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Materiali sulla storia della rivoluzione russa Pt.2

Moderartikel: Materiali sulla storia della rivoluzione russa

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A questo punto, logicamente e cronologicamente, si riferisce quello, tra gli scritti esaminati, che è segnato col n.6 ( Aufgaben, ecc.). Esso si compone essenzialmente di due documenti: 1) la relazione fatta oralmente da Lenin nell’assemblea generale tenuta il 4 (17) aprile a Pietrogrado da socialdemocratici di tutte le correnti, relazione rimasta famosa per l’audacia con cui impostava il problema della rivoluzione proletaria, e che poi, messa in iscritto, servì come piattaforma del programma approvato dal Partito bolscevico nel suo Congresso del 24-29 aprile; 2) le tesi con cui il Lenin accompagnò la relazione nell’accennata assemblea del 4 aprile.

La questione fondamentale era appunto quella di determinare la natura e la tendenza della rivoluzione russa. I Menscevichi la consideravano semplicemente come rivoluzione borghese, nella quale il proletariato non spettava altro compito che quello di aiutare la borghesia liberale a sbarazzarsi del regime feudale-assolutistico dello zarismo, ottenendo per sé il godimento delle libertà borghesi che poi li avrebbero permesso di raggiungere lo stesso livello dei proletariati di Occidente. Per loro, pensare alla rivoluzione proletaria, alla possibilità di instaurare il socialismo in un paese arretrato e con tanta prevalenza del contadiname, era una pazzia; e i Soviet, da loro completamente dominati insieme con i Socialrivoluzionari, anche se perfettamente d’accordo, in generale, con i menscevichi in quanto apprezzamento della rivoluzione, dovevano servire soltanto a liquidare la rivoluzione borghese, dopodiché, cessata la lotta per la libertà, avrebbero dovuto scomparire per dar luogo alle consuete forme sindacali dell’organizzazione proletaria.

Questa concezione è battuta in breccia con una chiarezza quasi divinatoria da Lenin che, tra lo stupore generale, e l’opposizione di alcuni dei suoi stessi compagni di partito come Kamenef, proclamò invece la rivoluzione russa non essere altro che l’introduzione, il primo atto della rivoluzione proletaria da lui già preannunziata come inevitabile corollario della guerra imperialistica. Per lui, il contenuto sociale del ” doppio Governo ” esistente in quel momento ( Governo provvisorio e Soviety) consisteva nel tentativo della borghesia, assecondata più o meno inconsciamente da Menscevichi e Socialrivoluzionari, di rafforzare il proprio dominio, riducendo i Consigli di operai e soldati a impotente funzione decorativa, e spianare così la via alla restaurazione della monarchia sottoveste ” costituzionale ”. Egli invece vedeva sin da allora nei Soviet, per quanto allora dominanti da avversari, i futuri organi del potere proletario, l’organizzazione dello Stato proletario formantesi sulle rovine dello Stato borghese:donde la famosa formula ”tutto il potere ai Soviet”.

Ma la rivoluzione proletaria così iniziata in un punto non poteva rimanere circoscritta alla sola Russia: essa per sua natura era internazionale, e poteva riuscire soltanto su scala mondiale. Pertanto, tutta una interessantissima sezione dell’opuscolo è destinata ad esporre il fallimento della Seconda Internazionale e anche di quella di Zimmerwald. Essa conserva ancora tutta la sua primitiva importanza, giacché la lotta degli elementi rivoluzionari contro i riformisti e centristi, per la creazione di una Terza Internazionale di lotta, è più che mai di attualità in Occidente.

Già in queste prime formulazioni programmatiche dei compiti della rivoluzione Lenin e il suo partito avevano messo in rilievo la necessità della rivoluzione del proletariato contro il capitalismo si appoggiasse a quella dei contadini contro il latifondo di carattere più o meno feudale, e quindi avevano cercato di schierare intorno ai Soviet non solo gli operai ma anche i contadini. La questione dei rapporti della rivoluzione proletaria con la piccola borghesia rurale, non socialista, richiamò sempre, come è noto, la particolare attenzione di Lenin e del Partito bolscevico. Ad essa è dedicato l’opuscolo n.4 ( Zur Agrarpolitikecc). Esso contiene: 1) la deliberazione sulla questione agraria approvata dalla ricordata di Conferenza pan russa del Partito bolscevico 24-29 aprile 1917; 2) una lettera aperta di Lenin al primo Congresso pan russo dei deputati contadini (maggio); 3) il discorso tenuto da Lenin il 22 maggio al detto Congresso; 4) la mozione presentata da Lenin al Congresso stesso; 5) un articolo di Lenin del 29 agosto intorno al programma di rivendicazioni formulato dal Congresso; 6) il decreto emanato il 26 ottobre (8 novembre), all’ indomani della rivoluzione proletaria vittoriosa, compilato anch’esso da Lenin; 7) una lettera di Lenin del 18 novembre, sull’alleanza tra operai e contadini. Come dice lo stesso autore della prefazione, ” questi documenti ed articoli considerati nel loro complesso da non è stato quadro dello sviluppo delle teorie del bolscevismo durante mezzo anno di rivoluzione nonché dell’applicazione pratica di tali teorie”.

Anche in questo campo la concezione bolscevica cozzava aspramente con quella dei socialisti conciliazionisti. Questi consideravano la riforma agraria, cioè l’assegnazione della terra ai contadini coltivatori, come un semplice membro della rivoluzione borghese, non in contrasto, ma in connessione con l’ordinamento borghese della società, devono perciò risolverla mediante un accordo dei contadini con la borghesia liberale – cioè capitalista – catastrofe accordo che doveva essere formulato da un corpo a interessi borghesi, dalla Costituente. Lenin nel citato articolo in cui esaminava le rivendicazioni formulate dal Congresso dei contadini, dimostrò lucidamente che esse non erano conseguibili sulla via di un accordo coi capitalisti, ma unicamente mercè l’alleanza dei contadini col proletariato, guida della rivoluzione.

Egli riconosceva che la nazionalizzazione della successiva ripartizione delle terre tra i contadini era una misura borghese, che non avrebbe risolto la questione per la grande maggioranza dei contadini poveri, tuttavia riteneva che il Partito dovesse appoggiarla, sia perché, dati gli stretti vincoli tra il capitalismo bancario-industriale della grande proprietà terriera, l’abbattimento di quest’ultima costituiva un grave colpo anche per il primo, sia perché la scomparsa degli avanzi del feudalesimo, togliendo il terreno su cui era stata possibile sin allora la lotta comune dei grandi e piccoli contadini, avrebbe permesso alla lotta di classe di spiegarsi liberamente anche nella campagna, preparando anche qui le condizioni concrete per l’introduzione del socialismo.

A questo chiaro e risoluto programma di sviluppo della rivoluzione si opponeva l’irrisolutezza dei Partiti che allora erano in maggioranza presso il proletariato, sebbene propriamente rappresentassero le tendenze piccolo-borghesi, cioè del Menscevichi e dei social-rivoluzionari. Costoro si erano afferrati alla ” interpretazione marxista ” di Plechanov, secondo cui la rivoluzione russa era ” borghese ” e quindi ”non poteva farsi senza la borghesia” per giustificare la loro invincibile ripugnanza ad assumere il potere, la loro sfiducia nella forza creativa del proletariato, la loro venerazione per le capacità organizzative della borghesia, e per fondare quindi la loro politica di conciliazione e di collaborazione di classe.

I risultati pietosi di questa politica sono analizzati da Lenin nel primo dei tre articoli raccolti nel fasc. 3 ( Lehren) e da Trotsky nel n.5. L’articolo di Lenin, scritto subito dopo il fiasco dell’avventura kornilovista, è una breve sintesi magistrale dall’andamento della rivoluzione dal marzo al luglio. La rivoluzione è fallita, essa non ha saputo risolvere nessuno dei grandi problemi postisi: né quello della libertà, né quello della pace, né quello del pane, né quello della terra. ”Per regolare la questione della terra bisogna aspettare la convocazione dell’Assemblea costituente: per convocare questa, bisogna aspettare la fine della guerra; per finire la guerra, occorre aspettare la vittoria decisiva”. Con questo circolo vizioso di illusioni da borghesia, zelatamente assecondata dai suoi valletti nel campo operaio, tende e va a paralizzare il proletariato fino al momento opportuno di rimettergli il morso.

Lenin ci dà una precisa per quanto sobria analisi delle fasi attraverso in cui si compie questo indietreggiamento della rivoluzione russa. Subito dopo la rivoluzione di febbraio la borghesia capitalista, politicamente rappresentata dai cadetti, approfittando della propria organizzazione, attrae a sé il potere, e attorno ad essa si raggruppano i latifondisti e tutti gli elementi reazionari.

Ma contro di essa sorge l’organizzazione spontanea e indipendente del popolo nei Soviety. La storia dei primi cinque mesi della rivoluzione è caratterizzata dal conflitto tra questi due raggruppamenti di forze, dal cosiddetto ” doppio governo ” del Governo provvisorio e del Soviet di Pietrogrado. La prevalenza ottenuta in quest’ultimo e più nei Soviety provinciali dai Socialrivoluzionari e Menscevichi, con la loro politica di conciliazione, condannò i soviety all’impotenza, mentre la borghesia accortamente manovrava, assecondata dai ” socialisti ” conciliazionisti, per crearsi un nuovo apparato di potere in luogo di quello crollato dell’autocrazia. ”Così si andò avanti a grado a grado. Una volta che i Social-rivoluzionari e Menscevichi erano entrati nel piano inclinato degli accordi con la borghesia, dovettero continuare a ruzzolare sempre più; e finirono per rotolare fino al precipizio. Il 28 febbraio messi del Soviet di Pietrogrado concessero un condizionato appoggio al Governo borghese. Il 16 maggio lo salvarono dal crollo, e acconsentendo all’offensiva sul fronte divennero servitori e difensori del Governo. Il 9 giugno si compì la loro unione controrivoluzionaria con la borghesia nella selvaggia campagna di menzogne e di calunnie contro il proletariato rivoluzionari. Il 19 giugno trovarono il rinnovamento della guerra di rapina. Infine il 3 luglio di avere le loro consenso alla chiamata di truppe controrivoluzionarie, ciò che significava l’inizio della definitiva cessione del potere ai bonapartisti”. ( Lekrenp.23).

A questo punto si ricollegano agli articoli di Trotsky, da lui mandati dal carcere di Kresty, dov’era stato rinchiuso come partecipe all’insurrezione di luglio, al ”Proletarii”, nuovo organo dei Bolscevichi dopo la soppressione della ” Pravda ” ordinata dal Governo del ” socialista rivoluzionario ” Kerensky.

Dopo i falliti i modi di luglio, la reazione acquista sempre maggior forza, ma non avendo ancora la forza sufficiente per affermare essa tutto il potere, si copre coi ” ministri socialisti ”, il cui inevitabile fallimento le avrebbe poi spianata la via: quindi la uscita clamorosa dei Cadetti dal gabinetto di coalizione ( giugno ). Infatti la impotenza teoretica e tattica dei socialisti di governo autorizzava le speranze della borghesia. Essi non sapeva trovare alcuna via di uscita, avviluppandosi sempre più nella contraddizione tra le promesse di ” pace giusta ” fate al principio della rivoluzione per assecondare l’irresistibile desiderio di pace delle masse, e l’impegno assunto con la borghesia di ” rimanere fedele alle alleanze, e che, cioè all’imperialismo dell’Intesa.

In tale situazione,essendosi dimostrato impossibile il ” doppio governo”, non volendo i socialisti predominanti nei Soviety assumere tutto il potere da soli per mancanza di coraggio e di fiducia nelle capacità del proletariato, ed essendo d’altra parte la borghesia capitalista non sufficientemente forte per assumere essa direttamente il potere, non rimaneva altra soluzione che la dittatura bonapartista ” al di sopra delle classi ”. Kerensky convocò la cosiddetta ” Conferenza di Stato ” di Mosca appunto per spianarsi la via alla dittatura, eliminando l’autorità dei Soviety, al quale scopo doveva servire precisamente la Conferenza. Ma Trotsky con un’ acuta analisi delle cause dello sfacelo dell’esercito, che mostra già in lui il futuro organizzatore dell’Esercito rosso, dimostra che anche la via della dittatura bonapartista è chiusa perché non esiste più una forza militare organizzata su cui quella possa fondarsi:e a poco tempo di distanza il fiasco dell’avventura di Kornilov doveva dargli completamente ragione. Pertanto, se si doveva uscire dal caos che rovinava tutte le forze produttive del paese, senza cadere nella condizione di colonia dell’imperialismo straniero, non rimaneva altra via che questa: il partito bolscevico si metta risolutamente alla testa delle masse e lotti per la dittatura del proletariato, creando una nuova organizzazione statale accentrata intorno al Soviet di Pietrogrado.

Siccome però il successo finale della rivoluzione russa dipende dallo sviluppo della rivoluzione europea, e specialmente della tedesca, occorre contemporaneamente lavorare e raggruppare in tutto il mondo le forze rivoluzionarie, staccandole dalle antiche organizzazioni operaie ormai fallite.

Sicché la rivoluzione russa era ormai dalle sue interne contraddizioni portata ad un punto, che o doveva indietreggiare verso un regime di reazione burocratico-militare, o uscire dai limiti della democrazia borghese e tentare di avviarsi al socialismo, sostenuta dal proletariato della grande industria e guidata dal suo partito, dai Bolscevichi. Questi nell’ora decisiva assunsero il posto di responsabilità loro irrefutabilmente assegnato dalla storia, e subito dopo l’avventura kornilovista iniziarono quella grande azione di propaganda intensiva, che dopo meno di due mesi doveva concentrare tutto il potere nelle loro mani.

Ma non bastava aver visto e dimostrato che tutto l’andamento della rivoluzione portava all’avvento al potere del partito proletario: questo, per trar seco le grandi masse della piccola borghesia urbana e specialmente rurale, doveva dimostrare di avere un programma di azione pratica immediato e rispondente ai bisogni generalmente sentiti dalle grandi masse lavoratrici. E a ciò si accinse Lenin, ancora profugo e nascosto dopo gli avvenimenti di luglio, con lo scritto n.1 ( Katastrophe), pubblicato verso la metà di settembre. Egli qui non si presenta come un visionario utopista, che voglia creare tutta d’un pezzo una società nuova, sulla base di puri principi teorici; ma bensì come il politico pratico, che cerca bensì di trarre dalla situazione tutto quanto essa può dare per avvicinarsi a ciò, che non tanto è l’aspirazione ideale quanto lo sbocco oggettivamente necessario di tutta la precedente evoluzione storica, al socialismo, ma non forza la situazione, non cerca di precedere la storia.

Lenin sa che non si può ” introdurre ” socialismo, tanto meno un paese economicamente arretrato come la Russia: massa che si può fare qualche cosa, che mentre può trattenere l’imminente catastrofe economica, e alleviare le sofferenze delle classi lavoratrici, a un tempo significa il primo passo verso il socialismo. Questo qualche cosa è la nazionalizzazione dell’economia, lo stabilimento di un sistema di controllo statale, esercitato dalle organizzazioni operaie, che mentre lascia intatta la proprietà privata, impedisce però che essa sia usata contro il popolo a beneficio esclusivo di un ristretto gruppo di speculatori. Lo sfacelo della produzione capitalistica, causato dalla guerra, l’inettitudine del Governo di coalizione, avevano accresciuto in modo spaventoso il disordine economico, e si avvicinava a grandi passi la rovina e la fame. Non vi era altro rimedio che quello di stabilire un controllo e una regolamentazione di tutta la vita economica, che mettesse fine all’anarchia produttiva, allo sperpero, al sabotaggio, e permettesse di usare razionalmente, a vantaggio di tutti, le esistenti riserve di viveri, di materie prime, di forze di lavoro ecc.. I provvedimenti adottati a tale scopo secondo Lenin erano i seguenti: 1) nazionalizzazione delle banche; 2) nazionalizzazione dei trusts e cartelli industriali; 3) abolizione del segreto commerciale; 4) sindacazione obbligatoria di tutti gli intraprenditori; 5) riunione obbligatoria di tutta la popolazione in associazioni di consumo.

Tutto ciò, osserva Lenin, si può fare anche il regime capitalista tant’è vero che in gran parte era stato attuato dai governi belligeranti; si trattava soltanto di volgere il controllo statale della produzione, il ”monopolio capitalistico di Stato”, a vantaggio dell’intera popolazione, affidando contro lo stesso alle organizzazioni proletarie. Con ciò esso avrebbe cessato di essere monopolio capitalista, e avrebbe avviato al socialismo; ma, osserva Lenin, dalla fase del monopolio capitalista di Stato, completatasi durante la guerra, non si può uscire se non facendo i primi passi appunto verso il socialismo, che si presenta così come unico scampo, per forza di cose, dalla ”imminente catastrofe”. La regolarizzazione dell’economia nazionale mediante il controllo esercitato dallo Stato operaio avrebbe a un tempo risolto la questione della guerra, da un lato accrescendo la forza di resistenza del paese, dall’altra togliendo la direzione della vita pubblica alla borghesia capitalista e permettendo così di romperla decisamente con l’imperialismo, solo modo di affezionare le masse all’idea della difesa armata della rivoluzione.

Ci avviciniamo all’epilogo di questo gran dramma preparatorio della rivoluzione proletaria. Ormai le masse sono coi Bolscevichi, e li urgono anzi ad agire per attuare loro programma: ”conclusione immediata della pace; immediata consegna delle grandi proprietà fondiarie ai Comitati dei contadini; abolizione dell’oppressione nazionale; eliminazione del Governo di coalizione borghese-menscevica, passaggio di tutto il potere ai Consiglio dei deputati operai e contadini”. Gli argomenti alla forza della borghesia, e anche dei Menscevichi e dei Socialrivoluzionari di destra, non contano più, sono superati. Ma vi è ancora un ultimo ostacolo: quello costituito dagli esitanti, dai dubbiosi, dagli irresoluti ancora imbevuti di pregiudizi piccolo-borghesi, rappresentati specialmente dai ”semibolscevichi” della ”Novaia Cizn”, il giornale di Gorky. Essi opponevano che il proletariato russo non era maturo ad assumere il potere, e che ove se ne fosse impadronito, non lo avrebbe potuto mantenere perché ” era isolato dalle altre classi del paese; perché non era in grado di impadronirsi tecnicamente dell’apparato statale; perché non avrebbe potuto poi saputo metterlo in azione; perché la situazione era troppo complicata; perché il proletariato non sarebbe stato in grado di resistere alla pressione della forza avversarie che avrebbero spezzato via non solo la dittatura proletaria, ma anche tutta la rivoluzione ”. Insomma, gli stessi argomenti, che si sono sentiti si sentiranno sempre partire dalle file stesse dei ”rappresentanti del proletariato” nel momento in cui questo si accinge a romperla con le tradizioni della soggezione alla borghesia e ad assumere le proprie mani le sue sorti. Ma Lenin dimostra che esistano le premesse oggettive e soggettive della rivoluzione sociale. Vale a dire l’esistenza di un Partito seguito dalla maggioranza dell’avanguardia proletaria rivoluzionaria in tutto il paese, la completa bancarotta politica e morale dell’antico governo, la mancanza del senso della sicurezza negli elementi oscillanti. E ai dubbiosi grida: ”Dopo la rivoluzione del 1905 la Russia fu governata da 130 mila latifondisti, che violentavano e schernivano 150 milioni di uomini e ne costringevano la maggioranza a lavorare da schiavi per una esistenza di miseria: e perché dunque i 250.000 membri del Partito bolscevico non potrebbero essere in grado di governarla nell’interesse dei poveri contro i ricchi?”.

Alla questione della pretesa impossibilità del proletariato di far funzionare il meccanismo statale, Lenin rispose esaurientemente in ”Stato e rivoluzione”, scritto poco tempo dopo, dimostrando come lo si tratti di far funzionare l’antico apparato statale, che va distrutto, ma di crearne uno nuovo, espressione del dominio di classe del proletariato, e quindi conformato alle capacità di questo. L’esperienza ha brillantemente dimostrato di Bolscevichi avevano la forza e di distrugger l’uno e di creare l’altro.

Con questa ammirevole consapevolezza dei fini, il partito bolscevico e il suo grande duce si preparavano a cogliere l’occasione forse unica offerta dalla storia. Questa dimostrò che non solo che il loro programma era attuabile, anzi l’unico attuabile in Russia, ma lo sorpassò di molto, imponendo quella socializzazione integrale, che, come si può desumere da quanto abbiamo detto, non era nelle intenzioni iniziali dei Bolscevichi, che per allora non andavano oltre la nazionalizzazione e il controllo.

E ora, superato il periodo della guerra civile ed esterna e delle misure di guerra, essi sono in gran parte tornati al limitato programma primitivo. Anche sotto questo aspetto i ”Materiali” hanno suggestiva importanza, giacché dimostrano come in più grande dei partiti comunisti, pur sentendo prossimo suo trionfo, vedeva come sul terreno economico si dovesse dapprincipio limitare a semplici misure di transizione.

Dalla viva scuola dell’esperienza rivoluzionaria di comunisti russi avevano preso tanto l’audacia quanto l’equilibrio e la prudenza.