I socialisti e il congresso dei ferrovieri
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Basta dare uno sguardo anche superficiale al movimento sindacale nazionale, per poter giudicare la tattica socialista e confederalista usata nei diversi congressi succedutisi alla grande assise socialista di Livorno.
Di recente abbiamo il congresso dei ferrovieri, che ci offre copioso materiale per le nostre affermazioni. La tattica del partito socialista e della confederazione generale del lavoro dopo il congresso di Livorno – lo ripeteremo fino a completa sazietà – è quella di dividere, non di unire il proletariato: ha ribadito in noi questa opinione, il gesto e la parola dei socialisti al Congresso di Bologna testè svoltosi.
In realtà i diversi discorsi pronunziati dai socialisti nel congresso, propugnanti tutti calorosamente l’autonomia, non sono il pensiero dei singoli, sibbene il risultato di precise istruzioni emanate in segreto dai massimi organismi in contrasto con quelle del precedente congresso. Ai superficiali e agli ingenui sembra strano l’atteggiamento socialdemocratico a favore dell’autonomia, quando son note a tutte le pappardelle confederali ripetute a iosa sulla stampa multicolore e il farmaco baldesiano per l’unione del proletariato. Ma a noi quel che si è svolto al congresso non ha apportato meraviglia: ben sappiamo che i riformisti confederali, paladini in pubblico della più stretta unione, sono poi in segreto i più indegni fucinatori di secessioni. Non si lanci a noi comunisti la stupida accusa di essere dei disgregatori, quando sono proprio i socialisti e i confederalisti a propugnare l’autonomia delle diverse classi lavoratrici che ancora sono fuori i quadri della confederazione generale del lavoro. Noi non l’autonomia delle varie categorie operaie vogliamo, ma la loro intima fusione nell’organismo massimo confederale per marciare alla conquista di esso e per sostituire ai vecchi capi burocratici del riformismo i veri rivoluzionari.
Oggi, che nel decimo congresso del sindacato ferrovieri italiano eranvi le premesse numeriche di una facile vittoria e la questione poteva essere felicemente risolta, sono stati proprio i socialisti che, coalizzati con gli anarchici ed i repubblicani per combattere i comunisti, hanno sostenuto a spada tratta, l’autonomia, contrariamente al precedente congresso, per rimanere fuori i quadri della confederazione del lavoro. Era questo il desiderio dei ferrovieri iscritti al Partito? No, era l’ordine dei capi e bisognava rispettarlo, l’ordine di quei capi che predicano quotidianamente l’unione del proletariato, per sabotarla poi quando questa si presenta di facile attuazione. La verità è palese; essi erano, sono e saranno sempre controrivoluzionari.
Potremmo anche condividere la opinione di alcuni ferrovieri circa la impossibilità della conquista dell’organo confederale da parte degli estremisti, ma è chiaro che il nostro dovere è quello di muovere alla conquista di esso, qualunque siano le previsioni della battaglia. In quanto poi all’opinione di alcuni, che i rivoluzionari, esistenti nella Confederazione, sarebbero assorbiti, noi rispondiamo che sapremmo ben valutare le nostre forze e in ogni caso utilizzarle. Ha assorbito la borghesia i comunisti? Tanto meno li assorbirebbero i riformisti. Ai socialisti che nel congresso dei ferrovieri hanno sostenuto l’autonomia per una pura ragione di gretto corporativismo, adducendo a sostegno della loro tesi che i comunisti desideravano fare del sindacato uno strumento politico; noi comunisti facciamo i nostri sinceri rallegramenti per essersi rivelati – quali sono – piccolo-borghesi e antimarxisti.
Ai compagni ferrovieri che sono stati sempre all’avanguardia del movimento proletario non è il caso di ricordare che ogni grande lotta economica è politica, e come l’una non può prescindere dall’altra, lo dimostra tutta la storia delle lotte di classe in Francia, lo dimostra oggi il fascismo italiano. Chi vi parla un altro linguaggio non è che un rinnegato, tradisce se stesso e la propria classe. I comunisti non temono di affermarlo anche quando devono affrontare le ire, le persecuzioni e le minacce dovute principalmente alla delazione socialdemocratica.
Il risultato del congresso di Bologna per quanto può apparire una vittoria della socialdemocrazia, per tanto lascia bene sperare in un prossimo orientamento della classe ferroviaria. L’invio del delegato al congresso dei sindacati rossi a Mosca accettato quasi all’unanimità dai congressisti è l’indice sicuro di un maggior risveglio rivoluzionario da parte dei ferrovieri italiani. I ferrovieri comunisti devono svolgere tutta l’attività nella loro classe, la quale darà migliori frutti in un prossimo avvenire. Le decisioni dell’ultimo congresso, in cui è prevalso il concetto corporativistico – messo innanzi ad arte dai socialdemocratici – non può certo soddisfare i comunisti, i quali dovranno con maggior lena esercitare tutta quanta la loro pressione sui compagni per farli uscire dal vicolo cieco in cui volontariamente si sono chiusi mercé le deliberazioni prese che vogliamo augurarci non siano di lunga durata. Il proletariato italiano guarda i ferrovieri come l’unica categoria, la quale – se vuole – può facilitare di molto la comune battaglia per la emancipazione dalla schiavitù del salario, rovesciando l’attuale regime borghese, per instaurare la nuova società comunista.
Il trapasso di questa società, a cui pure mira la maggioranza della classe ferroviaria, non potrà aversi nell’ambito dell’azione di categoria, quanto maggiormente si allargano le prospettive della lotta di classe e si affermano le possibilità del compito di tutti i lavoratori ad assurgere alla direzione della collettività sociale e alla eliminazione di ogni dominio o sfruttamento borghese, bensì nel movimento d’insieme di tutto il proletariato rivoluzionario, quando la maggioranza dei sindacati – contrariamente alle affermazioni socialdemocratiche – saranno divenuti strumenti politici e rivoluzionari.
CARRABBA LUIGI