พรรคคอมมิวนิสต์อินเตอร์เนชันแนล

Il Partito Comunista 92

L’epilogo borghese della rivoluzione cinese si legge nel suo passato Pt.15

Il 1957: preludio del Balzo in Avanti

L’ottimismo dell’VIII Congresso del settembre 1956 non resse alla prova del raccolto di autunno dello stesso anno. Il cattivo andamento della produzione agricola, proseguito nella primavera-estate 1957, dette gli ultimi colpi alle illusioni di crescita costante e sicura dell’intera economia.

Fattori fisico-climatici facevano valere il loro terribile peso, proprio perché ancora nel 1957 il regime di Pechino non aveva potuto neutralizzare, con grandi opere idrauliche tipiche degli inizi della storia della Cina, gli effetti di un clima di monsoni particolarmente brutale ed imprevedibile, i cui sbalzi, spesso considerevoli, colpivano direttamente la produzione agricola, che a sua volta influiva sull’intera produzione.

Tale difficile situazione fu ben sintetizzata da una dichiarazione emessa dal Governo di Pechino al tempo della visita di Mao a Mosca, novembre 1957:

«A causa dei buoni raccolti del 1952 e del 1955, lo sviluppo dell’economia è proceduto abbastanza rapidamente nel 1953 e nel 1956. Il valore lordo della produzione industriale (compresa l’industria artigianale) aumentò rispettivamente del 30% e del 28%. A causa dei cattivi raccolti nel 1954 e nel 1956, lo sviluppo dell’economia nazionale fu piuttosto lento nel 1955 e nel 1957. Il valore lordo della produzione aumentò rispettivamente del 5,6% e del 4%. Il motivo è che circa l’80% delle materie prime di cui ha bisogno la nostra industria leggera dipende dall’agricoltura, e l’industria leggera costituisce il 50% di tutta la nostra industria».

Secondo queste congetture il 1958 sarebbe stato un cattivo anno per la produzione industriale, a meno che in un modo o nell’altro fosse rotta questa antica dipendenza dalle sorti dell’industria rispetto a quelle dell’agricoltura, nodo che i dirigenti di Pechino cercarono definitivamente di sciogliere durante il dibattito al III Plenum del CC allargato del PCC.

Il III Plenum si svolse dal 20 settembre al 9 ottobre 1957 ed ebbe come rapporto principale, l’unico ad essere interamente pubblicato, una relazione di Deng Xiaoping sulla repressione del movimento dei “Cento fiori”. Gli altri due rapporti, tutt’oggi sconosciuti, furono di Chen Yun sulla proposta di mutare il sistema dell’amministrazione economica e sul problema di un maggior drenaggio di plusvalore dalle campagne, e di Zhou Enlai su “Salari e benessere”.

Questa non pubblicazione probabilmente indica che le decisioni prese dal Plenum non furono quelle prospettate dai relatori; questo ad ogni modo il breve comunicato che seguì la chiusura del Plenum:

«La riunione ha fondamentalmente approvato il programma 1956-67 (dodici anni) per lo sviluppo nazionale dell’agricoltura (abbozzo corretto). Tale abbozzo deve circolare nei villaggi del paese per essere discusso. Successivamente deve essere sottoposto a un Congresso nazionale di Partito per la ratifica, e successivamente presentato al Congresso nazionale del Popolo per la discussione e la ratifica. La riunione ha anche approvato sostanzialmente il miglioramento del sistema di direzione industriale (abbozzo), la regolamentazione per il miglioramento del sistema di direzione commerciale».

Secondo la ricostruzione dello studioso Franz Schurman, collimante con il materiale documentario prima e dopo Plenum, Chen Yun sostenne con vigore che unica possibilità di risolvere il problema dell’aumento della produttività agricola era di dar libero corso ad una politica di incentivi materiali (la questione dei “prezzi”, già svolta all’VIII Congresso), dando quindi alle unità di produzionele cooperative agricole soprattutto, ma anche le singole aziendela possibilità di produrre per il proprio guadagno attraverso una certa espansione del mercato, libero dai vincoli imposti dai prezzi statali.

Ma i maggiori guadagni delle cooperative avrebbero influito sulla produzione dell’industria leggera fornitrice di beni di consumo, spingendola ad aumentare la produzione per soddisfare la crescente richiesta di prodotti dalle campagne, sprovviste praticamente di tutto e con condizioni di vita miserrime. Anche l’industria leggera avrebbe beneficiato di una maggiore libertà di azione, sia in campo produttivo che commerciale, per cui le forze spontanee del mercato avrebbero premuto sui governi regionali da cui dipendeva quasi totalmente tale industria. Quella pesante sarebbe rimasta invece sotto il controllo diretto dei Ministeri, cioè di Pechino.

Altro fatto da allineare: nel 1957 Pechino aveva dovuto permettere l’apertura di liberi mercati dei prodotti agricoli dove i contadini vendevano le eccedenze non ammassate dallo Stato centrale attraverso imposte ed acquisti obbligati, e questa apertura dei mercati era stata accompagnata dall’aumento degli appezzamenti privati e dalla diminuzione delle dimensioni delle cooperative che pare fossero generalmente sotto il controllo dei contadini medi e benestanti, più istruiti e maggiori apportatori di terre e capitali, sui quali il PCC aveva in quegli anni poca presa.

Chen Yun pertanto, proponendo una politica di tolleranza nei confronti di questo stato di cose, si aspettava che il mercato desse il là alla formazione di capitale agrario, proletarizzando chi veniva sconfitto nell’oggettiva arena del mercato.

La sua tesi economicamente non faceva una grinza: essendo lo Stato centrale impossibilitato ad attuare, o solamente favorire, questo processo, non gli rimaneva altro che permetterlo alle singole aziende attraverso la concorrenza.

La risoluzione faceva invece riferimento esplicito al programma dodecennale, preposizione che non significava altro che una costante e totale mobilitazione sociale delle masse contadine ed urbane.

I sostenitori della politica di mobilitazione sociale ammettevano l’importanza dell’industria leggera come naturale legame fra l’agricoltura cooperativizzata ed arretrata, e la moderna e centralizzata industria pesante.

Destra e sinistra non potevano non riconoscere che la maggior parte delle materie prime agricole venivano lavorate dall’industria leggera, principale fonte dei capitali investiti nella nascitura industria pesante.

Uno sviluppo rapido dell’industria leggera era pertanto possibile solo con uno sviluppo altrettanto rapido della produzione agricola, pure unica possibilità dell’intensificazione del commercio cino-sovietico. In queste considerazioni le due politiche, quella degli incentivi materiali (prezzi remunerativi) e della mobilitazione sociale (piano dodecennale), presentavano significative concordanze.

La discordanza si manifestava prima di tutto sui ritmi di sviluppo delle diverse branche produttive, ritmi che avevano immediate ripercussioni sociali oltre che produttive.

Mao, nell’allocuzione finale del 9 Ottobre 1957, “Essere stimolo per la rivoluzione”, così presenta le tesi della “sinistra”:

«Parlando del rapporto tra industria e agricoltura, naturalmente consideriamo come fulcro l’industria pesante ed accordiamo ad essa uno sviluppo prioritario: su questo non c’è il minimo dubbio o la minima esitazione. Ma stabilita questa premessa, è necessario procedere ad uno sviluppo simultaneo dell’industria e dell’agricoltura edificando un’industria e un’agricoltura moderne (…) quinto punto, l’anno scorso sono state spazzate via alcune cose, una di queste è il principio di “quantità, rapidità, qualità, economia». Sono state abbandonate quantità e rapidità, e di passaggio, sono state spazzate via anche qualità ed economia. Queste due ultime, a mio parere, non trovano oppositori; quelle che non piacciono sono proprio la quantità e la rapidità, alcuni compagni le chiamano “avventurismo”».

Mao e la “sinistra” erano quindi per ritmi veloci nell’incremento delle varie produzioni, dall’agricoltura all’industria pesante, il che significava però una gravosa dipendenza dal commercio con lo Stato di Mosca, il temuto grande fratello, unico fornitore di macchine e beni di produzione attraverso il dilatarsi degli scambi commerciali.

Chen Yun e la “destra” pertanto, proponendo ritmi di sviluppo più lenti, più equilibrati, sarebbero stati in definitiva più autarchici di Mao e dei suoi seguaci, schierandosi così a difesa della indipendenza delle sorti economiche cinesi da fattori esterni, ennesimo scacco per chi intende l’indagine storica come un allineamento di slogan ad effetto, si avrà infatti che il grande sforzo produttivo delle sterminate masse cinesi nel biennio 1958-59, in cui troneggiava lo slogan: camminare sulle proprie gambe, vide crescere a livelli record il commercio della Repubblica Popolare Cinese con la Russia ed i suoi satelliti.

La politica di mobilitazione sociale aveva poi un’immediata ripercussione su come intendere il decentramento produttivo: Chen Yun lo proponeva come autonomia gestionale delle unità produttive per una loro ricerca di attività più retributive, posto in primo piano l’imperativo economico.

Mao ed i suoi, invece, intesero il decentramento produttivo come una completa libertà di azione dei comitati di partito e deiquadri” la cui azione andava appoggiata, al di sopra di ogni considerazione economica, surrogate dall’entusiasmo rivoluzionario, dal sacrificio, dall’abnegazione.

Questo il significato reale dello slogan maoista “la politica al posto di comando”; i “quadri” potevano poi alimentare e dirigere tale mobilitazione sociale solo se l’influenza dei contadini ricchi e medi nelle cooperative agricole veniva meno, se i direttori ed i tecnici delle aziende venivano costretti a seguire qualunque direttiva giungesse loro dal quadro di partito, spesso a digiuno di elementari cognizioni tecniche.

Preludio del Balzo in Avanti e della sua catastrofe economica.

Mobilitazione e migrazioni verso la campagna

Il 20 settembre 1957 era iniziato, come già detto, il III Plenum del Comitato Centrale decisivo per l’affermarsi della politica della “mobilitazione sociale” sostenuta da Mao ed i suoi.

Già però il 24 settembre dello stesso anno, il Consiglio di Stato annunciò un nuovo movimento per la costruzione ed il miglioramento degli impianti idrici, il che era un chiaro segnale sul riaffermarsi di una maggioranza favorevole alla “mobilitazione”.

Un programma di irrigazione su vasta scala e di grandi lavori idrici era stato realizzato con successo nell’inverno 1955 e nella primavera 1956, dopo quindi l’ottimo raccolto del 1955, nei mesi invernali morti per i lavori agricoli.

Stavolta, per lo stesso periodo “morto”, il programma era più ambizioso ed i complessi lavori vennero affidati direttamente alle cooperative, cosa che rappresentava la vera novità.

A fine anno, dopo cioè i risultati del III Plenum, il movimento era divenuto una “marea”, con «sei milioni di persone che si lanciarono nella campagna per la costruzione degli impianti idrici».

Siccome i lavori vennero affidati alle cooperative, i progetti furono elaborati su scala relativamente ridotta, poiché «lo Stato spendeva poco e si affidava soprattutto alle masse», come ebbe a dire Tan Zhelin, direttore della Sezione Agricoltura e Foreste del Consiglio di Stato.

Fu questa la prima mobilitazione dei contadini momentaneamente disoccupati, insieme a molte centinaia di migliaia di “urbani” da rieducare o semplicemente da rimandare nello sconfinato retroterra contadino.

La “mobilitazione” fu quindi accompagnata da una nuova ondata migratoria, voluta fortemente dalle autorità centrali e periferiche.

Se il vice sindaco di Wuhan dichiara alla fine del 1957 che la popolazione “fluttuante e temporanea” della città supera i 2,2 milioni, a Tientsin si parla invece dell’arrivo di 205 mila contadini fra il 1956 ed il 1957; sta così al “Jenmin Jihpao” del 16 dicembre, denunciare come le migrazioni verso le città non sono controllate, con imprese che reclutano contadini «senza autorizzazione» e con gli organi amministrativi incaricati del controllo degli abitanti urbani che “lasciano correre”». E due giorni dopo la denuncia, il 16 dicembre 1957, il Consiglio di Stato ed il CC lanciano una direttiva congiunta per l’ennesimo appello per la cessazione dell’esodo dalle campagne alle città.

La mobilitazione per i lavori idrici, con i disoccupati delle città e con le persone poco occupate impiegate nei cantieri rurali che in quei mesi si moltiplicavano, fu quindi un ottimo espediente per frenare il rigonfiamento delle città, ma fu soprattutto una prova di capacità di mobilitazione dell’apparato di Partito e di governo.

I progetti infatti trattavano essenzialmente di bacini di raccolta delle acque per ovviare alle ricorrenti siccità e inondazioni, e dovevano essere terminati velocemente perché con l’arrivo della primavera occorreva ritornare ai necessari ed indispensabili lavori agricoli, senza contare che le piogge primaverili avrebbero intralciato e disturbato l’andamento dei lavori.

L’apparato dei quadri di partito ebbe una parte fondamentale nell’esecuzione dei progetti, e costituì la vera spina dorsale della mobilitazione dello sterminato esercito di mano d’opera, necessariamente perché, per la stessa distribuzione delle acque, certe costruzioni dovevano coordinare il lavoro di più cooperative, e travalicavano gli stessi ristretti confini locali. Ma questa mobilitazione controllata dai quadri di partito ci mostra altresì un aspetto fra i più importanti della politica agricola perseguita con il Grande Balzo in Avanti, pochi mesi dopo: accrescere la produzione agricola associando all’uso massiccio di forza lavoro non specializzata per costruire le infrastrutture necessarie allo sviluppo della produttività agricola, un maggiore controllo della struttura di partito sulla popolazione e controllo necessario per sfruttare la grande ricchezza della Cina, più volte inneggiata da Mao: le braccia di 600 milioni di esseri umani !

Riunioni preparatorie

Se la II sessione dell’VIII Congresso tenutasi a Pechino dal 5 al 25 maggio 1958 sarà l’assise che lancerà il Grande Balzo in Avanti, le riunioni del Comitato Centrale del PCC che si tennero dopo il III Plenum furono, anche per la presenza dei segretari provinciali e dei massimi dirigenti di governo, le vere e proprie riunioni in cui furono sistemati i dettagli dell’ennesima battaglia economica.

La prima riunione si ha nel dicembre 1957 a Hangzhou, la seconda nel gennaio seguente a Nanning, e dalle due riunioni seguì una bozza di risoluzione (segno di non sopiti contrasti interni) il 19 febbraio 1958, titolata “60 punti sui metodi di lavoro” e stesa congiuntamente dai due futuri acerrimi rivali: Mao Zedong e Liu Shaoqi.

Altre due riunioni, sempre del Comitato Centrale e dei segretari provinciali, si tengono a Chengdu nel marzo 1958, e l’ultima, prima della II sessione dell’VIII Congresso,che si ha nell’aprile è la Conferenza di Wuhan.

Il documento più importante di queste riunioni fu la bozza “60 punti sui metodi di lavoro”, accompagnata da una presentazione dello stesso Mao che in poche righe ribadiva il duro compito che i proletari ed i contadini venivano chiamati ad assolvere:

«Stiamo ora constatando un’attività e una creatività delle masse popolari sul fronte della produzione maggiori di quanto abbiamo mai visto finora. Una nuova alta marea della produzione è salita, e sta ancora salendo, poiché il popolo dell’intero paese si è ispirato alla parola d’ordine “Superiamo la Gran Bretagna nel ferro e nell’acciaio e negli altri principali prodotti industriali in quindici anni al più”».

La presentazione avvertiva che questa nuova situazione pretendeva subitamente una modifica di alcuni metodi di lavoro del Centro e dei Comitati di Partito. Una chiosa è facile: l’opportunismo senza capisaldi di principio è costretto ad una serie di mosse e mossettine per aggiustare la sua tattica e la sua organizzazione interna a situazioni non previste, né studiate, né preparate, ma semplicemente subite, condanna, questa, di tutti i vantati Timonieri ! Rilievo questo che naturalmente non vale solo per il defunto Mao, stella d’oriente, ma anche per i moccoli occidentali dalla tremolante luce.

Dei “60 punti” ne rileviamo alcuni fra i più significativi.

I punti 8 e 20 parlano dei piani produttivi e di ispezioni alle Comuni agricole, segno quindi che già nell’inverno 1958 erano iniziate le fusioni fra Cooperative, e che, come nel caso della collettivizzazione di due anni prima, la deliberazione decisiva non ratificherà altro che un dato di fatto.

Il punto 13 è una parola d’ordine di mobilitazione “Lotta dura per tre anni. Il nostro metodo: scuotiamo le masse senza alcuna riserva; tutto deve essere sperimentato”.

Il punto 16 è sull’accumulazione di capitale nelle cooperative agricole, problema sul quale era in definitiva ruotata tutta la polemica precedente fra “destra “e “sinistra”. Gli aumenti di produzione che le cooperative realizzano non dovevano essere interamente consumati; il 50-70% di questi, oppure addirittura tutti gli aumenti, devono servire per l’accumulazione di capitale, come preparazione al Grande Balzo in Avanti.

Produzione quindi in funzione dell’accumulazione, e questa in funzione della produzione futura, ciclo classico di ogni accumulazione originaria, non del sistema produttivo socialistico, ma del classico capitalismo.

Il punto 17 suona come condanna per l’economia degli appezzamenti privati dei contadini e nel contempo preziosa confessione della ritirata dell’anno 1957. In certe località il reddito della famiglia contadina proviene per il 60-70% dall’appezzamento privato, dal che il poco entusiasmo dei contadini per la sorte delle cooperative.

I punti 21 e 22 enunciano completamente lo spirito del Balzo in Avanti:

«Rivoluzione ininterrotta. Le nostre rivoluzioni si susseguono una dopo l’altra (…) Le nostre rivoluzioni sono come battaglie. Dopo una vittoria, dobbiamo subito proporre un nuovo obiettivo. In questo modo, i quadri e le masse saranno sempre pieni di fervore rivoluzionario anziché di presunzione. In verità, non avranno tempo per la presunzione, anche se a loro piacerebbe (…) Rosso ed esperto, politica ed attività professionale,il rapporto tra questi elementi costituisce l’unità delle contraddizioni. Dobbiamo criticare l’atteggiamento apolitico. Dobbiamo opporci da un lato ai “politici” dalla testa vuota, dall’altro ai “pratici” privi di orientamento (…) Ignorare l’ideologia e la politica, preoccuparsi esclusivamente di problemi economici: il risultato sarà un economista o un tecnico disorientato, e questo è un disastro (…) Lo squilibrio è una regola generale, oggettiva. Il ciclo, che è senza fine passa dallo squilibrio all’equilibrio, e quindi di nuovo allo squilibrio. Ogni ciclo, peraltro, ci porta a un livello superiore di sviluppo. Lo squilibrio è normale e assolutamente l’equilibrio è temporaneo e relativo. I cambiamenti verso l’equilibrio e lo squilibrio nella nostra economia nazionale di oggi sono un parziale mutamento quantitativo nel generale processo di mutamento qualitativo».

Queste sono citazioni che meritano un nostro commento, perché se da una parte è tesi nettamente marxista che è la politica che deve dominare l’economia («la politica è l’espressione concentrata dell’economia (…) la politica non può non avere il primato sull’economia», dirà il restauratore Lenin nella polemica con Trotski e Bucharin sui Sindacati nel 1921), nel senso che lo stesso Stato proletario dovrà affrontare tutti i suoi problemi non dal semplicistico punto di vista amministrativo-contabile, ma da quello ben più complicato dei rapporti fra le classi, e della loro influenza sulla politica interna ed esterna del Partito e dello Stato, dall’altro le tesi maoiste approdano completamente nell’idealismo e nel riformismo.

La tesi maoista è che lo slancio delle masse può surrogare un determinato basso sviluppo delle forze produttive, sostituendosi così ai mezzi di produzione che il capitalismo mondiale teneva ben stretti,situazione questa reale e non certo inventata dalla pur fertile mente di Mao. Si ha così che lo sviluppo delle forze produttive dipenderà e seguirà l’intensità di questo slancio, dal che la proposizione di “rivoluzioni che si susseguono”, di “fervore rivoluzionario” che non si deve spegnere.

Solo il “rosso ed esperto” può mantenere questo slancio, e, soprattutto può farlo mantenere, con il bastone e la carota, ai “quadri ed alle masse in odore di presunzione”, tanto più che si deve ammettere che lo sviluppo dell’intera economia passa da un equilibrio ad uno squilibrio, e poi di nuovo ad un equilibrio. Più crudamente, fedele al suo personaggio, Liu Shaoqi dirà alla II sessione dell’VIII Congresso: flusso, riflusso, ancora flusso, presentando così un andamento sinusoidale dell’economia, schema che corrispondeva altresì alle esigenze degli uomini chiamati a mobilitarsi, capaci si di grandi sforzi fisici, ma pure bisognosi del necessario riposo.

Mao lo deve rilevare il 20 marzo a Chengdu: «Se abbiamo soltanto fretta e duro lavoro, questa è unilateralità. Preoccuparsi soltanto dell’intensità del lavoro non sarebbe sufficiente, non è vero ? In tutto il nostro lavoro noi dobbiamo servirci sia della calma che della fretta (per esempio, il segretario di partito del Hsien di Wuchang non aveva tenuto conto dei sentimenti dei contadini e voleva che andassero a lavorare alla costruzione della diga anche il 29° giorno del decimo mese (lunare), così più della metà dei lavoratori civili non si presentarono».

Se di passaggio possiamo notare che questo schema “sinusoidale”, “un progresso ad ondate” dirà sempre il 20 marzo Mao, poggia interamente su capisaldi filosofici idealisti, perché il riconoscimento del “movimento” sociale (al quale erano già approdati i greci) manca della determinazione delle caratteristiche del modo di produzione reale, presente, finendo così sospeso nel niente della teorizzazione equilibrio-squilibrio, è chiaro che la questione non era, e non è, semplicemente filosofica ma ha un’immediata ripercussione nella politica pratica del regime. Infatti un dettame del Grande Balzo in Avanti è che lo sviluppo economico non dipende dalla distribuzione aritmetica delle risorse note, ma dalla mobilitazione di tutte le risorse latenti, delle braccia e delle menti dei 600 milioni di cinesi !

Ma allora spariscono le figure dei contadini poveri e agiati, del proletariato di fabbrica come del suo direttore, del quadro di partito come dell’impiegato statale, ed appare in tutta la Cina, in ogni suo angolo, anche quello più remoto, il volto serio e barbuto di Stachanov ai cui sforzi tutto si chiede !

Mistica di giovane Stato borghese

Se quindi la strada dei “prezzi” propugnata da Chen Yun presupponeva uno Stato chiuso, rigido, pronto a difendersi anche militarmente per controllare le forze sociali messe in moto dallaliberalizzazione” economica che avrebbe incrinato la sua base sociale, il contadiname, la strada della “mobilitazione” ammetteva uno Stato aperto, più “popolare» e meno “centralizzato”, unico modo perché fosse possibile attuare una mobilitazione fisica, morale, ideologica, capace di sfruttare fino in fondo tutte le risorse, di popolazione e di dati fisici dell’immenso paese, confessione questa di una economia dipendente dalla campagna e che riusciva solo malamente a risolvere il problema base di ogni ulteriore progresso: l’alimentazione !

Il discorso che Mao tenne il 28 gennaio 1958 al Consiglio di Stato, ben sintetizza lo spirito della “mobilitazione» che si stava preparando:

«Raggiungeremo l’Inghilterra in 15 anni circa; la pubblicazione del programma in 40 punti per lo sviluppo agricolo è stata di grande incoraggiamento per le masse (…) Non c’è posto per il pessimismo. Il pessimismo è sbagliato. Quando critichiamo i pessimisti non dovremmo venire alle mani ma cercare di farli ragionare. Dobbiamo dirgli che abbiamo davvero una speranza grande non piccola. Dobbiamo insistere sulla parola “grande”, o come dicono i giapponesi (quando parlano cinese) abbiamo “grande grande” speranza.
«La nostra nazione si sta svegliando, proprio come una persona che si sveglia dopo il sonno della notte. Abbiamo rovesciato il sistema feudale vecchio di migliaia di anni e ci siamo svegliati. Abbiamo cambiato il sistema di proprietà; abbiamo ottenuto vittorie nelle campagne di rettifica e nella campagna contro la destra. Il nostro paese è al tempo stesso povero e bianco. Il povero non ha niente che possa dire di suo. Chi è in bianco è come un foglio di carta bianca. Essere povero è una cosa buona perché ti spinge a essere rivoluzionario. Con un foglio di carta in bianco si possono fare molte cose. Ci puoi scrivere sopra e disegnarci. La carta in bianco è la migliore per scriverci su (…) Tuttavia noi abbiamo grande slancio, dobbiamo metterci alla pari. Raggiungeremo l’Inghilterra entro quindici anni.
«Questi quindici anni dipendono dai primi cinque. I primi cinque dipendono da i primi tre. I primi tre dal primo e il primo anno dal primo mese.
«Ora il nostro entusiasmo si è risvegliato. La nostra è una nazione ardente, travolta da una bruciante marea. C’è una buona metafora in proposito, la nostra azione è come un atomo… quando il nucleo di questo atomo verrà spezzato, l’energia termica sprigionata avrà una potenza davvero impressionante. Noi saremo capaci di fare cose che prima non potevamo fare
».

Il mistico discorso tutto teso a scuotere gli animi della Nazione e del popolo lanciati verso borghesi traguardi, innalza la povertà a fattore positivo, secondo l’assioma che il povero è rivoluzionario e possiede entusiasmo.

Ora, l’appello mistico all’entusiasmo delle masse diveniva indispensabile ad un regime che si apprestava a sostituire con l’energia umana i mezzi produttivi offerti dalla rivoluzione tecnica capitalistica, blandendo in una certa misura la diffidenza contadina verso le innovazioni moderne; ma subito va aggiunto che non solo l’equazione povero uguale rivoluzionario è falsa, in special modo quando il povero è rappresentato da una massa di piccoli contadini che tendono a dar soddisfazione ad illusioni proprietarie, ma di più: la Cina non poteva, ne può, essere nessuna pagina bianca.

La Cina è stata teatro di epiche lotte di un giovane ma concentrato e combattivo proletariato, risultato diretto della violenta penetrazione imperialistica in un immenso paese dal modo di produzione asiatico. Sconfitta la rivoluzione proletaria negli anni 1927-28 per cause essenzialmente internazionali, la Cina ha mostrato una rivoluzione borghese contadina capace di decisioni e di impennate orgogliose nei confronti dell’intero schieramento imperialistico, Russia compresa.

Rivoluzione borghese in un processo internazionale di “controrivoluzione democratica”, va giudicata sistemando al loro giusto posto fattori interni ed esterni per un lungo arco di tempo, zeppo di avvenimenti potenti e miseri che fanno della Cina tutto fuorché una pagina bianca.

La dimenticanza di Mao non è di poco conto né casuale, è il mito borghese dell’Uomo che fa la storia mentre il marxismo afferma che la fa ma con il materiale del passato e con i… piedi, dimenticanza che naturalmente intendeva una Cina ridotta ad un modello autoctono ed arcaico, estrema beffa alla pretesa di raggiungere in quindici anni la perfida e vecchia Albione studiata da Marx come modello capitalistico valevole per l’intero globo !

Da "Prometeo" 1949 - Aggressione all'Europa

L’attuale situazione internazionale, che vede ogni giorno accrescersi la tensione fra i due grandi blocchi imperialisti e anche tra singoli Stati all’interno dei due schieramenti, rimettendo all’ordine del giorno la possibilità di un nuovo conflitto mondiale, dà nuova «attualità» a questo scritto, apparso sulla nostra rivista «Prometeo» nel 1949.

Mentre si ribadiscono le classiche posizioni marxiste sulla guerra imperialista, vi si smascherano le fallaci falsificazioni borghesi e opportuniste per spingere il proletariato ad aderire all’uno o all’altro fronte di guerra. A dispregio della tesi corrente allora, ma dura a morire, dell’aggressione della Germania in contrapposto alla volontà di pace delle potenze democratiche, individuato negli USA (e non dal 1949!) il massimo imperialismo mondiale se ne delinea lo «spazio vitale», messo in pericolo dai giovani imperialisti risorti dalle macerie della guerra, con i denti più aguzzi di prima. Il compito nostro di ieri è anche quello di oggi, restare al nostro posto perché «le guerre potranno volgersi in rivoluzioni a condizione che, qualunque sia il loro apprezzamento che i marxisti non rinunziano a compiere, sopravviva in ogni paese il nucleo del movimento rivoluzionario di classe internazionale, sganciato integralmente dalla politica dei governi e dai movimenti degli stati maggiori militari, che non ponga riserve teoriche e tattiche di nessun genere tra sé e le possibilità di disfattismo e di sabotaggio della classe dominante in guerra, ossia delle sue organizzazioni politiche, statali e militari».

Aggressione all'Europa

Guerre di difesa e di aggressione, grossa polemica allo scoppio del conflitto europeo nel 1914 su questa distinzione, nei riguardi dell’atteggiamento dei socialisti.

Per i benpensanti è un quesito semplice, al solito. Governo, Stato, Patria, Nazione, Razza, senza andare troppo per il sottile, sono assimilati ad un unico soggetto con ragione torto diritto e dovere, come tutto si riduce alla Persona Umana, e alla dottrinetta sul suo comportamento, pigliala vuoi dalla morale cristiana, vuoi dal diritto naturale, vuoi dall’innato senso della giustizia e dell’equità, e quando si parla più difficile dalla eticità dell’imperativo categorico. E allora come l’uomo giusto e alieno dal male, se assalito, si difende dall’aggressore – lasciando per un momento da parte l’affare dell’altra guancia – così il Popolo assalito ha diritto di difendersi, la guerra è cosa barbara ma la difesa della patria è sacra, ogni cittadino deve democraticamente pronunziarsi per la pace e contro le guerre, ma dall’attimo in cui il suo Paese è aggredito deve correre alla difesa contro l’invasore! Questo vale per il singolo, vale per tutta la Nazione fatta Persona, vale dunque anche per i partiti a loro volta mossi e trattati come soggetti personificati nei loro obblighi, vale per le classi.

Ne venne fuori il tradimento generale del socialismo, il guerrafondaismo su tutti i fronti, il trionfo in tutte le lingue del militarismo. E non meno ovviamente non ci fu guerra che lo Stato e il Governo che la conducevano non qualificassero di difesa.

La polemica marxista naturalmente fu impostata sgombrando il campo di tutte quelle fantomatiche persone ad una testa, a più teste, o senza testa, o senza testa e colla testa altrui sul collo, riponendo al loro posto il carattere e la funzione di quegli organismi che sono le classi, i partiti, gli Stati, aventi una propria dinamica storica per indagare la quale a nulla servono i buoni principii morali.

Si rispose ai borghesi che i proletari non hanno patria e che il partito proletario persegue i suoi fini colla rottura dei fronti interni, cui le guerre possono offrire ottime occasioni; che non vede lo sviluppo storico nella grandezza o nella salvezza delle nazioni; che nei congressi internazionali era già impegnato a spezzare tutti i fronti di guerra cominciando ove meglio si poteva.

Si dispersero in una lunga lotta non solo verbale i falsificatori del marxismo, i quali in vari modi e in varie lingue si provarono a smantellare la teoria che il proletariato può costituirsi in classe nazionale, in primo tempo, solo con l’attuare contro la schiacciata borghesia la sua dittatura, come Marx insegnò, e vi sostituirono l’altra, spudorata, che esso e il suo partito assumono carattere nazionale sol che la democrazia politica e il liberalismo siano stati attuati.

Si chiarì lungamente come siano diversi i problemi delle conseguenze che le guerre, il loro procedere e il loro scioglimento hanno sulle vicende interne e mondiali della lotta di classe socialista e, del comportamento del partito socialista nei paesi in guerra, essendo condizione di ogni sfruttamento di condizioni nuove o di nuove fragilità di regimi, la continuità, la autonomia, la fiera opposizione classista, la disposizione teorica e materiale alla guerra sociale interna, del partito rivoluzionario.

Negata ogni adesione alla guerra degli Stati o dei governi, cadeva ogni discriminazione sulla guerra di difesa o di offesa, ogni scusante che da tali oblique distinzioni potesse sorgere per giustificare il passaggio dei socialisti nei fronti di unione nazionale.

D’altra parte la vacuità dei confronti colla zuffa di due persone sta nella diversa portata dei concetti di aggressione e di invasione. Anche i due mocciosi in rissa badano a berciare che il primo è stato lui, ma quando si invoca la integrità del territorio il caso è molto diverso. Nelle guerre di una volta, e in larga misura nella Prima Guerra Mondiale, la guerra pesava sull’incolumità dell’individuo in quanto soldato spedito a combattere, ma il rischio di morte per il civile lontano dal fronte era praticamente nullo. Se invece un territorio veniva invaso dall’esercito avversario, ecco sorgere il solito quadro della distruzione dei beni delle case dei focolari della famiglia, la violenza sulle donne e sugli indifesi e così via, tutto materiale di propaganda cui si fece largo ricorso per trarre i partiti socialisti nell’agguato. Anche il lavoratore nullatenente, si disse, maturo a lottare per i fini di classe, ha qualcosa da perdere e vede minacciati vitali suoi interessi in senso materiale ed immediato, se un esercito nemico invade la città o la campagna in cui vive e lavora. Deve dunque correre a ributtare l’invasore. Tesi letterariamente robusta. Siamo alla difesa organizzata nel castello dell’Innominato contro i Lanzichenecchi predoni, siamo al ritmo della Marsigliese: ils viennent jusque dans nos bras égorger nos fils et nos compagnes

In risposta a tante piacevolezze i marxisti stabilirono cento volte che senza affatto rinunziare alla valutazione, critica e storica, dei caratteri distintivi tra guerra e guerra nella loro ripercussione sugli sviluppi delle lotte sociali e sulle crisi rivoluzionarie, tutti questi motivi di giustificazione della guerra, usati al fine di trovare carne da cannone e disperdere i movimenti e i partiti che traversano la strada al militarismo, sono inconsistenti e si distruggono tra di loro. Il motivo abusatissimo dell’aggressione e quello non meno sfruttato dell’invasione possono stare in contrasto. Uno Stato può prendere l’iniziativa della guerra ma, se ha dei rovesci militari, la sconfitta può esporre in breve i suoi territori all’invasore, come dalla già ricordata togliattiana teoria dell’inseguimento dell’aggressore.

Non meno contraddittori sono gli altri famosi motivi tratti dalle rivendicazioni nazionali e irredentiste, e quelli che molti marxisti di bocca buona allinearono per giustificare l’appoggio a guerre coloniali, che valevano a diffondere in paesi “barbari” i caratteri della moderna economia capitalistica. La guerra anglo-boera del 1899-900 fu una palese aggressione, i coloni boeri di razza olandese difesero la patria la libertà nazionale e il territorio violato, ma i laburisti riuscirono a giustificare come progressiva la impresa britannica. Nel maggio 1915 quella dell’Italia all’Austria ex-alleata fu palese aggressione, ma la giustificarono – i vari socialtraditori – col motivo della liberazione di Trento e Trieste e con l’altro della “guerra per la democrazia”, senza imbarazzarsi del fatto che dall’altro lato l’Austria-Ungheria era alle prese con gli eserciti dello Zar.

Un caso classico è riportato nel libro interessantissimo di Bertram D. Wolfe Three made a revolution, vera miniera di dati storici, con ogni riserva sulla linea propria dell’autore. Il 6 febbraio 1904 i giapponesi, alla Pearl Harbour, attaccano e liquidano la flotta russa davanti a Port Arthur senza dichiarazione di guerra. Palese aggressione. Dopo il lungo assedio da terra e da mare la cittadella cade nel gennaio del 1905. Lutto nero per il patriottismo russo. Nel Vperiòd del 4 gennaio 1905 Lenin scrive frasi come le seguenti: “Il proletariato ha ogni motivo di rallegrarsi… Non il popolo russo ma l’assolutismo ha subito una disfatta vergognosa: la capitolazione di Port Arthur è il prologo della capitolazione dello zarismo. La guerra è lontana dalla fine ma la sua continuazione solleva ad ogni passo l’inarrestabile fermento ed indignazione delle masse russe, ci porta più vicini al momento di una nuova grande guerra, la guerra del popolo contro l’assolutismo“. Tutta la questione merita maggiori analisi se si vuol chiarire l’insieme dei problemi sui rapporti storici tra assolutismo borghesia e proletariato, sciogliendo mediante la dialettica marxista la pretesa contraddizione che il citato autore vede tra i tempi storici della dottrina e dell’opera leninista – ci basti ora notare che lo scritto dell’esule isolato vive dello stesso contenuto della gigantesca battaglia rivoluzionaria russa del 1905, sorta dalla disfatta nazionale pochi mesi oltre.

Passano quarant’anni e il 2 settembre del 1945 il Giappone battuto dagli Americani colle atomiche di Hiroshima e Nagasaki capitola senza condizioni. Benché la Russia non abbia dichiarata la guerra ai nipponici che nelle ultime ore, il Maresciallo Stalin dirama un Indirizzo di Vittoria, che testualmente dice: “La disfatta delle truppe russe nel periodo della guerra russo-giapponese lasciò un ricordo doloroso nelle menti dei nostri popoli. Fu una oscura macchia sul nostro paese. Il nostro popolo ebbe fede ed attese il giorno in cui il Giappone sarebbe stato disfatto e la macchia cancellata. Noi della vecchia generazione abbiamo atteso questo giorno per quarant’anni. Ed ora questo giorno è venuto!“.                                                                 

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La suggestiva storia delle adesioni alle guerre fornisce dunque argomenti decisivi in sostegno del disfattismo rivoluzionario di Lenin, della norma tattica che i partiti proletari non possono in questo campo entrare nella via della minima concessione, senza porre la classe operaia alla mercé delle mosse degli Stati militari. Basterà che questi creino con un breve telegramma la mossa irreparabile, perché il pericolo per la nazione il suo suolo e il suo onore sia determinato, ed ogni sensibilità a tali argomenti sarà la rovina del movimento di classe nazionale e internazionale. Quando l’aggressione italiana del 1915 condusse col rovescio di Caporetto alla invasione, si fece vacillare la meritoria opposizione dei socialisti italiani, nel grido di Turati: “La patria è sul Grappa!” malgrado che il suo fratello intellettuale Treves avesse osato ammonire: “Un altro inverno non più in trincea!“.

Più ancora, gli Stati borghesi e i partiti di governo coniarono la teoria degli spazi vitali, della invasione preventiva, della guerra preventiva, motivandola con argomenti di salute nazionale. Motivi tutti non privi di reale consistenza storica, ma che non devono smuovere i rivoluzionari, come non devono smuoverli i motivi di difesa e di libertà del più candido e innocentino – se ci fosse – dei governi capitalisti. La stessa guerra del 1914, strombazzata aggressione teutonica, fu una guerra preventiva inglese. Ogni governo vede dove vuole i suoi interessi e i suoi spazi vitali; è un gioco di secoli quello inglese di avere le proprie frontiere sul Reno e sul Po, e questo gioco avrebbe salvato tante volte la Libertà, mentre la avrebbe offesa a morte la pretesa di Hitler di avere le frontiere vitali oltre i Sudeti e a Danzica… pochi chilometri fuori o anche pochi chilometri dentro casa, nell’ineffabile democratico capolavoro versagliese del corridoio polacco.

Le guerre potranno volgersi in rivoluzioni a condizione che, qualunque sia il loro apprezzamento, che i marxisti non rinunziano a compiere, sopravviva in ogni paese il nucleo del movimento rivoluzionario di classe internazionale, sganciato integralmente dalla politica dei governi e dai movimenti degli Stati Maggiori militari, che non ponga riserve teoriche e tattiche di nessun genere tra sé e le possibilità di disfattismo e di sabotaggio della classe dominante in guerra, ossia delle sue organizzazioni politiche statali e militari.

Nel numero precedente di questa rivista abbiamo del resto chiarito che questo proclamato disfattismo non è grande scandalo, avendolo tutti i nostri avversari, sia sedicenti rivoluzionari che borghesi autentici, in vari casi e luoghi decantato e applicato. Solo che in tutti questi casi il contenuto dialettico del disfattismo non è la conquista rivoluzionaria di un nuovo regime di classe, ma un semplice mutamento di stati maggiori politici nel quadro dell’ordine borghese vigente, e i disfattisti di tal tipo rischiano molte parole e poca pelle per il solo incentivo che un dato regime cadrà solo se sconfitto in guerra, e solo se cadrà si aprirà per essi uno spiraglio al successo personale ed a cariche di potere. Basta loro tanto poco – e sono poi gli stessi gentiluomini dei motivi patriottici nazionali liberi e democratici – per approvare che il paese e la sua popolazione nel senso materiale, e giusta la tecnica moderna di guerra, siano schiacciati da bombardamenti distruttivi e dilaniati da tutte le manifestazioni irreparabili dell’azione bellica e dell’occupazione militare.

Ciò ribadito una ennesima volta, vediamo che razza di guerra sarebbe la eventuale prossima dell’America per cui si votano crediti militari immensi, si fanno riunioni di Stati Maggiori e si danno ordini di preparazione e dettami strategici a paesi stranieri e lontani. Potrebbe risultare la più nobile delle guerre sotto il profilo dei lodati argomenti letterari, potrebbe riuscire ad avere di contro figure più nere dei Cecco Beppe, dei Guglielmone, dei Beniti, degli Adolfi, dei Tojo, di un rinato con essi Nicola dalle mani goccianti sangue, essa non indurrebbe i marxisti rivoluzionari a dare parole di attenuazione della lotta antiborghese e antistatale, ovunque.

Ciò non toglie diritto ad analizzare questa guerra e a definirla come la più clamorosa impresa di aggressione di invasione di oppressione e di schiavizzamento di tutta la storia. Non si tratta solo di una guerra eventuale ed ipotetica poiché essa è già in atto, essendo tale impresa legata da stretta continuazione con gli interventi nelle guerre europee del 1917 e del 1942, ed essendo in fondo il coronamento del concentrarsi di una immensa forza militare e distruttrice in un supremo centro di dominio e di difesa dell’attuale regime di classe, quello capitalistico, la costruzione dell’optimum delle condizioni atte a soffocare la rivoluzione dei lavoratori in qualunque paese.

Tale processo potrebbe svilupparsi anche senza una guerra nel senso pieno tra Stati Uniti e Russia, se il vassallaggio della seconda potesse essere assicurato, anziché con mezzi militari e una vera e propria campagna di distruzione e di occupazione, con la pressione delle forze economiche preponderanti della massima organazione capitalistica nel mondo – forse domani lo Stato unico Anglo-Americano di cui già si parla – con un compromesso attraverso il quale la organizzazione dirigente russa si farebbe comprare ad alte condizioni; e Stalin avrebbe già precisata la cifra in due miliardi di dollari.

Sta di fatto che le prepotenze di quei citati aggressori storici europei che si dannavano per una provincia o una città a tiro di cannone, fanno ridere di fronte alla improntitudine con cui si discute in pubblico – ed è facile arguire di che tipo saranno i piani segreti – se la incolumità di Nuova York e di San Francisco si difenderà sul Reno o sull’Elba, sulle Alpi o sui Pirenei. Lo spazio vitale dei conquistatori statunitensi è una fascia che fa il giro della terra; è il punto di arrivo di un metodo cominciato con Esopo quando il lupo disse all’agnello che gli intorbidiva l’acqua pur bevendo a valle. Bianco nero e giallo, nessuno di noi può ingollare un sorso d’acqua senza intorbidire i cocktails serviti ai re della camorra plutocratica nei night-clubs degli Stati.

Quando i reggimenti americani sbarcarono la prima volta in Francia i tecnici militari risero e gli Stati Maggiori anglo-francesi pregarono di ridar loro subito i pochi tratti di fronte occidentale consegnati, se non si voleva vedere subito Guglielmo a Parigi. I boys, ubriachi allora ed oggi, avrebbero però ben potuto rispondere che c’era poco da sfottere, e vediamo oggi i sorci verdi di un militarismo che surclassa quelli della nostra storia plurimillenaria. Sono i soldi i capitali gli impianti produttivi che contano per fare la guerra; l’abilità militare e il coraggio sono merci in vendita sul mercato mondiale, ricchissimo di superfurbi e di superfessi.

Si vantarono fin da allora di una prima vittoria, arricciarono il naso per aver dovuto uscire, sulla scia degli inglesi, dal loro isolazionismo, si ritrassero dopo aver disegnata una Europa più assurda di quella che, se ce l’avessero fatta, avrebbero disegnata Tamerlano o Omar Pascià. Venti anni di pace erano quello che ci voleva per la preparazione, e la consacrazione alla Libertà super-statuata, di una superflotta una superaviazione e un superesercito. Al servizio della superaggressione.

Nell’intervallo i coloni del Far West si sono anche ripuliti in fatto di alfabeto e hanno perfino studiata la storia, senza rinunziare alla ineffabile comodità di essere senza storia. Al secondo sbarco in Normandia non si sa se Clark o un altro graduato, giunto alla tomba del generale francese che lottò per l’indipendenza americana, ha trovato la frase sensazionale: “Nous voici, Lafayette!“. Ossia siamo venuti per ricambiare la finezza e liberare la Francia.

Ed infatti come a Mosca insegnano nei manuali di storia che Vladimiro Ulianoff detto Lenin chiese ed ottenne dallo Zar Nicola di poter formare un corpo di volontari per correre alla difesa della Manciuria contro i giapponesi, così insegneranno a Washington come il francese Lafayette, nella alleanza di tutte le forze democratiche mondiali capitanata dalla libera Inghilterra, combatté per liberare l’America del Nord, fino ad allora colonia oppressa dei tedeschi, che da allora in tutte le guerre mirano ad attaccarla e riconquistarla. Ed in una prossima edizione può darsi che i manuali yankee parlino addirittura di una lotta di emancipazione coloniale contro il conquistatore moscovita, le cui esose intenzioni di rivincita sono evidenti da quando cominciò col vendersi l’Alaska per poche libbre di oro.

Neanche nella seconda impresa le gesta militari sono state di prim’ordine, ma anche in fatto di bravura di guerra la quantità si trasforma in qualità. A proposito di Clark dicono che proprio in America gli negano la gloria della battaglia di Cassino. Avranno forse scoperto che non vi è mai stata una battaglia a Cassino, e non vi è mai stata una linea Gustavo, come possono attestare poche diecine di soldati tedeschi rimasti incolumi e varie centinaia di migliaia di italiani civili bombardati sanguinosamente per cinque mesi, fino a che non si trovarono da fare avanzare alcuni reparti di polacchi, di italiani e, nella direttrice Sessa-Ausonia, di marocchini che si occuparono di violare tutte le donne dai dieci ai settanta anni e qualche altro ancora, agganciando meno deutsche grenadiere di quanti banditi di Giuliano aggancino le forze romane di polizia.                                                                  

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Tra le grandi decisioni del sinedrio americano militare per i fatti di Europa c’è dunque il riarmo italiano. Strana la parte dell’Italia in tutto questo muoversi di colossi, dopo che negli ultimi decenni la potenza demografica non è più il primo fattore di forza militare.

Dopo essere stata nella Prima Guerra sulle soglie di almeno un grande tentativo di disfattismo rivoluzionario, nella Seconda il nostro paese ne ha vissuto in pieno uno di disfattismo borghese.

In sostanza nessuno ha scalzato alle spalle la guerra dei fascisti nel periodo delle fortunate imprese di guerra tedesche. Molti hanno disfattisticamente sperato, ma per fatto personale. Mussolini era tra loro e la voluttà del potere. Qui tutto. Non potevano scalzare alle spalle l’esercito di Benito e di Hitler, standosene alle spalle degli eserciti avversari.

Nell’autunno del 1942 si diffuse la notizia che le forze di sbarco americane, dopo le lunghe discussioni, e reciproche insidie, cogli alleati russi che giorno per giorno si svenavano senza misura sul secondo fronte, erano sulle coste del Marocco, con un chiaro itinerario: il Mediterraneo, la penisola italiana.

Erano tappe di una unica invasione, passata da Versailles nel 1917-18, diretta a Berlino. Solo a Berlino? No, insensati allora plaudenti, diretta anche a Mosca. Per grandi specialisti della sensibilità al mutarsi della storia, siete in ritardo oggi nel gridare alla minaccia imperiale e all’aggressione. Sarebbe poco essere in ritardo, siete senza più fiato nella strozza, non potete più risuscitare e mandare in senso opposto i milioni di caduti di Stalingrado. Nessuno vi risponderà.

Quella notizia doveva bastare a prevedere il calvario che avrebbe traversato il paese italiano. A fini di classe, a fini di rivoluzione, il marxista attira sulla zona dove opera anche maggiori cataclismi. Ma qui si trattava di pura cecità. Aveva più senso storico la radio fascista che cantava una canzonetta di propaganda, per trarre acqua al proprio mulino sia pure, ma adatta oggi a passare nelle bocche degli alleati di ieri dell’America strapotente, dei tripudianti per il fallimento della classica contromossa militare italo-tedesca nella Tunisia, garantita in primo tempo alla Francia neutralizzata, contromossa giocata bene tecnicamente dall’ultimo esercito italiano da Scipione in poi (godiamo del fatto che non vi saranno più eserciti italiani senza altri aggettivi, più godremo quando eserciti non ve ne saranno con nessun aggettivo), ma che per lo strapotere dei mezzi accumulati sull’altra riva atlantica in tutta calma, mentre i cadaveri europei si ammonticchiavano davanti al Volga, non evitò la sanguinosa farsa del bagnasciuga.

Godevano del roseo futuro i patrioti, i nazionali, i popolari italiani.

Ma quale era la canzonetta, fascista ma non tanto scema? Ricordava che Colombo era italiano e diceva nel ritornello: “Colombo, Colombo, Colombo, chi te l’ha fatto fa’?“.

Secondo una moda già invalsa, temo forte che Stalin dovrà far scoprire dagli storici di Mosca che Colombo era russo.