Schiaffi e sgambetti nel marasma della Brexit
Kategorier: Britain, Europe, Ireland, Northern Ireland, UK
Denna artikel publicerades i:
Tillgängliga översättningar:
- Engelska: The Stresses, Strains and Chaos of Brexit
- Italienska: Schiaffi e sgambetti nel marasma della Brexit
La compassata Gran Bretagna di un tempo ha perso ultimamente tutto il suo aplomb con la saga della Brexit che, invece di arrivare ad una qualsiasi soluzione, si ingarbuglia sempre più.
L’abbiamo definita un litigio fra borghesi su come restituire “competitività globale” al Regno Unito, soprattutto imponendo peggiori condizioni alla classe operaia. Ma c’è disaccordo, profondo e spesso aspro, su come raggiungere questo obiettivo.
La banda “europeista” sostiene che la produzione britannica dipende dal mercato unico. Ad esempio la BMW di Oxford si affida alla libera importazione “just-in-time” di componenti provenienti dall’Unione Europea. Ma gli europeisti non dicono che la maggior parte di quei prodotti viene importata da paesi “low cost” della UE o ad essa collegati (come la Turchia), il che a sua volta riduce il potere contrattuale dei lavoratori britannici.
Sull’altra sponda i “globalisti” vorrebbero fare di Londra la “Singapore sul Tamigi” o aprire “porti franchi” in posti come Hull, sul Mare del Nord, stracciando tutti gli accordi che (almeno in teoria) impongono condizioni di parità nei commerci in tutta la UE. Infine le imprese i cui interessi gravitano in toto o prevalentemente sul mercato interno avanzano la richiesta del “Prima gli inglesi”, che finisce nello sciovinismo più becero.
La classe operaia inglese è quindi vittima di una lotta tra gli interessi dei capitali nazionali, europei e globali, soprattutto americano. La farsa che si sta svolgendo in Parlamento e nei media riflette questa lotta, ma distorce e oscura deliberatamente le sue ragioni di fondo.
La nostra denuncia della natura ugualmente anti-operaia di tutte queste richieste non deve essere interpretata come indifferenza. La Brexit potrebbe avere un effetto devastante sui lavoratori in molti settori: operai dell’auto messi ad orario ridotto, chiusura di stabilimenti, lavoratori agricoli licenziati quando il 30-40% delle tariffe dell’OMC venisse a gravare sulle esportazioni di carne bovina e ovina. Oltre che, naturalmente, avrebbe la capacità di sconvolgere la vita a milioni di lavoratori immigrati e alle loro famiglie.
Per di più l’intero “dibattito” sulla Brexit ha dato la stura ad una nauseante demagogia volta a fuorviare e disorientare la classe operaia. Tutti gli attori, indistintamente, nella sceneggiata democratica mostrano di trarre la legittimità dei loro atteggiamenti dalla “volontà del popolo”, già dimostrando così l’inutilità di questa “espressione di volontà”, nonché dei pretesi fondamenti stessi della democrazia. Vediamo milionari che se la prendono con i “ceti ricchi”, Lord avvolti d’ermellino che ce l’hanno con la “casta”, capitalisti cosmopoliti che abbaiano contro il “globalismo”, e giornalisti, molto ben pagati, di Londra che si scontrano con le “élite della capitale”, il tutto, ovviamente, in nome del “popolo”. Lo stesso da entrambe le parti: ministri come Philip Hammond, che ha ridotto migliaia di inglesi a dipendere dalle mense per indigenti, che hanno il coraggio di dirci che saremo tutti più poveri al di fuori dell’UE!
Una tale ipocrisia di classe, benché scoperta ed evidente, ha un forte richiamo sulla inebetita piccola borghesia. Anche se economicamente deboli questi ceti sono forti numericamente e le varie fazioni grandi-borghesi se li contendono per mobilitarli dietro le loro manovre, esposti come sono alle argomentazioni più filistee. Come quella, per esempio, che i “politici” sono complici dei capitalisti “stranieri” nel voler minare lo “stile di vita” e la “cultura” nazionali (britannici per alcuni, ma inglesi, scozzesi, gallesi, ecc., per altri). La piccola borghesia, incapace di darsi una propria coerente ideologia, accumula in sé tutti i tipi di risentimento e lagnanza, terreno fertile per ogni demagogia. Queste lamentele, reali o immaginarie, sono veleno per la classe operaia perché le additano falsi nemici, o veri nemici ma per false ragioni. Quindi non possiamo noi ignorarle.
Lo scontro parlamentare sul fatto che il Regno Unito lasci l’UE con o senza “deal”, accordo, il 31 ottobre è diventato davvero un Halloween (ma senza dolcetti!). Nel 2019 il Partito Conservatore ha rimediato una precaria maggioranza alla Camera dei Comuni con l’aiuto del lealista Partito Democratico Unionista (DUP) dell’Irlanda del Nord, ma non è riuscito a ottenere un voto a favore dell’accordo di ritiro negoziato con l’Unione Europea. La decisa opposizione della fazione più estrema a favore della Brexit, lo European Research Group e il DUP, l’ha bloccato. La maggioranza dei membri del Partito Conservatore si è convinta che Theresa May era stata troppo morbida nei negoziati per l’uscita e che oggi a chiunque sarebbe bastato gridare più forte per ottenere un accordo migliore.
Entra in scena allora Alexander Boris de Pfeffel Johnson, uscito dalla esclusiva Università di Eton, editorialista del Daily Telegraph, ex sindaco di Londra. Il candidato “anti-apparato” Johnson ha immediatamente eliminato 21 deputati conservatori pro-UE, dilapidando così la maggioranza del suo governo, e ha sospeso il parlamento nel tentativo di far passare la Brexit a forza. La “sinistra” (vale a dire tutti gli altri, dai dissidenti dei Tory fino agli anarchici) si è allora mobilitata in manifestazioni “in difesa della democrazia” sotto la bandiera “Fermiamo il golpe”. La Corte Suprema ha convenuto, dichiarando nulla la sospensione del parlamento.
Ma, a parte le formalità legali, cosa in realtà significa “difesa della democrazia”? La democrazia è lo Stato borghese, tutto qui. Ormai esiste solo per far credere che lo Stato borghese sia espressione di una, immaginaria, “volontà del popolo”. L’errore che si rimprovera a Boris Johnson, e alla sua eminenza grigia Dominic Cummings, è di pretendere che essi rappresentino, sulla base del risultato referendario del 2016, la vera “volontà del popolo”, e non invece la “Madre dei Parlamenti”, la democrazia rappresentativa britannica, con tutte le sue arcane procedure.
Quel che accettò Thatcher
L’attuale situazione di stallo parlamentare riflette quindi i profondi disaccordi sulla direzione futura dell’economia britannica. Sarà dentro o fuori l’Unione europea?
Alla fine degli anni Cinquanta gran parte dell’industria nazionale non era già più in grado di competere con gli Stati Uniti e le potenze sconfitte della Germania e del Giappone. Questo, insieme alla decolonizzazione, ha alimentato i risentimenti della piccola borghesia britannica, che già negli anni ‘70 considerò un “atto di resa” la decisione della borghesia di puntare sul Mercato Comune.
Margaret Thatcher, primo ministro per tutti gli anni ‘80, dovette quindi gestire un delicato equilibrio. Vinse una serie di battaglie contro la classe operaia, in particolare contro i minatori di carbone nel 1984-85, aprendo la strada alla deindustrializzazione. Sostenne il mercato unico europeo, vedendovi una grande opportunità per la Gran Bretagna di vendere servizi finanziari e di altro tipo alle imprese europee e, a sua volta, di divenire un canale per gli investimenti esteri. E Londra divenne di fatto la capitale finanziaria dell’Europa. Economicamente il futuro del Regno Unito sembrava chiaro, anche se alcuni ministri del governo come Michael Heseltine volevano andare oltre nel ridurre anche l’influenza americana.
D’altra parte, le vittorie elettorali della Thatcher dipendevano interamente dal rinfocolare i risentimenti antieuropei, e in particolare antitedeschi e antifrancesi. Il suo intervento nel 1988 al Collegio d’Europa, il “discorso di Bruges”, incoraggiò nel partito i rappresentanti degli arretrati distretti rurali, i quali, in tre decenni, sono cresciuti costantemente di forza al punto che nel 2019 alla guida del partito hanno eletto quello che consideravano “uno dei loro” con una maggioranza schiacciante sui rivali. Nel Partito Conservatore di oggi dire qualcosa a favore dell’Unione Europea significa il suicidio. E Boris Johnson, che nel 2008 aveva fatto sue tutte le istanze europeiste e liberali della destra per assicurarsi l’elezione a sindaco di Londra, ora ha fatto suoi tutti i mugugni antieuropeisti e reazionari della destra per guadagnare l’elezione a capo del Partito Conservatore.
Queste manovre mostrano la corruzione e l’opportunismo, trama e ordito della democrazia borghese.
La crisi parlamentare
L’Unione Europea ha anche fornito un utile capro espiatorio per i politici di grido, anche per coloro che per le vacanze possiedono ville in Toscana o in Algarve. Non si tratta ovviamente di un fenomeno solo inglese, ma qui ha contribuito ad aggravare la crisi.
All’inizio la loro retorica dette credibilità agli antieuropeisti più rabbiosi, guidati dal demagogo Nigel Farage, prima con lo United Kingdom Independence Party, più recentemente con il Brexit Party. Fu per contrastare la minaccia elettorale dell’UKIP e neutralizzare l’ala antieuropea del Partito Conservatore che il primo ministro David Cameron indisse il referendum “Leave/Remain”. Fu un grosso errore. Dopo mesi passati ad attaccare l’Unione Europea e cercare di negoziare migliori condizioni di adesione (Cameron ha spesso affrontato le telecamere a Bruxelles con la faccia severa, “combattendo per la Gran Bretagna” come un eroe della Seconda Guerra mondiale dei fumetti), la campagna elettorale di Cameron a favore del “Remain” non è stata convincente, per usare un eufemismo. Inoltre l’intero governo Cameron, e in particolare il ministro delle Finanze pro-europeo George Osborne, nei precedenti sei anni aveva peggiorato spietatamente il tenore di vita della classe operaia.
Al contrario, la campagna per il “Leave” poteva incolpare l’UE per l’austerità, per la scomparsa dell’industria, per il quasi fallimento del Servizio Sanitario Nazionale e, sempre sul registro emotivo, per lo scippo del “nostro pescato”. Era anche libero di fare qualsiasi assurda promessa di prosperità futura, sui “nostri soleggiati altipiani”, una volta che “ci saremo ripresi il nostro paese”. A questi argomenti, così come la demonizzazione bassamente razzista degli immigrati (e non solo degli immigrati provenienti dall’UE), si è rivelata estremamente ricettiva la piccola borghesia, ma anche alcuni settori della classe operaia nelle regioni più duramente colpite dalla deindustrializzazione.
Il referendum si è quindi concluso con una minima maggioranza per il “Leave”, un risultato che lo stesso Boris Johnson non si aspettava, tanto meno aveva preparato, gettando il Regno Unito nella crisi politica tuttora in corso.
La Repubblica d’Irlanda
Anche se la Repubblica d’Irlanda ha raggiunto l’indipendenza quasi un secolo fa, la sua economia è per decenni rimasta legata a quella del Regno Unito. A partire dagli anni ‘20 in poi il governo britannico ha mantenuto una “Common Travel Area” in cui vigeva il diritto illimitato dei cittadini irlandesi di viaggiare senza passaporto, lavorare e stabilirsi nel Regno Unito. La sterlina irlandese era legata alla sterlina inglese. E fino agli anni ‘60 l’Irlanda era sotto il controllo politico di un partito, il Fianna Fáil, sostenuto dagli agricoltori capitalisti che – mentre giocavano a parole con la tradizione nazionalista e antibritannica della rivolta del 1916 – vendevano la maggior parte dei loro prodotti al Regno Unito. Man mano che l’agricoltura diventava più efficiente, mentre poche opportunità di lavoro offrivano le città, gran parte del surplus della popolazione irlandese continuò a migrare verso il Regno Unito.
Il Regno Unito e la Repubblica d’Irlanda presentarono contemporaneamente domanda di adesione al Mercato Comune negli anni ‘60 e vi sono infine entrati nel 1973, portando Nord e Sud dell’isola d’Irlanda entrambi all’interno di questo blocco economico allargato. Tuttavia l’impatto economico che ne è derivato è stato molto diverso. Negli anni ‘80 e ‘90, la Repubblica ha conosciuto un boom economico, soprattutto grazie alla sua posizione geografica e alla sua lingua che la facevano attraente base per la penetrazione dei capitali americani nei mercati europei.
Invece l’Irlanda del Nord ne ha sofferto, la deindustrializzazione ha compromesso duramente la vita delle comunità lealiste mentre la discriminazione veniva a colpire ancora di più le comunità repubblicane. La situazione è stata in qualche modo attenuata dall’accordo del Venerdì Santo del 1998, che ha cercato di porre fine al conflitto trentennale tra le due comunità.
Per la prima volta dalla divisione tutta l’isola poteva funzionare come un’unica economia all’interno del Mercato Unico Europeo. La Brexit verrebbe ora a minacciarla. Questo si è dimostrato essere il principale punto di stallo che impedisce di concludere l’intera saga della Brexit.
La fine della libera circolazione delle merci avrebbe un impatto grandemente negativo sulla Repubblica d’Irlanda, non solo a causa dell’interruzione degli scambi commerciali attraverso la frontiera terrestre, ma anche sul Mare d’Irlanda. Il Regno Unito è il secondo maggiore cliente per le merci irlandesi, ma anche la principale via di transito per le merci che raggiungono l’Europa attraverso i porti britannici, la strada, la ferrovia e il tunnel sotto la Manica. La situazione è stata resa insolubile dalle cosiddette “linee rosse” del governo britannico, che impongono al Regno Unito di Gran Bretagna e d’Irlanda di abbandonare tutti assieme l’accordo doganale con l’Unione Europea.
Di conseguenza, i negoziatori del Regno Unito e dell’UE hanno concordato il cosiddetto “backstop”, una misura temporanea per mantenere l’Irlanda del Nord nell’unione doganale e sotto lo stesso regime normativo fino alla firma di un accordo globale di libero scambio o all’individuazione di misure alternative ai controlli alle frontiere. Ciò manterrebbe aperta la frontiera irlandese, proteggendo il mercato unico, l’unione doganale e l’accordo del Venerdì Santo.
Per l’UE questo è fondamentale: altrimenti ci sarebbe una falla nei confini del Mercato Unico che consentirebbe, ad esempio, di trasportare TIR di merci nell’UE attraverso l’Irlanda del Nord evitando le sue tariffe e norme. L’Unione Europea ha quindi dato il suo pieno sostegno alla Repubblica d’Irlanda nelle trattative sulla Brexit, mentre il Partito Unionista Democratico e l’ala destra del Partito Tory hanno puntato i piedi contro qualsiasi ipotesi che veda l’Irlanda del Nord accomunata al resto dell’isola, e separata dal Regno Unito.
Tuttavia, ciò consente anche all’Unione Europea di esercitare un’influenza sull’Irlanda, che per anni ha attratto enormi investimenti grazie al suo basso regime fiscale, con le mega-imprese di internet che gestiscono dall’Irlanda le loro operazioni in Europa, evitando legalmente il pagamento delle imposte sui ricavi derivati dalle vendite in altri paesi europei. L’UE insiste ora affinché quelle imposte siano integralmente pagate.
La contesa potrebbe avere un impatto particolarmente grave sulla classe operaia dell’Irlanda del Nord, priva di governo e parlamento dopo l’alleanza tra il Sinn Féin, il principale partito repubblicano, e il DUP col pretesto di un finanziamento per le energie rinnovabili sul quale il DUP ha speculato. L’economia dell’Irlanda del Nord è già sotto pressione, con una disoccupazione che dal 2009 si aggira intorno al 50% in alcune delle aree più duramente colpite. Ciò offre ai paramilitari l’opportunità di reclutamento. L’imposizione di un confine renderebbe le cose molto, molto peggiori.
Al momento che scriviamo il Regno Unito ha proposto un bizzarro accordo ”a due frontiere” in base al quale l’Irlanda del Nord sarebbe allineata con l’UE su alcune questioni normative e i controlli doganali sarebbero effettuati a qualche miglio dal confine terrestre. L’UE l’ha respinto. Ancora più stranamente il Regno Unito avrebbe accettato una soluzione già presentata nel 2017, di spostare il confine doganale nel Mare d’Irlanda. L’Irlanda del Nord rimarrebbe giuridicamente nel Regno Unito, ma in pratica resterebbe nel Mercato Unico e nello spazio doganale europeo e aderirebbe al suo regime fiscale. Questa soluzione verrebbe a cambiare tutto, con i fabbricanti e gli agricoltori delle Sei Contee costretti a sottostare a tutti i dazi e alle formalità doganali per vendere nel resto del Regno Unito!
Alla fine le due parti si accusano a vicenda per il fallimento e l’obiettivo principale di Boris Johnson è un plebiscito elettorale di segno sciovinista. Gli europei non sono più i “nostri amici e partner”, ma “testardi e irragionevoli”. Naturalmente, diciamo noi, un’elezione non cambia la realtà e le spinte, le tensioni e il caos continueranno dopo, come e più di prima.
Democrazia e lobby
La democrazia è per la politica borghese ciò che la borsa valori è per l’economia borghese. La prima media e risolve le tensioni nelle istituzioni, la seconda i conflitti di interessi fra i grandi investitori. È il funzionamento normale del capitalismo. Ma in dati momenti il regime, economico o politico, precipita in uno inarrestabile squilibrio.
Nel caso della Brexit questo legame tra politica ed economia è meno opaco del solito: gli speculatori valutari e i gestori degli hedge fund, favorevoli alla Brexit, rendono la vita difficile agli esportatori e agli importatori, che si troverebbero ad affrontare ogni tipo di barriera tariffaria e non tariffaria alle loro attività; i capitalisti, interessati ad infrangere le norme europee per abbassare il tenore di vita dei lavoratori, si trovano in conflitto con chi dipende dalle vendite sui mercati europei, e così via. Tutta la vita della nazione potrebbe trovarsi sottoposta a una pressione intollerabile, motivo per cui vi sono continui e atterriti avvertimenti contro le soluzioni estreme: la Brexit potrebbe portare alla disgregazione del Regno Unito, o al ritorno ai Troubles sul confine irlandese, ecc.
La borghesia non può tenere il capitalismo sotto il suo pieno controllo perché il capitalismo in sé vive di contraddizioni che sono al di fuori di ogni controllo umano.
Tuttavia, nessuna Brexit farà perdere alla classe dominante britannica, né ad alcuna altra, la capacità di appianare ogni sua divergenza quando vede una minaccia dal suo vero unico nemico, la classe operaia.
Ma fino ad allora si sentiranno liberi ad nauseam di litigare tra di loro.