Internationella Kommunistiska Partiet

Riprendendo la Questione Cinese Pt.9

Kategorier: China, History of China, Karl Marx, Lenin, National Question, National Revolution

Moderartikel: Riprendendo la Questione Cinese

Denna artikel publicerades i:

Il problema del potere statale in Cina

Prima di proseguire con la descrizione dei fatti svoltisi in Cina dopo il 1949, per arrivare ad una corretta interpretazione della rivoluzione cinese dobbiamo liberare il campo da un tragico equivoco basato su una mistificazione infame. Poiché i “comunisti” cinesi affermano che in Cina esiste un potere politico proletario, il fesso qualunque o l’opportunista cosciente può affermare, contro la nostra interpretazione dei fatti: va bene tutto quello che dite, ma, dato che il proletariato è al potere, bisogna inchinarsi alla realtà concreta (cavallo di battaglia dell’opportunismo di sempre) e riconoscere che il potere proletario in Cina si è trovato ad agire in condizioni originali, che gli impedivano di seguire i dettami del marxismo validi per l’Europa del secolo scorso; la vostra analisi dunque, per quanto ben documentata, risente di teoricismo e astrattismo.

Al fesso comune come all’opportunista cosciente noi rispondiamo che tutta la nostra analisi tende proprio a dimostrare che in Cina non il proletariato è al potere, ma la borghesia, impersonata non tanto dai quattro rappresentanti fisici di questa classe, quanto dallo Stato nazionalista cinese che incarna gli interessi dello sviluppo del modo di produzione capitalistico (indipendenza ed unificazione del paese, accumulazione del capitale, difesa della Cina come Stato nazionale accanto ad altri Stati nazionali, repressione di ogni movimento proletario autonomo ecc.) interessi ai quali ha sempre ispirato ed ispira la sua politica il partito di Mao.

La posizione del marxismo rivoluzionario di fronte alle rivoluzioni borghesi

Pur riconoscendo la necessità della rivoluzione borghese, cioè di un rivolgimento che ha per scopo immediato la distruzione di poteri precapitalistici e di rapporti di produzione arretrati, per liberare i moderni rapporti di produzione, necessari al proletariato stesso per svilupparsi e combattere sul suo proprio terreno contro la dominazione del capitale e per la società socialista, il marxismo non ha mai posto questo problema in maniera astratta ma sulla base delle reali forze in gioco. È importantissimo ristabilire i cardini della dottrina marxista sul problema della tattica nelle rivoluzioni borghesi e nelle rivoluzioni nazionali: essi ci offrono la chiave per comprendere gli avvenimenti cinesi e risolvere il problema di quale classe in Cina abbia conquistato il potere e lo detenga oggi.

Il proletariato ha interesse alla distruzione radicale dei rapporti di produzione precapitalistici e allo sviluppo su scala mondiale dei rapporti di produzione capitalistici, che costituiscono la base reale del suo sviluppo come classe, e la premessa della futura società socialista. Perciò, in quei paesi dove si pone all’ordine del giorno la rivoluzione borghese (cioè il rovesciamento di classi e Stati preborghesi e la rimozione degli ostacoli che impediscono lo sviluppo delle forze produttive moderne), il proletariato, in quanto esiste, partecipa attivamente al rivolgimento, anche se questo non significa ancora lotta per i suoi specifici obbiettivi di classe ma lotta “contro i nemici dei propri nemici”. A questa lotta partecipano anche altre classi e strati sociali interessati a liberarsi dall’oppressione di condizioni retrograde (la piccola borghesia urbana, i contadini, la stessa borghesia). Quale deve essere la posizione del proletariato di fronte a queste forze che si muovono anch’esse sul terreno rivoluzionario per i propri specifici obbiettivi? Marx nel 1848 e nel 1850 per la Germania, Lenin fin dal 1895 per la Russia, l’Internazionale Comunista nel 1920 per tutte le rivoluzioni nazionali e anticoloniali, hanno tracciato una linea netta e precisa alla classe proletaria. Questa linea consiste nell’affermazione che il proletariato deve sì appoggiare il movimento democratico rivoluzionario borghese (in quanto rivoluzionario effettivamente sia), senza però dimenticare neanche per un attimo il carattere limitato di esso e il fatto che, appena compiuto il rivolgimento, gli interessi dei vari strati sociali entreranno in antitesi immediata e diretta coi suoi, gli alleati di ieri diverranno i nemici di oggi, e il proletariato dovrà rivolgere contro di essi le proprie armi, per ingaggiare la propria battaglia internazionale contro il dominio borghese. Perciò il proletariato deve mantenere ad ogni costo e in qualunque situazione la propria autonomia politica e organizzativa, teorica e pratica, e avere ben chiaro che, mentre tutti gli altri strati sociali si fermeranno e cercheranno di fermare il movimento rivoluzionario appena avranno o crederanno di aver raggiunto i loro fini, il proletariato deve da solo continuare la lotta – la sua lotta – per l’abbattimento del dominio capitalistico.

Questo e solo questo è il senso della politica sostenuta dai bolscevichi, e tale posizione si legge ad ogni passo in Lenin. La famosa alleanza tra il proletariato e i contadini, che secondo gli opportunisti e gli stessi maoisti sarebbe la grande scoperta del “leninismo”, e che in Lenin è propriamente una convergenza nella lotta, ha questo solo ed unico significato: in una situazione in cui dominano rapporti economici feudali, o in genere precapitalistici, le masse contadine, e soprattutto i contadini poveri e senza terra, sono rivoluzionari, in quanto tendono a spezzare con la violenza questi rapporti per accedere alla libera proprietà del suolo e all’impianto della piccola proprietà contadina. In tale situazione (e solo in tale situazione!) il proletariato si appoggia al movimento contadino, sempre nel presupposto che impieghi metodi rivoluzionari e persegua scopi rivoluzionari, spingendo la rivoluzione borghese “fino in fondo”, cioè fino al limite nel quale la convergenza diverrà aperta divergenza e la classe operaia cercherà di innestare sul tronco della rivoluzione borghese, la “bella rivoluzione”, da esso portata alle conseguenze estreme, la propria rivoluzione, la “brutta rivoluzione”, la rivoluzione non più della “fratellanza universale”, ma della resa dei conti fra capitale e lavoro, la rivoluzione non più antifeudale ma anticapitalista. Per Lenin, dunque, il confluire nella lotta rivoluzionaria contro l’ancien règime fra proletariato e movimento democratico borghese è un fatto temporaneo, e limitato a quei particolari paesi dove è ancora all’ordine del giorno la rivoluzione borghese: non riguarda in nessun caso i paesi in cui la rivoluzione borghese (cioè l’instaurazione di rapporti di produzione capitalistici) è da tempo compiuta e nei quali il proletariato lotta ormai soltanto per sé e per il suo fine comunista, e non ha nessun alleato. Ma anche dove ancora matura la rivoluzione borghese, la sua prospettiva è quella della doppia rivoluzione, che cioè da borghese si trasforma in proletaria. La corretta posizione marxista, sempre sostenuta da Lenin e dall’Internazionale Comunista, dunque, vede la lotta del proletariato di ogni paese indissolubilmente legata a quella della classe proletaria internazionale, la sua stessa classe; nei paesi arretrati, riconosce che un appoggio temporaneo può venirgli dalle masse contadine e piccolo-borghesi, ma solo per quanto riguarda il conseguimento di obiettivi compresi entro l’orbita delle rivendicazioni nazionali e democratiche.

Detto questo, dobbiamo tracciare il reale cammino storico per definire esattamente i compiti del proletariato nelle aree arretrate. Le tesi di Lenin a questo proposito sono chiarissime: stabilito che il proletariato deve in ogni caso mantenere e difendere la propria autonomia sia di programma sia di organizzazione nei confronti dei movimenti democratici, Lenin nega che la borghesia in questi paesi possa e meno che mai voglia condurre fino in fondo la sua stessa rivoluzione, e sostiene che solo il proletariato, ponendosi alla testa delle masse povere, può capovolgere radicalmente i rapporti sociali precapitalistici. Il proletariato dovrà travolgere gli ostacoli che la borghesia necessariamente creerà alla rivoluzione, se occorre alleandosi con gli stessi avversari dell’antico regime, per il terrore che il potere passi al partito dei proletari, ai quali essa ha dovuto far ricorso per la lotta armata antifeudale, ma di cui paventa un’entrata in scena con obiettivi autonomi – come nel 1848 francese, austriaco ed anche tedesco. Di fronte allo spettro della “seconda rivoluzione”, i proletari devono sapere in anticipo che la borghesia cercherà di risolvere la questione del rovesciamento dei rapporti precapitalistici nella maniera più blanda, più pacifica e più meschina possibile, e non esiterà a scagliare contro di loro le proprie forze dell’ordine per impedire che diano lo “assalto al cielo”. Fin dal 1848 e dal 1850 Marx indica come unica possibilità di riuscita della rivoluzione borghese in Germania, l’alleanza del proletariato con i contadini, sotto la sua direzione politica. Era ben chiaro a Marx, come lo fu successivamente a Lenin, che, nel quadro internazionale dei rapporti fra le classi, la borghesia dei paesi ancora dominati da rapporti di produzione precapitalistici preferirà sempre il compromesso con le vecchie classi dominati locali e con l’imperialismo, piuttosto che lasciarsi prendere la mano dalla classe operaia alla testa dei contadini, e non esiterà, se e quanto possibile, a praticare la repressione preventiva del movimento proletario organizzato. Fin dal 1898, nel suo scritto I compiti dei socialdemocratici russi, Lenin traccia chiaramente la prospettiva della doppia rivoluzione dichiarando che l’attività “democratica” del Partito in Russia è indissolubilmente legata a quella socialista: «Convinti che, ai nostri giorni, una sola teoria rivoluzionaria, la dottrina del socialismo scientifico e della lotta di classe, può servire da bandiera al movimento rivoluzionario, i socialdemocratici russi cercheranno di diffonderla con tutti i mezzi, di difenderla contro le false interpretazioni, di reagire contro ogni tentativo diretto a legare il movimento operaio russo, ancora giovane, a dottrine meno precise». Lenin, dunque, difende la indipendenza programmatica, teorica e pratica del proletariato anche in presenza dei compiti democratici che esso deve assolvere: quanta differenza rispetto alla posizione del Partito comunista cinese, che negli anni ’20 ha fatto delle illusioni borghesi di Sun Yat-sen il suo programma finale! Spiega successivamente che, nella lotta per il socialismo, il proletariato è completamente solo – cioè collegato unicamente con il proletariato internazionale – mentre nella lotta per la democrazia esso trova dei temporanei alleati in alcuni essenziali elementi della opposizione politica all’assolutismo:  «A fianco del proletariato si schierano gli elementi di opposizione della borghesia o delle classi colte o della piccola borghesia o delle nazionalità, religioni e sette perseguitate dall’assolutismo, ecc. ecc. (…) Il sostegno che danno loro i socialisti non impone alcun compromesso con i programmi e i principi non socialisti: è l’appoggio di un alleato contro un dato nemico; se i socialisti lo offrono, è per affrettare la caduta del nemico comune; ma non attendono nulla per se stessi da questi alleati temporanei e non fanno loro nessuna concessione (…) Nel porre in rilievo la solidarietà con gli operai di diversi gruppi di opposizione, i socialdemocratici distingueranno sempre da questi gruppi gli operai, spiegheranno sempre il carattere temporaneo e relativo di questa solidarietà, sottolineeranno sempre che il proletariato è una classe a sé la quale potrà domani diventare avversaria dei suoi alleati di oggi. Si obbietterà: Questo indebolirà tutti coloro che lottano per la libertà politica nel momento presente. No, questo rafforzerà invece tutti coloro che combattano per la libertà politica, risponderemo noi. Forti sono soltanto quei combattenti che si appoggiano sugli interessi reali, effettivamente riconosciuti come tali, di classi determinate, e ogni tentativo di nascondere gli interessi di classe che già si agitano nella società contemporanea indebolirebbe soltanto i combattenti (…) La classe operaia deve assumere una posizione indipendente perché solo essa è un nemico coerente e irriducibile dell’assolutismo, perché soltanto per essa è impossibile ogni compromesso con l’assolutismo».

Nel 1912, nel saggio Sul diritto delle nazioni all’autodecisione, Lenin riprende in termini perfettamente marxisti la questione dell’atteggiamento del proletariato verso rivoluzioni borghesi e lotte nazionali. Chiarito che il periodo delle rivoluzioni nazionali borghesi si è definitivamente chiuso in Europa nel 1870, e che da allora in questa area geografica nessun appoggio del proletariato ad altre classi è possibile, mentre invece è necessario, seppure temporaneamente, nei paesi che ancora non hanno compiuto tale rivoluzione, Lenin afferma:  «Il proletariato è contro un simile praticismo (il praticismo della borghesia nazionale): riconoscendo l’uguaglianza politica e l’uguale diritto per tutte le nazioni di formare uno Stato nazionale, esso attribuisce il massimo valore all’unione dei proletari di tutte le nazioni ed esamina ogni aspirazione nazionale dal punto di vista della lotta di classe degli operai. La parola d’ordine del “praticismo” è in realtà la parola d’ordine della accettazione senza critica delle aspirazioni borghesi (…) Gli interessi della classe operaia nella sua lotta contro il capitalismo esigono la solidarietà completa e la più stretta unione degli operai di tutte le nazioni, esigono che venga opposta resistenza alla politica nazionalista della borghesia, di qualunque nazionalità essa sia».

La posizione dell’Internazionale

Nel primo dopoguerra, la vittoria proletaria in Russia e la creazione della Terza Internazionale pongono in primo piano la lotta rivoluzionaria del proletariato alla scala mondiale e offrono alle lotte dei popoli coloniali di Asia ed Africa un punto di riferimento nello Stato proletario. Le posizioni dei comunisti sulla questione nazionale e coloniale confermano pienamente la posizione seguita da Lenin a dai bolscevichi. Questa prospettiva ha ora la possibilità reale di tradursi in pratica; il proletariato e il suo partito devono quindi accentuare il loro carattere autonomo ed indipendente, pur nell’appoggio del movimento nazionalista rivoluzionario borghese e piccolo-borghese. Le tesi di Lenin del 1920 scandiscono queste posizioni in maniera netta e precisa. Prima di tutto si afferma che non si deve prestar fede alle illusioni democratiche sulla possibilità di una uguaglianza delle nazioni e di una loro effettiva liberazione dal giogo coloniale in regime capitalistico. La tesi 2 afferma:  «Il Partito comunista, interprete cosciente della lotta del proletariato per l’abbattimento del giogo della borghesia, anche nella questione nazionale deve muovere non da principi astratti e formali, ma in primo luogo da una valutazione precisa della situazione storica concreta e anzitutto economica; in secondo luogo, da una netta separazione degli interessi delle classi lavoratrici oppresse, sfruttate, dal concetto generale degli interessi nazionali in genere, il quale esprime gli interessi della classe dominante». La tesi 3 ribadisce il concetto dell’alleanza fra il proletariato dei paesi industrializzati e le masse lavoratrici dei paesi soggetti: «La Società delle Nazioni e tutta la politica postbellica dell’Intesa svelano questa verità (che cioè le democrazie occidentali sono i peggiori oppressori dei popoli coloniali) con ancora maggiore forza e chiarezza, rafforzando ovunque la lotta del proletariato dei paesi progrediti e delle masse lavoratrici dei paesi coloniali e soggetti, e affrettando così il crollo delle illusioni nazionali piccolo-borghesi circa la possibilità di convivenza pacifica e di eguaglianza delle nazioni sotto il capitalismo». La tesi 4 conclude:  «La pietra angolare di tutta la politica dell’Internazionale Comunista nelle questioni nazionale e coloniale deve essere l’avvicinamento del proletariato e delle masse lavoratrici di tutte le nazioni e di tutti i paesi ai fini della lotta rivoluzionaria comune per l’abbattimento dei grandi proprietari fondiari e della borghesia. Perché soltanto tale avvicinamento assicura la vittoria sul capitalismo, senza la quale l’abolizione dell’oppressione e dell’inferiorità giuridica nazionale è impossibile».

La necessità assoluta di un movimento indipendente del proletariato e dei contadini poveri verso il movimento democratico borghese di liberazione nazionale, e del collegamento di esso con il proletariato rivoluzionario internazionale, è ribadito al paragrafo e) della tesi 1 che tratta in particolare dei paesi in cui predominano rapporti feudali o patriarcali contadini: «È necessaria una lotta risoluta contro i tentativi di dare una tinta comunista ai movimenti di liberazione democratico-borghesi dei paesi arretrati; l’Internazionale Comunista deve sostenere i movimenti nazionali democratici borghesi nelle colonie e nei paesi arretrati soltanto a condizione che in tutti i paesi arretrati tutti gli elementi dei futuri partiti proletari-comunisti di fatto e non soltanto di nome siano raggruppati ed educati nella coscienza dei loro compiti particolari, consistenti nella lotta contro i movimenti democratici borghesi in seno alla loro nazione. L’Internazionale Comunista deve concludere delle alleanze temporanee con la democrazia borghese delle colonie e dei paesi arretrati, ma non deve fondersi con essa e deve assolutamente salvaguardare l’indipendenza del movimento proletario anche nella sua forma embrionale».

Abbiamo cercato di rievocare attraverso queste citazioni la linea che ha sempre caratterizzato la posizione dei marxisti verso i movimenti rivoluzionari democratici borghesi nei paesi coloniali e soggetti. E da questo risulta chiaro che tutto il cammino della rivoluzione cinese si colloca al di fuori e contro questa prospettiva, e ne costituisce il rovesciamento completo. Stalin prima, Mao poi sono stati l’espressione più tipica della direzione borghese di un rivoluzione nazionale, della sottomissione ad essa degli obbiettivi e delle forze organizzate nella classe operaia.