พรรคคอมมิวนิสต์อินเตอร์เนชันแนล

Il Programma Comunista 1960/10

Sindacato e lotta sindacale Pt. 1

Scopo del presente scritto, come di ogni altro apparso su queste colonne relativamente al problema sindacale, è di ribadire quelle che sono le posizioni dei comunisti nei riguardi dei sindacati, dei loro compiti e delle loro funzioni. Nulla di nuovo o di “creativo” secondo la moda opportunistica sarà possibile rintracciarvi, ma solo la ripresentazione di tesi che, come parte integrante nel corpo della dottrina marxista, mantengono la loro validità a più di cent’anni di distanza dal suo apparire e la cui riaffermazione non soddisfa velleità più o meno personali di trattare in modo accademico determinati problemi, ma necessario arroccamento in strenua difesa di un patrimonio teorico  contro il quale, giorno per giorno, da trent’anni a questa parte si accaniscono le ondate dell’opportunismo.

Il nostro procedere alla riproposizione della dottrina rivoluzionaria del proletariato non ha nulla di frammentario e diviso, ma è uniforme ed organico. E, in questo processo, tutti gli aspetti delle questioni fondamentali vengono presi in esame non solo isolatamente ma, soprattutto, negli stretti legami che li uniscono. Lo scendere in campo in difesa di una precisa concezione del sindacato operaio, delle sue funzioni  e dei suoi compiti, non significa dunque limitarsi ad un solo settore od ad un particolare aspetto della dottrina, ma contemporaneamente e parallelamente difendere
tutto il complesso di quest’ultima.

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Il problema sindacale si presenta ai nostri occhi sotto un duplice aspetto. Il primo, di carattere teorico, riguarda l’organizzazione sindacale nei suoi diversi elementi strutturali e nello svolgimento storico di una particolare politica rivendicativa. Il secondo riguarda l’atteggiamento dei rivoluzionari di fronte all’esistenza di più organismi sindacali o come tali definiti. Ci soffermeremo in particolare sul primo che è pure di gran lunga il più importante, in quanto investe direttamente l’origine, lo sviluppo e la funzione storica del sindacato nel divenire delle lotte di classe. La nostra battaglia si svolge, a questo proposito, su due fronti: da una parte, contro coloro che negano il permanere di una funzione storica del sindacato operaio nell’epoca odierna e rifiutano di svolgere una azione rivoluzionaria al suo interno;  dall’altra, contro coloro che, elevando il sindacato a parte integrante della struttura dello stato nel periodo postrivoluzionario, attribuiscono ad esso compiti e funzioni politiche ed economiche di direzione e trasformazione della macchina produttiva e dell’organizzazione sociale, che sono appannaggio esclusivo del partito di classe.
Entrambe le tesi non sono nuove, come non nuovo, anzi vecchio e stantio, è l’opportunismo. La prima  è un’edizione aggiornata delle tesi in – sostenute dai tribunisti olandesi e dai “sinistri tedeschi”  in seno alla  Terza Internazionale e delle quali gli scritti e i discorsi polemici di  Lenin ebbero facile ragione. La seconda è una ripresentazione in  forma degenerata, bigotta e pacifista delle tesi care ai sindacalisti rivoluzionari, a cui demerito va ascritto il tentativo, (solo giustificato dall’opportunismo della direzione di alcuni partiti della II Internazionale), di sostituire alla forma-Partito la differenziata, limitata e contingente forma-sindacato ma a cui merito tornano le cento e cento battaglie condotte sul piano di classe in odio alla borghesia nazionale o meno, schifando  ogni tentativo di inserimento piu o  meno pacifico nell’ambito dello Stato capitalista e ponendosi come obbiettivo la distruzione violenta e radicale dell’apparato statale di classe.

Al fine che ci siamo proposti è opportuno concentrare la nostra attenzione sulla forma-sindacato e sul significato reale, il che faciliterà la comprensione dei rapporti che intercorrono tra organizzazione sindacale e Partito. Ora è noto che per i comunisti il sindacato non è mai stato un puro e semplice raggruppamento di operai salariati appartenenti ad una determinata categoria avente lo scopo di migliorare le condizioni di lavoro nel regime capitalista. Doppia è la limitazione implicita in una definizione del genere: la prima che è l’appartenenza degli operai sindacati ad  una singola categoria anziché ad una industria; la seconda che è l’esclusione del necessario e fondamentale legame col Partito di classe, esclusione che equivale alla balorda pretesa della “apoliticità” dell’organizzazione sindacale. Infatti, il negare la necessità del legame tra Partito e associazione economica porta da un lato allo scadimento dello stesso sindacato, ma soprattutto equivale a negare al proletariato un compito rivoluzionario nella storia mancando i presupposti e il terreno specifico per lo svolgimento della politica e dell’azione rivoluzionaria, e ad avvallare l’ assurdo teorico  di una netta e precisa separazione fra lotte economiche e lotte politiche.

È ovvio che le relazioni tra  Partito e sindacato, e soprattutto  l’influenza che il primo esercita sul secondo sono strettamente condizionate e determinate da fattori oggettivi, ed è appunto questo che non considerano coloro i quali negano ogni validità ed importanza nell’ epoca attuale al lavoro dei militanti rivoluzionari in seno ai sindacati e cosi agendo abbandonano gli operai organizzati alla mercé delle direzioni opportuniste.

Un organismo prodotto del divenire sociale non cessa di esistere  solo perchè qualcuno ritenga di stenderne l’atto di morte, o di ignorarlo. La forma-sindacato fa la sua comparsa in un particolare stadio dello sviluppo delle forze produttive, quando cioè esse danno origine ai rapporti borghesi di produzione, ed è, in ultima analisi, una a delle prime forme associative raggiunte dalle masse dei produttori – che, separati dai mezzi di produzione attraverso il processo dell’accumulazione primitiva, si trovano “liberamente” costretti a vendere la forza-lavoro al fine di procacciarsi di che vivere e riprodursi. Il processo di cristallizzazione in organismi del genere, determinato da spinte economiche elementari, porterà attraverso stadi diversi alla formazione dei primi sindacati miranti a strappare un miglior trattamento economico reso anche possibile dall’aumento quantitativo delle masse operaie, ma già il Manifesto chiarisce che l’importanza di questo processo non risiede in “conquiste economiche” in sé transitorie ma nel valore politico dell’auto organizzazione del proletariato e il suo termine ultimo è il Partito di classe, come sintesi superiore di “tutti gli aspetti della lotta per la emancipazione della classe operaia dalla schiavitù del lavoro salariato.” Permanendo tutte le condizioni  che hanno generato le organizzazioni sindacali, non si vede come si possa negarne la funzionalità ai giorni nostri. La forma-sindacato ha i suoi limiti storici come ogni altra forma  associativa. La stessa forma-stato prodotto della società divisa in classi potrà estinguersi soltanto con  l’estinzione delle classi: alla stessa stregua le funzioni del sindacato
si estingueranno con lo sparire di tutti i caratteri specifici della società borghese, cesseranno con la eliminazione della separazione dei produttori dai mezzi di produzione, con l’affermarsi della disponibilità dei prodotti da parte della società dei produttori al di fuori di ogni mezzo distributivo a carattere mercantile: non prima. Questa tesi è del resto conferma dall’esame della politica che la classe dominante ha svolto nei riguardi delle associazioni economiche dei lavoratori.

Gli aspetti di questa politica possono apparire contradditori soltanto a coloro che negano l’esistenza di leggi obiettive dello sviluppo› storico, e sono portati ad attribuire a singoli individui, più o meno “spiritualmente” dotati, l’iniziativa e l’attuazione di determinate scelte politiche. Per quanti si rifanno alla concezione materialistica della storia, le diversi posizioni assunte dagli organismi di potere della classe dominante nei riguardi degli istituti associativi a carattere economico del proletariato non solo non hanno nulla di contraddittorio, ma sono indissolubilmente legate tra loro da una ferrea logica interna, riflesso di uno sviluppo quantitativo delle forze economiche.

La borghesia rivoluzionaria, al suo apparire portatrice di una nuova forma sociale di produzione, rivendicò il merito di aver posto fine a un mondo in cui l’ingiustizia, la diseguaglianza e l’oscurantismo avevano regnato sovrani. Il mondo che a questo succedeva trovava per essa le sue fondamenta negli ideali di libertà, giustizia eguaglianza; in nome di questi ideali si proibirono e furono sciolte, per chè considerate appartenenti ad un passato ormai concluso, le prime associazioni a cui l’embrionale proletariato aveva dato vita. Erano le prime manifestazioni dell’esistenza di una lotta di classe che il patrimonio ideologico borghese non prevedeva; e si ritenne di poter cancellare con un colpo di spugna quella che appariva una macchia immonda sul candido manto ideale di cui la borghesia si paludava. Parve un primo successo; non era che un rinvio a scadenza più o meno breve dell’incontro col prodotto necessario delle insanabili contraddizioni del modo di produzione borghese. Lo sviluppo della produzione, l’estensione della rete mercantile, i commerci, i traffici, portavano seco ed acceleravano il fenomeno della proletarizzazione: le scarse file della classe operaia appena na-a andavano sempre più ingrossandosi, e sempre più si ponevano all’ordine del giorno quei problemi di ordine economico-sociale che le loro condizioni di vita, di lavoro, di esistenza rendevano urgenti.

Non era più possibile ignorare un fenomeno che minacciava le basi dell’ordine costituito: distruggerlo era impossibile, bisognava incanalarlo in un letto non pericoloso per la sopravvivenza dell’ordine borghese. Ebbe così inizio una poltica di maggiori concessioni ed anche di “benevola” per quanto vigile attesa: « benevola » in quanto ci si rendeva conto che la tolleranza di un minimo di organizzazione del proletariato in associazioni a carattere sindacale -tenuto conto dei compiti contingenti di queste –
poteva distogliere una notevole massa di energie proletarie che altrimenti sarebbero state spinte all’accelerazione del processo rivoluzionario; vigile perchè la classe borghese, conscia per per quanto impotente a sventare i cataclismi che periodicamente travagliano la struttura sociale capitalistica, non ignorava quale immense riserve di energie tali organizzazioni costituissero per il partito politico proletario.

E’ appunto al fine di neutralizzare per quanto possibile questo pericolo, e tenuto conto dei vantaggi di carattere economico offerti da un opportuno indirizzo della politica sindacale, che la politica della classe borghese assume un carattere sempre più interventista, persegue cioè sempre più lo scopo di assicurarsi il controllo e la sudditanza delle direzioni sindacali. Le forme che questa politica assume, sono storicamente diverse, ma i suoi mezzi preferiti sono la corruzione economica e sociale e la diffusione delle ideologie borghesi del pacıfismo e della collaborazione presentate come uniche politiche suscettibili di assicurare e mantenere a favore degli operai un certo numero di “vantaggi” pratici.

Il più classico esempio in tale campo è costituito dalle “Trade Unions” inglesi, ma l’adozione di una tale politica e l’influenza perniciosa che essa esercitò traggono origine dal fatto obiettivo dello sviluppo ineguale del capitalismo nei diversi paesi e quindi dalla possibilità di uno spezzettamento dell’azione internazionale del proletariato, in quanto le nazioni economicamente più sviluppate ed esercitanti un’egemonia sul mercato mondiale rendevano parzialmente partecipi di questa loro posizione le loro masse operaie e quindi le aggiogavano al proprio carro. Il legame più stretto tra sviluppo economico e politica estera dei paesi capitalistici impegnati nella conquista dei mercati di sbocco, fu la spira infernale in cui rimasero vinte non solo le organizzazioni sindacali dei proletari, ma anche le loro organizzazioni politiche; il sacrificio degli interessi finali del proletariato a quelli contingenti portò di riflesso al loro accodamento alle imprese di conquista della borghesia nazionale, e viceversa.

Nave e stati con piloti di paglia

Nella noterella spaziale del numero precedente dicemmo che dati i successi abbastanza notevoli degli americani era da aspettarsi un colpaccio spaziale russo per il Primo Maggio. A un colpo pensavano evidentemente gli americani stessi, e lo volevano scoprire col volo dell’aeroplano spia. I russi hanno fatto un colpo migliore abbattendo l’aereo e prendendo vivo il pilota. Quanto al Primo Maggio, oramai la ingenua festa dei lavoratori vale per preti da un lato e rinnegati del bolscevismo dall’altro, e si pensava a meglio che al convenire di milioni di lavoratori del mondo. Il 15 maggio sarebbero convenuti, per conto di quelli; i quattro del vertice, o i quattro vertici, le quattro punte quelle figure che abbiamo da tempo battezzate in stile Cambronne; sembrandoci logico che a quella materia conduca l’idea ed il mito odierno delle punte e delle cuspidi, in cui tutto si assomma dopo la più degna delle plastiche espulsive. Il colpo andava quindi non per il primo ma per il quindici, e c’è stato. Lancio della “nave spaziale“. Effetto sicuro su tutte le schiere anche antirusse delle classi mezzo borghesi, e soprattutto dei miserabili moderni lavoratori del cervello. Nave, perché? Nave è uno strumento nel quale il navigatore sceglie la sua rotta e dirige l’apparato motore. Qui non abbiamo né navigatore né motore a bordo, ma un corpo passivo, un satellite come tutti gli altri che girano attorno alla Terra, e che sarebbero oggi quattro o cinque, tutti americani. Non vi è motore, perché le fonti di energia sono i primi “stadi”, come oggi dicono tutti, i quali stanno al satellite “in orbita” come il cannone sta al proiettile. Quali dunque le caratteristiche nuove dell’esperimento? Anzitutto il peso del corpo lanciato, quattro tonnellate e mezza, ed esattamente 4.540 chili, dall’annuncio russo. Lasciamo stare che la capsula con il manichino, destinata a staccarsi, pare rappresenti più di metà del peso, per ora sono ben quattro tonnellate e mezza a cui si è impressa la velocità di 6.000 metri al secondo, ossia 28.000 km all’ora. Finora lo Sputnik III, testé caduto, e il Mechta che sarebbe in viaggio, raggiungevano il peso di circa un terzo. Dunque un certo primato; se pure la potenza del Mechta, partito a 11.000 metri al secondo, non era di molto inferiore: infatti la seconda velocità cosmica, rispetto alla prima, richiede per lanciare la stessa massa doppia energia circa. I russi stessi ricordano che gli americani hanno lanciato un satellite di 770 chilogrammi, il Polaris. Nelle nostre note ed elenchi era il Discoverer II lanciato il 13 aprile 1959, di 675 o 740 chili in annunci diversi. La sua altezza minima era 250 km, e sarebbe ancora in volo. Oltre i primati di peso si è vantato quello – al solito una vecchia richiesta nostra fin dal primo lancio – dell’orbita circolare. Si è detto che era a 320 km dalla Terra, ma subito dopo si indicano due altezze diverse: massima 369, minima 312. Lo scarto di 57 km è maggiore, in assoluto e in relativo, di quello che darebbe il recente Tiros 1 americano, tra 740 e 700 km. Siamo lontani dai primati del lungo periodo di rivoluzione a grande distanza. È noto che il Paddle Wheel americano si spinge a 42.000 km di altezza col periodo di ben 12 ore e 51 minuti, o giù di lì. Il periodo di 91,2 minuti annunciato per la “nave” è inferiore a quello di tutti gli altri satelliti russi e americani: già lo Sputnik I dette circa 95 primi, salendo a 810 km di massimo. Le cifre date non sembrano accettabili, forse verranno dopo le più esatte. Con 91,2 minuti il semiasse maggiore dell’orbita è calcolabile in km 6.792. Sono 414 km più del raggio terrestre, e tale sarebbe l’altezza, non 320, se l’orbita fosse circolare. Se poi l’altezza minima è 312, la massima deve essere non 369, ma 516, ovvero il periodo deve essere 89 soli primi. Le cifre non sono attendibili, comunque il chiesto miracolo non vi è stato, quanto a distanza dalla Terra, e a periodo di rivoluzione. Un risultato positivo sarebbe la visibilità ad occhio nudo, ma per utilizzarlo il corpo è troppo vicino, e troppo scarse le combinazioni favorevoli. Dunque un nuovo satellite, il più grosso di tutti, e null’altro di sensazionale.

Poiché siamo convinti che il manichino non è un uomo vivo, nemmeno la spia Powers, [qui manca evidentemente una frase, n.d.r.] come sarebbe stato eticamente grazioso osare. Neghiamo che si sia fatto un passo importante verso il viaggio dell’uomo negli spazi, come dal pubblicistico effetto che si è voluto tentare. Forse si è capito come un tale risultato è dubbio e sempre più lontano.  Le ragioni sono semplici.

  • 1. La cellula pressurizzata non può ritornare senza incendiarsi nell’atmosfera, e il viaggiatore non potrà narrare il viaggio. Perché ne telefoni da vivo le notizie, anzi per verificare se serba vita e coscienza, è necessario votarlo alla morte. Ma nessuno cerca un kamikaze.

2. La cellula è un peso enorme, dell’ordine di grandezza di tutta la sedicente “nave”. Ma se ci fosse l’uomo vivo dentro, dovrebbe funzionare da nave proprio la cellula e non il solo pezzo che resta in orbita. 3. Tutto il corpo, il pezzo primo, o il pezzo secondo, funzioneranno come nave quando avranno un motore fonte di energia, non solo per rallentare il ritorno, che sarebbe magro risultato, ma per scegliere la strada (verso Marte o vero Venere…!). Ma se la sola cellula che servirebbe alla vita dell’uomo pesa diecine di volte più del suo corpo, il motore peserebbe centinaia di volte di più di tutto il satellite.4. Il motore nucleare è ben, ben lontano dall’offrire la soluzione. Ammesso che con poco peso sviluppi enorme potenza, per funzionare come motore a getto dove prenderà la massa di materiale espulso in reazione, non più recuperabile? Il combustibile chimico la fornisce, come negli aeroplani a getto, nella misura del suo stesso peso. E poi manca l’aiuto della resistenza dell’aria al getto.

  • 5. Finora si è ammesso che nello spazio la teleguida di correzione non ha ancora agito. Ma questa è a nostro modestissimo pensare la sola via tecnica che si può tentare. Risparmiare la cabina da vita umana, risparmiare il Manichino, e progettare un Robot. Il Robot racconterà, prima di essere disintegrato, e peserà meno come pilota di un primo motore autonavigante, lontano crediamo anni ed anni se non secoli, eseguendo ordini delle stazioni di terra. Uno scienziato russo avrebbe ammonito, non diciamo gli scopritori, ma i turisti e gli emigranti da fantascienza, che la sede comoda per l’uomo nel mondo è la Terra. Da millenni l’occhio dell’uomo esplora il cosmo. Vi invii l’uomo suoi strumenti di ricerca e lettura, e se ne stia quaggiù. L’animale mentale vive quando sa, non quando viaggia. Può viaggiare anche un salame. Salami sono quelli che godono di queste notizie, exciting. All’americana.

Se il vertice è fallito, l’esperimento della pretesa nave spaziale è a sua volta fallito. Ma, per i filistei al cubo, è “pienamente riuscito”. Si era annunziato che la “capsula” si sarebbe staccata dalla “nave” con una spinta all’indietro, che le avrebbe tolto velocità, in modo che rallentando sarebbe con volute più strette entrata nell’atmosfera bruciandosi. Se questo esperimento riusciva era la premessa a futuri lanci del pilota vivente, in modo che non morisse bruciato, ma atterrasse salvo. Per ora si sarebbe avuto non un fantoccio atterrato, ma un fantoccio bruciato. Fatta la manovra di distacco, la capsula col manichino si è staccata dalla nave grazie ad un motorino razzo che ha dato la spinta per allontanarle tra loro. Caso ben strano, hanno usato questo ridotto surplus di energia meccanica non per discostarsi, ma per seguitare a viaggiare di conserva (e pare anche con un terzo oggetto, il razzo vettore della nave) su una orbita più alta e molto più allungata. La nostra nota precedente scritta tre giorni prima di questa notizia aveva già affermato che l’orbita doveva essere meno circolare e più lunga. Secondo il nuovo dato che oggi ci danno (col periodo di 94 primi e un quarto invece di 91,2) la somma delle altezze massima e minima risulta dal calcolo di 1.130 e non più 836 km. Non siamo d’accordo con le due cifre russe di 307 minimo e 690 massimo; se il minimo è 307, il massimo risulta a noi 823, ovvero, 440 e 690. Siamo d’accordo che l’orbita si è allungata molto essendo cresciuta l’energia cinetica della curiosa coppia di oggetti viaggianti. Ma se si doveva salvare il pilota vivo mandando la nave al macero, l’uomo spaziale sarebbe stato condannato a lenta atroce agonia; come una scialuppa di salvataggio che, calata troppo presso la nave, inghiottita nel vortice fa annegare i naufraghi. Parere di noi tecnici di bassa lega: gli esperimenti vanno tentati con apparati più semplici e senza inutili dispositivi per far campare un manichino. Il distacco deve prima riuscire con corpi semplificati, ottenendo che uno dei due torni giù. Ma tutta la tecnologia di oggi è pubblicità, racconta-ballismo…