Partito Comunista Internazionale

Comunisti e no

Categorie: Party Doctrine

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«… Tutti i partiti che aderiscono all’Internazionale Comunista devono cambiar nome. Ogni partito che desideri aderire all’Internazionale comunista deve chiamarsi Partito Comunista di… (sezione della Terza Internazionale Comunista). Questa questione del nome non è una pura formalità: ha un’importanza politica considerevole. L’Internazionale comunista ha dichiarato una guerra senza tregua a tutto il vecchio mondo borghese e a tutti i vecchi partiti socialdemocratici gialli. È importante che agli occhi di tutti i lavoratori sia ben chiara la differenza tra i partiti comunisti e i vecchi partiti socialdemocratici o socialisti ufficiali, che hanno venduto la bandiera della classe operaia».

Queste parole risuonarono il 6 agosto 1920 in una sala gremita di rappresentanti del proletariato rivoluzionario di tutto il mondo. Era la diciassettesima condizione di ammissione alla Internazionale Comunista. Il cambiamento di nome che si chiedeva non era solo una questione tattica, un mezzo per distinguere il Partito Comunista da tutti gli altri partiti a base operaia; esso soprattutto sintetizzava la lezione che era stata tratta dalle esperienze delle lotte operaie nel mondo, dalle vittorie e dalle sconfitte che il proletariato aveva sperimentato; esso significava scuotersi di dosso una volta per tutte quelle ideologie e quei metodi che si identificavano nelle parole d’ordine di pacifismo, riformismo, difesa della patria, e che avevano gettato la classe operaia nel grande mattatoio imperialistico della prima guerra mondiale.

L’aggettivo «Comunista» significava guerra ad oltranza alla borghesia ed ai suoi servitori, anche se sedicenti marxisti, e poneva il partito operaio internazionale di nuovo sulla traccia già segnata da Marx ed Engels, che fin dal 1848 intendevano il partito comunista come unico ed internazionale organo di guerra senza quartiere alla società borghese.

Anche il modo di raggiungere il comunismo, la società senza classi, fu tracciato scientificamente da Marx ed Engels in innumerevoli scritti; non con le elezioni parlamentari, né con una graduale convinzione di tutti i componenti della società, ma seguendo ben altre strade: «… tanto per la produzione in massa di questa coscienza comunista quanto per il successo della cosa stessa è necessaria una trasformazione in massa degli uomini, che può avvenire soltanto in un movimento pratico, in una rivoluzione; che quindi la rivoluzione non è necessaria soltanto perché la classe dominante non può essere abbattuta in nessun’altra maniera, ma anche perché la classe che l’abbatte può riuscire solo in una rivoluzione a levarsi di dosso tutto il vecchio sudiciume e a diventare capace di fondare su basi nuove la società». (da L’ideologia tedesca, corsivi di Marx). «… Tra la società capitalistica e la società comunista vi è il periodo della trasformazione rivoluzionaria dell’una nell’altra. Ad esso corrisponde anche un periodo politico di transizione, il cui Stato non può essere altro che la dittatura rivoluzionaria del proletariato…».

(da Critica del Programma di Gotha).

Su queste basi si poneva l’Internazionale comunista, e su queste basi si posero le sezioni che si formarono nei vari paesi. In Italia il Partito Comunista d’Italia nacque dalla separazione del P.S.I. in due distinte organizzazioni: i destri ed i centristi di Turati e Serrati, che mantennero nome e programma del vecchio Partito Socialista, ed i rivoluzionari che, capeggiati dalla Sinistra, fondarono il nuovo partito; il partito che nacque a Livorno nel 1921 poté a buon diritto chiamarsi comunista, in quanto il suo programma era chiaramente ed intransigentemente rivoluzionario: «… 3. Il proletariato non può infrangere né modificare il sistema dei rapporti capitalistici di produzione da cui deriva il suo sfruttamento, senza l’abbattimento violento del potere borghese. 4. L’organo indispensabile della lotta rivoluzionaria del proletariato è il partito politico di classe. Il Partito Comunista, riunendo in sé la parte più avanzata e cosciente del proletariato, unifica gli sforzi delle masse lavoratrici, volgendoli dalle lotte per gli interessi di gruppi e per risultati contingenti alla lotta per la emancipazione rivoluzionaria del proletariato; essa ha il compito di diffondere nelle masse la coscienza rivoluzionaria, di organizzare i mezzi materiali di azione e di dirigere nello svolgimento della lotta il proletariato».

Di tutto questo, di questo monolitico insieme di dottrina e di metodo di azione, niente è rimasto nei partiti che oggi nel mondo fanno precedere alla indicazione nazionale l’aggettivo «comunista». Prendendo le mosse dalla sconfitta del proletariato negli anni ’20 e dall’avvento nefasto dello stalinismo, questi partiti hanno pian piano portato il proletariato alla collaborazione di classe in nome della difesa della democrazia e dello stato «socialista» russo, fino a ripetere il grande tradimento delle socialdemocrazie, e cioè fino a coinvolgere gli operai dei vari paesi in un’altra guerra fratricida, la seconda guerra mondiale.

Oggi di questi partiti, rappresentati in Italia dal Partito Comunista Italiano, si può dire che la loro evoluzione non dà più motivi di stupore, perché le posizioni che sempre più apertamente manifestano erano già scritte nel loro destino da quando abbandonarono nei fatti la via rivoluzionaria. Non può far meraviglia il sentir parlare di democrazia, di pluralismo, di riforme, di pacifismo, di economia di mercato, rinnegare la dittatura del proletariato e della rivoluzione. Essi sono in questo senso molto più a destra delle vecchie socialdemocrazie che Lenin rinnegò come traditrici.

Ma resta loro quel nome, quella parola per la quale milioni di rivoluzionari hanno lottato, e sembra assurdo che queste organizzazioni, per le quali il nome di «socialdemocratiche» sarebbe già troppo di sinistra, continuino ad autodefinirsi «comuniste». È per questa ragione che il 10 aprile, a Mantova, in un convegno di giovani industriali cui il P.C.I. ha partecipato, è stato chiesto a Luciano Barca, lo scagnozzo di turno, perché non viene cancellata dal nome del partito quella «orribile» parola. Barca ha candidamente ammesso che qualche anno fa il P.C.I. considerò l’opportunità di cambiare nome: se ne discusse in comitato centrale, poi l’idea fu accantonata. Peccato, perché sarebbe stata un’ottima idea. Ma Berlinguer & C. sanno bene che quella parolina è molto importante, perché rappresenta una tradizione di lotta che il P.C.I. ha sfruttato per 50 anni per far passare le sue direttive controrivoluzionarie ed antioperaie nel seno del proletariato; ora che è necessario per questi traditori rimboccarsi le maniche affinché gli operai non si muovano mentre la borghesia li spinge in condizioni di vita sempre più critiche, non possono permettersi il lusso di rinunciare a nessuna carta utile.

Ma che ci riescano non è scontato; il proletariato non è ancora svirilizzato a tal punto da non poter riconoscere nel momento critico chi sono i traditori e da che parte invece rivolgersi per ritrovare una guida per la lotta. Collegarsi al Partito Comunista Internazionale, l’unico al mondo che non ha rinnegato gli insegnamenti di Marx e dell’Ottobre, e rinforzarne i ranghi in vista dell’assalto ai centri del potere borghese, è la sola via d’uscita, da questa come da tutte le altre crisi, che il proletariato si possa augurare. Fuori dalla via rivoluzionaria per il comunismo esistono miseria, disoccupazione, guerra. A chi ci chiede, chi siamo e che cosa vogliamo, rispondiamo con le parole del Manifesto dei comunisti del 1848: «I comunisti ricusano di celare le loro opinioni e le loro intenzioni. Dichiarano apertamente che i loro scopi possono attuarsi solo tramite l’abbattimento violento di tutto l’ordinamento sociale sin qui esistito. Le classi dominanti tremino di fronte a una rivoluzione comunista. I proletari non hanno nulla da perdervi se non le loro catene. Hanno un mondo da guadagnare. PROLETARI DI TUTTI I PAESI UNITEVI!».