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Le grandi lezioni dell’Ottobre bolscevico

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Kategorier: Russian Revolution

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  1. Le grandi lezioni dell’Ottobre bolscevico Pt. 1
  2. Le grandi lezioni dell’Ottobre bolscevico Pt. 2
  3. Le grandi lezioni dell’Ottobre bolscevico Pt. 3
  4. Le grandi lezioni dell’Ottobre bolscevico Pt. 4
  5. Le grandi lezioni dell’Ottobre bolscevico Pt. 5
  6. Le grandi lezioni dell’Ottobre bolscevico Pt. 6
  7. Le grandi lezioni dell’Ottobre bolscevico Pt. 7

Quando all’inizio di Stato e Rivoluzione, Lenin scriveva: « Accade oggi alla dottrina di Marx quello che è spesso accaduto nella storia alle dottrine dei pensatori rivoluzionari e dei capi delle classi oppresse in lotta per la loro liberazione. Le classi oppressive hanno sempre ricompensato i grandi rivoluzionari, durante la loro vita, con incessanti persecuzioni; la loro dottrina è sempre stata accolta col più selvaggio furore, con l’odio più accanito, e con le più impudenti campagne di menzogne e di diffamazioni. Dopo morti, si cerca di trasformarli in icone inoffensive, di canonizzarli, per così dire, di cingere di una certa aureola di gloria il loro nome, a «consolazione» e mortificazione delle classi oppresse, mentre si svuota del contenuto la loro dottrina rivoluzionaria, se ne smussa la punta, la si avvilisce», Lenin non immaginava certo che appunto questo «destino» sarebbe stato riservato al pensiero «suo» come di Marx e di Engels e, più ancora, al fulgido Ottobre Rosso al quale il suo «nome» doveva, poco dopo, indissolubilmente legarsi.

Come mute di belve inferocite, gli eserciti della borghesia internazionale si avventarono allora contro la dittatura comunista in Russia, focolare minaccioso di quella rivoluzione proletaria mondiale di cui essa si proclamava il primo baluardo e la «fiaccola», e dalle cui sorti mai avrebbe concepito d’essere separata; per anni i numi tutelari del Capitale tirarono tutt’intorno ai «confini» della polveriera rossa di Pietrogrado il cordone sanitario dell’intervento armato e della controffensiva politica. Nulla la controrivoluzione borghese lasciò allora di intentato per impedire che il «contenuto» dell’Ottobre, la sua «anima rivoluzionaria», debordassero nelle cittadelle dell’Occidente capitalistico e le travolgessero nel loro incendio distruttore; dove non bastavano (e non bastarono!) le armi, si mobilitò l’artiglieria pesante della menzogna e della diffamazione; quando neppure essa fu sufficiente, si lanciarono all’assalto, dietro il suo fuoco di sbarramento, le servili pattuglie dell’opportunismo. Non a caso; la borghesia per prima sapeva che l’Ottobre significava un esempio vivente, una clamorosa «lezione»: sapeva che esso non era un fatto locale e nazionale; che laggiù si era spezzato un anello dell’unica, solidale catena del suo dominio sul pianeta. Oggi, per la borghesia di tutti i paesi, sepolti nell’oblio i patemi d’animo di 50 anni fa, Ottobre è passato alla storia; è un pezzo da museo, un corpo che ha ucciso la sua «anima», una spada che ha smussato la sua «punta». Nulla vieta di commemorarlo: E’ MORTO.

O così si crede.

Possono impunemente cantarne le lodi gli eredi e i successori degli avversari più accaniti del bolscevismo in anni lontani; possono impunemente commemorarlo gli eredi e i successori di quello stalinismo che bene iniziò la sua carriera mummificando Lenin, ed eternandone il «nome» dopo di avere adulterato il «contenuto» della sua dottrina. Non diversi dai dirigenti delle classiche potenze borghesi, anch’essi hanno archiviato l’Ottobre; non più crocevia nella tormentata storia mondiale delle lotte di classe, ma giorno di nascita del moderno Stato di tutte le Russie; non più fiaccola e bandiera della rivoluzione mondiale proletaria, ma lume ed insegna di interessi nazionali; non patrimonio di proletari al disopra di qualunque confine, ma capitale accumulato da mercanti in ben munite frontiere; non insegnamento per le generazioni nuove della classe oppressa, ma catechismo per i banchi di scuola e di chiesa dei giovani leoni di una patria fra le innumerevoli patrie di cui la terra si fregia. Per essi, sono russe e soltanto russe le origini di Ottobre; sono e non possono essere che russe le sue filiazioni. È stato, cinquant’anni fa; al suo mausoleo si va per ammirare e dormirci sopra, non per ricordare ed apprendere. Pace all’anima sua.

Per Lenin, nel 1918: «La rivoluzione russa non è che un esempio, non è che un primo passo in una serie di rivoluzioni». E nel 1919: «In sostanza, la rivoluzione russa era una prova generale … della rivoluzione proletaria mondiale». Per la banda di mistificatori dal cui arido cervello «collegiale» sono uscite la «Tesi per il 50° della grande Rivoluzione socialista di Ottobre», questa non è un anello di una catena mondiale di rivoluzioni precedenti e successive: è un’eccezione alla regola, un fenomeno storico unico e irripetibile, che non ha radici nello scontro mondiale fra le classi e di cui per la stessa ragione l’archivista-contabile di turno può dire, con gelido distacco, che «ha esercitato una profondissima influenza su tutto il successivo corso della storia mondiale» (la storia mondiale, si noti, non la storia delle classi; la storia di tutti, pretaglia e sbirraglia comprese), come di un sasso staccatosi dalla montagna si dice che ne ha messo in moto altri, meccanicamente, per forza d’inerzia, senza tracciar loro alcuna direzione – «liberi» ciascuno di seguire la propria strada … nazionale, esclusiva e inevitabile, verso una meta che non si conosce, perché è scaturita dalle misteriose viscere del genio patrio, o della non meno patria storia, con le sue tradizioni e il Pantheon dei suoi numi tutelari. Archiviato nelle sue radici, archiviato nel suo valore di patrimonio collettivo di una sola classe, archiviato nelle sue prospettive supernazionali, l’Ottobre è ucciso. O così si crede. Ma basterebbero quelle due frasi di Lenin per ricordare che non così combatterono, e non così commemorarono di anno in unno, la gigantesca battaglia di Ottobre i marxisti, non così la sentirono i bolscevichi. Il marxismo non sarebbe – come si ripete fino alla noia, e capovolgendo il senso della formula – una «guida all’azione», se non fosse una visione generale e completa del corso del moto di emancipazione della classe operaia (« i proletari non hanno patria»; a maggior ragione non ha patria il loro programma) e se, nei grandi svolti in cui le classi incrociano le armi in uno scontro che ha nome «o il combattimento o la morte», non cercasse la verifica delle sue previsioni, traendo dai fatti la spinta non a rivederle ma a rivestirle di carne e di muscoli, a scolpirle in più aspro rilievo, a renderle – per la forza persuasiva delle cose – irrevocabili. Nel 1848-9 e nel 1871, Marx ed Engels affilano le armi della critica al vivo contatto delle battaglie di classe: il loro bilancio non riguarda il proletariato francese o tedesco, ma il proletariato di tutto il mondo. Lenin in Stato e Rivoluzione si rifà a quelle smaglianti verifiche della dottrina avendo davanti agli occhi una Pietrogrado che è, nello stesso tempo, una Parigi, una Londra e una Berlino. Di più, allora come in tutto il periodo dal 1905 al 1917, antivede la traduzione, nei fatti viventi di una storia non soltanto russa, del grandioso tracciato 1850 dell’Indirizzo del Comitato Centrale della Lega dei Comunisti – questo 1917 avanti lettera, se visto sullo sfondo di un’avvenuta accelerazione dei «tempi» storici – così come Trotzki ne riprende il grido: La rivoluzione in permanenza! Sempre, nel tempestoso arco di un secolo e mezzo di assalti al cielo e di ricadute negli inferi, i marxisti hanno cercato negli uni e nelle altre, esaltando quelli e maledicendo queste, la conferma definitiva di una dottrina e di un programma universali. Hanno sempre attinto la certezza di un futuro: mai commemorato (che è un altro modo di archiviare) un evento passato.

Credano gli uni che l’Ottobre sia morto; credano gli altri di averlo ucciso. Il proletariato rivoluzionario mondiale deve riscoprirlo, per buttarlo in faccia ad entrambi.

Un filo ininterrotto, e mondiale

In quei primi capitoli dell’Estremismo che furono scritti per ricordare ai comunisti di tutti i paesi i tratti d’importanza internazionale della rivoluzione di Ottobre (intendendosi per importanza internazionale, «nel senso più stretto della parola», «la portata internazionale o l’inevitabilità storica della ripetizione su scala internazionale di ciò che accadde da noi», Lenin indica «una delle condizioni principali del successo dei bolscevichi» nel fatto di aver dovuto cercare fuori dai limiti nazionali della Russia una teoria «provata dall’esperienza mondiale di tutto il secolo decimonono» e ulteriormente confermata «dall’esperienza dei brancolamenti, dei tentennamenti, degli errori e delle delusioni del pensiero rivoluzionario in Russia», esattamente come Marx ed Engels, non a caso «esuli» anch’essi secondo l’anagrafe borghese, ne avevano visto la conferma nei brancolamenti e nei tentennamenti del socialismo piccolo-borghese nelle grandi battaglie del ’48 o degli anni precedenti il ’71. Essi che, secondo il programma del Che fare?, si proponevano di importare il marxismo nella classe lavoratrice russa, l’avevano a loro volta importato dall’Occidente delle tempestose battaglie proletarie e della loro gigantesca teorizzazione; non avevano chiesto ispirazione alle arcane profondità del genio slavo, come i panslavisti, o al «modello» nazionale del mir, come i narodniki, ma alla limpida luce di una dottrina nata d’un blocco solo insieme con la classe dei lavoratori salariati, e divenuta nella lotta sangue del suo sangue. Si nutrirono al seno non delle «particolarità specifiche» di quella che oggi si direbbe un’«area sottosviluppata» del mondo, ma – se ci è permesso dire – delle «particolarità specifiche», mondiali (estreme, non infime), dei paesi a capitalismo più evoluto. Non pretesero di scoprire qualcosa di nuovo; vollero leggere nel libro già aperto di mezzo secolo di lotte di classe e di marxismo. In questo libro, la loro via era già segnata; la loro gloria – il loro vanto di militanti che sdegnarono sempre di rivendicare «meriti particolari» a sé e alla «loro» classe operaia (Lenin, 4 giugno 1918: «La rivoluzione russa non costituisce affatto un merito particolare del proletariato russo») – è di aver tenuto fede, talmudicamente come si dice oggi, «dogmaticamente» come si diceva nel 1903 a quella via.

Nel marxismo, i destini rivoluzionari (o controrivoluzionari: i due termini sono dialetticamente inscindibili) della Russia, campeggiano come gli elementi di un quadro che, dal Manifesto, è per definizione mondiale. L’ombra della Russia zarista, riserva della controrivoluzione europea, pesa sulle prospettive rivoluzionarie del ’48 europeo: non è la remota terra dei Sarmati della pubblicistica borghese, è un attore – il «ribaldo» – inseparabile dallo snodamento del dramma sociale non meno dell’Austria di Metternich. La rivoluzione europea non vincerà se esso non sarà vinto. Dopo il ’60, la prospettiva cambia di segno, ma resta europea, il che, per Marx ed Engels, è quanto dire mondiale: la rivoluzione russa che si annunzia «avrà un’importanza enorme per tutta l’Europa, non foss’altro perché abbatterà d’un sol colpo l’estrema e finora intatta riserva della reazione paneuropea a e, a sua volta, potrà dar luogo al salto dall’«antichissima proprietà comune del suolo … alla forma comunistica superiore di possesso collettivo della terra» se diverrà il segnale di una rivoluzione proletaria in Occidente, in modo che le due rivoluzioni si completino a vicenda» (Marx, 21-1-1882). Negli anni ’90, tramontata quella possibilità condizionale, entrata la Russia nel girone dell’inferno capitalistico, ancora una volta la rivoluzione antifeudale e antizarista è salutata come quella che, strappando i contadini «all’isolamento dei loro villaggi, che formano il loro universo» (occorre dire che ogni patria, marxisticamente, è un mir, un universo nel quale gli sfruttati sono chiusi in un’avvilente e deformante solitudine?) e spingendoli «sul grande palcoscenico dove impareranno a conoscere il mondo esterno e quindi anche se stessi», darà nel contempo «al movimento operaio occidentale un nuovo impulso e nuove e migliori condizioni di lotta e, per ciò stesso, affretterà quella vittoria del proletariato industriale moderno SENZA LA QUALE LA RUSSIA D’OGGI NON PUO’ USCIRE NE’ DALLA COMUNE NE’ DAL CAPITALISMO PER DIRIGERSI VERSO UNA TRASFORMAZIONE SOCIALISTA! (Engels, 1894).

È proprio qui che la storia del bolscevismo si salda, dalla sua date di nascita, alla tradizione mondiale del marxismo: nelle parole di Engels è già la visione del 1905 e del 1917; è, anzi, già la visione della possibile controrivoluzione del 1926. Se noi, a nostra volta, dovessimo indicare la prima lezione dell’ottobre – nella sua luce come nelle sue ombre successive –, la indicheremmo appunto nella ferrea continuità che il Partito stabilì non nel 1917, ma più di vent’anni prima, con le storiche battaglie del proletariato occidentale nei paesi di capitalismo pieno e maturo, con la dottrina generale e con il programma in cui il bilancio preventivo e consuntivo di quelle stesse lotte si condensa. Non c’è mai stata vittoria della classe operaia, né ci sarà senza questo filo ininterrotto che vede il 1917 con gli occhi del 1848, del 1871 o del 1894, e l’anno x del futuro con gli occhi delle tappe, gloriose nella dottrina e nella prassi, del passato e di tutte i paesi.

Continuità ed internazionalità del programma

Agli stessi anni in cui Engels, scontata ormai l’inevitabilità storica del passaggio della Russia attraverso la fase capitalistica, addita alla classe operaia dell’immenso Paese e al suo Partito marxista la prospettiva di una rivoluzione che sarà antifeudale e avrà come primo oggetto l’emancipazione dei contadini dai vincoli che li separano dal possesso della terra, rimanendo perciò nel quadro di una rivoluzione borghese, ma che, saldandosi al moto rivoluzionano del proletariato socialista d’Occidente e nutrendo e completando, come inscindibile polo, la rivoluzione europea, trapasserà a quella sola condizione – in rivoluzione proletaria, a quegli anni risale la fecondazione marxista del movimento operaio russo. Nessun proletariato europeo assimilò, attraverso il suo Partito, la dottrina marxista in una tale integralità e pienezza, nessuno la fece sua come un blocco solo, così come, blocco unico, essa era nata. Dal 1894 (polemica con Mihailovski: la data è quella stessa dell’ultimo scritto di Engels sulle Cose sociali in Russia) al 1905, la battaglia di Lenin si riassume nella difesa del carattere integrale della dottrina marxista, nel suo ristabilimento di contro ai sogni confusi dei narodniki in una rivoluzione socialmente e politicamente contadina riallacciata al possesso dell’incorruttibìle patrimonio del mir, al revisionismo degli economisti, allo sperimentalismo eclettico degli spontaneisti, nell’affermazione del ruolo primario della teoria, del programma, insomma del Partito, e della loro «importazione» nella classe (nessuna rivoluzione è possibile senza la saldatura fra quella che potremmo chiamare la «coscienza» – appunto la dottrina, il programma, il Partito, preesistenti come anticipazione invariabile e definitiva al corso delle lotte reali e fisiche – e la «spontaneità» delle azioni di massa); nella negazione aperta e senza veli della «libertà di critica» rispetto alla teoria come rispetto al programma, entrambi da prendere o lasciare in quella che Lenin non si stanca di definire la loro «integralità», il loro «insieme» globale e inseparabile. È questa soltanto l’altra faccia della continuità in cui avevamo riconosciuto la condizione primaria, e la prima «lezione» dell’Ottobre, visto, come lo si deve vedere, in tutto il suo percorso storico, antecedente e successivo.

L’altra faccia, perché, se si ravvisa la prima nella continuità dottrinale e pratica sul filo della visione marxista delle rivoluzioni europea e russa come destinata a condizionarsi a vicenda, a vincere o soccombere unite, la chiave della seconda – l’assimilazione della dottrina marxista come blocco unico ed invariante – si trova (è lo stesso Lenin a guidarci per mano nei primi capitoli dell’Estremismo) in due fatti anch’essi di natura internazionale: il fatto che «sotto il giogo inaudito, brutale e reazionario dello zarismo» l’avanguardia proletaria fu spinta a cercare la sua teoria fuori dei confini nazionali, nell’esilio (Lenin si formò alla scuola dell’esule Plekhanov; tutto il bolscevismo si formò alla scuola dell’esule Vladimiro) a contatto con le grandi lotte, sia dottrinali che pratiche, del movimento socialista europeo; è il fatto che in nessun altro Paese si era «concentrata in così breve spazio di tempo una tale ricchezza di forme, gradazioni e metodi di lotta di tutte le classi della società moderna», e diciamo che anche questo fatto era di natura internazionale perché fu determinato, nella sua impetuosa dinamica, dalla pressione di un capitalismo importato nel seno stesso di un paese arretrato, di un capitalismo venuto ad impiantarsi, nelle condizioni di più alta maturità (in rapporto al grado di sviluppo delle forze produttive di allora), sul terreno di una area geografica e storicamente – quindi economicamente e socialmente – retrograda. Con un possente colpo d’ala nell’uso della dialettica marxista, Trotzki e Lenin cercheranno qui la chiave della futura rivoluzione russa: «Nella nostra epoca – dirà il primo – i criteri scolastici ispirati a ottusa pedanteria non servono a nulla. È la evoluzione mondiale che ha strappato la Russia al suo stato di arretratezza e alla sua barbarie asiatica». Scriverà fra l’altro: «La primaria funzione del proletariato russo nel movimento operaio mondiale non dipende dallo sviluppo economico del paese; al contrario, dipende dall’arretratezza della Russia». È appunto perché il paese, economicamente arretrato, vide un capitalismo ultimo grido innestarsi sulla sua struttura «asiatica» e «barbara», è appunto perciò che il suo sottosuolo sociale entrò in un vorticoso movimento, le tappe furono bruciate, i tempi storici si abbreviarono, le classi e sottoclassi borghesi consumarono in un rapidissimo arco di tempo tutte le loro chance di intervento attivo, di direzione e di controllo della dinamica sociale e politica, e il proletariato fu posto direttamente, appena nato, di fronte al suo dilemma storico: messo faccia a faccia con l’«ultimo grido» del capitalismo non poté non cercare (e l’assolutismo zarista, sia laudato, lo aiutò a trovare), l’«ultimo grido» – come scrive Lenin nell’Estremismo – della dottrina rivoluzionaria, completa delle sue più che cinquantennali conferme storiche: il marxismo. E nella sua avanguardia giovane ma già straordinariamente matura (per dialettica filiazione dalla maturità del capitalismo, maturità che – altra potente sintesi di Trotzki, rintracciabile tuttavia in mille pagine anche di Lenin – non si misura alla scala di un singolo paese, ma alla scala del mondo!), non poté non capire che fuori di essa non era salute. L’aver rivendicato l’invarianza del marxismo – questa solida fune che impedisce alla classe destinata a seppellire l’ordine del Capitale di «precipitare nella palude» – è ancora al Lenin del Che fare? che diamo la parola – risiede lo storico vanto del bolscevismo russo; la ragione per cui, a buon diritto, dopo il 1917, esso «reimporterà» in Occidente la teoria dimenticata o calpestata. Non possono commemorare l’Ottobre, coloro che del marxismo hanno fatto una flessibile canna che piega ad ogni vento; coloro che dal Cremlino lanciano il grido del «marxismo creativo», o da Pechino la bestemmia del «marxismo di Mao».

Invarianza della prospettiva

Nasce, il movimento proletario russo, marxista senza aggettivi, nasce marxisticamente, con la sua strada invariabilmente tracciata. Otto anni prima del 1905, in I compiti dei socialdemocratici russi, esso sa che il suo compito è doppio: «L’attività pratica dei socialdemocratici si pone come compito di dirigere la lotta di classe del proletariato e di organizzare questa lotta sotto due aspetti: socialista (lotta contro la classe capitalistica, lotta che mira a distruggere il regime di classe e ad organizzare la società socialista) e democratica (lotta contro l’assolutismo, che mira a conquistare alla Russia la libertà politica e a democratizzare il regime politico e sociale del paese» (politico e sociale; quindi, in primo luogo, distruzione della grande proprietà terriera); sa che, nell’espletamento di questo doppio compito, dovrà sostenere «le classi progressive della società contro i rappresentanti della proprietà terriera privilegiata e di casta, e contro il corpo dei funzionari: la grande borghesia contro le ingordigie reazionarie della piccola borghesia» «ceffone per gli «eredi» del leninismo corteggianti la piccola borghesia nel suo belare contro il monopolio!), ma sa nello stesso tempo che questa solidarietà può avere soltanto «un carattere temporaneo e condizionale», non solo perché «il proletariato è una classe a sé, che domani può rivelarsi l’avversaria dei suoi alleati di oggi» – la borghesia si alleerà con l’assolutismo contro i contadini che reclamano la terra e contro i proletari che esigono condizioni di lavoro più umane; la piccola borghesia è un Giano bifronte che oscilla fra le due classi fondamentali della società; «le persone istruite, l’intellighenzia» è un ceto inquieto ma fondamentalmente servile, – ma perché il proletariato sa di essere «per la sua condizione di classe» la sola classe capace di spingere fino in fondo la democratizzazione del regime politico e sociale, «perché una tale democratizzazione metterebbe questo regime nella mani degli operai». Sa in altre parole di dover essere, nella rivoluzione imminente – ancora chiusa in un orizzonte democratico, quindi borghese – il protagonista vero: e lo sa per averlo appreso dal «Manifesto» e dall’«Indirizzo» 1850, per averlo letto nelle pagine aperte del libro delle lotte di classe in Germania e in Francia.

È il compito della classe operaia nei paesi che non hanno ancora completato la loro rivoluzione borghese, mentre il mondo circostante preme su di essi con tutto il peso di forze produttive in pieno rigoglio: ma è notevole che in Lenin, sin da allora, «borghese» e «democratico» sono sinonimi, e il proletariato che si assume compiti democratico-borghesi (e può assumerli soltanto in quei paesi, mai dove il capitalismo ha compiuto il suo ciclo rivoluzionano) lo fa in assoluta indipendenza dalle classi e dai partiti della borghesia e della piccola borghesia: a lui e solo a lui il portarli a termine! I «commemoratori» di oggi hanno identificato democrazia e socialismo e, perfino nei paesi a capitalismo ultraevoluto, hanno assegnato al Partito un posto in coda ai partiti democratici …

La pedanteria menscevica vorrà, alle soglie come all’epilogo della rivoluzione russa del 1905, che, questa essendo ancora borghese, se ne debba lasciare la direzione e l’iniziativa alla borghesia (qualcuno ne dedurrà che si debba andare al governo con essa!); l’idealismo fumoso dei populisti pretenderà che la sua rivendicazione massima essendo la distruzione della grande proprietà terriera signorile, la sua iniziativa e la sua direzione debbano concentrarsi nella mani della classe contadina; la posizione dei bolscevichi resta a tutto il 1917 ed oltre che la rivoluzione economica e sociale borghese, per essere portata «fino in fondo» deve avere alla testa la classe operaia, fiera di assumersi quel pesante fardello perché sa che, al limite estremo – oltre il quale la piccola borghesia e il contadiname non si spingeranno mai, anzi cercheranno disperatamente di tornare indietro –, l’attende, con l’aiuto del proletariato dei paesi a capitalismo avanzato, la sua rivoluzione. Dirà Lenin nel 1905 che i rivoluzionari marxisti russi avevano tutto il diritto di «sognare» di riuscire «a realizzare con una pienezza senza precedenti tutte le trasformazioni democratiche, tutto il nostro programma minimo … … E se questo riesce, allora … l’incendio rivoluzionario si estenderà a tutta l’Europa … L’operaio europeo si solleverà a sua volta e ci mostrerà «come si fa»; e allora il sollevamento rivoluzionario in Europa avrà le sue ripercussioni in Russia, e un’epoca di alcuni decenni di reazione si trasformerà in un’epoca di alcuni decenni rivoluzionari». I «commemoratori» di oggi sono gli stessi (o i loro figli) che nel 1926, in Cina (la Russia prerivoluzionaria di allora) consegnarono la classe operaia, mani e piedi legati, al «partito fratello» del Kuomintang, vietandole di prendere la testa della doppia rivoluzione nell’Estremo Oriente; gli stessi che additano agli operai delle aree «sottosviluppate» del mondo il compito di mettersi a rimorchio della «borghesia nazionale» e magari dei satrapi nazionali!

Proletariato, classe egemonica

La prospettiva rimane sostanzialmente quella, per i bolscevichi, in tutto l’arco di tempo che li separa dall’Ottobre. Non i suoi termini cambiano: cambia il gioco dei rapporti di classe e quindi la posizione che in esso viene ad assumere la classe protagonista della rivoluzione borghese in Russia, anche qui sotto la spinta di fattori extranazionali. Il fatto è che, nei paesi arretrati in un mondo super «evoluto» dal punto di vista delle forze produttive, i cinquenni contano per cinquantenni: le «fasi» si accavallano e si incastrano l’una nell’altra, i tempi si abbreviano, lo spettro degli schieramenti di classe si frantuma rapidamente nei suoi elementi costitutivi e questi, con altrettanta rapidità, si dispongono secondo linee divergenti e antitetiche. L’Indirizzo prevede non solo la rottura fra borghesia rivoluzionaria da un lato e piccola borghesia e proletariato uniti dall’altro, ma, subito dopo, fra piccoli borghesi e proletari, prevede che questa frattura si converta in lotta armata, e la lotta armata sfoci, per il coincidere con la rivoluzione in Francia (leggi, in Occidente), in rivoluzione socialista del proletariato, solo. Ma, come nel Lenin dei compiti dei socialdemocratici russi così nel Marx di allora, i «tempi storici» sono relativamente distesi e si anticipa che «gli operai tedeschi non potranno giungere al potere … senza attraversare un lungo sviluppo rivoluzionario». In Russia, come in tutti i paesi sottosviluppati oggi, il corso storico è infinitamente più rapido della rivoluzione del 1905, la borghesia liberale ha già bruciato le sue cartucce rivoluzionarie, schierandosi apertamente con la grande proprietà terriera e con lo zarismo: nell’intero arcobaleno di classi e sottoclassi borghesi, non resta come possibile «alleato» (ma attenti, ricorda sempre Lenin; l’«alleato» di oggi si rivelerà il nemico di domani!) che il contadiname. Nel suo procedere impetuoso il capitalismo internazionale ha scavato inesorabili trincee di classe anche e soprattutto nei paesi arretrati: la storia di questi ha fatto, di colpo un balzo al disopra non dei cicli storici, ma della loro durata in termini di tempo. Il proletariato è a maggior ragione, all’avanguardia, potenzialmente solo anche se alleato con l’«ultima» sottoclasse in cui il blocco già unitario della borghesia si è decantato.

Altra lezione – non universale, perché relativa solo ad alcune aree storico-geografiche – della rivoluzione russa dell’Ottobre: solo l’ottusità caporalesca dello stalinismo nel 1926 (o l’«inerzia storica» di una parte dei bolscevichi nel febbraio-aprile 1917: Trotzki parlerà di «recidiva socialdemocratica» dì fronte ai grandi svolti della storia, ed è scultoreamente vero – quell’ala della vecchia guardia cadde allora al livello del menscevismo 1905-7) potrà supporre che, scoppiato l’incendio rivoluzionario in Cina, esso debba seguire meccanicamente e pedestremente un corso graduale suddiviso in «tappe» nettamente distinte, ognuna delle quali vada percorsa fino al suo completo «esaurimento» prima che si possa passare all’altra, e che, quindi, il proletariato debba attendere, in coda alle classi «nazionali» che gli esperti in strategia della rivoluzione proclamino giunta la sua ora, salvo ad accorgersi (come tragicamente avvenne) che questa ora è già da tempo suonata, e in modo irrevocabile. No: entrato in vorticoso movimento il sottosuolo sociale, il proletariato può bensì essere inizialmente in coda ma rapidamente si ritrova in testa: non è più soltanto la classe che «spinge» fino in fondo la rivoluzione borghese; è quella che prende dittatorialmente il timone e, alleata ai contadini contro tutte le altre, si erige a classe egemone della società. Non altro è il senso della formula leninista: «Dittatura democratica degli operai e dei contadini».

Dittatura, perché sono necessari «interventi dispotici», incursioni violente, non tanto nelle forme della sovrastruttura politica, fragili e sussidiari aspetti del rivolgimento sociale, quanto nei rapporti di proprietà, per la liberazione delle forze produttive che la grande proprietà signorile imprigiona, per la emancipazione del contadiname dai ceppi dell’assolutismo centrale e locale; democratica per la stessa ragione che si tratta di rivoluzione racchiusa entro un orizzonte sociale ed economico borghese che le detta anche un certo orizzonte politico. Ma dittatura in funzione economica borghese contro la borghesia alleata al feudalismo: dittatura che per ciò stesso distrugge i miti della democrazia politica e dell’uguaglianza giuridica. Fremano nel ricordarlo i «commemoratori» di oggi: perfino per la realizzazione di compiti storici borghesi, il proletariato e il suo partito hanno per Lenin bisogno, sia pure «spartendola» con un’altra classe, della temuta, della scandalosa, della nonconformista dittatura!

Le prospettive? È importante ricordarle non per lusso di accademia, ma perché gettano un fascio di luce sui problemi del «dopo-Ottobre». Scrive Lenin in Due tattiche della socialdemocrazia nella rivoluzione democratica (1906): «Questa vittoria (la vittoria decisiva sullo zarismo) sarà precisamente una dittatura, cioè essa dovrà necessariamente appoggiarsi sulla forza armata, sull’armamento delle masse, sull’insurrezione, e non su queste o quelle istituzioni legalmente costituite, per «via pacifica». Non può essere che una dittatura, perché le trasformazioni assolutamente e immediatamente necessarie al proletariato e al contadiname provocheranno da parte dei proprietari fondiari, dei grandi borghesi e dello zarismo, una resistenza disperata. Senza una dittatura, sarebbe impossibile spezzare questa resistenza, respingere gli attacchi della controrivoluzione. Non sarà però una dittatura socialista, ma una dittatura democratica. Essa non potrà incidere (senza che la rivoluzione abbia superato diverse tappe) nei fondamenti del capitalismo. Essa potrà, nel migliore dei casi, procedere ad una redistribuzione radicale della proprietà fondiaria a vantaggio dei contadini; applicare a fondo un democratismo conseguente fino e ivi compresa la proclamazione della Repubblica: estirpare non soltanto dalla vita delle campagne ma anche dalla vita delle fabbriche, le sopravvivenze del dispotismo asiatico; cominciare a migliorare seriamente la condizione degli operai e ad elevarne il tenor di vita; infine, last but not least, estendere l’incendio rivoluzionario all’Europa. Questa vittoria non farà minimamente della nostra rivoluzione borghese una rivoluzione socialista; la rivoluzione democratica non uscirà direttamente dal quadro dei rapporti sociali ed economici borghesi; ma questa vittoria non sarà perciò meno di una portata enorme per lo sviluppo futuro della Russia e del mondo intiero». «Questa vittoria ci permetterà di sollevare l’Europa; e il proletariato socialista d’Europa, dopo di aver scrollato il giogo della borghesia, CI AIUTERA’ A SUA VOLTA A FARE LA RIVOLUZIONE SOCIALISTA» (Ricordiamo le ultime parole di Engels sulle «Cose sociali in Russia»; eccole tornare in scena!).

Ma c’è, in questa visione di una «dittatura a due» che, Lenin non si stanca di ripetere, è un processo

«ininterrotto» di battaglie, contro il passato e per l’avvenire, e in cui il proletariato è in realtà la forza che «dirige» (Trotzki dirà: «trascina dietro di sé», e i pedanti dell’esegesi «leninista» spaccheranno i capelli in quattro per trovare in quella «sfumatura» un abisso), c’è nulla in questa visione, della coesistenza idilliaca o, come dirà ancora Leone, dell’«armonia prestabilita» che l’accademia dei professori rossi, per conto e su mandato di Stalin, vorrà presentare come il quadro dei «buoni rapporti» fra classe operaia e contadiname in questo dittatoriale preludio alla rivoluzione infine socialista? Risponde Lenin: «Verrà giorno in cui la lotta contro l’autocrazia russa sarà finita e l’epoca della rivoluzione democratica superata per la Russia; da quel momento sarà perfino RIDICOLO parlare di unità di volontà fra proletariato e contadiname, di dittatura democratica ecc.. Il proletariato deve fare fino in fondo la rivoluzione democratica, aggregandosi la massa contadina, per schiacciare con la forza la resistenza dell’autocrazia e paralizzare l’instabilità della borghesia. Il proletariato deve fare la rivoluzione socialista aggregandosi la massa degli elementi semiproletari della popolazione, per schiacciare con la forza la resistenza della borghesia e paralizzare la instabilità delle classi contadine e della piccola borghesia». Giacché, quando il proletariato scenderà in campo con le sue rivendicazioni, anzi perfino quando porrà la rivendicazione massima alla quale potrebbe e dovrebbe giungere, ma non giunge, una rivoluzione borghese fatta da classi e sottoclassi borghesi, la nazionalizzazione della terra (vogliamo ricordare che l’«Indirizzo» la rivendica già nel 1850?), la lotta si scatenerà allora terribile e, «in questa lotta I CONTADINI COME CLASSE DI PROPRIETARI TERRIERI, AVRANNO LA STESSA FUNZIONE DI TRADIMENTO, DI INCOSTANZA, CHE LA BORGHESIA HA OGGI IN RUSSIA NELLA LOTTA PER LA DEMOCRAZIA».

Consci che «dopo la completa vittoria della rivoluzione democratica, il piccolo proprietario si volgerà inevitabilmente contro il proletariato», i bolscevichi, e per essi Lenin, guardano alla rivoluzione europea: «La nostra repubblica democratica non ha altre riserve che il proletariato socialista dell’Occidente».

L’atteggiamento di fronte alla guerra

Abbiamo insistito su questi precedenti, a costo (può forse sembrare) di sacrificare ad essi una parte dell’«epopea di Ottobre», proprio perché il trucco dell’opportunismo consiste nel presentare la rivoluzione russa del 1917 come un«episodio» a se stante, non previsto, non preparato in lunghi anni di continuità teorica e pratica ininterrotta, non inserito in una visione mondiale della strategia rivoluzionaria: in certo modo come una «anomalia» storica, o come una geniale ma irripetibile «scoperta» – non tanto di un partito, quanto di un uomo.

Vale al contrario per noi, come tesi teorica e come insegnamento pratico, che l’Ottobre nacque da una lunga gestazione, attraverso la quale vennero definiti e sempre meglio scolpiti i punti-chiave della funzione primaria del partito, del ruolo dirigente e infine egemonico del proletariato nella rivoluzione prevista in Russia, della necessaria correlazione fra questa e la rivoluzione in Europa (e viceversa), e dell’inevitabilità del passaggio, in Russia, dall’alleanza proletariato-contadiname nella «rivoluzione borghese portata fino in fondo» alla lotta aperta fra le classi ex alleate – lotta destinata a volgersi in vittoria proletaria con l’appoggio della rivoluzione socialista vittoriosa nei paesi a capitalismo avanzato.

Abbiamo insistito su quei precedenti anche perché mostrano come, in perfetta aderenza alla dottrina marxista, i bolscevichi abbiano escluso fin dall’inizio la possibilità di «costruire il socialismo» in Russia fuori dalla prospettiva della rivoluzione mondiale comunista.

Questa prospettiva mille volte ribadita diventa una realtà immediata allo scoppio della guerra mondiale 1914-18. I bolscevichi non hanno esitazioni: si è aperta la «fase suprema del capitalismo»; l’alternativa per tutto il periodo storico che la prima carneficina mondiale inaugura è fra guerra e rivoluzione, per tutti i paesi: la III Internazionale preciserà il concetto nel dilemma «O dittatura del proletariato o dittatura della borghesia». Nessuna delle giustificazioni addotte, da qualunque parte della barricata, per rinunciare alla storica missione della classe operaia aderendo alla guerra sono irrevocabilmente respinte; nessun «difesismo», sotto nessun pretesto, è avallato. Non c’è nessuna «civiltà», nessuna «democrazia», nessuna «patria», che la classe operaia internazionale sia chiamata a difendere e salvare: non per esse, d’altronde sono scese in guerra le grandi potenze, ma per la spartizione del mondo, per la conquista dei mercati, per l’oppressione intensificata di altri popoli. Non solo non c’è nulla da salvaguardare e da difendere: c’è solo da offendere e distruggere! Il proletariato internazionale non chiede pace né agisce per essa: pratica il disfattismo rivoluzionario, la fraternizzazione al disopra delle trincee, il sabotaggio della «patria»; lotta per la «trasformazione della guerra imperialistica in guerra civile»; unisce nella stessa condanna l’aperta adesione alla guerra e il rifiuto di contrapporre ad essa l’unica soluzione possibile per la classe operaia, quella rivoluzionaria. La divisa non conosce frontiere: vale per il proletariato di Francia come di Germania, d’Inghilterra come di Russia. Quella Russia che la marcia dell’imperialismo ha unita in un «solo grumo di sangue» alle borghesie di tutto il mondo e l’ha legata al loro destino. Vano, a Pietroburgo come a Parigi e Londra, come a Vienna e Berlino, invocare la necessità di difendere la patria perché con essa si difende il bene supremo della «democrazia» e della «civiltà» minacciate – vano per lo zarismo alleato alle democrazie di Occidente, come lo sarà per il regime post-zarismo di democrazia borghese ancor più interessato alle fortune e alle vittorie dell’Intesa La prospettiva è unica, ripetiamolo, ed urgente; il quadro è mondiale; sarà rivoluzione in Russia, e sia pure, all’inizio, rivoluzione democratica «portata fino in fondo»; sarà rivoluzione socialista in Europa. «In tutti i paesi avanzati, la guerra mette all’ordine del giorno la rivoluzione socialista, parola d’ordine che si impone tanto più imperiosamente in quanto gli oneri della guerra pesano più duramente sulle spalle del proletariato, e in quanto il ruolo di quest’ultimo diverrà più attivo nella ricostruzione dell’Europa dopo gli orrori della barbarie patriottica attuale, commessi nel quadro degli immensi successi tecnici del grande capitale). (La guerra e la socialdemocrazia russa, 1 novembre 1914). E sempre più, man mano che la guerra procede, necessita di una nuova Internazionale eretta sulle macerie della II e dei suoi partiti socialsciovinisti e socialpacifisti, delle sue «destre» come dei suoi «centri» conciliatori, non meno ed anzi più reazionari.

È sul solco di questa ininterrotta proclamazione dell’apertura di un ciclo mondiale e irreversibile di rivoluzioni guidate da quelli che ancora si chiamano partiti «socialdemocratici» ma che ben presto si chiameranno, spogliandosi della loro «biancheria sporca», partiti comunisti, che nascerà Ottobre: non «eccezione» alla regola di un pacifico avvento al potere, non proprietà esclusiva di un proletariato (caso mai, proprio a quest’ultimo potrebbe sembrare aperta la via di un’eccezione, e un’eccezione non socialista), ma regola generale e direttiva invariabile. Dov’è la ignobile finzione di vie non-rivoluzionarie; dove, peggio, il mostro infame di «vie nazionali»? La storia, è vero, vieta ai paesi arretrati di saltare da soli al disopra dei gradini economici che portano al socialismo pieno, e che sono già stati percorsi dai paesi «evoluti» (ma con quale disprezzo Lenin parla degli «immensi successi tecnici del grande capitale»!), ma non solo questa realtà non ha nulla di «nazionale», essendo un fatto storico abbracciante l’intero arco del mondo, bensì è vero che neppure per gettare, sotto la ferrea dittatura del «proletariato che dirige i contadini», le «basi del socialismo» cioè per salire dal più basso gradino di economie non solo precapitalistiche ma addirittura patriarcali al gradino più alto del capitalismo pieno, neppure per questa possibilità è data altra via che quella della rivoluzione, quindi dell’antidemocrazia e del terrore da un lato, dell’internazionalizzazione dell’assalto proletario al cielo dall’altro. Il Lenin che a Zimmerwald e a Kienthal nell’Imperialismo e negli innumerevoli scritti di guerra (Controcorrente!), ribatte con l’urgenza di un compito storico inalienabile il chiodo della «trasformazione della guerra imperialista in guerra civile», che fustiga le illusioni disarmiste e pacifiste, che invoca una nuova Internazionale poggiante sulla rivendicazione di questi stessi principi, che vede in un unico quadro le rivoluzioni di occidente e di oriente, e addita al proletariato, dovunque, al suo partito, in ogni paese, la via della conquista del potere, – quale che possa essere, nelle condizioni obiettive e di fatto, il suo programma economico immediato – sarebbe dunque il padre delle vie pacifiche e nazionali al socialismo, il teorico della «coesistenza» anziché il loro becchino? Il Lenin del Programma militare della rivoluzione proletaria sarebbe dunque il capostipite delle «marce della pace» e della rivendicazione dei «valori» nazionali e democratici?

Sarebbe, insomma. Lenin il primo rinnegatole dell’Ottobre Rosso?

Partito e Internazionale

Non seguiremo qui passo passo i mesi densi di storia che dal ritorno di Lenin in Russia nell’aprile 1917 conducono alla sfolgorante vittoria di Ottobre, oggetto di ripetuti testi e riunioni del nostro Partito. Importa invece seguirne le linee dorsali, che si prolungano al di là dei limiti di tempo e di spazio di quel nodo cruciale del movimento proletario e comunista contemporaneo, per ribadirne il carattere permanente e normativo.

Dalle tesi di aprile alla conferenza di partito dello stesso mese, dal I congresso panrusso dei Soviet alle giornate di giugno; dal V congresso clandestino del luglio, alla lotta contro Kornilov in agosto; dall’intensa vigilia che è insieme restaurazione della dottrina marxista in Stato e rivoluzione e battaglia per l’insurrezione contro le resistenze in seno al Comitato Centrale; dall’insurrezione stessa, passando per il boicottaggio del Preparlamento, alla presa del potere e alla costituzione del Consiglio dei Commissari del Popolo, dalle prime fondamentali leggi eversive alla dispersione dell’assemblea costituente; dalla pace di Brest Litovsk alla liquidazione della residua alleanza coi socialrivoluzionari di sinistra e all’inizio della guerra civile su tutti i fronti; in tutta questa fase in cui la storia di decenni si condensa in pochi mesi e anticipa decenni di avvenire, cercheremo noi le lezioni dell’Ottobre proletario e comunista nel programma di interventi dispotici nell’economia che, in una serie martellante di testi prima e dopo l’insurrezione e fino al discorso sull’«Imposta in natura» di quattro anni dopo, Lenin, cioè il partito bolscevico attraverso la sua voce e la sua penna, definisce sulla linea costante della prospettiva del passaggio della Russia arretrata (e solo in isole relativamente ristrette capitalista) al capitalismo pieno, sotto il controllo politico e statale della dittatura: meglio ancora, dell’edificazione delle «basi» del socialismo in una lotta aspra contro la microproduzione piccolo-borghese contadina e urbana, il cui esito dipende dal divampare della rivoluzione proletaria nei paesi a capitalismo stramaturo? No. E non perché questo programma, che nulla tace e nulla concede alla demagogia di promesse irrealizzabili nell’ambito della sola Russia, non si inquadri in modo rigoroso nella classica visione marxista, non mutandone una virgola (è, essenzialmente, il programma del Manifesto 1848 e dell’Indirizzo 1850); non perché sia lecito supporre che un altro programma fosse possibile o augurabile, e questo sembri, all’ansia dei militanti, troppo «modesto», – un passo non avanti ma indietro sulla via del socialismo. Ma perché non è esso che definisce proletario e comunista l’Ottobre; non e esso che infiammò le masse proletarie di tutto il mondo negli anni roventi del primo dopoguerra; non è esso preso a sé che segna l’immutabile e generale via dell’emancipazione della classe operaia. Sulla base di quel programma, il vittorioso potere proletario lavorerà a consolidarsi nell’attesa che la rivoluzione comunista in Europa, almeno in Europa, sciolga il nodo dell’arretratezza economica russa mediante l’apporto delle forze produttive e delle risorse tecniche ereditate dal capitalismo là dove esso ha esaurito il suo ciclo e il potere gli è stato strappato di mano: nazionalizzando la terra prima, spingendo poi l’economia agricola verso forme sempre più avanzate di lavoro associato; prima controllando una grande industria (e relativo apparato finanziario e commerciale) spinta a cartellizzarsi e concentrarsi, poi affidandola in gestione allo Stato, e facendo leva su di essa – arma politica prima che economica – per accelerare l’evoluzione nelle campagne e prepararsi, se la rivoluzione europea non verrà prima, all’inevitabile riaprirsi del conflitto con la classe contadina. Sulla base non di quel programma, ma della rottura del ferreo anello che lo legava al programma politico comunista (e mondiale!) della dittatura di Partito, – e della liquidazione anche fisica dello stesso Partito con la violenza repressiva di Stato, lo stalinismo svilupperà non solo «capitalismo economico» ma «capitalismo politico», farà della Russia dell’Ottobre una grande potenza nazionale e dei partiti della rivoluzione i partiti della democrazia e dell’ordine, e li getterà nella fornace della seconda guerra imperialistica in difesa dei pilastri dorati del Capitale. Sulla base di questa rottura politica e dello sfruttamento di quelle basi economiche duramente conquistate, poggia ora l’URSS della coesistenza pacifica: in nome di questa vittoria della controrivoluzione è lecito oggi alla borghesia internazionale commemorare un Ottobre sterilizzato e «reso innocuo», un Ottobre entrato a far parte dell’universo aclassista e interclassista della «Cultura», o di quella «terra di nessuno» (cioè di tutti) che nelle rappresentazioni di maniera sarebbe la storia; un Ottobre che ha abdicato a tutto ciò per cui era e resta per noi, e ridiverrà un giorno forse non lontano per tutti i proletari, una luce ed una forza.

Questa luce e questa forza, oggi accuratamente nascoste alla classe sfruttata perché non rinascano come terribili spettri al disopra di un orizzonte che sembra chiuso ad ogni prospettiva diversa dall’agonia prolungata e senza scampo di un regime imputridito, vanno cercate nel più vasto quadro in cui anche le «misure economiche» del 1917 e del 1921 si inserivano, esattamente al loro posto, e dal quale attingevano senso e valore. Rievochiamole.

Nella linea ininterrotta, e difesa con le unghie e coi denti, che dalle tesi di aprile va fino alla fondazione delle III Internazionale e alle sue basi costitutive, il Partito bolscevico – parte inscindibile del movimento proletario organizzato mondiale – si spoglia anche nel nome di qualunque elemento che possa far nascere il sospetto di un legame fra democrazia e socialismo: «La parola democrazia applicata al partito comunista non e soltanto scientificamente errata: è oggi, dopo il marzo 1917, un paraocchi messo al popolo rivoluzionario per impedirgli di edificare liberamente, arditamente, di sua iniziativa il nuovo ordine: i Soviet dei deputati operai e contadini e di tutti gli altri deputati come potere unico nello «Stato», come precursore della estinzione di ogni specie di Stato» («I compiti del proletariato nella rivoluzione», 10 aprile 1917). Il Partito (e, con esso, tutti i partiti del mondo in quanto seguano la stessa via maestra) sarà comunista tout court.

Posto dal crollo dello zarismo in una situazione fortunata di vigilia rivoluzionaria prima degli altri partiti e degli altri proletariati, esso è conscio delle responsabilità mondiali che gli incombono in forza di questo «privilegio storico». «A chi molto è stato dato molto si chiede … Occorre che proprio noi, proprio oggi, fondiamo senza tardare una nuova Internazionale proletaria, o meglio non temiamo di constatare apertamente che essa è già fondata e che essa agisce. È questa l’Internazionale degli «Internazionalisti di fatto». Essi ed essi soli sono i rappresentanti delle masse internazionaliste rivoluzionarie». Che, nella contingenza storica, questi internazionalisti comunisti siano pochi, non lo spaventa: «Non è il numero che importa, ma l’espressione giusta delle idee e della politica del proletariato veramente rivoluzionario. L’essenziale non è di «proclamare» l’internazionalismo, ma di saper essere, anche nei tempi più difficili, degli internazionalisti di fatto». Se esiste, in Russia per una serie di circostanze che non dipendono dalla borghesia ma che sono ad essa imposte dall’ineluttabile marcia delle lotte di classe, una «libertà» maggiore che in altri paesi, «usiamo di questa libertà non per predicare l’appoggio alla borghesia e al «difesismo rivoluzionario» borghese, ma per fondare coraggiosamente, onestamente, da proletari alla Liebknecht, la III Internazionale, nemica irriducibile dei traditori socialsciovinisti e degli esitanti del centro». Questo dovere verso il proletariato internazionale sta in cima al pensiero del Partito, è il suo primo compito; alla nuova Internazionale esso fornirà l’ineguagliabile patrimonio di una teoria marxista restaurata nella sua integrità rivoluzionaria, e ribadita attraverso i rudi fatti dell’«assalto al cielo» a Pietroburgo e Mosca: Stato e rivoluzione e Ottobre sono coevi; La rivoluzione proletaria e il rinnegato Kautsky di Lenin e Terrorismo e bolscevismo di Trotzki sono il bilancio teorico e pratico di tre anni di guerra civile; le tesi del I e del II congresso sono il dettato non del Partito russo come tale al mondo, ma del marxismo, alla cui essenza non adulterata tutti i partiti di tutto il mondo sono stati ricondotti dalla dinamica della guerra fra le classi, ai proletari di qualunque paese.

Il senso della nostra rievocazione, per la quale siamo coscienti che occorrerebbe ben altra penna che la nostra, è che l’Ottobre si legge tutto nelle pagine – nei discorsi, negli scritti, nelle tesi, nelle battaglie, anelli di una sola ed unica catena – che ne furono l’annuncio prima che l’insurrezione travolgesse in una sola ventata l’intero apparato di dominio della classe dominante. L’Ottobre, il che significa anche la guerra civile, l’Internazionale e i suoi primi congressi, la NEP – la rivoluzione vittoriosa, ma anche la controrivoluzione che poi lo sommerse. L’Ottobre che significa non solo la rivoluzione in Russia, ma la rivoluzione e la controrivoluzione contro di essa scatenata – nel mondo.

L’Ottobre non è l’ignoto verso il quale il partito si butta attendendo che la storia sciolga i suoi enigmi e gli detti il cammino: è il punto di arrivo previsto, atteso, preparato, martellalo di giorno in giorno nelle parole e negli atti – fra le masse; un punto di arrivo che è insieme, allo stesso titolo e nello stesso modo, un punto di partenza.

La rivoluzione di febbraio ha trasmesso il potere dalle mani insanguinate dello zarismo alle mani, ansiose di tuffarsi nello stesso sangue, della borghesia capitalistica: ha creato nel medesimo tempo, nel soviet dei deputati operai e soldati di Pietrogrado, un «potere che poggia non sulla legge, ma sulla forza immediata delle masse armate della popolazione». Che cosa impedisce a questo «intreccio» di due poteri, che non possono coesistere a lungo in uno Stato, di sciogliersi? Che cosa, in altri termini induce il Soviet di Pietrogrado, malgrado la forza reale su cui poggia, a «rimettere volontariamente il potere statale alla borghesia e al suo governo provvisorio?». La «gigantesca ondata piccolo-borghese» che «ha sommerso ogni cosa, ha schiacciato non solo col suo numero, ma anche con le sue idee, il proletariato cosciente: ha cioè contaminato, pervaso con concezioni politiche piccolo-borghesi, vastissimi strati operai», e – aggiungiamo dopo che Lenin ha già vibrato il suo colpo di staffile – una parte dello stesso partito bolscevico. L’Ottobre, quella «seconda tappa» – secondo le tesi di aprile – «che deve dare il potere al proletariato e agli strati poveri dei contadini», non sarà possibile se non «si versa aceto e fiele nell’acqua inzuccherata delle frasi democratiche rivoluzionarie», se non «si libera il proletariato dalla «generale» ebbrezza piccolo-borghese. È quello il nemico, è quello il diaframma che vieta alle grandi masse in minacciosa effervescenza di imboccare il loro cammino: un diaframma più tenace della violenza che la borghesia potrebbe esercitare – e non esercita proprio perché esso glie ne risparmia le spese – contro la marea montante «dei proletari e degli strati poveri dei contadini». Esperienza puramente russa? Fenomeno «nazionale»? Giammai. Avendo alle spalle tre quarti di secolo di lotte proletarie, il cui bilancio Marx ed Engels consegnarono alle generazioni future nelle «Lotte di classe in Germania e in Francia», il partito può dire, prima di Ottobre e per qualunque Ottobre avvenire: «In tutto il mondo, l’esperienza dei governi della borghesia e dei proprietari fondiari ha elaborato due metodi per mantenere il popolo nell’oppressione. Il primo è la violenza. Nicola I e Nicola II hanno mostrato al popolo russo, applicando questo metodo da carnefici, il massimo del possibile e dell’impossibile. Ma vi è un altro metodo elaborato nel migliore dei modi dalla borghesia inglese e francese (i campioni e i «modelli» della democrazia!), istruita da una serie di grandi rivoluzioni e di movimenti rivoluzionari delle masse. È il metodo dell’inganno, della lusinga, della frase, delle promesse senza numero, dell’elemosina di un soldo, delle concessioni più insignificanti per conservare il più importante». L’insegnamento è perenne e universale: la rivoluzione proletaria non può vincere senza sgominare quel nemico sottile, capillare, insinuante che è la piovra dell’ideologia piccolo-borghese radicata nella microproduzione agraria ed urbana. «I capi della piccola borghesia devono (il fatto è dunque oggettivo, ineliminabile, determinato da rapporti di classe reali) insegnare al popolo la fiducia nella borghesia. I proletari devono insegnargli la sfiducia»! È la prima lezione che entrerà nelle tavole immutabili dell’Internazionale Comunista. È una lezione diretta contro di voi, commemoratori-becchini dell’Ottobre Rosso a cinquantanni di distanza!

Guerra e pace

Il solco traccialo da Ottobre non è quindi soltanto fra proletariato e borghesia: è, inseparabilmente, fra proletariato e mezze classi. Perciò esso è proletario e comunista: perciò, di là dal suo programma economico immediato, e patrimonio nostro e irrevocabile condanna vostra, partiti, gruppi ed uomini che cavalcate il ronzino, fin troppo noto dal ’48 francese e tedesco, dell’«acqua zuccherata delle frasi democratiche», oggi neppur più «rivoluzionarie»! Perciò ebbero diritto i bolscevichi, e l’abbiamo noi cinquantanni dopo, di proclamare – con Lenin, nell’agosto 1918: «La nostra rivoluzione è iniziata come rivoluzione mondiale».

Le tesi d’aprile hanno posto al vertice del grande «colpo di timone» – non rispetto al programma bolscevico, ma al suo abbandono da parte dei «conciliatori» – il riconoscimento che la guerra, sotto il nuovo regime di democrazia borghese, «rimane incondizionatamente una guerra imperialistica di rapina» e che non si può uscirne «senza abbattere il capitale», propugnando il disfattismo nelle file dell’esercito, la fraternizzazione al disopra delle frontiere, la trasformazione in guerra civile: giacché «obiettivamente, il problema della guerra si pone soltanto in modo rivoluzionario». Ancora una volta, che cosa impedisce alle masse di capirlo? Risponde Lenin: «Bisogna riconoscere il difesismo rivoluzionario come la più considerevole e più chiara manifestazione dell’ondata piccolo-borghese che ha sommerso «quasi tutto». È proprio questo il nemico peggiore del progresso e del successo della rivoluzione russa». Difesismo col pretesto che la democrazia è in pericolo, sogni piccolo-borghesi di accordi fra governi belligeranti, appelli alla buona volontà, «internazionalismo a parole, opportunismo pusillanime di fronte ai socialsciovinisti nei fatti», invocazioni al disarmo: lo staffile di aprile si abbassa su tutto «il regno, della benevola fraseologia piccolo-borghese», accomuna nella stessa condanna i socialsciovinisti dichiarati e i loro reggicoda del «centro», riconosce in essi due fenomeni entrambi oggettivi, un disporsi naturale e irrimediabile di forze di classe su una linea costante di appoggio diretto o indiretto al dominio dittatoriale borghese; pone alla rivoluzione russa, parte inscindibile della rivoluzione mondiale, l’obiettivo di andar oltre «il primo passo», a quel secondo passo, «cioè il passaggio del potere statale al proletariato, che solo può garantirci la cessazione della guerra». Aggiunge: «Questo sarà il principio della «rottura mondiale del fronte», del fronte degli interessi del capitale; e solo rompendo questo fronte il proletariato può sottrarre l’umanità agli orrori della guerra e procurarle i beni di una pace duratura». Il pacifismo non ha posto nel programma del pre-Ottobre, questo programma è di guerra alla guerra con tutti i mezzi del disfattismo rivoluzionario fino alla conquista rivoluzionaria e violenta del potere statale; solo allora potrà essere pace se il «fronte mondiale» si spezza!

I mesi di preparazione all’Ottobre sono tutto un incalzare, un crescendo continuo, della lotta contro i «pretesti» accampati dalla sempre risorgente ideologia piccolo-borghese in seno al proletariato per coonestare l’adesione al massacro imperialistico; sono un titanico, incessante sforzo per conquistare il proletariato alla necessità di prendere il potere non foss’altro che per mettere fine al mostro che insanguina i campi di battaglia di tutto il mondo. È con gli occhi rivolti a questa soluzione mondiale che il potere proletario stretto nel pugno del partito comunista firmerà l’«arcigravosa pace» di Brest Litovsk, il suo «trattato di Tilsit», nel marzo 1918. Lo firmerà non in nome dell’astratta rivendicazione della pace, ma in nome della rivoluzione proletaria internazionale. Esso che non avrebbe avuto bisogno di firmare nessuna pace se la rivoluzione fosse scoppiata in Europa sulla scia di Ottobre, lo sottoscrive nella certezza che la rinunzia a combattere nel quadro della guerra imperialistica, e a costo dei maggiori sacrifici, non solo rafforzerà il legame fra la dittatura proletaria e le masse in Russia, ma agirà come potente lievito disfattista nelle file degli eserciti imperialisti di una Europa ancora impegnata alla reciproca carneficina; lo sottoscrive «appunto nell’interesse di una seria preparazione» della guerra rivoluzionaria che non da oggi esso sa e proclama necessaria, sia essa imposta come difesa del prevedibile, anzi inevitabile attacco esterno di borghesie non ancora spodestate dall’assalto rivoluzionario al potere, come offesa che il primo Stato proletario e socialista scaglia contro l’accerchiamento borghese, in appoggio ai proletari insorti, o pronti ad insorgere, contro lo stesso nemico (i due casi di «L’opportunismo e il fallimento della II Internazionale» e di «La parola d’ordine degli Stati Uniti d’Europa», 1915 e 1926); la guerra rivoluzionaria che le tesi di aprile avevano giustificato in anticipo alla condizione del «passaggio del potere nelle mani del proletariato e della parte povera della popolazione contadina che si schiera dalla sua parte, della rinuncia effettiva e non a parole a qualsiasi annessione, e della rottura completa, effettiva con tutti gli interessi del capitale». Il pacifismo non ha mai posto nel programma d’Ottobre né prima né dopo la conquista del potere! Il Lenin che, nel suo rapporto «Sulla guerra e sulla pace» nel marzo 1918, proclama: «La nostra parola d’ordine non può che essere una: imparare sul serio l’arte della guerra» e, ai compagni impazienti di battersi sui fronte della guerra rivoluzionaria, grida: «Afferrate la tregua, sia pur di un’ora, poiché vi è offerta, per mantenere il contatto con le lontane retrovie, per creare colà nuovi eserciti», chiuderà in uno splendido cerchio dialettico le due fasi inseparabili della conquista rivoluzionaria del potere e del suo esercito in La rivoluzione proletaria e il rinnegato Kautsky: «Nessuna grande rivoluzione è mai avvenuta e non può avvenire senza disorganizzazione dell’esercito … Il primo comandamento di ogni rivoluzione vittoriosa – Marx ed Engels lo sottolinearono a più riprese – è: distruggere il vecchio esercito, scioglierlo sostituirlo con uno nuovo». Né si dica: Ma questo è proclamato in vista della guerra civile interna! La guerra civile è, per Lenin, come la rivoluzione, un «fatto internazionale» che non conosce frontiere, come non ammette abbandoni neanche quando deve subire una «tregua»!

L’Ottobre Rosso scolpisce la sua gigantesca epopea solo scolpendo nello stesso tempo, in testi memorabili come in pagine sfolgoranti di lotta, le tavole della rivoluzione proletaria e comunista mondiale.

I commemoratori-becchini di oggi non hanno dimenticato, e proprio per non averlo dimenticato si sforzano di farlo dimenticare ai proletari, che la rivoluzione bolscevica commemorò se stessa, prima ancora d’avvenire, sollevando dalla polvere dell’oblio riformista la dottrina marxista dello Stato, e tracciando al proletariato di tutti i paesi, quindi anche a quello russo, e ai partiti comunisti che ne sono la coscienza e la volontà organizzata, la via che i comunardi avevano già percorso, che Marx ed Engels avevano teorizzato prima, durante e dopo la Comune, e che dev’essere per i comunisti di qualunque luogo e di qualunque generazione la strada unica e maestra. Non a caso le tesi di aprile, sollecitando il Partito a ritrovare se stesso togliendosi la pelle sudicia, gli avevano dettato il compito di ridefinire il programma con particolare riferimento «all’atteggiamento verso lo Stato» e alla «nostra rivendicazione dello Stato-Comune». Era questa la condizione sine qua non perché l’assurdo storico della «dualità di potere» si sciogliesse e, liberandosi dalla camicia di Nesso delle «fraseologie piccolo-borghesi», il Soviet, conquistato all’influenza decisiva del Partito, avesse la forza di gettare in faccia alla classe dominante il grido non solo di «Nessun appoggio al governo provvisorio», ma di «Niente repubblica parlamentare!» e accettasse di essere «il potere unico nello Stato», il potere non poggiante sulla legge ma sulla «forza armata» delle masse. Sarebbe allora stato chiaro, che, dalla «prima tappa» alla seconda, non si passa, non è lecito pensare di potei passare, per gradi, ma per un saliti qualitativo: il salto della demolizione della macchina statale borghese e della costruzione di un’altra macchina, proletaria questa e dittatoriale non meno della prima; dichiaratamene di classe come quella lo era nei fatti e pretendeva di non esserlo a parole; diretta a reprimere la classe avversa come i borghesi fecero ai tempi e non amano proclamare, come i proletari faranno e proclamano.

Necessità della dittatura

Questo salto – l’insurrezione armata, la presa violenta del potere, il suo esercizio dittatoriale (cioè la soppressione della «democrazia pura» dei borghesi) è forse additato alla Russia perché, in forza di particolarità storiche, geografiche o magari (come cianciano gli imbrattacarte della «cultura» dominante) razziali, la Russia – segno della croce! – è Russia; perché, altrove, la strada possa non essere quella? No. Nello stesso mese di ansiosa vigilia in cui la voce della rivoluzione mette con insistenza il Comitato Centrale bolscevico di fronte alla consapevolezza che «il successo della rivoluzione russa e della rivoluzione mondiale» (quando mai troveremo divisi questi due termini nella letteratura rivoluzionaria di Ottobre?) «dipende da due o tre giorni di lotta», in quello stesso mese Stato e rivoluzione risponde in modo definitivo a quella domanda: 1) «Lo Stato borghese non può essere sostituito dallo Stato proletario (dittatura del proletariato)per via di «estinzione»; può esserlo unicamente, come REGOLA GENERALE, per mezzo della rivoluzione violenta». 2) «La dottrina della lotta di classe, applicata da Marx allo Stato e alla rivoluzione socialista, porta INEVITABILMENTE a riconoscere il dominio politico del proletariato, la sua dittatura, il potere cioè che esso non divide con nessuno e che si appoggia direttamente sulla forza armata delle masse … Lo Stato, vale a dire il proletariato organizzato come classe dominante – questa teoria di Marx è indissolubilmente legata a tutta la sua dottrina sulla funzione rivoluzionaria del proletariato nella storia. QUESTA FUNZIONE CULMINA NELLA DITTATURA PROLETARIA, NEL DOMINIO POLITICO DEL PROLETARIATO. Ma, se il proletariato ha bisogno dello Stato in quanto organizzazione mondiale della violenza contro la borghesia, ne scaturisce spontaneamente la conclusione: la creazione di una tale organizzazione è possibile senza che sia prima ANNIENTATA, DISTRUTTA LA MACCHINA DELLO STATO CHE LA BORGHESIA HA CREATO PER SE?». 3) «L’ESSENZA della dottrina di Marx sullo Stato viene assimilata soltanto da colui che comprende che la dittatura di una sola classe è necessaria non solo per ogni società di classe in generale, non solo per il proletariato dopo aver abbattuta la borghesia, ma per un intero periodo storico che separa il capitalismo dalla «società senza classi», dal comunismo. LE FORME DI TUTTI GLI STATI BORGHESI SONO STRAORDINARIAMENTE VARIE, MA LA LORO SOSTANZA E’ UNICA: TUTTI QUESTI STATI SONO, IN UN MODO O NELL’ALTRO, MA IN DEFINITIVA OBBLIGATORIAMENTE, UNA DITTATURA DELLA BORGHESIA. IL PASSAGGIO DAL CAPITALISMO AL SOCIALISMO, NATURALMENTE, NON PUO’ NON PRODURRE UNA ENORME ABBONDANZA E VARIETA’ DI FORME POLITICHE, MA LA SOSTANZA SARA’ INEVITABILMENTE UNA SOLA: LA DITTATURA DEL PROLETARIATO!».

Non è, quella del proletariato di erigere la propria dittatura sulle macerie dello Stato dittatoriale-democratico borghese «per un intero periodo storico», una pretesa soggettiva: è una condizione oggettiva, quella stessa che fa della borghesia e del proletariato le sole classi protagoniste del doloroso travaglio della storia contemporanea: «L’abbattimento del potere borghese è possibile soltanto per opera del proletariato, come classe particolare preparata a questo rovesciamento dalle condizioni economiche di esistenza che gli danno la possibilità e la forza di compierlo. Mentre la borghesia fraziona, disperde la classe contadina e tutti gli strati piccolo-borghesi, essa concentra, raggruppa e organizza il proletariato. In virtù della sua funzione economica nella grande produzione, il proletariato è il solo capace di essere la guida di tutti i lavoratori e di tutte le masse sfruttate che la borghesia spesso sfrutta, opprime, schiaccia non meno E ANCHE PIU’ dei proletari, MA CHE SONO INCAPACI DI LOTTARE INDIPENDENTEMENTE PER LA LORO EMANCIPAZIONE … Il potere politico, la organizzazione centralizzata della forza, l’organizzazione della violenza, sono necessari al proletariato sia per reprimere la resistenza degli sfruttatori, sia per dirigere l’immensa massa della popolazione – contadini, piccola borghesia, semi-proletariato – nell’opera di «avviamento» dell’economia socialista».

Il brano è cruciale. Tutta l’esperienza dei mesi che precedono Ottobre si condensa nell’azione oggettiva di freno della piccola borghesia nel moto ascendente della rivoluzione: ad essa, alla sua influenza sottile e penetrante, era stata dovuta l’abdicazione perfino del Soviet – «sola forma possibile di governo rivoluzionario» – al compito postogli dalla Storia di prendere ed esercitare il potere da solo, senza spartirlo con nessuno. Ma questa esperienza è generale, è un fatto di «meccanica sociale» destinato a riprodursi dovunque; è lì il grande scoglio della rivoluzione proletaria e comunista. «Il proletariato rivoluzionario, dopo l’esperienza del luglio 1917, deve prendere da solo il potere statale nelle proprie mani: altrimenti la vittoria della rivoluzione è impossibile», aveva scritto Lenin pochi mesi prima, togliendo agli stessi organismi nati dalla spinta rivoluzionaria di febbraio, ma inquinati dall’ideologia piccolo-borghese, il diritto di chiedere al partito del proletariato rivoluzionario di levare il grido: «Tutto il potere ai Soviet!». In nome di questo riconoscimento, di questa necessità di «guidare» dittatorialmente le masse, l’Ottobre proletario, in vista del quale la penna di Stato e Rivoluzione cesserà di vergare le pagine di un libro essendo «più piacevole e utile fare l’«esperienza di una rivoluzione che non scrivere su di essa», sarà la presa del potere, totalitaria e violenta ad opera del partito poggiante sulla forza armata della classe operaia: sarà la liquidazione di ogni finzione democratica e parlamentare, col boicottaggio del Preparlamento prima, con la dissoluzione dell’Assemblea Costituente poi: sarà l’intervento dispotico nell’economia e la costruzione dal nulla di un esercito dopo la demolizione di quello zarista-democratico. Esemplare anche in questo, la mano che solo i filistei considerano «di un uomo», «di una persona» e che per noi è l’arma di una classe e di un partito lascerà incompiute le pagine di un libro per afferrare il timone dell’insurrezione armata e della dittatura sapendo che la via unica o si traccia nel vivo delle lotte fra le classi o è stato vano segnarla nei lesti dottrinari e programmatici; sapendo che, vincitori o vinti, è a faccia a faccia col nemico che si spalancano le porte all’avvenire. Gennaio 1918: «La vittoria definitiva del socialismo in un paese è, naturalmente (becchini al seguito dello stalinismo, fremete!), impossibile. Ma in compenso è possibile un’altra cosa: un esempio vivente, un inizio del lavoro in qualsiasi paese: ecco quello che accende le masse lavoratrici in tutti i paesi». Luglio 1918. mentre la guerra civile getta davanti a sé i suoi primi bagliori: «Per il momento, nostro compito è mantenere la fiaccola del socialismo, in modo che proietti il maggior numero di scintille per l’incendio crescente della rivoluzione mondiale».

La guida del partito

Questa «fiaccola» è Ottobre: vorreste, oh commemoratori-becchini, che essa fosse stata levata per proiettare il maggior numero di scintille per l’incendio crescente del «commercio equo» della «coesistenza pacifica», della «via indolore» a quello che chiamate socialismo! Vorreste che l’«esempio vivente» avesse esaurito la sua funzione nella remota terra dei Sarmati, nel lontano anno 1917-18!

«Dirigere le masse» all’insurrezione e alla presa del potere, in nome bensì dei Soviet ma «temprati e purificali nella lotta»: dirigerle nel titanico sforzo di sopravvivere dopo la conquista rivoluzionaria del potere statale contro «gli sfruttatori che non possono essere privati di colpo delle loro ricchezze, dei vantaggi della loro organizzazione e del loro sapere, e che quindi, per un periodo relativamente lungo, tenteranno inevitabilmente di rovesciare l’aborrito potere dei poveri», come contro il peso delle tradizioni, delle «abitudini», dell’influenza tenace delle ideologie piccolo-borghesi serpeggianti nei pori di una società che cambia faticosamente pelle: «dirigerle» non solo «educandole», ma neutralizzando e «reprimendo» lo spettro del passato che risorge nel presente e minaccia il futuro, nella coscienza che «ogni grande rivoluzione, e specialmente una rivoluzione socialista, anche se non ci fosse la guerra esterna, è inconcepibile senza una guerra interna, cioè una guerra civile che porta con sé uno sfacelo ancor maggiore che non una guerra esterna; che comporta migliaia e milioni di esempi di ESITAZIONE E DI PASSAGGIO DALL’UNO ALL’ALTRO CAMPO, uno stato di massima incertezza, di squilibrio di caos»; dirigerle dittatorialmente perché «è NATURALE che in una rivoluzione così profonda tutti gli elementi di decomposizione della vecchia società, FATALMENTE ASSAI NUMEROSI E LEGATI SOPRATTUTTO ALLA PICCOLA BORGHESIA … non possono non venire a galla» e, «per venire a capo di tutto ciò occorre del tempo e OCCORRE UN PUGNO DI FERRO» (citazioni da I compiti immediati del potere sovietico, aprile 1918): eccola, la grande lezione dell’Ottobre Rosso, non solo battaglia senza tregua su tutti i fronti della guerra scatenata dalla controrivoluzione interna ed esterna, dalla borghesia nazionale e internazionale, ma controllo egemonico da parte di una sola classe sugli «elementi di decomposizione» che nascono e rinascono senza posa dal grembo duro a morire delle mezze classi, questi relitti della «storia morta», che si aggrappano disperatamente al collo della «storia viva».

Per tutte queste ragioni – tutte, non una di meno – dirà Lenin in polemica con Kautsky, «la dittatura proletaria è un potere non vincolato da nessuna legge»; perciò «l’indice necessario, la condizione obbligatoria nella dittatura è la violazione della democrazia pura» come Ottobre farà non solo privando di qualunque diritto politico i borghesi, ma imponendo una «minorazione di diritti» alla piccola borghesia contadina rispetto al proletariato. Per tutte queste ragioni, «anche senza guerra esterna», la dittatura proletaria implica il Terrore Rosso come suo modo d’essere politico, arma del suo intervento nei rapporti sociali ed economici, strumento della sua azione militare. Per tutte queste ragioni, comuni a tutti i paesi, essa implica il Partito.

Egemonia del Partito

Egemonia del proletariato – egemonia del partito. I due termini sono inseparabili così come, nel «Manifesto», il termine finale: «Organizzazione del proletariato in classe dominante» è inconcepibile senza il termine preventivo: «Organizzazione del proletariato in classe … quindi in partito».

La storia di Ottobre è, inseparabilmente, la storia di due processi che si snodano in senso inverso e, qua e là si incrociano in modo violento e perfino sanguinoso: man mano che le masse lavoratrici si allontanano dal governo provvisorio, disertano i fronti di guerra, scendono in piazza, si scontrano con le forze dell’ordine, premono verso l’insurrezione, chiedono non con bollettini di voto ma a colpi di fucile la presa del potere, i partiti che si richiamano alla classe operaia ma esprimono e riflettono le esitazioni, la codardia e infine il servilismo della piccola borghesia si schierano, uno dopo l’altro, sul fronte della democrazia parlamentare e della guerra; nella stessa misura, il Partito che dall’aprile esprime in tutte le proclamazioni e in tutta la sua attività l’urgenza di spezzare quel fronte maledetto e conquistare il potere in nome «del proletariato e degli strati poveri del contadiname» si staglia sulla scena politica e sociale come il Partito unico della rivoluzione e della dittatura. La prova di forza della dispersione dell’Assemblea costituente lascia per questo Partito un ultimo residuo di possibile alleanza: i socialrivoluzionari di sinistra. Brest Litovsk spezza anche quest’ultimo legame. La guerra civile fino a Kronstadt ed oltre, vede il potere proletario avanzante scontrarsi con le risorgenti velleità democratiche, popolareggianti, centrifughe, anarchiche o populiste, dei vecchi gruppi e partiti e travolgerle.

Questa «decantazione» di forze politiche e sociali non era un fatto nuovo: gli scritti di Marx e di Engels sulle lotte di classe in Francia e in Germania sono percorse come da un filo continuo dalla denunzia – consegnata alla storia perché il proletariato rivoluzionario e il suo partito ne facciano tesoro – della inevitabilità del passaggio successivo al nemico di uomini, gruppi, partiti, nei quali si rispecchiano e si prolungano gli interessi economici, la forma mentis e il bagaglio ideologico, delle classi intermedie. La grandezza dei bolscevichi sta nel fatto che, per la prima volta nella storia del movimento operaio, trasformarono questa dura lezione negativa in una forza agente, in una ragione di vittoria; accettarono, magnificamente soli la responsabilità del potere, lasciando che i morti seppellissero i morti e non esitando neppure un momento a passare sopra alle indecisioni, alle titubanze, agli scrupoli democratici, degli stessi compagni – vecchi compagni di milizia comunista – che avevano esitato davanti al «salto nel buio» dell’insurrezione di Ottobre; archiviarono come un fatto oggettivo la diserzione di molti o di pochi, e aprirono coscientemente il libro della dittatura di partito in nome della classe. La decantazione delle sane energie proletarie dalle forze spurie era avvenuta: uniclassista, la rivoluzione divenne, per necessità storica ineluttabile, unipartitica: alla testa della classe-egemone non rimase che un Partito, anch’esso egemone – sua coscienza teorica, sua volontà organizzata suo organo nelle conquiste e nell’esercizio del potere. E fu la vittoria.

Sempre legando i «salti qualitativi» dell’Ottobre alla meccanica sociale vista e riconosciuta delle esperienze della lotta proletaria sull’arena del mondo, già nel settembre 1917 Lenin scriveva: «La fine ignobile del partiti socialista-rivoluzionario non è dovuta al caso: è il risultato, più volte confermato dell’esperienza europea, della situazione economica dei piccoli proprietari, della piccola borghesia». In forza di tale riconoscimento (non russo, non locale, non contingente), il Partito guiderà da solo l’insurrezione, prenderà da solo il potere, sicuro che il moto reale delle masse non s’interpreta consultando gli stati d’animo né di partiti su cui pesa «l’inerzia storica» del mondo piccolo-borghese che le avvolge da tutte le parti, né di istituti, sia pur di origine rivoluzionaria, nel cui seno le oscillazioni, la intrinseca codardia, la «forza dell’abitudine», proprie di quel mondo si riflettono, ma anticipandolo sul «portolano» della teoria e di quelle sue incessanti conferme che sono i bilanci storici delle lotte di classe – su quella carta nautica che sola permette di prevedere il disporsi naturale delle forze di classe di fronte all’ora decisiva, di sentire quest’ora, di intervenire in essa come forza che non crea ma dirige la rivoluzione. La dirige, beninteso, ben oltre i limiti temporali della presa del potere, nella coscienza che essa è soltanto il primo atto del dramma sociale e che lo stesso nemico risolleverà la testa dopo, nel corso ben più vitale dell’esercizio del potere: che quindi il Partito, e solo un partito, sarà tanto più necessario allora. Nel 1920, restituendo al proletariato d’Occidente la lezione già ricevuta, ma grave del bilancio di tre anni di guerra civile e di dittatura comunista, Lenin ripeterà: «La dittatura del proletariato è la guerra più eroica e più implacabile della classe nuova contro un nemico più potente, contro la borghesia, la cui resistenza è decuplicata dal fatto di essere stata rovesciata (sia pure in un solo paese) e la cui potenza NON CONSISTE SOLTANTO NELLA FORZA DEL CAPITALE INTERNAZIONALE, NELLA SOLIDITA’ DEI LEGAMI INTERNAZIONALI DELLA BORGHESIA, MA ANCHE NELLA FORZA DELL’ABITUDINE, NELLA FORZA DELLA PICCOLA BORGHESIA … Chi indebolisce, sia pur di poco, la disciplina ferrea del partito, del proletariato (SOPRATTUTTO DURANTE LA DITTATURA DEL PROLETARIATO) aiuta in realtà la borghesia contro il proletariato». Aggiungerà: «La negazione del partito (e per Lenin, partito qui significa partito comunista tout court) e della disciplina di partito … equivale al COMPLETO DISARMO DEL PROLETARIATO DI FRONTE ALLA BORGHESIA. Equivale appunto a quella dispersione, a quella incostanza, a quella incapacità di essere fermi, di essere uniti, di coordinare le azioni, che sono proprie della piccola borghesia, e che rovinano inevitabilmente ogni movimento rivoluzionario se vengono trattate con indulgenza». Dittatura del proletariato è centralizzazione e disciplina, quindi dittatura del Partito. In una formula lapidaria che ha il merito di integrare quella di Lenin legando inscindibilmente la «disciplina di ferro» del Partito e ciò senza di cui – come noi della Sinistra insistemmo (e non era un punto «accademico» ma una questione di vita e di morte) – non esiste centralizzazione e non v’è disciplina, o non è di ferro, cioè la continuità programmatica e organizzativa, e l’organico coordinamento ad essa della tattica, in quanto opposte alla discontinuità teorica e pratica, all’eclettismo vacillante e all’incancrenita tendenza all’improvvisazione dei partiti «operai» influenzati dalla piccola borghesia e dalla sua intellighenzia Trotzki dirà nello stesso anno: «Solo con l’aiuto di un partito che si appoggia sul suo passato storico, che prevede teoricamente il corso dello sviluppo e tutte le sue tappe, e ne conclude (si legga attentamente: «conclude» dalla previsione teorica dello sviluppo storico, non dallo sviluppo storico passivamente subito, imprevisto, ogni volta «scoperto», ogni volta «nuovo»!) quale forma di azione in un momento dato è la giusta, solo con l’aiuto di questo partito il proletariato può liberarsi dalla NECESSITA’ DI RIPETERE LA PROPRIA STORIA, LE PROPRIE OSCILLAZIONI, LA PROPRIA INDECISIONE E I PROPRI ERRORI». (Gli insegnamenti della Comune di Parigi).

A questa forza si dovette la vittoria insurrezionale d’Ottobre, ad essa il trionfo nella guerra civile; a questa forza deve attingere la rivoluzione di domani. Essa si iscrive a lettere di fuoco nelle tavole di bronzo in cui la rivoluzione bolscevica scolpì i suoi insegnamenti legandoli in eredità ai proletari e ai militanti comunisti di tutte le generazioni e di tutti i paesi. Sulla traccia di Lenin e Trotzki, che scrivono le parole da noi riportate avendo davanti agli occhi – ben più che l’insurrezione vittoriosa, lo scioglimento dell’Assemblea Costituente e la rottura con i socialrivoluzionari di sinistra – l’intero periodo storico della guerra civile in tutte le sue agitate e sfolgoranti vicende, noi riassumeremo questo insegnamento capitale nella formula seguente: Quando la classe operaia si presenti sullo scenario politico (peggio ancora sullo scenario parlamentare, ma ciò riguarda assai meno il 1917 bolscevico) divisa tra diversi partiti, la via non passa per un potere gestito in comune da tutti insieme, ma per la violenta liquidazione successiva di tutta una collana di servitori del capitalismo in veste falsamente operaia, fino al potere totale del partito unico.

Il principio dell’egemonia del partito si legge in tutte lettere nella opera di Marx e di Engels e specialmente in quella dettata dalla lunga polemica con gli anarchici e con i bakuninisti e in difesa del Consiglio Generale della prima Internazionale. Ma la grande forza delle rivoluzioni, anche di quelle che in definitiva furono vinte, sta nel mettere in luce sempre più completa, in un rilievo sempre più aspro, i lineamenti permanenti della dottrina e del programma. Non c’è nulla di nuovo, – ma il vecchio appare carico di un gigantesco bilancio di lotte fisiche della classe operaia – nei paragrafi di quelle tesi sul ruolo del partito comunista nella rivoluzione proletaria, che, proprio al termine della sanguinosa guerra civile, nel 1920, il II Congresso dell’Internazionale fece suo: «L’internazionale Comunista respinge nel modo più deciso l’idea che il proletariato possa compiere la sua rivoluzione senza possedere un partito politico autonomo. Ogni lotta di classe è una lotta politica. Scopo di questa lotta che si trasforma inevitabilmente in guerra civile, è la conquista del potere politico. Ma il potere politico non può essere afferrato organizzato e diretto che da un partito politico … La nascita dei soviet come forma storica fondamentale nella dittatura del proletariato non sminuisce affatto il ruolo dirigente del partito comunista nella rivoluzione proletaria … Nella storia della rivoluzione russa noi abbiamo vissuto un intero periodo in cui i soviet marciavano contro il partito proletario e appoggiavano la politica degli agenti della borghesia. Lo stesso fenomeno si è potuto osservare in Germania ed è anche possibile in altri paesi. Affinché i soviet assolvano il loro compito storico, è necessaria l’assistenza di un forte partito comunista, che non si «adegui» semplicemente ai soviet, ma sia in grado di spingerli a rinnegare il loro «adeguamento» alla borghesia e alla socialdemocrazia delle guardie bianche … La classe operaia ha bisogno del partito comunista non solo fino alla conquista del potere, non solo durante la conquista del potere, ma anche dopo il passaggio del potere nelle mani della classe operaia … La necessità di un partito politico del proletariato cessa soltanto con la completa distruzione delle classi».

La rivoluzione è mondiale

Attraverso tutto l’Ottobre, questa fusione completa fra il Partito che durante la guerra aveva lottato, in nome della rivoluzione socialista mondiale, per la trasformazione della guerra imperialistica in guerra civile, e lo stupendo slancio delle masse proletarie nelle grandi concentrazioni industriali urbane, corre una profonda, inestinguibile vena di internazionalismo. Non solo per i militanti del Partito, ma per i proletari che compivano in pochi giorni e mesi, nelle vie e nelle piazze, nelle fabbriche e nei quartieri popolari la loro «educazione politica», erano realtà vivente le parole martellanti con cui Lenin e Trotzki additavano nella rivoluzione in cammino «un anello nella catena della rivoluzione internazionale» (il primo ad essersi spezzato, perché il più debole), nel potere conquistato e inflessibilmente tenuto con l’appoggio delle masse armate «un distaccamento dell’esercito internazionale del proletariato», nella Russia non più «santa» una «fortezza assediata» in attesa che «gli altri distaccamenti della rivoluzione socialista internazionale» venissero in suo «aiuto»: erano realtà vivente le parole con cui, nell’orgoglioso preambolo della «Dichiarazione dei diritti del popolo lavoratore sfruttato», la Repubblica dei Soviet si assegnava, come compito inscindibile da tutti gli altri, «la vittoria del socialismo in tutti i paesi» e la grandiosa prospettiva aperta da Lenin dalla Tribuna del III Congresso panrusso dei Soviet: «Gli avvenimenti … hanno dato a noi, classi lavoratrici e sfruttate di Russia, il ruolo di onorevole avanguardia della rivoluzione socialista internazionale, ed ora vediamo chiaramente l’ampiezza di sviluppo della rivoluzione: il russo ha cominciato (e altrove: «Chi si trova nella situazione più favorevole deve incominciare»), il tedesco, il francese, l’inglese completeranno, e il socialismo vincerà». Tutte queste che non erano tanto «parole» quanto colpi vibrati nella dura roccia di una rivoluzione conscia di dovere le sue origini e di aver tracciato il proprio destino dalla rivoluzione europea, esprimevano nella loro asciuttezza antiretorica il sentimento e la passione che armavano il braccio e mettevano in rapidissimo movimento il cervello di gigantesche masse proletarie, erano il linguaggio impersonale di una lotta di classe che mai avrebbe potuto ammettere di essere, oggi o domani, grettamente «russa» e meschinamente «nazionale», ma spalancava le finestre sul mondo, non tracciava alla splendida volontà di lotta e allo spirito di abnegazione senza limiti del proletariato insorto e vincitore nessun confine nello spazio e nel tempo, e che sentiva nel suo palpito il battito della più grande battaglia al di là delle frontiere artificiosamente segnate dalla storia. «Non siamo soli: dinnanzi a noi c’è l’intera Europa», gridava Lenin in faccia ai titubanti, ai conciliatori, ai vili, e i proletari che si erano battuti senza tregua per nove lunghi mesi di tempesta, come si batteranno senza respiro in tre lunghi anni e mezzo di guerra civile, sapevano con lui, per istinto, forse senza aver letto il grido finale del «Manifesto», d’essere i combattenti in una guerra unica, non divisibile in parti, non «a singhiozzo» o al «contagocce»(come si direbbe oggi); e ad essa guardavano come reparti avanzati di una trincea estesa a tutto il mondo. Per quei proletari, era ovvio che, ancora una volta nelle parole di Lenin, «la nostra rivoluzione è iniziata come rivoluzione mondiale».

In aprile, dando il salutare colpo di barra al partito, Lenin aveva scritto che l’Internazionale degli «internazionalisti di fatto» «è già fondata ed agisce» anche se non esisteva ancora formalmente: essa era lì, nei proletari di Pietrogrado e di Mosca come in Liebknecht a Berlino; era in una professione di internazionalismo non verbale ma pratica e attiva, in una dedizione senza confini alla causa universale del socialismo, quando, nel drammatico svolto della pace di Brest, Lenin giustificherà con la fermezza e la sincerità che mai lo abbandoneranno la firma di un trattato pur sentito come «ignominioso», nel vivo di una situazione che poteva apparire disperata per le sorti del vittorioso Ottobre, il suo discorso batterà e ribatterà su quello che egli definisce – oh commentatori-becchini «IL PIU’ GRANDE PROBLEMA STORICO» della rivoluzione russa (e, nel contempo, la sua «più grande difficoltà»): «LA NECESSITA’ DI RISOLVERE I COMPITI INTERNAZIONALI, LA NECESSITA’ DI SUSCITARE LA RIVOLUZIONE INTERNAZIONALE, DI OPERARE IL PASSAGGIO DALLA NOSTRA RIVOLUZIONE, STRETTAMENTE NAZIONALE, ALLA RIVOLUZIONE MONDIALE». Nato come rivoluzione internazionale, l’Ottobre aveva al centro dei suoi problemi un compilo internazionale, diciamo pure un dovere – non astratto, non iscritto in un codice morale, ma sgorgante dall’internazionalità che è intrinseca alla lotta di emancipazione del proletariato, come lo è nel moto di espansione del capitalismo. Ancora una volta. «a chi molto ha dato molto si chiede», e i magnifici proletari d’Ottobre non esiteranno a dire il meglio di se stessi perché, in forza e con l’appoggio della loro lotta, «il tedesco, il francese, l’inglese», possano «completare» l’opera – essi per i quali «E’ INFINITAMENTE PIU’ DIFFICILE COMINCIARE LA RIVOLUZIONE», anche se sarà infinitamente più facile condurla a termine. Prima ancora che, con un ritardo non dipendente dalla volontà degli «artefici» noti o anonimi di Ottobre i «comunisti di diversi paesi d’Europa, America ed Asia» si riunissero a Mosca per costituire la III Internazionale, l’internazionalismo era il sangue e l’ossigeno di cui si nutriva quotidianamente la ciclopica battaglia avente per teatro l’intera immensa superficie della Russia: i «bollettini» di guerra del «fronte» delle lotte di classe europee si intrecciavano con i fiammanti comunicati di Trotzki dai mille fronti della guerra civile, e, su questi, gli operai e i contadini in armi imparavano a conoscere nel nemico un avversario mondiale. «Voi sapete – dirà Lenin all’VIII Congresso panrusso dei Soviet – fino a che punto il capitale sia UNA FORZA INTERNAZIONALE, fino a che punto le fabbriche, imprese e magazzini capitalistici più importanti sono legati tra di loro in tutto il mondo e che, di conseguenza, per batterlo definitivamente è necessaria una azione comune degli operai su scala internazionale». Nessuno, in verità, poteva saperlo meglio dell’eroico «distaccamento» russo dell’esercito rivoluzionario mondiale del proletariato: perché nessuno, nelle sue file, aveva mai potuto credere che lo scontro fra le classi avesse origini e destini diversi in tutto il mondo, e che imponesse compiti e necessità differenti sotto diversi cieli. «I proletari», essi lo sapevano per rude esperienza «non hanno patria».

Negazione del ”socialismo in un solo paese”

Origini, compiti, ma anche destini comuni: potevano gli stessi uomini, lo stesso partito e gli stessi proletari, agli occhi dei quali la «rivoluzione era nata come rivoluzione internazionale» e aveva come suo «più grande problema storico» il passaggio dai limiti nazionalmente ristretti in cui si era accesa al teatro sconfinato del mondo, avere una prospettiva diversa da quella formulata da Lenin ne «Il compito principale dei nostri giorni»: «La salvezza è possibile soltanto nella via della rivoluzione socialista internazionale, nella quale siamo impegnati: il nostro compito, finché siamo soli, sta nel salvaguardare la rivoluzione, nel conservarle una certa dose di socialismo, per debole che sia, fino al momento in cui la rivoluzione scoppierà negli altri paesi e altri distaccamenti verranno alla riscossa»? Potevano essi concepire la «loro» rivoluzione altrimenti che come una «prova generale della rivoluzione proletaria mondiale», sulla quale avevano «scommesso», dalla cui vittoria attendevano il consolidamento definitivo della «propria», giacché «la rivoluzione comunista non può vincere se non come rivoluzione mondiale». (L’ABC del comunismo)? In nome della rivoluzione mondiale, o almeno europea lungamente attesa e propiziata, i bolscevichi si erano assicurati il «momento di respiro» della pace di Brest, in quella «certezza» avevano lottato contro le orde dei bianchi; «passati dalla guerra alla pace» nel 1920, non dimenticavano che «la guerra tornerà: sinché sussistono il capitalismo e il socialismo, non possiamo vivere in pace: alla fine, l’uno o l’altro deve prevalere: ci sarà messa di requiem o per la repubblica dei soviet o per l’imperialismo mondiale»; e, per uccidere l’organizzazione mondiale del capitalismo, mai avrebbero pensato che esistesse un’arma diversa dalla «diffusione della rivoluzione almeno in alcuni dei paesi più progrediti»; nessuno avrebbe messo in dubbio che «la vittoria definitiva del socialismo in un solo paese è impossibile» (III Congresso dei Soviet).

Era una condizione di vita anche solo per il mantenimento del potere politico, per la «salvaguardia della rivoluzione».Non era una frase, per Ottobre, l’internazionalismo: era una cosa sola con la VITTORIA DEL SOCIALISMO!

Le condizioni internazionali del passaggio al socialismo

L’internazionalismo costituiva per i bolscevichi una condizione di vita e di vittoria tanto più in quanto la rivoluzione era doppia, il che significa che il proletariato al potere doveva nello stesso tempo portare a termine, come avevano sempre proclamato i bolscevichi, i compili di una rivoluzione borghese spinti «fino in fondo».

Quando il Manifesto appunta gli occhi «con particolare attenzione» sulla Germania, paese a struttura economica e politica ancora prevalentemente feudale, e la vede «alla vigilia della rivoluzione borghese», aggiungendo che questa non potrà che «essere l’immediato preludio di una rivoluzione proletaria», scintilla a sua volta di una rivoluzione europea (dove la pedanteria socialdemocratica ha trovato che, per Marx ed Engels, la rivoluzione deve necessariamente scoppiare in paese avanzato?), ne spiega anche il perché; la Germania «compie tale rivoluzione IN CONDIZIONI DI CIVILTA’ GENERALE EUROPEA più progredita e con un proletariato molto più sviluppato che non avessero l’Inghilterra nel secolo XVII e la Francia nel XVIII». Solo il filisteismo opportunista può credere di misurare il grado di maturità della rivoluzione socialista al metro bottegaio del «livello economico e sociale» raggiunto da un paese considerato come un «vaso chiuso»: per il marxismo, quella maturità si giudica alla scala del mondo (nel ’48, l’Europa era il mondo!), ed alla stessa scala la rivoluzione proletaria nasce, si sviluppa – vive – o, viceversa, muore. Con un suggestivo parallelismo, che non è per nulla incrinato dal fatto che i nomi dei protagonisti siano diversi, le «condizioni di civiltà generale europea (e mondiale) più progredite», e l’esistenza di un proletariato non solo molto più sviluppato che ai tempi delle rivoluzioni borghesi d’Inghilterra e di Francia, ma estremamente concentrato (come d’altronde era estremamente concentrato il potere politico semifeudale zarista), avevano dettato alla rivoluzione russa un rapidissimo corso, dalla barbara arretratezza asiatica all’egemonia politica borghese e da questa all’egemonia politica proletaria: l’«immediato preludio» era divenuto «concrescenza» della rivoluzione borghese in rivoluzione proletaria e, affrettando le tappe, i compiti politici della prima erano stati bruciati dalla seconda. Ma questo non solo non aveva eliminato l’arretratezza economica russa, ma, come Lenin dice nel 1918 e ripete nel 1920, PROPRIO L’ARRETRATEZZA DELLA STRUTTURA ECONOMICA E SOCIALE in condizioni generali di civiltà mondiale «più progredite» aveva reso «leggera come una piuma» la presa del potere in Russia ad opera del proletariato e, per esso, del suo partito. Il «felice» incontro di quelle due condizioni, che possono sembrare contraddittorie solo a chi, diversamente dai marxisti, traccia al proprio occhio critico un orizzonte che è quello stesso dei «confini nazionali», aveva posto la classe operaia russa all’avanguardia della rivoluzione socialista mondiale: ma l’arretratezza restava e «quanto più è arretrato il paese nel quale, in virtù degli zigzag della storia, la rivoluzione socialista ha dovuto cominciare, tanto più difficile è per essa passare dai vecchi rapporti capitalistici ai rapporti socialisti» (Lenin, marzo 1918). In quella visione globale europea (cioè, ripetiamo, per allora mondiale) del corso della rivoluzione proletaria che era stata di Marx ed Engels, tuttavia, anche questo dilemma storico, tanto più complesso di quello della presa del potere, era risolto:il proletariato del paese europeo retrogrado nel ’48, portatore della dottrina, sarebbe assurto a protagonista della rivoluzione tedesca doppia perché le condizioni politiche di tale passaggio erano presenti in Francia e le sue condizioni economiche e sociali in Inghilterra; le prime avrebbero «affrettato» il processo di conquista proletaria del potere in Germania, le seconde avrebbero permesso di colmare il distacco secolare nell’economia fra l’Europa centrale e quella occidentale.

Cambiati i nomi dei protagonisti della scena storica, la prospettiva non è diversa per i bolscevichi: il socialismo suppone la grande industria e la grande agricoltura moderna; la prima è manifestamente insufficiente in Russia, la seconda manca quasi del tutto, ma com’è potente la visione mondiale di Lenin! – «per quel che concerne una grande industria fiorente, capace di soddisfare tutti i bisogni dei contadini. QUESTA CONDIZIONE ESISTE: SE SI ESAMINA LA QUESTIONE SU SCALA INTERNAZIONALE, si vede che questa grande industria fiorente, capace di fornire al mondo tutti i prodotti necessari, ESISTE sul nostro globo … Ci sono dei paesi la cui grande industria è così avanzata che può di primo acchito bastare ai bisogni delle centinaia di milioni di contadini arretrati. QUESTO E’ UNO DEGLI ELEMENTI CHE STANNO ALLA BASE DEI NOSTRI CALCOLI». (Rapporto al IX Congresso panrusso dei soviet). È dalla rivoluzione mondiale o almeno europea vittoriosa, che il potere dittatoriale proletario in Russia attingerà le condizioni materiali del «passaggio al socialismo»; di qui trarrà le basi di un gigantesco balzo in avanti, nell’industria prima, nell’agricoltura poi, così come, nelle tesi sulla questione coloniale del 1920, la possibilità di un balzo dei paesi coloniali assai più arretrati della Russia di allora al di sopra della fase capitalistica, sarà reso possibile dalla «creazione di un’economia mondiale formante un tutto unico, sulla base di un piano generale regolato dal proletariato di tutte le nazioni».

Perciò « la diffusione della rivoluzione socialista almeno in alcuni paesi più progrediti» è la CONDIZIONE PRIMA del socialismo economico in Russia: «In un paese dove l’enorme maggioranza della popolazione è composta di piccoli coltivatori, la rivoluzione socialista non è possibile che in seguito a misure transitorie particolari, che sarebbero completamente inutili nei paesi di capitalismo avanzato, dove i salariati dell’industria e dell’agricoltura costituiscono l’immensa maggioranza … In numerose opere, in ogni nostro intervento, in tutta la stampa, abbiamo sottolineato che in Russia non è così che gli operai industriali vi costituiscono la minoranza e i piccoli coltivatori la immensa maggioranza. La rivoluzione socialista in un paese simile può trionfare soltanto a due condizioni, di cui la prima è che essa sia sostenuta nello stesso tempo dalla rivoluzione socialista in uno o più paesi progrediti».

Per riprendere la visione gigantesca di Marx, il proletariato russo aveva già dato la fiamma politica della rivoluzione europea, unendola alla restaurazione integrale della dottrina (sarebbe stata, insomma, ad un tempo la Francia e la Germania del ’48 marxista); la Germania, L’Inghilterra, la Francia, o una sola di esse, avrebbero dato l’economia. Nel frattempo, poiché la rivoluzione internazionale non avviene a scadenza fissa, per una «progressione metodica», in un’assurda simultaneità, il potere proletario e comunista avrebbe gestito un’economia ancora arretrata sulla base di una serie di «misure transitorie … completamente inutili nei paesi di capitalismo avanzato», sostanzialmente analoghe – a parità di condizioni – agli «interventi dispotici» del Manifesto e interamente comprese nell’arco storico degli obiettivi possibili di una rivoluzione che, spinta fino in fondo, avrebbe per ciò stesso creato le basi materiali del socialismo.

Il programma economico

Ne avevano fatto mistero, i bolscevichi? L’avevano, al contrario, ripetuto con estrema franchezza. Tesi di aprile: «Come compito immediato, NON L’«INSTAURAZIONE DEL SOCIALISMO» ma, per ora, soltanto il passaggio al controllo della produzione sociale e della ripartizione dei prodotti da parte dei Soviet dei deputati operai». Cinque mesi dopo, in settembre («La catastrofe imminente e come lottare contro di essa»), nel dettare una piattaforma di misure di «controllo, sorveglianza, censimento, regolamentazione da parte dello Stato, istituzione di una razionale ripartizione della mano d’opera nella produzione e di una giusta distribuzione dei prodotti, risparmio delle forze del popolo, soppressione di ogni sperpero, economia di queste forze», – misure che nel campo della produzione industriale e dell’apparato finanziario ad essa collegato, significano «fusione di tutte le banche in una sola, nazionalizzazione dei sindacati capitalisti, abolizione del segreto commerciale, cartellizzazione forzata, raggruppamento obbligatorio della popolazione in società di consumo sotto il controllo dello Stato» – Lenin spiega che esse – rappresenterebbero (ma solo il potere dittatoriale dei lavoratori e dei contadini poveri può attuarle) – «un passo avanti VERSO il socialismo, poiché il socialismo non è altro che il passo avanti che segue immediatamente il monopolio capitalista di Stato … La guerra imperialista è la vigilia della rivoluzione socialista; e non solo perché la guerra con i suoi orrori genera l’insurrezione proletaria – NESSUNA INSURREZIONE CREERA’ IL SOCIALISMO SE ESSO NON E’ MATURO ECONOMICAMENTE – ma perché il capitalismo monopolistico di Stato è la PREPARAZIONE MATERIALE PIU’ COMPLETA del socialismo, è la sua anticamera. E’ QUEL GRADINO DELLA SCALA STORICA CHE NESSUN GRADINO INTERMEDIO SEPARA DAL GRADINO CHIAMATO SOCIALISTA». Strillino pure i menscevichi e i socialrivoluzionari, ansiosi di trovare una copertura di «sinistra» al loro collaborazionismo di classe, che il programma è troppo timido, che non e «socialista»: ma si tratta di «marciare verso il socialismo» muovendo «dei passi verso di esso (passi condizionati e determinati dal livello della tecnica e della cultura)», e «IL SOCIALISMO CI GUARDA DA TUTTE LE FINESTRE DEL CAPITALISMO MODERNO. IL SOCIALISMO SI DELINEA NETTAMENTE E PRATI IN OGNI PROVVEDIMENTO IMPORTANTE CHE COSTITUISCE UN PASSO AVANTI SULLA BASE DI QUESTO STESSO CAPITALISMO MODERNO». Poco, in rapporto all’obiettivo finale del socialismo? Certo: molto tuttavia. in rapporto al livello esistente di «tecnica e cultura». Lo scarto tra questo molto e quel poco, SENZA DI CHE NON E’ POSSIBILE SOCIALISMO, sarà colmato dalla rivoluzione proletaria e socialista mondiale. «Quante fasi transitorie verso il socialismo ci saranno ancora, non lo sappiamo e non lo possiamo sapere. TUTTO dipende dal momento in cui si scatenerà in tutta la sua ampiezza la rivoluzione socialista europea». (Lenin al VII Congresso del Partito). Non è un problema amministrativo: è un problema politico di classe; la sua soluzione non si trova nell’ambito di «un solo paese».

E nell’agricoltura? Forse che i provvedimenti mille volte ribaditi dai bolscevichi dal 1906 a tutto il 1917, più radicali e sconvolgenti in rapporto al grado estremamente basso di sviluppo delle forze produttive in campo rurale, esorbitano dai limiti di un orizzonte rivoluzionario democratico-borghese? Solo un potere rivoluzionario nelle mani del proletariato con l’appoggio armato dei contadini poveri, può attuare, è vero, la nazionalizzazione della terra; ma non per questo la nazionalizzazione della terra cessa di essere («risoluzione della conferenza del POSDR (b) sulla questione agraria», maggio 1917) «una misura borghese» che il partito del proletariato «deve concorrere in tutti i modi ad attuare» perché essa «equivale alla massima libertà della lotta di classe possibile e concepibile nella società capitalistica e alla liberazione del godimento della terra da tutti gli accessori non borghesi» e perché «sarebbe, in pratica, un colpo potente alla proprietà privata di tutti i mezzi di produzione», sapendo però anche – dal 1906, come abbiamo visto! – che «quanto più potente sarà l’abolizione e la soppressione della proprietà fondiaria, quanto più decisa sarà in generale la trasformazione agraria democratica borghese in Russia, con tanto maggior forza e rapidità si sviluppa LA LOTTA DI CLASSE DEL PROLETARIATO AGRICOLO CONTRO I CONTADINI BENESTANTI (borghesia contadina)». Ne segue che «o il proletariato urbano saprà trascinare dietro di sé il proletariato rurale e unire ad esso la massa dei semiproletari della campagna, o questa massa seguirà la borghesia rurale che mira all’alleanza … con i capitalisti e con i proprietari fondiari, e con la CONTRORIVOLUZIONE IN GENERALE: da questa alternativa dipenderanno le sorti e l’esito della rivoluzione russa. NELLA MISURA IN CUI LA RIVOLUZIONE PROLETARIA CHE INCOMINCIA IN EUROPA NON ESERCITERA’ SUL NOSTRO PAESE LA SUA POTENTE INFLUENZA IMMEDIATA».

Il nuovo turno della guerra di classe

Parole profetiche: la rivoluzione in Europa tarderà a venire, e i suoi sussulti tedeschi, bavaresi, ungheresi, i suoi conati italiani o bulgari, potranno bensì allentare la morsa della controrivoluzione armata intorno alla dittatura bolscevica, ma non strappare la Russia al suo isolamento «barbarico», e tutto il destino successivo dell’Ottobre, dal 1918 in cui Lenin traccia le linee di quella che poi sarà la NEP (ma non può tradurla in atto per l’insorgere della guerra civile), penderà dalla risposta dei fatti alla fondamentale domanda: «Saremo noi in grado di resistere con la nostra piccola e piccolissima produzione contadina, nelle nostre condizioni disastrose, fino a che i paesi capitalistici dell’Europa non avranno compiuto il loro sviluppo verso il socialismo?».

La nazionalizzazione integrale dell’industria imposta nel 1918 dalle esigenze della guerra civile, e il monopolio del commercio estero, daranno in mano alla dittatura proletaria una condizione non tanto economica quanto politica di vantaggio, un’arma di controllo sull’idra eternamente risorgente della microproduzione, uno strumento non solo per accelerare con mezzi di produzione moderni l’evoluzione verso la grande produzione associata nell’agricoltura. ma per dotare il potere dittatoriale comunista di armi contro il nemico esterno e, forse ancor più, interno; sarà COSI’ possibile («Discorso sull’imposta in natura») «utilizzare il capitalismo (incanalandolo specialmente nell’alveo del capitalismo di Stato) COME IN ANELLO DI TRASMISSIONE FRA LA PICCOLA PRODUZIONE E IL SOCIALISMO, COME UN MEZZO, UNA VIA, UN MODO, UN METODO PER ELEVARE LE FORZE PRODUTTIVE» e (Tesi per il rapporto sulla tattica del PC(b)R «effettuare una lunga serie di passaggi graduali verso una grande agricoltura socializzata (nel senso in cui è «socializzata» la grande azienda agricola capitalistica), meccanizzata»; sarà possibile («Per il IV anniversario della rivoluzione di Ottobre») «la POSA DELLE FONDAMENTA ECONOMICHE DEL NUOVO EDIFICIO SOCIALISTA IN LUOGO DELL’EDIFICIO FEUDALE DISTRUTTO E DI QUELLO CAPITALISTA SEMIDISTRUTTO». Ma non sarà il socialismo, e sarà lotta a fondo, non «armonia prestabilita», fra il potere proletario che tiene sotto controllo, come arma pacifica di trasformazione economica, il capitalismo dì Stato, e quei «milioni e milioni di piccoli produttori i quali, mediante la loro attività quotidiana, continua, non appariscente, impercettibile, dissolvente, pervengono a quei medesimi risultati che abbisognano alla borghesia e che portano alla restaurazione della borghesia»(Lenin «L’estremismo»); sarà il prolungamento della guerra civile con altri mezzi, e l’esito di questo nuovo turno di lotta di classe non dipende solo dal saldo possesso del potere politico interno e dalla disposizione per quest’ultimo della grande industria meccanizzata, ma, ancora una volta, dalle vicende internazionali dello scontro fra classe operaia e classe borghese. Dirà Trotzki nelle tesi sulla situazione economica e i compiti della rivoluzione socialista al IV Congresso dell’Internazionale Comunista: «Come nella guerra civile si combatteva in parte notevole per la conquista politica del contadiname così oggi la lotta ha per principale oggetto il dominio sul mercato contadino. In questa lotta il proletariato ha dalla sua dei vantaggi potenti: le forze produttive più altamente sviluppate del paese e il potere statale: da parte sua, la borghesia dispone di una maggiore abilità e, fino a un certo grado, del rapporti con il capitale straniero, specialmente con il capitale dell’emigrazione». Il dramma del 1920-26 è che, contro questa forza internazionale della borghesia, non si levò in armi la rivoluzione proletaria dei «paesi più evoluti». Nell’illustrare il significato della NEP, Lenin aveva detto: «La storia … ha preso un corso così particolare che ha generato, verso il 1918, due metà spaiate di socialismo, l’una accanto all’altra esattamente come due futuri pulcini sotto il guscio unico dell’imperialismo mondiale. La Germania e la Russia incarnarono nel 1918 in modo evidentissimo la realizzazione materiale delle condizioni economiche e produttive, economico-sociali del socialismo da una parte, e delle condizioni politiche dall’altra. La vittoria della rivoluzione proletaria in Germania spezzerebbe subito con enorme facilità ogni guscio dell’imperialismo … e realizzerebbe di sicuro la vittoria del socialismo mondiale (quindi anche del socialismo in Russia!) senza difficoltà o con difficoltà trascurabile, se si considera «la difficoltà» SU SCALA STORICA MONDIALE e non su quella piccolo-borghese». Le due metà spaiate di socialismo non si fusero, e il potere rivoluzionario in Russia poté, sì, «imparare il capitalismo di Stato dai tedeschi, assimilarlo con tutte le forze, non risparmiare i metodi dittatoriali per affrettare questa assimilazione dell’occidentalismo da parte della barbara Russia, non arrestandosi di fronte ai mezzi barbari di lotta contro la barbarie» (altro che «costruire il socialismo in un paese solo», «barbaro» e arretrato per giunta!), ma, alla lunga, non poté impedire che, senza l’intervento del «secondo pulcino sotto il guscio unico dell’imperialismo mondiale», la pressione delle classi piccolo borghesi e borghesi in Russia desse al «volante della macchina» una direzione diversa ed opposta a quella tenacemente voluta; la lotta («NOI, CON PIENA COSCIENZA CI MUOVIAMO IN AVANTI VERSO LA RIVOLUZIONE SOCIALISTA … sapendo che SOLAMENTE LA LOTTA DECIDERA’ DI QUANTO SI POTRA’ (IN DEFINITIVA) ANDARE AVANTI, QUALE PARTE DI QUESTO COMPITO ALTISSIMO ESEGUIRE … Chi vivrà vedrà»; così Lenin commemorando il IV anniversario della rivoluzione d’Ottobre) ridivampò, nella città e nelle campagne; le forze produttive del passato non solo presocialista ma precapitalista s’impennarono contro il pugno di ferro della direzione centrale dell’economia, e questa rinata guerra di classe fu così aspra e tenace, che aprì le labbra a quegli stessi che, alla direzione del Partito e dello Stato, avevano creduto di poter mascherare in un ottimismo parolaio che non era mai stato di Lenin la realtà cruda di un incipiente e poi grandeggiante rovesciarsi dei rapporti di forza.

Nel 1921, discutendosi della NEP, Lenin aveva detto: «Dieci, vent’anni di rapporti razionali con i contadini, e la vittoria è assicurata su scala mondiale (anche se le rivoluzioni proletarie vanno per le lunghe); ALTRIMENTI, PER VENTI, QUARANT’ANNI CI SARANNO LE TORTURE DEL TERRORE BIANCO». Il terrore bianco venne prima dei 10-20 anni di Lenin e dei 50 di Trotzki, perché alla creazione di «rapporti razionali» si opposero forze troppo potenti per poter essere frenate e debellate nel solo ambito russo: e fu la controrivoluzione staliniana – con le sue orge di un finto «socialismo in un paese solo», con la cruda realtà dell’accumulazione capitalistica forzata e del massacro della vecchia guardia.

Dalla sconfitta del ’26 alla vittoria di domani

La storia della lunga lotta di Lenin, fin sul letto di morte, per ammonire il Partito sulla necessità di passare attraverso le forche caudine della NEP ma, nello stesso tempo (e proprio per questo), di passarvi nella piena coscienza che ciò significava «costruire capitalismo», e quindi per mantenere al Partito il carattere rigorosamente classista ed internazionalista che un simile passaggio obbligato, e l’aspra battaglia in esso implicita, più che mai imponeva di conservare, meriterebbe un capitolo a parte, e sarà senza dubbio materia di uno studio collettivo di Partito. Un capitolo a parte meriterebbe anche la storia delle Opposizioni che, mentre il filo del rigore leninista cominciava a perdersi (o forse era già smarrito), insorsero in una battaglia tardiva e disperata, ma non per questo meno coraggiosa, contro il precipizio storico dello stalinismo e della sua micidiale teoria del «socialismo in un paese solo», – perché dal disastro uscisse almeno salva per le generazioni venture l’integrità di una dottrina di cui l’internazionalità della rivoluzione proletaria è la chiave di volta, la colonna portante senza la quale – come dimostra a contrario il tragico destino finale dell’Ottobre –, tutto l’edificio fragorosamente crolla.

Troppo buon marxista per non sapere che anche la sconfitta può essere feconda, se è il risultato di una lotta sostenuta fino all’ultimo senza cedere nulla, se il vinto cade «in piedi» non avendo sacrificato nulla di se stesso, Lenin disse un giorno: «Anche se domani il potere bolscevico fosse rovesciato, non ci pentiremmo per un solo secondo di averlo perso». Sarebbe potuto non avvenire ciò che invece avvenne, che cioè il potere bolscevico, assuntosi coraggiosamente l’onere gigantesco di costruire capitalismo controllandolo in attesa della rivoluzione mondiale, ne fosse invece controllato e infine travolto, rovesciato non «dagli imperialisti» come Lenin ipotizzava nella frase citata, ma dalle forze sociali interne, borghesi e piccolo-borghesi, – del resto non solo né per essenza «nazionali» – gradualmente salite al «volante della macchina»? Sarebbe potuto non avvenire, peggio ancora, che il nemico cinicamente trionfante si vestisse delle spoglie del vinto, spacciando per «edificazione del socialismo» il processo – reso mille volte più feroce che nelle origini della società borghese dal distacco fra la Russia e le «condizioni generali europee (mondiali) di civiltà più progredite» – dell’accumulazione primitiva capitalistica?

La questione è oziosa, perché la storia l’ha – nel caso russo – risolta per conto suo, piaccia o non piaccia, contro di noi. Ma la chiave della risposta alla domanda che è lecito porsi non per il passato, ma per l’avvenire, è ancora una volta da cercare fuori dai confini statali o nazionali: è una chiave squisitamente internazionale. Quando, nel 1926-1927 (anzi, dalla fine del 1925), in seno al Partito russo e nel VII e VIII esecutivo allargato dell’Internazionale, le «cose sociali di Russia» aspramente dialogarono, il dramma dell’Opposizione, attraverso la cui voce parlava una classe operaia viva e pugnace ma atrocemente dissanguata dalla guerra civile, dagli anni di fame e da quelli di ricostruzione dell’economia, non fu tanto che dietro le spalle della direzione ufficiale del Partito stessero le orgogliose e proterve forze sociali del capitalismo avanzante e infine prevalente, quanto che dietro alle spalle degli oppositori non stesse non diciamo una rivoluzione proletaria mondiale, all’epoca chiaramente in riflusso, ma un movimento comunista mondiale all’altezza delle sue origini. In esso l’Ottobre aveva attinto le sue linfe vitali; nel 1926-27, quel vivificatore canale era chiuso, e l’Opposizione era sola.

Al V Congresso dell’IC, nel 1924, la Sinistra aveva lanciato un coraggioso appello perché, al Partito e al potere russi giunti ad un bivio fatale, il movimento internazionale comunista restituisse, almeno in parte, il gigantesco apporto di dottrina e di prassi che i bolscevichi gli avevano dato negli anni della vigilia: l’appello era caduto nel vuoto. Al VI esecutivo allargato, sui primi del 1926, la stessa Sinistra sollevò la necessità urgente che la piramide dell’Intemazionale pericolosamente poggiante sul vertice non più omogeneo del Partito russo, fosse capovolta e fatta poggiare sulla più larga base di un movimento mondiale comunista conscio dei suoi doveri: questa base era ormai fradicia. Chiese ancora, la Sinistra, che la «questione russa», internazionale per essenza, fosse affrontata e discussa dal movimento mondiale come sua questione di vita o di morte: il movimento mondiale comunista non espresse dal suo seno le forze capaci di prenderla coraggiosamente in pugno, come era il suo compito, anzi la sua condizione di esistenza. Peggio: non troverà da inviare a Mosca – non giudici, ma giustizieri; non militanti, ma biechi caporalacci – che la schiuma, purtroppo annidatasi nei Partiti «nazionali» e infine venuta a galla, del socialdemocratismo, del menscevismo e del centrismo, i Cachin, i Semard, gli Smeral, i Thälmann, i Martynov, nomi dietro i quali (per questo e solo per questo li ricordiamo) si celavano forze sociali e tradizioni politiche ben precise. E fu vano che, proprio in quegli anni, lottassero da eroi i proletari cinesi da un lato, i minatori britannici dall’altro, perché la loro avanguardia, la loro guida, il loro partito, erano stati sommersi appunto da quella schiuma. In questo terribile «vuoto storico» è la spiegazione (a sua volta da spiegare, tuttavia) della sconfitta: in esso ha radice anche il dramma umano, a cui soltanto Trotzki sfuggì, di una «vecchia guardia» infine prostatasi ai piedi della legge del più forte cinicamente celebrante le sue orge d’infamia sui cadaveri, morti o viventi ancora, di coloro che alla causa del comunismo avevano dato il meglio di se stessi.

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Spiegare con un solo fattore la spaventosa disgregazione del movimento internazionale comunista in quello svolto cruciale sarebbe puerile e, soprattutto, antimarxista: ma sarebbe puerile e, peggio, disfattista metterla tutta sul conto dei cosiddetti «fattori oggettivi», versione moderna del «fato» e della rassegnata accettazione di esso, e non isolarne – come fonte di insegnamenti decisivi – quel fattore «soggettivo» che è il Partito e, in specie, il Partito mondiale, l’Internazionale comunista. (Abbiamo messo fra parentesi i due soggettivi perché si capisca che per noi, per il marxismo, non c’è fattore soggettivo che non agisca nella storia, – in quanto fattore non individuale, – come fattore oggettivo, come forza materiale). Ora, su questo piano noi della Sinistra comunista abbiamo il diritto di trarre dallo sfacelo del 1926, matrice della più spaventosa controrivoluzione di cui la classe proletaria sia mai stata vittima, non una lezione postuma, ma la conferma di una prognosi fatta sin dal 1920, e di consegnare questa conferma alla rivoluzione proletaria futura come un insegnamento valido per tutti i paesi e per tutte le contingenze. Il bolscevismo era cresciuto in tutta la sua statura, quella statura in forza della quale poté a buon diritto «tenere scuola» ai comunisti di Occidente, attraverso una costante lotta in difesa del rigore teorico del movimento e della capacità di trasfonderlo nell’intera continuità della sua azione, non esitando a rompere irrevocabilmente i ponti non solo col revisionismo di destra, ma col più pernicioso revisionismo di centro, individuati nelle loro origini sociali e politiche e nell’inevitabilità del loro schierarsi sull’altra barricata della lotta di classe proletaria. Era stato questo il senso della differenziazione della Sinistra di Zimmerwald della maggioranza, per generosa che fosse; era stato questo il senso delle Tesi di aprile e del colpo di barra del Partito; era stata questa la forza dell’Ottobre, della liquidazione dell’ultima «ipotesi» di alleanza con partiti e gruppi diversi, della dittatura e del terrore rosso nella guerra civile; era stato questo il suo insegnamento ai comunisti e ai proletari rivoluzionari del mondo intero: nella sua mancata osservazione era stata individuata la radice della débâcle ungherese, prima grande lezione «negativa» del dopoguerra; la sua rigida osservanza era stata posta alla base delle 21 condizioni di adesione all’Internazionale di Mosca.

Ma questa lezione andò smarrita quando i bolscevichi persero di vista il fatto che essa era ancora più valida nell’Occidente di capitalismo stramaturo e di democrazia incancrenita in un secolo di esperienza di governo, di quanto non fosse stata in Russia; in quell’Occidente in cui, come amò ripetere cento volte Lenin, la rivoluzione sarebbe stata tanto più difficile da cominciare, proprio in forza di quelle condizioni politiche, quanto più sarebbe stata facile da condurre a termine in forza della maturità delle condizioni economiche e sociali. Il rigore teorico e organizzativo, il coraggio «settario» della scissione organica dagli elementi spuri anche se mascherati di massimalismo, la consapevolezza dell’irrevocabilità dei confini tracciati dalla storia fra il comunismo e tutte le varianti dell’opportunismo, a cominciare dal centrismo, avrebbero dovuto essere trasferiti, portandoli alla massima potenza, nell’organizzazione politica mondiale del proletariato rivoluzionario. Così non fu. Al II Congresso Internazionale, la Sinistra «italiana» denunziò il pericolo che, attraverso le maglie non abbastanza strette delle condizioni di ammissione (là dove, per esempio, si ingiungeva ai vecchi partiti che, pur avendo aderito alla III Internazionale, avevano conservato il loro programma socialdemocratico, di modificarlo e di elaborarne «uno nuovo, corrispondente alle particolari condizioni del loro paese e nel senso dei deliberati dell’Internazionale comunista»), l’opportunismo «cacciato dalla porta rientrasse dalla finestra»; lamentò che non si fosse partiti da una chiara e univoca definizione delle basi teoriche e programmatiche del movimento internazionale per dedurne nel contempo le necessarie e obbligatorie norme tattiche; si richiamò a una lunga esperienza degli effetti dissolventi della prassi democratica e parlamentare nei partiti occidentali nell’invocare, contro la tesi del «parlamentarismo rivoluzionario»; quella dell’astensionismo (ben delimitandolo da qualunque interpretazione non-marxista, anarchica, sindacalista o altro); propugnò delle scissioni il più possibile a sinistra, non per lusso teorico o per «odio di parte», ma per motivi schiettamente pratici e, semmai, per odio di classe, e chiese per l’adesione al Partito comunista di ogni paese (ma avrebbe preferito che esistesse un Partito mondiale, unico, unico nel programma, nella dottrina, nella definizione delle eventualità tattiche, nell’organizzazione) fosse individuale, mai di gruppo. Non esitò a denunziare fin d’allora il pericolo di un’involuzione di destra.

Si preferì dai bolscevichi (ma anche in questo dove fu l’apporto mondiale in difesa della stessa tradizione bolscevica, – se occorre in polemica con Mosca?) un metodo «elastico», transigente, «facile», confidando (come Lenin e Trotzki) nella fiamma rigeneratrice della rivoluzione attesa a breve scadenza, nella fermezza (come Lenin e Trotzki) di una direzione internazionale ancorata in una lunga tradizione di rigore teorico e pratico, poi, sciaguratamente (Lenin morto, Trotzki ridotto al silenzio), nell’autoimmunizzazione del «Partito-guida» contro ogni veleno opportunista. Si credette – in piena onestà di intenzioni, ma questa è un’altra storia – di raggiungere più presto, per la via «più breve», un risultato più sostanzioso, sfumando quei confini che dovevano, per i militanti ma soprattutto per la grande massa dei proletari, essere netti e definitivi, varando – sempre contro la nostra solitaria opposizione al IV e V Congresso e ai vari Esecutivi Allargati – la tattica del «fronte unico politico», favorendo le fusioni organizzative e il noyautage con frammenti di partiti o con partiti quasi completi di centro addolcendo la formula distintiva della dittatura proletaria nell’equivoca insegna del «governo operaio», poi «operaio e contadino», prescrivendo l’obiettivo della «conquista della maggioranza della classe operaia» – che per Lenin significava «conquista della massima influenza possibile», ed era giusto, ma diventerà per gli epigoni l’ideale della maggioranza numerica e il criterio di giudizio sull’«efficienza» rivoluzionaria dei Partiti. Non si capì, o si smise di capire contro la miglior tradizione bolscevica, che il Partito è sì fattore di storia, ma anche prodotto della storia, e che la tattica usata non è un mezzo neutro, ma una forza reale che reagisce su chi la impiega, e mette in moto forze obiettive che, a seconda della direzione in cui essa punta, possono tagliare la strada alla vittoria, invece di spianarla. Si dimenticò che la parola d’ordine lanciata diviene, per il fatto solo di essere lanciata, un fatto obiettivo che condiziona lo stesso Partito contro ogni intenzione di chi se ne fa banditore, e che, per quanto abile, l’apprendista-stregone è condannato a non poter più dominare i demoni – giacché erano tali – da esso scatenati.

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La storia dell’Internazionale Comunista è la storia della reazione logorante e infine distruttiva dello «strumento-tattica» e dello «strumento-organizzazione» abbandonato a se stesso, non saldamente ancorato ai principi, sulla mano che lo usa. Attraverso le smagliature prima organizzative, poi tattiche, infine – PER NECESSITA’ INESORABILE, qui il punto – programmatiche e dottrinali, l’opportunismo «cacciato dalla porta» RITORNO’ «dalla finestra» – quella, magari, della «bolscevizzazione» … per decreto. Noi non abbiamo mai preteso di offrire all’Internazionale, battendoci contro questi successivi sdrucciolanti, una ricetta infallibile per vincere: proponevamo una terapia preventiva che difendesse, nel grado più alto concesso dalla storia, il Partito, piccolo o grande che fosse, dall’inquinamento socialdemocratico, che gli conservasse in tutte le vicissitudini necessariamente alterne della lotta fra le classi il suo volto – che significa la sua capacità di orientare in un certo senso e solo in quella le masse proletarie –, che sbarrasse automaticamente la porta ai transfughi del revisionismo, al loro bagaglio ideologico e alla loro conseguente azione pratica, che facesse dell’Internazionale non formalmente ma realmente il Partito mondiale unico della rivoluzione; che, infine, la predisponesse se occorreva, nella sconfitta contro la quale nulla e nessuno può garantirci a priori, a salvare le CONDIZIONI DELLA RIPRESA invece di PERDERE TUTTO.

Tutto invece si perse. Nel ’26-’27 l’Opposizione si trovò sola contro il nemico che essa aveva, certo inconsapevolmente, contribuito ad allevarsi in seno; fu prigioniera delle forze contro le quali non si era creduto di dover elevare un argine effettivo di protezione e di difesa; lottò, entro il Partito, contro i peggiori sgherri del conformismo riformista che mai avrebbero dovuto potervi entrare. Non ebbe alle spalle un movimento comunista mondiale capace di INSORGERE come un sol uomo contro il rinnegamento di tutti i suoi principi perché NON ERA PIU’ un uomo solo: peggio, non era più se stesso. Fu grande da parte di Trotzki rivendicare l’internazionalismo contro quella che egli chiamò la «dottrina di Monroe» divenuta la bandiera dell’Internazionale di Stalin e, ahimé, di Bucharin; fu grande da parte di Zinoviev al VII esecutivo allargato prepararsi la tomba con la dimostrazione che il «socialismo in un solo paese» è la NEGAZIONE di tutto il marxismo (quindi anche del cosiddetto «leninismo»). Ma non bastava; la piramide delle tattiche e dei metodi organizzativi «elastici» doveva essere CAPOVOLTA, ed ERA TROPPO TARDI PER FARLO. Né essi lo potevano.

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La questione, per noi che, nell’ombra di una controrivoluzione di cui non riusciamo ancora a vedere se non lo spiraglio della fine, guardiamo al passato per ritrovare la strada dell’avvenire, anche questo è uno degli insegnamenti di Ottobre. Le cose non sono potute andare diversamente: ma il passato contiene per noi – sotto forma di lezioni storiche – le armi che sole possono – nei limiti in cui è risolutivo il fattore «soggettivo» del Partito – evitare alla sola classe alla quale l’avvenire sia affidato di «ripetere i propri errori, le proprie oscillazioni, le proprie incertezze», seguendo una strada unica che può essere seminata di insuccessi e anche di sconfitte, ma su cui non sarà mai più permesso che il caduto – se deve cadere – non risorga e, risorto, non debba come oggi RICOMINCIARE DA CAPO.

La controrivoluzione ha potuto schiacciare Ottobre, ma non ha potuto né può impedire al capitalismo di accumulare il materiale esplosivo di una nuova e più potente rinascita, di cui ha gettato e getta continuamente le basi facendo dei «particolarismi nazionali», dei quali lo stalinismo si nutrì la fragile e illusoria sovrastruttura di un un mondo sempre più uno, e ponendo all’ordine del giorno nei gangli vitali di questo mondo – e di riflesso nelle sue ramificazioni periferiche e «sottosviluppate», – il problema dell’unica rivoluzione proletaria. È su questa base materiale, armato degli insegnamenti che Ottobre ha lasciato nella vittoria come nella sconfitta, della conferma che il ’26 ha fornito dell’intatta e invariabile integralità del marxismo, del bilancio che ha tragicamente avvalorato le nostre tesi tattiche e la nostra visione delle questioni di organizzazione, è su questa base granitica che il Partito rivoluzionario di classe rinascerà alla scala mondiale, unico nel programma, nella dottrina, nel bagaglio delle risorse tattiche, nella struttura organizzativa, e lancerà alla classe avversa e al seguito delle sue sottoclassi la sfida suprema: O il combattimento o la morte!