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La Russia nella storia mondiale, nella Grande Rivoluzione e nella società contemporanea Pt. 1

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Moderartikel: La Russia nella storia mondiale, nella Grande Rivoluzione e nella società contemporanea

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Sintesi delle relazioni di Bologna, Napoli e Genova

a) Bologna

1. Marxismo ed enigma russo

Sorto il sistema unitario marxista, nel doppio inseparabile aspetto di scienza della economia moderna mercantile capitalista (Inghilterra, Europa occidentale e centrale) e di teoria dello svolgimento storico che fa dipendere le forme e le lotte politiche dalla sottostruttura economica e dallo avvicendarsi dei modi di produzione tipici, anche i suoi seguaci, davanti ad una Russia in cui la rivoluzione liberale tardava, e con essa il gran trapasso dal modo feudale a quello borghese di economia, si fermarono davanti al quesito: Vale la dottrina del materialismo storico a spiegare ANCHE lo svolgimento della storia russa? O è questo originale, peculiare, estraneo agli schemi di classe e al modello delle successioni storiche fondato da Marx sui dati della storia dei paesi giunti nell’ottocento alla piena forma capitalistica?

Nostra risposta: la teoria materialista della storia e la legge della scienza economica sono, per la scuola marxista, applicabili alla Russia e all’Europa. Esse hanno valore per tutti i luoghi e tutti i tempi del divenire sociale umano, per tutti i trapassi da uno ad altro modo di produzione, per i popoli più sviluppati come per quelli più arretrati.

2. Rivoluzione europea borghese e proletaria

All’inizio del movimento operaio moderno, dopo le grandi rivoluzioni borghesi in Inghilterra (sec. XVII) e Francia (secolo XVIII), e al tempo del grande incendio rivoluzionario del mezzo secolo XIX, che deve estendere la rivoluzione liberale all’Europa continentale, e in cui un proletariato già dotato di connotati organizzativi e teorici è presente, nonché per tutto il susseguente periodo fino alla Comune di Parigi (guerra franco-prussiana 1870-71), come il nascente movimento internazionalista operaio e la sua dottrina marxista valutano il gioco della Russia?

La risposta è che in una tale fase storica e in tale campo geografico (area) i marxisti, pure avendo il chiaro fine di far scoppiare la rivoluzione socialista e sradicare la forma capitalistica ove essa è matura, appoggiano ogni moto per la sistemazione liberale e nazionale-indipendentista di Europa come inseparabile condizione della liquidazione della reazione feudale, e quindi difendono le guerre di liberazione nazionale di tedeschi, italiani, ungheresi, polacchi e così via. Lo Stato russo è considerato non maturo per una rivoluzione interna anche borghese liberale, e definito come ”riserva della controrivoluzione”. Pregiudizialmente allo studio delle sue forze interne, è tesi marxista sicura quella di favorirne la sconfitta militare, in ogni urto con potenze europee, come quella dell’alleato sistematico della reazione sia quando una capitale europea si leva contro l’assolutismo feudale, sia ed ancor più quando la classe operaia, come forza nuova e diversa, scende sulla barricata.

Quindi con rigorosa coerenza teorica la Prima Internazionale e il suo Maestro Carlo Marx sono per la vittoria contro la Russia, tanto degli insorti di Polonia che degli eserciti europei alleati coi turchi, che della Turchia sola (sebbene più che feudale), come nella futura prevista grande guerra della Germania contro slavi e latini. Di qui tutte le menzogne sulla posizione antislavista di Marx per pretese ragioni nazionali e razziali.

Dal 1871 in poi, caduto Napoleone III alleato della Russia, e levatosi eroicamente il proletariato di Parigi, il marxismo è per la vittoria del proletariato contro tutti gli eserciti europei, compreso il russo, contro di lui confederati, pur plaudendo ancora nel 1877 alla disfatta a Plewna delle truppe zariste.

3. Cose sociali di Russia

Dall’interno dell’immenso paese giungono ormai insopprimibili gli echi di una lotta rivoluzionaria delle classi, e della ribellione al regime dello zar e dei feudatari. Come questo corso si svolgerà? Darà esso luogo ad una rivoluzione liberale, al potere parlamentare della borghesia ed allo sviluppo economico capitalista che farà nascere un potente proletariato, al passo con quello europeo? Una teoria rivoluzionaria amarxista sostiene una ben diversa prospettiva, che vuole poggiarsi sul sopravvivere in Russia della primitiva forma del villaggio agricolo comunista, soggetto, sia pure, alla nobiltà e allo stato autocratico, e traccia la via di un passaggio ad economia collettiva col ”salto” della fase capitalista. Come Marx ed Engels vedono una tale tesi, che eleva al rango di classe rivoluzionaria i contadini al posto degli operai salariati?

La risposta di Marx è che un poggiarsi di una economia comunista sui residui del comunismo primitivo è pensabile solo se la rivoluzione russa sarà contemporanea ad una vittoriosa rivoluzione europea del proletariato moderno, che si impadronisca su scala totalitaria dei mezzi di produzione capitalisti.

Ben presto egli dichiara che una tale occasione storica è perduta per la Russia: lo zarismo stesso vi introduce l’industria urbana, la riforma agraria nel 1861 in realtà più che liberare i servi ha trasformato gli antichi coltivatori in comune in minimi agricoltori proprietari o aspiranti a tale condizione, che ne fa non dei rivoluzionari ma dei codini.

L’analisi russa interna è poi condotta da Engels con studi del 1875 e del 1894. Essa conduce ad escludere la congiunzione storica tra l’antico mir comunistico e il socialismo, la capacità rivoluzionaria del contadino se non ai fini di una rivoluzione puramente borghese di cui ancora non sono in campo i protagonisti, e constata l’affermarsi potente di forme di pieno capitalismo in una industria delle città, in una rete ferroviaria moderna, e in stabilimenti meccanici per fini guerreschi di primo ordine. Assegna quindi alla Russia lo stesso svolgimento delle nazioni di Europa più avanzate, e ribadisce la tesi centrale del marxismo: la Russia può accelerare la corsa verso il socialismo, cogliere le occasioni che le rivoluzioni antifeudali danno storicamente al proletariato, su una sola base: l’appoggio di una trionfante rivoluzione sociale in Europa.

4. Nomadismo e società fissa nell’area ”grande slava”

Scritti dei grandi marxisti europei e russi ci sono valsi, ai fini del giudizio sulle più recenti forme e fasi sociali e politiche in Russia, a combattere l’affermazione che nella storia russa dalle origini cada in difetto la possente teoria Marx-Engels-Lenin sulla società e lo Stato. Lo Stato non appare che in società ormai stabilmente fissate su un territorio. Ma non vi appare necessariamente subito, bensì solo quando tali prime società, in ragione soprattutto della poca terra disponibile in rapporto alla forza numerica umana, si scompongono in classi e in cozzi interni ed esterni. Densità umana, natura del suolo quanto a possibilità di movimento, a clima e a fertilità, hanno quindi dato luogo a diversi tipi di sviluppo, nei quali lo Stato si è presentato a stadi ben diversi.

Una parallela applicazione della teoria del materialismo storico, svolta nel nostro studio, ci fa assistere al nascere dello Stato nei vari grandi campi. In quello asiatico radolo Stato sorge quando in lotte tra libere gentescomuniste troppo vicine un popolo militare assoggetta altri e forma classi di schiavi ”personali”, masse di forza lavoro rurale e urbana al servizio di capitani, monarchi e famiglie signorili. Nel campo asiatico fittolo Stato centrale si fonda sul tributo e soggezione collettiva di villaggi agricoli stabili, in cui lavoro e consumo sono comuni e collettivisti; forma specialmente statica per millenni. Nel campo greco romano classico lo Stato è democratico per una classe di liberi, diversamente padroni di terra e di schiavi, posseduti non come collettività ma come singoli possessi (uomini e suolo) di individui della classe libera. Stato tardivo, ma avanzato e di sviluppato diritto. Questo Stato divenuto Impero si dissolverà nel feudalesimo, con la liberazione del troppo costoso schiavo, la fine della grande produzione e del commercio generale, e la molecolarizzazione periferica dei poteri. Nel campo Germanico il popolo nomade si fisserà sulle terre del caduto o cadente impero e lo Stato non sorgerà che come potere feudale disperso. Ricomparirà lo Stato in questa Europa, dei due campi mediterraneo e nord-centrale, quando le nazioni borghesi, soppressa come fu la schiavitù anche la servitù della gleba, sostituiranno il potere della nobiltà, già menomato dallo Stato centrale monarchico nazionale.

Che di diverso nel campo russo? Vagliati gli elementi fisici di clima, distanze, comunicazioni, articolazioni tra mari, piani e monti, gli elementi storici della fissazione di diversissime razze in turbinose vicende di invasioni e sterminii di popoli non nutriti dal terreno sterile, ne sorge la precocepremessa al sorgere della macchina-Stato, che la leggenda dice chiesto da genti senza pace non duecento ma mille anni fa al conquistatore ed esploratore vichingo Riurik. Questo Stato politico e militare non si dissolve nel feudalesimo; esso governa sui liberi mirche rende tributari; i nobili autoctoni o di importazione non asserviranno i villaggi che in parallelo e su per giù in parità statistica (fino al 1861) con lo Stato (la Corona) e in parte coi monasteri.

La conclusione dello schema, qui richiamato in modo scarno, è che per ragioni tratte da soli elementi materiali e deterministi ben si vede che in Russia il feudalesimo non fu mai antistatale, e fu un vero feudalesimo di Stato; il che senza sorpresa ci fa vedere un capitalismo che nasce statale e vince nella forma statale, ”direttamente”, senza la apparente forma privata singola. Questa costituisce, in dottrina nostra, una variante giuridico-politica, non sociale, perché l’avvento primo del capitalismo è avvento della produzione sociale; che contro la società produttrice e consumatrice si opponga, come nella dialettica teoria di Engels, la classe dominante, o lo Stato, non è che espressione con parole diverse del medesimo fattore storico.

Ogni comunismo delle genti primigenie, da quando sorsero le classi e con esse uno Stato estraneo e centrale alla comunità di produttori, cessò di essere comunismo, e finì nella schiavitù, nella servitù della gleba, o nella classica piccola proprietà dei liberi, a seconda dei campi, ma nella lettura di una stessa scienza della umana storia.

5. Il marxismo russo

Dal 1800 la formazione dall’alto di un’industria in Russia, iniziata storicamente da lontano dagli zar guerrieri, uscendo di forza dalle primissime forme di industriacon servi, genera nella città il proletariato salariato, nelle cui file la disastrosa riforma servile, creatrice solo di pauperi, rovescia nuove armate di lavoro. Sorge il marxismo teorico con grandi nomi, e grandissimo Giorgio Plechanov maestro di Lenin, e fa sua la teoria della rivoluzione operaia, e conduce la critica inesorabile del populismo contadino. La nostra esposizione ha mostrato che in un lungo corso il marxismo russo si libera delle stesse forme deteriori che per l’Occidente denunzia il capitolo finale del Manifesto de 1848. Il ”marxismo legale” di Struve, l'”Economismo”, le cento scuole contadine, populiste, libertarie, hanno la portata del socialismo feudale, reazionario, borghese, piccolo-borghese, che in lunghe battaglie per sempre Carlo Marx aveva sgominato. I marxisti russi si raccolgono infine nel Partito Socialdemocratico, che ha per sua base la dichiarazione di falsità della tesi: La rivoluzione russa ha una sua via speciale, non avrà protagonista la borghesia né gli operai, ma solamente i contadini. Ed infatti una rivoluzione contadina può darsi nella storia, ma unicamente come controfiguradella più bassa rivoluzione borghese.

Ma sulle prospettive di questa rivoluzione antifeudale, che i contadini non faranno da soli, e che tanto meno – se la facessero – diventerebbe perciò non capitalista ma socialista, nasce ben presto nel partito marxista una fondamentale divergenza.

La storia del movimento ci dice che il vecchio Engels, come persona e capo politico, si adoperò a sanare una tale divergenza e perfino quella verso i ”socialisti rivoluzionari”, scuola derivata dal populismo agrario. Ne sono ovvi i motivi.

Tuttavia la versione di Lenin della prospettiva storica, abbiamo il diritto di dire, ed abbiamo dimostrato nella seconda parte di Bologna (”Partito proletario di classe ed attesa della duplice rivoluzione”), è figlia primogenita della classica posizione marx-engelsiana, e va data ad essa adesione al mille per mille.

6. Bolscevichi e menscevichi

Appariva chiaro, nell’epoca della grande polemica 1903-1912, e a cavallo del grandioso periodo rivoluzionario del 1905, che la Russia del principio del 1900 non era ancora all’altezza della Germania 1850 in cui Marx ed Engels avevano affermata la saldatura tra rivoluzione borghese ed operaia, ove lo stato reazionario tedesco prussiano avesse vacillato. Se vile fu allora definita la borghesia tedesca come forza classista e nazionale, non erano certo nulle le sue tradizioni, dalla Riforma e prima, urbane, comunali, civili, culturali; e non era sottovalutabile l’eredità di preparazione storica trasmessa al nascente proletariato, anche prima che la diffusione dell’industria prendesse il ritmo travolgente della seconda metà del secolo, scontata dalla immediata vicinanza ed influenza di Francia e Inghilterra.

In Russia, se fu quasi solo Trotzky a innamorarsi della teoria della Rivoluzione permanente, fondata – non disprezzabile eredità teorica e politica – ai tempi gloriosi della lega comunista europea, i due opposti punti di vista furono questi. Per i menscevichi la Rivoluzione che avrebbe rovesciato lo zar avrebbe fondato una repubblica parlamentare e borghese e dato un potente avvio al capitalismo. Pur battendosi per una tale rivoluzione, il partito proletario in questa repubblica avrebbe lasciato governare la borghesia divenendo un partito di opposizione, evidentemente ”legale”. Sarebbe seguita una fase storica borghese, di tipo europeo.

Ben diversa la visione di Lenin. In due parole, e rimandando alle innumeri documentazioni fornite, la tesi è che la borghesia russa non può da sola reggere il potere, e nemmeno la borghesia alleata ai partiti contadini, senza soggiacere alla controrivoluzione feudale (e ridare vita alla riservareazionaria europea di cui ansiosamente da decenni si invocava la fine). Non basta dunque rovesciare il potere zarista; contribuire a rovesciarlo: occorre che il partito proletario prenda il potere. Non diverrà un partito di opposizione, e nemmeno di governo parlamentare, ma nella rivoluzione porrà il traguardo: al potere, senzai partiti borghesi e contro di essi! Al potere rivoluzionario, avendo per alleati i partiti contadini e anche il menscevico, SE sul piano della esclusione borghese! Questa dittatura della alleanza di operai e contadinisi chiama democraticaperché non servirà a fabbricare socialismo (farneticamento populista) ma a scongiurare la controrivoluzione dispotica e feudale; si chiama dittaturaperché il potere sarà preso nella lotta rivoluzionaria e denegato ai partiti borghesi: il suo contenuto, in cento dichiarazioni di Lenin, è la guardia ai contadini per il momento inevitabile in cui passeranno alla conservazione borghese e alla resistenza al socialismo.

Questa dittatura governerà per accelerare la trasformazione capitalistica del paese, e democratica, in stretto senso, dei suoi tarlati ordinamenti, per ATTENDERE la rivoluzione socialista di occidente, libera ormai dallo spettro che arrivino a Varsavia, a Vienna e Berlino, e magari a Parigi, i cosacchi.

Questa tesi è stata valida per Lenin in tutta la sua vita, è validissima per la storia di oggi ancora, dialetticamente vera sebbene siano capovolte le vicende per cui si attendeva l’insorgere del proletariato di Europa, e capovolta la teoria e la politica del potere dominante in Russia.

b) Napoli-Genova

7. Due tappe della rivoluzione russa, La guerra

Il nostro svolgimento è diretto a distruggere questa tesi: che la prima rivoluzione russa nel febbraio 1917 sia stata la rivoluzione borghese, vinta dai socialisti; e che nella seconda di Ottobre sia stata superata la vecchia formula bolscevica di andare al potere al solo scopo di ”fare la guardia alla democrazia e al capitalismo” fino alla rivoluzione occidentale, per passare senz’altro ad una rivoluzione socialista integrale, del livello che avrebbe potuto avere, poniamo, la rivoluzione tedesca se non fosse stata schiacciata.

Noi dimostrammo che la rivoluzione di febbraio rappresentò la formula menscevica, con ulteriore caduta di populisti e socialdemocratici nell’opportunismo, per l’entrata nel governo provvisorio borghese e per l’asservimento a questo dei Soviet operai, sorti come nel 1905 alla testa della lotta rivoluzionaria. La rivoluzione di Ottobre riportò alla formula bolscevica: alleanza coi contadini, espulsione della borghesia dal potere, rinviodel socialismo in Russia alla rivoluzione europea, sradicamento dei mille residui feudali, il che, anche per i marxisti che denegano alla ”democrazia” ogni valore assoluto, si fa percorrendo rapidamente le fasi della democrazia spinta a fondo: solo dopo si butta sul serio via.

Nella parte già sviluppata in resoconto della riunione di Napoli abbiamo voluto ribadire perché neghiamo che sia giusto dire che l’Ottobre fu rivoluzione borghese. Rivoluzione borghese è quella in cui la borghesia governa, ben vero come classe nazionale e anche extra-nazionale e mondiale.

Abbiamo dato tre caratteri radicali della rivoluzione bolscevica che la separano in principio da ogni rivoluzione borghese: li ricordiamo in sunto.

Primo: condanna della guerra imperialista fin dal 1914, condanna dei socialisti traditori che vi aderiscono, consegna del disfattismo in ogni paese anche singolarmente, come sola via per il crollo del capitalismo. Ogni rivoluzione borghese fu invece nazionale patriottica e guerresca, come gli opportunisti russi tentarono di fare dopo il febbraio.

Secondo: liquidazione spietata ed extra-legale nella lotta interna in Russia di tutti i partiti opportunisti anche contadini ed operai, e loro messa fuori legge. Ciò seguì (con dialettica propria a quella storica fase) allo scontato, nella teoria leniniana, rifiuto di quelle forze a governare in forma dittatoriale senza e contro la borghesia; sicché anche in un quadro sociale in cui il socialismo mancava delle sue basi economiche, si affermò il governo rivoluzionario e totalitario del solo partito del proletariato: lezione di portata e di forza mondiale, colpo all’opportunismo non minore di quello assestato al socialpatriottismo dei rinnegati.

Terzo: Restaurazione della teoria dello Stato e della rivoluzione secondo Marx, e della dittatura del proletariato come transizione alla sparizione delle classi e dello Stato stesso; restaurazione della teoria del partito di classe come stabilita in Marx e Lenin, contro la deviazione operaista, e tradeunionista, o anche ”demoproletaria”, per cui è solo il partito che, senza consultazioni a tipo di truffa borghese, rappresenta la classe e conduce la rivoluzione, lo Stato, l’abolizione successiva dello Stato. Risultati di portata mondiale cui negli anni gloriosi che seguirono Ottobre si affiancò la costruzione della nuova Internazionale e la sua denominazione di Comunista.

8. Guerra, pace e rivoluzione

Il richiamo di tutta la lotta dei marxisti radicali allo scoppio della guerra non era solo indispensabile per la comprensione delle fasi della rivoluzione in Russia, ma anche per stabilire l’esatto valore della posizione di Lenin. Il dominante opportunismo stalinista di oggi, infatti, al fine di attribuire a Lenin la falsa paternità della ipocrita formula: si può e deve costruire il socialismo in un solo paese, ha speculato sulla formula leninista del disfattismodella guerra imperialista, che aveva ben altra portata.

Tale formula non era nuova, e lo abbiamo provato con le stesse citazioni che Lenin usa negli scritti, cui si è fatto ricorso, per poggiarsi sulla autorità di Marx ed Engels.

Gli opportunisti dissero: il partito socialista non può non sostenere la guerra del suo paese, perché se si rifiuta può provocare l’invasione da parte di un paese meno avanzato in cui il veto socialista non potesse funzionare. Malgrado questo, disse Lenin, bisogna sabotare anche da soli e unilateralmente: mentre l’esercito nemico avanza il proletariato disfattista tenderà a prendere il potere ed attuerà misure rivoluzionarie. Ne seguirà o la rivoluzione anche nell’altro paese, o una nuova guerra che sarà, quella sì, guerra socialista e rivoluzionaria. Questo punto difficile fu sviluppato da Lenin per reagire alla forma pacifistadi avversione alla guerra, basata sulle parole piccolo-borghesi di disarmo universale e pace generale, sul ”siamo contro tutte le guerre perché si sparge sangue”, sulla predicazione del rifiuto individuale al servizio militare, e così via. Il pacifismo, stabilì sulle orme fedeli di Marx nelle sue tesi Lenin, è non meno controrivoluzionario del nazionalismo: noi marxisti siamo stati per molte guerre e saremo quasi certamente per future guerre: appoggiammo le guerre di liberazione e sistemazione nazionale, dovremo sostenere le guerre rivoluzionarie tra paesi avanzati oltreil capitalismo e paesi rimasti nel capitalismo o più indietro. Avversiamo questa maledetta guerra del periodo imperialista e tutte le simili future.

9. Rivoluzione in un solo paese

Questo basilare insegnamento è vergognosamente falsato proprio da quelli che lo hanno dimenticato, nelle più basse campagne d’oggi sulla possibilità della pace universale, affermata da Marx e Lenin impossibile tra Stati capitalistici, e sulla possibile convivenza ed alleanza perpetua tra Stati borghesi e socialisti!

Con questo largo riferimento di fatti e di dati documentati abbiamo potuto chiarificare le varie formule tra le quali si crea la voluta orribile confusione.

La prima confusione è tra la formula ”socialismo in un solo paese” e ”socialismo in un paese non capitalista” e quindi ”socialismo nella sola Russia”.

La formula marxista è che il socialismo è storicamente possibile sulla base di duecondizioni, necessarieentrambe. La prima è che la produzione e la distribuzione si svolgano generalmente in forme capitalistica e mercantile, ossia che vi sia largo sviluppo industriale, anche di aziende agricole, e mercato nazionale generale. La seconda è che il proletariato e il suo partito pervengano a rovesciare il potere borghese e ad assumere la dittatura.

Date queste due condizioni, non si deve dire che è possibile cominciare a costruireil socialismo, ma che le sue basi economiche risultano già costruite, e si può e deve iniziare immediatamente a distruggere i rapporti borghesi di produzione e di proprietà, pena la controrivoluzione.

Ove la condizione tecnico-economica del primo tipo sicuramente esiste, nessun marxista ha mai affermato che la conquista del potere politico da parte del partito proletario sia condizionata alla simultaneità in tutti ”i paesi civili”, come scioccamente dice la formula stalinista, o in un gruppo di essi. In date condizioni storiche di forza del proletariato è ammissibile la conquista del potere politico in un solo paese. E se la condizione di primo tipo esiste, come detto, ciò vuol dire che comincia subitola trasformazione socialista, fatto distruttivo più che costruttivo, e per cui nella avanzata Europa (e America) da molto tempo le forze produttive sono bastevoli, anzi in eccesso.

Se invece parliamo di un paese in cui manca la condizione prima di sviluppo produttivo e mercantile, allora la trasformazione socialista non sarà possibile. Ciò non vuol dire che in date condizioni storiche e rapporti in forza, non sia possibile tentare ed attuare la conquista proletaria del potere politico (Ottobre rosso) senzaprogramma di trasformazione socialista fino a quando la rivoluzione non guadagni alcuni altri paesi che hanno la condizione prima dello sviluppo economico.

Inoltre, nella situazione di una guerra imperialista (che tale era per l’Europa e la Russia) ogni partito proletario deve condurre l’azione disfattista interna, anche da solo, e se può fino alla conquista del potere.

La tesi marxisticamente condannata non è dunque: anche in un solo paese è possibile la conquista proletaria del potere – e – Anche in un solo paese di pieno capitalismo è possibile la trasformazione socialista. La tesi condannata è che in un solo paese non capitalista sia possibile, con la sola conquista del potere politico, la trasformazione socialista.

La falsa tesi stalinista si scrive: è possibile la costruzione del socialismo (mala espressione per: trasformazione socialista) anche in un paese solo, arretrato e feudale, come la Russia, senza l’appoggio della trasformazione socialista di alcuni paesi capitalisti già sviluppati.

Lenin ha correttamente e da marxista ortodosso enunciate le tesi: del disfattismo e del potere in un solo paese; delle misure che ”liberano” la trasformazione socialista del paese capitalista avanzato, anche se ciò conduce ad una guerra, che sarà la guerra di classe. Con questo non si è mai sognato di dire o scrivere: si può nella sola Russia dare corso, con il disfattismo della guerra e la conquista del potere senza la borghesia, alla trasformazione della economia in socialista.

All’opposto, in quelle tesi del 1915, corroborate nei famosi due articoli contro le ideologie degli Stati Uniti e del rifiuto di ogni guerra, è scritto ancora una volta che cosa succedeva in Russia, dopo il disfattismo e la liquidazione della guerra, e dopo la conquista del potere: la fondazione di una repubblica democratica, in tutte lettere.

Questo falso colossale verrà più oltre meglio in luce.

10. L’arrivo di Lenin in Russia

A pochi mesi dalla caduta del governo zarista in Russia vi era un governo provvisorio di cadetti e socialisti rivoluzionari e menscevichi, e il Soviet dei deputati operai e contadini aveva riconosciuto che un tale governo dovesse serbare il potere fino alla convocazione di una assemblea costituente.

Questo governo simpatizzava apertamente per quelli che erano stati gli alleati dello zar nella guerra mondiale, era influenzato dall’appoggio delle borghesie occidentali, che sole avevano dato a quella russa la forza di salire al governo, si orientava per la continuazione della guerra antitedesca ”democratica e nazionale” e perfino non aveva levata la parola repubblicana, tendendo ad una monarchia costituzionale con un fratello dello zar!

Il partito bolscevico non aveva partecipato, è vero, a un tale governo, ma non gli aveva mosso nemmeno fiera opposizione, gli concedeva una benevola attesa, solo invitandolo a fare opera per trattative di pace generale, e tanto meno aveva svergognato gli opportunisti per il loro aggiogamento alla borghesia nazionale ed estera e la loro svalutazione e esautorazione dei Soviet.

L’arrivo di Lenin segna una fiera rampogna a queste posizioni del partito bolscevico e dei suoi capi russi, tra cui Stalin e Kamenev in prima linea.

Con ampi riferimenti che sono recenti e non riassumiamo, abbiamo provato che la spietata messa in stato di accusa insita nelle tesi di Aprile non ha la portata: avete mancato di passare dalla rivoluzione democratica alla rivoluzione comunista che oggi la guerra mette all’ordine del giorno.

Il contenuto della rampogna è ben altro: non è così esteso, e solo ai poveri di spirito sembrò temerario e pazzesco: si limitò alla rovente censura: dove la teoria del partito vi segnava chiaramente la strada, avete esitato e deviato. Invece di applicare la giusta delle ”due tattiche socialiste nella rivoluzione democratica”, avete seguita quella menscevica, o almeno ve ne siete fatti suggestionare, credendo nel famoso ”valore assoluto” della democrazia, che per noi è solo un obbligato ma contingente passaggio, un ponte che alle nostre spalle dobbiamo bruciare. Avete violato l’insegnamento sulla guerra: laddove questo stabilì che era imperialista e da sabotare da tutte le parti, francese, tedesca, russa, ecc., avete fatto concessioni alla politica che la caduta dello zar e la salita al potere dei borghesi ne abbiano fatto una guerra giusta, e state per passare al ”difesismo”.

Le tesi di Lenin, se abbagliarono, ricostruirono tutta la politica rivoluzionaria del partito: potenza non insita nell’uomo, per eccezionale che fosse la macchina del suo cervello, ma nella preventiva teoria internazionale e russa del partito, passata al vaglio di tremendi passi storici.

Contro la guerra e disfattismo, tuttora. Contro il governo provvisorio, denunziandolo subito come agente del capitale. Contro i suoi alleati populisti-contadini e contro i menscevichi che hanno nei congressi condannata non solo la presa del potere, ma la partecipazione ad esso. Per il passaggio ai Soviet di tutto il potere. Non lotta contro il Soviet, maggioritariamente destro, ma penetrazione e conquista fino a smascherare i menscevichi e soci. Non traguardo della Assemblea parlamentare, ma dittatura dei Soviet, ossia del proletariato e dei contadini. Non la baggianata di proporre la instaurazione del socialismo, ma la preconizzazionedel socialismo, che sarà dato alla Russia solo dalla rivoluzione europea. Azione legale oggi, illegale ed insurrezionale in domani non lontano. Immediata nazionalizzazione della terra, controllo industriale, nuova Internazionale, e nome di Comunista al partito, per distruggere internazionalmente la guerra e il capitale.

(È a questo punto che è giunto il resoconto diffuso, cui il lettore è rinviato per i maggiori dettagli e soprattutto per il materiale storico e documentario predisposto e riportato

11. Teoria e storia. Da aprile a luglio 1917

Pochi esempi esistono di un più preciso combaciare degli avvenimenti con un tracciato che chiese la sua guida ad un possente indefesso lavoro di decenni, in cui trova le sue fondamenta. Fu forse Lenin che piegò gli eventi al suo piano geniale, o per i nemici diabolico, o non piuttosto un debito immenso del movimento verso di lui sta nella affermazione che la dottrina di parte deve guidarci le mosse, e non le opportunità e le convenienze della speciale situazione che si va determinando e in cui, guardando bene, si potrebbero, a credere dei gonzi e giusta il millantare di ogni capo politicante, scorgere sottili fessure in cui insinuare la pallida leva dell’azione? Tutti levarono contro Lenin l’incanata, gli rinfacciarono il fresco arrivo e l’omesso studio dei fatti nuovi e di una Russia originale ed imprevista. Ma Lenin scese dal treno, entrò nella riunione, e parlò ”ad occhi chiusi”, secondo una inflessibile linea: dopo gli ascoltatori seppero che i ciechi erano, nella quasi totalità, proprio loro.

Poche settimane dopo, alla conferenza di Aprile, Lenin ripete i suoi concetti e riscrive più diffuse le sue formule lapidarie, precisando il compito futuro: i lavoratori, il partito si sentono messi sulla via sicura e avanzano in fronte compatto.

Presto gli eventi mostrarono quale rovina avrebbe ingoiata la rivoluzione senza quel colpo deciso di barra.

Si celebra in tutta la Russia liberail Primo maggio, e in quella data il Miliukov ministro degli esteri impegna il popolo russo nella promessa agli alleati di continuare la guerra.

Il 3 maggio i bolscevichi con dimostrazioni armate protestano contro la nota Miliukov. Il 14 maggio il Soviet vota ancora per il governo di coalizione. Il 15 si dimette Miliukov. Il 16 arriva Trotzky e avanti al Soviet fa con un discorso adesione totale alla politica di Lenin, che il 17 in una lettera aperta al Congresso dei Contadini incita alla guerra spietata contro la borghesia imperialista e i ”socialcompromessisti” che la affiancano. Viene formato il governo di coalizione, col socialrivoluzionario di destra Kerensky ministro della guerra. Questi il 20 giugno ordina l’offensiva al fronte: gli opportunisti inscenano dimostrazioni contro Kerensky e la guerra. Mentre il 19 luglio l’offensiva al fronte fallisce e i germanici irrompono da Tarnopol, scoppia a Pietrogrado l’insurrezione armata, sebbene i bolscevichi tentino rinviarla. Lenin e Zinoviev sono braccati dalla polizia di Kerensky, divenuto primo ministro, come agenti tedeschi. Molti capi bolscevichi, tra cui Trotzky, arrestati: il partito ad opera di Stalin nasconde Lenin.

12. Da luglio ad ottobre. La rivoluzione prorompe

In agosto il Sesto congresso del partito bolscevico, in assenza di molti compagni in posizione illegale, elegge il nuovo comitato centrale (i 32 di Ottobre) e conferma totalmente la linea delle Tesi di Aprile.

Il 31 agosto il fronte si spezza e cade Riga. Kornilov che aveva sostituito Brusilov alla testa dell’esercito viene silurato da Kerensky che teme di avere suscitato le forze reazionarie: Kornilov muove su Pietrogrado. Reazione delle masse di tutti i partiti operai, predominio nella lotta delle forze bolsceviche che hanno offerto tempestivamente il fronte unico. Kornilov è arrestato al quartier generale, i capi bolscevichi scarcerati. Il 18 settembre al Soviet (il piano procede matematicamente) passa la prima risoluzione della frazione bolscevica: il presidium menscevico-esserre si dimette.

24 settembre: per la presidenza del Soviet della capitale, Trotzky butta giù di scanno il famigerato menscevico Tscheidze. Mentre il Soviet invoca il Congresso Panrusso dei Soviet, una conferenza democratica, diffidata dai bolscevichi, elegge un Consiglio della Repubblica o preparlamento. Ne escono subito bolscevichi e socialrivoluzionari di sinistra, che stringono un patto di azione.

Il 22 ottobre il Soviet elegge un comitato militare, presieduto da Trotzky. Il 23 ottobre il Comitato Centrale del partito bolscevico vota l’insurrezione. Propone Lenin, votano contro Zinoviev e Kamenev. Il 29 ottobre il Comitato deplora i due che rispondono sulla stampa. I menscevichi fanno posporre dal 2 al 7 novembre il Congresso Panrusso dei Soviet. Al Soviet di Pietrogrado aderiscono le forze della fortezza di San Pietro e Paolo.

Il 7 novembre il governo di Kerensky, che si vede perduto, ordina l’arresto del Comitato Militare del Soviet: è la fine; cadrà dopo due giorni di battaglia nelle vie. Lenin appare al Congresso Panrusso. Il governo è arrestato.

Nella seconda tappa la Rivoluzione ha vinto, per la strada che la potenza della dottrina rivoluzionaria aveva segnato.