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L’economia statunitense diventa col benestare delle accademie – ”Capitalismo di popolo”

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Il « Capitalismo di Popolo » di America è giunto più presso alla meta socialista del pieno benessere per ognuno, che ogni sistema socialista oggi esistente (vero; non ve n’è alcuno).

Questa fu una delle conclusioni raggiunte da una commissione di dodici dirigenti americani che nel novembre scorso si riunirono all’Università di Yale. Le conclusioni sono state annunciate in un libretto pubblicato da quella Università e dal Consiglio pubblicitario (Advertising Council, Inc. Quando in America si scomodano gli accademici vi è una domanda di rigore: chi paga?).

La commissione era composta di uomini di affari (buoni), capi sindacali (labour leaders, migliori), un editore di giornali (ottimo) e sette professori di Yale (magnifici).

Il loro compito nel dibattito fu di « ripensare » e « chiarificare » la moderna economia degli Stati Uniti (mozzarelle di commissari! cominciate bene a guadagnarvi i gettoni di presenza di mille dollari almeno! Ignorate – in America non vi sono limiti ai primati di asineria – che la sola posizione di difesa del capitalismo è questa: l’economia « non si può pensare ». La scuola « classica » della rivoluzione borghese osò « pensarla », e dette le basi alla macchina comunista di Carlo Marx. Rinculaste poi con l’economia « volgare » e le vostre scienze universitarie, orripilanti dei teoremi del « red terror doctor ». Poi nel segreto dei comitati politici avete tremato vedendo che Marx aveva pensato bene, e che sono solo le rivoluzioni che si « pensano » in precedenza. Ora avete deciso di « ripensare » l’economia, che noi abbiamo, fuori di tutte le Yale e le Anonime, pensata da un secolo: avanti, che non vi sarà dato sganciarvi!).

Essi trovarono che l’economia nazionale è « dettata » dal popolo (già avete dato il naso nella dittatura e non nella libertà: la dittatura popolare emula la democrazia popolare di quell’altra schiuma orientale di ruffiani del « ripensare »!) il quale esterna voti coi dollari nelle piazze del mercato – « decidendo così per se stesso che cosa debba essere prodotto, invece di prendere ciò che il governo stabilisca di provvedere per esso popolo » (È virgolato nel testo un primo ripensamento che levati, quanto è nuovo: la « domanda » del consumatore pagante che « detta » il piano di produzione; e non la dittatura statale: lo dicono i vecchi e nuovi « mercantilisti libertari »; a che disturbare le prebende dello « Advertising Council, Inc. »? O pubblicità commerciale, o « dittatura del cliente », messeri!).

(Lasciamoli un poco dire loro). All’apertura delle discussioni il 16-17 novembre, Dean Edmund W. Sinnott (peccare non), censore della Scuola graduata di Yale, guidatore (moderator: americanizziamoci il vocabolario stile RAI-TV) della commissione, disse che il sistema economico americano è cambiato fin dal tempo del presidente McKinley. Egli disse che, sebbene esso sia un sistema capitalista (oh, thank you, Sinnott), caratterizzato dalla libertà di intrapresa, dalla concorrenza, e dal movente del profitto, « esso differisce in entrambe le cose: una bella (fair) partecipazione alla proprietà del popolo tutto, e la più grande efficienza con la quale esso adempie le più varie necessità ed aspirazioni del popolo stesso ».

Egli disse che il termine « People’s capitalism » è « un termine adatto e di richiamo (appealing: paga l’Advertising, ecc.) che ci verrà in aiuto nel presentare (undertaking, intraprendere; siete il dottorato dei commessi viaggiatori) una visione fresca e non stereotipata del nostro sistema » (passate anche voi, a bandiere spiegate, tra gli antidogmatici!).

La terminologia suddetta fu adottata dall’Advertising Council (ad uso del popolo pagante-dittante?! ammazzalo!).

(Viene il bello, e non interrompiamo più). La Commissione ha detto che lo stile di capitalismo americano non può nella sua integrità essere altrove copiato (duplicated), e che i capi della nazione non devono tentare di ottenere che altre nazioni lo adottino tal quale.

Tuttavia ci dobbiamo adoperare a presentare il nostro sistema con chiarezza, ed in termini che mostrino come altri possano trarre profitto da alcune parti di esso, per un uso che muterà in ciascuna istanza.

I Soviet hanno fatto un grande errore rifiutando di lasciare che gli altri popoli giungessero al socialismo (!) per la loro propria strada. Noi dobbiamo essere più flessibili dei russi nel riconoscere che i popoli di altri paesi possono giungere al « capitalismo di popolo » per vie loro proprie.

(Emulazione perfetta dunque, dalle due parti, nel fare largo alle « vie nazionali » per giungere al socialismo popolare dei russi o al capitalismo di popolo degli statunitensi. Accordo commovente nel passarsi i ritrovati reciproci sulla « scoperta degli errori », nonché sulle moderne visioni « fresche e non stereotipate »… Noi « stereotipisti », riaffermiamo che il capitalismo è lo stesso dappertutto, e che la via al socialismo è la stessa dappertutto. Se ce ne occorresse una prova, essa starebbe nel fatto che il « comunismo popolare » diffuso da Est, e il « capitalismo popolare » lanciato da Ovest, parlano la stessa lingua. Ed emanano pari fetore). Avviso a chi legge: le frasi tra parentesi ed in corsivo non sono contenute nel testo del comunicato Associated Press…