Partito Comunista Internazionale

Come matura il “noskismo”

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Poche note schematiche sulla marcia verso destra della socialdemocrazia in Italia.

In ripetute sue proclamazioni ufficiali il Partito Socialista si è messo su di un terreno nettamente pacifista, per quanto ri­guarda i metodi di lotta che il proletariato deve adottare, ossia ha fatto proprio il punto di vista dei tura­tiani: disarmo degli odi, degli spiriti e delle mani, lotta con le armi civili (ossia in­cruente) della propaganda e della discussione, condanna dell’uso della violenza armata non solo per l’offensiva ma altresì per la difensiva del proletariato. Questo vuol dire che il partito socia­lista, se non è ancora inte­gralmente d’accordo col punto di vista di Turati in quanto questi giunge fino ad ammettere la “collaborazione di Governo” colla borghesia, condivide però i suoi metodi legalitari e socialdemocratici. Sono, è vero, due di­stinte que­stioni. Chi ammette la collaborazione borghese è con­tro le direttive rivolu­zionarie dei comunisti, ma lo è anche chi, senza pur giungere a tanto, nega l’uso concreto della violenza nella lotta di classe, chiudendosi così nei limiti tattici dell’uso dei mezzi che offrono le istituzioni borghesi. Basta questo, per la critica comunista, e per le esperienze della storia rivoluziona­ria, per concludere che si giungerà fatalmente alla rinunzia alla rivoluzione, e alla complicità con la controrivoluzione. Vediamo perché le cose italiane stanno riconfermando questo.

Quale è il fondamento di principio del “socialpacifismo”? È esso il cri­stiano, il tolstoiano “tu non ucciderai”, “tu porgerai l’altra guancia all’offen­sore”? Evvia! Se a queste fisime credes­sero i socialdemocratici, sarebbero certo meno pericolosi ma an­che più sciocchi di quello che sono.

Non uccidere il fascista, non rispondere alle sue provoca­zioni, è una pa­rola d’ordine contingente che discende da altro principio generale che non sia quello etereamente morale ora ri­cordato. Quale esso è dunque?

Proviamo a confrontare se la socialdemocrazia ha “sempre” condannata la violenza in senso assoluto, perché violenza. Pren­diamo Turati, banditore, come abbiamo notato, al suo partito di quella parola d’ordine di passività. Ricordiamo il suo pensiero e il suo linguaggio quando la violenza delle armi dell’esercito au­striaco dilagava sul territorio italiano, nell’ottobre del 1917, do­po la rotta di Caporetto. Diceva egli ai soldati italiani: non ucci­dete, get­tate le armi, non usate violenza contro violenza? Egli diceva l’opposto; egli esaltava e santificava la resistenza armata e violenta delle truppe italiane sul Grappa. Quando noi avanza­vamo la tesi rivoluzionaria della negazione della difesa nazio­nale, egli prestandoci per comodità polemica una motivazione “tolstoiana” (mentre noi partivamo dalla parola d’ordine “le armi dei prole­tari non contro altri proletari, ma contro il nemico di classe, contro il nemi­co interno”) definiva un simile criterio “idiota e nefando”.

Deve esistere una continuità logica tra queste due posizioni prese dal “socialpacifismo” dinanzi alle due diverse situazioni della invasione nemica e del brigantaggio fascista. Deve esistere. E non è difficile fissarla.

Il socialdemocratico, il socialpacifista, non è contro la vio­lenza in gene­rale. Egli riconosce una funzione storica e sociale alla violenza. Nega egli forse la necessità di arrestare e se oc­cor­re di uccidere il delinquente comune, l’aggressore da strada maestra? No, certo. A tali casi egli paragona la inva­sione milita­re, ma si rifiuta di paragonare l’offensiva “civile” delle guardie bianche. Dove la distinzione che lo guida?

Il socialpacifista non lo dice, ma lo diremo noi. La distinzio­ne riposa sulla considerazione della “funzione del potere statale costituito”. E la di­stinzione è semplicissima. Se la violenza è adoperata dal potere statale, per sua volontà, per sua disposizio­ne, essa è legittima. Legittima, dunque, e santa, la difesa armata e sanguinosissima sul Grappa, poiché è lo Stato che la sanziona, la chiede, la organizza e la ordina. Ma illegittima la difensiva contro il fascismo, perché essa è di iniziativa extrastatale, extra­legale.

Contro il fascismo non bisogna difendersi, ma non perché ciò disarmerà il fascismo – crediamo di non dover mai giungere a trattare Turati da vec­chio rimbambito! – bensì perché, nella mentalità socialpacifista è allo Stato che tocca la repressione della violenza fascista, interpretata come anch’essa extrastatale ed extralegale.

Continuiamo a seguire il raziocinio e la politica socialpacifi­sta. Questo orientamento equivale a sottoscrivere un principio squisitamente borghese, un principio contro il quale ha parlato il socialismo marxista tutte le volte che ha parlato, anche per bocca di Filippo Turati. Il principio che, da quando esiste – per fatto di violenza pur “santa” sebbene si volgesse contro lo “Stato costituito” di altri tempi – lo Stato democratico e parlamentare, è chiuso il periodo delle violenze tra privati, gruppi e classi della società, e lo Stato esiste per trattare queste iniziative di violenza alla stregua di azioni antisociali.

Questa logica linea teorica vede una sua parallela nella odierna politica, e nella fatale politica di domani del Partito Socialista Italiano.

Esso ha lanciato la parola d’ordine del disarmo e della non resistenza al fascismo. Il fascismo non ha disarmato. Il PSI ha lanciata la parola d’or­dine del ricorso ai mezzi civili e legalitari dell’azione elettorale. Notevoli forze del proletariato lo hanno seguito. Il fascismo non ha disarmato.

Il Partito Socialista si rifiuta di porsi dal punto di vista co­munistico se­condo cui il fascismo non è che un altro aspetto della violenza statale bor­ghese contrapposta alla fatale violenza rivoluzionaria del proletariato come ultima ratio difensiva e controffensiva. Il Partito Socialista persegue uno stagnamento della situazione entro il ritorno “alla vita normale” che gli lasci continuare la tradizionale opera pacifica a cui è foggiata la sua struttura. Non essendo a questo scopo stata sufficiente la politi­ca del disarmo e l’af­fermazione elettorale, il Partito Socialista è condotto alle trattative dirette con i dirigenti del fascismo. Che queste falliscano oggi non vuol dir nulla. Il solo abbordarle, do­po aver già spontaneamente proclamata la ufficiale desi­stenza dalla lotta armata, vuol dire mettersi sul terreno di altre con­cessioni che sono la logica conseguenza della fatale premessa “socialpacifista”. Vuol dire proporre un patto del genere: noi abbiamo disarmato; disarmi il fasci­smo su questo terreno di re­ciproco impegno: ogni repressione di private violenze passerà, ritornerà (tutto l’ardore del sospiro idiota e nefando social­demo­cratico si tende verso questo illusorio “ritorno”) al legittimo suo attore: lo Stato. Si è anche detto, ed è logico, ed è verosimile, che i contraenti si impegnerebbero – se non sarà il fatto di oggi sarà il fatto di domani – alla denunzia dei violenti contro la le­galità, da qualunque parte siano.

Consegnare allo Stato ogni “amministrazione della violenza” non è solo riconoscere un principio squisitamente borghese. Il riconoscere un principio che è falso deve condurre ad altre con­seguenze. Poiché è invece vero che lo Stato amministra la violenza ad uso e consumo della borghesia, che il fasci­smo non è che un aspetto di questa violenza, l’aspetto controffensivo, che anticipa l’attacco al proletariato offensore rivoluzionario di do­mani (troppo la politica borghese darebbe ragione alla critica ri­voluzionaria comunista se, scoprendo le sue batterie, si servisse delle forze ufficiali statali per intra­prendere la suprema batta­glia di classe prima che l’iniziativa di audaci avanguardie prole­tarie l’abbia scatenata), poiché così stanno in realtà le cose, il fascismo non disarmerà che il giorno che gli risulti di aver di­sarmato, da ogni velleità offensiva contro lo Stato costituito, contro le istituzioni bor­ghesi, l’intero proletariato. L’offerta del movimento dei bianchi alla sociald­emocrazia sarà dunque questa: per avere la garanzia che non vi saranno at­tentati delle masse proletarie al legittimo potere statale, poiché a questo po­tere voi riconoscete la funzione di compensazione della vita sociale e di re­pressione di ogni iniziativa illegale di minoranze, prendete il timone dello Stato, partecipate al governo borghese.

Il corrente “buon senso” socialdemocratico vede questa si­tuazione sotto un’altra luce. Esso carezza la illusione cretina di prendere in tutto o in parte le redini dello Stato, per debellare con la guardia regia e le forze statali uffi­ciali la “illegalità” in­civile del fascismo!! Ma sia che il fascismo ceda il campo perché soddisfatto di aver condotto al risultato di trasformare un par­ti­to di azione rivoluzionaria proletaria in un partito di governo nell’orbita delle istituzioni, sia che il fascismo sia soppresso con atti di forza da questo governo (ipotesi che passiamo per “data e non concessa”) un’altra tappa del suo cammino dovrà la social­democrazia percorrere. Raggiunta, attraverso i patti col fasci­smo, o attraverso la collaborazione ministeriale, questa situa­zione di gerente dello Stato e quindi della violenza legittima­mente ammini­strata dal potere statale, che cosa farà essa quando i comunisti continue­ranno a predicare ed impiegare la violenza per l’attacco rivoluzionario al potere dello Stato?

Una cosa semplicissima: in principio, condannerà questa violenza rivo­luzionaria, ma non parlerà di non resistenza ad es­sa, come sembrerebbe di­scendere dal suo pseudo cristianesimo della fase attuale, bensì concluderà logicamente che lo Stato ha il diritto e il dovere di soffocarla.

In pratica: passerà alla guardia regia l’ordine di mitragliare il proletaria­to, ossia quelli che per essa saranno in tale epoca i briganti antisociali che negano la benefica funzione del governo “operaio”.

Non ad altro sbocco saranno condotti quelli che sono partiti dal rinne­gare l’uso illegale ed antistatale della violenza come mezzo fondamentale della lotta proletaria. Non altra via ha per­corso Noske.

Lo indicano la critica marxista e la realtà drammatica che viviamo oggi in Italia.