พรรคคอมมิวนิสต์อินเตอร์เนชันแนล

Il Programma Comunista 1972/21

LO SCIOPERO SECONDO LORO – LO SCIOPERO SECONDO NOI

Sia che ne facciano una questione di principio, come Scalia nella CISL, o come nell’UIL tutti i suoi alti papaveri, sia che ne facciano una questione di impegno pratico, come Lama per la CGIL, i tre sindacati più o meno strettamente federati sotto la comune bandiera tricolore non lasciano dubbi sul loro modo di concepire e di applicare conseguentemente lo sciopero: per loro, esso è anzitutto uno dei tanti espedienti nel dialogo intrecciato, e da rendere sempre più stretto e continuativo, col padronato; un mezzo ora di momentanea pressione, ora di ricatto, ora di appello “morale” alla cittadinanza, ma sempre nel quadro di una contrattazione mercantile e sostanzialmente pacifica; una schermaglia simile a quelle di cui si servono i mercanti nel tirare il prezzo, nel forzare la mano, nel convincere la «controparte».

Che perciò lo sciopero organizzato da loro avvenga sistematicamente in forma articolata, per poche ore, per singole categorie e più ancora per sottocategorie, per fabbriche o addirittura per reparti, non è «a caso» o per «errore»; è la conseguenza logica di un certo modo di concepire i rapporti fra le classi, che non sarebbero rapporti di antagonismo tra forze in conflitto insanabile, ma rapporti di buon vicinato tra figli di una stessa famiglia, – la nazione, la democrazia -, che possono certo bisticciare (e anzi devono bisticciare altrimenti non sarebbero parte di una… buona famiglia) ma hanno interessi comuni da difendere e subordinatamente ad essi cercano di assicurarsi ciascuno una fetta più grossa della stessa torta.

Il marxismo ha invece sempre considerato lo sciopero – come la «coalizione operaia» (il sindacato) – un’arma di guerra; un mezzo usato da una classe in permanente conflitto con l’altra per difendere, immediatamente, le proprie condizioni di vita contro la classe da cui è necessariamente sfruttata e con la quale non ha nessun interesse comune (se non a patto di dichiararsene schiava in perpetuo e quindi di accettarne per sempre le catene più o meno dorate), uno strumento non di contrattazione mercantile o di dialogo ma di lotta e di scontro, e – cosa ancor più importante – come scuola di combattimento destinata a rafforzare la solidarietà fra tutte le categorie sfruttate, a ridurre al minimo e perfino a sopprimere, almeno durante la lotta, la concorrenza reciproca fra gli operai.

È quindi non «per caso» ma per logica determinazione che i marxisti, anche se lo sciopero nasce parziale, si battono per la sua massima estensione; predicano – non sempre né necessariamente, ma nelle condizioni più adatte e comunque, come tendenza destinata ad imporsi sempre nei momenti di alta tensione – lo sciopero generale; condannano e stigmatizzano come distruttivo delle sue ragioni d’essere lo sciopero di un’ora o due, revocato contro la “promessa” di miglioramenti economici, sospeso per non turbare la «cordiale atmosfera» delle trattative, organizzato al canto di inni alla carità pubblica o alla «comprensione» della cittadinanza e contenuto in limiti compatibili col miglior funzionamento della macchina produttiva, cioè produttiva di plusvalore per il capitale. Lo sciopero non è, certo, per i marxisti una ricetta per curare tutti i mali, un mezzo taumaturgico, una panacea; ma ha un enorme valore se praticato nell’unico modo che permette agli sfruttati di fondersi in un unico esercito in battaglia al di sopra delle divisioni per categoria, ben sapendo che la solidarietà profonda acquisita in una simile battaglia servirà di leva per future lotte di contenuto superiore, miranti non solo e non più alla difesa del salario o del posto di lavoro, ma alla distruzione del regime basato sul rapporto salariale, che significa nello stesso tempo distruzione delle sue infrastrutture politiche, – la nazione, la democrazia e tutto il resto -, e presuppone l’instaurazione della dittatura del proletariato sulle macerie dell’esistente dittatura del capitale e della sua depositaria, la borghesia.

Per i sindacati di oggi, degni d’essere considerati tricolori, lo sciopero può anche essere «generale» sempre che sia debitamente preannunziato, non duri più di 24 ore, sia legalitario e bonaccione (eppure, in 27 anni di «nuova democrazia», simili scioperi «generali» si sono contati sulle dita di una mano), ma è sempre e in ogni caso un mezzo di «pressione morale» a favore di riforme dell’ordine politico e sociale esistente, che dunque si è decisi a conservare in vita, al massimo riverniciandolo. Un sindacato degno del nome di rosso, ispirato a principi di intransigente lotta di classe, geloso della propria indipendenza dalla borghesia e dal suo Stato, deciso a battersi unicamente per gli interessi della classe operaia – un sindacato come oggi non esiste, ma che dovrà rinascere e rinascerà, agendo sotto la guida del partito rivoluzionario di classe e in funzione delle stesse necessità della lotta economica, in fasi di crisi profonda della società capitalistica, se la classe operaia non deve firmare la propria condanna alla servitù perpetua – userebbe lo sciopero come arma del proletariato per il proletariato, cioè come arma di difesa dallo sfruttamento capitalistico nell’immediato, e come una delle armi di attacco alle cause di questo sfruttamento, in prospettiva (diciamo una, perché lo sciopero non potrà mai surrogare l’arma decisiva delle fasi rivoluzionarie, l’insurrezione armata: lo Stato borghese non si distrugge incrociando le braccia ma attaccandolo). Mai esso sarebbe subordinato agli «interessi generali della nazione»: questi non sono altro che gli interessi della classe dominante. Mai accetterebbe pregiudiziali giuridiche, morali, legalitarie: la legge, come l’ordine e come la morale, servono unicamente a tener soggiogati gli schiavi del capitale.

I teorici dello sciopero «responsabile» insorgono, a questo punto, urlando: «Ma voi volete introdurre la politica nella lotta economica!». Certo, rispondiamo, perché la stessa lotta economica, opponendo classe a classe, diventa necessariamente lotta politica, e compito del partito è appunto di rendere cosciente – e di assumere in piena consapevolezza – tale necessità. Del resto, forse che voi «non fate politica»? Anche i vostri scioperi, sia che lo dichiariate apertamente («per una politica di riforme», «per una politica della scuola», «per una politica del Mezzogiorno», perfino «per una politica degli investimenti» – e investimenti di che cosa se non di capitale? – sono i vostri slogan correnti), sia che non lo diciate (anche l’«articolazione» è una politica!), solo che – e per noi è tutto – perseguono obiettivi politici direttamente contrastanti con gli interessi immediati e finali della classe operaia, e noi lottiamo appunto perché della sudditanza a questa politica il proletariato si liberi.

* * *

I due aspetti fondamentali, ma strettamente connessi, dello sciopero come l’hanno sempre visto i marxisti sono espressi da Lenin con l’abituale, cristallina chiarezza:

1) «Gli scioperi abituano gli operai all’unione, mostrano loro che soltanto uniti possono lottare contro il capitalismo, insegnano loro a pensare alla lotta di tutta la classe operaia contro tutta la classe dei fabbricanti… Ecco perché i comunisti chiamano gli scioperi una “scuola di guerra”, scuola nella quale gli operai imparano a fare la guerra contro i loro nemici, per la liberazione di tutti i lavoratori dal giogo del capitale».

È questo il primo lato della questione, ed è il motivo per il quale i comunisti si battono per la generalizzazione ed estensione dello sciopero, contro la sua articolazione e limitazione. Nello stesso tempo, i marxisti (cioè i comunisti degni di questo nome) lottano per radicare almeno nell’avanguardia proletaria la coscienza – oscuramente implicita nello stesso sciopero quando non sia ridotto a puro mezzo di «pressione morale» – che la lotta economica non basta; può curare i sintomi ma non guarire i mali della società presente, e che a quest’ultimo scopo deve elevarsi a lotta politica generale diretta verso l’obiettivo ultimo della conquista rivoluzionaria del potere sotto la direzione del partito di classe. In questa prospettiva:

2) «Lo sciopero è una “scuola di guerra” ma non è ancora la guerra stessa» dice ancora Lenin, e prosegue: «Gli scioperi sono uno dei mezzi di lotta della classe operaia per la sua emancipazione, ma non sono l’unico mezzo. In secondo luogo, gli scioperi sono vittoriosi soltanto dove gli operai sono già abbastanza coscienti, dove sanno scegliere il momento per scatenarli, sanno presentare le loro rivendicazioni, hanno legami con i socialisti [come allora si chiamavano i comunisti] per procurarsi manifestini e opuscoli… I socialisti insieme con gli operai coscienti devono prendere su di sé questo compito, costituendo a questo scopo un partito operaio socialista [idem]».

«In terzo luogo, gli scioperi mostrano agli operai che il governo è il loro nemico, e che bisogna lottare contro di esso… Quando tutti gli operai coscienti divengono socialisti, cioè uomini che aspirano all’emancipazione del proletariato e con esso di tutti i lavoratori, quando si uniscono in tutto il paese per diffondere fra gli operai il socialismo, per insegnare loro tutti i mezzi di lotta contro i nemici, quando costituiscono un partito operaio socialista che lotta per l’emancipazione di tutti i lavoratori dal giogo del capitale, soltanto allora la classe operaia aderisce completamente al grande movimento degli operai di tutti i paesi, che unisce tutti gli operai e innalza la bandiera rossa sulla quale è scritto: “Proletari di tutti i paesi, unitevi!”» (o, aggiungiamo con la frase di Marx, sulla quale è scritto: «Abolizione del lavoro salariato!»).