Il movimento dannunziano (Pt.2)
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La politica
Il lettore non esigerà che, per dire in breve delle origini del movimento di cui ci occupiamo, abbiamo a rifare la storia delle manifestazioni politiche del suo condottiero. Si sa che il Poeta fu, molti anni fa, deputato; che passò in una memorabile seduta dalla destra alla sinistra dichiarando di andare verso la vita; che poi non si occupò di politica fino alle sue Canzoni di Gesta dedicate alla esaltazione della guerra in Libia, e quindi della grande guerra, a cui partecipò nei modi ben noti, dopo essere apparso come colui che precipitò l’intervento nel conflitto della nazione italiana. Queste attitudini di esaltazione bellica lo collocavano nettamente tra gli avversari del movimento proletario e socialista italiano.
Ma sono i fatti del dopouerra che hanno rapporto coll’argomento da noi trattato. L’occupazione dannunziana di Fiume prende il periodo dal Settembre 1919 al Gennaio 1921. In tutta questa fase D’Annunzio appare come l’antagonista dei governi ”neutralisti” di Nitti e Giolitti, e il campione del nascente movimento fascista, che si pone alla testa dell’agitazione a suo favore in Italia. Il Popolo d’Italia, però, aveva verosimilmente già disgustato il Poeta per la sua attitudine di quasi accettazione di quel Trattato di Rapallo, in seguito al quale i legionari furono sloggiati colla forza da Fiume; e si è più volte sussurrato che dei fondi raccolti per la causa fiumana sia stato fatto uso, non certo legittimato dal Comandante, per fondare su vasta base il movimento fascista nel Paese.
Registriamo questi fatti, su cui in ogni caso non a noi toccherebbe fare la luce completa, nel nostro intento obiettivo di stabilire il momento in cui si può cominciare a distinguere, tra i tradizionali ”interventisti” del 1914-1919, una divisione tra fascisti e legionari, Mussoliniani e Dannunziani, distinzione i cui termini, come vedremo, non è sempre dato di fissare con soddisfacente nettezza.
Usciti da Fiume i legionari di D’Annunzio, essi non si disperdono, ma conservano una loro organizzazione, la Federazione Nazionale dei Legionari Fiumani, e pubblicano anche a Bologna un vivace settimanale: La Riscossa. Il loro movimento è molto vicino a quello della Associazione Nazionale Arditi d’Italia, che si dichiara dannunziana, salvo a tener poi l’attitudine che vedremo. Ci si consenta di ricordare come, prima ancora dell’apparizione del fascismo vero e proprio sulla scena, fosse l’arditismo ad impersonare le prime gesta violente dell’offensiva antiproletaria: tra di esse il primo incendio dell’Avanti!
La linea di divergenza dei dannunziani puri dai fascisti pare essere questa: i dannunziani rappresentano quegli elementi delle classi medie, nutriti di una ideologia di guerra, che fecero proprio il primo programma del fascismo, che ostentava attitudini a tendenze di sinistra.
Non possiamo qui inserire una critica interpretativa del fascismo in generale, ma ci limiteremo a dire che questo, a nostro avviso, costituisce una ”mobilitazione” delle classi medie ed intellettuali, operata da parte ed a beneficio dell’alta borghesia industriale, bancaria ed agraria, mobilitazione che le classi medie medesime scambiano dapprincipio col problematico avvento di una loro funzione storica autonoma e decisiva, quasi di arbitre nel conflitto fra borghesia tradizionale e proletariato rivoluzionario.
Così il fascismo, che appare il concentramento di tutte le forze antiproletarie a difesa del fortilizio antico del capitalismo (sia pure a difesa assai modernamente e vigorosamente organizzata che non fosse nei vecchi metodi liberali, democratici, giolittiani, la cui epoca è tramontata) trova i suoi effettivi e i suoi quadri in tutta una gamma di elementi sociali, messi in moto dal grande sconvolgimento bellico, che si illudono di compiere uno sforzo originale, e in certo senso rivoluzionario.
Al centro della organizzazione fascista si trova l’affarismo e il parassitismo padronale, e la macchina statale, per quanto apparentemente dedita alle manovre di sinistra del nittismo parlamentare: alla periferia tutto quel misto di idealismi e di appetiti, caotico ed informe, del quale nulla di meglio le classi intermedie sapranno mai portare sul terreno del conflitto sociale.
Vigoreggiando la organizzazione fascista, se sempre meglio appare il suo carattere di meccanismo maneggiato dalle solite classi parassitarie, difficile riesce agli elementi piccolo-borghesi il distaccarsene per seguire una propria via, mancando ad essi i mezzi adeguati ad un compito indipendente, e restando la più parte dei loro capeggiatori soddisfatti o imprigionati nei posti di direzione del complesso movimento fascistico. Ma qualche nucleo di idealisti sinceri o di concorrenti delusi nella spartizione della torta, rimane e tende a differenziarsi: con questo si può dire di aver tratteggiato una certa spiegazione del formarsi del movimento dannunziano.
La formula: la direzione della vita politica a coloro che hanno voluto e fatta la guerra, accomuna all’inizio fascisti e dannunziani. Ma mentre per i primi la formula non è che il passaporto della difensiva borghese contro il proletariato rosso, che la guerra non voleva, e che dalle conseguenze di essa è spinto alla lotta per la sua dittatura rivoluzionaria, per i secondi la formula è accettata come autentica, come affermazione volta anche contro le vecchie caste dirigenti borghesi e imbevuta di un certo spirito eroico di rinnovamento, come condanna non tanto del disfattismo estremista quanto di quello degli speculatori e dei parassiti del fronte interno, veri profanatori del sacrificio e della vittoria. Questa seconda ala, sia pure in modo molte volte equivoco, vorrebbe orientarsi verso le forze libere del proletariato: la prima organizza i pretoriani del capitale e gli schiavisti dell’Agraria.
Nel periodo della prevalenza delle forze rosse, la distinzione non è sensibile: se le classi medie forniscono dei simpatizzanti per il proletariato, lo fanno attraverso altri movimenti piccolo-borghesi, e sotto la specie insidiosa del riformismo. Ma il distacco di cui ci occupiamo si comincia a delineare nel periodo successivo.
Pare che D’Annunzio non abbia approvata la partecipazione fascista alle elezioni del Maggio 1921, ritenendo egli che il metodo per la conquista del potere dovesse essere quello insurrezionale, da parte di forze nuove ed orientate a sinistra, e scorgendosi nell’attitudine di Mussolini la rinuncia a tutta una parte del primitivo programma e l’orientamento a destra, a servizio aperto del capitalismo. Certo è che in quell’epoca i legionari ricevono ordine di uscire dai fasci: ma non tutti lo eseguono, ché non pochi preferiscono seguire la più forte corrente. Nel periodo successivo la Federazione dei legionari dà scarsi segni di attività: ma nella seconda parte del 1922 sembra annunziarsi un suo atteggiamento antifascista. Si inizia da parte dei dannunziani un lavoro di carattere sindacale tra i lavoratori, contrapposto in un certo senso a quello fascista, ma tendente a creare un nuovo organismo operaio, diverso da quelli rossi, col noto programma della convocazione di una Costituente sindacale per la Unità proletaria.
Questa attitudine non poteva e non doveva apparire chiara agli elementi rivoluzionari del movimento operaio, e fu infatti diffidata, soprattutto dal partito comunista. Al centro del pensiero dei dannunziani stava un proposito di pacificazione generale in Italia, e se anche questo non era concepito nell’interesse e per fare il gioco della parte borghese, la impossibilità stessa della conciliazione lo rendeva suscettibile di produrre un tale risultato.
Tutti i partiti italiani, per lavorare tra le masse operaie, avevano costituita una loro propria organizzazione sindacale divisa dalle altre e infeudata al movimento politico: gli anarchici avevano la Unione Sindacale Italiana, i socialisti la Confederazione del Lavoro, i repubblicani la Unione Sindacale di Parma, a tendenza interventista, i popolari la loro Confederazione dei Lavoratori. Tutti questi partiti, o almeno quelli della sinistra, si dichiaravano fautori della unità proletaria, ma in fondo ognuno di essi poneva la tacita pregiudiziale del suo predominio nella organizzazione unificata.
Il partito comunista, invece, fin dalla sua costituzione, non fece altrettanto: pur ponendosi apertamente lo scopo di guadagnarsi una influenza predominante nel seno dei sindacati, faceva di questo obiettivo il punto di arrivo di tutto un lavoro di penetrazione e di propaganda a base dei suoi gruppi o cellule comunisti, ma si schierava anzitutto per la unità sindacale senza porre pregiudiziali esplicite od implicite di alcuna specie, pronto ad accettare con entusiasmo la situazione di un organismo unico delle masse sindacate economicamente, anche se in questo dovevano essere in maggioranza altri indirizzi politici. Il metodo dei dannunziani per giungere alla unità operaia era invece quello sbagliato e sfatato di partire dalla creazione di un’ennesima centrale sindacale nazionale scissa dalle altre e con esse concorrente per poi tutte condurle alla mille volte tentata unificazione.
Si aggiungeva a questo un altro pericolo, non essendo chiaramente escluso che alla costituente per l’Unità avessero a partecipare i sedicenti sindacati fascisti: il pericolo di giungere, attraverso il tentativo dei dannunziani, magari senza che questi stessi lo capissero, all’infeudamento di tutto il movimento operaio a controlli ed influenze statali e padronali che gli avrebbero tolto, con ogni vigore rivoluzionario, anche ogni capacità di difesa effettiva dalla rapacità capitalistica. Poteva darsi che le masse si illudessero di poter resistere allo smantellamento dei sindacati di classe, commissionato allo squadrismo dai grandi interessi padronali, sotto una etichetta meno provocatrice, come quella dannunziana poteva essere; mentre per noi era chiaro che una simile tattica non avrebbe salvato, come non le ha salvate la volontà di collaborazione e di sottomissione dei riformisti confederali, le libere e gloriose organizzazioni del proletariato italiano.
Per tutte queste ragioni il movimento sindacale dannunziano era considerato dai rivoluzionari come un equivoco, se non una insidia. Quanto meno esso si basava su di una tattica errata, e le forze che esso ha potuto spostare dalla piattaforma delle organizzazioni rosse, sono cadute malgrado i dannunziani stessi nell’orbita delle Corporazioni fasciste: di questa situazione è stata una presa di atto la recente dichiarazione di scioglimento del movimento sindacale dannunziano, anche se non ha valore generale e si riferisce specialmente alle organizzazioni fiorentine, passate, a poco a poco, in balia del fascismo.
Non ritorneremo sulla valutazione limitata del sindacalismo operaio che è propria della concezione dannunziana. Un libero movimento di organizzazione dei produttori non è possibile se esso non si basa su una aperta dichiarazione ed attitudine di lotta di classe, e sconfessa i movimenti che irreggimentano operai sotto etichette ”nazionali” e controlli effettivi della minoranza capitalista e del suo naturale strumento: lo Stato. La formula dell’unità estesa al di là di questi limiti sbocca immancabilmente nella soggezione e nella castrazione del movimento operaio. In uno Stato della borghesia, come per eccellenza è quello fascista, le Corporazioni ufficiali dei produttori non possono essere che strumenti dello sfruttamento contro di essi: solo lo Stato rivoluzionario del proletariato potrà riconoscere le organizzazioni proletarie veramente tali ed anche per questo è in un primo periodo una necessità evidente il lasciare autonomi i sindacati nel senso di non considerarli come organi stabiliti dalla Costituzione, alla guisa delle Corporazioni previste nella Carta del Carnaro (pur essendo i sindacati stessi diretti dal partito comunista, detentore del potere e guida dello Stato). Il lavoro sindacale dannunziano, basato su una vaga simpatia per il proletariato e una reazione morale contro i negrieri, da parte di quegli elementi piccolo-borghesi ed ex combattenti cui abbiamo accennato, per la scarsa chiarezza delle sue premesse e la scarsa comprensione dell’antitesi che ora abbiamo tratteggiata, si risolse in una indiretta valorizzazione delle Corporazioni fasciste, che opportunamente presero a prestito il loro stesso nome dai programmi dannunziani, per organizzare la sottomissione dei lavoratori ai loro parassiti.
Il piano del padronato, di spezzare le file della rete di organizzazioni economiche operaie per ritogliere ai lavoratori i vantaggi conquistati, come non si arrestò dinanzi alle formule di compromesso offerte dal riformismo ultraconciliatorista, così non fu paralizzato dalla tattica sindacale dannunziana. I saggi di questa, nella organizzazione dei ferrovieri ed in quella dei lavoratori del mare, confermano la nostra critica. Il sindacato dei ferrovieri in molti dei suoi ultimi atti è sembrato ispirarsi all’equivoco che noi deploriamo, ostentando di volere rinunziare ad ogni carattere ”antinazionale” per ottenere qualche transazione dal governo fascista. Per quanto mortificanti, questi passi sono falliti: ciò che l’offensiva fascista-capitalista, nelle aziende di Stato quanto in quelle private, deve colpire, non è la bestemmia contro la patria, ma quella contro la borsa della classe dirigente.
La organizzazione dei lavoratori del mare, diretta dal Giulietti con metodi contro i quali non abbiamo bisogno di ripetere la nostra aspra critica, ha voluto anche essa proteggere le conquiste puramente economiche della classe dei marittimi sacrificando alle trionfanti deità patriottiche, e offrendo la garanzia del nome di D’Annunzio per mostrar di non essere coll’Antinazione… Ciò a nulla è servito, quando si è trattato per il governo fascista di eseguire un mandato della classe armatoriale, ai cui appetiti dava fastidio l’esistenza stessa di un Sindacato indipendente. La difesa dei lavoratori del mare può ora essere condotta solo sulla via sempre indicata dai comunisti, chiamando i marittimi stessi a dire la loro parola e schierare le loro forze sul terreno della lotta classista, ossia contro gli armatori come contro il governo, contro l’unica cosa concreta che si può riconoscere sotto le abusate astrazioni di Italia, Patria, interessi della nazione… Se Giulietti e D’Annunzio si liberano da tale equivoco, la lotta sarà utile anche se sarà perduta, se essi pensano di salvare la situazione con formule che dissimulano la crudezza del conflitto degli interessi tra le opposte classi, noi non potremo che ripetere la nostra sfiducia per la infecondità di una simile linea di condotta.
La situazione sindacale in Italia, in conclusione, rappresenta la prova evidente della impossibilità di stipulare col governo fascista, strumento direttissimo del capitale nelle varie sue forme, un compromesso che consenta di vivere ad organismi sindacali autonomi nella loro azione economica, anche dichiarando di voler levare su questi una bandiera tricolore ed ispirarsi ad un proposito di conciliazione sociale. Giungeranno i dannunziani a dichiarare di aver constatato questo?
Una versione insistentemente ripetuta del dietroscena della marcia su Roma è questa: il 4 Novembre 1922 D’Annunzio doveva effettuare egli un ”colpo” del genere: i fascisti lo avrebbero appreso, e avrebbero precipitata la loro azione nel modo ben noto, per non essere preceduti. Pur sapendo che in tale giorno il Poeta doveva parlare a Roma, e che in quell’epoca egli accentuò le sue manifestazioni di dissenso dal fascismo, noi ci rifiutiamo di ammettere che un piano simile, se pur esisteva nella mente di qualcuno, avesse anche un minimo grado di probabilità di successo.
L’avvento al potere del fascismo, pur avendo avuto tutt’altro carattere che quello di un assalto frontale alla macchina dello Stato, ed essendosi svolto attraverso un compromesso, era un fatto di tale portata da essersi reso possibile solo in forza di una lunga preparazione e con la formazione di una organizzazione completa e potente. Che il fascismo nel cogliere i frutti della sua vasta campagna potesse essere soppiantato da altre forze, che non erano lontanamente paragonabili ad esso per efficienza, solo per l’effetto di un gesto compiuto in un momento piuttosto che in un altro, è cosa affatto incredibile. Ma il credere alla possibilità di simili ”beffe” alla storia, se è proprio di certe sfere di politicanti piccolo-borghesi italiani, ci pare caratteristico della mentalità dei dannunziani. Essi senza dare la giusta importanza alle vaste organizzazioni di effettivi interessi di classe, pensano di poter spostare le situazioni coi riflessi di attitudini puramente spirituali, e vedono in certi colpi di scena della politica, cari alla sensibilità emotiva dei lettori della stampa provinciale, non le efflorescenze, ma il contenuto stesso dei fatti storici.
Chi avrebbe seguito i dannunziani nel Novembre 1922? Tutti, si può rispondere, ma tutti è troppo poco, dove contano gli inquadramenti delle minoranze efficienti, e le loro influenze concrete su quell’inquadramento fondamentale di forze che è la macchina statale. Il proletariato, se pur fosse stato in quel momento capace di una azione decisiva, non avrebbe accolto un appello partito da D’Annunzio se non come una mascheratura del colpo fascista; tanto più che si era a poca distanza dal discorso dal balcone di Palazzo Marino: e le masse non si addentrano nelle chiose di certi testi, bensì giudicano dal significato semplicistico delle posizioni assunte: e quella era posizione di celebrazione di una conquista antiproletaria.
Dopo la marcia su Roma i fascisti hanno accentuato il loro boicottaggio del movimento autonomo dei dannunziani e non senza successo. Molte altre defezioni si sono avute tra i legionari: la Associazione Arditi d’Italia è passata ai fascisti, assumendo il nome di F.N.A.I. (Fed. Naz. Arditi d’Italia) col suo organo Fiamme Nere. I dannunziani conservano un vestigio nella A.N.A.I. e nella Associazione dei combattenti hanno una opposizione quella dei gruppi Italia Libera, che però risulta dalla confluenza di altre correnti oppositrici del fascismo e vicine ai dannunziani: socialisti unitari, repubblicani, massoni…
Con l’ordine governativo di scioglimento dei corpi armati la organizzazione dei Legionari si trasformò nella attuale ”Unione Spirituale Dannunziana”, la quale, pur dichiarandosi un movimento non politico ed elettorale, ma ”spirituale”, comprende tutti i cittadini che chiedano di aderirvi, e professa i principi della Carta del Carnaro, proclamando suo capo Gabriele D’Annunzio. La organizzazione è stata diretta finora da elementi che non sempre, come parrebbe, hanno potuto interpretare a titolo legittimo la volontà del Poeta. Nel recente Congresso tenuto a Ronchi, il vecchio leader, capitano Coselschi, elemento che può ritenersi della ”destra”, ossia con qualche simpatia per il fascismo, non ebbe buone accoglienze: i convenuti proclamarono che non intendevano disciogliere la loro organizzazione, come con falsa interpretazione dei voleri del Comandante erasi accennato di voler fare. I dirigenti attuali, delegati dal Congresso a visitare il Poeta, rappresenterebbero una corrente, predominante, tendente a sottolineare la opposizione al fascismo. La U.S.D. conta in Italia un centinaio di sezioni e circa duecento gruppi, con una organizzazione discretamente efficiente: ma essa non ha affatto stampa, neppure un settimanale o una rivista, che ne sia organo ufficiale.
Che cosa rappresenta effettivamente questo movimento nel quadro della politica italiana?, dobbiamo ora domandarci. Date le origini che ne abbiamo accennato, il movimento dannunziano può assumere il carattere di una forza di opposizione al governo attuale, ma indubbiamente esso attraversa un periodo di incertezza, come è legittimo dedurre dalla scarsezza e dalla poca chiarezza delle sue manifestazioni. Noi abbiamo tutta una serie di riserve da fare sulla efficacia delle opposizioni al fascismo che non siano a carattere classista e rivoluzionario, e queste riserve generali sono evidentemente applicabili anche ai dannunziani.
I gruppi e gruppetti di opposizione borghese al fascismo si agitano in questa contraddizione: non sanno fare neppure platonicamente e accademicamente delle recise manifestazioni di condanna del presente governo, non osano neppure spingere alle estreme conseguenze la opposizione ”legalitaria” e la critica teoretica, mentre paiono poi pervasi dall’illusione che in qualche modo misterioso la situazione stia per essere da un giorno all’altro rovesciata con metodi magari insurrezionali, o almeno con colpi di scena come quelli cui abbiamo accennato più sopra. Queste correnti sembrano dire: quanto noi siamo profondamente antifasciste non è il caso ora di dirlo e di scriverlo, ma lo grideremo ben alto ad un certo momento, ed allora Mussolini se ne andrà a gambe levate. Prima, non è il caso di comprometterci e compromettere i nostri piani.
In molti gruppi oppositori, democratici, massoni, e simili questa attitudine è pura ipocrisia e viltà, mentre non crediamo sia così per i dannunziani. Probabilmente i più sinceri tra essi credono alla utilità di questo coefficiente del mistero, e convinti di questo subiscono talvolta il gioco di elementi più infidi che li tengono così prigionieri dell’equivoco.
Noi, che siamo i più recisi oppositori del fascismo, sappiamo che in Italia non esiste nessuna forza che possa farci svegliare domattina con un altro governo. Nessuna stregoneria dell’alta politica può produrre questo risultato. Per nostro conto, avendo ben altre concezioni del processo rivoluzionario, non abbiamo nessuna ragione di nascondere alcune semplici verità. Primo: il nostro proposito è il rovesciamento colla violenza del regime attuale e quindi del governo fascista. Secondo: non abbiamo oggi una organizzazione che permetta di fare questo, e sappiamo che per costruirla occorre un lungo lavoro politico e tecnico, che si comincia così: dichiarando senza esitare che il nostro programma è quello ora detto, e attirando intorno alla necessità di farlo proprio la massima attenzione delle masse. Il metodo non è comodo come un incantesimo tramato nella caverna delle streghe, ma è l’unico che condurrà a qualche risultato.
Il movimento dannunziano dovrebbe cominciare col precisare il suo programma di opposizione al fascismo attraverso chiare manifestazioni. Sebbene non si tratti di una vasta organizzazione, le sue tradizioni e il nome del suo capo darebbero a un tale atto un notevole peso politico. Non compiendo questo minimo di apertura di ostilità, non possono i dannunziani pretendere di trovar credito presso il proletariato.
Insieme alla questione del fine, si presenta quella del metodo. Tutte le recenti manifestazioni di D’Annunzio pare abbiamo una portata di pacificazione, di invocazione alla concordia, di sconfessione della violenza ”da qualunque parte essa venga” secondo una formula molto abusata. Si tratta dunque di invitare le masse a subire passivamente la violenza avversaria, non solo in quanto la strategia più elementare sconsigli la controffensiva, ma in nome del principio che le forze spirituali avranno ragione della prepotenza degli oppressori? Questa è nell’ipotesi più benevola un’illusione, ed è attitudine di cui il proletariato ha imparato a diffidare, attraverso tanti esempi in cui i conciliatori, anche più vicini di D’Annunzio alle masse operaie nella scala politica, sono nel momento dell’invano deprecato conflitto passati sotto le bandiere della violenza, sì, ma contro il proletariato.
Noi ci domandiamo se l’antifascismo dannunziano consista non nel condurre una azione attiva contro il fascismo, ma solo nello stigmatizzare che il movimento degli ”artefici della vittoria” si sia incanalato nella violenza partigiana e antiproletaria, per dedurne solo uno sterile invito a tornare indietro da questa via e tendere la mano a tutti gli ”italiani”. Questo sarebbe troppo poco, anche tenendo per escluso che sia una cosciente insidia.
Tutto questo merita di essere chiarito, prima che da ricerche critiche nostre e di chicchessia, da dichiarazioni ufficiali di responsabili del movimento dannunziano, i quali dovrebbero capire che questa chiarificazione è premessa indispensabile ad ogni azione fortunata. Il mistero non serve ad un movimento rivoluzionario, anche insurrezionale, e tanto meno poi ad un movimento solo ”spirituale”. Noi, rivoluzionari, per tornare a questo confronto, usiamo del segreto non per i nostri scopi (fin dal Manifesto del 1847 diciamo che ”i comunisti sdegnano di nascondere i loro scopi”) ma solo per proteggere il ”meccanismo” materiale della nostra organizzazione ed azione, insidiato dall’avversario. Il mistero sulle posizioni politiche non è mai un coefficiente di successo – per i movimenti di avanguardia – ma solo la prova dell’equivoco, della effettiva natura conservatrice delle correnti che ostentano un semi-estremismo per la platea.
In mancanza di una risposta ”ufficiale” ai nostri interrogativi, mal possiamo coi mezzi della nostra analisi critica spingerci più oltre, e prevedere quale sarà la sorte e il compito del movimento dannunziano nella politica italiana. Movimento di intellettuali, di professionisti, di antichi combattenti, esso ci pare assommi quanto questi strati possono dare di non antiproletario, in una situazione in cui il proletariato sia sconfitto. È qualche cosa. In queste situazioni è molto difficile che gruppi delle classi medie non optino, tra le due dittature, per quella della borghesia.
Un movimento come quello dannunziano potrebbe avere una funzione opposta e simmetrica a quella del fascismo: come la massa degli elementi sociali medi usciti dalla guerra hanno abbandonata la via di un’azione autonoma per gettarsi nel solco della grande borghesia, questo gruppo potrebbe – dopo aver tentato invano, per vie opposte, di perseguire quella ipotetica funzione indipendente, nella vita politica della ”intelligenza” – essere spinto dalle sue simpatie per le forze del lavoro a gettarsi al seguito in un proletariato movente alla riscossa. Va da sé che questa non è che una possibilità, e che ve ne sono altre, dipendenti anche dal dubbio su quanto verrà e potrà fare D’Annunzio stesso nell’agone politico. E va anche da sé che noi non crediamo ad un compito preminente, ad un intervento con forme originali, di questo movimento ”spirituale”, in quanto esso pretenda di fungere da guida alla classe dei lavoratori su altre e ”nuove” vie che non siano quelle della lotta classista e rivoluzionaria, di aprire alla storia altri e diversi sbocchi, sia pure fecondando il suo sforzo con la fede, che dovrebbe essere il suo connotato specifico, nella onnipotenza mistica dell’eroismo e del sacrificio.
In ogni modo non potremmo non vedere con soddisfazione, integri restando tutti i punti teoretici e politici della nostra critica e del nostro chiaro dissenso, un movimento di agitazione di idee e di aperta discussione, che svolgesse su vasta scala questo tema: del disinganno di molti elementi intellettuali ed ex-combattenti sulla portata del fascismo, che oggi si svela come strumento della crassa materialità degli interessi parassitari più pesanti e più spietati, e mostra la miseria delle sue pretese restaurazioni di valori intellettuali, morali, spirituali.