Partito Comunista Internazionale

Il proletariato italo-austroungarico contro il militarismo e contro la guerra

Categorie: Austria, Capitalist Wars, Hungary, Italy, Military Question

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Quello che segue è un documento che, a quanto ci risulta, non è mai stato ristampato. Si tratta di un opuscolo redatto da “Battaglia Proletaria Socialista”, Via S. Vittore al Teatro 5, Milano, stampato nel 1911, sempre a Milano, presso la Tipografia Coop. Operai. Oggi è visibile presso la Biblioteca Nazionale di Firenze.

Il testo era stato redatto in preparazione del Convegno Internazionale fra Socialisti d’Italia, Austria e Ungheria che si sarebbe dovuto tenere a Roma nel luglio di quell’anno, e che poi non ci fu.

Il documento non porta il nome dell’estensore o degli estensori e nemmeno si richiama al partito, a suoi organismi, comitati od altro.

Ma è ugualmente di grandissimo interesse perché, pure mostrando le debolezze dottrinarie dei documenti antimilitaristi dell’epoca, si pone lo scopo di analizzare in modo compiuto i vari aspetti e cause del militarismo borghese e dell’antimilitarismo proletario, senza niente concedere all’interclassismo.

Questo il sommario degli argomenti trattati:

La diplomazia del proletariato – Nazionalismo delinquente – L’Austria e l’Italia d’oggi – Il diversivo irredentista – Le aspirazioni e la politica degli italiani in Austria – Il cancro che ci divora tutti – L’affarismo, gli operai e l’opinione pubblica – I guadagni e il patriottismo dei siderurgici – Se Italia piange Austria non ride – l’Internazionale trionfa – I contrasti austro-italiani (Trieste, il Trentino, l’Albania) – L’ipocrisia pacifista borghese e il proletariato – Né guerra né pace armata.

“Battaglia Proletaria Socialista”, 1911.

Strinse fratelli insieme
Slavi Alemanni ed Itali
Un duolo ed una speme.
(Goffredo Mameli, nell’Ode a Roma, 1847)

La diplomazia del Proletariato

I lavoratori socialisti d’Italia, Austria e Ungheria, che si raduneranno nel prossimo luglio a Roma, compiono il primo grande atto positivo di politica internazionale proletaria che registri la storia. È vero che noi abbiamo sempre sentito affermare dai nostri maestri che il partito socialista è internazionale nei suoi fini e nei suoi strumenti d’organizzazione; è vero che nei nostri programmi sta scritto l’abolizione dei confini e delle frontiere per l’affratellamento di tutte le genti del lavoro, ma è anche vero che contro di noi e vicino a noi si è spiegata dai partiti borghesi in tutti i paesi un’intensa propaganda per rendere sempre meno effettive e reali quelle intimità di rapporti tra socialisti delle varie nazioni che tutte le borghesie paventano come la maggiore loro disgrazia. E questa propaganda fatta col mezzo della grande stampa è riuscita per qualche tempo ad influire anche nel partito socialista diffondendo la persuasione che l’Internazionale socialista sia soltanto una bella chimera e che nella vita pratica d’ogni giorno ciascun partito socialista miri a fare entro i confini della propria nazione il proprio interesse senza affatto curarsi degli effetti e delle ripercussioni che ciò possa riprodurre negli altri stati. Ne è venuto che il partito socialista, costretto a vivere e a muoversi in un’atmosfera così falsa – si mostrasse sempre meno pronto e vigile ad intendere gli alti interessi dell’internazionale operaia, lasciando adito al convincimento che in effetto il grande ideale che sorrise ai maestri e agli apostoli della nuova rivoluzione operaia, fosse tramontato per sempre.

Orbene questo convegno italo-austroungarico, viene in buon punto a dimostrare che i sogni e le speranze di tutti coloro che hanno interesse a tener divisi i popoli e a rinfocolare gli odi tra le nazioni, sono fallaci. Il proletariato d’Italia e d’Austria-Ungheria è arrivato finalmente ad intendersi e ad affratellarsi, vincendo gli ostacoli che gli erano creati dalla stampa e dai partiti militaristi e nazionalisti. Col convegno del prossimo luglio esso scrive la prima pagina di quella nuova diplomazia che pretende di poter risolvere tutte le controversie che fossero per sorgere tra nazione e nazione, senza ricorrere alla guerra, senza fare assegnamento sulla forza armata.

Nazionalismo delinquente

Ma con quest’atto d’onestà e saggia politica i partiti d’Italia e d’Austria-Ungheria vengono altresì a porsi recisamente contro quel torbido e convulsionario nazionalismo che uno scrittore – G.A. Borghese – definiva un ostacolo per la civiltà, e che reca molestie e danni a tutte le nazioni. Perché il nazionalismo è un malanno di tutti gli stati moderni e dovunque ha recato i suoi malefici effetti. Esso è il presupposto necessario, l’alleato indefinibile del militarismo; la sua giustificazione politica, la sua spiegazione sentimentale. Perché è il nazionalismo che coltiva e attizza gli odi fra i popoli diversi di lingua e di razza; è il nazionalismo che fa balenare sempre il pericolo di rovine imminenti per la patria; è il nazionalismo che crea quello stato di morbosa esaltazione sciovinista, per questo un uomo non sa più amare il proprio paese senza nutrire livori, invidie, antipatie, sentimenti di dispregio, per i paesi vicini. È quindi questa multiforme azione del nazionalismo che sbocca necessariamente nei programmi di grandi armamenti, di flotte formidabili, di leve in massa, che costituiscono la vera e giusta rovina delle nazioni.

Contro dunque questa forma di delinquenza politica, che è il nazionalismo, si accampa la manifestazione internazionalista di Roma, a testimoniare che una nuova concezione patriottica sorge dalle rovine del vecchio ciarpame retorico e declamatore: il proletariato dimostra coi fatti di sapere tutelare gli interessi ideali e le ragioni di tutte le nazionalità, contemperandoli e armonizzandoli nella fratellanza internazionale.
 

L’Austria e l’Italia d’oggi

Spieghiamo ora perché il Convegno si fa soltanto fra socialisti italiani e austro-ungheresi, anziché allargarsi ai socialisti di tutto Europa.

Ecco.

Mentre un congresso internazionale non avrebbe potuto che occuparsi di questioni generali e teoriche senza curarsi dei problemi più particolarmente interessanti i singoli gruppi di nazioni, un Convegno così limitato permette ai socialisti italiani ed austro-ungheresi di intendersi su quelle controversie che pei militaristi d’Italia e d’Austria sembrano destinate a risolversi a colpi di cannone.

Da qualche anno a questa parte in Italia come in Austria si parla con troppa insistenza dell’inevitabilità di una guerra. Nessuno non ha mai saputo dire perché dovesse scoppiare, ma è incontestabile che se n’è parlato e se ne parla ancora a bassa voce o a voce alta a seconda consiglino l’ambiente e le circostanze, tanto in Italia che in Austria. Beninteso che sono sempre i partiti politici che esprimono e rappresentano interessi e ideali borghesi, perché il popolo tanto in Austria che in Italia si è sempre mantenuto estraneo a codeste montature, ma è certo che di tale febbrile preparazione guerresca il popolo ne sopporta e ne sopporterà le conseguenze: oggi con le opprimenti spese militari, domani col sacrificio dei migliori suoi figli quando il conflitto fosse scoppiato.

Il diversivo irredentista

Tutti avranno osservato che le dimostrazioni irredentiste scoppiano in Italia a periodi fissi.

Si lasciano passare i mesi e gli anni nel più assoluto silenzio, e nella più strafottente indifferenza per la condizione dei nostri connazionali, cosiddetti irredenti, eppoi, a certi momenti, si vedono i giovanetti della borghesia disertare le scuole, raccogliersi per le strade, schiamazzare evviva ed abbasso di cui non si vedono sempre la ragion logica e la spiegazione politica. Noi abbiamo connazionali e fratelli di lavoro sparsi per tutto il mondo. Sono la ricchezza d’Italia, gli emigranti laboriosi e coraggiosi che si sono avventurati per terre sconosciute, per paesi di diversa lingua, a cercare lavoro meglio rimunerato che non in patria.

E lavorano talvolta in condizioni penose e tristissime, sopportando come in Argentina ogni sorta d’angherie. Ma a nessun irredentista è mai passato per la mente di promuovere in patria manifestazioni stradaiole di solidarietà e di difesa per quei nostri fratelli abbandonati all’avidità sfruttatrice dei capitalisti.

Noi abbiamo anche, attorno all’Italia, oltre ai connazionali soggetti all’Austria, gente che parla la nostra favella, come nel Ticino, nelle province di Nizza e di Savoia, in Corsica, a Malta, ma non è mai successo di vedere dimostrazioni irredentiste a favore di quei nostri connazionali.

Come si spiega questo fatto?

Prima di tutto perché verso l’Austria riesce più facile suscitare i sentimenti d’odio tradizionale che vivono sempre nell’animo di tutti gli italiani che ricordano le sofferenze patite dai nostri avi prima del riscatto nazionale. Ma l’intermittente scenata austrofoba prende più specialmente di mira l’Austria per ragioni d’indole essenzialmente economiche.

Con la Svizzera, con la Francia, con l’Inghilterra, l’Italia non ha né potrà mai avere ragioni di conflitti economici, perché mentre la piccola Confederazione elvetica non ha soverchia importanza di concorrente nel mercato mondiale, la Francia e l’Inghilterra dispongono di vasti continenti aperti all’esportazione dei loro prodotti, l’Italia e l’Austria si trovano invece spesso a contendersi i mercati dell’Oriente, dalla penisola Balcanica fino al mar Egeo e i gruppi capitalistici dei due paesi hanno interesse a lottare per sbarazzarsi l’un l’altro il passo. Questi disegni di una parte del capitalismo austriaco ed italiano combaciano magnificamente con gli scopi del militarismo di qua e di là dell’Isonzo.

L’irredentismo diventa così l’ingrediente migliore per le cupide e losche imprese che si combinano in Borsa e nei circoli militari, tra una partita di bigliardo e uno scambio di lettere galanti…

Né basta. Che l’irredentismo è anche un magnifico diversivo, che serve ai fini della politica di classe seguita dai partiti borghesi e dalle cricche affaristiche d’entrambi i paesi. Mentre infatti il popolo si accende per i fratelli irredenti che gemono e spasimano sotto il bastone dei croati (questo è il cliché di tutte le pagliacciate oratorie dell’irredentismo) dimentica di lottare, qui in patria, per redimersi dalla condizione di servaggio in cui lo tengono preti, soldati e padroni, che rinnovano e continuano con l’altra forma le gesta maledette dei croati dei tempi passati.

Le aspirazioni e la politica degli italiani in Austria

E almeno l’irredentismo esprimesse davvero i sentimenti e le aspirazioni della maggioranza degli italiani che vivono in Austria, potremmo giustificarlo pur sentendo di doverlo ugualmente combattere. Ma nessuno ignora che tutta la gazzarra che si fa dalla studentesca spensierata quando grida: Guerra all’Austria, non trova alcuna vibrazione di consenso e di solidarietà presso gli italiani dell’altra riva. I quali hanno tante opinioni e seguono tante bandiere quante sono le diverse classi sociali cui appartengono. Ci sono anche là i ricchi, i poveri, i ceti medi, che trovano l’espressione dei loro bisogni d’ordine economico, politico e morale, nei vari partiti politici. Ci sono i clericali, i conservatori, i liberali, i socialisti, gli anarchici, i repubblicani, e ciascuno di questi gruppi segue le direttive politiche del proprio partito. Ma nessuno di costoro – se ne togliamo qualche scarso gruppetto di repubblicani, giovani sincerissimi senza dubbio specialmente nell’odiare i socialisti – vuole sinceramente annettere la regione Giulia all’Italia.

Non i clericali che sono fedelissimi e devotissimi sudditi del Governo imperiale e venerano nel vecchio imperatore l’unico monarca cattolico e bigotto, pronto sempre ad aiutare il clericalismo e il papato; non i liberali e i conservatori rappresentanti delle classi ricche, dei ceti industriali e commerciali che fanno a Trieste e in tutta la regione adriatica i loro affari valendosi della posizione privilegiata in cui trovansi rispetto al mare, e considererebbero come la più grande iattura il vedere il loro porto, oggi affollato da merci e mercanti del nord, compreso entro i nuovi confini dell’Italia, quindi costretto a lottare in concorrenza con Fiume e Venezia che trarrebbero vantaggio dal mutamento; non i socialisti e gli anarchici pei quali le frontiere non corrispondono alle divisioni statali volute dai popoli, bensì imposte dalla violenza soldatesca, né trovano ragione per cui si debba provocare un cataclisma europeo solo per consentire agli italiani dell’Austria di cambiare padrone, passando dalla monarchia asburghese a quella di Savoia.

Che se si volesse chiedere a questo proposito un’opinione ai tanti italiani – operai e contadini che sono fuori dei partiti politici, e uniformano i loro atteggiamenti solo alle loro condizioni economiche e sociali, noi li sentiremmo rispondere che preferiscono rimanere dove sono e come sono, perché tutto sommato, in un cambiamento avrebbero più da perdere che da guadagnare.

Intanto va notato che in tutte le campagne, del Trentino, come dell’Istria e del Friuli orientale, il clero è potentissimo e fa eleggere in quasi tutti i collegi politici i suoi rappresentanti. E il clero, si sa, ubbidisce al papa; pratica la sua internazionale nera e vede nell’Italia monarchica d’oggi, l’usurpatrice del potere papale. I contadini italiani ubbidiscono ai preti, e appunto per ciò sono selvaggiamente anti-italiani, come chi scrive ha più volte potuto constatare.

Ma oltre questo, le masse che vivono fuori dei partiti, sanno d’essere meglio assistite e difese dalla legislazione di Stato. Da più di un quarto di secolo, frequentano la scuola fino a 14 anni (i mamalucchi dell’irredentismo non sanno che la percentuale degli analfabeti tra i barbari sloveni è di poco superiore a quella del nostro Piemonte!) [In Carniola, provincia esclusivamente slovena, è del 23 per cento!] hanno un’amministrazione di Stato che funziona bene, pur s’intende ubbidendo ai criteri politici di chi la dirige; quando sono ammalati c’è la tassa distrettuale che li cura, li assiste e li sussidia, hanno i loro tribunali industriali che funzionano davvero – contrariamente di ciò che avviene pei nostri probiviri – e risolvono ogni genere di controversie tra padroni ed operai; adesso per gli impiegati c’è l’assicurazione obbligatoria per la pensione ai vecchi e agli invalidi, c’è il suffragio universale per le elezioni politiche, l’indennità ai deputati, ai sindaci, agli assessori comunali, vivono insomma in un ordinamento politico e sociale che, confrontato con quello vigente ora in Italia, fa esulare ogni proposito… irredentista.

Tuttavia gli italiani di tutti i partiti e di tutte le classi sociali viventi in Austria, hanno un interesse comune da difendere: ed è la diffusione e l’incremento della coltura italiana, che elevi il livello intellettuale di tutti i figli della stirpe, e fortifichi la loro posizione in confronto delle altre insieme con la quale sono costretti dalla natura a vivere.

Ma per soddisfare questi superiori bisogni di coltura e di forza morale, provvedono egregiamente le lotte economiche che migliorano la posizione materiale specialmente degli italiani poveri, e quelle scuole superiori culminanti nelle Università, che tutti gli italiani – almeno a parole – sono d’accordo nel volere.

Per chi dunque e a vantaggio di chi s’improvvisano ogni qual tanto le parate irredentiste? L’abbiamo già detto: Per le borghesie capitalistiche – fino ad un certo punto – e per le cricche militari e affariste prosperanti all’ombra del cosiddetto amor patrio, e dell’idealismo nazionale.

Il cancro che ci divora tutti

Valgano alcune cifre a dimostrarlo.

In questi ultimi cinque anni le spese militari – navali e terrestri – sono salite ad altezze vertiginose in tutti i paesi del mondo.

Ma in ogni nazione si trova un pretesto… patriottico per imporle al pubblico. In Inghilterra si dice: Bisogna difenderci dalla Germania. In Germania si dice: Difendiamoci dall’Inghilterra. In Francia si agita il pretesto tedesco, e tra i tedeschi s’insiste sui propositi revanchisti dei francesi.

E altrettanto dicasi per l’Italia e per l’Austria.

Ciò non toglie poi che tutti i governi si dichiarino pacifisti, e facciano buon’accoglienza ai platonici voti per la pace.

Restringendo dunque il campo delle nostre osservazioni alle due nazioni che sono poste di fronte – Austria e Italia – noi troviamo delle cifre spaventevoli.

In cinque anni, dal 1905 al 1910, le spese militari sono quasi raddoppiate.

Mentre nel 1905 in Italia il bilancio della Guerra superava di poco i 200 milioni, e quello della marina i 150, oggi si hanno le seguenti cifre:

Guerra. Bilancio 1911-12£.396.066.200
Consumo rendite patrimoniali (capitolo 66)539.000
Consumo di patrimonio (allegato 7)6.000.000
Contributo del bilancio interni (capitolo 32)15.370.000
Progetto 695. Miglioramenti a personale134.200
Progetto 735. Pei carabinieri raffermati1.090.160
Progetto 749. Miglioramenti ai carabinieri2.839.250
A carico bilancio esteri per l’Africa, circa8.000.000


–––––––––––––
Guerra totale£.430.038.810


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Marina. Bilancio 1911-12£.192.345.000
Spese per Cina e Mar Rosso2.050.000
Progetto 749. Miglioramenti a personali67.700
Progetto 734. Riduzione di ferma a 3 anni1.060.000
Progetto 750. Miglioramenti a sottufficiali1.250.000
Progetto 746. Nuove spese generali7.000.0000
Progetto 746. Nuove spese per costruzioni navali 10.000.0000


–––––––––––––
Marina totale£.213.772.700
Guerra430.038.810


–––––––––––––
Insieme£.643.811.510


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Se calcoliamo che le spese generali dello Stato sono previste dalla recentissima relazione del ministro Tedesco in 2 miliardi e 410 milioni, crediamo che per l’Esercito e per la Marina, noi diamo il 26,50 per cento, vale a dire che per ogni cento lire spese dallo Stato italiano, all’esercito e alla marina vanno lire 26,50. Più del quarto. E non è finito. Che si sono già chiesti altri 50 milioni da iscriversi nei due bilanci successivi al 1911-1912 per rifabbricare la batterie d’artiglieria che si vollero costruire pochi anni fa sebbene i competenti in materia avessero avvertito il Governo che commetteva un errore. E ai 50 milioni per le artiglierie bisognerà aggiungere altri 319 milioni domandati dal ministro della Marina il 24 gennaio u.s. da consumarsi, 41 subito e gli altri negli anni successivi al 1912. Questa spesa non è stata ancora approvata, ma è certo che il Governo – comunque sia composto – non oserà contraddire alle richieste dell’Esercito e della Marina se non si troverà contro una fortissima opposizione nel parlamento e nel paese.

E da chi dunque sono goduti, tutti questi milioni, che pur costano al popolo italiano tanti sacrifici, tanta nutrizione di meno, tante rinunce forzate?

Prima di tutto bisogna ricordare che attorno ai bilanci militari vive tutta una folla d’ufficiali di vario grado, che in questi ultimi anni è anche riuscita a migliorare sensibilmente la propria condizione come risulta da questo prospetto:

STIPENDI     Nel
     1904 
     Nel
     1911 
Generale1500015000
Tenente generale1200012000
Maggior generale900010000
Colonnello70008000
Colonnello dopo sei anni di grado7700
Tenente colonnello52006000
Idem dopo sei anni di grado5720
Idem dopo cinque anni di grado7000
Maggiore44005000
Idem dopo sei anni di grado4840
Idem dopo cinque anni di grado5500
Capitano32004000
Idem dopo sei anni di grado3520
Idem dopo dodici anni di grado3872
Idem dopo cinque anni di grado4400
Idem dopo dieci anni di grado4800
Tenente22002400
Idem dopo sei anni di grado2420
Idem dopo dodici anni di grado2662
Idem dopo cinque anni di grado2800
Idem dopo dieci anni di grado3500
Sottotenente18002000

Ricordiamo che il numero degli ufficiali delle varie armi di terra e di mare ascende in Italia a circa 20 mila, pensiamo che ogni ufficiale ha una famiglia, e delle relazioni d’interesse e noi subito comprenderemo come attorno a questo famoso idealismo patriottico si sia formata una rete vastissima d’interessi materiali che costituiscono il nucleo centrale del partito che vuol i grandi eserciti, la nazione forte e temuta.

Ma attorno a questa fittissima trama di tornaconti e di lucri, si muovono e si agitano i divoratori più veri e maggiori del danaro dello Stato. Sono i grandi costruttori di navi, i proprietari ed azionisti dei grandi stabilimenti metallurgici che si dividono in porzioni esatte la grossa torta della forniture militari e delle costruzioni navali.

E sarà interessante dar rilievo alla circostanza che la maggior parte dei milioni stanziati per l’Esercito e per la Marina sono spesi nell’Alta Italia, dove appunto notiamo con maggiore frequenza le esplosioni d’irredentismo.

Dove sono spesi infatti i milioni per l’esercito e per la flotta?

Ecco:

Ci sono in Italia 9 cantieri privati e 5 di Stato.

I cantieri privati sono i seguenti: Ansaldo, Odero, Fiat San Giorgio, Riva Trigoso, Muggiano (tutti nella riviera ligure) Orlando (Livorno) Pattison (Napoli) Cantieri Riuniti (Palermo) Acciaierie (Terni). I cantieri dello Stato sono a Spezia, Castellammare di Stabia, Taranto, e Venezia.

Ad eccezione del cantiere di Riva Trigoso che è inoperoso, tutti gli altri sono riusciti ad ottenere in questi ultimi anni commissioni per grasse forniture.

Ora, come non vedere che questo blocco d’interessi costituisce la forza maligna che turberà sempre la pace e la serenità dei rapporti internazionali per giustificare le richieste di nuovi armamenti?
 

L’affarismo, gli operai e l’opinione pubblica

Comprendi bene, o mio lettore, come attorno ad ognuno di questi arsenali e cantieri si agiti tutto uno sciame d’appetiti, di voracità, di cupidigie, che ha bisogno di somme spaventevoli per essere soddisfatto.

Il militarismo, e la politica dei grandi armamenti, diventeranno così i preziosi alleati delle industrie siderurgiche che in loro troveranno alimento e nutrizione. Gli azionisti degli stabilimenti e dei cantieri privati; i fornitori delle materie prime degli arsenali di Stato, sono tutti ugualmente interessati a far vedere che è necessario battere la strada dei grandi armamenti e delle mostruose costruzioni navali. Ma siccome non potrebbero andare in piazza o al Parlamento a dire brutalmente: Vogliamo che la Nazione si armi per dar lavoro ai nostri stabilimenti, così ricorrono alle manovre subdole che si compiono per mezzo della grande stampa che è quasi tutta in mano dei grossi sindacati industriali, per gettare nel pubblico notizie sensazionali ed allarmanti, e talvolta si servono anche degli operai e delle loro organizzazioni. Sicuro. Poiché nei cantieri statali e privati lavorano migliaia d’operai, così è frequente il caso di vedere gli operai di Terni, di Spezia, di Livorno, di Venezia, di Palermo, di Napoli e degli altri luoghi nei quali sorgono stabilimenti siderurgici, inscenare dimostrazioni e proteste, abilmente sfruttate dai loro padroni, per strappare allo Stato sempre nuove concessioni e favori.

Il concetto che lo Stato abbia obbligo di offrir sempre nuovi piatti ghiotti ai signori patriottissimi costruttori di nave e fabbricanti di corazze è così entrato nei nostri costumi politici che anche recentemente, presentando alla Camera il progetto di legge che domanda nuovi crediti navali, il ministro Leonardi-Cattolica metteva avanti come uno dei motivi principali la necessità di assicurare un continuo e ben distribuito lavoro alle nostre industrie siderurgiche!

Ma c’è niente di più iniquo di ciò? Ma non è evidente tutta l’ingiustizia di questo concetto? Se allo Stato spetta l’obbligo di far lavorare gli operai, perché non si fa organizzatore anche delle altre industrie, dell’agricoltura, delle miniere, di tutte insomma le grandi intraprese? Se riconosce necessario far lavorare gli stabilimenti e i cantieri che creano gli ordigni maledetti di rovina e di strage, buoni solo a far del male, incapaci a rendere il benché menomo servigio civile alla società, perché non provvede a disciplinare le industrie che rendono servizi utili e benefici inestimabili a tutti? Egli è che lo Stato e il suo Governo non si propongono di servire gli interessi generali della maggioranza della popolazione, ma solo di piccoli gruppi audaci e potenti che sanno imporre i loro criteri di favoritismo e di protezione, servendosi talvolta delle stesse miserie degli operai.

Ma il più umile dei lavoratori, purché non sia un imbecille o un corrotto, comprenderà facilmente che questa voluta assistenza a favore delle industrie siderurgiche, lungi dal far del bene agli operai, è una delle cause di maggior rovina, perché siccome è lo Stato che paga, come vedemmo, le somme favolose per dar lavoro agli stabilimenti e ai cantieri navali, e gli operai che lavorano in questi stabilimenti e cantieri non ricevono niente più del loro meschino salario quotidiano, che potrebbero del resto benissimo guadagnare anche in altre industrie, è evidente che coi milioni e coi miliardi carpiti soldo per soldo al popolo italiano sotto forma di dazi doganali e d’imposte dirette e indirette, si garantiscono gli alti stipendi agli ufficiali superiori e i grossi dividendi delle aziende industriali.

I guadagni e il patriottismo dei siderurgici

E che i signori siderurgici italiani facciano degli ottimi affari, lo dicono i bilanci delle rispettive Società che sono esaminati da Luigi Einaudi in un articolo uscito nel fascicolo 2° di febbraio de La Riforma Sociale. Negli ultimi quattro anni l’Elba ha dato rispettivamente il 7,10, il 10, il 12 e l’8%; le Ferriere Italiane l’8, il 10, il 10 e il 6%; la Savona l’11, il 12, il 12 e il 12%; finalmente la Terni il 24, il 18, il 13 e il 13%.

Ma i bilanci delle Società siderurgiche sono poi giusti? Chi non sa che ogni Società capitalistica fa risultare quegli utili che vuole per sottrarli alle unghie del fisco?

Certo i guadagni ci sono e lauti, perché a nessuna industria accorrono i capitali quando questa sia disastrosa. E in questi ultimi anni l’industria siderurgica italiana ha allargato la sua sfera d’azione, specialmente dedicandosi alle costruzioni navali e militari. E badate che l’industriale costruttore non si ferma entro i confini della Nazione. Egli cerca lavoro dove ne trova, e accetta ordinazioni da qualunque parte vengano. Infatti, nella relazione presentata al Consiglio della Società Anonima Ansaldo-Armstrong nell’Assemblea degli azionisti tenutasi nel marzo u.s., si leggono questi interessanti periodi:

«L’impresa da noi assunta di costruire per la R. Marina la corazzata Giulio Cesare e di consegnarla, completamente allestita con le corazze e le artiglierie che ci saranno fornite dalla R. Marina, promosse, in specie nella seconda metà dello scorso esercizio, sufficiente lavoro nel Cantiere di Sestri. Alla costruzione di questa nave ci siamo dedicati colla maggior sollecitudine e con tutto l’impegno per corrispondere alla fiducia che il Governo ha in noi riposto assegnandocene la fornitura. In quest’anno procederemo al varo, e nel 1912 termineremo la nave. Altri lavori sono pure in corso a Sestri Ponente. Il Cantiere, coadiuvato dagli altri Stabilimenti ha continuato a costruire l’incrociatore per l’Impero Ottomano, la nave cisterna Eridano ed il rimorchiatore Titano, che vareremo tutti nell’anno in corso, insieme a sette torpediniere ordinateci dalla R. Marina. Sul finire del 1910, abbiamo assunto dal Governo Cinese la fornitura di un cacciatorpediniere: la costruzione è già iniziata. La conclusione di questo contratto vi dimostri che noi continuamente ci occupiamo per ottenere lavoro dall’estero.

«La lotta contro i grandi cantieri esteri è forte: ma noi confidiamo che con l’aumento dei nostri mezzi di produzione, mettendoci in condizione di non dover più dipendere da altri per la fornitura di navi da guerra complete, potremo raggiungere sempre migliori risultati.

I nostri tre stabilimenti di Cornigliano, Elettrotecnico, Fonderie ed Acciaierie e Metallurgico Delta, hanno avuto sufficiente lavoro e discreto fu altresì il lavoro in locomotive nello stabilimento di Sampierdarena, che ne consegnò 63 nel corso del 1910 e ne ha in lavorazione altre 58. L’Italia, festeggiando il cinquantesimo anno della sua unità, dimostrerà, con l’Esposizione di Torino, i progressi fatti dalla sua industria. Noi stiamo preparando la Mostra della nostra Società ed abbiamo fiducia che resterete soddisfatti della prova che daremo alla Patria, della potenzialità dei nostri mezzi, della varietà ed importanza dei nostri prodotti».

Vedete dunque che il patriottismo dei nostri industriali siderurgici non conosce confini o barriere. Dà le navi e gli incrociatori così all’Italia come alla Turchia e alla Cina, come domani li darebbe alla Germania e all’Austria senza affatto preoccuparsi se con quelle costruzioni militaresche le nazioni committenti possano un giorno muovere in guerra contro di noi.

E come fa l’Ansaldo-Armstrong, così fanno l’Orlando, l’Odero, il Raggio, le Terni, il Muggiano, la Pattison; e il Krupp dalla Germania non manda cannoni, corazze e obici a tutte le potenze che comprano e pagano? E così fanno in Francia le officine del Creuzot e le industrie inglesi; e l’Ungheria manda da Weiss all’Italia i forni in ferro e i carri da campagna; e la Skoda austriaca fabbrica e vende all’Italia macchinari, caldaie ed altri strumenti accessori per l’armatura delle navi, e ancora la stessa Austria ci dà il legname per i grandi scafi, i cavalli e i foraggi per i nostri reggimenti di cavalleria e d’artiglieria, senza preoccuparsi di sapere se quei cavalli galopperanno un giorno contro i suoi soldati nelle pianure friulane, e se le nostre navi completate co’ suoi macchinari bombarderanno le sue coste…

Il capitalismo non ha ritegni e scrupoli patriottici. Esso fabbrica, vende e compera, seguendo l’unica legge del suo interesse. E le fisime idealistiche le lascia ai poeti e ai letterati. E va più là ancora: perché mentre esso non conosce tenerezze e riguardi di sorta e mette senza scrupoli le navi ch’esso costruisce in mano agli eventuali nemici della patria, domanda poi al sentimento patriottico dei popoli, di condannarsi a vivere nella miseria, nell’abbrutimento, nella quotidiana rinuncia, per dare a lui i milioni e i miliardi da divorare…

Se Italia piange, Austria non ride

Che il militarismo e il capitalismo – trafficanti sulla dabbenaggine e sulle ingenue dimostrazioni studentesche, siano un cancro che divora e rovina tutti i paesi, è cosa ormai accettata da tutti. Ma a noi deve premere di vedere quali disastrosi effetti produca questa delittuosa politica, nei due paesi che si vorrebbero spingere alle mani e cioè: Italia e Austria. E poiché sappiamo già a quale misura ascendano i malanni che procura il militarismo a noi in Italia, diamo un’occhiata all’Austria, e ci persuaderemo che se qui si piange di là non si ride.

Cominciamo dal numero di persone che compongono l’esercito e la marina da guerra e che l’Austria-Ungheria deve pagare, vestire e mantenere.

Le cifre e le notizie che seguono sono tolte dalla Relazione sul Preventivo Comune discussa alle Delegazioni nella seduta del 2 marzo 1911 a Budapest.

L’ordinario dell’esercito austro-ungarico per l’anno 1911 comprende: 22.915 graduati, 2.087 ufficiali ed aspiranti impiegati, 278.975 uomini di bassa forza, 5.940 allievi ed accademici militari, 62.116 cavalli ed animali da soma. In confronto al 1910 si nota un di più di 493 graduati e 1.484 cavalli ed animali da soma, ed un di meno di 340 ufficiali ed aspiranti e 1.266 uomini.

Lo straordinario contempla: 26 graduati, 4.365 uomini, 540 animali da soma. Per i comandi della Bosnia-Erzegovina sono previsti poi: 590 graduati, 28 ufficiali ed aspiranti, 4.423 uomini e 2.375 cavalli. Il numero complessivo dell’esercito austro-ungarico viene ad essere, di 314.773 persone e 62.216 cavalli, senza gli allievi, gli accademici e le truppe bosniache.

Tenendo conto che la milizia territoriale della sola Ungheria ammonterebbe a 3.910 graduati, 27.945 uomini, 4.891 cavalli, la forza complessiva di difesa, viene ad essere di 32.440 graduati, 368.892 ufficiali e sottufficiali, il resto bassa forza, fino un complessivo di 401.392 persone, su piede di pace.

Questo per l’esercito. L’ordinamento della Marina da guerra, sempre in tempo di pace, dà le seguenti cifre: Stato maggiore e ufficiali superiori 732, sacerdoti, medici e impiegati 735, bassa forza 13.776, servi 106, totale 15.319 persone, che unite al personale dell’esercito terrestre ci dà un complessivo di 416.681 persone.

Cosa costa questo immenso stuolo di militari alle finanze della monarchia? Pel solo esercito di terra l’Austria-Ungheria spendeva nel 1900 milioni di corone 375.900 mila, nel 1908 saliva a milioni 426.800 mila, nel 1909 cresceva ancora a milioni 454.300 mila, nel 1910 arrivava a milioni 463.600 mila.

In dieci anni dal 1900 al 1911, l’Austria-Ungheria spendeva pel suo esercito corone 4.283.666.425, ai quali bisogna aggiungere corone 862.964.010 per le truppe dislocate in Bosnia.

E con gli ultimi progetti, il Governo Austro-Ungarico domandava altri crediti militari così ripartiti:

Aumenti al bilancio ordinario, Corone64.162.410
Straordinario4.094.800
Per trasformare la flotta55.000.000

–––––––––
Totale, Corone123.257.210

Queste ultime richieste furono naturalmente accordate dalle Delegazioni, che sono composte per una metà di senatori e per l’altra metà di rappresentanti delle varie nazionalità e dei vari partiti che difficilmente riescono a mettersi d’accordo. Però non sono ancora state approvate dalle rispettive Camere – di Vienna e di Budapest – ed è fortissima l’opposizione che tali proposte incontrano presso di tutti i partiti.

Non è detto che non possano per ciò soltanto essere ugualmente spese le maggiori somme richieste, perché si sa che il Governo austriaco, quando le Camere non funzionano va avanti a furia di decreti imperiali, ma è sintomatico che siano sorti a combatterle oltreché i socialisti, anche molti uomini dei partiti conservatori e liberali.

Certo anche in Austria come dappertutto, premono gli interessi particolari dei gruppi capitalistici dei cantieri privati (a Trieste c’è uno stabilimento Tecnico che lavora anche per la marina da guerra – e come! – pur avendo a presidente un notissimo rappresentante di quel partito nazionalista che recita sempre la commedia del martirio e dell’impaziente attesa di redenzione) che si coalizzano naturalmente, magari inconsapevolmente con le caste militari per spingere lo Stato sulla via delle criminose pazzie guerresche!

Anche in Austria dunque come in Italia, avvertiamo lo stesso fenomeno con le medesime, precise conseguenze.

Una piccola minoranza di patrioti affaristi, di militari di professione e giornalisti pesca nel torbido che crea false situazioni nei rapporti internazionali, che ha interesse a conservare sempre attorno ai governi quella falsa atmosfera di sospetti, di diffidenze, d’allarmi, dalla quale scaturisce poi con logica tutta artificiosa la necessità degli armamenti formidabili che consentono alla minoranza capitalistico-militarista di fare i propri interessi.

E anche là avvertiamo lo stesso fenomeno d’impoverimento e di depressione delle condizioni economiche del proletariato delle campagne e delle città. Tutti i prezzi delle derrate sono aumentate, e i salari rimangono stazionari, benché ci siano delle formidabili organizzazioni operaie.

Una statistica che mette in raffronto la quantità di derrate consumate in Germania ed in Austro-Ungheria dà le seguenti cifre:

Consumo per ogni abitante e per anno

      Germania Austro-Ungheria
FrumentoKg.247,6 Kg.174,0 
Orzo77,9 45,0 
Avena120,6 54,0 
Patate635,7 258,3
Mais15,8 72,2 

Solo dunque nel consumo del mais, che serve, come ognun sa, per la polenta, il popolo d’Austria-Ungheria è superiore al popolo di Germania. Rinunciamo a mettere in confronto di questi due paesi le condizioni alimentari del popolo italiano per risparmiarci una nuova mortificazione.

È dunque certo che il maggior sacrificio per sostenere gli enormi dispendi di forze negli armamenti è imposto alla povera gente di tutte le Nazioni. È il popolo che sopporta tutte le disastrose conseguenze di questa delittuosa politica, mentre il suo interesse materiale e le sue stesse aspirazioni ideali lo portano sulla via della fratellanza internazionale.

L’internazionale trionfa

Né si dica che queste sono frasi fatte ormai superate dalla realtà. Al contrario, solo in questi tempi si vede quanto esse siano vere, sicure, fondate. Chi vorrà negare, infatti, che mai come in quest’inizio di secolo nuovo, i rapporti tra nazione e nazione si sono fatti sempre più intimamente stretti, per lo svolgimento naturale di tutte le forme di civiltà?

Non parliamo della scienza, dell’arte, dell’economia, che travalicano confini e barriere, accomunando tutti gli uomini, tutti i popoli, tutte le razze. Ma la stessa opera politica delle singole nazioni è sospinta, volenti o nolenti i governanti, verso le forme dell’internazionale. Quanti atti internazionali non si compiono da tutti i Governi per la miglior tutela dei loro interessi? Convenzioni, conferenze, congressi, tribunali arbitrali permanenti, intese di vario genere, è tutto insomma un tenace e spontaneo lavorio di forze sociali che agiscono nel seno di ciascuna nazione incalzandola, cercare appoggi e contatti con le altre.

Dagli orari ferroviari alla tutela dei diritti artistici; dalle convenzioni protettive dei lavoratori addetti a certe industrie, alla difesa sanitaria dei territori dai contagi epidemici, è tutto un continuo succedersi d’atti positivi compiuti da tutte le nazioni nel senso di rendere più intimi i legami di solidarietà mondiale.

È insomma l’internazionale che trionfa, malgrado e contro di tutte le facili scomuniche ed irrisioni, perché ciò risponde ad una naturale evoluzione della società moderna, nella quale l’uomo cerca sempre un più vasto campo d’azione per le sue attività che non sia quello della propria patria, e sente spegnersi adagio, adagio tutti gli odi selvaggi, e le basse passioni che seminarono di lutti e di rovine la terra e la storia.

E maggiormente sentiamo il bisogno di accostare a codesti concetti gli animi dei lavoratori che sono continuamente esposti alla dolorosa necessità di trasmigrare da un paese all’altro in cerca di lavori, di guadagni, di fortune, ponendosi quindi a contatto con uomini d’altra lingua e razza, coi quali devono dividere le lotte e le sofferenze della vita.

I contrasti austro-italiani
Trieste – Il Trentino – l’Albania

Sennonché i mestatori spregevoli e vili – spregevoli perché sono mossi da fini obliqui e calcolati – vili perché non essi andranno ad esporre la pelle ai rischi del combattimento, ma ci manderanno i poveri diavoli d’operai e contadini – del nazionalismo guerrafondaio d’Italia e d’Austria, dicono che tra queste due nazioni ci sono ancora delle controversie aperte da risolvere, per cui è necessario tener sempre le armi in pugno. È vero ciò? Noi lo neghiamo. In Italia non c’è alcuna seria e profonda corrente d’idee che voglia spingere il Governo a muover guerra all’Austria per toglierle il Trentino, Trieste e l’Istria. Anche quelli che sbraitano facilmente per le strade ad intermittenza evviva ed abbasso, non sanno bene dire in che cosa consista il loro irredentismo. Perché ormai si comincia a riflettere e a capire. Si sa in Italia che la regione adriatica non è abitata esclusivamente da italiani. Ci sono anche gli slavi coi quali convivono da secoli, e coi quali hanno interesse a vivere in tranquillo accordo anche pei secoli avvenire. E si sa anche, in Italia, che la grandissima maggioranza degli italiani d’Austria non pensa neanche lontanamente di voler l’annessione al Regno.

Quanto al Trentino, è noto che esso aspira alla sua autonomia amministrativa che gli permetterebbe d’avere più intimi rapporti economici con l’Italia, mentre tra di noi vi ha alcun sincero entusiasmo per tirarci in casa i vescovi, i preti e i frati che spadroneggiano tra i monti di quella regione, perché di codesta gente n’abbiamo già abbastanza entro i confini attuali.

Queste nude e crude verità devono essere dette anche se faranno strillare qualcuno, perché è sulla fragile arena delle fantasticherie che s’erigono quasi sempre le delittuose macchinazioni del militarismo istigatore. Perché, infatti, si tennero l’anno scorso le grandi manovre terrestri nelle pianure mantovane; proprio su quegli stessi campi, ciascuna zolla dei quali può dirsi umida ancora di tanto sangue versato dalle migliaia di poveri soldati d’ogni nazionalità? E perché le manovre navali ebbero per tema l’assalto e il bombardamento di Venezia? Evidentemente perché si vuol dare al pubblico l’impressione che esista sempre un pericolo, una minaccia, contro la quale sia necessario premunirci.

Noi vogliamo dunque stabilire ben chiaro, che tutto il subdolo armeggiare del militarismo è, in Italia, in perfetto antagonismo con le aspirazioni e coi voti del popolo e del proletariato; che le velleità irredentiste non trovano qui alcun seguito, perché si è compreso finalmente che è necessario consacrare alla redenzione di tutte le plebi misere e tristi di casa nostra, le energie materiali e ideali della Nazione.

E siamo lieti di costatare come anche i ceti commerciali d’Italia e d’Austria vadano sempre più convincendosi della necessità di stabilire rapporti sempre più intimi tra i due paesi. La Federazione delle Camere di Commercio italiane, ha preso l’iniziativa per un Convegno italo-austro-ungarico di Commercianti, cui rispose aderendo entusiasticamente la consorella di Vienna, tosto seguita dai viaggiatori e da altre categorie di cittadini. Del resto, bastano poche cifre a dimostrare quanto siano immediati e strettissimi i rapporti economici tra i due paesi.

L’Italia esportava in Austria tante merci per milioni 135 nel 1909 e 144 nel 1910; l’Austria importava in Italia per 286 milioni di merci nel 1909, e 272 nel 1910.

Noi prendemmo dall’Austria-Ungheria:

Nel 1909Nel 1910
Legnamemil. di lire 98,9 mil. di lire 99,5
Cavallinr. 36.593nr. 24.439
Bovinimil. di lire 11mil. di lire 5
E mandammo in Austria-Ungheria:

Nel 1909Nel 1910
Seta e cascami mil. di lire 20mil. di lire 19
Frutta seccamil. di lire 11mil. di lire 17
Agrumiquint. 902,6quint. 939,9
Olio d’olivamil. di lire 1mil. di lire 3

Esportiamo altresì essenze di frutta, burro, formaggio, cappelli, ecc., ecc.

Ordunque, sarà necessario all’Italia di stabilire negoziati doganali per cui vada sempre più intensificandosi la nostra esportazione (quanto bene, ad esempio, arrecherebbe ai nostri vignaioli l’abolizione della clausola concordata nel 1903 per cui i nostri vini sono soggetti a tariffe addirittura proibitive!) non mai vagheggiare chimere e propositi guerreschi.

Ma vi ha chi crede che il conflitto austro-italiano sarà reso inevitabile dalla posizione che le due potenze vengono ad assumere nei Balcani e specialmente in Albania.

Ora, anche a questo riguardo è facile a noi il dimostrare che tale rivalità d’appetiti, posto che esista, è limitata soltanto ai gruppi capitalistici che pretendono di farsi proteggere sempre dallo Stato, all’interno coi dazi doganali e all’esterno coi grandi armamenti che impongono con la violenza delle armi condizioni di favore ai loro prodotti. Il popolo anche qui non c’entra. Né quello d’Austria né quello d’Italia. Che se poi si volessero davvero prendere a cuore le condizioni politiche dell’Albania e aiutare la sua emancipazione nazionale, dalla dominazione ottomana, non vi è altro da fare che aiutare lo sviluppo intellettuale ed economico di quel paese che vive ancora in condizioni semifeudali. Basta pensare che esso è completamente in mano dei preti delle due religioni dominanti: la cattolica e la maomettana.

Parlando della principale città dell’Albania, scrive Battista Pellegrini (Verso la Guerra? Edit. Voghera, 1907) che visitò minutamente quel paese ed ha gran dimestichezza in codest’ordine di problemi, pur esaminandoli da un punto di vista tutto patriottico e nazionalistico:

«In quale altro paese d’Europa che non sia Scutari, le donne cattoliche, nascondono l’eleganza delle forme sotto larghissimi dolman ed i larghissimi calzoni? In quale altro paese che non sia Scutari, le donne cattoliche escono col volto quasi completamente coperto? In quale altro paese d’Europa le ragazze, fino all’epoca del matrimonio, sono soggette ad una clausura quasi completa?

«In un solo sito possono recarsi libere, le donne: in chiesa. Quindi il fascino psicologico della chiesa e della religione si converte anche in una forma di passatempo che ricrea; la chiesa diviene un’aspirazione, una mèta ed una soddisfazione; le processioni assumono l’importanza d’uno spettacolo e la voce maschile che perora e predica dal pergamo assume, in circostanze siffatte, un gran valore, ed esercita una suggestione straordinaria, acuita dal fatto che nella stessa città vi è un rivale di quella religione e quella chiesa – l’islamismo.

«Le due grandi forze dominanti a Scutari sono l’islamismo e il cattolicismo; il primo che fa capo al Sultano e il secondo a chi tanto sostiene e protegge quel culto, a chi ne sussidia i ministeri: all’Austria, cioè, più che al Vaticano.

«Cattolici e musulmani parleranno insieme e discuteranno d’affari, sì; non di politica, anche per la ragione che nessuno dei due vuol compromettersi di faccia all’altro. La politica la fa il sacerdote cattolico, la potrebbe fare l’holgia; ma quest’ultimo certo a Scutari, non può fare che una politica profondamente turca, come il primo è costretto a farla austriaca.

«In tali condizioni di cose non vi è bisogno di dilungarsi per dimostrare quanto difficile e seminata di triboli sia la politica italiana a Scutari, politica la quale non può trarre vantaggio che da due fattori: la lingua e il commercio».

Chi vorrà ora sostenere che per favorire la nostra lingua e i nostri commerci in Oriente possa esserci utile una politica di grandi armamenti e di spacconate militari e navali? Lo stesso Battista Pellegrini, che non è certo un socialista né internazionalista, né pacifista, dopo aver lamentata la mancanza di scuole, di banche, d’ospedali, d’uffici postali, e di tante altre istituzioni nei paesi della Bassa Albania e in tutto l’Oriente fino a Salonicco, che aiutino la positiva penetrazione dell’elemento italiano, scrive ad un certo punto:

«Io stesso che sono diventato, per considerazione d’ordine elevato, fautore della necessità di completi armamenti, mi chiedo poi se la somma che potrà essere impiegata nella costruzione di qualche forte, al confine orientale, purtroppo aperto da tutte le parti, non potrebbe forse essere utilizzata meglio col contribuire al rinnovamento marittimo commerciale italiano nell’Adriatico, col sovvenzionare nuove linee marittime di carattere commerciale, linee che si dovrebbero però sovvenzionare non in base al tonnellaggio trasportato, ma in base alla concorrenza esercitata».

L’ipocrisia pacifista borghese e il proletariato

Anche, dunque, esaminando i rapporti tra i due paesi alla stregua dei materiali interessi economici, noi pensiamo che la peggiore politica che possa consigliarsi è quella dei grandi armamenti. E del resto, sembrano accostarsi a questa concezione anche gli stessi ceti borghesi d’Italia e d’Austria, quando accolgono con dimostrazioni di simpatia ogni atto che segni un ravvicinamento tra i due paesi. Sennonché noi non dobbiamo prestar molta fede ai pronunciamenti e alle verbali dichiarazioni dei gruppi borghesi d’Italia e d’Austria. I loro amori sono poco sinceri, come sono artificiosi ed effimeri i loro odi. Come oggi trovano le ragioni in favore dell’amicizia e della pace, così domani troveranno pretesti e motivi per resuscitare gli odi provvisoriamente messi in disparte. Noi non dobbiamo inseguire le chimere di una pace che non potrà mai esistere tra capitalisti concorrenti, ma dobbiamo invece mirare a scrivere il patto sincero e indissolubile d’alleanza tra i due proletariati.

E gridare alto, forte e solenne, che i lavoratori d’Austria e d’Italia non hanno ragione alcuna per guardarsi in cagnesco, per nutrire reciproci rancori. Quando poi noi lavoratori italiani sappiamo che fra i vari partiti politici d’Austria, il solo partito socialista, che comprende uomini d’ogni nazionalità, fu sempre pronto a riconoscere e a difendere per primo nel Parlamento e nei Comizi i diritti della nostra nazionalità al suo sviluppo civile, alla sua cultura, non possiamo non stendere con entusiasmo le mani ai compagni nostri dell’Austria, per rinsaldare i vincoli di solidarietà internazionale.

E saremo noi che tradurremo in pratica il vaticinio del Grande poeta nostro che fin dal 1846, quando ancora tutta Italia gemeva nel servaggio, intravide i fati dei tempi nuovi quando scriveva il canto che fu vaticinio:

E quest’odio che mai non avvicina
Il popolo lombardo all’alemanno,
Giova a chi regna dividendo, e teme
Popoli avversi affratellati insieme.

Né guerra né pace armata

Ragioni economiche, considerazioni politiche, affinità etniche e interessi morali, consigliano dunque ai popoli dei due paesi di intendersi, di comprendersi, di amarsi.

Ma contro i popoli, stanno, ben lo sappiamo, le cricche dinastiche e militari, i gruppi affaristici del capitalismo. E se questi presumendo d’essere più forti di noi vorranno fiaccare le nostre resistenze, e paralizzare i nostri propositi per spingere entrambi i paesi alla rovina? Che faremo noi lavoratori socialisti d’Italia e d’Austria?

Rispondere a questa domanda, è uno dei compiti del Convegno che si terrà in Roma nel prossimo luglio.

Edmondo De Amicis, che per aver esaltata la vita militare, non rinunciava mai a combattere quel patriottismo che istiga agli odi i popoli e li eccita alle violenze, scriveva nell’Avanti! di Primo Maggio 1906 – e fu quello l’ultimo suo scritto dettato per la stampa del suo partito:

«Troppo è manifesto che è la forza crescente del socialismo la principale ragione per cui non scoppiò in Europa dopo il 1870 la tanto temuta guerra, benché tante volte ci siano state propizie le occasioni politiche e se ne sia predicata l’imminenza. Monarchi governi, oligarchie interessate trattenne la coscienza che il terreno è mal fido per il gran duello e che la lama è mal ferma nell’impugnatura».

Ricordiamo oggi il monito severo del Grande nostro scomparso e gridiamolo in faccia all’Europa militare, ai maledetti affaristi che speculano sulle disgrazie delle nazioni, in Italia come in Austria:

Il proletariato odia la guerra perché vede in essa il suo martirio e la sua rovina; odia la politica dei grandi armamenti perché vede sciupati per questa via i milioni che dovrebbero prodigarsi alla sua redenzione civile, e domanda alle nazioni di rispettarsi a vicenda, di aiutarsi.

Che se, ciò malgrado, i ceti dirigenti e la politica dei due paesi, vorranno avventurarsi negli abissi della guerra o rimanere sotto il peso schiacciante dei bilanci militari, il proletariato d’Italia e d’Austria, avendo compiuto tutto il suo dovere, sarà pronto a padroneggiare gli avvenimenti, per salvare sé stesso e schiudersi la via alle conquiste avvenire.