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La Russia nella grande rivoluzione e nella società contemporanea (Pt.3)

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Marxismo e autorità – La funzione del partito di classe e il potere nello stato rivoluzionario

Chi arbitrerà le divergenze?

Il quesito era stato accennato in fine della prima parte, dedicata alla storia dello svolto nel partito russo, in cui prevalse (1926) la dottrina della costruzione del socialismo in Russia prima e senza la rivoluzione proletaria in Europa; e prevalse con essa la corrente rappresentata da Stalin, e allora anche da Bucharin e altri molti, poi passati a loro volta all’opposizione, e con essa caduti sotto le repressioni.

Se si ritiene che fino alla morte di Lenin e dopo, il partito seguì la giusta linea storica e politica costruita genialmente in lunghi decenni, e che culminava nella sua totalitaria assunzione del potere dello Stato, alla testa della classe dirigente e guidatrice del proletariato salariato, con l’alleanza della subordinata classe dei piccoli contadini, come passaggio alla dittatura del solo proletariato e alla trasformazione socialista dopo l’avvento della vittoria politica e sociale operaia in almeno gran parte dell’Europa borghese; che cosa spiega – qui era se non il dubbio, il quesito – come il partito, tanto ben preparato da una tradizione potente, si sia spezzato a favore della tesi disfattista, controrivoluzionaria?

Vi era una forza storica, un ente, un Corpo, che si potesse consultare per scongiurare l’errore e la catastrofe, dato che l’ingranaggio del partito bolscevico, e con esso quello della Internazionale Comunista, miseramente fallirono, anzi avallarono come linea ortodossa e rivoluzionaria quella che poi è rovinata fino al tradimento ed al passaggio al borghese nemico?

Dove in genere devesi collocare la direzione, la guida suprema, dell’azione della classe lavoratrice nella lotta al socialismo?

Questa questione era costata altre crisi ed altre dure prove e sconfitte. Essa esiste fin dai difficili periodi in cui l’Europa progredita doveva ancora essere duramente scossa per far largo, sulle rovine degli istituti medioevali, alle nuove forme sociali capitalistiche, che non potevano prorompere rigogliose senza l’ossigeno delle libertà nazionali e giuridiche.

Essa spezzò ancora una volta l’Internazionale Operaia dopo il 1871, con lo storico conflitto tra Marx e Bakunin, tra gli «autoritari» e i libertari, che in vasti ambienti e per lunghi decenni furono scambiati per l’ala più risoluta ed attiva del movimento delle classi lavoratrici.

Gli anarchici ammisero, senza capire di essere totalmente avvolti nelle nebbie delle ideologia borghesi, che ogni individuo potesse segnare da solo le vie della sua azione e che, svincolandosi da ogni esterno controllo di forze, risolvesse implicitamente anche il problema economico della sottrazione del prestatore di lavoro allo sfruttamento padronale, «continuando» la via borghese che aveva liberata la coscienza individuale dalla soggezione religiosa e il diritto personale dalle soggezioni giuridiche. Facendosi chiamare poi anarchici organizzatori o comunisti (sebbene per non chiamare partito il loro insieme appartenessero, in quella polemica celebre, alla Alleanza della democrazia socialista, terminologia ben degna dei peggiori odierni mestatori politici) ammisero le unioni operaie di difesa sindacale, e parlarono vagamente di future locali piccole «Comuni», formate da spontanea, libera adesione degli uomini di un territorio, autonome tra loro e nel trattare tra loro.

Una classica polemica di Marx e di Engels stritolò questo sistema barcollante e dimostrò che la spontaneità e l’autonomia erano idee non aderenti al corso rivoluzionario proprio di una definita classe sociale, il quale si fondava sulla formazione di un partito unico e centrale sovrastante i gruppi di professione e di località e che ne dominasse i capricci locali e occasionali. Spiegò che non dalle coscienze ma dalle convergenti forze e violenze materiali sorge quel processo, sommamente autoritario (Engels), che è una rivoluzione, e che mai essa smantellerà i vecchi istituti senza applicarvi un nuovo potere, uno Stato, una dittatura, una autorità.

Libertà e necessità

L’opposto dialettico dell’abusato termine di Libertà non è l’Autorità ma Necessità. La società umana non può sottrarsi al necessario piegarsi alle materiali forze dell’ambiente, se non, in relativi limiti, accettandole, conoscendole e prevedendo lo svolgersi dei loro processi. Anche nella concezione marxista vi è un traguardo ultimo in cui la società umana si solleva sul regno della necessità, ma come un tutto organico e coordinato, non come un ammasso corpuscolare di bizzosi ribelli a checchessia e a chicchessia. Quel lontano passaggio dalla collettività umana, e non degli uomini singoli, alla Libertà, si persegue non abbattendo alla spicciolata pezzetti di «autorità», forme sorte non dal prepotere arbitrario di uomini o gruppetti, ma dalle leggi stesse dell’utile corso storico. Soggetti di una tale avanzata sono le classi in cui la società si divide, capaci di rendersi artefici del prorompere di forme sempre nuove. In questo le rivoluzioni: in tutte e anche in quella proletaria del tempo moderno, sono in lotta non l’autorità e la libertà, ma due autorità, l’una contro l’altra armata.

Per l’anarchico puro – del resto sempre più rispettabile di quello semipuro e intrigante dei blocchi politici – Stalin, o chi per lui, vale Lenin, e Lenin vale Kerensky o Nicola II, dopo una certa strizzatina d’occhio di simpatia verso il penultimo nominato. L’anarchico odia lo Stato, e non può capire che noi lo odiamo quanto lui e più di lui, mentre non sarà lui a fregarlo via.

Noi con Marx dal primo sorgere della teoria, già precisa e definita nel Manifesto, già dichiarata nei primi scritti filosofici di Marx e di Engels, già completa nella Miseria della Filosofia contro Proudhon («non dite che vi può essere movimento sociale senza movimento politico»), crediamo dunque alla Necessità, che nel senso dell’effetto dell’ambiente naturale e cosmico è insorpassabile dalla nostra specie, e crediamo all’Autorità, come sola via delle forme di sviluppo della specie stessa, a cui tuttavia poniamo un termine nel futuro, sotto determinate condizioni di sviluppo materiale delle forze produttive, che nello svolgersi della specie e del suo organizzarsi si sono formate.

Dove collochiamo questa Autorità? Se si ricorre al fattore Autorità, al fattore Potere, al fattore Dittatura, bisogna pure dire dove rivolgersi per consultarlo, e poi seguirne il detto – dato che l’azione sconnessa e senza questa guida centrale, cui si riportano i libertari, è per noi condannata alla squallida sterilità.

Noi dobbiamo collegare l’Autorità con la classe, ed escluderne tutte le altre classi, quelle che già posseggono oggi un’altra Autorità, e quelle che con la classe dominante, nella forma di produzione che vige, sono direttamente legate. Quindi la Dittatura, dopo la vittoria politica, o l’autorità interna nel Partito, prima e dopo, evidentemente escludono le altre classi. L’Autorità non sorge dalla consultazione generale, dalla Democrazia assoluta: ci arrivano forse anche gli anarchici, anche se esitano davanti al problema: è giusto togliere al borghese, al proprietario, all’imprenditore, i «diritti dell’uomo»?

Noi dunque porremmo alla consultazione un primo limite: essa comprenderà solo elementi della classe lavoratrice salariata.

Dalla democrazia all’operaismo

Non è un gran passo risolvere il problema della «formazione delle liste» con l’impiego di una statistica o di un’anagrafe da cui risulti la figura sociale o la professionale qualifica di ciascuno: e se entro una qualunque circoscrizione, sia essa un luogo di lavoro o un territorio di residenza o di contingente presenza fisica, interroghiamo i soli operai salariati, raccoglieremmo probabilmente una gamma di risultati contrastanti tra loro; e il trarne la verità arbitrale col solito gioco di una somma bruta di cifre non ci avrebbe portato lontani dai metodi insipidi della democrazia generica, che è poi la democrazia borghese, quella che è stata inventata (applicandola per la prima volta a tutti i viventi) proprio per poggiarvi sopra il potere della classe abbiente e capitalistica.

Sono cose molto diverse per un lavoratore comportarsi come un componente della società borghese o come un componente della classe proletaria. Agli esordi storici egli non ha fatto ancora i passi che lo condurranno a non prendere il potere da chi lo paga, come per secoli hanno fatto i servi delle famiglie nobiliari dominanti.

In molti casi, se non nella maggior parte dei casi, era l’interesse economico che faceva rispondere il servo come conveniva al suo signore, che lo manteneva. Nei primi tempi del capitalismo il salariato della manifattura, economicamente, è stato dal padrone imprenditore portato in alto dalle condizioni del servo rurale o del servo di bottega, e dello stesso piccolo contadino e piccolo artigiano: effetto della potenzialità produttiva enorme del lavoro associato rispetto a quello isolato.

L’operaio risponde come componente di una classe, quando il corso storico lo ha legato alle sorti della sua classe in un lungo periodo e sopra vasti spazi, che comprendono le più diverse categorie professionali e i più lontani comprensori locali.

Una simile questione non può dunque essere sciolta con canoni giuridici interpellando corti costituzionali, ma solo in base alla storia dello svolgersi del modo capitalistico di produzione, anzi, più ancora: ad una prospettiva stabilita in dottrina di questo sviluppo futuro. Solo su tali basi gli antagonismi di classe divengono visibili ed operanti: il problema dell’Autorità ce lo possiamo proporre non in sede di filosofia morale, o della storia, ma solo dopo di avere stabilito i termini delle tappe che traversa turbinosamente il decorso dell’economia capitalistica universale.

L’errore di cui ci dobbiamo liberare, particolarmente insidioso, è che la bussola dell’antitesi di classe si orienti solo che la si collochi tra un singolo salariato e la sua azienda, nel momento della corresponsione della busta paga della settimana in corso. In generale la bussola o non si orienterà o ci indicherà il sud conservatore: segnerà il nord rivoluzionario solo quando l’operaio di cui si tratta sarà assurto al legame con i suoi compagni di tutte le aziende e di tutti i paesi, con sé stesso e con i suoi predecessori e successori di tempi passati e futuri, collocati in altri tornanti e vortici dell’infernale «anarchico» divenire della economia di azienda e di mercato, ove nulla è sicuro e protetto, quali che siano le vanterie democratiche ed assistenziali, per la comunità dei senza riserva.

Corso economico e rapporto di classe

Si danno luoghi e tempi in cui il capitalismo favorisce gli interessi assoluti e relativi dei suoi salariati: anche quando sono maggiori i saggi del suo prelievo sulla periodica «busta paga», sia a titolo di profitto per i soggetti della classe «riservista», sia anche a titolo di investimento privato o pubblico nella macchina produttiva progrediente. Questa non è una rara eccezione, e diverrebbe anche regola se la forma capitalista riuscisse a dimostrarci, magari nel corso di una umana generazione, che può scongiurare le guerre distruttive e le crisi generali di produzione e di occupazione, fasi in cui l’uragano economico travolge alla prima ventata i senza-riserva, i membri della classe operaia. La condanna che Marx elevò alla appropriazione del plusvalore, non sorge (come egli dice con una delle sue frasi da gigante della scienza sociale) dalla anatomia delle classi, dalla revisione da ragioniere di ogni busta paga. Non si tratta di una censura contabile, giuridica, egualitaria, giustizialistica, ma di una nuova e ciclopica costruzione della storia intera.

Quindi questo punto essenziale può essere meglio inteso dopo i risultati del nostro schizzo di storia del recente capitalismo, da cui è bene emersa la precarietà di tutte le sue conquiste, la labilità delle sue avanzate nella produzione dei beni, a cui seguono in periodi successivi, inesorabili, le precipitose discese. Nel corso generale aumenta la potenza delle risorse tecniche e la conseguente produttività di beni e valori a parità di sforzo di lavoro. Queste risorse, in linea generale progredienti di decennio in decennio, cui fa eco il continuo inno a vittorie della scienza e della tecnica, dovrebbero facilitare le riprese, il richiamo al lavoro dei caduti nei vuoti dell’armata di riserva, la febbrile ricostruzione delle attrezzature distrutte e il riattivamento di quelle abbandonate. Ma una serie di fattori negativi ed opposti mette a dura prova questo vantato maggiore potenziale del moderno industrialismo, orgoglio dell’epoca e contrappeso invocato per le sue infamie, assurdità e follie.

La popolazione cresce rapidamente colmando gli stessi vuoti formati dalle guerre prolungate. I bisogni naturali e soprattutto quelli artificiali, che le crisi e la miseria esasperano, crescono anche paurosamente. La produzione agricola non riesce a tenere il passo con quella industriale e non è suscettibile, nella economia mercantile, di rapide riprese dopo i dissesti. I rapporti delle nazioni produttrici con i mercati di consumo sono ad ogni guerra rivoluzionati e sconvolti e la lotta per riattivarli si fa con sperpero enorme di energie attive. Le crisi, che all’inizio del capitalismo colpivano un gruppo di nazioni dopo l’altro, tendono, in questa fase di assurdi legami finanziari al di sopra dei confini, a raggiungere sempre più l’intiero mondo della produzione industriale. Il sistema coloniale imperiale trova ad ogni ripresa maggiori urti e resistenze.

Se noi consideriamo le prime crisi dell’industria inglese descritte da Marx, che si ripercuotevano con decennale frequenza sulle nazioni subordinate, vediamo che una rapida fase di miseria equilibrava il blocco da sovrapproduzione, e la ripresa si effettuava su campo sempre più vasto. Mano mano vediamo che dopo la Prima Guerra generale, nella grande crisi di interguerra che scoppiò in America, e poi durante e dopo la Seconda Guerra, lo sconvolgimento dell’economia mondiale è stato sempre più profondo e più vasto, più lento ad essere superato, e gli sbalzi aziendali e nazionali di attivi e passivi sempre più ubriacanti che nel passato.

Miseria dei rischi crescenti

Se abbiamo ricordato tutto questo in sintesi, ed in rapporto alla dimostrazione stabilita sui dati economici, è stato per mostrare che la precarietà in cui vive nella società moderna il salariato non risulta tanto oggi dal suo tenore di vita nei periodi in cui la macchina della produzione marcia ed accelera, ma dall’integrale delle sue condizioni di vita in lunghi periodi di corsa sull’orlo dell’abisso e di alternato precipitare in esso. Per quante impalcature di assistenza e di assicurazione possa la «civiltà» borghese costruire, è certo che in pochi giorni o settimane ogni protezione del salariato, senza proprietà e senza risparmio, senza riserva, sparisce se arriva la nera crisi e la dilagante disoccupazione. Ben diversa la sorte delle classi a riserva. A proposito dell’economia occidentale e della sua vantata progressione verso il benessere, la generale prosperità, porremo in evidenza i dati economici dell’inconsistenza delle difese per chi altro non possiede che il proprio impiego, il posto, l’americano job, e le stesse provviste e attrezzi che ha nella sua abitazione, o lo stesso possesso di questa nelle più vantate forme, non detiene che come un debito, che una crisi economico-bancaria o di circolazione rapidamente volatilizzerà appena gli sarà rifiutato il suo unico cespite attivo, il tempo di lavoro: mentre il progresso tecnico, la produttività cresciuta, l’automazione, gli scavano tale rischio più profondo sotto i piedi.

Non ci spingiamo qui nella dimostrazione economica, da cui trarremo trionfanti le tesi di base del marxismo, ma illustriamo solo la scala, il campo, a cui si rendono sensibili i rischi di classe del proletariato moderno. In cerchi stretti e per periodi speciali essi restano inavvertiti, come per il proletariato inglese dei tempi classici, quello americano d’oggi. Abbiamo visto questi Stati capitalistici passare come salamandre traverso le guerre, ma abbiamo anche visto come li sconvolse l’uragano del 1929-32 e come contro la prosperity del nuovo paese-guida del capitalismo, gli Stati Uniti, si sia dopo la Seconda Guerra opposta la dura austerity dell’orgogliosa e scavalcata Albione. Questi paesi non vinceranno sempre le guerre, e il sistema economico-finanziario mondiale non ripercuoterà sempre il gioco delle crisi di anarchia produttiva e distributiva in misura massima sugli altri Stati, che come quelli minori di Europa ancora soffrono dei disastri della guerra ultima.

È tuttavia, allo stato, difficile ottenere dai proletari di Gran Bretagna e d’America una sensibilità a questi rischi futuri, una reazione di classe. Facciamo votare queste masse in un consiglio mondiale dei salariati, ed esse risponderanno tuttora a favore del sistema capitalista. Ce lo attesta la storia del tradunionismo e del laburismo inglese, e quella delle organizzazioni sindacali d’America oltranziste nel conformismo e che non fanno da base ad un partito politico appena distinto da quelli borghesi. E si dovrà rispondere al solito insidioso argomento: lì non ci sono distanze sociali in aumento; non c’è lotta di classe, non vi è incertezza sulla vita della macchina economica.

La classe si cerca altrove

Un anticipo di questo arduo punto fu la lotta della Sinistra nell’Internazionale di Mosca contro la proposta di fare entrare il microscopico partito inglese nel Labour Party, pure sostenuta da Lenin, come extrema ratio nel calare dell’onda rivoluzionaria europea verso il tramonto, che per noi era certo fin dal 1920, e tuttavia non consigliava di cercare appoggi né dal lato socialdemocratico né da quello sindacalista-anarchico.

Nel testo del Dialogato coi Morti abbiamo usata una potente citazione di Lenin su questo punto: dove riposa l’autorità del movimento della classe proletaria? Egli non parlò di numero, né di statistica conta, ma ricordò l’appoggio sulla tradizione e l’esperienza delle lotte rivoluzionarie nei più diversi paesi, l’utilizzazione delle lezioni di lotte operaie di tempi anche lontani. Il corpo dei lavoratori rivoluzionari di tutti i paesi, cui egli rimandava gli ansiosi di consultazioni, decisorie di difficili problemi, non ha limiti né nel tempo né nello spazio, non distingue, nella sua base di classe, razze, nazioni, professioni. E mostrammo che non può neppure distinguere generazioni: deve coi viventi ascoltare anche i morti, e in un senso che ancora una volta rivendichiamo non mistico né letterario i componenti della società che avrà caratteristiche diverse opposte a quelle del capitalismo, che purtroppo, giusta le parole di Lenin, e quelle da lui citate di Marx, stanno ancora stampate nei cuori e nelle carni dei lavoratori attuali.

Questa unità vastissima di spazio e di tempo è dialetticamente concetto opposto al fascio, al blocco immondo di tante vantate collettività, che si coprono del nome di operaie (e peggio mille volte di popolari). Si tratta di unità qualitativa, che raccoglie militanti di formazione uniforme e costante da tutti i lidi e da tutte le epoche; e l’organismo che risolve il problema non è che uno, il partito politico, il partito di classe, il partito a base internazionale. Il partito, che ritorna nelle incessanti fondamentali richieste di Marx, di Engels, di Lenin, di tutti i combattenti del bolscevismo e della Terza Internazionale degli anni gloriosi.

L’appartenenza al partito non si stabilisce più da dati statistici o da un’anagrafe sociale: essa è in relazione al programma che il partito stesso si pone, non per un gruppo o una provincia ma per il corso di tutto il mondo del capitalismo, di tutto il proletariato salariato in tutti i paesi.

Un andazzo che mai la Sinistra marxista italiana e internazionale autentica ha gradito è quello di contrapporsi agli opportunisti (largamente abbarbicati ovunque alla bassa forma della concezione operaistica) con la denominazione di partito comunista operaio, ovvero dei lavoratori.

Da quando col Manifesto siamo saliti dal movimento sociale al movimento politico, il partito si è aperto anche agli elementi non salariati, che abbracciano la sua dottrina e le sue storiche finalità; e questo risultato ormai secolare non può essere invertito né coperto da ipocrisie demagogiche.

Questi concetti abbiamo dovuto di recente ristabilire davanti alla deforme difesa del «Partito» e della sua funzione, che nel XX Congresso si è ostentato di fare nei riguardi di un partito solo, quello sovietico, mentre per gli altri paesi si è apertamente annunziato di allargare ancora i fianchi di quelle barcacce oscene, che si chiamano partiti comunisti (o di altro più deforme nome) nell’Occidente, per disfare la storica scissione di Lenin che corrispose alla denunzia delle degenerazioni della Seconda Internazionale nella guerra 1914.

E ricordammo i punti base che garantiscono la vita interna del partito, non dalla sconfitta in campo aperto o dalla perdita di forza numerica, ma dalla peste opportunistica. Basterà farvi appena accenno.

Interna vita del partito di classe

Lenin – la citazione è spesso ricorsa negli ultimi dibattiti – era per la norma del «centralismo democratico». Nessun marxista può discutere menomamente sull’esigenza del centralismo. Il partito non può esistere se si ammette che vari pezzi possano operare ciascuno per conto suo. Niente autonomie delle organizzazioni locali nel metodo politico. Queste sono vecchie lotte che già si condussero nel seno dei partiti della II Internazionale, contro ad esempio l’autodecisione del gruppo parlamentare del partito nella sua manovra, contro il caso per caso per le sezioni locali o le federazioni nei comuni e nelle province, contro l’azione caso per caso dei membri del partito nelle varie organizzazioni economiche, e così via.

L’aggettivo democratico ammette che si decida nei congressi, dopo le organizzazioni di base, per conta dei voti. Ma basta la conta dei voti a stabilire che il centro obbedisce alla base e non viceversa? Ha ciò, per chi sa i nefasti dell’elettoralismo borghese, un qualche senso?

Ricorderemo appena le garanzie da noi tante volte proposte e illustrate ancora nel Dialogato. Dottrina: il centro non ha facoltà di mutarla da quella stabilita, sin dalle origini, nei testi classici del movimento. Organizzazione: unica internazionalmente, non varia per aggregazioni o fusioni ma solo per ammissioni individuali; gli organizzati non possono stare in altro movimento. Tattica: le possibilità di manovra e di azione devono essere previste da decisioni dei congressi internazionali con un sistema chiuso. Alla base non si possono iniziare azioni non disposte dal centro: il centro non può inventare nuove tattiche e mosse, sotto pretesto di fatti nuovi.

Il legame tra la base del partito ed il centro diviene una forma dialettica. Se il partito esercita la dittatura della classe nello Stato, e contro le classi contro cui lo Stato agisce, non vi è dittatura del centro del partito sulla base. La dittatura non si nega con una democrazia meccanica interna formale, ma col rispetto di quei legami dialettici.

Ad un certo tempo nell’Internazionale Comunista i rapporti si capovolsero: lo Stato russo comandava sul partito russo, il partito sull’Internazionale. La Sinistra chiese che si rovesciasse questa piramide.

Non seguimmo i trotzkisti e gli anarcoidi quando fecero della lotta contro la degenerazione della Rivoluzione Russa una questione di consultazioni di basi, di democrazia operaia o operaio-contadina, di democrazia di partito. Queste formule rimpicciolivano il problema.

Sulla questione dell’Autorità generale cui il comunismo rivoluzionario deve far capo, noi ritorniamo a trovare i criteri nella analisi economica, sociale e storica. Non è possibile far votare morti e vivi e non ancora nati. Mentre, nella originale dialettica dell’organo partito di classe, una simile operazione diviene possibile, reale e feconda, se pure in una dura, lunga strada di prove e di lotte tremende.

Le meschine comunità periferiche

Sulla sua possente strada che cerca e scopre la via unitaria delle forme di vita di relazione della specie umana in un corso grandioso e mondiale, più e più volte il socialismo si è trovato e si trova davanti lo stesso nemico: la frammentazione, la molecolarizzazione, la rottura in piccole isole dei complessi sociali e della loro vita. Questi tentativi si sono scritti in controsenso della stessa grandezza della rivoluzione capitalistica borghese, la quale nella epica sua battaglia contro la minutaglia salita dal medioevo costruì le macchine storiche unitarie che si chiamano Stati nazionali.

Il marxismo denunziò la pretesa di universalità di queste formazioni della storia, e la loro menzognera conquista di una unità centrale, non tagliandole con barriere verticali tra province, regioni e comuni, ma tagliando la loro costruzione sul territorio governato, orizzontalmente; ponendo la classe che stava sotto il peso sociale contro quella sovrastante che teneva nel pugno le leve centrali di tutto il sistema. Non si propose di strappare a questa brandelli del suo dominio di classe; ma di toglierle tutto il blocco delle centrali leve di guida, senza compromettere il risultato storico insito nel nuovo modo di produzione associata in masse, che faceva ruotare in un moto unico la produzione e la distribuzione dei beni e dei servizi, sempre più generali e complessi.

Associò tutti i lavoratori della nazione in un blocco tanto unico e stretto al suo centro, quanto quello dello Stato oppressore, e andò molto più oltre, cercando di fare un corpo unico centralizzato dei partiti proletari di tutti i paesi.

Mille ideologie forcaiole si posero contro questa unica via del cammino rivoluzionario, questo unico mezzo per uscire dalle tenaglie del sistema borghese internazionale. Alla base di esse sta la solita ubbia della libertà, sciocca ombra del fondamentale inganno dell’ideologia capitalista, che non osando che copertamente vantarsi di avere uniti i suoi già dispersi governati, si vanta invece di averli uno per uno sciolti da secolari legami e pressioni.

La libidine del libero convellersi capriccioso dell’individuo, e del suo vivere per sé, che tutte le fallaci filosofie gli propinarono trattandolo da spirito o da carne, non da specie e da umanità, si tradusse nella miopia, tra le altre, del limite familiare, poi di quello locale e campanilistico. Ad un certo momento si cercò di cambiare nomi e connotati alla teoria proletaria chiamandola non più socialismo, ma comunalismo. Al solito ciò pretendeva di essere un passo a sinistra; e se ne stava innamorando uno dei tanti che hanno avuto la sventura di scambiare sé stessi per marxisti rivoluzionari: nella fattispecie si trattava della meteora socialista dal nome di Benito Mussolini, cui fu il caso di dare il primo di numerosi tratti di… corda.

Sfilata di cordiali nemicissimi

La cronaca della politica italiana si tesse di una catena di esempi di queste idiozie spezzettanti, incardinate sui gruppetti spontanei e le piccole cerchie di locali interessucci, che si volevano tirare fuori o si illudevano di tirarsi fuori dalla tempesta della storia nazionale e mondiale con questo espediente indegno della grande borghesia quanto del proletariato, e proprio delle malfamate classi piccolo-borghesi, in Italia più che altrove patite di individualismo, di localismo, di libertarismo e di anarchia nel cianciare, ma nella carne della loro carne proclivi soltanto al cucciare e servire sotto la frusta di tutti i poteri.

Le edizioni di questa mania sono state inesauste, tutte ruotando intorno ad un associazionismo in gruppi «liberi», «spontanei», «autonomi», in quanto chiusi in orizzonti angusti, imbelli e conformisti ad ogni conservazione.

Che cosa disse di diverso il Mazzinianismo nelle sue formulazioni economiche e sociali davvero bambine, preconizzando le cooperative produttrici, se pure politicamente la sua repubblica passò per unitaria, contro la versione federale del Cattaneo? Ma in effetti, come mostra il caso svizzero, nella repubblica unitaria borghese il piccolo gruppo è meno legato che in quella federale e sotto i famosi governetti cantonali.

Che di diverso ci hanno cucinato i liberali-radicali di sinistra sguaiatamente dilagati alle cricche e camorre locali dal classico unitarismo statale del Cavour, nell’inarrivabile giolittismo piemontese, forma degenere di un Piemonte soggiogatore di staterelli feudali, e modello nostalgico del comunismo degli odierni «ordinovisti», che scambiano, a loro volta, l’economia comunista integrale con un giocare di libere locali aziende di produzione?

E che altro hanno inventato i cattolici riformatori e demosociali di Sturzo, del Partito Popolare, e della Democrazia Cristiana, e in genere il movimento della liberazione nazionale dal fascismo, con le sue parodistiche autonomia regionali, suscettibili d’un mangia-mangia ben più succhione di quello diffamato dai centralizzati e monopartitici fascisti?

Perfino il movimento, subito scomparso, del dannunzianesimo fiumano credette di imitare le forme sovietiche con un simile corporativismo di mestiere, non sovrastato da una forza politica centrale unica.

Tutte queste smanie di campanile e di provincia sono state sempre corteggiate dal sindacalismo del tempo soreliano e dall’anarchismo dei vari gruppi, che hanno sempre creduto che al capitale e al governo del capitale si potessero strappare dalle grinfie le vittime ad una ad una, non recidendo le canne bramose con un colpo solo.

Torino vide già il disdoro per il Partito Comunista di Livorno, cui aveva dato poderosi contributi con le azioni disfattiste durante la guerra e con la fiorente frazione anti-parlamentare nel seno del Partito Socialista del 1919, nella versione aziendista e frammentista del movimento dei consigli, che induceva gli operai a lasciare il partito, e anche a lasciar vivere lo Stato di Roma, pur di prendere in controllo e gestione una per una le aziende industriali.

Oggi, nel risibile periodo delle elezioni comunali, vera sbornia drogata del localismo italiota, affiora un altro movimento, che si chiama «Comunità», e sogna basi territoriali appena intercomunali, circondariali forse, per fondare una fantasima di società nuova.

In tutte queste forme la caratteristica è sempre la stessa; vi accedono lavoratori proletari, contadini, coloni, mezzadri, bottegai, bolsi intellettuali di discipline serve all’affarismo capitalista (di queste esempio precipuo è la chiassosa pseudo-scienza urbanistica, che crede che le sedi edilizie abbiano preceduto le forme sociali; e non l’opposto) e autentici industriali nella veste ipocrita di benefattori paternalisti.

Forse lungamente ancora le debolezze democratiche liberali e anarcheggianti, che infestano questa nazione, ci ammorberanno da ogni lato, ma noi, ben distinti da tutta questa scema genia, le getteremo contro la formula con cui lottammo durante e dopo la Prima Guerra, e accettando lieti la sfida alternante della dittatura nera. Unico partito che ha per motto: chi non è con noi è contro di noi; unico potere da conquistare e maneggiare alla stessa stregua contro tutte le forze opposte, contro tutti i dissensi, anche ideali.