La tragica liquidazione della guerra mondiale e il movimento comunista in Germania
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di Giovanni Sanna
Gli interni contrasti del sistema capitalista di produzione, che misero capo alla guerra mondiale e da questa furono acuiti fino alla esasperazione, sono giunti al punto critico, in cui ogni ulteriore dilazione diventa impossibile, e si presenta per il capitalismo l’indilazionabile dilemma di trovare una via di uscita dal caos economico o di perire.
L’eredità disastrosa della guerra ha dissestato in modo fantastico i bilanci di tutti gli Stati europei, anche dei più forti capitalisticamente parlando. In Francia, il deficit del 1920 raggiunse i 30 miliardi di franchi (circa 60 miliardi di lire). Secondo i calcoli dell’«Humanitè» il fabbisogno per il 1921 sarà di 45 miliardi di fr.. mentre le entrate ammontano, sulla carta, a 25 miliardi, restando così un disavanzo di altri 20 miliardi. Sicché, in due anni il debito pubblico francese sarà cresciuto di 50 miliardi di franchi! E intanto scema il gettito delle imposte, tanto che l’imposta globale, che nel 1920 avrebbe dovuto gettare 2 miliardi, ha dato soltanto 900 milioni. Il debito pubblico dell’Inghilterra è salito a circa 650 miliardi di lire. Negli Stati capitalisti di economia più debole naturalmente il baratro è ancor più profondo. Orbene, come provvedono i singoli Stati a fronteggiare le enormi spese solo parzialmente coperte dalle entrate? Coi prestiti, che accrescono ancor più il deficit, e con l’emissione di carta a getto continuo. Ma ogni nuova massa di biglietti messa in circolazione fa salire tutti i costi della vita; e il rincaro a sua volta determina l’abbassamento della potenzialità d’acquisto nei consumatori. Da ciò e dall’incessante assorbimento di capitali per il servizio dei prestiti statali nasce il ristagno e la contrazione della produzione, che chiude le fabbriche e le fa andare a orario ridotto, e getta in tutto il mondo milioni di lavoratori in preda alla disoccupazione parziale o totale.
L’esercito industriale di riserva cresce con ritmo impressionante, passa i limiti oltre cui esso cessa di essere fenomeno normale e condizione necessaria della produzione capitalista per diventare miccia grave e imminente per tutto il regime. Disoccupazione in massa significa miseria in massa e malcontento in massa e questo oggi significa pericolo immediato di rivoluzione sociale. La frenesia isterica con cui la borghesia di tutto il mondo si abbandona alle forme più cieche e meno intelligenti di reazione dice appunto che essa sente avvicinarsi il pericolo. La borghesia francese specialmente sente oggi di camminare sopra un vulcano.
Si capiscono le ansietà della borghesia internazionale. Per sanare le finanze statali, e quindi l’economia capitalista, occorrono enormi ricchezze. Ma dove prenderle? Si potrebbero bensì confiscare quelle accumulate potenzialmente dai capitalisti industriali e agrari, annullando i debiti statali ma ciò significherebbe appunto espropriare gli espropriatori; e finché la borghesia deterrà il potere, non acconsentirà certamente a suicidarsi. Non resta dunque altra via che quella di spremere all’ultimo sangue i lavoratori, aumentando all’estremo gli orari di lavoro e riducendo le mercedi. Questo è infatti il tentativo che i capitalisti fanno e intendono di fare in tutto il mondo, cominciando dall’America. Ma la borghesia sa pure che questa via non è senza pericoli sa che ogni aumento di pressione sul proletariato aumenta il pericolo della insurrezione, della rivoluzione proletaria, e quindi ogni borghesia nazionale cerca di allontanare il pericolo da sé, deviandolo in casa altrui. L’Intesa del capitalismo anglo-francese vuole appunto perciò addossare tutto il peso delle riparazioni alla Germania, vale a dire al proletariato tedesco. Ma anche su questa strada non mancano i pericoli. I tormenti della miseria e della duplice oppressione capitalista indigena e straniera potrebbero alla fine destare il proletariato tedesco sottraendolo all’influenza dei beveraggi alloppiati dei socialdemocratici, e gettandolo in braccio alla rivoluzione. Ci sarebbero, è vero, in tal caso i Negri di Foch. Ma questi dietro il proletariato tedesco potrebbero trovare i cavalieri rossi di Budienny; e non è conveniente per la Francia spostare dalla Vistola al Reno la linea di battaglia con la Russia soviettista.
Sicché, da qualunque parte si volga, la borghesia internazionale si trova chiusa la strada. Si capisce quindi l’ansia con cui essa corre dietro al miraggio di una soluzione, senza mai trovarla. Non l’ha trovata nelle innumerevoli Conferenze precedenti, né a Versailles, né a Saint-Germain, né a Sèvres, né a Trianon, né a Parigi, né a Londra, né ad Hythe, né a Bruxelles, né ad Amsterdam, né a Ginevra, né a Boulogne, né a Spaa. non l’ha trovata nella recente Conferenza di Parigi, non la troverà in quella di Londra.
IL DETTATO DI PARIGI
Come è noto, in seguito agli accordi presi a Parigi, alla fine di gennaio i governi francese ed inglese notificarono a quello di Germania le somme ch’esso è tenuto a pagare come «riparazione», a norma del trattato di Versailles. La Germania dovrebbe dunque pagare 226 miliardi di marchi in oro, più una tassa del 12 e mezzo per cento su tutte le sue esportazioni e aggiungendo le spese per le guarnigioni dell’Intesa in territorio tedesco, si ha la rispettabile cifra di 300 miliardi di marchi in oro, vale a dire circa 1200 miliardi di lire nostre!
Salta subito agli occhi tutta l’assurdità di tali enormi somme, tanto più quando si pensa che esse dovrebbero ricavarsi non da una economia capitalista florida, come era quella tedesca prima della guerra e della rivoluzione. Tanto che non è infondato il sospetto che i governi capitalisti d’Inghilterra e di Francia sappiano bene anche essi che tali richieste sono ineseguibili, e le abbiano presentate soltanto per continuare il giuoco di attutire il malcontento delle classi lavoratrici e le preoccupazioni della borghesia, colla speranza dei miliardi boches. Orbene, anche se integralmente attuate, le «riparazioni» non sarebbero neppur lontanamente sufficienti a colmare il baratro finanziario dell’Intesa. La Francia, come abbiamo visto, ha un deficit annuo oscillante tra i 30 e i 20 miliardi di franchi: orbene, la rata annua che secondo il dettato di Parigi le spetterebbe sul tributo tedesco non supererebbe i 7 e mezzo miliardi, vale a dire appena un terzo o un quarto del fabbisogno. La parte dell’Inghilterra, calcolata a circa un terzo della somma totale, sarebbe di circa 70 miliardi di marchi d’ore (circa 300 miliardi di lire), da riscuotersi per giunta in quarant’anni, mentre il debito pubblico inglese ammonta a più del doppio, 160 miliardi di marchi d’oro, 650 miliardi di lire! Sicché le riparazioni mentre darebbero il tracollo definitivo all’economia capitalista tedesca, e con ciò renderebbero sempre più difficile il riassestamento dell’economia capitalistica mondiale, d’altra parte non basterebbero affatto a «sanare» quella dei paesi «vittoriosi».
Ma la Germania, anche se volesse, non può pagare. Essendole già stata tolta la flotta, le colonie, le proprietà all’estero, non le resta altra fonte di redditi se non il prodotto delle sue industrie, cioè dei suoi lavoratori. L’oro da lungo tempo ha disertato la terra dei Nibelunghi e il bilancio dello Stato è ben lontano dall’aver delle riserve. Lasciamo infatti parlare le cifre. Secondo dati ufficiali, le spese dello Stato tedesco nel periodo dal 1° aprile 1920 al 20 gennaio 1921 ascesero a circa 83 miliardi di marchi, le entrate a circa 24 miliardi. Nello stesso periodo il debito fluttuante, cioè non coperto, crebbe di circa 63 miliardi. Le entrate in corso sono di oltre un terzo inferiori alle previsioni. L’intiero debito fluttuante dello Stato tedesco ammontava il 20 gennaio a 154,29 miliardi di marchi. Con che cosa dunque si dovrà pagare il famelico creditore francese? Naturalmente col lavoro dell’operaio tedesco. Ma anche qui il conto torna poco. Ecco infatti che cosa si legge a questo proposito nel n. 5-6 di «Kommunismus»: «Calcolando 15 milioni di lavoratori tedeschi con una prestazione annua di 36 miliardi di ore di lavoro a mezzo marco d’oro per ora possiamo nel migliore dei casi attribuire alla Germania odierna una capacità di lavoro equivalente a 18 miliardi di marchi d’oro all’anno. 6 miliardi sono necessari per l’importazione di viveri e materie prime. Per il consumo di 60 milioni di abitanti restano dunque appena 12 miliardi di marchi, mentre i consumi tedeschi dell’anteguerra importavano già il doppio, cioè 24 miliardi. E realmente le condizioni di vita dell’operaio tedesco son già scese del 45 % in confronto all’ante-guerra. Si supponga ora che da questa disponibilità si debbano ancor detrarre da 4 a 6 miliardi per riparazioni, rimarrebbero disponibili per il consumo soltanto 6 miliardi, cioè appena un quarto dei consumi di pace. Per esprimersi altrimenti, il lavoratore tedesco dovrebbe ridurre ancora di un’altra metà il suo tenor di vita, e reciprocamente, per continuare a mangiare il pane di miseria della repubblica ebertiana e a un tempo pagar i debiti della borghesia guerraiola il lavoratore tedesco immiserito, denutrito, sovraffaticato dovrebbe lavorare sedici ore al giorno invece di otto. Soltanto i ciechi oggi possono credervi».
E ancora. Ammettiamo pure l’assurdo, cioè che i proletari tedeschi sieno stati già tanto smidollati dalle prediche social-pacifiste da rassegnarsi a uno sfruttamento forse senza esempio. Neanche ciò scioglierebbe il nodo gordiano della crisi capitalista. Da un lato la Germania non potrà pagare i miliardi se non aumentando le sue vendite all’estero, e ciò non potrà fare se non vendendo a buon mercato, vale a dire riducendo la mercede dei suoi operai, ridotti ad essere a un tempo gli schiavi del capitale internazionale e i suoi crumiri. Ma gli altri Stati capitalistici si difenderanno contro la concorrenza dei bassi prezzi tedeschi con dazi protettivi, ed ora anche col famoso 12 ½%. Con ciò cesserà nuovamente la capacità riparativa della Germania, e rincomincerà all’infinito il giuoco della riduzione dei salari da un lato, di ostacoli all’esportazione tedesca dall’altro. Sicché ogni richiesta d’indennità più dittatoria è destinata a rimaner teoria, e ad accrescere soltanto il caos.
Oltreché assurde per la loro pratica inattuabilità, le richieste di Parigi sono in contrasto stridente le une con le altre. Infatti, mentre da un lato si chiedono alla Germania i miliardi, che essa evidente- mente non può pagare se non col prodotto del lavoro industriale, e cioè con un sovraprodotto destinato all’esportazione, dall’altra si strangola appunto l’esportazione tedesca con la clausola del 12 ½ % sulle esportazioni, aggravata dal controllo permanente che la commissione delle riparazioni dovrà esercitare su tutto il commercio tedesco. Questa contraddizione risale a un altro momento caratteristico della incapacità del regime borghese a risolvere la crisi da esso stesso create. Infatti, mentre la Francia mira a restaurare il suo disastroso bilancio, e vuole perciò i miliardi tedeschi; l’Inghilterra mira ad impedire le esportazioni tedesche e quindi a rendere impossibile alla Germania di pagare. II contrasto d’interessi tra Francia e Inghilterra, caratteristico dell’economia capitalista nazionale, ha condotto al radicale risultato della presentazione globale di due richieste che per natura loro si elidono a vicenda.
E su questo cumulo di assurdità sono riposte tutte le speranze di «ricostruzione» delle «democrazie» occidentali e dei loro val- letti socialdemocratici di tutto il mondo!
L’ORA RISOLUTIVA
II piano dell’Intesa è evidente. Le spese gigantesche della guerra non devono intaccare il profitto capitalista. Devono pagarle i lavoratori. Si metterà mano, a suo tempo, quando la rivoluzione russa sarà domata e la controrivoluzione si sentirà completamente padrona del campo, a tosare anche il proprio proletariato. Ma per ora non si può farlo, almeno non si può farlo ad oltranza, e si comincia perciò dal tedesco, contro cui è più facile, per ora, adoperare i cannoni di Foch. In questo piano di sfruttamento integrale dell’operaio tedesco, la borghesia tedesca è in massima perfettamente d’accordo con quella dell’Intesa. II disaccordo comincia soltanto nella questione della ripartizione del bottino. I capitalisti tedeschi lavorano per riservarsene la più grande parte possibile, quelli dell’Intesa per ridurre questa parte al minimo, e possibilmente per costringere i loro colleghi tedeschi ad accontentarsi di una semplice commissione come agenti e guardiani di schiavi dell’Intesa capitalistica mondiale. In tale qualità di custode, la borghesia tedesca deve essere e rimanere armata; ed è perciò che, nonostante tutte le note e i richiami ufficiali destinati a giustificare agli occhi delle masse dei paesi vincitori il mantenimento degli armamenti col pretesto dell’ostinazione tedesca a non disarmare, in realtà è la diplomazia dell’Intesa che ha permesso e per- mette ai Governi tedeschi di armare contro i lavoratori le varie milizie volontarie regolari ed irregolari; e in quella stessa Conferenza di Parigi, in cui venivano formulate alla Germania le inverosimili richieste, le si concedeva però un’ulteriore dilazione del disarmo fino al 30 giugno, e certamente le dilazioni saranno rinnovate fintanto che la borghesia tedesca potrà temere resistenza da parte dei lavoratori.
La borghesia tedesca ha perfettamente capito la parte riservatale dai vincitori, la stessa che essa avrebbe loro imposta se avesse vinto, e la accetta. Tutte le grida d’indignazione contro lo «strangolamento della patria tedesca». levate contro il dettato di Parigi dalla stampa borghese e socialdemocratica, non sono che commedia, destinata da un lato a impedire, con una nuova ubbriacatura patriottarda, al proletariato tedesco di accorgersi che qui si tratta solo della sua riduzione a schiavitù, a miseria, dall’altra ad ottenere possibilmente dai padroni di Parigi e di Londra una maggior quota di commissione. Questa è in realtà il significato del giuoco diplomatico che si va svolgendo in questi giorni a Londra. Come pure l’occupazione coreografica di città tedesche, mentre però continuano le trattative tra lupi e volpi, è destinata soltanto a mostrare che la sua borghesia è costretta solo dalla forza ad accettare la parte di guardiana di armenti da tosare.
L’ora è realmente critica, ma non per la «patria tedesca», bensì per il proletariato tedesco e per la rivoluzione mondiale. Se il proletariato tedesco non trova la forza e la volontà di resistere al piano di duplice sfruttamento indigeno e straniero, esso è condannato per generazioni ai lavori forzati nella miseria, nella denutrizione, nell’abbrutimento, a cadere nelle condizioni degli schiavi coloniali o dei coolies cinesi. Ancora una volta, forse l’ultima, il proletariato tedesco è chiamato dalla storia a decidere dei suoi destini e di quelli del mondo. Giustamente scrisse la Rote Fahne di Berlino «Per la terza volta nella storia si presenta alla classe lavoratrice tedesca la scelta fra il cercar la salvezza nelle braccia della bancarottiera borghesia tedesca, oppure nella rivoluzione tedesca e mondiale. La questione fu posta la prima volta il 9 novembre 1918. II proletariato tedesco allora fiaccamente e senza fiducia in sé segui la via propostagli dagli Ebert e dagli Haase, la via dell’accordo con la borghesia tedesca, del tradimento al proletariato russo. La storia ripresento la questione il 25 giugno 1919, allorché si dovette decidere sulla pace di Versailles. Allora furono essenzialmente gli Indipendenti a provocar la decisione, e anche allora decisero per il tradimento. Adesso, di fronte alla bancarotta della politica borghese tedesca, consumata nella Conferenza di Parigi, la questione sorge per la terza volta.
Il proletariato tedesco deve decidere se accettare la lotta per l’esistenza, oppure rassegnarsi alla morte per fame per paura della lotta. Dalla sua decisione dipende in gran parte, almeno nella fase attuale, l’esito del gran duello tra la rivoluzione proletaria e la controrivoluzione in tutto il mondo. Abbiamo visto che neanche se il proletariato cede e si lascia spremere dal proprio lavoro sotto la sorveglianza della propria borghesia agente- come mandataria dell’Intesa, i miliardi da questa voluti. la crisi capitalista può essere risolta. La borghesia potrà ottenere tutt’al più un prolungamento di agonia, rendendo più lunghi e aspri i dolori che tale agonia causa all’umanità lavoratrice. La crisi dovrà permanere allo stato più o meno latente, e acuirsi periodicamente, fino alla soluzione finale, che è fuori dei quadri del capitalismo. Ma se il proletariato tedesco, accortosi che la propria borghesia non e che lo strumento dei piani di sfruttamento del capitalismo internazionale, le volge definitivamente le spalle, la spossessa del potere e instaura in Germania la propria dittatura, la partita è definitivamente perduta per il capitalismo. La rivoluzione tedesca si salderà immediatamente, attraverso la Polonia anch’essa rivoluzionaria e facilmente sopraffatta, con la rivoluzione russa, e a questo blocco rivoluzionario, che avrà a un tempo le materie prime e i più perfetti strumenti di lavoro, il capitalismo sa di non poter far fronte. Questa situazione spiega benissimo la crescente nervosità dell’Intesa capitalistica, e spiega anche gli sforzi dei maggioritari e indipendenti tedeschi per far continuare le trattative e procrastinare così una decisione, che li metterebbe nella spiacevole necessità di dichiararsi apertamente per la borghesia contro la rivoluzione proletaria.
BORGHESI E SOCIALDEMOCRATICI D’ACCORDO
Naturalmente, anche questa volta i partiti e la stampa della borghesia giuocarono la commedia dell’indignazione e del patriottismo offeso, come se gli ordini di Parigi non fossero la logica conseguenza della politica seguita da loro durante la guerra e dopo, non fossero il portato naturale della «pace» di Versailles e della tattica di accordo col capitalismo intesista adottata da tutti i governi pseudo-socialisti e borghesi succedutisi dal 9 novembre 1918 nella Repubblica tedesca. Vero è che la borghesia tedesca aveva riposto alcune speranze nei dissidi interni tra le Potenze dell’Intesa; specialmente tra Francia e Inghilterra, tra questa e gli Stati Uniti, senza pensare che queste crepe si manifesteranno bensì allorché si tratterà di spartire il bottino, non ora che si tratta di assicurarselo. Del resto, come abbiamo già visto, la borghesia tedesca è da un pezzo decisa a sotto- stare alla volontà dell’Intesa anche per la necessità di costituire un fronte unico contro la rivoluzione. Le parate patriottiche, le dimostrazioni, le sedute coreografiche di protesta al Reichstag e negli altri minor Parlamenti locali ond’é felicitata la Germania, sono state semplicemente una manovra di politica interna: si trattava soltanto del tentativo di ricostituire il famoso «fronte unico nazionale» dell’agosto 1914, vale a dire di ingannare nuovamente le masse. La borghesia tedesca è ben decisa a non opporre nessuna seria resistenza, neppure quella resistenza passiva che pure sarebbe possibile, alle esigenze dell’Intesa, di cui ha bisogno per la lotta contro il proprio proletariato, mentre la resistenza porterebbe all’accordo con la Russia soviettista, alla rivoluzione. E la borghesia tedesca non ha alcuna voglia di suicidarsi; preferisce vivere come agente subordinata dell’Intesa, ma vivere. Sicché quando i tedesco-nazionali, con impeccabile logica nazionalista, proclamarono esser più dignitoso cedere alla violenza anziché firmare le disastrose condizioni di Parigi, e chiedere che si rompesse ogni trattativa, lasciando che l’Intesa trovasse essa direttamente le vie e i modi di fare i miliardi in Germania, cioe mettendola direttamente di fronte ai proletari tedeschi, rimasero isolati. La quasi totalità della borghesia tedesca trovò più igienico trattare, cioè cercare di ottenere possibilmente dall’Intesa una maggior provvigione per sé, per la sua futura opera di agente di custodia dell’Intesa. Essa spera di ottenere questa maggior provvigione col mettersi al servizio dell’Intesa nell’imminente ripresa offensiva contro la Russia dei Soviety.
L’iniziativa della «politica di accordo» partì dal più reazionario dei Governi tedeschi, quello bavarese del sig. Von Kahr. Questi non ositò un istante a cercare di volgere a vantaggio degli agrari bavaresi il «disastro» della «patria tedesca», cercando con accordi separati di ottenere dall’Intesa concessioni speciali nella questione del disarmo, particolarmente scottante per il paese dell’Orgesch, e mostrandosi in compenso molto arrendevole circa le riparazioni, che colpiscono assai meno la Baviera, paese agricolo non esportatore. Del resto anche il Governo del Reich, nonostante le infuocate proteste e le invocazioni patriottiche dei primi giorni, nonostante la conclamata «impossibilità», ha finito per seguire l’esempio bavarese. Appena una settimana dopo che il ministro tedesco degli esteri, Simons, aveva solennemente dichiarato al Reichstag che non si poteva trattare sulla base delle richieste dell’Intesa, ecco che l’8 febbraio una comunicazione ufficiale faceva sapere che invece il Governo tedesco aveva accettato l’invito di recarsi a Londra a trattare. La Rote Fahne credette di vedere in questa condotta del Governo tedesco una prova dell’incapacità della borghesia, oscillante fra le proteste e i tentativi di accordo. A noi sembra invece l’attuazione di un chiaro e astuto disegno, quello cioè di colorire agli occhi del proletariato tedesco, destinato a fare le spese, la già prestabilita sottomissione con la parvenza di cedere alla forza. E gli avvenimenti recentissimi, con la ridevole commedia di «sanzioni militari», mentre però continuano le trattative, ci sembrano confermare il nostro giudizio.
I dettati di Parigi e di Londra sono la dichiarazione di fallimento della politica borghese, ma anche e sopratutto della politica dei socialdemocratici di destra e di sinistra, che avevano fondato sull’accordo con le «democrazie» dell’Intesa, sull’orientamento occidentale, le loro rosee speranze di «ricostruzione economica» e di pacifico avvento del socialismo, del regno di Bengodi. Avvenuto, ora il crollo, la stampa e i partiti della socialdemocrazia sono i più caldi nel raccomandare l’accordo ad ogni costo, sperando di coprire così il fallimento della politica borghese, il loro fallimento. II Worwarts non si distingue affatto, per il tono dei suoi giudizi, dai giornali borghesi: e anche la Freihcit degli Indipendenti se ne differenzia solo per una maggiore circospezione.
Bisogna del resto riconoscere che la situazione degli Indipendenti è particolarmente difficile. Essi specialmente hanno alimentato nelle masse lavoratrici tedesche l’illusione che il socialismo si sarebbe sviluppato a poco a poco da una pacifica restaurazione «della economia». I signori di Parigi e di Londra non si sono curati gran che delle speculazioni dei Hilferding e consorti; ed ora essi piangono e gridano alla fine del mondo. Ma in fondo sono d’accordo col Worwarts nell’identificare gl’interessi del proletariato con quelli della borghesia, facendo scomparire ogni ricordo di differenza e di antagonismo di classe. Così la Freihed parla di «noi» della «nostra importazione» e della «nostra industria». E in pratica essi, gli «indipendenti», non fanno altro che appoggiare la politica borghese, raccomandando per carità di non rompere a nessun costo le trattative, e sperando che gli Stati capitalistici siano abbastanza «ragionevoli» da moderare le loro pretese. Come se non fosse naturale che i capitalisti dell’Intesa trovino la rovina della Germania sempre meno irragionevole della loro propria rovina, inevitabile a breve scadenza se la Germania non paga.
Sicché, di fronte alle richieste di Parigi i socialdemocratici tedeschi, tanto maggioritari che indipendenti, anche ora, come in ogni altro momento decisivo, fanno fronte unico con la borghesia. Con ciò recano il miglior aiuto, non solo alla propria borghesia, ma anche a quella dell’Intesa, che sarà più facilmente in grado di costituire fronte unico nazionale anche a casa sua, se potrà dimostrare, come al tempo della guerra, che lavoratori tedeschi son d’accordo con i responsabili tedeschi della guerra imperialista e delle devastazioni di essa.
L’ATTEGGIAMENTO DEI COMUNISTI
L’atteggiamento del P. C. tedesco nella crisi ha dato luogo ad appassionate discussioni anche in seno al partito stesso. II Comunista ne ha già dato notizia, pubblicando anche i più importanti documenti della polemica. Crediamo tuttavia opportuno riassumere sinteticamente i fatti, per dare di essi un’idea più chiara ai nostri compagni.
Nella «seduta storica» del 1° febbraio al Reichstag, quando presidente, fra le approvazioni di tutta l’assemblea, compresi gli indipendenti, dopo la sciatta esposizione della situazione creata dalla Nota dell’Intesa, fatta da Simons, il deputato comunista Hoffmann lesse la seguente dichiarazione:
«Le richieste avanzate dall’Intesa non hanno niente di sorprendente nel loro genere. Esse sono una prova del carattere brigantesco ch’è proprio ad ogni imperialismo, e che era altrettanto proprio anche all’imperialismo tedesco: Già ieri il Reichstag. rinviando su domanda del Governo la discussione su quest’importante affare, ha dichiarato la completa bancarotta della politica estera fatta sinora dal Governo. Esso oggi dichiara anche il proprio fallimento, aggiornandosi nuovamente sulla base di una vuota dichiarazione governativa, e in vista di uno sviluppo di cose, che logicamente e senza nessuna sorpresa deriva da tutta la politica del Governo, e verso il quale quindi ciascuna frazione può prender posizione fin da aggi, Noi, non volendo prestarci a mascherare la bancarotta, ma anzi volendo renderla pubblica, ci opponiamo al rinvio».
In questa dichiarazione non si può scorgere niente di particolarmente importante. E una delle consuete scaramucce di tattica parlamentare. Molto più interessante e nuovo fu il discorso del presi- dente del P. C., compagno avv. Paul Levi. Egli disse tra l’altro:
«Io domando ora a quei signori, che sono sempre così pronti a gridarci «andate a Mosca!», di sapermi mostrare una potenza al mondo, che pur essendo nemica dell’Intesa, non abbia dovuto curvar la schiena. E l’unica forza politica mondiale, che fino a questo giorno, fino a questo momento ha opposto resistenza alle potenti forze dell’Intesa, e tuttavia vive. Nei momenti, in cui loro non sapevano far altro che gridare «inaccettabile!», salvo poi a sottoscrivere, la Russia combatteva e restava dritta. Signore e signori! Senza dubbio loro inclinano a giudicare sugli elementi puramente militari la potenza, l’importanza, e, come si diceva un tempo, il valore mondiale di uno Stato. Prima della guerra era appunto una loro specialità quella di calcolare il valore mondiale di uno Stato dal numero delle gambe coperte di stivali d’ordinanza e delle navi scorazzanti armate per gli Oceani. E forse, se loro applicassero tal misura alla Russia, troverebbero una quantità non disprezzabile. lo dico forse, ma le cose dicono altrimenti. La Russia dei Soviety si è retta, e si è retta grazie a quella forza che conserva gli Stati, quella forza che lega allo Stato gli inferiori ceti dei lavoratori. La Russia dei Soviety si è mantenuta grazie alla devozione, alla volontà e all’entusiasmo dei suoi operai e contadini». Levi concludeva affermando che l’unica via di salvezza era l’alleanza con la Russia dei Soviety.
II compagno Levi non disse se quest’alleanza doveva esser fatta già dal Governo borghese, oppure se si doveva in un primo momento abbattere il regime borghese e in un secondo unirsi ai Soviety. Ma se quest’ultimo fosse stato il suo pensiero, egli avrebbe semplicemente detto che la salvezza del proletariato tedesco è nella rivoluzione. Il suo pensiero riceve luce da quanto in quei giorni di orgasmo scrisse la Rote Fahne. Questa il 31 gennaio parlava di «dissanguamento», di «strangolamento dell’economia tedesca», dimenticando ciò che qualche giorno dopo essa rimproverava alla Freiheit di dimenticare, e cioè che per i comunisti non esiste una «economia nazionale» come non esiste una nazione, ma soltanto classi in lotta con interessi economici antagonisti. Il giorno seguente il giornale comunista dichiarava di non voler schernire «le sempre nuove ferite che l’imperialismo dell’Intesa infliggeva alla Germania», alla «nazione» e insisteva nell’affermare l’alleanza con la Russia essere «l’unica via di salvezza per la nazione» e che su questa via «la nazione» doveva esser guidata dal proletariato, il quale avrebbe bensì dovuto superare la resistenza della grande borghesia, ma avrebbe trascinato seco larghi strati della piccola borghesia.
GLI SCHERZI DI MONACO.
A dare aspetto allarmante a queste manifestazioni di carattere alquanto dubbio, sopravvennero quelli che il Leví chiamo «gli scherzi» di Monaco, dove si ebbero vere e proprie manifestazioni di nazional-bolscevismo. Comunisti si mescolarono alle dimostrazioni della borghesia contro l’Intesa: al Landtag bavarese i deputati comunisti presentarono una mozione di protesta in comune coi deputati borghesi: e nell’organo ufficiale del partito comunista in Baviera, la Neue Zeit, uno dei compagni bavaresi più in vista, il Thomas, preconizzava il «fronte unico» della gioventù, invitando quegli stessi studenti, che calpestarono i cadaveri degli operai rivoluzionari a Monaco e nella Ruhr, ad unirsi con gli operai in un «nuovo sentimento nazionale», per muover guerra all’Intesa, in alleanza con la Russia dei Soviety. allo scopo di annullare la pace di Versailles, e di difendere la Repubblica dei Consigli, nonché la «patria».
Questa scappata però non trovò fortuna nel Partito. Quasi tutta la stampa comunista regionale insorse aspramente contro il «nazional-bolscevismo» dei Thomas e dei Graf. e singolarmente aspro fu il giudizio pronunciato sulla «Hamburger Volkszeitung» dal compagno Paul Frölich, uno dei più distinti teorici del partito. «Si può capire – egli scrisse – che i nostri compagni, costretti a sopportare in Baviera fiere persecuzioni e a temere ogni istante lo scoppio del terrore bianco nella sua forma più selvaggia, sieno stati tratti a una politica avventurosa, che sembra offrire una via di scampo da tali strette. Ma già tale origine della loro decisione – se essi ne hanno coscienza – avrebbe dovuto avvertirli che si trovavano su falsa strada. Giammai la politica comunista può esser determinata dalla paura». Anche la direzione del Partito prese posizione contro la deviazione di Monaco, ma, a confessione anche di coloro che del resto ne approvano la politica, come il Ludwig, con troppa lentezza, e si può aggiungere senza la risolutezza necessaria. Infatti, mentre gli appelli della Neue zeit per il «fronte unico giovanile» eran cominciati a comparire sin dal 2 febbraio, solo sei giorni dopo, quando era già avvenuta l’insurrezione nel Partito, la Rote Fahne pubblicava la seguente dichiarazione della Centrale della V. K. P. D.:
« I rappresentanti del P. C. nel Landtag bavarese hanno presentato una dichiarazione comune coi partiti borghesi relativamente alle richieste dell’Intesa circa il trattato di Versailles. L’attitudine del Partito comunista non può esser che questa caratterizzare la durezza delle condizioni dell’Intesa come una delle conseguenze del crimine capitalistico così della borghesia tedesca come della straniera, e nello stesso tempo additare la via per cui il proletariato può allontanare da sé le conseguenze del crimine, abbattendo la borghesia. La via del proletariato non lo conduce a far un solo passo insieme con la borghesia, ma bensì sempre contro di essa. In ogni momento è dovere dei comunisti quello di respingere gli intrighi della borghesia con la Intesa e di stigmatizzarli a dovere. I rappresentanti del Partito comunista al Landtag bavarese son venuti meno a questo dovere. Nel giornale di Monaco, la Neue zeitung. son comparsi articoli che non corrispondono a tale concetto, anzi vi contrastano direttamente. La Centrale del P. C. dichiara che tale condotta non è in accordo coi principi del Partito». Nello stesso numero dell’organo centrale del Partito la direzione aggiungeva una sconfessione degli appelli agli studenti, e infine dichiarava esonerati i responsabili da tutte le cariche di partito, incaricando in pari tempo le rispettive organizzazioni di esaminare «se quella condotta dovesse avere seguiti organizzatori» cioé se i compagni così messi in stato d’accusa dovessero venir radiati dal partito, come si chiedeva da più parti.
Naturalmente tutto ciò offri il destro alla stampa socialdemocratica di tutto mondo, dalla Freiheit all’Arbeiter zeitung di Vienna, di gridare allo scandalo, accusando i comunisti tedeschi di nazional-bolscevismo e di volere una nuova guerra contro l’Intesa.
LA CRISI DEL PARTITO
L’atteggiamento dei dirigenti del Partito, e specialmente di Levi, aveva suscitato viva emozione. Di essa si rese interprete la compagna R. Fischer con un articolo datato del 3 febbraio, ma pubblicato sulla Rote Fahne solo otto giorni dopo. In quest’articolo, già riprodotto dal Comunista, la Fischer sostanzialmente sosteneva che il P. C. non dovesse unirsi al coro d’indignazione per le esigenze dell’Intesa, giacché queste non erano che una manifestazione particolare della generale crisi del capitalismo, di fronte alla quale il proletariato tedesco non si trova in nessuna particolare posizione, se non quella di sentir prima gli effetti sul suo corpo; che per i comunisti non esiste la «nazione», ed è quindi per loro affatto indifferente che i «salassi» e le «ferite sieno apportati dal capitalismo straniero anziché dall’indigeno», che non si doveva fare nessuna rinunzia ai principi per «guadagnarsi le masse». Rimproverava al Levi l’errore fondamentale di voler spinger la borghesia all’alleanza con la Russia, che implicava per il proletariato tedesco la rinunzia alla lotta per abbatter la sua borghesia con l’aiuto del proletariato russo, e dichiarava che l’unica soluzione legittima per il proletariato era l’abbattimento rivoluzionario della borghesia tedesca, dopo di che il proletariato tedesco vittorioso si sarebbe sicuramente unito col russo, ma non per «la salvezza della nazione tedesca, bensì per rendere possibile la rivoluzione mondiale».
Di fronte all’attitudine della sinistra, la direzione del Partito convocò l’8 febbraio un’adunanza degli aventi carica nelle organizzazioni berlinesi del partito. Ivi la Fischer svolse la stessa tesi come relatrice della mozione d’opposizione, che crediamo utile riprodurre di nuovo:
«L’alleanza con la Russia dei Soviety sarà possibile soltanto quando il proletariato avrà afferrato il potere; la Germania dei Consigli si unirà alla Russia dei Soviety per rafforzare e difendere economicamente, politicamente e militarmente la rivoluzione mondiale, non per annullare la pace di Versailles. Il trattato di Versailles sarà definitivamente spezzato soltanto dalla rivoluzione francese e italiana, dalla rivoluzione mondiale… Il P.C. ha compito di condurre il proletariato su questa via (della rivoluzione mondiale); esso pertanto si rifiuta d’indicare alla fallita borghesia tedesca una qualsiasi via d’uscita, foss’anche quella dell’alleanza politica e militare con la Russia dei Soviety».
Nella stessa adunanza, Levi respinse l’accusa di aver niente di comune con le correnti nazionaliste, e di esser disposto a far loro concessioni, ma confermò esser suo pensiero che il propugnare, anche in regime borghese, l’alleanza con la Russia dei Soviety era conforme alla politica e agli interessi del potere dei Soviety, e quindi della rivoluzione mondiale, che non può esser portata sulle punte delle baionette russe, ma neppure senza di esse e che agli oppressori di tutti i paesi occorreva opporre tutti gli oppressi riuniti dalla Internazionale Comunista.
Infine, la direzione del P. C. così precisava il suo punto di vista sulla questione (v. Rote Fahne 11 febbraio, ediz. del mattino):
- «La classe lavoratrice tedesca non ha il minimo motivo di assumersi anche la più piccola particella di corresponsabilità con la borghesia per la pace di Versailles. Il proletariato tedesco tradirebbe sé stesso, e tradirebbe la sua lotta contro l’imperialismo internazionale, se accordasse alla brigantesca pace di Versailles un qualsiasi riconoscimento di principio».
- «Il trattato dell’imperialismo brigantesco può essere distrutto solo dal progresso della rivoluzione mondiale. Ciò non significa però che il proletariato tedesco debba aspettare di esser preceduto da quello d’Inghilterra e di Francia, praticamente significa soltanto che esso deve intensificare ed accelerare la lotta contro la propria borghesia, per stabilire il collegamento con la Russia proletaria».
- «Né il collegamento della rivoluzione proletaria tedesca, né l’esistenza stessa della Russia proletaria implicano l’intenzione e la necessità di muover guerra offensiva all’Intesa. Nei riguardi della politica estera la rivoluzione proletaria è sempre sulla difensiva, comunque poi essa conduca volta per volta la difensiva sul terreno militare, sia difensivamente sia offensivamente. Essa nel proprio interesse, per conseguire la pace, farà tutti i sacrifici che risultino compatibili con l’attuazione della ricostruzione economica comunista, e che saranno resi necessarii dal determinato rapporto di forze tra borghesia e proletariato».
- «In una crisi, come quella ora attraversata dalla borghesia tedesca, contrasta all’interesse del proletariato fare un qualsiasi passo che possa facilitare alla borghesia la soluzione della crisi, come p. es. lo spingere a trattative di pace. Occorre mobilitare le forze proletario non nel senso di far superare alla borghesia la crisi, ma nel senso di avvicinare il proletariato alla soluzione rivoluzionaria della crisi».
- «Nessun accordo capitalista, comunque formulato, potrà impedire il progresso dello sfacelo economico sotto la pressione degli oneri di guerra: nessun accordo capitalistico può contribuire minimamente alla restaurazione economica, ma solo alla ulteriore dissoluzione. Chi dice al proletariato che l’economia potrebbe essere restaurata se i capitalisti cercassero d’intendersi tra loro ragionevolmente, inganna la classe lavoratrice ed è oggettivamente un agente della borghesia.»
- «Qualunque strada la borghesia sia per scegliere onde uscire dalla crisi, deve sempre esser pensiero dominante del proletariato quello di acuire la crisi interna, perché la chiusura dei conti con la borghesia tedesca è in ogni caso il necessario presupposto della futura liquidazione della pace di Versailles.»
- «II tempo, i mezzi e i modi della liquidazione della pace di Versailles non dipendono dai desiderii del proletariato, ma dai rapporti di forza che si verificheranno allorché esso stesso si troverà direttamente di fronte alla borghesia dell’Intesa come potere statale. Si capisce che il proletariato non ha oggi il minimo interesse a legarsi le mani con dichiarazioni sia pacifiche sia di guerra».
OPPORTUNISMO COMUNISTA
In complesso, l’accusa principale che i «mille ansiosi» – così li chiama il Ludwig difensore della Real-politik di Levi rivolgono ai dirigenti del P. C. è quella di aver invitato la borghesia tedesca a far alleanza con la Russia dei Soviety. giacché una tale alleanza implicherebbe per tutta la sua durata la cessazione della lotta di classe in Germania – non essendo concepibile una lotta del proletariato contro gli alleati della rivoluzione russa, cioè della rivoluzione mondiale e quindi, se aiuterebbe il proletariato tedesco – ma anche in borghesia tedesca – ad uscire dalla strette del trattato di Versailles, costituirebbe però un esiziale colpo d’arresto alla rivoluzione mondiale, la cui premessa fondamentale è appunto la rivoluzione tedesca. Ma è veramente fondata l’accusa? Quando Ruth Fischer la formulò recisamente all’assemblea berlinese, le fu gridato che nessuno aveva pensato a ciò. Essa rispose ricordando gli articoli della R. Fahne e il discorso di Levi. Quanto al giornale, l’accusa sembra esagerata. Infatti, anche negli articoli redazionali in cui s’invocava l’alleanza con la Russia come sola possibile «salvezza per la nazione», è chiaro che nella mente dei redattori l’alleanza doveva essere preceduta dalla rivoluzione e dalla presa del potere per parte del proletariato. Per esempio, nel numero del 9-2 la R. F. disse chiaramente che i lavoratori non possono sperare salvezza da un’insurrezione armata, insieme con la borghesia, contro l’Intesa, ma soltanto strappando il potere alla borghesia e unendosi quindi con la Russia. Così pure l’idea di un’alleanza della Russia dei Consigli con la Germania di Fehrenbach ci sembra esclusa nella dichiarazione della Centrale del Partito, specialmente dal punto 6; sebbene anche in quest’occasione la Centrale non abbia provveduto a dissipar gli equivoci possibili con la necessaria sollecitudine.
Ma non così infondata appare l’accusa nei confronti del Levi. Intanto è assai significativo il fatto ch’egli non abbia detto chiaramente se l’alleanza poteva venir fatta solo da una Germania proletaria, o anche dall’attuale Germania borghese. Queste reticenze diplomatiche sono caratteristiche dell’opportunismo, e ricordano molto da vicino i procedimenti kautskyani. E il caldo accenno fatto dal Levi nel suo discorso in Parlamento a Kemal, portato come esempio di fortunata resistenza all’Intesa con l’aiuto dell’Internazionale Comunista, e il suo concetto della lega degli «oppressi» – quindi non più dei soli proletariati, e quindi non solo questi sono in tutto il mondo gli oppressi, ma può essere oppressa anche la borghesia; – ci sembrano elementi sufficienti per concludere che nel pensiero di Levi è ammessa la possibilità di un’alleanza politico-militare della Russia rivoluzionaria anche con la Germania di Simons e dell’Orgesch.
Il Ludwig ha cercato di togliere alla tesi leviana la sua punta nazionalista e piccolo-borghese, dicendo che la proposta di alleanza russa essendo inaccettabile dalla borghesia, non può avere che valore tattico dimostrativo, mirando essa soltanto a mostrare al proletariato, e non alla borghesia, che la via della salute porta in Russia, col fine di avviare così su questa strada le grandi masse ancora restie. Peccato però che questa propedeutica abbia bisogno di dolorare sulle «ferite apportate alla Germania» e di parlare in nome della «salvezza della nazione!». Così l’ipotetico guadagno «di strati piccolo- borghesi», nel quale sperava la R. Fanne, sarebbe in ogni caso caramente pagato con l’oscuramento della coscienza dei contrasti insanabili di classe anche presso quei lavoratori che già la posseggono.
Né maggior valore ha l’argomento secondo cui promovendo un’alleanza della Germania borghese con la Russia soviettista si fanno gli interessi di quest’ultima e quindi della rivoluzione mondiale. Già i compagni tedeschi di sinistra hanno dato l’appropriata risposta: la rivoluzione russa si aiuta soltanto con la rivoluzione tedesca.
Concludendo, ci sembra che una parte dei dirigenti del comunismo di Germania abbiano adottato anche ora, come avvenne già in altre circostanze – ricordiamo p. es. ciò che avvenne al tempo del putsch kappista – una tattica che non può esser qualificata altrimenti che opportunista. Ci viene in mente l’acuta osservazione di Pannekoek intorno alla tendenza di una parte dei duci del movimento proletario, di fronte alle difficoltà che si frappongono nell’Europa occidentale allo sviluppo della rivoluzione, a superarlo mediante il richiamo di larghe masse non coscienti, ciò che implica necessariamente un’attenuazione della lotta di classe e una rinunzia ad acuire il senso dei contrasti di classe. La via dritta che il proletariato tedesco deve battere per liberare se stesso e il proletariato mondiale dai pesi della guerra imperialistica è quella della rivoluzione e del rovesciamento della borghesia tedesca, complice necessaria della borghesia intesista pur attraverso le finte di questi giorni. Quando il prolerariato tedesco si sarà impadronito del potere, la borghesia tedesca non potrà più sfruttarlo per mandato dell’Intesa; e questa sarà costretta o a rinunziare alla preda, e a correre così precipitosamente contro alla rovina; a tentare di eseguire da sé lo sfruttamento, vale a dire ad assalire con le armi la rivoluzione tedesca. Ma allora entrerà veramente e legittimamente in azione l’unione con la rivoluzione russa, e si avrà l’atto risolutivo della drammatica lotta tra la rivoluzione e la controrivoluzione mondiale.
Ma la via della rivoluzione è difficile e perciò si è tentati di ricorrere a dei sostituti della rivoluzione. L’Internazionale Comunista deve vegliare. Che non mancheranno guardie vigili e fedeli, ne dà garanzia l’attitudine ferma dei compagni dell’ala sinistra, ai quali esprimiamo tutto il nostro consenso, a costo di essere catalogati anche noi tra i «mille ansiosi».