พรรคคอมมิวนิสต์อินเตอร์เนชันแนล

Il Programma Comunista 1972/11

[RG59] Nell’immutabile solco della dottrina marxista (Pt. 6)

9. Il risultato storico della seconda fase del ciclo borghese è dunque il seguente: invece dell’unità prevista ed auspicata fra associazioni economiche degli operai e Partito rivoluzionario, si vedono, da una parte, sindacati che si richiamano al principio generale della lotta di classe e, dall’altra, sindacati di ispirazione cristiana o direttamente padronale, che invece si richiamano al principio generale della collaborazione di classe.

Fra i primi, allora detti «sindacati di classe», o «rossi», in antitesi ai secondi, bisogna inoltre distinguere fra quelli che propugnano una completa neutralità nei confronti del Partito proletario marxista (deviazione sindacalista persistente nei paesi latini: Francia, Italia, Spagna) e che quelli che servono di base al Partito di classe dell’epoca, il Partito socialista.

D’altro lato, la portata rivoluzionaria di quest’ultimo fatto apparirà singolarmente ristretta quando, di fronte alla guerra imperialistica, cioè al maggiore evento politico che la società borghese possa conoscere, Partiti socialisti e sindacati affiliati passeranno armi e bagagli in campo borghese, cioè nel campo della difesa nazionale e della tregua sociale, in gradi diversi (per esempio il Partito socialista italiano eviterà di compromettersi completamente) e con reazioni di importanza molto diseguale da parte della sinistra marxista a seconda dei paesi considerati. Precisiamo, per chiudere questo bilancio, che, come era prevedibile, i sindacalisti puri non fecero, di fronte alla guerra, un fiasco minore degli altri.

10. È in queste condizioni che, grazie all’iniziativa bolscevica e sotto l’impulso dello sconvolgimento più o meno profondo di tutte le idee, di tutti i pregiudizi accreditati dai decenni di sviluppo pacifico nelle grandi masse operaie, sconvolgimento provocato non solo dal massacro imperialistico, ma dalla crisi economica ad esso conseguente, l’Internazionale comunista si ricostituisce e si pone il problema della conquista del proletariato.

Sul terreno dei principi, non si parlò in termini diversi dai marxisti del passato: poiché la rivoluzione è il punto di approdo del movimento reale del proletariato, poiché la trasformazione degli stessi uomini – gli operai – sotto la pressione delle circostanze storiche li ha portati sul terreno del Comunismo sottoponendoli all’influenza politica dell’Internazionale, non può trattarsi di opporre gli scopi politici supremi a questo movimento reale, cioè la propaganda comunista alla lotta economica, la diffusione dei principi rivoluzionari alla partecipazione alle lotte di classe; insomma, il Partito alle organizzazioni sindacali.

Quali che siano state in seguito le deviazioni dell’Internazionale Comunista nella questione capitale dei mezzi più idonei ad assicurare la conquista delle masse proletarie ad opera del Partito, essa pose correttamente la questione della rivoluzione proclamando che questa non può trionfare senza che il Partito sia riuscito a conquistare un’influenza decisiva nella classe operaia e quindi nelle organizzazioni economiche, che, all’indomani del massacro mondiale, avevano visto i loro effettivi crescere vertiginosamente sotto la pressione della crisi.

La Sinistra comunista, che aveva fondato il P.C. d’Italia e criticò senza esitazioni e con perfetta chiarezza la tattica troppo elastica di «conquista delle masse» preconizzata dall’I.C., disse però e ripeté molto chiaramente che per essa non si trattava di mettere in causa il principio di tale conquista, e ne diede la prova con un notevole lavoro di penetrazione e inquadramento dei sindacati operai.

In realtà questo principio poteva essere negato solo da non materialisti che nella rivoluzione vedono il prodotto dell’azione eroica di una minoranza decisa o di una pura propaganda di idee, anziché il frutto dell’organizzazione dello stesso proletariato in partito, il risultato dell’intervento continuo dell’avanguardia comunista in tutte le lotte reali.

Se la continuità dai principi in rapporto al Manifesto del 1848 era quindi perfetta, la situazione reale era però ben diversa a causa dello sviluppo anteriore di una potente corrente riformista in non potenti organizzazioni di massa; corrente riformista che non solo non aveva impedito lo sviluppo di un vero e proprio “imperialismo della classe operaia” in numerosi paesi, eccettuate forse soltanto la Russia e l’Italia, ma era in perfetta armonia con esso.

Fu questa situazione a provocare, soprattutto in Germania, la grave deviazione che, molto prima della formazione del K.A.P.D., fece lanciare agli spartachisti (più o meno consenziente la Luxemburg) la parola d’ordine: “fuori dai sindacati”!

Più di cinquant’anni dopo, questa parola d’ordine ritorna di moda in certi ambienti di falsa sinistra, cosa tanto più paradossale in quanto coloro che la difendono non possono sostenere, come i loro predecessori tedeschi, che il centro di gravità della lotta si è spostato dai sindacati ai consigli operai (Räte in tedesco, Soviet in russo), e che tutto lo sforzo del partito deve incentrarsi su questi organismi esprimenti un grado più alto della lotta di classe in quanto organismi politici; perché tali organismi politici non esistono oggi e neppure si manifesta la minima tendenza alla loro formazione.

Le origini del rigetto di questa vecchia deviazione “antisindacale” sono molteplici, ma essa deriva principalmente dal completo misconoscimento delle Tesi dell’Internazionale sulla questione da parte da parte dei sedicenti “estremisti” di oggi.

A cinquant’anni di distanza, l’Internazionale (e il piccolo partito d’oggi) sono accusati di aver ignorato il fatto che, in una situazione di tensione acuta, la lotta di classe del proletariato contro la borghesia suscita violenti conflitti in seno alla stessa classe operaia, le cui frazioni arretrate (cioè, al di sotto del livello che ha portato gli operai all’associazione economica) o corrotte (cioè gli operai organizzati, ma imbevuti di ideologie borghesi e controrivoluzionarie, che seguono la corrente riformista) si levano con furore reazionario, a volte con le armi in pugno, contro la frazione avanzata e rivoluzionaria.

Respingendo la politica di abbandono dei sindacati oppure di costituzione di sindacati ristretti sulla base del riconoscimento da parte dei loro iscritti del principio della dittatura del proletariato, l’Internazionale, secondo questa critica tardiva (che si limita a riprodurre l’errore delle cosiddette “sinistra” tedesca e olandese) avrebbe commesso il delitto storico di sottomettere gli operai comunisti alla parte arretrata o corrotta del proletariato, di consegnarli mani e piedi legati alle forze conservatrici e controrivoluzionarie della socialdemocrazia!!!

È contro la ripetizione di questo “delitto” che, nel seno stesso del nostro piccolo partito, accusato di buttarvisi a capofitto per “non aver riconosciuto la realtà attuale”, o addirittura di prepararsi con tutta la perfidia dell’opportunismo, hanno condotto la loro agitazione elementi incoscienti e disorientati.

11. La riesposizione dei fatti storici relativi al conflitto fra l’Internazionale e le tendenze specifiche del comunismo tedesco (“luxemburghismo” prima, K.A.P.D., dopo, poiché fra i due esiste una continuità indiscutibile) è una necessità imperiosa, perché il partito conosce troppo poco di quest’epoca, e ha bisogno di conoscenza per combattere col massimo di efficacia la deviazione “antisindacale” che, in sostanza, è solo un ritorno alle vecchie posizioni idealistiche che ignorano il legame fra lotta immediata e rivoluzione e che non meglio vedono il legame intercorrente fra le “sovrastrutture” costituite dai pesanti apparati delle organizzazioni di massa, oggi totalitariamente controllate dall’opportunismo, e la condizione della stessa classe, così come è determinata dalla fase di espansione seguita alla seconda guerra mondiale e accompagnata da tutto un arsenale di provvedimenti intesi a legare la classe salariata allo Stato borghese indorando le catene della sua schiavitù.

Detto questo, un semplice rinvio alle Tesi dell’Internazionale comunista al secondo congresso mondiale (1920) basta per confutare le gravi accuse surricordate.

Queste tesi su “il movimento sindacale e i comitati di fabbrica e di d’azienda“, si riassumono così nella parte dedicata ai sindacati. Esse notano: 1) l’afflusso di masse decise alla lotta antipadronale e potenzialmente rivoluzionaria (giudizio che, all’uso, si è rivelato troppo ottimista, poiché non è stato il comunismo ma l’ipocrita centrismo a conservare la maggiore influenza sulle grandi masse operaie occidentali; ma che non cambia nulla al problema di fondo); 2) la resistenza del vecchio apparato ereditato dall’epoca anteriore al 1914, caratterizzata da rapporti relativamente pacifici fra le classi, non solo al processo rivoluzionario ma allo stesso movimento rivendicativo.

Esse ne concludono che è necessario per i comunisti entrare nei sindacati ancora tenuti sotto controllo dalla socialdemocrazia, per farne degli organi coscienti della lotta diretta all’abbattimento del capitalismo. Condannano “ogni diserzione volontaria dal movimento sindacale” e “ogni tentativo artificiale di creazione di particolari sindacati senza che vi si sia costretti o da eccezionali violenze della burocrazia professionale (…) o dalla loro angusta politica aristocratica”. Affermano che “le esitazioni delle masse operaie, la loro indecisione politica, la loro accessibilità alle giustificazioni apparenti dei capi opportunisti, possono essere superate solo nel corso di una lotta sempre più aspra e nella misura in cui (…) gli operai comunisti di avanguardia dimostrino di essere, nella lotta economica, non solo dei propagandisti delle idee del comunismo ma i più decisi condottieri di questa stessa lotta e dei sindacati“; tesi alla quale nessuno può rinunciare, oggi come ieri, senza rinunciare allo stesso materialismo storico.

Esse prevedono che, se questo lavoro viene compiuto, e soltanto a questa condizione, «i comunisti potranno prendere la testa del movimento sindacale e farne un organo della lotta rivoluzionaria per il comunismo, 2) sarà possibile frenare il disgregamento dei sindacati (in seguito alle diserzioni degli operai delusi dalla politica collaborazionista, e alla loro frammentazione), e sostituirli con unioni sindacali, cioè soppiantando la burocrazia separata dalle masse con rappresentanti diretti degli operai di fabbrica, e lasciando alle centrali sindacali soltanto le funzioni strettamente necessarie».

Esse avvertono che «i comunisti non devono arretrare di fronte alle scissioni che potrebbero verificarsi in seno ai sindacati, se la rinuncia alla scissione equivale alla rinuncia al lavoro rivoluzionario nei sindacati», e aggiungono che «se, tuttavia, una scissione si impone come necessaria, dovrà essere eseguita soltanto se i comunisti riescono (…) a convincere le grandi masse operaie che la scissione è compiuta non per considerazioni dettate da finalità rivoluzionarie lontane e ancora vaghe, ma per i più diretti interessi della classe operaia nella sviluppo della sua lotta economica. In caso di necessità di una scissione, i comunisti devono dedicare la massima attenzione a che la scissione stessa non li isoli dalla massa operaia».

I brani di queste tesi, sottolineati da noi, bastano a far giustizia dell’autentico lavoro di falsificazione recentemente compiuto da critici tanto più “audaci” in quanto venuti molto dopo la battaglia quindi più disincantati dalle sfibranti lentezze della storia. Con la sufficienza di cui sono capaci soltanto i piccolo-borghesi quando si degnano di rivolgere lo sguardo al movimento operaio senza che questo sembri loro pienamente all’altezza delle loro pretese ideali di uomini “coscienti”, “ai quali non la si dà da bere”, questi critici “radicali” del passato, benché di levatura più che modesta e tronfi di “stati di servizio” reali o immaginari, ma non destinati a passare in alcun modo alla posterità, non hanno temuto di “far colpa” ai comunisti della III Internazionale di una pretesa “disciplina da cadaveri” verso i riformisti a capo delle organizzazioni sindacali nel primo dopoguerra, di un centralismo “formalista” che sottometteva gli operai rivoluzionari a vertici la cui conquista era per natura (!) impossibile, di un rispetto superstizioso per l’unità “formale” a spese della lotta comunista, e, a coronamento del tutto, di un “misconoscimento” del fatto che la lotta di classe non oppone soltanto borghesi e proletari ma provoca pure “violenti scontri in seno alla stessa classe operaia”; verità banale per cui questi critici esigevano il “brevetto di invenzione” al quale credevano di aver diritto.

In realtà “radicali” solo in apparenza, costoro hanno finito per abbandonare il marxismo, secondo il quale “il proletariato si costituisce in classe e quindi in partito politico” sotto la pressione di esigenze che spingono le lotte reali di categorie operaie, in origine forzatamente eterogenee, ad unificarsi e, in circostanze storiche favorevoli e certo non frequenti, a radicalizzarsi. Essi l’hanno sostituito con la visione ultrastantia e a carattere eroico-idealistico di una lotta dell’avanguardia della classe contro le frazioni arretrate o corrotte destinata a concludersi nella vittoria finale per la sola virtù della “coscienza” e della “volontà” degli individui che la compongono; visione in cui d’altra parte il limite fra partito politico e organizzazioni immediate è soppresso non dalla storia (che non ci mostrerà certo l’emancipazione politica di tutta la massa prima della vittoria rivoluzionaria) ma per decreto sovrano dei critici “radicali”.

Poiché una tale critica non ha nulla a che vedere con l’esatta valutazione della fase storica in corso, senza la quale i principi più giusti non condurrebbero mai ad una conclusione politica corretta, noi non possiamo, prima di affrontare il secondo dopoguerra, che riaffermare la correttezza dell’impostazione data dal secondo congresso della III Internazionale alla questione sindacale, rivendicare il lavoro di partito compiuto nei sindacati dal Partito Comunista d’Italia, di cui la stessa Internazionale riconobbe che costituiva l’applicazione più completa e riuscita delle sue tesi, e registrare la ricaduta dei critici i quali parlano in nome della “realtà più recente” non solo negli errori dei falsi sinistri degli anni Venti, ma in quello di tutta la corrente critico-utopistica teoricamente sbaragliata fin dal Manifesto del Partito Comunista del 1848.