พรรคคอมมิวนิสต์อินเตอร์เนชันแนล

Il Comunista 1921-08-21

I socialisti italiani e il comunismo

Esiste oggi un problema: unità o scissione nel Partito Socialista Italiano? E’ possibile che si parli di scissione a pochi mesi dalla uscita dei più spietati “secessionisti”? Si dividerà il partito nel suo prossimo Congresso nazionale? Noi non lo crediamo, ma non è nemmeno possibile escluderlo del tutto.

Non discutiamo qui le ragioni che militano in favore dell’una e dell’altra eventualità, ma poniamo un’altra fondamentale questione: il problema della unità o scissione dei socialisti italiani non coincide con l’altro: vi è una corrente comunista nel partito socialista italiano? Il partito si scinderà, poniamo per un momento da banda questo primo interrogativo, ma, nell’un caso e nell’altro, noi affermiamo e dimostriamo che la sua ala sinistra, unita o staccata dal resto, non è comunista, e non può far parte quindi del partito comunista e della Internazionale Comunista.

Non parliamo di individui o di persone, nè di numero più o meno grande di singoli aderenti. Gli operai rivoluzionari che sono o potrebbero benissimo porsi sul terreno comunista vi sono certamente nel P.S.I., ma per carità non facciamo di questo un altro luogo comune. Un partito e le sue correnti valgono non per le buone intenzioni dei singoli, ma per l’effettivo movimento organizzato che costituiscono e per il senso in cui la loro forza politica viene impiegata. In questo senso si pone la tesi: il partito socialista è tutto (ossia nel suo insieme organizzativo) opportunista e non comunista, poichè afferma principii e svolge azione non comunista. Se invece del partito consideriamo le sue tendenze e correnti, dove le ravviseremmo noi se non nelle “frazioni” che si danno una organizzazione, sia pure ai soli effetti di congresso, con un loro pensiero tradotto in programma, e una rete di organizzazione delle forze aderenti? E noi appunto diciamo: tutte le frazioni che esistono nel P.S.I. (e ci sentiremmo portati a precisare: che possono esistere) sono al difuori del terreno comunista, come dottrina e come azione. Che si dividano o restino unite, ciò le riguarda, ma non ne avvicina nessuna a noi: per avventura, può renderne taluna più pericolosa per il chiaro definirsi della coscienza di classe del proletariato italiano.

Che si sappia, la frazione di sinistra del P.S.I. nel prossimo Congresso si chiamerà “massimalista unitaria”: vi sono come capi Serrati, Vella, Alessandri, Lazzari persino. E’ la frazione che da tempo dirige il Partito, e che è anche oggi responsabile del suo indirizzo effettivo, anzi dilatata verso destra (oltre che stroncata recisamente a sinistra dalla scissione “dei comunisti”) perchè contiene la “puntarella” Lazzari che Bologna escluse dalla Direzione.

Si può dunque legittimamente giudicare questa frazione dall’attitudine del partito. Ma, pur non riconoscendo che tra la frazione di destra e la maggioranza attuale vi sia una incompatibilità programmatica di convivenza, non può trascurarsi il fatto che la destra pesa notevolissimamente sulla politica del partito, specie per le accresciute sue forze sindacali e parlamentari.

Considereremo dunque che cosa valga la sinistra del partito non solo dalle sue opere come frazione dirigente, ma dalle sue formulazioni di programma quali si cominciano a ritrovare nelle relazioni e negli articoli dei suoi capi. E sosteniamo e affermiamo che questa frazione non è comunista, che anche staccata dal resto non potrebbe far parte dell’Internazionale Comunista. A chi ci dicesse che questo è in contrasto colle decisioni del Congresso internazionale, risponderemmo che queste presuppongono e non possono escludere che viva in tutta la sua forza il rispetto della dottrina, degli Statuti, e delle condizioni di ammissione nell’Internazionale, che, oltre e prima degli ultimatum contingenti, sono gli ultimatum permanenti posti a chi alla Internazionale stessa volesse aderire. Un breve sguardo alla cosa lo mostrerà chiaramente.

Nel Congresso di Livorno la maggioranza del Partito socialista, posta dinanzi alle tesi di principio e di tattica della Internazionale Comunista, disse di accettarle. Posta innanzi ai ventuno punti delle condizioni di ammissione, che sono la pietra di paragone del rispetto alle dichiarazioni generiche di adesione e di disciplina, disse altresì di accettarle: ma ne respinse una che avrebbe dovuto subito e tangibilmente tradurre in atto: la cacciata dei riformisti. Le condizioni di ammissione sono concepite in questo spirito: se ne dovrebbe sempre trovare almeno una, il cui rifiuto sarà la riprova che l’accettazione di tutto il resto non era schietta e sicura.

Il deliberato del Terzo Congresso è anzitutto servito a sgombrare il campo dalle obiezioni capziose, ed ha confermato che quella condizione doveva essere adempiuta “seduta stante”, e che giustamente essa era formulata dai comunisti come esclusione di tutta la frazione di concentrazione socialista.

Riproponendo la stessa condizione ad un nuovo Congresso del partito socialista l’Internazionale cerca probabilmente la riprova che il rifiuto di essa era termine di incompatibilità tra la maggioranza livornese e l’Internazionale, perchè persistendo tale incompatibilità il rifiuto non potrà che rinnovarsi e, questa volta, tagliando corto al pretesto che le condizioni ultimative siano dettate dall’arbitrio dei comunisti italiani e dei Kabacieff. Questo risponde ad un criterio di organizzazione che per noi è errato, e non ne facciamo mistero. Potrebbe darsi per accidente che nello spirito di una destra di quella unanimità che sulla mozione di Mosca si è affermata, vi sia il desiderio di ripescare parte del partito socialista ed impastarlo col nostro partito. In questo caso il dissenso col modesto sottoscritto diverrebbe stridente, ma ciò non importa, quando dinanzi alla varietà e complessità dei problemi tattici in cui ognuno può errare o esagerare vi sono le direttive fondamentali e generali del comunismo o della nostra organizzazione internazionale comunista che parlano chiaramente.

La realtà del problema è in questo: che il partito socialista attuale, che la sua ala sinistra, come fatti eloquentissimi e dichiarazioni autentiche dimostrano, violano e contraddicono TUTTE le condizioni comuniste; ed una scissione avvenire potrebbe non avere più quel valore “tipico” che avrebbe avuto a Livorno, e che invece hanno oggi ben altri fatti.

Potrà dunque (non è che una ipotesi) esservi la scissione e non esservi, anche dopo la delibera di Mosca, il diritto a entrare nell’Internazionale comunista. E se vi fosse nel seno del Partito Socialista Italiano la possibilità di organizzare una ala estrema che possa entrare nell’Internazionale, essa dovrebbe dimostrare di costituirsi su un terreno “integralmente” comunista, di programma e di tattica. Invece l’attuale frazione di sinistra, e, può ben dirsi, di estrema sinistra, è da ciò molto lontana, e non vi si avvicinerà pel sol fatto di addivenire ad eventuali espulsioni dal partito di taluni elementi della destra. Vediamo brevemente quali fatti e considerazioni valgono a confermarlo.

Quando il programma di Genova cedette il posto a quello di Bologna, se ciò fosse stata una cosa seria, avrebbe dovuto aver luogo quanto fin d’allora proponeva la mozione dei comunisti astensionisti: la esclusione di tutti coloro che erano per il vecchio e contro il nuovo programma.

A Livorno si pose chiaramente la questione: accettare a parole un programma comunistico non basta, occorre adempiere le precise condizioni nelle quali il II Congresso mondiale ha tradotto quel programma, tra cui quella di eliminare chiunque quel programma non condivida. A Livorno era dunque questione di dividere chi accettava il programma comunista, a fatti e non a parole, da chi si teneva ancora sul tradizionale terreno socialdemocratico. In che differivano i due programmi, che cosa distingue Erfurt da Mosca, Bologna da Livorno? Le sostanziali questioni della negazione della democrazia parlamentare come mezzo di conquista e di esercizio del potere da parte del proletariato, opponendo ad essa la dittatura proletaria, e dell’impiego della violenza insurrezionale come indispensabile mezzo di azione: ecco i termini della differenza.        Chi afferma di volere tutto questo, ma non ne conchiude che ciò comporta la rottura coi fautori del vecchio e superato programma socialdemocratico e socialpacifista, è in realtà, malgrado le sue verbali affermazioni, tuttora un socialdemocratico e un socialpacifista. Ecco la tesi brillantemente e dialetticamente marxista che ha ispirato le condizioni di ammissione, e che dal Congresso di Livorno ha tratto una interessante conferma. In realtà tutti quelli che sono rimasti nel partito socialista italiano sono fuori dal comunismo, dal massimalismo, dal programma di Bologna.

Prova: il contegno del partito socialista, le dichiarazioni programmatiche dei suoi uomini dirigenti e della sua stessa frazione di sinistra. Non si parla più di dittatura proletaria, ma si valorizza il parlamentarismo borghese rimangiando lo “antiparlamentarismo in seno al Parlamento” di Bologna. Nelle elezioni si addita la scheda al proletariato come il mezzo unico della sua emancipazione pacifica; si rinnega quindi non solo la violenza come offensiva rivoluzionaria, ma perfino come mezzo difensivo del proletariato dinanzi alle provocazioni del fascismo, addivenendo con questo ad una intesa. Lungi dal mirare all’abbattimento violento del potere borghese si pone a base del “patto di pacificazione” un rinvio allo Stato delle funzioni di arbitro nei conflitti sociali (ed in ciò in vero è l’enormità peggiore, che lo stesso programma di Erfurt e di Genova, da parte di tutto il partito socialista, vi è rinnegato, abiurando la definizione marxista della funzione dello Stato e la prassi che ne discende).

La frazione di sinistra del partito socialista non si pone affatto contro tali atteggiamenti del partito, non scrive una parola di critica ad essi nè formula un programma di diversa e opposta azione avvenire. Dunque essa non si sogna di ristabilire i valori del programma e della tattica comunista.

Il contrasto dottrinale combacia con quello pratico. Leggete un po’ il testo delle condizioni di ammissione e vedrete che ciascuna di esse detta una norma di azione che dal partito socialista attuale è non solo omessa, ma contrastata nettamente. Dalla organizzazione del partito al regime della stampa, dal lavoro illegale all’orientamento nelle questioni agraria, coloniale, ecc., dall’atteggiamento nei sindacati e verso la Internazionale di Amsterdam ai criteri del lavoro parlamentare del partito. Altrettanto tutto questo è negato dai programmi esposti dai Serrati e dai Baratono, per la frazione di sinistra.

Dunque il rifiuto della esclusione dei destri celava – a Livorno – la opposizione inconciliabile a tutto il contenuto programmatico del comunismo, al pensiero e all’azione, in tutti i campi, della Terza Internazionale.

Ma ecco delinearsi una possibilità che – se non vegliasse il partito comunista d’Italia – potrebbe condurre a tradire il valore della mozione ultima di Mosca, facendo di essa un’arma per livragare le fondamenta essenziali del pensiero e dei metodi della Internazionale comunista.

La possibilità è quella di una scissione, che non è più la scissione termometro, ci si passi l’espressione, di Livorno; che non significa più eliminazione di chi è contro i caposaldi del comunismo, e perchè è contro i caposaldi del comunismo; che non si presenta più come garanzia di osservanza di tutte le condizioni organizzative della Terza Internazionale; bensì potrebbe avvenire e restare concomitante a una incompatibilità della stessa ala sinistra con il metodo comunista.

Ciò avviene perchè il dibattito che oggi si apre nel partito socialista, e che darebbe luogo alla scissione – tuttora problematica – non è più il dibattito di Bologna e di Livorno, ma è quello, se si vuole, di Reggio Emilia.

Tra gente che ha dimostrato di non essere nè per la dittatura proletaria nè per l’uso della violenza, nè per la disciplina della organizzazione internazionale comunista, si discute oggi di collaborazione o di intransigenza e dalla corrente di sinistra si afferma che la tattica intransigente è patrimonio inviolabile del partito, che il partecipazionismo ministeriale condurrebbe chi lo sostiene ad essere sfrattato, come lo furono dieci anni fa i bissolatiani.

Non si tratterebbe più di dichiarare incompatibile chi è contro la tesi del comunismo, ma solo chi nega l’intransigenza, che fin dal 1912 avevamo stabilita come caposaldo del partito, e che oggi, malgrado l’onesta continuità che questa tesi presenta nel pensiero del vecchio e leale Lazzari, non serve più a niente, se non ad un diversivo insidiosissimo dell’opportunismo centrista.

Non si sfratta più chi viola le tavole di Bologna, ma semplicemente chi vorrebbe spezzare quelle di Reggio Emilia – ossia, in fondo, di Genova.

Il pericolo è che questa scissione – se avverrà – sia scambiata dalla Internazionale Comunista per quella che si attendeva a Livorno. Mentre essa, oggi, nelle dette condizioni, non darebbe più affatto l’impegno a porsi sul terreno della integrale azione comunista. La testa di Filippo Turati era nel 1919 e nel 1920 la posta del passaggio al comunismo, e ben noi lo intendemmo, oggi non più. Oggi si potrebbe apparentemente adempiere il “punto settimo” delle condizioni di Mosca, ieri fieramente rifiutato, fregandosene al tempo stesso degli altri venti, e del comunismo, in una parola.

Non per nulla Serrati propone che il Congresso non discuta pregiudizialmente dell’ultimatum di Mosca, ma affronti senz’altro la sua questione “interna”: se andare o meno al potere in un Ministero borghese. Dopo, pensa Serrati, si potrebbe verificare una certa scissione della destra, e siccome questa grande discussione avrebbe assorbito il Congresso e non ci sarebbe il tempo di ulteriori chiacchiere e di più precisa presa di posizione, gli intransigenti socialdemocratici italiani, i socialpacifisti firmatari del patto ignobile colla guardia bianca, gli apologisti dell’azione parlamentaristica e della sovranità dello Stato borghese, comunicherebbero a Mosca di essere a posto coll’ultimatum del Terzo Congresso e di essere disposti ad essere “unificati” col partito comunista.

E’ qui che li vogliamo.

La proposta Serrati messa in rapporto alla situazione italiana fornisce a noi un altro dato di esperienza tattica. Il socialdemocratismo di sinistra, che parla molto di rivoluzione e si paluda, oltre che delle famosissime gloriose tradizioni, del facile lusso della intransigenza negativa e passiva, non fa opposizione alla Internazionale Comunista, se non in sordina, e cerca di insinuarsi di contrabbando nelle sue file per fare il suo gioco confusionistico e addormentatore.

Ma vi è, per evitare questo, lo spirito che anima tutta la dottrina e la esperienza del comunismo. Vi sono le condizioni, le tesi, gli statuti della Internazionale, inseparabili dall’ultimatum che il Terzo Congresso ha formulato sulla questione italiana.

E vi è di tutto questo un solido presidio. Deriso talvolta a denti stretti, ma temuto. Risoluto a far rispettare le chiare direttive dell’azione comunista in Italia, che esso costruisce nel suo studio, nel suo lavoro, nella sua battaglia. E’ il nostro partito.

I signori della socialdemocrazia lo sanno benissimo. Si scindano o no, l’abbiamo detto, è cosa che riguarda loro.

E i sinceri lavoratori che sono ancora nel P.S.I.? Ecco, noi abbiamo anche per essi una chiara parola. Essi non hanno speranza alcuna, allo stato delle cose, di costituire nel loro partito una frazione comunista che si affermi al prossimo congresso. Essi devono capire che la bandiera della frazione sedicente massimalista, e, speriamolo genuinamente “unitaria”, non è quella del comunismo.

Escano dunque dal loro partito prima ancora del congresso che si prepara. Che importa se questo sabota la maggioranza, già dubbia, della sinistra intransigente, e se la abbandona alla mercè dei collaborazionisti dichiarati? Come nella lotta di classe tra l’autentico proletariato e il grande capitalismo le classi medie sono uno spiacevole ingombro, così è utile che le due scuole socialiste si dividano nettamente, profondamente: verso l’alleanza borghese o verso la lotta rivoluzionaria: è il dilemma che è scritto sulla bandiera della Terza Internazionale.        Sarà più agevole la lotta contro la socialdemocrazia ministeriale che contro la socialdemocrazia centrista camuffata di intransigenza rivoluzionaria.

Operai rivoluzionari del Partito socialista: il vostro posto è nel Partito Comunista (Sezione italiana della Terza Internazionale).

Oggi, meglio che domani. Oggi, troverete la leale fraternità, domani, presentandovi al seguito dei capi centristi, nemici della causa rivoluzionaria, sareste vittime della invincibile diffidenza con cui noi, nella forza della nostra convinzione e del nostro diritto, ci guarderemo da loro.

Per la difesa e la riscossa proletaria contro l'offensiva borghese

LAVORATORI ITALIANI!

Sicuro di interpretare, non solo il sentimento degli operai comunisti, ma quello di tutto il proletariato italiano che vede la minaccia di ore tristissime addensarsi all’orizzonte, il Comitato Sindacale del nostro partito ha rivolto la seguente comunicazione alle grandi organizzazioni sindacali nazionali d’Italia.

Comitato Sindacale Comunista

Alla Confederazione Generale del Lavoro

All’Unione Sindacale Italiana

Al Sindacato Ferrovieri Italiani

A nome degli operai comunisti e simpatizzanti per le direttive comuniste che militano nelle organizzazioni sindacali italiane vi presentiamo una formale proposta per un’azione di classe di tutto il proletariato organizzato, diretta a fronteggiare l’attuale critica situazione.

Le conquiste realizzate dai lavoratori italiani con la forza della loro organizzazione e attraverso memorabili battaglie sono poste in pericolo dall’atteggiamento aggressivo delle classi capitalistiche.

Mentre infierisce la disoccupazione e continue serrate rovesciano sul lastrico migliaia di lavoratori che contribuirono ai favolosi guadagni realizzati negli ultimi anni dalla classe padronale, si delinea anche l’attacco alle condizioni di lavoro conquistate dal proletariato riguardo al livello dei salari e alla durata della giornata di lavoro, ai rapporti disciplinari con gli intraprenditori; e continua a imperversare la prepotenza di bande armate borghesi contro le sedi delle organizzazioni di classe e le esplicazioni della attività di queste.

Nei periodi di progressivo, se pur lento, miglioramento delle condizioni di vita del proletariato, si concepisce che si esplichino azioni parziali e di gruppi per limitate conquiste, e che da talune parti non si veda opportuno trasformare questa azione graduale in una lotta d’insieme di tutto il proletariato che, per conseguire più alte conquiste, potrebbe compromettere, in caso di vicende sfavorevoli, la saldezza delle posizioni già conquistate.

Qualunque sia il valore di questo argomento, non si può più invocarlo quando le condizioni in cui vive il proletariato vanno modificandosi in senso peggiorativo, lasciando prevedere che il movimento, lungi dall’arrestarsi ad un prossimo stato di equilibrio incalzerà sempre più, respingendo le masse lavoratrici ad uno stadio, che si riteneva superato da tempo, di depressione e di sfruttamento. In tali condizioni le azioni dei gruppi di proletari isolati sono destinate a certa sconfitta; non conducono che a subire le imposizioni dell’avversario e con questo a rendere nullo il valore sia dei conseguiti vantaggi di lotte precedenti, sia dei fortilizi che le organizzazioni costituiscono se non si intende portare la lotta al di sopra dei limiti delle singole categorie professionali ed aggruppamenti locali.

Per ciò fare – ed in ogni altra via tattica non vi è come sbocco che la sconfitta e la disorganizzazione – non si deve limitarsi allo stretto orizzonte delle quistioni contingenti e particolari, ma si devono porre i chiari capisaldi di un’azione generale di tutto il proletariato, il quale deve essere chiamato a difendere precise posizioni di massima, abbandonando le valutazioni di dettaglio di quella o di questa profferta avversaria, piccolo episodio della grande e generale offensiva padronale, che i primi successi renderebbero più audace.

Proponiamo, quindi, che le grandi organizzazioni, proletarie, che sono sul terreno della lotta di classe, impostino una grande battaglia proletaria dichiarando che le quistioni che oggi generalmente interessano tutte le categorie dei lavoratori sono elevate dall’organizzazione sindacale a questioni di principio, e che ogni concessione, anche limitata e poco estesa, su tali punti è rifiutata come creazione di un precedente il quale darebbe battaglia vinta agli avversari.

I punti precisi che la classe operaia dovrebbe, non chiedere, ma difendere sono, secondo le nostre proposte, i seguenti:

a) otto ore di lavoro;

b) rispetto dei concordati vigenti e dell’attuale valore globale dei salari;

e) rispetto dei patti colonici per i piccoli agricoltori;

d) assicurazione dell’esistenza per i lavoratori licenziati e le loro famiglie attraverso la corresponsione di un indennizzo proporzionato al costo della vita e al numero dei componenti la famiglia, tendendo a raggiungere il livello dell’integrale salario per una media famiglia operaia, gravando gli oneri sulla classe industriale, per una quota parte dei salari, e per il resto sullo Stato;

e) integrità del diritto di organizzazione e riconoscimento di questa.

Elevare questi punti a questione di principio significa attuare lo sciopero generale nazionale di tutte le categorie organizzate degli operai e dei contadini, appena su un qualunque fronte delle organizzazioni di classe, per una qualsiasi categoria o in una qualsiasi zona, le classi padronali intaccheranno le posizioni raggiunte dai lavoratori sui detti capisaldi.

Le organizzazioni nazionali del proletariato italiano sono da noi invitate, in nome della causa proletaria, a dare a questa proposta il loro consenso, consultando all’uopo i loro consigli nazionali.

Noi proponiamo che questi discutano la presente precisa comunicazione, e – qualora la approvino – nominino immediatamente una rappresentanza pel comitato d’agitazione che sarebbe composto dalle organizzazioni sindacati nazionali.

L’importanza della nostra proposta non ha bisogno di ulteriori argomenti. Il dilazionarne l’attuazione vorrebbe solo dire ingaggiare più tardi la lotta in condizioni ancora più critiche delle attuali.

Il proletariato è minaccialo seriamente dalla miseria, dalla servitù, dall’abbrutimento, dalla fame.

Dovrebbe, esso, assistere al dissolversi lento dei suoi organismi di battaglia senza saggiare le sue forze tuttora formidabili, per sottrarsi al tetro avvenire che lo attende, nel momento in cui nemmeno la stessa classe padronale governante sa mostrargli come la sua acquiescenza si risolverebbe in una qualunque soluzione del terribile problema?

Ai grandi organismi sindacali delle masse operaie e contadine d’Italia la risposta.

Il Comitato Sindacale Comunista non aggiunge considerazioni intese a mettere in rilievo le speciali tesi della sua fede politica; esso si limita a dichiarare che i lavoratori comunisti, se la battaglia sarà ingaggiata, saranno al loro posto, nella lotta e nel sagrificio per la causa comune.

Milano, 14 agosto 1921.

Il Comitato Sindacale del Partito Comunista d’Italia

LAVORATORI D’ITALIA!

I comunisti, lanciando questa proposta e questo appello assolvono un preciso dovere verso il loro programma e le loro finalità. Essi prendono chiaramente posizione di battaglia, e dicono la chiara parola che scaturisce dalla loro dottrina e dalla loro tattica alle masse tormentate dall’incertezza e dalla esasperazione.

Quanto oggi avviene, col passaggio dalla apparente prosperità dell’immediato dopoguerra, che sembrava consentire al proletariato conquiste economiche che migliorassero la sua situazione nei quadri dell’attuale regime di produzione, alla crisi impressionante di tutto l’assetto economico, che viene a colpire unicamente e gravemente le classi lavoratrici, è la prova migliore di quanto affermano in tutto il mondo i comunisti. Nella situazione attuale non vi è la possibilità di realizzare compromessi, che concilino gli interessi anche di piccoli gruppi proletari con quelli dei capitalisti, con la sopravvivenza del sistema di produzione borghese.

La salvezza e la difesa degli operai da un domani senza pari peggiore dell’oggi, che sinistramente completerebbe gli strazi della guerra pur ieri finita, stanno nella battaglia a fondo in cui il proletariato ingaggi a tempo tutte le sue forze prima che esse siano paralizzate e disfatte dallo stesso imperversare della crisi.

Non può rifiutarsi d’intendere questo chi si dice amico della classe proletaria, chi non sia ligio agli interessi ed alla politica delle classi sfruttatrici.

LAVORATORI D’ITALIA!

Il periodo dei miglioramenti e delle conquiste successive fu anche quello dei grandi e facili entusiasmi, che però, non condussero, per ragioni che qui non è il luogo di esaminare, alla vittoria agognata.

Il periodo delle ristrettezze e delle avversità – se è quello in cui l’avversario appare più forte – è anche quello in cui meglio e più sicuramente la vostra forza di classe troverà la via giusta per realizzare la comune emancipazione.

Lo stesso infierire su di voi, in tutti i campi e in tutte le forme, della classe avversaria, è segno infallibile della fine del dominio di questa.

È nei momenti difficili che i forti temprano le loro forze, e che l’apparenza dell’entusiasmo cede il posto alla ferrea decisione di combattere e di vincere. Il morale del rosso proletariato italiano non è abbattuto. Il canto del trionfo morirà nella gola dei bianchi. Il proletariato cerca nella stessa esasperazione del suo soffrire, le vie della sua riscossa.

LAVORATORI D’ITALIA!

Questa via l’Internazionale comunista ve la addita: essa è nell’azione, nella lotta accesa su tutti i fronti, nella decisione di attaccare senza esitazione, poiché si combatte oggi per la vita o per la morte, poiché oggi – più che mai – sono vere le parole dei nostri maestri, che nelle battaglie di classe il proletariato non ha altro da perdere che le sue catene.

A voi ottenere dai vostri organismi di classe la virile parola di battaglia.

Avanti, contro le provocazioni e le aggressioni del capitalismo, per la rivoluzione proletaria!

IL PARTITO COMUNISTA

N.B. – Sia data la più larga diffusione al presente manifesto. La stampa comunista lo riproduca integralmente. Le nostre Federazioni, i nostri organi sindacali ed i gruppi comunisti lo diffondano in migliaia di copie e lo commentino alle masse.

Rapporti con altri partiti e organismi sindacali

Nella molteplicità delle situazioni locali, che scaturiscono da questo agitato periodo, non sempre i compagni seguono la giusta via d’applicazione delle direttive tattiche, che l’Esecutivo si preoccupa di tracciare all’azione del Partito. Riteniamo quindi necessari i chiarimenti che seguono.

Non si deve accedere a comitati ed iniziative, a cui partecipano vari partiti politici, come quelli che spesso vengono annunziati con comunicati elencanti le rappresentanze dei vari organismi, con manifesti firmati dai vari organismi, con manifesti firmati dai vari partiti, e simili, senza avere preventiva autorizzazione dell’Esecutivo.

Per determinate iniziative, che non abbiano carattere strettamente e specificamente limitato al Partito Comunista, l’Esecutivo ha comunicato ed eventualmente comunicherà che l’azione viene demandata agli organi sindacali, nei quali s’incontrano lavoratori di tutti i partiti. In tal caso i comitati devono essere composti da rappresentanze sindacali, sia degli organismi confederali che, se ne è il caso, degli organismi dell’Unione Sindacale, ed il Partito Comunista non deve figurare né inviare rappresentanze politiche, partecipando indirettamente attraverso i suoi membri che militano nei sindacati: quindi le Sezioni comuniste non delegheranno rappresentanti né firmeranno manifesti, né appariranno come iniziatrici di comizi ecc., lasciando tutto ciò agli organi sindacali, tanto se diretti dal nostro Partito che nel caso opposto. Questo è il criterio che si è adottato, ad esempio, par l’assistenza alle vittime politiche, e per il soccorso alla Russia.

In altri campi, in cui si ravvisa la specifica funzione politica del Partito, non è dato né costituire comitati misti, né demandare il movimento agli organi sindacali; ciò vale, ad esempio, e soprattutto, per l’inquadramento militare.

Ogni deroga da queste norme, a cui non si vuole dare un valore assoluto di principio, è di esclusiva spettanza dell’Esecutivo. Ci auguriamo che i compagni si attengano d’ora innanzi strettamente a quanto sopra.

Il CE del PCI