พรรคคอมมิวนิสต์อินเตอร์เนชันแนล

Il Programma Comunista 1961/16

Micrometrici passi radiali nella conquista del "cosmo"

Ben lungi dallo schifare le forme borghesi della vita sociale, i russi nella loro imitazione-competizione dell’America l’hanno di gran lunga battuta nell’organizzazione da “public relations”, il fattore che fa scendere il moderno uomo della civiltà capitalistica bene al di sotto del selvaggio, per cui davvero era una seria conquista il feticismo del totem.

Che nella tecnologia spaziale i russi abbiano surclassato gli americani lo abbiamo già detto nel confrontare i campioni Gagarin e Shepard. Al successore di Shepard, Grissom, era stata preparata una pubblicità più clamorosa, ma l’esito non solo restò misero, ossia poche centinaia di chilometri di cosiddetto volo al posto della “nocca” circumterrestre di Gagarin, quanto per poco davanti a tutto l’apparato diffusivo da public relations il nuovo campione non ci lasciò la pelle affogando. Gli americani cercarono di ripararsi dalla scottante delusione affermando che a differenza di Gagarin, Grissom aveva “veramente pilotato” nello spazio il suo veicolo poi naufragato nell’Atlantico con tutta la strumentazione del valore di miliardi (non ci poniamo la questione di quanto spendano in mezzi produttivi gli uni e gli altri in questi tentativi – socialmente si pone il quesito se l’obiettivo primo sia quello di nuove armi di sterminio, o quello di incretinire l’umanità, che in fondo è la stessa meta).

Ma il 7 agosto è venuto lo strepitoso esperimento del maggiore Titov. Noi ci chiedemmo se la prova con Gagarin permetteva di concludere se un uomo vivo avrebbe potuto sopportare più giri in orbita; orbene Titov ha compiuto 17 giri intorno alla Terra ed è disceso dopo più di 25 ore. C’è da menare scalpore; e la sapiente regia tutta prima predisposta si è messa a funzionare a tutto regime.

Noi che abbiamo il torto di andare controcorrente a questi entusiasmi prefabbricati, conduciamo il nostro confronto secondo diversi criteri.

Gagarin ha percorso oltre 40 mila chilometri e Titov circa 700 mila. Si ha quindi finora la prova sperimentale che nello stato di “imponderabilità”, come oggi tutti sanno dire, l’animale uomo resiste senza morire un intero giorno, dopo sistemato nelle apparecchiature complicatissime una specie di “polmone di acciaio” le cui notizie tanto più impressionano quanto più sono misteriose.

Dal primo momento noi misuriamo la entità dei risultati di lanci di oggetti vivi e non vivi dalla superficie terrestre secondo la distanza che si può stabilmente raggiungere e conservare. La questione quantitativa è nota da molto tempo, qualche secolo. Il grave in orbita come satellite della Terra, ad una distanza minima dalla sua superficie, deve avere teoricamente la velocità di ottomila metri al secondo (pari a 28 mila chilometri orari) e il suo periodo di rivoluzione è di quasi novanta minuti. La Luna, dicemmo ricordando cosa banalmente nota, sta a 380 mila km, ha la velocità di un km per secondo, e la sua rivoluzione la fa in un mese.

Il tema tecnico come umilmente lo ponemmo noi umilissimi era dunque di andare a bassa velocità, con un lungo periodo di rotazione, e ad una distanza dalla Terra che non si limitasse all’uscita da poche centinaia di chilometri di atmosfera parte materiale del pianeta, ma fosse almeno di un raggio terrestre, ossia un paio di raggi dal centro (per la Luna sono 60 raggi). Ciò a parte la possibilità di tenere nell’oggetto un animale o uomo vivo.

L’argomento che più ha colpito l’immaginazione popolare (oggi di grado più misero che ai tempi dell’idolatria) è che Titov ha compiuto ben vivo 700 mila km, ossia quasi quanto basta a raggiungere la Luna e tornare giù. Ma che vale questo argomento?

Certo la questione di durata è importante, come per gli aeroplani che cominciarono con cento metri e sono giunti a decine di migliaia di chilometri. Ma questo fine ha un limite di “autonomia”, ossia la circonferenza terrestre. Farla in 80 minuti come aveva già fatto Gagarin per ritrovarsi dove… era prima, è il massimo, e da deterministi economici abbiamo diritto di dire che la conquista, per tutti grandiosa, non serve a nulla.

Titov ha fatto di più portando il tempo di durata in volo da 90 minuti a 1.518. Ma che cosa ha fatto come distanze radiali? Un semplice bis . La distanza minima dalla Terra è stata 178 km e quella massima 302. Per Gagarin le distanze stesse sono state 175 e 257, almeno così si pubblica oggi, anche se, vedi il nostro n. 8, subito dopo il volo di Gagarin anche per lui annunciarono la distanza perigea di 302 km.

Siamo dunque autorizzati a ripetere il ragionamento di allora. Dato che il raggio terrestre è di più di seimila chilometri, lo stacco dal pianeta è stato di appena il 4 per cento del raggio. La conquista del cosmo come la volete misurare, se non a raggi? Se per la fame di terra e di impero servono i chilometri quadrati, per lo spazio dovrebbero servire i chilometri cubi. Ed allora la presa di possesso di Titov è pari a quella di Gagarin (come se avessero piantata una bandiera – si intende bene nazionale! – al perigeo) e diverrebbe, con un calcoletto che sa fare chiunque, ancora più infinitesima.

Per arrivare alla Luna, per cui già si pongono date, i 4 centesimi di raggio dovranno divenire 60 raggi; impresa 1.500 volte maggiore!

Il quiz sui 700 mila chilometri di Tito fa dunque ridere. Lo batte anche Pinco Pallino, il mio amico che ha cinquant’anni e non si è mai mosso da Panicopoli. Anche lui, con la scorza terrestre da cui non si scosta, gira per il cosmo, ed è tuttora vivo dopo aver fatto non 700 mila, ma più di 700 milioni di chilometri.

E questo pensando solo alla rotazione del pianeta. Se pensiamo alla sua rivoluzione nel sistema solare, alla velocità di 30 km al secondo, sono in un solo giorno oltre due milioni e mezzo di chilometri e, se vi piace, anche in direzione della Luna (al primo quarto); Titov è battuto oltre che in durata anche in velocità.

Nel commentare i riferimenti di Gagarin noi scettici cronici delle notizie “ufficiali” levammo forte dubbio sulle dichiarazioni di aver guardato il Sole e le stelle e su quella di avere galleggiato nello spazio vuoto della nave spaziale. Anche le dichiarazioni di Titov lasciano adito a sospetto.

Nell’intervista del giorno 8 si è fatto anche parlare un colcosiano che avrebbe incontrato Titov alla discesa. Ebbene questi ha detto di averlo “visto uscire dalla cabina” (citiamo bene inteso stampa filorussa).

Ma nella conferenza stampa dell’11 Titov stesso ha detto di avere scelto (è chiaro che era la sola scelta che ha fatto) tra due sistemi di atterraggio, e di avere adottato quello col paracadute, anziché restare (come pare abbia fatto Gagarin) nella “nave” Vostok, che intanto atterrava per conto suo. E allora il colcosiano che ha visto?

Non contestiamo che la tecnologia della partenza e del ritorno ha fatto in Russia (e in parte in America) passi enormi. Ma pensiamo che con gli stessi mezzi si farebbero progressi molto più rapidi facendo viaggiare non persone ma strumenti, automatici e collegati a terra. Ma qui tutto è l’effettaccio, e il gran pubblico vuole l’eroe!

Quanto alla funzione di pilota essa è tutt’altro che provata. La citata conferenza stampa ammette che il dispositivo di atterraggio e frenaggio è “sempre automatico”. Si è detto e poi praticamente smentito che con comandi a mano la nave passasse da un’orbita su di un’altra. Se vi era un periodo costante di 88′ e 6”, e un costante angolo di 65° che tra le due Vostok differiva di appena 8′, che cosa è mutato a volontà del pilota? Non sarebbe stato rovinoso poterlo fare? Con che specie di bussola, forse giroscopica? E con che controllo? Ed infine, durante le otto ore di sonno, andate mezz’ora oltre il programma? A nostro avviso né l’americano né il russo hanno nulla pilotato.

Circa le osservazioni non si capiva che cosa vedesse Gagarin e come Titov vedesse, stando fuori del cono d’ombra, la Terra grigia, il Sole e le stelle. La Terra a 300 km doveva sempre coprire, scura o chiara, quasi un emisfero del suo orizzonte. Titov racconta che nei primi momenti non sapeva la sua posizione ed era chiaramente un caso che il suo sguardo cadesse per l’oblò in direzione della Terra o di un Astro.

Le parole della conferenza stampa confermano altra nostra tesi: che il “cosmonauta” è legato, immobilizzato davanti all’oblò salvo qualche manovra limitata delle mani o avambracci. Così per i dettagli sull’aprire e chiudere il casco e la posizione dei microfoni in esso e nella cabina. Il lettore rilegga la conferenza, evidentemente pianificata parola per parola, e ci eviterà di entrare in maggiore dettaglio.

Una sola nostra osservazione vogliamo richiamare, anche in relazione al fatto che aver coperto in quel modo 700 mila chilometri è ben altra cosa che andare verso la Luna, Marte, Venere e simili storie pubblicate nel clima dell’euforia generale.

Poiché è assodato che le distanze del Vostok I e del Vostok II sono state praticamente le stesse, vige il nostro ragionamento sulla “sparizione” del peso dei corpi in orbita. A quella distanza non è abolita l’attrazione terrestre, ma solo ridotta a circa il 90 per cento di quella che è sulla Terra. Solo che per effetto della rilevante velocità del satellite, ben maggiore di quella del Pinco Pallino di cui dianzi, una forza centrifuga uguale ed opposta compensa esattamente l’attrazione.

In queste condizioni si sa che non vi sono effetti letali sull’uomo in vita, sebbene per Titov si ammetta che si è constatato un disturbo “vestibolare” ossia dei canali semicircolari che abbiamo presso l’orecchio e che, appunto in presenza dell’attrazione terrestre, sono per noi l’organo di orientamento e ci danno la sensazione materiale delle tre dimensioni dello spazio fisico.

Ponemmo un quesito a cui nessuno ha risposto (qual meraviglia? siamo tanto pochi e piccini! Eppure quanti nostri rilievi si sono poi diffusi in “satellistica”, come la richiesta dell’orbita quasi circolare, del lungo periodo orbitale, della forte distanza dal pianeta… e della cosa che più épate le bourgeois, ossia il calmiere delle supervelocità eclatanti!) e fu questo: quando a grande distanza dalla Terra, di almeno un doppio raggio, le due forze in antitesi resteranno pari e contrarie, ma ciascuna ridotta a circa un decimo e meno del valore sulla Terra, quale sarà l’effetto sull’uomo?

Se fosse un problema di pura meccanica ci si potrebbe far tacere col noto “teorema di Varignon”: il momento della risultante è uguale alla risultante dei momenti. Tra le forze 0.90 e meno 0.90 la risultante è zero, come quando le due forze siano una più 0.10 e l’altra meno 0.10. Ma il nostro quesito è di fisiologia e non di meccanica e consiste nel chiedere se l’uomo o in genere l’animale può vivere quando le due forze si minimizzano. Il campo del potenziale dell’una e dell’altra potrebbe, per “effetti” non ancora sperimentati in laboratorio (è impossibile), condizionare il dinamismo vitale delle cellule e dei succhi che formano il complesso vivente.

È chiaro che non alludiamo agli effetti letali di speciali radiazioni come nella famosa fascia di Van Allen, ma formuliamo l’ipotesi dubitativa di un altro effetto che legherebbe, eventualmente, la gravità newtoniana e la vita animale. La risposta la può dare l’esperienza e non la speculazione, ma per fare tale esperienza bisognerebbe provare da trecento a trecentocinquanta chilometri, e via per lenti gradi.

Ma noi siamo brontoloni inutili. E quindi ci si annunzia di qui a pochi mesi il cosmonauta in orbita che aggira la Luna e ritorna giù. Se dei lavativi come noi avessero un briciolino di potere, si proverebbe con un manichino. Pare lo facciano gli americani. I russi poi avrebbero un altro piano intelligente: porre in orbita un telescopio che riceva i raggi prima che si insozzino nell’atmosfera, e trasmetta le immagini. Insomma la nostra vecchia formula: non cosmonauti, ma cosmorobots!

Echo e i programmi fasulli

Il famoso satellite Echo di cui ci siamo più volte occupati nell’autunno dell’anno scorso, è oggi ancora visibile anche nel cielo italiano.

La storia è interessante. Lo lanciarono gli americani con una tecnica ben riuscita. Un involucro di plastica pieghettato come un palloncino alla veneziana del peso di soli 61 Kg fu messo in orbita chiuso in un piccolo involucro di alluminio che si aprì a grande altezza, nello spazio vuoto, e una modesta carica di gas interno gonfiò la sfera fino a un diametro di 30 metri. L’altezza era di circa 1.500 chilometri e l’orbita quasi circolare. Il satellite doveva essere usato come punto di appoggio per trasmissioni radio tra punti lontani della Terra e lo fu per alcune riuscite conversazioni telefoniche.

Quando il grosso corpo riceve i raggi solari e si trova sull’orizzonte di un luogo della Terra nel quale è già notte, esso è visibile ad occhio nudo come una stella di prima grandezza, che corre nel cielo velocemente tra le costellazioni dei soliti astri.

Il fatto originale è che, giusta il progetto, Echo doveva vivere poche settimane, perché si era certi – dagli esperti – che le meteore lo avrebbero forato ed afflosciato, in modo che sarebbe rimasto in orbita ma invisibile.

Echo si è beffato dei progetti dei programmi e dei calcoli degli scienziati che lo hanno creato e dopo un anno è sempre lì. Una notizia americana spiegava che forse le radiazioni solari lo hanno ancora inturgidito, e che per anni e anni non cadrà più dato che le famose meteore o non ci sono o sono molto più rade di quello che si credeva e i satelliti hanno probabilità minime di incontrarle sul loro cammino.

Dalla prima decade di agosto Echo è visibile da noi. Ne ha dato notizia il noto osservatorio Bendandi di Faenza, con un orario non del tutto esatto; comunque nel caso del famoso satellite pallone il periodo orbitale non è diminuito ma cresciuto: al lancio era di due ore meno due minuti, ma oggi come il Bendandi può verificare non è più tale, ma di due ore e sette minuti. Con tale cifra si verifica il ritardo tra le due apparizioni serali, in giorni successivi, che il comunicato indicava bene in circa 43 minuti.

Chi vuole vedere lo splendente Echo lo attenda dopo il tramonto verso Ovest, passerà tra la stella Arturo di Boote e l’Orsa maggiore e si dileguerà verso Est toccando lo zenit tra la Lira e il Cigno.

Il secondo passaggio è dopo due ore e sette minuti, ma sempre partendo da Ovest piega più verso Sud, durante esso Echo si spegne, perché entra nel cono di ombra terrestre e non riceve più i raggi solari.

La sera dopo lo si riattenda dalla stessa parte ma con circa quaranta minuti di anticipazione. La brillante osservazione è alla portata di tutti, e non di una ganga di esperti. Per questo forse la pubblicità è poca, e lo presero per un disco volante. Lo si può seguire fino a una ventina di minuti, alla prima apparizione.

Lacrime e sangue nell'Angola

Se perfino missionari, diplomatici e giornalisti si sono scomodati a denunziare i crimini del colonialismo portoghese nell’Angola (e negli altri possedimenti extrametropolitani del cristianissimo Portogallo) e a calcolare in 100.000 gli indigeni sterminati durante le recenti campagne di repressione delle rivolte negre, si può star certi che quest’ultima cifra è inferiore alla realtà, e i primi assai peggiori di quel che si dica.

La repressione, del resto, ha le stesse origini di quelle che hanno punteggiato di lacrime e sangue la opera… civilizzatrice del capitalismo bianco in tutto il mondo: da due anni l’Angola attraversa, per i portoghesi, un periodo di boom economico con forti esportazioni di caffè, diamanti industriali, sisal, olio di palma, prodotti della pesca, che contribuiscono a sanare il deficit della bilancia commerciale portoghese (giacché l’Angola è «provincia», non colonia, del Portogallo!), e i grandi piantatori, mercanti e industriali metropolitani non possono tollerare che «quegli animali di indigeni» turbino con le loro pretese la dolce vita delle loro aziende, prospere e benedette come sono dal cattolicissimo governo di Lisbona.

D’altra parte, sotto la pressione di ciò che avviene in altri settori dell’Africa nera, la popolazione indigena non si mostra più disposta a tollerare un giogo che è tra i più infami di cui la storia della civilizzazione bianca del pianeta possa vantarsi. Non tollera più la schiavitù del famoso «lavoro obbligato» che, come abbiamo già avuto occasione di spiegare in articoli precedenti, mette i negri alla mercé della polizia e dei mediatori bianchi per un periodo minimo di sei mesi di occupazione forzata equivalente alla schiavitù (anzi più feroce, perché il sistema vigente combina gli aspetti peggiori dello schiavismo precapitalistico con quelli del «libero salariato» capitalistico, eliminando invece i fattori di compenso impliciti nel patriarcale rapporto schiavo-padrone); non tollera più la tortura e lo scudiscio come mezzi normali di… arruolamento dei «disoccupati» e degli «oziosi», o l’obbligo – soddisfatto prevalentemente dalle donne e dai bambini – di provvedere alla manutenzione delle pessime strade di Stato; non tollera più il regime feroce di polizia che il mantenimento di una simile struttura economica rende necessario, e che impedisce od ostacola la nascita di organizzazioni non diciamo politiche, ma neppur sindacali, di difesa della popolazione lavoratrice indigena – popolazione che è stata privata delle terre migliori e, in cambio, si vede costretta a sudar sangue a suon di frusta e «palmatoria» ogni qualvolta a un privato imprenditore bianco o all’autorità pubblica interessa che un «lavoro di utilità comune» sia portato a termine.

L’ipocrisia con la quale la ferocia del colonialismo portoghese si nasconde è tale per cui l’amministrazione coloniale può vantarsi che non esista nel suo territorio alcuna… linea di colore. Non esistono, infatti, le stupide discriminazioni formali di cui si diletta l’Unione Sudafricana, e la repubblica lisbonese si gloria di considerare la colonia come una provincia della metropoli; ma il lavoro forzato è esclusivo appannaggio degli indigeni, e così la frusta e il bastone; e, sul piano politico, la linea di colore è costituita da un’altra linea da una parte della quale stanno i «civili» e dall’altra gli «incivili», i primi equiparati ai bianchi agli effetti dei diritti civili e politici, i secondi lasciati in balia della «giustizia», della polizia, dell’arbitrio personale dei colonizzatori; e della prima categoria possono entrare a far parte, oh gran bontà dei governanti cristianissimi, quei negri che, per aver raggiunto un certo grado li «cultura», possono considerarsi «assimilados» e quindi (come i bianchi) «civili», ma il giudizio su questo grado di cultura è riservato all’arbitrio esclusivo dei negrieri, anche ammesso – cosa estremamente rara – che l’indigeno riesca a seguire corsi scolastici regolari.

Così nell’Angola, su una popolazione negra di 4.006.598 anime (contro 78.826 europei e 29,753 altri), i «civili» o «assimilados» sono appena 30,089, cioè lo 0,74%.

Ma la percentuale è in realtà anche minore, perché, come osserva G. M. Carter in «Indipendence for Africa», circa la metà degli assimilados sono donne e la metà dei «civili» dei due sessi sono bambini, il che significa che fra i «civili» sono stati inclusi un’alta percentuale di nativi che non possono affatto godere della «istruzione» ufficialmente richiesta e che, in ogni caso, rappresentano una facile massa di manovra in mano ai governanti; la percentuale effettiva dei «civili)) si riduce dunque a forse lo 0,4% dell’intera popolazione indigena, e del resto nella Guinea portoghese è dello 0,29%, nel Mozambico dello 0,44% e a Timor dello 0,35%. Inutile dire che questi «incivili» devono però lavorare nelle forme che si è detto e pagare tasse personali e reali: incivili sono per ciò che riguarda i diritti; civilissimi per quanto riguarda i doveri.

Gli indigeni che si sono ribellati a quest’infame regime di sfruttamento economico e di oppressione politica possono ben gloriarsi d’essere – in confronto a così «civili» reggitori – degli «incivili», e per quante violenze commettano non saranno mai tante né tali da potersi paragonare a quelle che i complessivi 131.022 portoghesi esercitano, nel complesso delle loro «province d’oltremare», su 10 milioni 607.666 indigeni, e che sono indispensabili affinché un’esigua minoranza possa continuare a detenere il monopolio delle terre, del lavoro e della vita di un’immensa massa di colore. I centomila morti (se bastano) dell’Angola, più un numero imprecisato di feriti, dispersi e incarcerati, rappresentano per noi la testimonianza storica di quello che hanno potuto e possono la «civiltà» e la «morale» dell’imperialismo bianco; per vendicarli, ben venga e venga presto la «barbarie» della rivolta indigena e, in avvenire – quando il proletariato metropolitano potrà e saprà unire le sue forze a quelle del nascente proletariato – negro della rivoluzione comunista!