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[RG-20] Traiettoria e catastrofe della forma capitalistica nella classica monolitica costruzione teorica del marxismo (Pt.1)

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Moderartikel: Traiettoria e catastrofe della forma capitalistica nella classica monolitica costruzione teorica del marxismo

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Riassunto del Rapporto alla riunione di Piombino, 21-22 settembre

Avvertenza

Il tema sull’economia capitalista in occidente, ed in sostanza sulla economia capitalistica in generale, è stato direttamente trattato finora in tre riunioni: Cosenza, Ravenna e Piombino.

Dopo ciascuna riunione è stato sempre dato un resoconto sintetico, ed è il caso di fare altrettanto per la terza, testè svolta. Di conseguenza osservino i compagni e i lettori che quanto pubblichiamo qui di seguito costituisce un testo a sé stante, e non la continuazione del rapporto diffuso che si è iniziata nel n. 16 di questo giornale, ha seguitato nel n. 17, e nel n. 18 figura solo con l’inserzione del quadro sullo sviluppo della produzione industriale russa dal 1913 al 1956. Tale rapporto sarà poi ripreso nei prossimi numeri per il completamento del suo testo particolareggiato, riattaccandosi alle puntate ora dette.

Poiché la pubblicazione di tutto lo studio non sarà breve ci è sembrato bene non rinviare la presentazione, anche in forma sommaria, di svolgimenti dati a Piombino per quella che sarà la parte finale, ossia la piena integrale ed intransigente rivendicazione della descrizione marxista del capitalismo, nel corso che ha condotto fino ad esso, e in quello che presenterà la sua fine storica, collegata da un lato a strette citazioni dei testi ormai secolari, e dall’altro alla demolizione di tutti i pretesi demolitori della nostra economia rivoluzionaria che non seppero o non vollero trovare nella nostra scuola, già scritta, la condanna delle loro più o meno prezzolate elucubrazioni.

Il lettore intende che saremo brevi nel riferire quella parte iniziale che ha già trovato posto nel resoconto diffuso, e che riguarda in ispecie il corso storico della produzione industriale capitalista e le norme che ne regolano gli incrementi.

INTRODUZIONE


Tre vie al dilemma storico Russia – Occidente

Il relatore come ogni altra volta tracciò lo stato generale del piano di lavoro che conduciamo in queste riunioni, che negli ultimi tempi, salvo alcune su temi specifici (Polemica della Sinistra con l’I.C.; Principi di base storici e sociali del programma comunista), si sono in certo modo divise in due rami: struttura sociale ed economica russa da un lato – corso dell’economia capitalista dall’altro. Il lettore trova i richiami a questo lavoro, e alle varie pubblicazioni curate dal partito, nei resoconti immediati di Cosenza e Ravenna come all’inizio di quello diffuso testé in corso di pubblicazione, e non li ripetiamo (Programma n° 19 del 1956, n° 3 e 4, n° 16 del 1957).

Il relatore prospettò per quali motivi questa contrapposizione di termini tra Russia e capitalismo occidentale domina la scena storica e politica degli ultimi quarant’anni. Per i nostri avversari di tutte le sponde l’antitesi viene, a dar buon gioco ai traditori del comunismo, mantenuta ferma come un’antitesi tra classi e forme di produzione; tra socialismo proletario e capitalismo borghese. Per noi all’opposto, nel corso storico di questa moderna fiammeggiante vicenda, tre ben diversi «tempi» si sono succeduti.

Tre vie sono state successivamente annunciate e i loro nomi sono questi: Rivoluzione – Guerra – Emulazione.

Noi siamo e restiamo solidali solo della prima via, aperta colla rivoluzione di Ottobre 1917 e chiusa colle sconfitte delle sinistre rivoluzionarie in Russia ed altrove. Era la via di Lenin.

La seconda via può portare il nome di Stalin e l’etichetta: costruzione del socialismo nella sola Russia. Nella realtà è la via della costruzione di una forza industriale, militare ed imperiale su cui aleggia il mito di un rovescio in guerra di tutti gli Stati ed imperi di Occidente; prima la Germania e poi l’America, nella paranoia di cui morì Stalin; con l’arrivo del comunismo in tutto il mondo borghese a bordo dei carri armati, nell’inganno diffuso nel mondo dalla pandemia di ebetismo dei suoi seguaci. Stalin muore nel 1953, ma il suo orrendo mostro teorico gli era premorto, con la guerra di Corea e la ripresa delle economie imperiali dell’Ovest.

A questo mostro orrendo in linea di dottrina, ma non schifoso nella condotta politica quanto il mollusco che lo seguì, è succeduta la terza via, che si può dire del ventesimo congresso, e dei cortigiani di Stalin vivo che orinano sul suo grosso cadavere; ed è la via della ipocrisia di pace, la via della Emulazione, che a un pari scempio delle teorie di Marx e di Lenin aggiunge un’immensa vigliaccheria storica, che bisogna riconoscere assente nella Russia di Stalin, di Stalingrado e del 38° parallelo.


La fornicazione comparatrice

La prospettiva del secondo dopoguerra mondiale non ha conosciuto nulla di simile all’attesa dei lavoratori di tutto il mondo nel primo dopoguerra, quando le proclamazioni della Terza Internazionale e di Lenin dai congressi di Mosca annunciavano come sviluppo della rivoluzione bolscevica e della vittoria in Russia contro le forze della reazione borghese mondiale, l’assalto per la conquista del potere e della dittatura proletaria negli Stati d’Europa. Nel secondo dopoguerra questa grandiosa promessa era stata rinnegata, come conseguenza dello stritolamento della vecchia guardia bolscevica in Russia e del patteggiare con gli Stati capitalistici in Europa e nel mondo, nella guerra, prima di Hitler e poi dei suoi nemici. Ma l’illusione proletaria ebbe un’ondata verso una seconda attesa che sapeva di tragedia: il secondo colpo che Stalin aveva annunziato nel 1938, e tramato nei patti di Yalta. Si sognò un assalto delle divisioni corazzate russe, sui campi fatali della vecchia Europa, alle forze americane e anglo-francesi. Oggi le due fasi, aurea la prima, di sinistro orpello la seconda, sono entrambe dichiarate sepolte. I russi firmarono la prima abiura sciogliendo il Comintern, la seconda sciogliendo quella larva che fu il Cominform, dal nome di bottega oscura e fetida.

Proclamata come traguardo e come nuovo sogno dei servi la Pace dichiarata, la Coesistenza dei due mondi separati dalla Cortina, proposta per una lunga storia di domani la bianca gara di un freddo confronto di numeri e di statistiche, questa terza via dell’Emulazione si imbinariò sull’attuale insidiosa strada polemica: la comparazione quantitativa dei risultati rispettivamente ottenuti, dopo tornei di pubblicistiche promesse, dalle «due economie» agenti nei pretesi «due sistemi».

Stalin bestemmiò con tutta la sua autorità, prima di morire, il verbo di Marx e di Lenin, implicitamente identificando i due sistemi nell’unico della produzione delle merci, assumendo che il suo sistema la accelerasse più di quello del vecchio capitalismo dell’ovest, che nel delirio dell’agonia vide travolto in una fase di sottoproduzione industriale, laddove noi sperammo: sappiamo che il capestro che strozzerà tutti i capitalismi, l’unico, è il capestro della sovraproduzione mercantile.

I suoi eredi bestemmiarono lui per connotati «morali» che valgono ad epatare il borghese, ma più a fondo di lui e con maggiore blasfemo verso i principii del marxismo leninismo si cacciarono nella corsa industriale mercantile, vedendo nel suo precipizio la vittoria del sistema «socialista», che senza la rivoluzione, e senza la guerra di Baffone, avrebbe indotto il resto del mondo ad una adozione tanto incruenta, quanto quella che surroga il parto di organismi vivi e vitali; soluzione modellistica e borghesemente «campionaria» che disonora in una parodia oleosa gli antichi ma generosi sogni degli Utopisti cancellati, senza disprezzo, da Marx.

Una tale comparazione e commisurazione, possibile tra simili e non tra rivali, pur non essendo che fornicazione ed intrigo, obbligò alla polemica, al Dialogare col morente Stalin, con le riviventi sue vittime e i nati-morti suoi epigoni, per mostrare: primo, che la diversità tra i due termini non sussiste ma è identità di struttura; secondo, che il paragone tra le squallide cifre, tra la cubatura dei due sepolcreti imbiancati, non vede la vittoria quantitativa dalla parte russa.

E poiché su tale passerella non potevano che convergere gli emulatori dell’altra banda, la polemica non poteva non riguardare anche loro, le loro versioni parimenti livide delle leggi della struttura mercantile, della cui caducità miserabile nei due campi emulativi vi è pari tremore.

Tanto ci preme provare che il decorso del presente capitalismo russo segue le stesse norme e leggi che quelli dei capitalismi statali storici; tanto ci preme pure mostrare che, alla luce vivida del tempo di Marx, cui non mancava nessuna fascia dello spettro luminoso, essi non si rincorrono che su una medesima pista storica, che ha per traguardo la morte del mercato, la morte del denaro, la morte del lavoro pagato, e una società, la potenza dei cui caratteri, nota da un secolo al marxismo, non può essere contenuta in figurini pubblicitari, promessa attraverso cataloghi di empori borghesi, campionata negli istituti filistei delle accademie economiche.


SVILUPPO STORICO DEL CAPITALISMO


Materiale statistico numerico e grafico

L’illustrazione dei prospetti e diagrammi esposti a Piombino è in buona parte già pubblicata nei numeri 17 e 18. Basterà riportare l’elenco di tali elaborati.

Un grande grafico già mostrato alla riunione di Ravenna corrisponde al prospetto primo del numero 16. Esso contiene gli indici della produzione industriale, fatto eguale a 100 quello dell’anno 1913, per quattro paesi: Inghilterra, Francia, Germania e Stati Uniti. L’anno di inizio risulta, nell’ordine ora detto, il 1761, il 1859, il 1800 e il 1827. Per ogni paese ed ogni anno considerato (tutti, dal 1859 in poi) sono in evidenza i massimi, o punte verticali della linea, e i minimi, o punte volte in basso, compresi in due finche del prospetto per ognuno dei quattro paesi.

Al prospetto secondo anche pubblicato nel n. 16 (i commenti di dettaglio sono nella successiva puntata del n. 17), hanno relazione non uno ma due grafici, che furono in primo tempo usati alla riunione di Cosenza, rifatti per la riunione di Ravenna, ed accuratamente controllati per questa occasione. In questi grafici figurano sette paesi, ossia si aggiungono ai già detti, Russia, Giappone ed Italia, ma il ciclo considerato è solo quello dal 1946 al 1956. Gli indici sono collegati al 1937 e al 1932, per il quale anno si adottò il valore base 100. Un primo grafico mostra la linea degli indici della produzione industriale, un secondo quella degli incrementi annui rappresentati nei colori convenzionali da tratte orizzontali per ogni anno.

Nel n. 17 è stato poi pubblicato un prospetto terzo, la cui calcolazione fu annunziata alla riunione di Ravenna, e che si limita per i motivi spiegati ai quattro paesi del primo prospetto, e agli anni dal 1859 ad oggi. Tale prospetto, diviso in quattro tabelle, raccoglie sia le cifre degli indici annui costituenti massimi, sia quelle della durata degli intervalli, del corrispondente aumento totale e dell’aumento annuo medio del periodo, calcolato coi noti criteri illustrati dal grafico stampato nel n. 16. Paese per paese, alla prima serie di periodi ne segue un’altra più raggruppata detta dei «cicli brevi» e un’ultima dei «cicli lunghi» con le stesse cifre calcolate.

Questo sviluppo, come noto ai lettori, serve a dimostrare come nei quattro paesi e nell’ultimo secolo si è verificata la legge del decrescere dell’incremento relativo. La verifica, come bene spiegato a voce e nel resoconto dettagliato, si ottiene studiando il decorso «al di sopra delle congiunture» ossia secondo curve che «inviluppano» quelle dei massimi.

Questa dimostrazione è forse più evidente nella presentazione numerica, di cui i compagni già dispongono, che in quella grafica disposta in due grandi tavole mostrate a Piombino. Una dava le tre curve di Francia, Germania e Inghilterra, e l’altra quella degli Stati Uniti, la cui ascesa è molto più accentuata.

Nei grafici figurano le verticali degli anni di massimo, e la curva I o dei periodi tra due massimi, in linea piena del dato colore (Inghilterra azzurro, Francia violetto, Germania bruno, USA rosso). Indi figura, generalmente tutta più alta, la curva II (meglio linea spezzata, per semplicità) dei cicli brevi, e infine la curva III dei cicli lunghi, segnata la II a tratti e punti, la III a tratti e due punti. Su questa erano scritte le rate finali degli incrementi, tutte in decrescenza come dal prospetto terzo.

Di queste due grandi tavole vennero date ampie spiegazioni, ponendole in rapporto coi calcoli i cui risultati figurano nel prospetto terzo. Fu illustrato ai convenuti che la palese verifica della legge di decrescenza del ritmo incrementale annuo medio non è affatto in contraddizione col fatto che, per chi osserva il grafico a colori, mentre la linea della produzione anno per anno dà luogo, specie nella fase che segue il 1914, ad una spezzata con continue oscillazioni, le curve invece di massimo ascendono sempre, e negli anni più recenti le linee I, II e III assumono una sempre più marcata inclinazione verso l’alto. Tale argomento si riserva al resoconto dettagliato, sia perché richiede qualche considerazione matematica, sia perché è meno agevole la spiegazione senza il sussidio del disegno.

Ci limitiamo in questa sede ad una esemplificazione numerica. In USA dal 1913 al 1929 l’indice della produzione industriale è salito da 100 a 205 in sedici anni. L’incremento relativo totale è del 105 per cento (100 + 105 = 205) e quello annuo medio debitamente calcolato (vedi n. 18, non va fatto 105 : 16 che darebbe più del 7%) è risultato del 4,6. La linea III del grafico era molto acclive. Ma la acclività di tale linea non dà l’idea del tasso annuo, bensì dell’aumento assoluto di produzione in un anno, che è appunto stato il 7 per cento della produzione 1913. Prenda ora il lettore il periodo seguente 1929-1956. In 27 anni si guadagna da 205 a 517, in tutto il 150 per cento, e col calcolo esatto l’annuo 3,5 per cento, che si verifica minore del precedente 4,6, come volevasi dimostrare. Perché allora la linea sale più bruscamente? Facile. Facciamo 517 – 205 ed avremo 312 di aumento assoluto, sempre con l’unità 100 al 1913. In ognuno dei 27 anni si sarebbe avuto un aumento medio bruto del 312 : 27 ossia oltre 11 per cento, e dunque ben più del 7 per cento bruto del precedente periodo. La nostra spezzata, la cui inclinazione denunzia l’aumento assoluto bruto, doveva dunque risultare più inclinata.

Un futuro grafico, che ci auguriamo poter stampare, aiuterà i non matematici ad orientarsi fra tali grandezze e rapporti.


Diagramma post-bellico dell’industria russa

Per formare il prospetto stampato nel precedente n. 18 e che potrebbe dirsi prospetto quarto, si sono impiegati gli indici della produzione russa dati dall’annuario statistico ufficiale di quel governo, dal 1913 al 1956, riducendoli alla base 100 per il 1913. Insieme al diagramma, più completo degli altri come ora diremo, ma limitato almeno per ora al solo anno 1913, fu mostrato nel locale della riunione il grande prospetto fac-simile di quello stampato nel n. 18, uscito dopo la riunione e che oggi il lettore possiede ed è invitato a confrontare.

Il prospetto per la Russia compendia tutti i dati del I, II e III prospetto in quadro unico. Da sinistra a destra sono indicati: gli anni, gli indici relativi, i vertici di massimo e di minimo, gli incrementi percentuali calcolati anno per anno. Indi per determinati periodi intercalari, che per evidenti ragioni sono stati scelti più vicini dei pochi vertici di vero massimo, sono dati gli anni del periodo e gli aumenti totali e annui; infine si ripete altrettanto per i cicli brevi e quelli lunghi.

Anche per dare ragione del dettaglio di questo prospetto dobbiamo rinviare alla prossima puntata del rendiconto diffuso, ed in parte alle annotazioni che corredano il quadro stesso nel n. 18.

Diremo brevemente della presentazione in forma grafica, che anche era più completa che per ogni altro paese. Infatti avendo i dati di tutti gli anni (salvo che per i tragici 1914-1918 e 1941-1942) si è data la curva o spezzata reale degli indici annui; poi la linea dei periodi intercalari, che sono sette, e che giusta il procedimento non ha discese in basso, indi la linea II per quattro cicli brevi e la linea III per due cicli lunghi.

Superiormente e con altro colore si è segnata la linea degli incrementi annui, non medi di periodo, ma effettivi a termine dell’annuario ufficiale; tale linea si vede come una spezzata di tratti orizzontali congiunti da verticali, e la si è omessa ed interrotta negli anni di decremento. Ora, mentre la linea azzurra della produzione sale con audacia, quella rossa degli incrementi relativi è formata da due specie di scalette che, sia pure con qualche sussulto, appaiono subito all’occhio dell’osservatore come discendenti da sinistra a destra, ossia col passare degli anni, dando la sensazione pratica della stessa relazione che poco più sopra abbiamo voluto dedurre dai numeri a proposito dell’America.

L’eloquente prospetto dei dati russi viene a provare che il decorso di quel capitalismo industriale segue le stesse norme del capitalismo storico di occidente: aumento della produzione assoluta e anche dei suoi «scatti assoluti» annui, diminuzione inarrestabile del tasso annuo di incremento relativo su periodi che scavalcano le congiunture, tassi alti come quelli del capitalismo americano dell’ottocento, e in quanto sia possibile notarne di più alti, ma non di molto, spiegati con la norma che il capitalismo russo è stato l’ultimo a nascere e a rinascere. Ci limitiamo qui a collegare tali considerazioni che presentano bene in sintesi questa parte della ricerca con il quadretto dei quattro paesi in ordine di età che nel n. 17 figura nella quarta e quinta colonna della terza pagina. La Russia vi andrebbe segnata dopo gli Stati Uniti e il suo ciclo di partenza, sebbene cronologicamente all’altezza del terzo del quadretto, così completerebbe la «orizzontale dei debutti» (da non confondere col debutto di una orizzontale): Inghilterra 3,6; Francia 4,2; Germania 4,6; Stati Uniti 7,1; Russia 9,1.

Come nell’ordine naturale della forma capitalista di produzione.

Il commercio mondiale

Fino a questo punto gli studi hanno avuto per oggetto la massa della produzione industriale, a suo luogo indicando le fonti delle cifre ed il modo in cui gli autori riferiscono di averle cercate e stabilite.

Con intenso lavoro i compagni prepararono sia un prospetto che un grafico, mostrati alla riunione ma inediti e calcolati molto velocemente, in cui figurano le cifre del commercio interstatale di esportazione e di importazione. Si posseggono le cifre dei principali paesi, e anche dei minori, ma ne verrà fatto uso in seguito. Si possedevano anche cifre della produzione manifatturiera mondiale, ma ragioni di tempo ne fecero rinviare l’impiego.

Si è quindi fatta una verifica sulle cifre del commercio mondiale, e se ne è dedotta la stessa conclusione data per la produzione sulla legge del decrescente incremento.

Anche di ciò riferiamo qui i risultati di grande massima.

Gli indici adoperati sono stati elaborati dal solito autore Kuscinsky con particolare cura per renderli proporzionali al commercio fisico, o in valore reale, salvandosi dalla selva dei cambi e mutamenti di potere di acquisto delle monete internazionali. Accettati per buoni i suoi indici, eccone la conclusione.

I dati dal 1834 al 1929 si sono potuti smistare su quattro periodi.

1834-1860. Anni 26, da 8,5 a 32. Incremento tot. 282%. Annuo medio 5,4%.

1860-1890. Anni 30, da 32 a 94,2. Incremento tot. 194%. Annuo medio 3,7%.

1890-1913. Anni 23, da 94,2 a 197,8. Incremento tot. 110%. Annuo medio 3,3%.

1913-1927. Anni 14, da 197,8 a 261,7. Incremento tot. 32%. Annuo medio 2,0%.

La serie, calcolata «in faccia» agli ascoltatori (mai contraddittori) è risultata limpidissima: 5,4; 3,7; 3,3; 2,0.


Rapporti di forza fra capitalismi

La parte economico-statistica che occupò la prima, e parte della seconda seduta della riunione, si chiuse con l’illustrazione di una statistica della produzione manifatturiera nel mondo che sarà completata e pubblicata a suo tempo dando ragione delle fonti e del modo di elaborazione.

La detta ricerca va dal 1870 al 1938 e resta da sviluppare fino ad oggi. In essa non figurano più indici proporzionali al volume della produzione di ogni paese, ma le cifre percentuali che rappresentano la produzione manifatturiera di ciascuno Stato rispetto a quella mondiale.

I primi sette Stati sono quelli già studiati in quanto precede: USA, URSS, Germania, Inghilterra, Francia, Giappone, Italia. Sono riportati alcuni Stati minori come Canada, India, Belgio, Svezia, Finlandia, e infine in blocco tutti gli altri paesi, che in genere impegnano poco più del 12 per cento della produzione mondiale totale. Una tale tabella è molto suggestiva per seguire gli spostamenti del baricentro delle forze statali capitalistiche.

Nel marxismo la forma capitale parte dall’ideale borghese di libertà che si presenta come indipendenza nazionale, e nella realtà come concrezione di grandi poteri di Stato centralizzati. La concentrazione dei capitali e delle unità geografico-demografiche di potenza ci dà la marcia storica verso il totalitarismo imperialista. La negazione dialettica, che è in questo, dell’ideologismo liberale di partenza, è per noi il vero trampolino di lancio della rivoluzione proletaria. Il capitalismo e il mercantilismo non saranno mai superstatali: il socialismo, uccidendoli, distruggerà la costellazione degli Stati, attaccando i suoi astri di prima grandezza.

Meglio delle parole lo dicono i numeri.

Al 1870 dura ancora il predominio britannico con la percentuale 31,8. Un paese che allora ha un quarantesimo della popolazione del mondo produce il terzo dei manufatti industriali. Nella graduatoria seguono: USA 23,3, Germania 13,2, Francia (da tempo scaduta dal secondo posto) 10,3. Il Giappone è ancora assente, la Russia si affaccia col timido 3,7%, il resto è trascurabile.

Seguiremo solo i grandi mutamenti storici.

Al 1881-1885 il primato inglese è perduto: USA 28,6, Inghilterra 26,6. La Germania in aumento, la Francia in forte diminuzione.

Al 1896-1900 il fatto notevole è l’avvicinamento della Germania all’Inghilterra: USA 30,1, Inghilterra 19,5, Germania 16,6, Francia 7,1. Rileviamo che la Russia (zarista) è al 5, l’Italia a 2,7, il Giappone a 0,6.

Nel 1906-1910 gli USA raggiungono una prima volta il «primato di tutti i tempi» (forse dall’Impero Romano in poi, schiavi a parte …) col 35,3. In Europa il fatto che annunzia la guerra: la Germania scavalca Albione: 15,9 contro 14,7. La Francia scade ancora a 6,4. La Russia è ferma a 5, il Giappone è salito a 1,0 (vittoria in Oriente) e l’Italia a 3,1.

Le cifre della vigilia imperialista del 1913 accentuano tutti questi risultati nello stesso senso.

In via del tutto approssimativa e provvisoria fu qui introdotta la considerazione delle popolazioni, formando un certo indice che tiene conto della produzione a parità di popolazione. Facendo sul senso di esso ogni riserva diamo la graduatoria di potenziale unitario (diverso da quello assoluto) così ricavata: USA 4,0, Inghilterra 3,5, Germania 2,86, Francia 1,60, Italia 0,76, Giappone 0,50, Russia 0,37.

Da queste due serie di dati ben si profila la minaccia tedesca e il motivo del primo intervento USA in Europa, fatto di fiera conservazione del capitalismo.

Dopo i mutamenti di territorio della prima guerra e la ripresa fino al 1926-29 si potrà constatare: gli USA hanno schiacciata l’Europa sotto un nuovo e maggiore primato di ogni tempo: 42,2! Ma la Germania non è stata disfatta per sempre: è tuttavia seconda con 11,6. Le vittoriose seguono: Inghilterra 9,4, Francia 6,6, Italia 3,3. Quanto alla Russia essa non si è ancora ripresa se non fino a riguadagnare la posizione del tempo zarista: 4,3.

Ma è la Russia che campeggia nelle cifre del 1936-38, ossia alla vigilia della seconda guerra mondiale, provocando colla sua potente industrializzazione, su un territorio immenso, la discesa del potenziale statunitense al 32,2 soltanto. La Russia aveva già allora preso il secondo posto con 18,5. Seguivano distanziate: Germania con 10,7, Inghilterra con 9,2, Francia con appena 4,5, Giappone (in forte ascesa) con 3,5, Italia con 2,7, in ripiegamento sensibile.

Di queste cifre abbiamo anche fatta una riduzione a pari popolazione. La graduatoria diviene: 1. USA 2,57; 2. Inghilterra 1,95; 3. Germania 1,34; 4. Russia 1,18; 5. Francia 1,11; 6. Italia 0,61; 7. Giappone 0,50.

Dobbiamo ora rinviare le deduzioni che si possono trarre da una analoga statistica posteriore alla seconda guerra mondiale e riportata ad oggi. Nella ricerca utilizzata sono giustamente evitati gli anni di depressione. Un’indagine del genere di quella fin qui appena delibata può stabilire una relazione tra gli spostamenti dei campi di potenza industriale e gli schieramenti probabili nelle guerre successive: una legge confermata per la prima e seconda guerra mondiale potrebbe dare lumi notevoli nella previsione della terza, portando l’attenzione sui paesi in drecrescenza di prestigio da una parte e quelli in avanzata aggressiva (trattiamo statistica, non – ohibò – morale!) dall’altra.

Qualitativamente è certo che le ultime posizioni degli Stati Uniti, sul terzo del mondo, sono oggi mantenute fermamente; la Russia è progredita a ben oltre il quinto, e forse è al quarto, mentre scadono ancora Inghilterra e Francia (e Italia). La Germania sta provando di poter avere una terza ripresa, e il Giappone una seconda.

Quando fossero rotti i limiti tra mercati, e lasciati nel passato quelli ai disarmi, i focolai di rivalità imperiali lasceranno da parte alcune delle tradizionali potenze europee, e in prima linea saranno i conservatori USA; la Russia, la Germania e il Giappone (o l’Asia). Come si dividano, una rotta dei primatisti d’America sarà sempre il più bell’atout della Rivoluzione, se questa non avrà avuto il tempo di tentare di prendere di anticipo la bestia dell’imperialismo militare.


LA GUERRA DOTTRINALE TRA IL MARXISMO E L’ECONOMIA BORGHESE


Dinamica della forma capitalista

Un punto cruciale antico e moderno della battaglia intorno alle teorie del movimento rivoluzionario proletario è quello se Marx abbia, nelle sue opere e in quella tra esse monumentale, seppur incompiuta alla sua morte, Il Capitale, avuto per obiettivo la sola descrizione delle leggi che governano l’economia capitalistica, o non anche la presentazione alle masse lottanti del chiaro programma dell’organizzazione sociale che uscirà dalla rivoluzione operaia: il socialismo, il comunismo.

La posizione della sinistra marxista radicale, ossia dei soli marxisti che hanno diritto a questo aggettivo (sia proprio o meno il derivare aggettivi da nomi di persone) è stata sempre quella che nell’opera di Marx sta in primo piano – per dirla fuori da tutti gli equivoci in modo crudo – la descrizione dei caratteri della società comunista.

La vecchia obiezione che si richiama all’antitesi tra socialismo utopistico e socialismo scientifico, in cui è una delle corrette espressioni della potenza originale del marxismo è a questo proposito adoperata su di un piano falso.

Utopismo è il «proporre», partendo da una costruzione fatta nella testa dell’autore e dettata da pretesa razionalità, una forma nuova della società che si dovrebbe attuare, attraverso l’adesione degli altri uomini pensanti alla propaganda di quelle avvedute proposte, o nella più deteriore forma, attraverso una decisione dei poteri, dei governi attuali.

Socialismo scientifico non è – se non per gli ex socialisti che sono imborghesiti fino al midollo spinale – disinteressarsi delle caratteristiche della società futura e tacere sulle loro «discriminazioni» da quelle della forma sociale presente, e limitarsi allo studio descrittivo delle leggi di questa forma, dell’attuale economia capitalistica. Socialismo scientifico è il prevedere non secondo piani razionali né preferenze sentimentali o morali, tanto gli svolgimenti dei fenomeni della forma sociale borghese quanto i processi storici attraverso i quali passeranno, e la nuova e diversa dinamica delle forze economiche che ad essi seguirà, non solo, ma si contrapporrà, nella dialettica della ricerca dottrinale e del combattimento rivoluzionario.

Col cadere del condizionamento di questi trapassi al fatto che la loro necessità sia entrata nella testa di tutti, o anche dei più, e colla nozione esatta del problema classe rivoluzionaria, partito rivoluzionario – nozione il cui nome è: dittatura –, solo con tanto muore l’utopismo e con esso muore il suo deforme fratellastro: il socialdemocratismo!

Da decenni e decenni la nostra scuola storica, e da vari anni la nostra piccola attuale organizzazione di lavoro, lo ha dimostrato con opera assidua e con citazioni organiche e dialettiche, non libresche o peggio orecchiate, dei testi classici marxisti antichi e recenti, e specialmente dello stesso Capitale che tutti, fino al pauroso «ateorico» Giuseppe Stalin, degradano e trattano di fredda economia descrittiva, laddove dalla prima all’ultima pagina lo percorse il grido rivoluzionario e la michelangiolesca scultura dello scopo della Rivoluzione. Si tratta di leggerlo come va letto, ossia vivendolo e combattendo ad ogni passo le forme borghesi reali ed ideali contro di cui spietato si avventa senza sosta alcuna.

Fare scienza descrittiva vuol dire accettare come statico, eterno e permanente il quadro dei fatti che si considerano: fare dialettica e programma rivoluzionario vuol dire trarre dai fatti la scienza della loro dinamica inesausta.

Sospinti dal fatto che la descrizione marxista del capitalismo è inseparabile dal calcolo dell’orbita che esso descrive nella storia, gli economisti borghesi si sono per un secolo dati a varare descrizioni diverse e opposte, dalle cui leggi «scientifiche» possa emergere la possibilità di lunga ed eterna vita della forma capitale – id est della forma mercato.

L’inferiorità di questi molteplici tentativi sta nel fatto che essi compiono acrobazie spesso notevoli per dare questa lettura dei fenomeni che presenta il capitalismo contemporaneo, ossia il capitalismo bell’e fatto; ma nulla sanno rispondere o potrebbero rispondere a quella parte gigante della costruzione di Marx che dimostra come il capitalismo – ossia il capitale – è nato e si è formato storicamente, e come ha sostituito precedenti forme della organizzazione sociale.

Il solito giochetto sugli «indici» forniti dalla statistica corrente – a cui i russi hanno così presto e così a fondo abboccato – suppone, in tutti i suoi calcoli e formule fasulle, un grande falso: che mercato e capitale siano sempre esistiti, dalla creazione del mondo.

Marx all’opposto in ogni dimostrazione e in ogni capitolo ritorna da par suo sulla storica origine delle forme che tratta: ciò dai primi classici capitoli del completo Libro Primo, a tutti quelli delle parti del Secondo e del Terzo che ci sono state conservate. Ogni volta che egli enuncia come i caratteri della produzione capitalistica non sono originali («naturali»), ma acquisiti, egli dimostra – decine di volte esplicitamente e centinaia di volte implicitamente – che quei caratteri sono caduchi e che la storia vedrà la scomparsa della forma capitale.


I primi studi per «Il Capitale»

Nella riunione furono largamente utilizzati i materiali che esistono nella postuma opera di Marx, edita a cura dell’Istituto Sovietico, che raccoglie le prime stesure dei suoi testi, anche prima dell’edizione della «Critica dell’Economia Politica», avvenuta in una redazione completa dell’autore nel 1859, e poi trasfusa nei primi capitoli del Primo Libro, apparso nel 1867.

Il gruppo di Parigi ha fornito le traduzioni di passaggi molto importanti dal testo tedesco. Questo, stampato a Berlino nel 1953 dalla edizione di Mosca del 1939-41, col titolo «Fondamenti della Critica dell’Economia Politica» riproduce fedelmente un manoscritto di pugno di Marx in quaderni del 1857-58 costituente la prima stesura in bozza dell’opera in preparazione, di cui solo una parte prese la forma della pubblicazione legale del 1859. In tutto il rimanente del libro attuale, il cui titolo è stato apposto dagli editori e non dall’autore, vi sono stesure di partenza delle parti più diverse del Capitale e perfino trattazioni che non hanno trovato posto in esso e il cui sviluppo si trova sparso in tutta la letteratura marxista.

A mettere in risalto la stragrande importanza di questo testo giovanile (ma già ben successivo sia al Manifesto dei Comunisti che all’Antiproudhon, ossia corrispondente ad un’epoca in cui la teoria economico-sociale era già in forma definitiva nella mente di Marx – come dei compilatori di questi nostri lavoretti dopo un altro secolo esattamente), valsero alcuni rilievi di carattere organizzativo. Nella bozza Marx scrive senza porsi alcuna limitazione per ragioni editoriali, e quindi non ha alcun motivo di mascherare (nel senso di rimettersi ad una lettura particolarmente avveduta e sagace) parti del suo pensiero. Quando invece pensò alla stesura definitiva per la stampa, egli – che sempre ebbe di mira la pubblicazione in Germania e nella lingua tedesca dell’originale – fu costretto, anche dalle gravi difficoltà economiche che mai gli dettero respiro, a fare i conti colla censura in quei tempi rigorosa. Egli quindi rese meno espliciti, senza mai nulla scientificamente sacrificare, i passaggi politici ed agitatori. D’altra parte come egli aveva seriamente lavorato sugli economisti ortodossi, così calcolava che la sua opera di scienza giungesse, oltre che agli operai e ai compagni di fede, anche ai contraddittori scientifici, che indubbiamente un secolo fa non erano la gente spregevole arrivista e venduta di oggi. Egli lasciò quindi che in un primo tempo si pensasse che si trattava di uno studio scientifico nel senso neutro – ma decente – del termine; il che non tolse che scrivesse le innumeri pagine di fiamma che è dato leggere a chi ha fatto del libro materiale non per una biblioteca rinchiusa ma per una vita di lotta, e sa adagiare su quelle pagine le tempeste che seguirono di tanti decenni, e seguiranno ancora.

Sono quindi preziose le pagine della bozza, del borro, piene di passi non limati, di parole in tutte le lingue, di note monche e spezzate, perché utili a irrevocabilmente confermare quanto nei testi «ufficiali» abbiamo da mezzo secolo letto e quanto abbiamo, noi e i nostri compagni di partito e scuola, centinaia di volte senza l’ombra del dubbio affermato, in modo da avere materia per ogni esitante, nemico, lontano e forse talvolta vicino, cui infine possiamo farla andare giù con enunciazioni originali – e perfino passate per il vaglio di una organizzazione maneggiata da seguaci di tutte le deformazioni – martellanti, chiare, evidenti «à créver les yeux»!


Prime capitolazioni del nemico ideologico

Non tarderemo ad attingere alla miniera che abbiamo presentata. E da essa trarremo ancora quel filone principe, in cui è dato vedere come a tutte le critiche degli scienziati «posteriori» era già stata data un’anticipata risposta, e trarremo conferma all’assunto svolto in altre riunioni (vedi Asti, Milano, ecc.) che le teorie dei superatori di Marx sono rimasticature di vecchissime posizioni su cui Marx stesso era già passato trionfante.

Vogliamo mostrare che nelle versioni di economisti ed istituti di ricerca economica del tutto votati alla difesa ed all’apologia del capitalismo, nella stessa terminologia, nella stessa presentazione dei fenomeni economici dell’attuale società, si vanno sempre più largamente adottando espressioni non solo, ma anche metodi di calcolo che originariamente sono stati stabiliti nell’economia di Marx.

Fu mostrato alla riunione un interessante fascicolo-strenna (per i miliardari lo è) della rivista capitalista americana «Fortune». Esso ha il titolo a lettere di scatola: «Fortune 500». Cosa sono le 500? Sono le 500 più grandi intraprese capitalistiche degli Stati Uniti, elencate quest’anno, come nei precedenti, nell’ordine dato dalla grandezza del relativo capitale.

Più volte abbiamo faticato a convincere anche vecchi marxisti professi che per noi il capitale non è misurato dalla grandezza dei mezzi di produzione, ossia dal valore delle macchine, degli utensili, delle officine, delle scorte di materie prime semilavorate o di prodotti invenduti (stock, inventari, merci a magazzino). Il capitale è per noi la somma delle merci vendute in un ciclo, e sia pure l’anno solare, la somma dei prodotti nell’anno di lavorazione. E quando cerchiamo il tasso di profitto di questo capitale, mettiamo in rapporto ad esso il guadagno dell’impresa, che nella nostra terminologia è il «plusvalore». In rapporto, cioè, non al valore degli impianti di cui l’impresa ha la proprietà, bensì proprio al valore di mercato dei prodotti, ossia al volume delle vendite, quello che in Italia, come tante volte detto, si chiama il «fatturato».

Il quadro dei 500 mostri contiene infatti questi dati: nome e sede della Società; «sales», o vendite, o fatturato; «assets» ossia attivo del bilancio patrimoniale, e quindi valore degli stabilimenti e macchine; graduatoria secondo questa cifra, mentre la graduatoria base è secondo le «sales»; profitti netti; capitale azionario (al corso di borsa); numero azionisti; numero dei dipendenti; tasso del profitto in percentuale delle vendite; tasso del profitto in percentuale del capitale azionario.

Non figura nemmeno il tasso di profitto in percentuale degli assets ossia del valore patrimoniale impianti.

Per fissare le idee diremo che la capofila è la General Motors di Detroit, massima industria automobilistica che confrontammo nel Dialogato colla nostra FIAT. Le vendite 1956 sono state 10.796 milioni di dollari, ossia quasi 11 bilioni, pari a circa 6.750 miliardi di lire italiane. Anche per il 1956, venti FIAT!

Il personale è stato di 600.000 unità contro le circa 75.000 della FIAT, ossia otto FIAT. Ripetiamo che la produttività si mantiene, in tempo lavoro se non in spesa salario (non abbiamo tale dato) a due volte e mezzo quella della nostra massima azienda.

Il profitto netto è stato di 847 milioni di dollari, ossia rispetto alla cifra delle vendite del 7,9 per cento. Essendo il capitale azionario solo 4.581 milioni di dollari, il tasso del profitto su questo sale al 18,5 per cento.

Il valore degli impianti, o assets, è 7400 milioni, ossia più del capitale azionario, ma molto meno delle sales, o vendite.

La mancanza della spesa salari e stipendi ci impedisce di calcolare come nel caso FIAT il capitale variabile e il saggio del plusvalore. Più ce lo impedirebbe la mancanza della cifra di investimenti in nuovo capitale, prelevati prima di distribuire il profitto netto indicato, ma certo notevoli anche per il 1957. Una volta di più vediamo come può benissimo essere alto il saggio di plusvalore e tendere a decrescere quello del profitto.

Ciò che è notevole è come gli stessi organi capitalisti non portano in conto il capitale fisso, ma solo quello che circola e si trasfonde nella massa del prodotto; il che è in strano contrasto con l’assunto delle varie scuole economiche moderne (Keynes, scuole del benessere o welfare) che vogliono introdurre come fattore della produzione di plusvalore (per essi dell’aumento del reddito nazionale) a fianco del fattore umano, lavoro vivente di Marx, quello della ricchezza formata o capitale fisso, o lavoro morto, di Marx. Ed altra capitolazione ideologica si ha quando nel calcolare il reddito nazionale, somma menzognera dei guadagni capitalisti con le remunerazioni del lavoro a tempo, si adopera l’espressione «valore aggiunto nell’anno dal lavoro», col dedurre dal valore della produzione (capitale finale per Marx) quello delle materie prime ed ausiliarie ed i rinnovi di impianti per il logorio annuo (capitale costante di Marx). Quello che in tale caso rimane è la somma del capitale variabile col plusvalore-profitto; ed ammettere che tutto questo è stato «aggiunto dal lavoro», vuol dire ammettere con Marx che la ricchezza morta, personale e nazionale che essa sia, non figlia nessun aumento, incremento, differenziale di valore, ma al più conserva quello che vi era in forma congelata; mentre è solo il lavoro umano dal cui ciclo sorgono gli aumenti di capitale, valore, ricchezza.


Chiare posizioni di Marx

Rendiamo chiaro con una sola citazione di Marx il fatto che egli e noi non portiamo in conto e bilancio il capitale impianti, la ricchezza morta, e con ciò già stabiliamo che la stessa deve essere a disposizione della società attiva e non monopolio di classe privilegiata, che se ne avvale per godere di altrui lavoro. In questo passaggio di elementare aritmetica sta già tutta la critica della società borghese e la previsione della sua scomparsa.

Libro primo, Capitolo settimo, paragrafo 1. Dopo aver stabilito un esempio in cui 410 sterline di capitale costante si sommano a 90 sterline di salario e 90 di plusvalore, formando in tutto 590 sterline di prodotto, Marx dice: «Ciò che si confronta col valore del prodotto è il valore degli elementi di produzione consumati nella sua formazione. Noi abbiamo visto che la parte del capitale costante impiegata, che consiste in strumenti di lavoro, non trasmette al prodotto che una parte del proprio valore, mentre l’altra parte permane nella sua antica forma. Siccome questa non adempie nessun compito nella formazione del valore, bisogna farne completa astrazione. La sua entrata in linea di conto non cambierebbe nulla. Poniamo che il capitale costante di 410 sterline si componga per 312 di materie prime, 44 per materie ausiliarie e 54 di usura delle macchine; mentre tutto il valore dell’impianto meccanico adoperato ammonti a 1.054 sterline. Come anticipazione fatta noi non calcoliamo che il valore di 54 sterline perduto dalla macchina nel suo funzionamento, e per ciò stesso trasmesso al prodotto. Se noi volessimo contare le 1.000 sterline che continuano ad esistere sotto la loro antica forma di macchina a vapore o altro, ci occorrerebbe computarle due volte, dal lato del valore anticipato come da quello del prodotto ottenuto. Allora l’anticipo non sarebbe 500 ma 1500, il ricavo finale 1590 e non 590, e in tutti e due i casi il plusvalore risulterebbe lo stesso, ossia 90 sterline. Sotto il nome di capitale costante anticipato per la produzione di valore, che è quanto qui ci interessa, noi dunque non comprendiamo mai altro che la parte di valore degli strumenti, che si consuma nel corso della produzione».

E qui Marx annota che perfino Malthus ammette questo, con le parole della sua opera «Principii di economia politica», in cui dice: «Se calcoliamo il valore del capitale fisso impiegato come facente parte delle anticipazioni, dobbiamo alla fine dell’anno contare il valore persistente di tal capitale come facente parte di ciò che annualmente riviene in entrata».

Importa che un tale punto sia entrato in testa al «Fortune Directory» e … ai comunisti marxisti, dato che Keynes, Spengler e compagnia hanno la pretesa che anche la proprietà fissa, e anche il capitale moneta «abbiano diritto» a frazioni del reddito attivo della produzione sociale. E per la proprietà terra lo sosteneva anche Malthus. Per 150 anni quasi, tutta la questione è ferma lì.


Il legame tra lavoro e valore

A un passo delle edizioni universalmente note ed «ufficiali» aggiungiamone un altro che vale a fare intendere altro punto su cui si equivoca implicitamente e spesso senza accorgersene.

Dato che la conclusione dell’anatomia che Marx fa della produzione borghese è la teoria del plusvalore, molti pensano che per aggiustare tutto basti dire: tutto il reddito sociale è plusvalore; se ora lo distribuiamo tra quelli solo che hanno lavorato, tutto il comunismo è bell’e costruito.

Una formulazione diversa della stessa svista può essere questa. Marx ha dimostrato valida la legge del valore, ossia il fatto che il valore a cui mediamente una merce viene scambiata dipende dal lavoro sociale che occorre a produrla. Ma ha pure dimostrato che malgrado tutti questi contratti in pareggio il venditore di forza lavoro, ossia il proletario, riceve molto meno di quanto ha fornito. Ed allora il socialismo arriva quando si paga la forza lavoro al suo vero valore, e così si «abolisce» l’estorsione di plusvalore dall’operaio.

Marx ha tante volte mostrato che questo non è che sciocco immediatismo, e ultimamente lo abbiamo sviluppato a proposito della critica al programma di Gotha. Quella tesi insulsa equivale ad altra formula, quella di Stalin: nel socialismo vige la legge del valore.

La tesi giusta è che nel socialismo il lavoro non ha valore, e non si paga. Non si deduce il valore dal lavoro, per nessuna merce, e, tanto meno per la forza umana di lavoro. Resta, giusta un apparente paradosso, il plusvalore, ossia il dono del lavoro, e muore il pagamento del lavoro, espressione millenaria di servitù e di abiezione.

Facciamo anche dire questo al testo ufficiale e notorio di Marx.

Libro Secondo, Capitolo Primo. Movimento circolatorio del Capitale-Denaro. «Denaro-Lavoro: questo passaggio è generalmente considerato come la caratteristica del modo capitalista di produzione. Ma il motivo non è affatto quello che la compera della forza di lavoro costituisce un contratto di compra-vendita, in cui si stipuli la consegna di una quantità di lavoro più grande di quella necessaria per rimpiazzare il prezzo della forza di lavoro, il salario, in cui cioè si stipuli la somministrazione di una certa quantità di sopralavoro, condizione fondamentale della capitalizzazione del valore anticipato, o, il che vuol dire lo stesso, della produzione di plusvalore. (No, il motivo non è affatto questo, ma …) Il motivo risiede nella forma stessa (del contratto), nel fatto che, sotto forma di salario, il lavoro viene comperato con denaro, nel che consiste la forma distintiva delle transazioni monetarie».

«Ciò che è caratteristico non è che la mercanzia forza di lavoro possa comprarsi, ma che la forza di lavoro possa apparire come merce».

Il socialismo non consiste nel sostituire con un contratto giusto l’attuale ingiusto contratto salariale. Il socialismo consiste nell’annullare il rapporto lavoro-denaro. Il salario non va innalzato, ma soppresso. E questo è possibile solo quando la transazione monetaria sia scomparsa non solo tra denaro e forza di lavoro, ma soprattutto – e anche prima (vedi resoconto di Pentecoste sulla critica di Marx a Gotha) – tra merce e merce quali che esse siano.

Quando vige lo scambio tra equivalenti e quando il valore si calcola dal lavoro, si naviga in piena palude capitalista. Il marxismo fa sue queste leggi in quanto spiega e descrive la società borghese; e ad ogni passo avanza il programma della società che seguirà al suo abbattimento e nel quale lo scambio mercantile e monetario, la forma salariale, la legge del valore-lavoro saranno, come Engels disse dello Stato, passati nel museo dei vecchiumi.

La potenza della dialettica rivoluzionaria balza tutta dalla lettura del più vecchio testo di Marx, perché in esso l’«Uomo Sociale», servo sotto il Capitale, si eleva spezzando i limiti della legge del valore; e la ricchezza morta, l’odierno capitale fisso, che nella società di classi non genera valore, ma dà la forza per rubarne, pervaso di nuova vita attinta nelle radici delle passate generazioni e nelle maledizioni stesse degli schiavi e dei servi di allora, si leverà di fronte alla specie umana come fonte inesauribile di benessere e di alta gioia.

Le leggi scientifiche della società nuova si pongono contro quelle della presente in un irriducibile contrasto e le negano formula per formula e parola per parola. Noi difendiamo la nozione delle vere e non false leggi della dinamica produttiva capitalistica, non perché tali leggi debbano sopravvivere, ma perché quella chiara nozione è l’arma prima per lo sterminio della infame macchina sociale borghese. Si deve bene studiare la struttura e il moto di una macchina, che si vuole al momento dato della storia saper far saltare, sgombrando il cammino anche dai suoi sinistri rottami.