatizzò in forme positive con gli insorti, contro la capitalista Inghilterra; la quale doveva poi ripagarsi nelle coalizioni antirivoluzionarie, e infine vincendo a Waterloo con la Santa Alleanza feudale.
«Nell’esempio della guerra civile del 1861-65 non sono in gioco fattori di libertà nazionale e nemmeno in fondo un fattore razziale. Gli Stati del Nord combattevano per abolire la schiavitù dei negri diffusa e difesa nel Sud, ma non si trattò di una ribellione dei negri, che di massima combatterono nelle formazioni sudiste a fianco dei loro padroni. Non si trattò di una rivoluzione di schiavi per abolire il modo schiavista di produzione, a cui succedessero la forma aristocratica e il servaggio nelle campagne, il libero artigianato nelle città. Nulla di paragonabile al grande trapasso storico tra questi due modi di produzione, che si ebbe alla caduta dell’Impero Romano e con l’avvento del cristianesimo e le invasioni barbariche, tutti fattori conducenti all’abolizione, nel diritto, della proprietà sulla persona umana.
«In America la borghesia industriale del Nord condusse una guerra sociale e rivoluzionaria non per conquistare il potere a danno dell’aristocrazia feudale, che non era in America mai esistita, ma per provvedere ad un trapasso nelle forme di produzione assai ritardato rispetto a quello con cui storicamente nasce la società borghese: la sostituzione della produzione a mezzo di manodopera schiava con quella a mezzo di salariati, o di artigiani e contadini liberi, mentre le borghesie europee avevano dovuto lottare solo per eliminare la forma del servaggio della gleba, molto più moderna e meno arretrata della schiavitù.
«Ciò prova che una classe non è “predestinata” ad un solo compito di trapasso tra forme sociali. La borghesia americana non dovette dedicarsi ad abolire i privilegi feudali ed il servaggio, ma tornare indietro e liberare la società dallo schiavismo.
«Vi è in questo esempio l’analogia col compito della classe proletaria russa, che non fu il passaggio dalla forma capitalista a quella socialista, ma il precedente rigurgito storico del salto dal dispotismo feudale al capitalismo mercantile; senza che ciò menomamente urti la dottrina della lotta di classe tra salariati e capitalisti, e della successione della forma socialista a quella capitalista, ad opera della classe salariata moderna.
«I terrieri del Sud furono battuti nella rivoluzione 1865 dalla borghesia industriale, sebbene più indietro nella storia dei nobili feudali in quanto padroni di schiavi, e sebbene più avanti di essi in quanto già esisteva una trama sociale mercantile. La borghesia nordista non esitò ad assumersi un compito rigurgitato, ed assolto altrove da ben altre classi; dai cavalieri feudali e germanici, o dagli apostoli di Giudea: liberare gli schiavi.
«Può obiettarsi che tale lavoro di pulizia storica non lasciò al capitalismo del Nord altri compiti di rivoluzione. Ma se il Sud avesse vinto nella guerra civile, come ve ne fu una certa probabilità, da una parte il compito sarebbe rimasto per l’avvenire, dall’altra ben diverso sarebbe stato il prorompere del capitalismo d’America lanciato al primo posto nel mondo».
La classe operaia e la Guerra d’Indipendenza

Non è oggetto di questa trattazione la descrizione della Guerra d’Indipendenza delle tredici Colonie che poi si unirono negli Stati Uniti d’America, guerra che gli americani chiamano “Rivoluzione”; in realtà si trattò di una guerra civile che rivoluzionò ben poco nel sistema produttivo, al di là del ridistribuire i profitti che prima spettavano alla Corona alla collettività dei più ricchi borghesi americani. Vale però la pena di accennare ai tratti distintivi di un evento che mutò lo scenario politico, e che quindi influenzò nei decenni successivi anche le caratteristiche del movimento operaio nordamericano.
La borghesia urbana, ormai definibile autoctona, era sempre meno disposta a vedersi mutilare la possibilità d’espansione del mercato interno dal colonialismo britannico, che imponeva il monopolio sui commerci, obbligando l’acquisto delle proprie merci ed ostacolando lo sviluppo della manifattura per evitare che entrasse in concorrenza con la propria (alcune attività produttive erano espressamente vietate, come la fabbricazione di cappelli). Le merci americane potevano essere esportate solo verso l’Inghilterra, solo su navi inglesi, e solo da porti inglesi potevano provenire merci, inglesi o d’altra origine. Dal 1763 furono proibiti insediamenti ad ovest degli Appalachi (cosa che fece infuriare i piantatori del Sud), e al 1764 risale il divieto di battere moneta o fondare banche locali (il che fece salire la pressione ai mercanti del Nord).
Ovviamente queste limitazioni all’economia locale si ripercuotevano anche sul proletariato, con paghe basse e frequenti esplosioni di disoccupazione. Negli anni successivi la Corona, dopo la vittoria riportata sulla Francia nella guerra per la supremazia in Nord America, per ripianare gli enormi debiti contratti, non mancò di imporre una varietà di tasse che colpivano un po’ tutti. In tal modo gli inglesi riuscirono ad unire le diverse classi nel loro risentimento verso la madrepatria, con l’eccezione ovvia dell’aristocrazia coloniale, che aveva più timore del popolo che delle tasse.
Da qui i continui attriti che portarono alla fine a opporre le Colonie alla madrepatria. Non vi era in America necessità di rivolgimenti economici e sociali per sbloccare un nuovo modo di produzione; vi era solo la necessità per la borghesia inglese di soffocare sul nascere qualsiasi concorrenza sul piano della produzione industriale e dei commerci. La contrapposizione era tra due borghesie ma, ovviamente, non si poteva essere certi di controllare l’esito di una ribellione di vasta portata, una volta iniziata. Ma, da un punto di vista sociale, non vi erano le condizioni che giustificassero contrasti gravi tra le classi: è dimostrato che il voto era piuttosto esteso tra la popolazione delle Colonie anche prima della guerra, anche se non tra gli operai, come pure la piccola proprietà della terra. Né vi erano situazioni di conflitto sociale di qualche rilievo, con la sola eccezione forse della Pennsylvania. Gli operai quasi ovunque costituivano una percentuale talmente bassa della popolazione che una rivoluzione proletaria era impensabile; nelle campagne poi un bracciantato agricolo era praticamente inesistente, se si escludono gli schiavi nel Sud. La borghesia d’altra parte la sua rivoluzione l’aveva già fatta, nel secolo precedente, in Inghilterra.
Il cittadino-soldato che costituì la base dell’esercito continentale era un contadino, e infatti più del 90% dei coloniali viveva della terra all’epoca della guerra; ma di fatto il futuro era prefigurato nelle città. Come centri commerciali, i porti del Nord e del Sud vantavano una struttura sociale molto più variegata di quella delle campagne, e avevano sviluppato, in particolare, strati di lavoratori liberi e di lavoratori impoveriti, che spesso si sovrapponevano e s’identificavano. Su 100 lavoratori maschi di una tipica grande città portuale, 15 erano in qualche modo coatti (schiavi o servi), 25 erano marinai, 40 artigiani; altri 5 vivevano di mestieri vari quali mercanti, negozianti, funzionari, professionisti. Poi c’erano le donne, che nelle città lavoravano già in gran numero fuori di casa, in attività di basso livello e mal pagate. Tutti erano in genere pagati in moneta contante. Il quadro delle città però era completato, oltre che da altre attività e dalle classi ricche, da un gran numero di persone che vivevano nel bisogno e che non lavoravano: vagabondi, mendicanti, schiavi e servi fuggiti che si dovevano nascondere, vedove e orfani, oltre a ladri e prostitute, costituivano un buon terzo della popolazione urbana.
Gli artigiani, la componente più importante del popolo cittadino, spesso istruiti, e orgogliosi del loro lavoro e della loro posizione sociale, non accolsero con piacere i tentativi fatti dalla Corona per regolare l’economia coloniale, che s’intensificarono dopo la fine della guerra Franco-Indiana (1763); misure che provocarono una forte depressione nelle città nei primi anni ’70. La loro opposizione alla madrepatria fu condivisa dai marinai, dai portuali, e da tutte le professioni legate al mare e alla cantieristica. Questi lavoratori sempre più spesso si trovavano ad oziare nelle taverne dei porti, mentre le navi americane, vuote, marcivano ai moli.
Furono quindi i lavoratori dei centri urbani ad essere i più attivi nei disordini del periodo rivoluzionario. I marinai in particolare, pieni di risentimento verso la Corona a causa del trattamento inumano che ricevevano dalla Marina Reale, dopo essere stati nella gran parte dei casi reclutati con una botta in testa, costituivano una forza sovversiva multietnica e multirazziale che collegava tutto il fronte atlantico. Gli operai spesso dovevano sopportare la concorrenza dei soldati che lavoravano a tempo perso, e tra l’altro fu proprio questa la ragione del primo scontro sanguinoso, il cosiddetto “massacro di Boston”. Altre volte erano costretti a lavorare ad opere militari per salari di fame. Probabilmente tra gli operai era diffusa la credenza che avrebbero beneficiato dalla riduzione delle importazioni connessa alla crisi con la madrepatria: ci sarebbe stato più lavoro, previsione che in effetti si verificò.
Di fatto, le aggregazioni che ebbero un ruolo determinante nello spingere alla rivolta gli strati indecisi della borghesia, i “Sons of Liberty”, erano corpi interclassisti, composti di artigiani, operai specializzati, commercianti, professionisti; in qualche caso ne facevano parte anche piccoli contadini. Come al solito, erano gli intellettuali borghesi a guidarli, ma spesso costoro erano solo i portavoce degli umori delle classi più basse, e in ogni caso sapevano bene che di tutte le componenti della ribellione erano gli operai i più affidabili. Questi radicali, soprattutto a Boston, si collegarono agli artigiani e agli operai attraverso una rete di taverne, società artigiane e di mutuo soccorso, propagandando una visione politica che dava spazio alle opinioni delle classi più povere e prevedeva come legittima la partecipazione d’artigiani e operai all’attività politica. Gli strati medio-alti della borghesia cittadina, e naturalmente i proprietari terrieri, erano invece ben lontani dall’essere convinti della necessità della lotta, e furono sempre dei soci infidi, sempre divisi tra i due campi in lotta. Vale la pena di ricordare che furono attive anche le donne, con probabilmente il primo corpo di ausiliarie della storia, le “Daughters of Liberty”.
Gruppi di sostegno ai “Sons of Liberty” sorsero in Irlanda e in Inghilterra, tra gli operai; i quali invitarono i ribelli a perseverare nel boicottaggio delle merci inglesi, anche se da ciò poteva risultare una maggiore disoccupazione in Inghilterra.
Nel corso della prima metà degli anni ’70 operai e artigiani, approfittando della debolezza e dell’indecisione della borghesia, conquistarono posizioni di forza sino a quel momento impensabili per i loro ceti: in città come New York, Philadelphia e Charleston ebbero i loro rappresentanti che, alla pari con i borghesi e i piantatori, partecipavano agli organi politici che via via riempivano i vuoti di potere lasciati dagli inglesi. In forme diverse il fenomeno si estese a tutte le Colonie. A Boston operai, artigiani e contadini nel 1768 formarono un’alleanza per poter controllare il Comune. I mercanti della città lamentavano che «In queste riunioni i più vili operai discutono delle questioni più importanti del governo con la massima libertà». Anche a Philadelphia i “mechaniks”, come venivano chiamati i lavoratori manuali, riuscirono a dare forma alla loro forza e nel 1770 tennero la loro prima riunione politica specificamente riservata agli appartenenti alla loro classe. Nel 1772 avevano organizzato un loro partito, la “Patriotic Society”, per promuovere i loro candidati e i loro programmi. A metà 1776 i “mechanicks” controllavano la città.
Dopo il “massacro di Boston”, nel quale i 5 morti ammazzati dai soldati inglesi erano due marinai, un operaio, un apprendista e un artigiano (emblematicamente sembra che fosse il marinaio di colore, mezzo negro e mezzo indiano, Crispus Attucks, a guidare i rivoltosi disarmati), nelle società artigiane/operaie la parola d’ordine fu quella di armarsi in vista dell’inevitabile conflitto. Questo significò la formazione di una milizia (i famosi “Minute Men”), la raccolta d’armi e munizioni, l’addestramento militare e, nelle città dove erano di stanza truppe inglesi, la creazione di un capillare sistema spionistico.
La prima battaglia, a Lexington/Concord, 1775, fu vinta proprio grazie alla tempestiva mobilitazione dei “Minute Men” in seguito a informazioni delle spie sui movimenti dell’esercito. Subito dopo la stessa New York, in seguito alla notizia della battaglia vittoriosa, fu presa dagli insorti, e lo stesso avvenne in numerose città del Centro-Sud. Ogni volta erano i “Sons of Liberty” a fare tutto, mentre i borghesi tentennavano e tendevano a presentare la ribellione come una richiesta, armi alla mano, di riparazione di torti subiti. Fu la componente operaia della ribellione a sostenere i capi più radicali (Samuel Adams, Thomas Paine, Christopher Gadsden) e a farli pronunciare con decisione per l’indipendenza. Paine si convinse che non era possibile allo stesso tempo restare fedeli a Giorgio III e restare liberi; l’indipendenza avrebbe generato una forma democratica di governo e creato in America “un rifugio per l’umanità” e “un porto sicuro per i popoli oppressi del mondo”: “Noi abbiamo la possibilità di rifare il mondo daccapo”.
Nonostante le resistenze dei borghesi conservatori, che non volevano che la lotta sfociasse nell’indipendenza, il Comitato operaio e artigiano di New York pretese che i suoi delegati al Congresso Continentale votassero per l’indipendenza; Thomas Jefferson stese la bozza della storica Dichiarazione in casa di un muratore, certo Graaf. Il Congresso riunito a Philadelphia però tardava a prendere posizione nei confronti dell’indipendenza; esitazione che non dipendeva da residui scrupoli lealisti, ma piuttosto dalle masse popolari armate, che avevano iniziato a somministrare sonore batoste alle truppe inglesi. Cosa sarebbe subentrato al dispotismo britannico? Avrebbero i ricchi mercanti che sedevano al Congresso continuato ad arricchirsi, o si sarebbe dato spazio all’anarchia e al dispotismo dei ceti più bassi? Di fatto le masse del Massachusetts avevano creato un esercito, e si chiedeva al Congresso di adottarlo. Sì, ma chi l’avrebbe guidato? La soluzione venne dalla nomina di uno schiavista del Sud, George Washington, uomo di minima preparazione militare, ma che riuscì a tranquillizzare latifondisti, schiavisti e ricchi mercanti circa i pericoli di una rivoluzione sociale e di un assalto alle loro proprietà.
Con l’estendersi della guerra la mobilitazione si estese sempre più alle campagne e la presa delle classi abbienti sul movimento fatalmente aumentò. La classe operaia e gli artigiani erano forti nelle città, ma a scala dell’intero paese costituivano una piccola minoranza, che non poteva non perdere di peso politico. Ma la loro decisione nelle fasi iniziali fu fondamentale nel dirigere la “Rivoluzione” verso l’indipendenza.
Gli operai si arruolarono di buon grado nell’esercito continentale, nel quale costituirono la classe più rappresentata; ai servi a contratto fu promessa la libertà, anche se ciò causò qualche dissapore tra i padroni e le autorità militari, dissapori presto ricomposti con il compenso ai padroni per il tempo di lavoro non utilizzato. Per i negri queste possibilità non esistevano: solo nel Nord i negri liberi furono accettati nell’esercito, pur se con qualche esitazione, ed in genere si fecero molto onore. Molte Colonie del Sud invece ne vietarono l’arruolamento.
Gli inglesi però non esitarono a sfruttare questo punto debole delle Colonie, soprattutto di quelle del Centro e del Sud. Nel novembre del 1775 Lord Dunmore, Governatore della Virginia, concesse ufficialmente la libertà agli schiavi e servi dei ribelli che si fossero messi a disposizione dell’esercito inglese. Naturalmente non si trattava certo di una mossa progressista, se non altro perché i padroni lealisti erano al sicuro dalla fuga degli schiavi, prospettiva che invece spaventò a morte i ribelli, che ribattezzarono Giorgio III “Re dei negri”. Ma bastava che un proprietario si dichiarasse dalla parte del Re per riuscire a recuperare gli schiavi scappati.
Nonostante questo, nonostante l’ignoranza e l’isolamento della gran massa degli schiavi, nei pochi anni della guerra le fughe si moltiplicarono, e a decine di migliaia uomini in condizioni di imbracciare un fucile, ma anche donne e bambini, si presentarono presso gli acquartieramenti dell’esercito di Sua Maestà Britannica (si calcola siano stati almeno 100.000, su un numero di 567.000 negri, schiavi e non, esistenti nelle Colonie alla vigilia della guerra): un vero e proprio esodo, che arrivò a costituire un problema. Questi in realtà erano solo una piccola parte degli schiavi che avevano abbandonato le piantagioni; gli altri erano morti nel tentativo, o erano stati riacciuffati dalle milizie dei ribelli. Non molti furono messi a morte, perché si trattava sempre di mercanzia di valore.
Di quelli che raggiunsero gli inglesi, molti morirono di stenti, soprattutto di malattie favorite dalle condizioni terribili nelle quali erano tenuti. Quando l’esercito inglese abbandonò la Baia del Chesapeake solo 300 dei 2.000 negri che erano stati accolti erano ancora vivi e poterono partire. Gli inglesi d’altronde li trattavano peggio dei vecchi padroni, visto che non ne temevano la morte: lavoro durissimo e in condizioni che i bianchi non avrebbero sopportato, scarso cibo, condizioni di vita pessime. Solo pochi ricevettero un’arma per combattere, cosa che fecero egregiamente. Cosa fossero i negri per gli inglesi appare chiaro dal loro comportamento durante l’assedio di Yorktown, nel 1781. Lì tra 4.000 e 5.000 schiavi diedero il loro sostegno a Cornwallis nella speranza di guadagnarsi la libertà. L’assedio significò gravi problemi di sostentamento alimentare; invece di suddividere le razioni tra tutti, agli schiavi fu dato cibo andato a male, carne putrida e biscotti con i vermi. Quando anche quelli furono esauriti, la scelta fu di espellere i negri verso la terra di nessuno, tra le barricate inglesi e i ribelli. Che sarebbe stato di loro una volta raggiunti dai ribelli? Il problema in realtà non si pose quasi mai, perché la gran parte di quei disgraziati morì di fame e di malattia trascinandosi tra due eserciti che facevano a gara a tenerli alla larga. Così gli schiavi negri nel corso della grande “Rivoluzione”, combattuta per la libertà e per tanti altri principi di quelli che riempiono i libri di scuola, poterono solo intendere che quella libertà non era stata programmata per loro.
A parte un certo numero di patrioti convinti, la borghesia grassa non diede molto alla guerra, preoccupata di rischiare il meno possibile e di essere sicura di trovarsi alla fine dalla parte del vincitore: anzi, secondo il loro costume, commercianti e industriali trovarono il modo di fare affari d’oro, sollevando le ire dello stesso Washington, che li chiamò “assassini della causa”.
I calcoli delle forze sui due fronti variano abbastanza: secondo un calcolo attendibile un quinto dei coloni fu attivamente contro i patrioti. John Adams aveva invece valutato che la popolazione fosse divisa in tre terzi: uno a favore, uno contro, uno neutrale. I capi rivoluzionari battezzarono questi loro concittadini col nome di “Tories”, per sottolineare le loro origini aristocratiche e per dar quindi alla guerra per l’indipendenza un’apparenza più simile a quella di sollevazione popolare. Ma il lealismo, in genere, non derivava tanto da interessi di classe quanto da considerazioni sociali più complesse, e spesso chi faceva parte di una minoranza restava fedele alla Gran Bretagna. Così nel New England, ad esempio, gli anglicani, vittime di discriminazioni da parte dei congregazionalisti, rimasero vicini alla Corona, mentre a New York e in Pennsylvania furono soprattutto le minoranze etniche, minacciate dalla rigidità della cultura protestante di derivazione inglese, a difendere il governo di Londra. Lo schieramento politico rifletteva anche tensioni più vaste createsi all’interno della struttura sociale. Nella colonia di New York i fittavoli contrastavano l’idea rivoluzionaria in quanto i loro padroni, proprietari terrieri latifondisti e aristocratici, si erano schierati con i ribelli. Analogamente i contadini della zona occidentale della Carolina del Nord, che erano delusi dal comportamento dei responsabili di quella Colonia, e che si erano ribellati nel decennio precedente, per protesta si schierarono su posizioni lealiste. Anche al Sud non mancarono piantatori intruppati a difesa della “libertà” mentre i loro schiavi, nei rari casi in cui potevano scegliere, presero le parti degli inglesi.
Restare neutrali fu sempre più difficile in quella che era divenuta una guerra civile, e molti furono costretti a scegliere e a combattere. In effetti, le forze in campo furono quasi sempre equilibrate: Washington in ogni modo non dispose mai di più di 20.000 soldati, numero che in certi momenti scese ad un minimo di 5.000. Entrambi gli schieramenti utilizzarono gli indiani, che però tendevano a sostenere più gli inglesi che gli americani, e a ragione. I ribelli dovettero reprimere i lealisti con ogni mezzo, in barba a quella “libertà” che pretendevano di difendere (ironicamente furono proprio i “Sons of Liberty” a distinguersi nella repressione): chi non era con la rivoluzione era un traditore, passibile d’angherie, sequestri, deportazione, imprigionamento, mentre lo stesso crimine non era contemplato dagli inglesi, che invece da un punto di vista legale avrebbero avuto qualche ragione, visto che si trattava di sudditi che si ribellavano. L’indipendenza ad un gran numero d’americani fu quindi imposta: a centinaia di migliaia se n’andarono in Inghilterra, o in Canada a formare la componente anglofona di quel paese, dopo la fine della guerra.
In una situazione d’equilibrio il vantaggio dell’esercito continentale fu che riusciva con facilità a rimpiazzare i caduti e i disertori, e il fatto che poteva utilizzare anche una guerra per bande; gli inglesi invece rimpiazzavano con difficoltà i vuoti nell’esercito, e a costi altissimi, vista la distanza dalla madrepatria. La vittoria fu solo in piccola parte merito dei patrioti, per quanto devoti alla causa fossero; l’esercito continentale rischiò più volte di essere annientato, e continuò ad esistere solo grazie agli aiuti massicci di Francia e Spagna, che vedevano nella guerra un modo comodo di dissanguare l’antico nemico. Furono gli aiuti francesi in armi e rifornimenti che permisero la vittoria di Saratoga (1777), per non parlare della vittoria di Yorktown (1781), nella quale un ruolo determinante fu svolto da truppe di terra e dal blocco navale che permise la capitolazione delle truppe di Cornwallis.
Pur se si trattava di una società prevalentemente composta di piccoli e piccolissimi borghesi, il grosso degli eserciti era formato da proletari, e furono loro a versare il sangue prezzo dell’indipendenza. Quando in Connecticut fu emanata una legge per la coscrizione obbligatoria di tutti i maschi dai sedici ai sessanta anni, ne furono esclusi funzionari, preti, studenti e professori di Yale, negri, indiani e mulatti. Ma ne poteva essere esentato chi trovava un sostituto o pagava 5 sterline. L’America “rivoluzionaria” non esitò nemmeno a ripristinare la pratica dell’arruolamento forzato per il quale si era tanto odiata l’Inghilterra.
La guerra riuscì a soffocare i conflitti di classe solo per poco. Ben presto si verificò un inevitabile e generale aumento dei prezzi (a Philadelphia in un mese i prezzi aumentarono del 45%), e i proletari vedevano con rabbia che coloro che si erano fatti sostituire a pagamento nella guerra se ne infischiavano delle leggi che fissavano i prezzi delle merci, mentre approfittavano del blocco dei salari. Vi furono petizioni, assembramenti di masse minacciose, disordini. Nella stessa Philadelphia nel 1779 i marinai entrarono in sciopero per aumenti salariali, e furono impiegate le truppe per stroncare la lotta e mettere in carcere gli scioperanti. Non era una novità: già nel 1777 la milizia era stata impiegata per reprimere i moti dei fittavoli della Valle dell’Hudson (New York), che credevano che l’indipendenza avrebbe significato l’appropriazione delle terre dei latifondisti assenteisti: questi, pur se aristocratici, in molti casi avevano saputo barcamenarsi nella temperie politica schierandosi alla fine con i ribelli. E le terre dei lealisti se le presero gli affaristi “patrioti”. Nel 1781 si ammutinò addirittura un grosso reparto militare che, dopo aver disperso gli ufficiali, uccidendone uno, marciò su Philadelphia dove era riunito il Continental Congress, cioè la sede del potere rivoluzionario. La crisi fu risolta grazie alla cautela di Washington, che fece arrivare le paghe arretrate.
Comunque la Rivoluzione non fu priva di conseguenze sociali, molte migliorative per il proletario; l’enunciazione dei principi di libertà individuale e di eguaglianza, anche se con limiti oggettivi, aveva chiare implicazioni per la futura condizione di servi e schiavi. Il servaggio dei bianchi era già in declino, a causa della difficoltà di mantenerne il flusso costante in arrivo, difficoltà che crescevano tutte le volte che in Europa vi erano guerre.
La schiavitù fu abolita nel New England negli anni successivi alla guerra, e proibita nei territori a nord del fiume Ohio; nelle Colonie centrali scomparve più gradualmente, ma agli inizi del secolo XIX vi erano ormai rimasti ben pochi schiavi. Naturalmente la “peculiare istituzione” rimase ben salda nel Sud, dove d’altronde era la massa degli schiavi; ma vi era la sensazione che si trattasse di un’anomalia che sarebbe presto stata sanata.
La vendita delle grandi proprietà dei lealisti non rappresentò, come ci si sarebbe potuti aspettare, una riforma agraria: al contrario, essa fu distribuita tra i magnati che erano a capo del nuovo Stato federale, che, oltre ad arricchirsi notevolmente, disposero di terra da dare ad affittuari.
A parte pochi nobili caparbiamente legati alla Corona, non vi furono spostamenti nelle classi dominanti americane dopo la conquista dell’indipendenza: George Washington era fin da prima l’uomo più ricco del Paese, e lo stesso vale per Franklin, Jefferson, Hamilton, ecc. Altre misure progressive furono la riforma delle leggi sull’eredità, la notevole estensione del suffragio (non in tutti gli Stati), l’abolizione delle restrizioni sulla proprietà terriera e l’espansione ad Ovest.
Per i decenni successivi lo scontento che si originava dai contrasti di classe ad Est venne indirizzato verso Ovest, verso i “selvaggi” che non volevano saperne di cedere con le buone le terre ancestrali. Ma anche questa misura non si avverò in modo indolore: i territori che si liberavano ad Ovest, soprattutto la fascia a Sud dei grandi laghi (dall’Ohio all’Illinois), erano oggetto delle attenzioni dei grandi speculatori. I pionieri che riuscivano ad occuparle dovevano combattere su tre fronti: gli indiani, lo Stato che pretendeva dazi e tasse, gli speculatori che li facevano indebitare, quando non riuscivano a sottrarre loro le terre e a trasformarli in fittavoli.
La maggior parte dei coloni, in barba alle immagini oleografiche della frontiera, vivevano ai limiti della sussistenza. La situazione a metà degli anni ’80 era incendiaria. I mercanti e i grossisti della costa avevano tentato di ristabilire il commercio su grande scala con la Gran Bretagna, ma i mercanti inglesi non davano più credito, chiedendo di essere pagati in contanti. E i primi dovettero chiedere il contante ai negozianti al dettaglio, i quali a loro volta chiedevano agli agricoltori di essere pagati subito. La rivolta guidata dal capitano Shay, un eroe della guerra, e da altri veterani che in Massachusetts avevano perso le loro proprietà per debiti e tasse, fu un campanello d’allarme per i politici della Confederazione. Altri disordini si ebbero in Maryland, South Carolina, New Jersey e Pennsylvania. La risposta fu pronta e brutale: Sam Adams firmò una Legge sulle Rivolte che proibiva gli assembramenti di più di 12 persone, e che dava agli sceriffi la licenza di uccidere i rivoltosi. Lo stesso Adams, campione del diritto del popolo a ribellarsi, arrivò a dire: «Sotto la monarchia il reato di tradimento può essere condonato o punito con indulgenza, ma l’uomo che osa ribellarsi contro le leggi di una repubblica dovrebbe essere messo a morte». Ma le milizie locali rifiutarono di far fuoco sui rivoltosi, e la Rivolta di Shay fu repressa solo grazie ad un esercito privato, cioè finanziato dai ricconi di Boston, che già prefigurava i Pinkerton del secolo successivo. C’è indubbiamente uno stile americano nella lotta di classe.
Se i Padri Fondatori pensavano che standosene ognuno a casa sua, cioè nel proprio Stato, avrebbero potuto fare i loro affari indisturbati, si dovettero quindi ricredere. Si resero invece conto che era necessario un forte governo centrale, per mantenere l’ordine tra gli schiavi ribelli, i dissidenti, e gli indiani. Nel 1787 dovettero tornare a riunirsi, e produrre una Costituzione che, al di là della vuota retorica, rispecchiava gli interessi delle classi che avevano voluto la separazione dalla madrepatria. Altre misure importanti furono quelle tese a non permettere che i nuovi territori si separassero dalle tredici ex-colonie, prospettiva che era più che realistica data la situazione sociale ed economica.
La Costituzione approvata nel 1787 illustra la complessità del sistema americano, e ci aiuta a comprenderlo nelle sue peculiarità di oggi. Mentre è studiata per difendere gli interessi di una élite di pochi ricchissimi magnati («Il paese deve essere governato da chi lo possiede» aveva detto John Jay), non trascura le classi intermedie, come gli artigiani, gli agricoltori, i professionisti, che verso la fine del secolo costituivano un ampio strato della popolazione (per esempio, la metà della popolazione di New York). Queste classi costituiranno un tampone, un cuscino tra la grande borghesia e gli strati nullatenenti o quasi di veri proletari: negri, manovali, operai specializzati, apprendisti, braccianti, indiani, contadini poveri. In questo modo, meglio che in tutti i paesi capitalisti di allora e anche successivi, sarà possibile esercitare un controllo sociale con un minimo di forza e con il semplice uso delle leggi, anche grazie all’impiego smodato della propaganda nazionalista e patriottica. Naturalmente a questo capolavoro di pace sociale (non del tutto ininterrotta, però) si fondava sull’immensa ricchezza del Paese che si stava strappando agli indiani e che ci si preparava a conquistare nella sua interezza.
Alla fine del secolo XVIII si aveva l’impressione che il popolo americano fosse ormai ben avviato sulla via dell’eguaglianza sociale, mentre le ultime vestigia feudali, che continuavano a permanere in Inghilterra, non ultima la monarchia, erano state spazzate via per sempre. La grande formula rivoluzionaria – vita, libertà e ricerca della felicità – pur nella sua ipocrisia, era per i proletari come una autorizzazione a sperare in un futuro di salari adeguati, di orari sopportabili, di condizioni di vita umane. D’altronde la grande invenzione della guerra d’Indipendenza americana fu proprio la geniale retorica della “Libertà”. Ogni classe, ogni strato sociale, dai fittavoli della valle dell’Hudson ai bottai di Philadelphia, dai marinai di Boston ai commercianti indebitati con l’Inghilterra, dai servi a contratto assetati di terre da dissodare agli operai specializzati di New York, tutti vedevano nel suo raggiungimento la soluzione di tutti i problemi, lo schiudersi di un mondo nuovo di ricchezza e benessere.
Così non sarebbe stato. Nel generale trasformarsi della società nata dalla guerra lo scontro si sarebbe ristretto sempre più alle due classi fondamentali del sistema di produzione capitalistico, classe operaia e classe dei capitalisti. Le altre componenti della società erano destinate al declino, anche se non mancarono in dati svolti di svolgere un ruolo importante.