Democrazia
Categorie: Democratism, Democrazia Cristiana, Electoralism, Italy, Opportunism
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Il sapore della vittoria elettorale
I partiti cosiddetti di sinistra hanno diffuso tra gli operai la convinzione che i saturnali schedaioli del 7 giugno abbiano segnato una travolgente vittoria… proletaria, e chi vive in fabbrica sa l’euforia da cui, sotto il martellamento della propaganda, molti lavoratori sono stati presi.
Ben altra lezione ne hanno tratta, tuttavia, gli industriali. A Torino, la direzione della R.I.V., con foglio istruzioni 0140, ha annunciato il licenziamento di operai in base « alla fedeltà e attaccamento alla azienda », ai « precedenti disciplinari », al « buon rendimento », alla maggiore o minore assenza dal lavoro, e ad « ogni elemento di informazione » di cui essa disponga, e ha proceduto a sollecitare, per intanto, le « volontarie » dimissioni di elementi ammalati.
La commissione interna protesta. « I lavoratori della R.I.V. – scrive il 7B – vedono che la Ditta non tiene conto della nuova (!) situazione generata dal voto popolare del 7 giugno, che ha sconfitto il governo delle leggi antisindacali, polivalente e della truffa: essi vogliono perciò che la Direzione si adegui (sic!) alle nuove prospettive e non accetteranno che si instauri una specie di legge polivalente alla R.I.V. come sarebbe lo schedamento dei dipendenti e la minaccia per tutti gli indesiderati ». Già, già: vittoria del voto popolare di cui la Direzione… non tiene conto. Strano, vero? Non solo la classe padronale non si tiene sconfitta, ma procede spedita per la sua strada. I vincitori s’inchinano ai… vinti.
Ma ci credono, poi, gli attivisti confederali e del P.C.I., alla « vittoria »? Sentite il linguaggio da vincitori che usano con la direzione: « Le maestranze hanno già espresso la propria volontà affinché… la ditta si metta sulla strada giusta, che è quella della collaborazione e comprensione »! I vincitori chiedono collaborazione e comprensione ai vinti; e i vinti se ne strafottono. È questo, dunque, il succo della vittoria? È così che la scheda ha debellato il nemico? I proletari della R.I.V. facciano il bilancio, e si chiedano se la « truffa » non fosse per caso (e non continui ad essere) quella dei loro dirigenti parlamentari, democratici, legalitari, collaboratori: la truffa delle elezioni presentate come armi di difesa e di offesa della classe operaia. La stessa esperienza è stata fatta dai proletari di Piombino, dove la [parola illeggibile] si è riaperta con un esiguo [parola illeggibile] di operai e senza riammettere i 2000 ex-occupanti.
Dai « bei sogni » elettorali ci si risveglia sempre con la bocca amara.
La democrazia vista alla rovescia
Da quando la « battaglia » elettorale si è conclusa come tutti sanno, i partiti minori del Centro si agitano per dimostrare la propria vitalità, chiaramente morta e sepolta, con un’affermazione dei «valori» ch’essi sarebbero chiamati a riaffermare di contro al partito-succhione al quale hanno semplicemente fatto da piedestallo. Riguadagnare alla democrazia una parte dell’elettorato; salvare la repubblica democratica; andare verso sinistra: ecco il chiodo.
Lasciamo stare quello che i partiti minori faranno nell’avvenire; è chiaro intanto che il loro « compito storico » è di rivalutare una democrazia la cui barca fa acqua da tutti i fianchi. Prendete il Mondo, il tipico giornale liberale-indipendente. Il leit-motiv, il gemito settimanale, è sulla corruzione, la invadenza, la dittatura esercitata dalla D.C. Questa non è democrazia (in sostanza si dice): e nostro compito è di ridar vita alla democrazia vera, quella che il malcostume odierno ha sconciamente deturpata. Ancora: il Mezzogiorno ha portato a galla una nuova fauna politica, quella dei « brasseurs d’affaires », dei nuovi ricchi formatisi sulla speculazione e sul commercio in grande stile, e corruttori del ceppo sano della borghesia manifatturiera e della media e piccola borghesia artigiana. Ripulire, dunque, il « costume politico » del Sud perché la democrazia torni ad essere democrazia.
Tutto vero nella critica: tutto falso nella conclusione positiva. Non c’è democrazia da ricostruire, perché la democrazia non ha mai avuto volto diverso da questo. O che forse la democrazia alla Giolitti era meno corruttrice, invadente, dittatoriale? O che forse la democrazia alla II, III e IV repubblica francese è stata meno il trionfo dei « brasseurs d’affaires », degli speculatori, dei nuovi ricchi? La democrazia, strumento politico borghese, riflette alla perfezione lo stato del regime borghese. Concentrazione, accentramento economico: quindi concentrazione e accentramento politico. Marciume sociale, quindi marciume amministrativo. Capitalismo di Stato, quindi regime dei «brasseurs d’affaires», dei trafficoni, degli appaltatori, dei tecnici della speculazione. La scena è tale e quale in Italia come in America, come in Francia, come in Inghilterra; come, in forme diverse, è in Russia e zone circonvicine. Non c’è niente da rivificare, nella democrazia: è quella che è sempre stata, la serra calda di una sfrenata corsa agli affari. La D.C. non è che la depositaria di questa tradizione: tenetevela, è degna di tutto il passato italico e, poiché tanto vi richiamate al Risorgimento, di tutto [testo illeggibile] di destre e sinistre [testo illeggibile].
[testo illeggibile] sulla democrazia [testo illeggibile] un Te Deum perché [testo illeggibile].