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La classe operaia in Corea sulla strada assegnata del Capitale, della sua Crisi e della Rivoluzione

Categorie: Asia, Korea, Opportunism, South Korea, Union Question

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Lo sviluppo dell’economia sud-coreana si è concentrato nei brevi decenni seguiti alla fine della guerra, che tra il 1950 e il 1953 aveva causato circa 2 milioni di morti su una popolazione di 30 milioni di abitanti, ed immense perdite materiali sia al nord sia al sud. Il sud agricolo si è sviluppato sotto supervisione americana, poi giapponese, nel modo brutale che contraddistingue il giovane capitalismo: accumulazione del capitale basata sullo sfruttamento senza remore della mano d’opera, severe limitazioni all’attività sindacale (il che non ha impedito lo scoppio di durissimi conflitti sociali), una ferrea dittatura militare. Dopo anni di sfruttamento terribile, con orari di lavoro che arrivavano anche a 70 ore settimanali e salari di fame, il proletariato coreano, grazie anche a stupende rivolte classiste, è riuscito ad imporre un certo miglioramento delle sue condizioni di vita e di lavoro. Ma se il livello di vita è più sopportabile, le differenze tra i redditi si sono allargate, determinando il relativo impoverimento delle classi più deboli. Nel 1970 il 20% più benestante si accaparrava il 42% del PIL, ma nel 1994 disponeva di più del 46% di una torta divenuta molto più grande.

D’altronde le condizioni di vita medie del proletariato coreano sono ancora peggiori di quelle dei lavoratori dei maggiori paesi capitalistici: il salario minimo per 8 ore su 24 giorni è pari a circa 800.000 lire e solo dal 1995 è stato introdotto il sussidio di disoccupazione (70 % dell’ultimo salario per tre mesi), di cui, teoricamente, possono beneficiare tutti i lavoratori; ma un sindacalista così commentava: ‘L’assicurazione per disoccupazione è stata introdotta un anno fa ed è un fondo assicurativo privato, anche se gestito dal governo: il lavoratore che contribuisce ne ha diritto, ma per arrivare all’assegno di disoccupazione bisogna aver contribuito per una decina d’anni. Nei paesi europei esistono sistemi di solidarietà sociale. Qui l’unica solidarietà è la famiglia’.

Se è vero che la struttura produttiva della Corea del Sud si caratterizza per i grandi giganti dell’industria, i cosiddetti ‘chae-bols’, i salariati impiegati in industrie con più di mille operai sono circa 800.000, mentre 3,5 milioni lavorano nella piccola e media impresa con meno di 100 operai (e tra questi 2,4 milioni in industrie con meno di 50 lavoratori).

La crisi internazionale del capitale colpisce anche le giovani economie asiatiche e la Corea del Sud, il ‘dragone’, l’undicesima potenza commerciale del mondo, non è riuscita a tenersi fuori dalla burrasca. Nel 1995 si stima che la bilancia commerciale abbia accusato un deficit di ben 23 miliardi di dollari, il doppio del 1995. I grandi gruppi industriali, come Samsung, Hyunday, Daewod, hanno sofferto per la caduta dei prezzi dei componenti elettronici, ma è stato il loro indotto a subirne le conseguenze maggiori. I fallimenti nelle piccole aziende si sono moltiplicati.

L’adesione della Corea del Sud all’Organizzazione per la Cooperazione e lo Sviluppo Economico, che raggruppa i maggiori paesi industrializzati, se impegna ad aderire ad alcune normative, significa soprattutto il pieno inserimento nel mercato mondiale e questo impone al Capitale di assicurarsi tutte le condizioni per continuare ad essere concorrenziale. Naturalmente il dito è puntato sui lavoratori, ormai retribuiti ‘troppo bene’ rispetto agli omologhi cinesi o vietnamiti, o anche della Corea del Nord, e abituati addirittura ad avere un posto fisso!

Secondo un uso tradizionale nel paese, è stato il governo, aperto strumento del padronato, a farsi carico di questa esigenza con la giustificazione di adeguare la legislazione agli standard richiesti per l’adesione all’OCSE. Riunitosi segreta-mente prima dell’alba, in modo da escludere i partiti d’opposizione, i 155 deputati del Partito al governo ‘Nuova Corea’ hanno approvato in sei minuti ben 11 leggi. Tra queste due sul lavoro che prevedono la possibilità di licenziamenti economici in massa e non più su base individuale per procedere ad aggiustamenti strutturali e aumentare la produttività delle aziende; rietano a chi ha perso il lavoro di aderire al sindacato; vietano alle aziende di retribuire i lavoratori durante lo sciopero; permettono di assumere personale temporaneo per sostituire lavoratori in sciopero; introducono una ulteriore flessibilità dell’orario di lavoro che ufficialmente è di 44 ore settimanali (con la nuova legge l’azienda può concentrare le ore di lavoro in certi periodi, fino ad un massimo di 56 ore settimanali, purché sia rispettata la media delle 44 ore). Viene anche prevista la libertà di organizzazione sindacale, che è una delle clausole per l’adesione all’OCSE, ma solo a partire dal 2002, mentre il sindacato illegale KCTU verrà riconosciuto a partire dall’anno 2.000; viene comunque ribadita la proibizione di formare sindacati per gli impiegati pubblici e in particolare per gli insegnanti.

Un altro provvedimento riguarda la riderazioni di lavoratori che raccolgono ciascuna moltissimi sindacati, essendo infatti vietata dalla legge la contrattazione collettiva per categorie a scala nazionale (come invece avviene ancora in Italia o in Francia, ad esempio); non esistono sindacati di categoria ma un sindacato in ogni posto di lavoro.Il sindacato ufficiale KFTU fu creato, come sindacato di Stato negli anni ’50 e sembra che conti 1.200.000 iscritti. Potrebbe essere paragonato alle Confederazioni fasciste, gli Stati Uniti infatti avevano imparato dal Fascismo e dal Nazismo l’utilità dei sindacati di Stato per ingabbiare e controllare la classe operaia e, dopo la guerra, li hanno imposti in tutti i paesi da loro occupati. Lo stesso ha fatto la Russia nei paesi sotto il suo controllo.

Esiste poi un sindacato illegale, sorto da poco più di un anno, nell’autunno del 1995. La KCTU non è riconosciuta dal Ministero del lavoro, mentre possono esserlo i singoli sindacati aderenti. Le leggi coreane attualmente non ammettono più di un’organizzazione sindacale in un luogo di lavoro o in una categoria professionale, nuove organizzazioni sindacali non possono quindi essere riconosciute perché nella maggior parte dei casi esiste già il sindacato statale.

La KCTU ‘ha raccolto e unificato l’esperienza della miriade di organizzazioni indipendenti di lavoratori nate dopo il 1987, quando è iniziato un processo di democratizzazione in larga parte imposto proprio dalle proteste di operai e studenti: nello spazio di tre mesi nacquero quattromila sindacati indipendenti che denunciavano tra l’altro la cappa del sindacato ufficiale’ (Il manifesto, 16 gennaio). Si calcola che organizzi circa 500.000 lavoratori ed è presente soprattutto nei settori dell’automobile, dei cantieri navali, dell’industria metalmeccanica.

La sindacalizzazione è pari all’80% nella grande industria e al 12% nelle medie e piccole. La reazione alle ultime leggi antisindacali è venuta naturalmente dal KCTU ; i suoi dirigenti per adesso si sono mostrati inflessibili: prima di iniziare ogni trattativa il governo deve ritirare le leggi ‘illegittime’. Il segretario generale del sindacato illegale, Kwon Young-Kil, non sembra farsi molte illusione sul preteso regime ‘democratico’ coreano: ‘Sono stati arrestati più lavoratori durante la presidenza di Kim Young-sam che prima; con il suo governo abbiamo visto politiche e pratiche decisamente antioperaie; si accredita come capo di un governo civile e democratico ma è solo la facciata’, ha dichiarato ai giornalisti. Lui stesso d’altronde è stato più volte incarcerato a causa della sua attività nel sindacato e su tutti i dirigenti dello sciopero pesa adesso l’accusa di sciopero illegale, oltre a quella, sempre utilizzabile, di essere agenti della Corea del Nord. Il sindacato KCTU è tollerato dalle autorità perché costituisce una forza reale, riesce persino ad avere degli uffici aperti al pubblico, ma in qualsiasi momento le sue attività possono essere considerate criminose e i suoi militanti spediti in galera.

LO SCIOPERO

E’ dal giorno dopo Natale che i lavoratori coreani sono impegnati in una serie di ampie mobilitazioni che coinvolgono tutti i settori con scioperi, assemblee e gesti di dissenso; per quattro giorni hanno scioperato circa 380.000 lavoratori, poi con l’inizio del nuovo anno ogni giorno tra 150e 200.000, mobilitati dalla KCTU.

Il KCTU ha modulato in questo periodo l’intensità degli scioperi, mobilitando circa 200.000 lavoratori al giorno; gli operai della grande industria, automobile, cantieri navali, saltano dei turni o fanno brevi fermate: ‘Non è uno sciopero a tutto vapore perché siamo preparati ad una lotta di lunga durata, bisogna saper abbassare la temperatura, modulare e poi riprendere e tenere’, ha spiegato il responsabile internazionale del sindacato Yoo-Youngmo.

La notte del 14 gennaio è scaduto l’ultimatum dato al governo dalla KCTU per ritirare le leggi antioperie.

Per il 14 e il 15 gennaio anche la KFTU, il sindacato di Stato, ha chiamato allo sciopero parte dei suoi aderenti, soprattutto del settore pubblico, lasciando però al lavoro quanti sono considerati ‘essenziali’ per ‘evitare una paralisi nazionale’ (proprio come le ‘squadre comandate’ volute dai sindacati nostrani); era previsto di fare scioperare circa 700.000 lavoratori: metropolitane, taxi, autobus, impiegati pubblici, ospedalieri e per la prima volta anche i bancari. Il 14 gennaio si sono fermati 420.000 lavoratori, oltre ai 40.000 dell’automobile e dei cantieri navali di Uslam, la città della Hyunday, tra cui insegnanti, ospedalieri, lavoratori dei servizi elettronici, impiegati e anche bancari. Però le banche non hanno chiuso e anche metropolitane e autobus hanno continuato a funzionare senza bisogno dell’intervento delle squadre di personale tecnico dell’esercito già predisposte per sostituire gli scioperanti. Sono bastate le squadre comandate dal sindacato statale e gli autisti che non hanno aderito allo sciopero.

Il 15 avrebbero dovuto fermarsi telecomunicazioni, giornali, camionisti, ancora impiegati e insegnanti, forse 500.000 persone, ma pare che Io sciopero non sia sempre riuscito al meglio. ‘A Seul i trasporti in pratica non sono stati toccati (hanno aderito solo 7 degli 88 sindacati degli autobus) e il metrò che trasporta quotidianamente circa 4 milioni di persone ha viaggiato normalmente (…) A Pu-san invece, grande porto del sud della penisola e seconda città del paese, l’ordine di sciopero sembra essere stato più seguito: 10.000 tassisti e 25 sindacati dell’autobus vi hanno aderito. I portuali si sono aggiunti al movimento che ha gravemente perturbato la vita di questa città considerata come il ‘feudo* del presidente Kim Young-sam’ (Le monde, 16 gennaio).

A Ulsam la lotta ha raggiunto momenti di fortissima tensione; nei giorni scorsi un operaio si era dato fuoco davanti ai cancelli della Hyunday Motors mentre la polizia attaccava gli operai in sciopero e l’azienda aveva proclamato la serrata; il giorno 15 ai cantieri navali folti gruppi di crumiri, con l’aiuto di buldozer hanno sfondato i picchetti degli scioperanti, che rispondevano con ingiurie e lanci di secchi di vernice e sono riusciti a spezzare lo sciopero. Nel 1989 i lavoratori di questa città avevano condotto uno sciopero di ben 109 giorni, scontrandosi in modo durissimo con i battaglioni antisommossa della polizia; ‘Negli scontri di strada per difendere l’occupazione dei cantieri, i nuclei più duri degli operai avevano seminato il panico tra i ranghi dei poliziotti facendo rotolare contro di loro bidoni di petrolio in fiamme e tempestandoli con una pioggia di dadi e bulloni1 (La repubblica, 16 gennaio).

Il quartier generale della protesta è stato stabilito in una tenda davanti al sagrato della cattedrale cattolica di Seul. Centinaia di operai, armati di spranghe la difendono fisicamente da sorprese da parte della polizia; sulla testa dei sette sindacalisti che dirigono lo sciopero pende infatti da tempo un mandato d’arresto per ‘ostacolo allo svolgimento delle attività produttive’, ‘violazione della legge sugli assembramenti’ e, per alcuni, ‘violenza pubblica’, reati punibili con tre anni di prigione e lavoro forzato. Di fronte al rifiuto dei sindacalisti di comparire dinanzi al tribunale, 1’11 gennaio una folta schiera di agenti in borghese ha tentato di procedere al loro arresto ma sono stati fermati dai picchetti operai e in seguito la polizia ha momentaneamente rinunciato ad arrestarli per evitare di gettare benzina sul fuoco; il KCTU ha però denunciato che dall’inizio di questa lotta sono stati arrestate alcune decine di sindacalisti e ne chiede la scarcerazione. Il 16 gennaio sono stati arrestati quattro dirigenti sindacali a Mokpo, nel sud est del paese alla Halla Enginering and Heavy Industries.

La partecipazione allo sciopero, più bassa rispetto alle previsioni, si può spiegare secondo i sindacalisti del KCTU con la paura fra i lavoratori di essere licenziati e inoltre dal fatto che la propaganda governativa tende ad identificare i sindacalisti come degli ‘agenti provocatori della Corea del Nord’.

L’ATTEGGIAMENTO DEL GOVERNO

Il governo tiene duro perché l’economia coreana dopo anni di risultati da record è in forte crisi, questa deriva dall’erosione della convenienza internazionale dei prezzi coreani dovuta all’incremento dei costi di lavorazione. Il presidente ha infatti ribadito che la nuova legge è necessaria per assicurare la competitività dell’economia coreana; ha dichiarato che il governo e il settore pubblico devono dare l’esempio e ha ordinato ai suoi ministri di tagliare almeno 10.000 posti nella pubblica amministrazione (pari ad una riduzione dell’1% dei dipendenti pubblici).

E il padronato punta il dito sugli aumenti salariali che ha dovuto concedere negli ultimi anni. Tra il 1990 e il 1994 i salari del settore manifatturiero sono aumentati del 16%, rispetto al 10% di Taiwan e al 3% del Giappone. Anche la produttività è stata superata da quella di questi due paesi.

La ricetta fornita dal Capitale è quella di ridurre i salari agli operai alla produzione e soprattutto ridurre la massa salariale procedendo a massicci licenziamenti: dall’inizio dell’anno le grandi società coreane per abbassare i costi hanno già provveduto ad una prima ‘ristrutturazione’ mandando in prepensionamento circa 3.000 quadri dirigenti; si tratta adesso di estendere i provvedimenti a decine di migliaia di operai che si vorrebbe però licenziare tout court.

Il governo è ancora in fase d’attesa: procede ad arresti mirati, fa intervenire la polizia solo in determinate occasioni, aspetta l’indebolirsi del fronte di sciopero per passare alla repressione dura; già durante la giornata del 15, vista la non grande adesioni alla manifestazione del KCTU a Seul, la polizia è intervenuta duramente, con l’appoggio di blindati muniti di lanciagranate, contro i circa 20.000 manifestanti, mentre ha lasciato che si svolgesse indisturbato il raduno del sindacato statale KFTU. Per scongiurare lo sciopero del 14 e 15 gennaio il governo aveva proposto al capo del KCTU un incontro televisivo col Presidente del partito al governo, incontro che era stato rifiutato dal sindacato con la motivazione che prima di ogni trattativa era necessario che si ritirassero le leggi contestate. Dopo lo sciopero il sindacato ha cambiato idea e si è detto disposto ad accettare il dibattito televisivo: a quel punto, visto l’esito non riuscitissimo dello sciopero, il governo è passato all’offensiva e ha rifiutato l’incontro, dichiarando di non essere disponibile a discutere con una persona ‘ricercata dalla giustizia, anche in televisione va osservata la legalità’.

LA PROSPETTIVA

Le lezioni e gli atteggiamenti assunti a seguito di questa lotta riteniamo che saranno molto importanti per il KCTU, che attualmente pare mantenere quelle caratteristiche di classe sulle quali è nato e che permettono a tutt’oggi ai lavoratori di poterlo utilizzare come organismo efficace per la difesa delle loro condizioni di vita e di lavoro. E’ certo che sarà sempre più difficile restare su queste posizioni.il padronato coreano ha dovuto riconoscerne ufficialmente l’azione (anche se dall’anno 2.000), dopo che è stato costretto a subirne la forza nei posti di lavoro. Nel tempo che rimane cercherà con ogni mezzo di influenzarne la politica per trasformarlo in un organismo con cui ‘collaborare’ per il buon andamento dell’economia nazionale. In questo senso sono dirette le pressioni del sindacato ufficiale ed in questo senso spingono anche le associazioni sindacali internazionali, in primo luogo la Confederazione Internazionale dei Sindacati Liberi che non ha mancato di mandare i suoi bonzacci in Corea a portare la ‘solidarietà’ ad ambedue le organizzazioni sindacali, sia alla KFTU che alla KCTU, spingendo perché si avvii un processo di unificazione delle due organizzazioni sindacali. Questo significherebbe soltanto l’affossamento del sindacato di classe.

Il bonzaccio di turno, prima di ripartire, ha tracciato un primo bilancio della sua azione di pompieraggio: ‘Sottolineo lo ‘storico’ avvicinamento tra le due organizzazioni sindacali sud-coreane che hanno concordato un piano comune. Non tanto sul piano delle azioni di lotta: la KCTU ha mantenuto lo sciopero articolato negli ultimi due giorni (ieri si sono fermati 260.000 dei suoi iscritti), mentre la FKTU punta su due scadenze, una sindacale, intorno a maggio [campa cavallo!], la stagione di trattative sul salario in tutto il paese, l’altra politica, a dicembre [!], per le elezioni presidenziali. Ma hanno un obbiettivo comune: revocare le leggi sul lavoro e sui servizi di sicurezza nazionale, riconoscere legalmente e politicamente tutti i sindacati, revocare i mandati d’arresto’ (Il manifesto, 17).

Ma l’unità della classe lavoratrice coreana non si costruisce con gli accordi di vertice con servi dello Stato quali sono i dirigenti del sindacato KFTU. Alcuni commentatori hanno detto che questo sindacato avrebbe perso con gli anni il suo carattere ‘statale’ per spostarsi tiepidamente verso la difesa degli interessi dei lavoratori e tutti hanno voluto rimarcare la sua adesione al movimento di lotta dei giorni scorsi. A noi comunisti sembra che le cose siano esattamente all’opposto. Il KFTU ha aderito alla lotta per evitare di essere definitivamente relegato a sindacato ‘della polizia’, per evitare di essere abbandonato da un’altra consistente parte di iscritti, per cercare infine di avvicinarsi al nemico KCTU, per staccarlo dalle sue posizioni classiste e portarlo verso la collaborazione di classe.

In Italia abbiamo avuto un esempio, non ancora del tutto dimenticato, dell’‘unità sindacale’, voluta dai vertici della CGIL nel corso degli anni ’70 con le organizzazioni dichiaratamente ‘bianche’ e ‘gialle’ della CISL e della UIL: noi comunisti volemmo difendere la tradizione della CGL rossa e demmo battaglia, con le nostre poche forze, indicando ai lavoratori di opporsi all’unità di vertice per costruire l’unità vera, alla base, nelle lotte. L’unità delle tre sigle sindacali costruita con patteggiamenti dall’alto, dicemmo allora, avrebbe solo portato la CGIL a perdere anche quel poco che ancora manteneva di sindacato rosso, proletario, a rinunciare definitivamente alla sua tradizione e a diventare anch’essa un sindacato filostatale. Di fatto l’unità di vertice è stata realizzata, è in atto da anni, e la nostra pessimistica previsione si è verificata: i lavoratori che oggi in Italia vogliono e vorranno difendere le loro condizioni di vita e di lavoro devono e dovranno farlo organizzandosi fuori e contro la trinità sindacale filostatale CGIL-C1SL-UIL, in nuovi organismi economici di classe.

Questa solo deve essere l’esperienza da trasmettere oggi alle giovani avanguardie del proletariato coreano: il KFTU è un’organizzazione da combattere, da svuotare, non da conquistare perché è inconquistabile, proprio per la sua natura di sindacato ufficiale, di Stato.

Le libertà sindacali non sono assicurate in alcun Paese capitalistico: ovunque i sindacati di classe (non quelli ufficiali filogovernativi) sono appena tollerati e sempre soggetti alle persecuzioni dello Stato quando si arriva a un vero scontro di classe. Questa l’esperienza dell’occidente ‘ricco’ che deve essere trasmessa ai coraggiosi e forse ingannati proletari coreani, portati a sperare in una miglioramento delle loro possibilità di organizzazione in un regime di illusoria ‘vera democrazia’. La ‘libertà’ di organizzazione sindacale in ogni paese capitalistico, sia questo fascista, sotto dittatura militare, sia a regime ‘democratico’ non può essere ottenuta e mantenuta che con la forza dell’organizzazione stessa, con la difesa della sua indipendenza di classe.

L’appoggio che il sindacato KCTU sta oggi trovando tra strati intellettuali coreani, in parte degli studenti e soprattutto nella chiesa cattolica, se apparentemente può sembrare utile a difenderlo dalla repressione statale, è però estremamente pericoloso perché tende a spostare la linea politica dell’organizzazione dall’intransigente difesa delle condizioni proletarie e solo proletarie, a quella del compromesso, della collaborazione con altri strati sociali e poi con altre classi, ad entrare nell’ingranaggio dello Stato. L’illegalità, la forte volontà di lotta proveniente dalla base operaia, hanno probabilmente protetto fino ad ora il sindacato KCTU dal cadere nelle maglie del collaborazionismo con lo Stato e col padronato, mentre il sindacato ufficiale è stato costretto, per mantenere la sua influenza almeno su una parte dei lavoratori, a differenziare la sua azione e a non accettare supinamente ogni ordine del governo. Ma la prospettiva di una loro collaborazione deve essere combattuta dai lavoratori più coscienti se non vorranno perdere i risultati ottenuti in decenni di sacrifici, di persecuzioni, di lotte spesso eroiche.

Il sindacato, non essendo un organismo politico ma di difesa economica dei lavoratori, può difficilmente mantenere la propria indipendenza di classe se non è direttamente influenzato dal programma storico di emancipazione del proletariato, il programma che distingue il partito comunista rivoluzionario e internazionale. A questa consapevolezza dovranno giungere anche i lavoratori coreani, liberandosi dagli schemi che hanno identificato fino ad ora il comunismo col regime della Corea del Nord, che col comunismo non ha e non ha mai avuto nulla a che vedere. In questo processo anche l’unificazione dei due paesi, che pare approssimarsi, non potrà che avere una funzione di positiva chiarificazione.