I ”NEET” E L’IPOCRITA GIORNATA MONDIALE DELLE COMPETENZE GIOVANILI
Kategorier: Opportunism
Denna artikel publicerades i:
La Giornata Mondiale delle Competenze Giovanili (World Youth Skills Day) si celebra ogni anno il 15 luglio. Istituita dall’Assemblea Generale delle Nazioni Unite nel 2014, la ricorrenza ”mira a promuovere l’importanza strategica di fornire ai giovani le competenze necessarie per l’occupazione, un lavoro dignitoso e l’imprenditoria”.
Il Segretario Generale delle Nazioni Unite, António Guterres, per questa celebrazione ha sottolineato come le competenze siano strumenti di emancipazione e inclusione sociale. Ha ribadito l’importanza crescente delle competenze digitali e nell’intelligenza artificiale, esortando ad abbattere il divario digitale per garantire pari opportunità a tutti i giovani, ovunque si trovino”.
Belle e altrettanto scontate parole forgiate ad ogni ricorrente occasione da quell’inutile e costoso carrozzone che illude le masse oppresse perché ”in fin dei conti” c’è qualcuno che ci aiuta.
Le poche briciole lasciate cadere sulle popolazioni in gravi e grandi difficoltà sono solo l’ipocrita maschera dell’abbietto sfruttamento imperialista che si usata in realtà non per alleviare o eliminare sofferenze ma sostanzialmente per contenere le crisi più devastanti e potenzialmente più esplosive. Il loro scopo è di impedire movimenti di massa in grado di destabilizzare il sistema alla radice.
I dati rilasciati da Eurostat, l’Ufficio statistico dell’Unione europea che armonizza le statistiche nazionali affinché queste siano correttamente confrontabili tra i diversi paesi membri, forniscono un quadro negativo e desolante rispetto le pompose aspettative di questi ben prezzolati funzionari ONU.
Le crude statistiche ci dicono che nel 2025 il 13,3% dei giovani tra 15 e 29 anni in Italia si è trovato in condizione di Neet (dall’inglese ”Not in Education, Eemployment or Training”, cioè persone senza lavoro, che non studiano e non sono in formazione).
A scanso di equivoci causati da una lettura numericamente superficiale, noi ben sappiamo che in questo indeterminato ”contenitore sociale” ci sono in prevalenza giovani appartenenti al proletariato che rischiano di essere trascinati per mancanza di validi sbocchi nel sottoproletariato, con grave danno, non solo individualmente per loro, ma anche per il futuro rivoluzionario della loro e nostra classe.
E non consola affatto che questo dato, pur essendo in costante calo dal 2020, è comunque uno dei più alti dell’Europa la cui media si attesta all’11%. Il quadro delle percentuali peggiori di quella italiana evidenzia la Romania al 19,2%, la Bulgaria al 13,8%, e la Grecia al 13,6%, mentre i valori minori sono riportati per la Slovenia al 7,6%, ancor meglio la Svezia con il 5,9% ed infine i giovani Neet dei Paesi Bassi con il 5,3%.
Secondo i dati recentemente pubblicati dal The Economic Times, che estende l’analisi a livello più ampio, si vede che negli Usa la quota dei Neet è del 12%. Di questi le donne sono il 51,5% mentre gli uomini sono il 48,5% . Il 70% ha un diploma di scuola media superiore o meno; un quarto di loro proviene con famiglie con reddito inferiore a 25.000 $. La maggior parte con il 20% vive in aree rurali rispetto le aree metropolitane con il 15,6% o le città in cui vive il 17,1% dei Neet. La quota più bassa di questa statistica sui Neet è rappresentata dai bianchi con il 13,9%, mentre i giovani neri rappresentano il 21,3%.
Il Canada segna una quota di Neet del 13%; l’Australia dell’11,8%.
Gelide e terribili le considerazioni di altra fonte che stimano in circa 20 milioni il numero dei giovani che in Spagna, Messico, Argentina, Perù e Uruguay sono in questa condizione di Neet; un enorme bacino sul quale le organizzazioni criminali dedite al narcotraffico attingono la loro manovalanza.
Secondo una rielaborazione dei dati dell’Ufficio statistico britannico, in tutto il Regno Unito la quota dei Neet è del 13,5% rispetto tutta la popolazione giovanile.
Anche le statistiche europee sono accompagnate da un insieme di considerazioni relative al grado di istruzione che evidenziano che i giovani Neet con solo il diploma di licenza media sono il 12,8%, quelli con titolo di istruzione secondaria superiore sono comunque l’11% mentre i laureati sono ben l’8% di quanti rientrano in questa triste condizione.
Prendiamo ad esempio il dato italiano, che non si discosta gran che da quello internazionale. Dall’articolato Rapporto AlmaLaurea 2025 dell’Università di Bologna sintetizziamo che il tasso di occupazione ad un anno dalla laurea si attesta al 78,6%. Tuttavia questa media nazionale nasconde grandi differenze tra i vari gruppi disciplinari con alcuni indirizzi che continuano a registrare alti livelli di disoccupazione soprattutto nel breve periodo. I laureati in discipline umanistiche, linguistiche, arte e design, senza entrare nel dettaglio di ogni singola facoltà, mediamente hanno un tasso di occupazione del 61,5%. Peggio di tutti sono i laureati in giurisprudenza con un tasso di occupazione ad un anno dal titolo magistrale con il 58,1%.
Il quadro occupazionale di quest’ultimo gruppo migliora sensibilmente dopo ben 5 anni, raggiungendo mediamente l’80,2%.
Ben diverse sono le statistiche per le lauree STEM (Science, Technology, Engineering and Mathematics) con il 92,9% al primo anno che sale al 95,6% a 5 anni dalla laurea, o ICT(Information and Communication Technology) con un passaggio dal 92,7% al 93,9% sui 5 anni. L’area medico-sanitaria e farmaceutica passa dal 87,7% al 93,9% sempre sui 5 anni.
Le statistiche, pur con diversità tra i vari paesi europei, evidenziano come i Neet siano più presenti nelle aree rurali nel 2025 con il 12,2%. La maggior parte delle periferie europee e delle città di medie dimensioni contengono l’11% e le grandi città il 10,3%. In Italia invece si capovolge la situazione che registra valori più alti nelle grandi aree urbane con il 14,2%, seguite dalle zone rurali con il 12,9% e le periferie con il 12,8%. Sono ovviamente inclusi i valori per le città capoluogo che presentano dati riferiti al 2021 con Catania al 35,4%, Palermo al 32,4% e Napoli al 29,7%. Roma e Milano si attestano al 20%, mentre Genova, Firenze e Bologna sono comunque al 18%.
Tutti i commenti sottolineano preoccupati il pericolo di ”una delle principali forme di dispersione del potenziale delle nuove generazioni, la risorsa più preziosa per una società”.
Le fiammate di rivolta in Francia, che si estendono ad altre aree geografiche, esprimono proprio l’enorme disagio giovanile che non trova, per ora, altra soluzione che le manifestazioni per una ”scuola migliore e l’illusione che gli Stati possano intervenire razionalizzando i propri apparati di istruzione e formazione.
A fronte di questi preoccupanti dati si contrappone la pomposa e fraudolenta narrazione delle fonti governative: più posti di lavoro, disoccupazione in calo, contratti più stabili.
La presunta opposizione rivendica una manovra per un salario minimo, ovviamente senza mai precisarne l’entità né denunciare il pericolo che alla lunga, senza dure e incisive lotte sindacali, da inizialmente ”minimo” diventi alla fine ”massimo”. Propone anche l’eliminazione di tutte le svariate forme dei contratti anomali offerti non solo ai giovani ma a tutti i proletari che si vedono proporre instabili e assolutamente insufficienti paghe di 2 euro l’ora.
Altre statistiche di ”Milano Finanza” ci dicono che oggi in Italia si contano 12,4 milioni di inattivi, ovvero persone in età lavorativa che non lavorano e non cercano lavoro segnando un tasso di inattività di circa il 33%. Questo significa una minore base contributiva, minori entrate fiscali con una crescita più lenta del Pil potenziale e minor dinamismo sociale. In questo gigantesco esercito di forza lavoro di riserva, anche utilizzato per ricattare gli occupati che rivendicano paghe migliori, includiamo anche i Neet.
Spesso questa condizione è legata a paghe troppo basse che non permettono una vita autonoma, soprattutto se residenti in città distanti dalla loro abituale domicilio, per cui si devono sostenere anche le spese per l’alloggio. Una consistente fascia di giovani preferisce, perché costretta, rimanere nella casa familiare e accettare lavori saltuari pagati in nero, quando purtroppo non vengono risucchiati dai vortici della malavita con tutte le conseguenze negative che prima o poi ne derivano.
Poco consola i proletari che, secondo l’elaborazione dei dati Istat, il mercato del lavoro cresca, migliori nella qualità dei contratti, ma non riesca ad ampliare la partecipazione al lavoro, e soprattutto non riesca a recuperare chi è rimasto fuori dal circuito produttivo.
Il paradosso di questa situazione emerge in modo chiaro considerando i seguenti indicatori forniti dall’Istat ed elaborati da Unimpresa: tra settembre 2022 e novembre 2025 sono stati creati oltre un milione di posti di lavoro.
Gli occupati sono passati da 23,1 milioni a 24,1 milioni pari ad un incremento del 4,5% che in un periodo di crisi generale di sovrapproduzione, con continue chiusure di fabbriche, rappresenta un grande risultato ampiamente sfruttato dal governo come prova evidente del suo buon operato! Anche la disoccupazione è scesa da 2 milioni a 1,4 milioni con una roboante riduzione di circa il 25% portando il tasso di disoccupazione dal 7,9% al 5,7%.
La loro spiegazione di una simile e incredibile contraddizione, per cui questa situazione positiva non si traduce in un ampliamento della base dei partecipanti al lavoro è che il sistema non sta includendo nuovi giovani ma starebbe redistribuendo le opportunità a chi è già inserito nel mondo del lavoro. L’aumento degli occupati riguarda in larga misura gli over 50 che comprende il grande numero degli esodati e lavoratori riciclati a livello inferiore pur di campare fino alla pensione, mentre i giovani e le donne rimangono precari.
In questi ultimi anni, la crescita dell’occupazione è trainata soprattutto dall’allungamento della vita lavorativa e dall’aumento dell’età pensionabile, non da un reale ricambio generazionale.
Il menzognero monito della borghesia e dei suoi organi di informazione, rivolto ad un consenziente governo si sintetizza nell’usato slogan imbroglione ”Non basta creare posti di lavoro, bisogna creare le condizioni perché le persone tornino a cercarlo”, come fosse una colpa della gioventù senza lavoro.
La nostra parola d’ordine classista, che è una chiamata alla lotta, è invece ”Aumento dei salari e della sicurezza sul lavoro” e ”Piena occupazione grazie alla riduzione generalizzata dell’orario di lavoro!”.