Affamatori a congresso
Kategorier: Famine
Denna artikel publicerades i:
Quanto più la crisi mondiale dell’imperialismo avanza determinando inflazione, intasamento del mercato di merci con conseguente disoccupazione e fame sia per il proletariato urbano metropolitano che per i contadini poveri di tutto il pianeta, tanto più la borghesia internazionale e manutengoli opportunisti in combutta con chiese e «istituzioni benefiche» si danno un gran da fare, organizzando convegni per approntare «piani planetari» per debellare il flagello della carestia e della crescente domanda di beni alimentari.
Prima la conferenza di Bucarest sulla questione demografica, poi il congresso di Roma sul problema della fame nel mondo hanno visto sfilare rappresentanti di paesi «affamatori» e di paesi «affamati», terzomondisti e quartomondisti, che democraticamente e razionalmente pretendono di accordarsi per sfamare due terzi di popolazione mondiale che vive di stenti.
I più sofisticati «demografi» e uomini di «buona volontà» (della quale, come è noto, è lastricato l’inferno) hanno evocato l’inquietante fantasma di Malthus, e nonostante i distinguo d’obbligo a base di tecnologia e di scienza, hanno ammesso che effettivamente «mentre i prodotti alimentari della terra crescono in ragione aritmetica, la popolazione cresce in ragione geometrica, anzi, come s’ama dire, esponenziale».
I cosiddetti «paesi socialisti» hanno approfittato per accusare l’imperialismo occidentale, rapinatore e ladro, ma si sono guardati bene dall’indicare nella rivoluzione proletaria il rimedio per la fine di quest’infamia; al contrario (vedi Cina) si sono trovati schierati con istituzioni che sulla fame dei poveri sono sempre superbamente vissute, tipo Chiesa cattolica e barbe di tal genere.
Alla conferenza di Roma si è assistito alla parata di affamatori alla Kissinger, allineati ed affamati tipo indiani e popoli afro-asiatici che hanno, come era inevitabile, trovato il modo di dar vita a stomachevoli schermaglie procedurali per meglio approfittare di una occasione eccezionale come questa per imbonire la cosiddetta «opinione pubblica». I sovietici, come riferisce il Corriere della Sera dell’8 novembre, hanno minacciato di abbandonare la conferenza se non avessero avuto la precedenza nel prendere la parola nei confronti di altri delegati. Ciò in quanto essendo nell’ordine al 22º posto ritenevano che la loro relazione non avrebbe avuto un uditorio attento! Il vice ministro degli affari esteri Rodionov è stato fatto salire alla tribuna della conferenza alle 17,40. Quindi è stato il 17º oratore della giornata, avendo doppiato, con l’accordo dell’ufficio di presidenza, 5 oratori fra i quali il rappresentante di Malta e della repubblica Dominicana, il tutto in omaggio alla politica della «competizione pacifica» e dell’«uguaglianza delle nazioni» sancita dagli aurei principi delle Nazioni Unite.
La fame dei «poveri» è un’occasione da non perdere per ribadire diritti di veto e prepotenza «democratica». Ma il ridicolo, anzi il grottesco si è puntualmente verificato quando i delegati della conferenza sono stati invitati a pesarsi per pagare una tassa per ogni chilo di «grasso superfluo». Un partecipante alle grandi assise ha calcolato che se tutti saranno assolutamente onesti potranno essere raccolti trentacinquemila dollari. La cifra sarà versata alla «Freedom for hunger campaign»; uno dei programmi della FAO per combattere la fame nel mondo… Alcune decine di delegati si sono sottoposti all’operazione di peso ed hanno pagato quella che è stata definita «tassa del grasso»: duemila lire per ogni Kg. superfluo.
«Ma è l’entusiasmo del primo giorno, poi nessuno lo farà più», ha lamentato René Dumont, considerato il maggiore esperto di problemi agricoli dei paesi del terzo mondo. Non contento dunque, anzi sospettoso come tutti gli zelanti, il signore ha allora proposto a tutti i partecipanti una giornata di sciopero della fame, in segno di solidarietà con le popolazioni affamate. Morale? «Nessuno, finora – commenta avvilito il Corriere della Sera – ha aderito all’appello». E così questi pagliacci che pretendono di salvare il mondo dalla fame, abituati come sono a barare da buoni mercanti, non sono riusciti a smentirsi; hanno «fatto i furbi» eludendo la bilancia e dimostrandosi incapaci di tenersi la fame neanche per un giorno.
Ora se tutto ciò non fosse una lurida farsa alle spalle di chi giornalmente cade per le strade sfinito di privazioni potrebbe anche essere un motivo per sbellicarsi dalle risa: ma il fatto è che, dal grasso borghese tanto pachidermico da eludere la bilancia per non pagare, al cinese smilzo che ce la fa (ancora) per un soffio a farla franca «legalmente» non sono solo responsabili di tali vergognose esibizioni, ma giocano oggettivamente un ruolo omicida a livello storico impedendo con ogni mezzo la lotta rivoluzionaria del proletariato, la sola capace di far piazza pulita delle contraddizioni insanabili del capitalismo.
Fin qui la cronaca, non certo edificante, ma pur sempre istruttiva per chi, se non altro, conserva un minimo senso del grottesco: ma veniamo alle proposte emerse dalle citate conferenze, che possono riassumersi così: «per vincere la fame diamo inizio alla rivoluzione verde, ad un nuovo modello di sviluppo; i paesi ricchi diano finalmente (ma è una vecchia solfa) un aiuto concreto ai paesi poveri, oltre che inviando beni alimentari a titolo gratuito favorendo la valorizzazione delle materie prime che quest’ultimi producono. I paesi semi-poveri, tipo produttori di petrolio siano tanto ben disposti da ”riciclare” gli introiti in petrodollari nei paesi industrializzati, in modo che essi a loro volta possano inviare manufatti ai poverissimi a prezzo conveniente».
Come si vede, nonostante la «buona volontà», non si riesce ad uscire fuori dal circolo vizioso del commercio internazionale, degli scambi, magari da liberalizzare, tutte belle parole dietro le quali si ergono le ferree leggi del modo di produzione capitalistico. Questa è l’unica forma di «razionalità» che la borghesia conosce: aumentare il profitto e accumulare capitale o a colpi di conferenze o di cannonate, secondo la bisogna. Inutile dire che i paesi produttori di petrolio hanno risposto picche, sostenendo di non avere colpa della fame, e cercando solidarietà tra i «socialisti» per trovare un terreno d’intesa contro i superimperialisti. L’intera «problematica», come si ama dire oggigiorno, è andata avanti a base di analisi scientifiche del problema in cui fanno spicco termini di grande valore specifico e «concreto» tipo: popolazione, risorse, materie prime, amore universale, carità, pace etc. Per gli imbonitori con questa terminologia tutti i semafori della dialettica, scienza delle contraddizioni reali, sono verdi: mai che abbiano la sventura di imbattersi non diciamo in qualche rosso, esorcizzato con tutti i mezzi, ma nemmeno nel giallo (senza nessun riferimento ai cinesi, per carità).
Tutta questa gente, non è neanche il caso di dirlo, sul piano teorico fa professione di «concretismo», di «realismo», e perché no, di «materialismo», ben diluiti con fiumi di buon senso, senso di responsabilità, abnegazione, sacrificio, etc.
Ma se questi otri ingordi ci permettono, diamo la nostra storica, immutabile ricetta, dopo aver ricordato che soltanto il materialismo storico e dialettico, per loro rozzo e inadeguato, è in grado di decifrare le contraddizioni del capitalismo ed indicarne la via d’uscita. Il nostro metodo sta nell’anatomia dell’economia politica, base reale su cui si ergono le lotte politiche, la guerra imperialista, la fame dei «poveri» compresa la goffaggine dei signori congressisti.
Dice Marx nell’appendice alla sua «Per la critica dell’economia politica»: «quando consideriamo un dato paese dal punto di vista dell’economia politica, cominciamo con la sua popolazione, con la divisione di questa in classi, la città, la campagna, il mare, le diverse branche della produzione, esportazione ed importazione, produzione e consumo annuale, prezzi delle merci etc… Sembra corretto cominciare con il reale e il concreto, con l’effettivo presupposto, quindi per esempio nell’economia, con la popolazione che è la base e il soggetto dell’intero atto sociale di produzione. Ma, ad un più attento esame, ciò si rivela falso. La popolazione è una astrazione se tralascio ad esempio le classi da cui essa è composta. A loro volta queste classi sono una parola priva di senso se non conosco gli elementi su cui esse si fondano, per esempio lavoro salariato, capitale etc. E questi presuppongono scambio, divisione del lavoro, denaro, prezzo etc. Il capitale senza lavoro salariato, senza valore, denaro, prezzo, è nulla. Se cominciassi quindi con la popolazione, avrei una rappresentazione caotica dell’insieme, e ad un esame più preciso, perverrei sempre più, analiticamente, a concetti più semplici; dal concreto rappresentato ad astrazioni sempre più sottili, fino a giungere alle determinazioni più semplici. Da qui si tratterebbe, poi, di intraprendere di nuovo il viaggio all’indietro, fino ad arrivare finalmente di nuovo alla popolazione, ma questa volta non come ad una caotica rappresentazione di un insieme, ma ad una totalità ricca, fatta di molte determinazioni e relazioni».
Al contrario, i congressisti di Bucarest e Roma partono dalla popolazione e rimangono alla popolazione, scoprono «relazioni», ma non reali e dialettiche, bensì quelle che si perdono tra gli sbadigli (di noia, non di fame…) nelle aule grigie delle conferenze.
Non una parola si è sprecata sul modo di produzione: tutta l’attenzione è stata rivolta al consumo, che agli occhi dei grassi borghesi è sempre troppo quando si tratta di bocche proletarie, sempre poco quando si tratta di pance borghesi, tanto gonfie ormai da richiedere cure dimagranti per rientrare nella norma fisiologica.
E non è da credere che questi farabutti manchino di «cultura» o di «scienza» per capire simili banalità; scoppiano anzi di «tecnica» e di «razionalità», solo che: «più si sviluppano gli antagonismi tra le forze produttive crescenti più si compenetra d’ipocrisia l’ideologia della classe dominante. Più la vita (anzi, in questo caso la fame) svela la natura menzognera di questa ideologia, più il linguaggio di questa classe si fa sublime e virtuoso» (Marx).
Noi che non ci siamo mai permessi di correggere il maestro, ci permettiamo di aggiungere: «più il linguaggio di questa classe si fa meschino e vergognoso».
Non saremo certo noi a negare che i fattori della popolazione nello sviluppo sociale esercitano una grandissima influenza, ma perfettamente parla Marx quando dice che le leggi astratte della moltiplicazione non esistono che per gli animali e le piante (e con l’intervento tanto deleterio della rapacità del capitale ormai più neanche per loro). L’accrescimento (o la diminuzione) della popolazione della società umana «dipendono dall’organizzazione di questa società, organizzazione determinata dalla struttura economica di questa stessa società. (Come ricorda Plekhanov nelle «questioni fondamentali del marxismo»). La cosiddetta fame nel mondo è dunque il prodotto naturale delle contraddizioni del modo di produzione e di consumo capitalistici: «dalla miseria nasce la ricchezza» aveva già intuito Fourier, dalla fame dei più nasce la sazietà dei meno.
Altro che «democrazia» e pacifica competizione a base di commercio e di congressi!
Ed allora come debellare questo «flagello» come ecclesiastici, opportunisti e borghesi in combutta definiscono fatalisticamente, riesumando il linguaggio apocalittico di stampo medioevale?
Non saranno certamente loro a batterlo: loro saranno solo capaci di acuirlo. Sarà il proletariato mondiale, spinto dalla fame stessa, e non di solo pane!, a strangolare i suoi affamatori, purché abbia la forza di rialzare la testa dalle dure mazzate infertegli dallo stato borghese e dall’opportunismo in quasi mezzo secolo, riconoscendo il suo «naturale e storico partito».
Alla falsa parola d’ordine «rivoluzione verde» opponiamo seccamente la rivoluzione rossa!
Alle proposte di neo-malthusiani capaci solo di moralismi e prediche, ai pianificatori armati di computers che teorizzano di giorno la «crescita zero» e di notte vanno a rubare plusvalore con i loro padroni, rispondiamo con la nostra classica formula: contro la ragione borghese, la passione del proletariato, becchino naturale dei suoi affamatori.
Altro che pillole e santini in scatola!