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Per la costituzione dei Consigli operai in Italia Pt.4

Kategorier: Communist Abstensionist Fraction of the PSI, Italy

Moderartikel: Per la costituzione dei Consigli operai in Italia

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IV.

Crediamo di aver abbastanza insistito sulla differenza tra Consiglio di fabbrica e Consiglio politico-amministrativo degli operai e contadini.

Il Consiglio di fabbrica è una rappresentanza di interessi operai limitata alla ristretta cerchia di un’azienda industriale. In regime comunista esso è il punto di partenza del sistema del ”controllo operaio” che ha una certa parte nel sistema dei ”consigli dell’economia” destinati alla direzione tecnica ed economica della produzione.

Ma nessuna ingerenza ha il consiglio di fabbrica nel sistema dei soviet politici depositari del potere proletario.

Nel regime borghese non può dunque vedersi nel Consiglio di fabbrica – come non può vedersi nel sindacato di mestiere – un organo per la conquista del potere politico.

Se ci si vedesse poi un organo di emancipazione del proletariato per altra via che non sia la conquista rivoluzionaria del potere, si ricadrebbe nell’errore sindacalista – e i compagni dell’Ordine Nuovo non hanno molta ragione nel sostenere, polemizzando con Guerra di classe, che il movimento dei C.d.F., così come essi lo teorizzano, non sia in un certo senso del sindacalismo.

Il marxismo si caratterizza per la partizione divinatrice della lotta di emancipazione proletaria in grandi fasi storiche, nelle quali diversissimo peso hanno l’attività politica e quella economica: Lotta per il potere – esercizio del potere (dittatura del proletariato) nella trasformazione dell’economia – società senza classi e senza stato politico.

Portare a coincidere, nella funzione degli organi di liberazione del proletariato, i momenti del processo politico con quelli del processo economico vuol dire credere in quella caricatura piccolo-borghese del marxismo che dir si potrebbe economismo, e classificare in riformismo e sindacalismo – e la sopra valutazione del consiglio di fabbrica non sarebbe che un’altra incarnazione di questo vecchio errore, che lega il piccolo borghese Proudhon ai tanti revisionisti che hanno creduto di oltrepassare Marx.

In regime borghese il Consiglio di Fabbrica è dunque un rappresentante degli interessi degli operai di una azienda, così come lo sarà in regime comunista. Esso sorge quando le circostanze lo richiedono, attraverso modifiche dei metodi di organizzazione economica proletaria. Ma forse più del Sindacato esso presta il fianco ai diversivi del riformismo.

La vecchia tendenza minimalista all’arbitrato obbligatorio, alla cointeressenza degli operai nei profitti del capitale, e quindi al loro intervento nella direzione e amministrazione della fabbrica, potrebbe trovare dei C.d.F. la base per la elaborazione di una legge sociale antirivoluzionaria.

Ciò avviene in Germania attualmente tra la opposizione degli indipendenti, che però non negano il principio ma le modalità della legge – differenziandosi dai comunisti pei quali il regime democratico non può dar vita a un qualsiasi controllo del proletariato sulle funzioni capitalistiche.

Resti dunque chiaro che è cosa insensata parlare di controllo operaio fino a che il potere politico non sia nelle mani dello Stato proletario, in nome ed in forza del quale soltanto potrà venire esercitato tale controllo, preludio alla socializzazione delle aziende e alla loro amministrazione da parte di appropriati organi della collettività.

I consigli dei lavoratori – operai, contadini e, nel caso, soldati – sono, è ben chiaro, gli organi politici del proletariato, le basi dello stato proletario.

I consigli locali di città e di campagna sostituiscono i consigli municipali del regime borghese. I soviet provinciali o regionali sostituiscono gli attuali consigli provinciali, colla differenza che i primi sono designati per elezioni di 2. grado dai soviet locali.

Il congresso dei soviet di uno Stato e il comitato esecutivo centrale costituiscono il Parlamento borghese, ma sono eletti con suffragio di 3. e talvolta 4. grado, anziché direttamente.

Non è qui il caso di insistere nelle altre differenze, principalissima fra le quali è il diritto di revoca dei delegati da parte degli elettori in ogni momento.

La necessità di avere un agile meccanismo per queste revoche fa sì che le elezioni iniziali non avvengano per liste, ma col dare un unico delegato ad un aggruppamento di elettori che, possibilmente, vivano riuniti per le condizioni del loro lavoro.

Ma la caratteristica fondamentale di tutto il sistema non risiede già in queste modalità, che son cose per nulla affatto taumaturgiche, bensì nel criterio che stabilisce il principio elettorale, attivo e passivo, rise4rvato ai soli lavoratori e negato ai borghesi.

Sulla formazione dei soviet municipali si incorre comunemente in due errori.

L’uno è di pensare che i delegati ad essi vengano eletti dai consigli delle fabbriche o dai comitati di fabbrica (commissioni esecutive dei consigli dei commissari di reparto) mentre invece i delegati sono eletti (è volontariamente che ci ripetiamo su certi punti) direttamente dalla massa degli elettori).

Questo errore è riportato nel progetto Bombacci per la costituzione dei soviet in Italia al paragrafo VI.

L’altro errore è di pensare che il soviet sia un organismo costituito con rappresentanti designati senz’altro dal Partito Socialista, dai sindacati economici e dai Consigli di officina.

In questo errore cade, ad esempio, il compagno Ambrosini nelle sue proposte.

Un tale sistema forse può servire a formare in un modo rapido e provvisorio i soviet, quando fosse necessario, ma non corrisponde alla loro definitiva struttura.

In Russia una piccola percentuale di delegati al soviet viene così ad aggiungersi a quelli eletti direttamente dai proletari elettori.

Ma in realtà il patito comunista, o altri partiti, ottengono la loro rappresentanza proponendo agli elettori provati membri della loro organizzazione e agitando dinanzi agli elettori il loro programma.

Un soviet, a parer nostro, è rivoluzionario sol quando la maggioranza dei suoi membri è iscritta al Partito Comunista.

Tutto ciò , bene inteso, si riferisce al periodo della dittatura proletaria.

Sorge ora la grande questione. Quale utilità, quali caratteri possono avere i consigli operai, mentre ancora dura il potere della borghesia?

Nell’Europa Centrale coesistono presentemente i consigli operai e lo Stato democratico borghese – tanto più antirivoluzionario, in quanto è repubblicano e socialdemocratico. Quale valore ha questa rappresentanza del proletariato, se non è la depositaria del potere e la base dello Stato?

Agisce essa almeno come un organo efficace di lotta per l’attuazione della dittatura proletaria?

A queste domande risponde un articolo del compagno austriaco Otto Maschl che leggiamo nella Nouvelle Internationale di Ginevra.

Egli afferma che in Austria i Consigli si sono paralizzati da sé stessi, hanno abdicato il potere nelle mani dell’Assemblea Nazionale borghese.

In Germania invece dopo che avvenne altrettanto, usciti – secondo il Maschl – i maggioritari e gli indipendenti dai Consigli, questi divennero veri centri di combattimento per l’emancipazione proletaria, e Noske dovette spezzarli e schiacciarli perché la socialdemocrazia potesse governare.

In Austria invece – il Maschl conclude – la esistenza dei Consigli nella democrazia, o meglio l’esistenza della democrazia malgrado i Consigli prova che quei Consigli operai son lungi dall’essere ciò che in Russia si chiamano i soviet. Ed egli formula il dubbio che, nel momento della rivoluzione, possano sorgere altri soviet, veramente rivoluzionari, che divengano i depositari del potere proletario, al posto di quelli addomesticati.

Il programma del partito approvato a Bologna dichiara che i soviet devono essere costituiti in Italia come organi di lotta rivoluzionaria. Il progetto Bombacci tende a svolgere tale proposta di costituzione in modo concreto.

Prima di occuparsi delle particolarità, discuteremo i concetti generali a cui il compagno Bombacci si è ispirato.

Anzitutto chiediamo – e non ci si dica pedanti – un chiarimento di forma. Nel periodo: ”Unicamente una istituzione nazionale più larga dei soviet potrà incanalare il periodo attuale verso la finale lotta rivoluzionaria contro il regime borghese e la sua falsa illusione democratica: il parlamentarismo”, deve intendersi che il parlamentarismo è quella istituzione più larga, o questa illusione democratica?

Temiamo che non valga la prima interpretazione, confermata dal capitolo sul programma d’azione dei Soviet, che è uno strano miscuglio delle funzioni dei medesimi con l’attività parlamentare del partito.

Se è su questo equivoco terreno che i costituendi Consigli dovranno agire, meglio è certamente non farne nulla.

Che i Soviet servano ad elaborare progetti di legislazione socialista e rivoluzionaria che i deputati socialisti proporranno allo stato borghese, ecco una proposta che fa il paio a quelle relative al soviettismo comunale-elezionista, così bene battuto in breccia dal nostro D. L.

Noi per ora ci limitiamo a ricordare ai nostri compagni autori di tali progetti una delle conclusioni di Lenin nella dichiarazione approvata al Congresso di Mosca: ”Separarsi da coloro che illudono il proletariato proclamando la possibilità delle sue conquiste nell’ambito borghese e propugnando la combinazione o la collaborazione degli strumenti di dominio borghese coi nuovi organi proletari”.

Se i primi sono i socialdemocratici – ancora cittadini del nostro Partito! – non devono ravvisarsi i secondi nei massimalisti elezionisti preoccupati di giustificare l’attività parlamentare e comunale con mostruosi progetti pseudo-soviettisti?

Non vedono i nostri compagni della frazione che vinse a Bologna che essi sono fuori anche da quell’elezionismo comunista che potrebbe opporsi – cogli argomenti di Lenin e di certi comunisti tedeschi – al nostro irriducibile astensionismo di principio?