พรรคคอมมิวนิสต์อินเตอร์เนชันแนล

Il Soviet 1920/14

La Conferenza Nazionale della Frazione Comunista Astensionista

Risoluzione della Frazione Comunista Astensionista alla Conferenza di Firenze

La Conferenza Nazionale della Frazione Comunista Astensionista del Partito Socialista Italiano, adunata a Firenze l’8-9 maggio 1920, udita la relazione nel Comitato Centrale e le comunicazioni dei rappresentanti della Direzione del Partito, delle frazioni affini e della Federazione Giovanile; in seguito al più largo dibattito sulla situazione politica Italiana e sull’indirizzo del P.S.I. dichiara che il partito, per la sua attuale costituzione e funzione, non è assolutamente in grado di porsi alla testa della Rivoluzione Proletaria e che le sue molteplici deficienze dipendono: dalla presenza in esso di una tendenza riformista che inevitabilmente, nella fase decisiva della lotta di classe, prenderà posizione controrivoluzionaria; e dalla conciliazione di un verbalismo programmatico comunista con la pratica opportunista del socialismo tradizionale nell’azione politica ed economica;

afferma altresì che l’adesione del P.S. alla III Internazionale non può essere ritenuta regolare appunto perché viene da esso tollerata la presenza di chi nega i principi della Internazionale Comunista, apertamente diffamandoli o, peggio, speculando demagogicamente su di essi a scopo di conquiste elettorali;

e ritenuto che il vero strumento della lotta rivoluzionaria del proletariato è il Partito Politico di classe, fondato sulla dottrina marxista e sulla esperienza storica del processo rivoluzionario comunista in atto nel mondo contemporaneo e già vittorioso nella Russia dei Soviet;

delibera di consacrare tutte le proprie forze alla costituzione in Italia del Partito Comunista, sezione della III Internazionale, affermando che in questo Partito, come nel seno della Internazionale medesima, la frazione sosterrà la incompatibilità della partecipazione elettorale ad organismi rappresentativi borghesi coi principi e i metodi comunisti ed augurando che anche gli altri elementi del Partito attuale che sono strettamente comunisti si porranno sul terreno del nuovo partito e si convinceranno inoltre che la selezione non potrà seriamente farsi se non attraverso l’abbandono di quei metodi di azione politica che li accomunano oggi praticamente ai socia-democratici;

da mandato al Comitato Centrale:

1) di preparare — tenendo presente il programma presentato a Bologna dalla Frazione Comunista e l’indirizzo sostenuto dall’organo della Frazione nella discussione su più importanti problemi attuali di metodo e di tattica comunista — il programma del nuovo partito e i suoi statuti;

2) di intensificare i rapporti internazionali allo scopo di costituire la frazione anti-elezionista nel seno della Internazionale Comunista e di sostenere nel prossimo Congresso Internazionale le direttive della Frazione, chiedendo inoltre che vengano presi provvedimenti per risolvere l’anormale situazione del Partito Socialista Italiano;

3) di convocare immediatamente dopo tale Internazionale Congresso Costituente del Partito Comunista invitando ad aderirvi tutti i gruppi che sono sul terreno del programma comunista dentro e fuori dal P.S.I.;

4) di riassumere in efficaci e chiare tesi le posizioni di principio e di tattica della frazione diffondendole ampiamente in Italia e all’estero.

La commedia parlamentare

Non scriviamo per commentare la caduta di un altro ministero, minimo indizio della insanabile crisi borghese; né per impegolarci nella equivoca alchimia delle combinazioni montecitoriali. Ci preme solo segnare obiettivamente un’altra tappa degenerativa del massimalismo parlamentare.

Sostenemmo al Congresso di Bologna che la partecipazione dei socialisti al parlamento borghese nel periodo attuale in cui il regime si dissolve ed il proletariato affaccia audacemente il proposito di instaurare colla violenza rivoluzionaria i suoi nuovi istituti, seppellendo la carogna della democrazia parlamentare, equivale a collaborare colla borghesia e a fare il suo giuoco.

Se in periodo normale, quando ancora il capitalismo internazionale mostrava di avere vita storica dinanzi a sé, il metodo della intransigente lotta di classe poteva essere garantito dal rifiuto a collaborare politicamente coi partiti di sinistra della borghesia, nella odierna fase risolutiva, invece, non può comprendersi intransigenza che al di fuori del terreno delle istituzioni rappresentative borghesi.

I fatti vengono oggi a confermare questa nostra tesi. Già nel 1912 il Partito a cui ancora apparteniamo trovava la forza di condannare ed eliminare coloro che appoggiavano i ministeri borghesi.

Nel 1919, dopo la guerra mondiale, dopo l’affermazione trionfale del metodo rivoluzionario comunista, lo stesso Partito, mentre formalmente condanna l’illusione socialdemocratica che il parlamentarismo costituisca solo una via per la conquista del potere, conserva tutte le vecchie forme, i vecchi metodi, i vecchi uomini del parlamentarismo stesso.

Con ciò il Partito non solo si è rivelato impotente a passare dalla fase della critica intransigente a quella della demolizione rivoluzionaria, ma ha decampato dal terreno medesimo della intransigenza tradizionale.

Se ieri era colpa votare apertamente per un ministero, oggi non lo è votargli contro dopo aver gesuiticamente lavorato a procurargli la maggioranza, non è colpa né ragione di incompatibilità darsi alle più coccodrillesche contorsioni dopo aver dovuto, per rispettare il minimum della decenza, contribuire alla caduta di un governo Nitti.

Non è nostro proposito scendere nei disgustosi retroscena delle manovre del gruppo parlamentare, che lo stesso Avanti! ha dovuto denunziare e bollare.

Il gruppo… massimalista affonda fino alla gola nelle sabbie mobili del parlamento, che fu mandato a demolire.

Il sabotaggio della istituzione di cui si cianciò a Bologna e durante i saturnali demagogici della campagna elettorale, quest’assurda utopia, cede il posto alla realtà delle transazioni e dei compromessi.

Il parlamento italiano con i centocinquantasei socialisti serve mirabilmente al suo logico compito di maschera della dittatura borghese, di diversivo al diretto assalto proletario.

L’Avanti! non vede alcuna contraddizione col programma “antiparlamentare” di Bologna nel gonfiare i discorsi del democratico Modigliani per il funzionamento della Camera durante la crisi, intestandoli compiaciuto: “I Socialisti per la sovranità del Parlamento”.

Ecco l’obiettivo dei socialisti: la sovranità del Parlamento! che equivale alla sovranità della guardia regia nelle piazze d’Italia, che è la condizione del potere e dell’arbitrio dello Stato borghese.

Il rivoluzionarismo del Partito socialista non supera ormai quello dello Statuto albertino del 1848.

In questo Partito che non trova la forza di reagire a tali degenerazioni vergognose non vi è assolutamente più, per i comunisti, nulla da fare.

La missione socialista in Ungheria

  Nel giornale Ungherese Az Est, numero del 26 aprile, si legge:

   «Da qualche giorno i due deputati socialisti italiani, Alceste Della Seta e Arturo Vella, soggiornano in Ungheria a nome del governo italiano (!) per informarsi personalmente sulla situazione ungherese. I due deputati così hanno espresso, davanti a un redattore dell’Az Est, le loro prime impressioni: In Italia vi sono molti profughi ungheresi. Essi, e numerosi commercianti italiani che si trovavano negli ultimi mesi in Ungheria, ci davano notizie molto rattristanti sulla persecuzione contro i socialisti in Ungheria e sulla attività dell’attuale regime. Perciò la questione ungherese fu da noi vivamente discussa nel Parlamento italiano e il presidente del Gabinetto, Nitti, ci diceva che le relazioni benevole del Governo italiano con quello ungherese sono di sola forma. Il segretario di Stato per gli Esteri riceveva il rappresentante del Governo ungherese solo per esortare il governo ungherese a nome del governo italiano a tentare una tendenza (sic) più liberale. Il deputato Vella ci disse: Noi abbiamo passato due ore presso il presidente del Gabinetto ungherese. Gli abbiamo dichiarato, che l’interesse della nazione ungherese (!) esige un mutamento radicale della politica interna del paese, e ciò al più presto possibile, se l’Ungheria vuol riacquistare le simpatie dell’Europa occidentale. L’Italia ufficiale è pronta a impegnarsi in maniera magnanima per gl’interessi dell’Ungheria (!),ma tale assistenza non può esser coronata di successo se l’ordine e la vita normale non riprendono il loro corso naturale. Il presidente del Gabinetto ungherese riconosceva che vi erano molti arbitrii, ma aggiungeva che essi avevano lo scopo di ostacolare un possibile risveglio del terrore rosso”. Della Seta ci raccontò in seguito la sua visita al campo degli internati di Hajmasker. Egli parlò specialmente dell’impressione profonda provata nel campo delle donne internate. Gli internati si lagnano d’essere arrestati da mesi senza essere interrogati, e senza sapere neppure la causa del loro internamento».

   «Noi abbiamo visto cento minatori di Salgotarjan – dice il deputato socialista – che furono internati per aver iniziato un’agitazione diretta a far salire i salari».

   «Infine i deputati dichiaravano di non aver relazioni ufficiali colla direzione del Partito socialista ungherese, che si tiene sulla base della seconda Internazionale: hanno avuto luogo solo conferenze amichevoli».

***

   Se in questo resoconto del giornale vi fosse anche una piccola parte di verità, sarebbe enorme. Vella che promette al presidente del Governo, che impiccò Korvin, la assistenza “magnanima” dell’Italia ufficiale! Vella e Della Seta che tengono “conferenze amichevoli” coi social-democratici traditori della Repubblica proletaria ungherese! Non possiamo credere a tali enormità. Attendiamo perciò ampi e precisi schiarimenti. Il proletariato italiano ha diritto di sapere come viene speso all’estero il suo prestigio politico.

Il giudizio dei compagni esteri

   Dal n. 278, 13 aprile, della “Rote Fahne” di Vienna, organo centrale del Partito comunista dell’Austria tedesca, togliamo:

   «L’agitazione rivoluzionaria ha destato un vivo movimento spirituale nel proletariato italiano. Le masse hanno coscienza della propria forza e vogliono agire. Il Partito, come avanguardia del proletariato, cerca di centralizzare quest’azione e fa il possibile per impedire la dispersione delle forze rivoluzionarie in azioni isolate. Ma esso deve sostenere una lotta assai difficile, poiché conta nelle sue file compagni che vorrebbero aiutar la borghesia a riparare l’edificio capitalistico. La destra porta acqua al mulino degli anarchici, che in alcune città dell’alta Italia trovano grande seguito. Gli opportunisti spezzano l’unità del partito. Il richiamo alla purezza rivoluzionaria, il richiamo all’esclusione di tutti i riformisti e social-pacifisti diventa sempre più forte. La decisa volontà delle masse si farà strada, il partito verrà purificato».

On the question of parliamentarianism Pt. 3

On the question of parliamentarianism Pt. 3

Il Soviet, May 16, 1920

VI.

Even more difficult than the relations between the parliamentary fraction and the Party are those between the former and the Workers’ council (Soviet). The difficulty of a straightforward approach to this problem again throws clear light on the problematic nature of parliamentarianism in the class struggle of the proletariat. The Workers’ councils as organisations of the entire proletariat (conscious as well as unconscious) by the mere fact of their existence surpass bourgeois society. By their very nature they are revolutionary organisations of the expansion, capacity for action and power of the proletariat, and as such true thermometers of the development of the revolution. Since everything that is done and achieved in Workers’ councils is wrested from the resistance of the bourgeoisie, it is therefore of great value not only as a result, but primarily as an educational means of conscious class action. It therefore appears as the height of ‘parliamentary cretinism’ to make attempts (such as those of the U.S.P.D. [Independent Socialist Party of Germany] to ‘anchor the Workers’ councils in the constitution’, to assign them a certain legal activity. Legality kills the Workers’ council. The Workers’ council exists as an offensive organisation of the revolutionary proletariat only insofar as it threatens the existence of bourgeois society and fights step by step to prepare the destruction of this and the construction of proletarian society. Any legalisation, i.e. inclusion of it in bourgeois society with certain limits on its powers, turns it into a shadow of the Workers’ council; it becomes a mess of a political chattering club, a rejection and caricature of parliament.

Therefore, in general, the Workers’ council and the parliamentary fraction can co-exist side by side as tactical weapons of the proletariat. It would be easy to deduce, from the offensive character of the former and defensive character of the latter, the theory that they complement each other. (Max Adler’s proposal to make the Workers’ council a second chamber). Such attempts at reconciliation overlook, however, that the offensive and defensive in the class struggle are dialectical concepts, each of which contains a whole mode of action (and thus, in both cases, individual offensive and defensive actions), and can only be used in a certain phase of the class struggle, but then one excludes the other. The difference between the two phases can thus be defined briefly, but also clearly as far as the question under discussion here is concerned: the proletariat is on the defensive until the process of the dissolution of capitalism has begun. When this phase of economic evolution has begun, the proletariat is forced onto the offensive, and it makes no difference whether this attitude has been consciously determined or not, and whether or not it appears to be approvable and ‘scientifically’ founded.

But since the evolutionary process of ideology certainly does not coincide with that of the economy, and never runs parallel with it, the objective possibility and necessity of the offensive phase of the class struggle rarely finds the proletariat prepared. As a result of the economic situation, the action of the masses does indeed spontaneously take a revolutionary direction, but by the ruling class, which is neither willing nor able to free itself from the habits of the defensive stage, it is always conducted along false paths, or sabotaged at all. Consequently, in the offensive phase of the class struggle, not only the bourgeoisie and the strata headed by it stand against the proletariat, but also its earlier leaders. Therefore the object, against which criticism must be directed, is no longer in the first place the bourgeoisie, already judged by history, but the right and the centre of the proletarian movement, social democracy, without whose help capitalism in no country would have the slightest hope of overcoming, even temporarily, its present crisis. FIN QUI

But the criticism of the proletariat is at the same time an active criticism, an educational work of revolutionary action, an objective teaching. To this end, Workers’ councils are the best instrument one can think of. For more important than any single advantage they can gain for the proletariat is their educational function. The Workers’ council is the death of social democracy. While in parliament it is always possible to cover up real opportunism with revolutionary phrases, the Workers Council is forced into action, or it ceases to exist. This action, whose conscious leader must be the communist party, achieves the dissolution of opportunism, i.e. the kind of criticism needed today. No wonder social democracy feels terror of self-criticism, to which it is forced by the Workers’ councils. The development of the Workers’ councils in Russia from the first to the second revolution clearly shows where this development must lead.

With this, the reciprocal position of the Workers’ council and parliament would remain theoretically and tactically defined. Where a Workers’ council is possible (albeit in a very limited space), there parliamentarianism is superfluous. Indeed this is dangerous, for it is in the nature of it that within it only the criticism of the bourgeoisie is possible, not the self-criticism of the proletariat. But before the proletariat can reach the promised land of emancipation, it must pass through the acid test of this self-criticism, in which it strips itself of the figure of the capitalist age, which manifests itself in its fullest form precisely in social democracy, and thereby attain its own purification.

G. Lukacz

Former People’s Commissar of Hungary

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We have already premised on this interesting study that it only partly corresponded to our views. Indeed, we could not make our own the considerations contained in the last part, for reasons that it would be superfluous to repeat.