International Communist Party

Comunismo 53

Verifica empirica della caduta del saggio del profitto e le "Esternalità positive"

E ci risiamo: di tanto in tanto, accanto ad articoli che celebrano l’ingloriosa caduta del “comunismo”, appaiono altri che parlano del “ritorno di Marx”, con toni cinematografici, come del grande saggio inascoltato o del giustiziere. Si tratta però sempre di concessioni verso quella parte di analisi dell’economia capitalista che ne descrive le smagliature più macroscopiche. L’articolista di turno isola un frammento della nostra dottrina a proprio uso evitando accuratamente le necessarie conclusioni e prospettive sulla caduta del capitalismo che sono originali, proprie, caratteristiche e determinanti di tutta l’opera di Marx: il superamento violento tramite una rivoluzione sociale di questo modo di produzione basato sulla divisione di classe e la proprietà privata per giungere ad una società senza classi organizzata secondo piani di specie.

Questa volta ci occupiamo di tal Patrick Artus, direttore nientemeno che del Centro studi e ricerche economiche della Cassa depositi francese, il cui articolo: “Carlo Marx è tornato” è stato riprodotto sul numero 2756, aprile 2002 della rivista “Problèmes économiques”.

Il redazionale di presentazione cautamente così ci anticipa l’argomento: «La sensibile caduta del profitto del capitale registrata negli Usa a partire dal 1997 sembra ridare una certa attualità alla teoria della caduta tendenziale del saggio di profitto di Marx. La forte crescita che ha contraddistinto gli anni 90 avrebbe anche, facendo sparire l’esercito di riserva dei disoccupati, tolto il paravento alle contraddizioni fondamentali del capitalismo sollevati dalla teoria marxista». In effetti il breve articolo, corredato da calcoli finanziari e una nutrita serie di grafici, cerca di trovare la soluzione per un equilibrio dinamico fra tassi di crescita dei profitti e tassi di disoccupazione programmata, tirando in ballo qua e là le tesi di Marx.

Il nostro studioso così incomincia: «L’accumulazione del capitale produttivo negli Usa fra il 1992 e il 2000 ha determinato a partire dal 1997 una forte caduta del profitto da capitale, dovuto senza dubbio a rendimenti decrescenti. Quella non poteva essere evitata che con il mantenimento di un’elevata disoccupazione, permettendo di ridurre la crescita dei salari, conforme alla teoria di Marx».

Detta così sembra che sia Marx il primo istigatore dei bassi salari per la salvaguardia dei profitti dei capitali! Ma, visto che si accenna ad una sua teoria senza oltre specificare, ci sentiamo incuriositi e in dovere di precisare meglio. Facendo finta di non aver frainteso l’odierno sapientone, pensiamo alla Terza sezione del Terzo Libro del Capitale titolata “Legge della caduta tendenziale del saggio del profitto” dove, nel capitolo tredicesimo, “La legge in quanto tale”, qui ricordato in estrema sintesi, si descrive come il progressivo aumento del capitale costante nei confronti di quello variabile porta con sé la progressiva diminuzione del saggio generale del profitto, pur restando immutato il saggio del plusvalore o grado di sfruttamento del lavoro da parte del capitale. Viene precisato poi che al continuo incremento di valore di capitale costante corrisponde una crescente diminuzione di prezzo del prodotto poiché contiene meno lavoro e che la tendenza progressiva alla diminuzione del saggio del profitto è l’espressione tipica del modo di produzione capitalistico per lo sviluppo progressivo della produttività sociale del lavoro.

Per quanto riguarda l’impiego della forza lavoro preferiamo citare direttamente, a scanso di equivoci: «La possibilità di una sovrabbondanza relativa di popolazione operaia si sviluppa nella medesima proporzione in cui si sviluppa la produzione capitalistica: e questo non in quanto la forza produttiva del lavoro sociale diminuisce, ma in quanto aumenta; non in seguito a una sproporzione assoluta tra il lavoro e i mezzi di sostentamento o i mezzi di produzione di essi, bensì a una sproporzione propria dello sfruttamento capitalistico del lavoro, ossia in seguito alla sproporzione tra il crescente aumento del capitale e le sue necessità, relativamente minori, di una crescente popolazione operaia (…) In altri termini, perché la parte variabile del capitale totale resti non solo la medesima in via assoluta, ma aumenti anche in via assoluta, malgrado la diminuzione della sua espressione percentuale come proporzione del capitale complessivo, quest’ultimo deve aumentare in proporzione più alta della diminuzione della parte percentuale del capitale variabile (…) Il capitale totale non solo deve aumentare in proporzione alla composizione più alta, ma anche in maniera più celere; si ha quindi che, quanto più elevato è lo sviluppo del modo di produzione capitalistico, tanto maggiore è la quantità di capitale necessaria per impegnare la medesima forza lavorativa, o ancor più una forza lavorativa in aumento».

Sempre come legge in quanto tale Marx così continua: «Il saggio del profitto calerà nonostante aumenti il saggio del plusvalore: 1. in quanto, essendo diminuita la somma complessiva di lavoro aggiunto ex novo, la parte non retribuita di esso, malgrado ne rappresenti una porzione maggiore, è egualmente più piccola di quanto non fosse prima la più piccola frazione di lavoro non retribuito nei confronti della più grande somma complessiva, e 2. in quanto la più alta composizione del capitale porta alla diminuzione in ogni singolo prodotto della parte di lavoro che rappresenta il lavoro aggiunto ex novo nei confronti dell’altra parte, che rappresenta materie prime ausiliarie e logoramento di capitale fisso. Tale modificazione nel rapporto tra i vari elementi che costituiscono il prezzo della singola merce – ed esattamente la diminuzione di quella parte del prezzo che rappresenta il lavoro vivo aggiunto ex novo e l’aumento, per contro, di quella parte che rappresenta lavoro già oggettivato – costituisce la forma in cui nel prezzo di ogni singola merce appare la diminuzione del capitale variabile nei confronti di quello costante (…) In pratica la diminuzione di prezzo delle merci e l’aumento della massa del profitto racchiuso nella massa più grande di queste merci calate di prezzo, non esprimono se non in forma differente la legge della diminuzione del saggio del profitto corrispondente all’aumento della massa del profitto (…) Il capitalista che ricorra a metodi di produzione perfezionati, ma non ancora resi universali, vende al di sotto del prezzo di mercato, ma al di sopra del proprio prezzo individuale di produzione; per lui il saggio del profitto aumenta fino a che la concorrenza non lo riporta all’equilibrio; in questo periodo di livellamento del profitto si manifesta il secondo fenomeno, l’aumento del capitale utilizzato, e proprio dalla grandezza di tale aumento dipende se il capitalista potrà nelle nuove condizioni utilizzare un numero più basso, uguale o anche più grande di operai nei confronti del periodo precedente, e quindi produrre una massa di profitto uguale o più alta».

Le lunghe citazioni sono necessarie in quanto l’argomento non è dei più agevoli, anche se ben si sa che non c’è peggior sordo di chi non vuol sentire.

Nel capitolo successivo “Cause antagonistiche” così Marx: «Debbono intervenire qui influenze antagonistiche, che ostacolano o annullano l’attuazione della legge generale, conferendole il carattere di una semplice tendenza; ed è per questa ragione che la caduta del saggio generale del profitto noi l’abbiamo chiamata caduta tendenziale. Le più generali di dette cause sono le seguenti», e qui ne riportiamo l’elenco: 1° Aumento del grado di sfruttamento del lavoro (…) 2° Riduzione del salario al di sotto del suo valore (…) 3° Diminuzione di prezzo degli elementi del capitale costante (…) 4° La sovrappopolazione relativa (…) 5° Il commercio estero (…) 6° L’aumento del capitale azionario(…)

Di questo centrale capitolo rileggiamo un passo che fornisce la chiave di lettura principale dell’argomento: «Ma è specialmente il prolungamento della giornata lavorativa, invenzione questa della moderna industria, che aumenta la quantità del pluslavoro appropriato, senza modificare in sostanza il rapporto tra la forza lavorativa utilizzata e il capitale costante che essa attiva, diminuendo anzi in pratica il valore relativo di quest’ultimo. Già è stato dimostrato – e qui sta il vero segreto della caduta tendenziale del saggio del profitto – che tutti i processi volti alla creazione di un plusvalore relativo, mirano in definitiva a questo: da un lato a trasformare in plusvalore quanto più è possibile di una certa massa di lavoro, dall’altro ad utilizzare quanto meno lavoro in rapporto al capitale anticipato; in tal maniera le stesse circostanze che consentono di accrescere il grado di sfruttamento del lavoro impediscono che, utilizzando il medesimo capitale complessivo, venga sfruttata la stessa quantità di lavoro di prima. Queste sono le tendenze antagonistiche che, mentre portano a un aumento del saggio del plusvalore, spingono contemporaneamente alla diminuzione della massa del plusvalore prodotto da un certo capitale e quindi alla diminuzione del saggio del profitto. E ancora, è bene rammentare qui l’uso massiccio del lavoro di donne e bambini, dato che tutta la famiglia si vede nella necessità di fornire al capitale una quantità di pluslavoro maggiore di prima, anche se aumenta la somma totale di salario che ottiene, il che tuttavia in generale non si verifica per niente».

Nel capitolo quindicesimo, “Sviluppo delle contraddizioni intrinseche della legge”, così si amplia l’analisi: «Caduta del saggio del profitto e accelerazione della accumulazione sono solo espressioni diverse di un medesimo processo, in quanto entrambi stanno ad indicare lo sviluppo della forza produttiva. L’accumulazione accelera la caduta del saggio del profitto, giacché causa la concentrazione del lavoro su vasta scala e quindi una composizione superiore del capitale (…) Tale processo porterebbe in breve tempo la produzione capitalistica alla rovina, se non vi fossero altre tendenze contrarie che sviluppano costantemente un’azione centrifuga insieme a quella centripeta». Più avanti, nel secondo paragrafo, “Conflitto tra l’estensione della produzione e la valorizzazione”: «Quanto alla forza lavorativa utilizzata, lo sviluppo della forza produttiva si manifesta di nuovo in due modi: in primo luogo nell’incremento del plusvalore, ovvero nella diminuzione del tempo necessario occorrente per riprodurre la forza lavorativa; poi nella riduzione della quantità della forza lavorativa (numero degli operai) adoperata per attivare un certo capitale (…) Da una parte uno di questi fattori, il saggio del plusvalore, aumenta; dall’altra il secondo, il numero degli operai, diminuisce in via relativa o assoluta (…) Da questo punto di vista la possibilità di compensare la diminuzione del numero degli operai con l’aumentare il grado di sfruttamento del lavoro, incontra dei limiti insuperabili; la caduta del saggio del profitto può essere ostacolata, ma non soppressa».

Fin qui l’economia, dicono. Siamo invece solo noi comunisti rivoluzionari a far nostre anche queste necessarie conclusioni di Marx, che rivendichiamo e difendiamo: «Tendenza costante della produzione capitalistica è quella di superare tali limiti immanenti, ma essi possono essere superati unicamente tramite mezzi che impongono gli stessi limiti su scala nuova e più vasta. Il vero limite della produzione capitalistica è proprio il capitale, cioè che il capitale e la sua autovalorizzazione si presentano come punto di partenza e punto di arrivo, come motivo e fine della produzione; che la produzione è soltanto produzione per il capitale, e non invece che i mezzi di produzione sono semplici mezzi di produzione per un costante allargamento del processo vitale per la società dei produttori (…) Se dunque il modo di produzione capitalistico è un mezzo storico per lo sviluppo della forza produttiva materiale e la creazione di un corrispondente mercato mondiale, è allo stesso tempo la costante contraddizione tra questo suo scopo dato dalla storia e i rapporti di produzione sociali ad esso corrispondenti».

Ricordate quali sono le tesi Marx in merito, leggiamo il professorale articolo, che continua affermando che le imprese, accumulando capitali, accrescono l’intesità capitalistica (rapporto stock di capitale / produzione, per noi, semmai, rapporto fra capitale fisso e capitale totale); per mantenere il profitto del capitale (doveva dire saggio del profitto), occorre che la parte dei profitti all’interno del reddito nazionale (che non è altro che plusvalore più monte dei salari) cresca allo stesso ritmo dell’intensità capitalistica (termine che richiama la nostra composizione organica) e se ciò non avviene c’è la caduta tendenziale del tasso del profitto; la crescita della quota dei profitti implica che i salari reali crescano meno velocemente della produttività del lavoro, quindi che i salari siano in una situazione di debolezza nella contrattazione e questo implica in condizioni normali un tasso di disoccupazione elevato (esercito di riserva dei lavoratori).

Qui già si intravede la soluzione del nostro direttore del centro studi, ovvero far ricadere sui lavoratori il progressivo insterilirsi della valorizzazione del capitale tramite disoccupazione e salari di fame, cioè la solita ricetta. Ma, sul piano teorico, questo impoverimento della classe operaia può solo contrastare, rallentare la caduta del saggio del profitto, non invertirla, in quanto, mentre la composizione organica del capitale, storicamente, mai cessa di accrescersi, ed enormemente, e con essa la produttività del lavoro, non è possibile intensificare il lavoro ed immiserire oltre certi, seppure elastici, limiti, fisiologici e sociali, i lavoratori salariati. Insomma la nostra legge della caduta del saggio del profitto non è che la formulazione matematica della ribellione ognor crescente, oggettiva e biologica, dell’umanità lavoratrice al Capitale.

Ma continuiamo e passiamo ai grafici, che per niente ci spaventano.

Come quasi sempre in questi studi borghesi, interessati solo all’oggi, il periodo preso in considerazione è troppo breve, influenzato dall’andamento del ciclo economico, per trarne valutazioni generali.

Il primo, “Stock del capitale produttivo negli Usa in percentuale sul Pil”, (che per noi sarebbe rapporto del Capitale fisso sul Capitale totale) mostra che dal 1985 al 1996 l’intensità capitalistica è cresciuta in quel paese in volume ma non in valore in ragione della caduta dei prezzi relativi dei mezzi di produzione. I due tracciati di questo grafico: “valore” che parte da una quota 45,8% nel 1985 e “volume” 41,5% si incrociano nel 1996 a quota 43% e dopo questa data il “volume” si impenna a quota 51% nel 2001. Si mantiene anche il “valore”, però, che, dopo alterne oscillazioni, giunge a quota 43,7%. È una costante nel capitalismo che il valore, e il prezzo, dei beni di consumo e degli alimenti si riduca più lentamente di quello dei mezzi di produzione.

Passiamo ora al secondo grafico “Profitti delle imprese non finanziarie negli Usa, in percentuale sul Pil corrente” che mostra mediante due tracciati, quello dei “Profitti finanziari” e quello dei “Profitti economici”, l’evoluzione della redditività del capitale negli Usa. I “profitti economici”, qui non meglio precisati, sono calcolati come profitti meno tasse sul Pil; quelli “finanziari” come profitti meno tasse meno interessi per il debito e sarebbe il nostro profitto dell’industriale. I due tracciati compresi sempre tra il 1985 e il 2001 seguono un andamento pressoché parallelo: quelli “finanziari” oscillano dal 2,5% ad un picco del 4% nel 1997-98 per finire a 2,4% nel 2001; quelli “economici”, che comprendono gli interessi, ovviamente sono più alti, partono da un 4,6% per salire al picco superiore del 6% nel 1988 e scendere al 4% del 2001. Per differenza avremmo per gli interessi i saggi del 2,1%, del 2,0%, dell’1,6%. In sostanza i profitti crescono in percentuale dal 1992 al 1997 e scendono dal 1997 al 2001, come già descritto in precedenti lavori di partito, quando ancora Bin Laden lavorava al soldo della Cia. Nel primo semestre 2001 si ritrova allo stesso valore del 1992. La crescita dei profitti industriali è più forte grazie alla diminuzione degli interessi. La recessione, terrore di tutti gli economisti, è qui indicata come la causa che ha poi fatto precipitare i due tracciati dal secondo trimestre 2000.

Un terzo grafico mostra che lo scarto tra profitto da capitali (economici e finanziari) e il tasso dei prestiti a lungo termine reale, sempre negli Usa, si accresce considerevolmente dal 1992-97 per poi diminuire dal 1997 al 2001. Maggiore è questo scarto tra profitti e tasso dell’interesse, maggiore è la speranza di profitti, quindi si ha una spinta agli investimenti.

È proprio questa la manovra delle banche centrali per dare un po’ di vigore all’economia. Negli Usa la Fed ritocca all’ingiù il tasso di sconto con cui presta il denaro, anche al 2% e c’è chi chiede ancor meno; in Giappone c’è stato uno 0,5%, nell’Unione europea è di questi giorni un ribasso al 2,75%. Eppure il capitalismo non esce dalla sua crisi interna, ovvero dalla sovraproduzione generalizzata. I metodi “pacifici” sembrano non bastare e presto rimarrà l’unica soluzione valida sempre: la guerra generalizzata.

Dopo la presentazione di questi primi tre grafici, il nostro autore “scopre” che «a partire da un certo punto del processo di accumulazione del capitale scende la resa ed il profitto del capitale». E, in grassetto, conclude: «La sola maniera di evitare questa evoluzione è quella di frenare il costo del lavoro». Scoperta da premio Nobel! «Il quarto grafico – continua – ci mostra che il costo orario totale (inclusi gli oneri e i benefici sociali) cresce meno rapidamente della produttività oraria dal 1993 alla fine del 1997, più veloce, però, della produttività dopo la fine del 1997. Questo corrisponde perfettamente all’evoluzione dei profitti, in crescita fino al 1997 e in diminuzione successivamente».

Questo grafico presenta quattro tracciati come variazione annuale percentuale dal 1985-2001: Produttività oraria, sempre superiore allo zero, che presenta tre massimi crescenti nel 1986 con +3,9%, 1992-93 con +4,5% e 2000 con +4%; come tendenza la produttività oraria oscilla intorno al +3% dal 1996 al 2000, il che è molto. Il secondo tracciato, il valore del Pil, ha un massimo intorno al +4% nel 1991 e poi rallenta al +2,2% nel 2001. Il terzo, quello dei salari nominali, compresi i benefici, è quello più alto con una serie di massimi intorno al +6% nel periodo 1986-92, cresce meno poi nel 1994 al +2% per poi accelerare fino al picco del +8% nel secondo semestre del 2000 e al +5,8% nel 2001. Questo grafico è fuorviante perché non tiene conto dell’inflazione ed esclude le tasse e i costi assicurativi a carico del lavoratore; infatti il quarto tracciato, quello del salario reale, ci rivela che esso, sempre come incremento percentuale annuale, è sempre al disotto dell’incremento della produttività oraria, cioè si produce di più ma aumenta in proporzione il lavoro non retribuito. Solo dopo il 1997, come anticipato per altri versi dai precedenti grafici, presenta due punti al disopra della produttività oraria di circa +1,5%.

Il quinto grafico “Disoccupazione ed impiego negli Usa” è così presentato: «Il cambio di direzione sull’evoluzione dei salari si produce nel momento in cui il tasso di disoccupazione scende dal 5%, con la forte creazione di impiego dal 1993. A partire dal 1997 “l’esercito di riserva dei lavoratori” scompare». Questo tracciato mostra la riduzione del tasso di disoccupazione dal 1997 fino al 2001. Occorre però precisare che negli Usa si considerano occupati anche i lavoratori saltuari, anche di pochi giorni, per cui la situazione è meno rosea di quanto indicato dalle statistiche.

L’autore poi da una serie di calcoli deduce che: «dei guadagni di produttività beneficiano maggiormente i salariati americani poiché l’incremento di 1 punto di crescita annuale di produttività produce la crescita dei salari di 1,4 punti. Ci sarebbe quindi una spontanea crescita della parte dei salari nel Pil. Per evitarla è necessaria una elevata disoccupazione». L’Artus si concentra quindi nel calcolo della quota di disoccupazione necessaria a garantire profitti crescenti per i capitalisti e così argomenta. «Tra il 1998 ed il 2000 il costo dei salari reali è aumentato di 1,5 punti annui più della produttività a fronte di un tasso medio di disoccupazione del 4,25%. Per riallineare la crescita del salario reale a quello della produttività, bisognerà quindi aumentare il tasso di disoccupazione di 2,5 punti portandola al 6,75% ossia sicuramente al disopra di una disoccupazione che si può realizzare in una fase di crescita negli Usa». Continua così in grassetto beandosi dei suoi calcoli: «Tutto mostra quindi che il vantaggio dei profitti non può essere stabilizzato negli Usa che al prezzo di un tasso di disoccupazione che si avvicina al 7%, il livello del 1993 dopo la recessione».

Il paragrafo conclusivo dello studio ha un bel titolo: “Niente soluzioni a lungo termine” dove constata che «dover ricorrere periodicamente a una recessione per far crescere la disoccupazione e raddrizzare la resa dei profitti non è una soluzione efficace a lungo termine».

Qui il professore ritiene che si possano controllare le leggi generali dell’accumulazione capitalistica con apposite manovre, dimostrando di non aver compreso, o non aver voluto comprendere il nostro Marx e le leggi immanenti della produzione capitalistica, della valorizzazione del capitale e della sua accumulazione. Il capitalismo ciclicamente necessita per la sua sopravvivenza di una massiccia distruzione di capitali e forza lavoro in una certa misura proporzionale al grado di accumulazione raggiunto, cioè di guerre mondiali di adeguate dimensioni.

La soluzione dell’Artus invece la possiamo collocare nel mondo delle utopie: «La sola uscita dal conflitto di ripartizione è che l’accumulazione del capitale generi sufficienti esternalità positive: crescita della produttività globale dei fattori, accumulazione di capitale umano. Queste esternalità fanno scomparire il decremento del profitto del capitale. E questo non è stato il caso degli Usa nella fase di espansione del 1992-2000 dove l’accumulazione del capitale produttivo non è stato abbastanza efficace».

Vuol forse dire che un nuovo capitalismo con la collaborazione fra le classi può curare il vecchio capitalismo putrescente? Glielo lasciamo credere e sperare. Lui e i suoi soci continuino a pensare che si possa curare il capitalismo dalle sue internalità e renderlo eterno, ma lascino stare Marx. La soluzione, o meglio l’ineluttabile conseguenza che Marx descrisse, non come augurio di utopista ma come inevitabile sbocco storico, è la distruzione del capitalismo da parte della rivoluzione proletaria! La mondiale classe lavoratrice ha bisogno sì di una esternalità positiva, esterna al capitalismo, la risoluta e diseconomica espropriazione degli espropriatori!

Dis-urbanesimo

La recente notizia del piano di razionamento dell’acqua a Pechino, elaborato per far fronte alla penuria d’acqua potabile nella capitale cinese dovuta alla siccità, ha dato spunto alla stampa borghese per tornare a trattare uno dei temi che periodicamente trattano in tono scandalistico: quello della smisurata crescita della popolazione urbana, dell’affollamento mostruoso delle grandi metropoli e dei problemi ambientali, sociali e igienici ad esso connessi. Si citano eloquenti dati sul numero degli inurbati estrapolati da una pubblicazione del World Watch Institute sull’argomento. Da tale menzione si apprende che il 50% della popolazione mondiale vive nelle città e che nel 2030 questa percentuale salirà al 60%. Se si considerano invece soltanto i paesi del cosiddetto Nord del mondo, quelli di vecchia industrializzazione, la quota degli uomini viventi in città sale al 70%.

Sempre si lamentano i pericoli che comporta tale tendenza in materia di inquinamento atmosferico. Ai borghesi sta a cuore, evidentemente, soprattutto l’aria che, volenti o nolenti, sono costretti a respirare anch’essi, essendo invece al riparo dai problemi relativi agli alloggi, alla miseria, ecc. Anche se, a dirla tutta, neanche l’aria è veramente democratica, maggiormente densa com’è di sostanze nocive nei pressi dei quartieri proletari situati spesso a ridosso degli stabilimenti industriali. I giornalacci poi si soffermano sulla situazione più critica del Sud del mondo, dove si concentra la maggior parte della crescita demografica mondiale (90%). È in quelle terre che il problema rischierebbe di esplodere, dove nel 2015 saranno collocate 22 delle 26 megalopoli del mondo intero. Fin qui il dato bruto.

Nei riquadri ormai d’obbligo (scomodissimi ma imposti ai lettori per abituarli ad una vita inconcludente e frastornata da zappingtalk gridati e trilli di telefonini) la solita intervista al solito esperto, che può essere un architetto alla moda, un onorevole ex sessantottino oppure una più o meno bella, più o meno spogliata donnina, i quali, alla domanda se è ipotizzabile una inversione di tendenza, nei pochissimi secondi o righe stampate concessi prima che gli taglino lo spazio o tolgano il microfono, si precipitano a rispondere che No! La tendenza allo spopolamento delle campagne in favore delle città è il trionfo del modello occidentale. Le città sono il luogo dell’accumulazione di ideescambirelazioni. Non c’è nulla da fare né bisogna provare a farlo! In altro spot ti illustrano sul campo (oibò, siamo concreti e sperimentali, noi!) quanto sta accadendo a Tokio, dove «i giovani manager lavorano di giorno nei grattacieli e la sera scendono per le strade, tornate ad animarsi di piccoli sushi bar, botteghe, piccoli locali, attività minime che sembravano spazzate via dal trionfo della grande distribuzione. E si divertono moltissimo» (e ti credo, con quello che guadagnano!), perché «la civiltà si esprime molto di più nel tempo libero che non in quello occupato». Potremmo continuare con la disamina della scienza borghese in merito ma, si capisce, è meglio lasciar perdere: come si dice “a lavare il porco si perde l’acqua e il sapone”.

Miserie borghesi a parte, il tema è buono perché noi, piano-piano, ribattiamo alcuni chiodi di quella che è la visione marxista del problema dell’allogamento degli esseri umani sulla crosta terrestre.

Nascita della città moderna

Prima del sorgere della civiltà, cioè prima che nascesse nelle società umane la proprietà privata, nel pieno di quell’epoca che definiamo comunismo primitivo allorquando si viveva ancora prevalentemente di caccia e di raccolta, poi di prime rudimentali forme di pastorizia e agricoltura, i gruppi di uomini già vivevano raccolti in gruppi, essendo questo l’unico modo di fronteggiare uniti le molteplici insidie esterne. Tale comunità nasceva dall’esigenza di sopravvivere nella natura avversa. Affinché una organizzazione separata di forza emerga dal vivere associato degli uomini bisogna attendere che la trama organica delle società primitive, per effetto di moventi economici, si dissolva per far posto alla proprietà privata degli armenti e alla conseguente divisione degli uomini in classi sociali distinte.

Lo Stato, l’organizzazione accentrata della forza armata della classe dei proprietari di schiavi, di terre e di denaro, ha sede nelle prime città. Le capitali del mondo antico come le città-stato greche e fino all’esempio massimo di Roma erano centri politici, commerciali e finanziari, in taluni casi di grande importanza, ma la spazio del lavoro e del pluslavoro, per le caratteristiche proprie dei modi di produzione antichi, restavano le campagne. Nel feudalesimo i villaggi dei servi legati alle terre del signore, che abita il castello, erano sparsi spesso a grande distanza fra di loro. Declinano le città, isole in un mare di economia rurale estremamente compartimentata e chiusa.

Nel processo travagliato che conduce al capitalismo è fatto storicamente progressivo il concentrarsi dei poteri nelle mani delle grandi monarchie nazionali in Francia, Inghilterra e Spagna, che comportò il crescere delle funzioni dello Stato centrale a discapito del federalismo tipicamente feudale. «Insieme a tale macchina dello Stato delle monarchie assolute, la borghesia trovò per conseguenza accentrata già molta popolazione non rurale nelle capitali storiche. Ma non era che una concentrazione iniziale rispetto a quella che seguì alla trasformazione industriale, specie quando le grandi fabbriche si affollarono alla periferia delle città per evidenti ragioni di “basso costo dei prodotti”, per risparmio di trasporti da e per i mercati» (“Pubblica utilità, cuccagna privata”, il Programma Comunista n. 5/1952).

Fu la rivoluzione borghese a rompere gli ultimi vincoli rappresentati dai rapporti di proprietà feudali. Con l’irrompere della borghesia come nuova classe dominante e con essa del capitalismo come modo generale di produrre e distribuire, una sempre più accentuata e progressiva centralizzazione investe tutti i settori della organizzazione sociale. Nella produzione masse crescenti di operai vengono concentrate in fabbriche sempre più estese, in politica l’enfiamento esponenziale delle necessarie funzioni di tutela e di difesa dei rapporti di produzione vigenti crea il sorgere di accentrate e mostruose macchine statali e come corollario a questi due fenomeni sorge la grande città modernamente intesa. In essa collassano a densità mostruosa sia la crescente produzione industriale capitalistica, e le masse di salariati che sole la rendono possibile, sia tutti gli svariati organi statali (amministrativi, esecutivi, giudiziari, militari, legislativi) che ne proteggono le fondamenta basate sulla illimitata estorsione di plusvalore.

«Storicamente di nuovo e di esclusivo del capitalismo vi è l’immensità delle metropoli che mai prima dell’era borghese ammassarono gli uomini a milioni nella loro cerchia, nemmeno nelle versioni leggendarie su Tebe o Babilonia». E solo perché è nelle grande concentrazione spaziale che possono ridursi al massimo i costi di produzione aziendali. «Per risparmiare false spese, per questo solito e criminale motivo con sussiego avanzato dal capitale, e riecheggiato dalla cretineria di oppositori di cartapesta pagati per suonare lo stesso disco, presso le grandi città, nelle grandi città, tra le abitazioni ad accelerata densità e gli stabilimenti spesso ad esse incollati e da esse circondati nello sviluppo demografico e di inurbamento incessante, si intasano depositi di materie nocive, esplosivi e mezzi bellici, soprattutto per l’accavallarsi di stazioni di smistamento e deposito, di porti, aeroporti e altri servizi» (“Spazio contro cemento”, il Programma comunista, n. 1/1953).

Mostri imprevedibili, inconoscibili ed ingestibili, nel quale brulicano milioni di formiche indaffarate.

Come alloggiare gli operai industriali

Col progressivo spopolarsi delle campagne e il costante afflusso di senza riserve nelle città nasce subito il problema degli alloggi per le famiglie operaie. I proletari sono costretti a far fronte ad una carenza cronica di abitazioni alla portata dei loro salari e pertanto a sistemarsi nei palazzi fatiscenti delle zone degradate delle città. I proletari, dopo essere stati spremuti nelle fabbriche, vengono taglieggiati del loro salario dai padroni di casa, che chiedono fitti esosi per delle stamberghe.

La miseria accompagna ogni aspetto della vita delle classi lavoratrici urbane, come documenta ampiamente Federico Engels in “La situazione della classe operaia in Inghilterra”. Saggiamone un vigoroso passo: «Le poche centinaia di case che appartenevano alla vecchia Manchester erano sono state abbandonate da tempo dai loro primitivi abitanti; soltanto l’industria poteva stipare in esse schiere di operai; soltanto l’industria poteva coprire di costruzioni ogni spazio libero tra queste vecchie case, per ricavarci un tetto per le masse che si fanno arrivare dalle regioni agricole e dall’Irlanda; soltanto l’industria poteva consentire ai proprietari di queste stalle di affittarle ad esseri umani esigendo fitti elevati, di sfruttare la miseria degli operai, di minare la salute di migliaia di persone, affinché essi soltanto, i proprietari, si arricchissero; soltanto l’industria ha reso possibile che il lavoratore, appena liberato dalla servitù della gleba, potesse nuovamente essere adoperato come puro e semplice materiale, come cosa che potesse lasciarsi rinchiudere in un’abitazione troppo misera per chiunque altro, che egli, data la mancanza di denaro, ha ora il diritto di lasciar andare completamente in rovina. Tutto ciò è opera soltanto dell’industria, che senza questi operai, senza la miseria e la schiavitù di questi operai, non avrebbe potuto vivere».

Tale situazione è riscontrabile a tutte le latitudini, in tutti i luoghi dove il capitale, prima o dopo, stabilisce il suo imperio sul lavoro vivo, senza pietà. Lo stesso accadeva, ad esempio, in Italia qualche decennio dopo. Scrive Nicola Lisanti in “Il movimento operaio in Italia”: «La città, dunque, trasforma da un giorno all’altro contadini e braccianti in operai dell’industria, ma non offre loro condizioni di vita adeguate. La borghesia industriale, soprattutto nelle città di forte immigrazione, quali appunto Milano e Torino, non fa nulla per ovviare alla spaventosa carenza di abitazioni operaie. Si pone in termini soltanto speculativi il problema dell’urbanesimo e preferisce impiegare in altro modo i propri capitali. Tutto ciò determina lo squilibrio tra domanda e offerta di case operaie, l’aumento dei fitti e il relativo sovraffollamento. Gli esempi non mancano. Dai compilatori del censimento del 1881 si apprende che a Milano si hanno casi in cui dieci o più lavoratori vivono in una o due stanze, e formano un accolta di individui riuniti non da vincoli di parentela ma dalla identità del mestiere che esercitano; e inoltre muratori che in una sola stanza si accampano a 12-14 e perfino 16 per volta su mucchi di paglia come le bestie da soma nelle stalle».

Il fenomeno si ripete in tutte le fasi espansive del capitalismo. Scriveva “La Stampa” del 2 giugno 1963 in un articolo, citato dall’allora nostro periodico, sugli alloggi nei quali dormivano gli emigranti meridionali a Torino negli anni del tanto decantato dalla borghesia boom economico. «Vi dormono ogni notte almeno 150 uomini, quasi tutti immigrati, gente venuta a Torino spinta dalla miseria, e qui sta lottando per conquistare un posto di lavoro e un pezzo di pane per i figli rimasti al paese. Ma quanta fatica e quanti sacrifici. Certi manovali non prendono più di 230 lire all’ora. A sera, stanchi, sudati, sporchi, rientrano in questa specie di abituro dove pagano, per una notte 210 lire. Le stanze più piccole contengono tre letti, le più grandi quindici o venti. In un locale può starci, oltre i letti, al massimo un comò o un armadio, tutti mobili di 30-40 anni fa, sgangherati, sfondati, inservibili. Se uno dovesse descrivere con accuratezza e verismo le condizioni igieniche di questi locali, turberebbe troppo il lettore».

Sono le stesse condizioni in cui versano oggi non solo gli strati proletari e semiproletari delle bidonvilles delle varie Calcutta, Lagos, Città del Messico ecc. ma gli stessi strati inferiori del proletariato occidentale e anche dei paesi più ricchi. Negli Stati Uniti gran parte della classe operaia vive nei condomini fatiscenti dei ghetti urbani ove le condizioni di vita sono al limite della sopportabilità. In Europa milioni di immigrati africani, asiatici e dall’Est ripercorrono, in peggio, la strada dolorosa dei meridionali italiani trasferiti al Nord.

Quella condizione, si vedano le periferie inglesi di oggi, non rappresenta il passato per la classe operaia “ricca” e “accasata” d’occidente, ma il suo futuro!

L’edilizia popolare

Come accennato da Federico Engels nel passo citato, nella prima fase della rivoluzione industriale, quando la richiesta di manodopera salariata proveniente dalle campagne era massima e la crescita demografica dei capoluoghi dei distretti industriali vorticosa, le moltitudini operaie trovavano rifugio nei quartieri più luridi e nelle fatiscenti zone vecchie delle città, spesso ubicate al centro di esse. Ma – come spiega Engels in “La Questione delle abitazioni” – con l’ulteriore crescita nei grandi centri urbani delle attività finanziarie e commerciali oltre che di quelle industriali, e con l’aumentare del peso specifico delle città all’interno della economia, venne a generarsi una rendita differenziale particolarmente elevata dai terreni posti nelle zone centrali. I proprietari degli immobili di quelle zone, spesso fatiscenti, adibiti ad alloggi operai, avrebbero potuto esigere ben di più mutandone la destinazione. Si diede inizio quindi allo sventramento e alla demolizione dei vecchi quartieri per costruire nuovi edifici, da riservare non più ai proletari, ma alle abitazioni dei ricchi borghesi, alle banche, agli uffici ecc., che fruttavano lauti guadagni ai gruppi di affaristi che compivano queste manovre speculative, fondiari e capitalisti.

Tutte queste operazioni in campo edilizio ed urbanistico venivano presentate come risanatrici delle città e di utilità sociale, ma erano invece mosse dagli esclusivi ed egoistici interessi privati di speculatori capitalistici, ed attuate a detrimento e danno delle già misere condizioni di vita e di esistenza delle classi lavoratrici. Questo vero e proprio fenomeno di espulsione degli operai dai centri delle città peggiorò infatti ulteriormente la situazione degli strati proletari, dal momento che il numero di case perse al centro non veniva compensato da nuove costruzioni da destinarsi ad abitazioni per gli operai, preferendo il capitale impiegarsi in opere più remunerative. I proletari nel loro centrifugo migrare trovarono per viverci soltanto case altrettanto squallide di quelle che avevano abbandonato, ma con accresciuti problemi di sovraffollamento e di caro fitti in ragione della aggravata carenza di alloggi, nonché venne ad aggiungersi al tempo di lavoro quello per recarsi nelle fabbriche.

Il disagio delle famiglie operaie causato dall’ingigantirsi del problema delle abitazioni veniva a costituire un elemento destabilizzante per il capitalismo arcimaturo e senescente dei paesi occidentali. È nel vano tentativo di smorzare (non eliminare, l’anarchia produttiva non lo può) questa contraddizione prodotta dal funzionamento dell’economia capitalistica, ma soprattutto per keynesianamente dare uno sbocco alla incipiente crisi economica, che si finanziò con i mezzi dell’erario la realizzazione delle cosiddette “opere pubbliche”. Fin dall’interguerra gli Stati, “democratici” o “fascisti” che fossero, si fecero carico della edificazione delle “case popolari”, con somma gioia di riformisti di ogni categoria e genere pronti, nelle più squallide versioni, finanche a decantare la cosa come una anticipazione di socialismo.

Ecco di nuovo come avvoltoi spuntare le varie bande borghesi dell’affarismo edilizio privato, pronte ad avidamente ingozzarsi alla ricca greppia statale materializzatasi in questo caso nella forma di appalti per la realizzazione delle suddette opere, perché il profitto è lì sicuro e garantito, poiché «nel caso delle opere ed imprese che recano le sacre stimmate del pubblico bene è molto più agevole ottenere a buone condizioni la finanza da anticipare, è quasi matematicamente escluso che vi sia rischio di benefizio, non diciamo negativo, ma limitato. Interessi passivi ed eventuali aumenti della spesa prevista vi è infatti, in tali casi, mezzo di riversarli sul bilancio del non meno classico Pantalone» (“Specie umana e crosta terrestre”, il Programma Comunista, n.6/1952).

La fine che ha fatto la cosiddetta “edilizia popolare” lo sanno tutti. È un significativo esempio della soluzione grande-borghese al riparo delle famiglie operaie, cioè al minor costo. Si determinarono con metodo scientifico le dimensioni minime cui si poteva restringere un corridoio, abbassare un soffitto, incastrare due letti. Si disse che tutto questo era “razionale”, ove, evidentemente, la parola va storicizzata: razionale per chi?. Nelle “cinture” delle metropoli europee sono stati edificati interi nuovi quartieri formati di grandi edifici. Tutto ciò che produce il mondo borghese è destinato a portarsi fuori misura: quello che poteva essere un utile superamento del modello abitativo della famiglia nucleare, d’origine pre-borghese, viene esasperato con indici di abitabilità intollerabilmente bassi che, invece di spingere a socializzare, suscitano disagio oggettivo, e senso di miseria, di promiscuità, di prigione. Per di più i metodi costruttivi capitalistici, l’uso di materiali eccessivamente poveri e la mancanza di manutenzione determinarono un veloce decadimento degli immobili, talvolta anche strutturale. Quasi sempre è venuto a mancare nelle città satelliti ogni necessario completamento urbano, grandi spazi intorno, trasporti, parchi, luoghi pubblici, ecc.

Solo chi non vi ha abitato può avere nostalgia dei tuguri urbani, dei “bassi”, degli scantinati, ed è evidente che questo tipo di edilizia ha, all’inizio ed in alcuni casi, migliorato lo stato di taluni settori della classe operaia. Ma nello stesso tempo ha creato guasti ben più gravi dei problemi che intendeva risolvere, generando una massa di proletari e sottoproletari emarginata, chiusa in gabbie troppo anguste e ammassate, destinate ad accogliere la più nera miseria materiale e spirituale. Emblematici sono i casi di Roma, Palermo, Firenze. L’esempio a Napoli delle “Vele” nel quartiere di Scampia, è documentato in un articolo comparso su La Stampa: Si vive «dentro la degradazione assoluta e puzzolente delle case popolari che dovevano emancipare il sottoproletariato di Napoli che soffriva una povertà patriarcale nei vicoli, e poi si è trovato scaraventato in una magnifica struttura di vetro e cemento che è diventata un rottame schifoso con quattro ascensori subito rubati e le scale a X come gambe di gazzella d’acciaio fattesi subito scheletro».

Falliti i correttivi tentati dal capitalismo, la odierna pestilenziale società ingigantisce ancora il problema, che assume ormai entità planetarie, del sovraffollamento e dell’invivibilità dei grandi agglomerati urbani, divenuti mostri tentacolari che soffocano, come il sistema che li ha generati, il genere umano in una morsa opprimente. In essi la persona umana, tanto adulata dai cantori dell’ideologia dominante, è di fatto ridotta ad insignificante particella del perverso e anonimo meccanismo della produzione di profitto, che utilizza gli uomini a suo piacimento, condizionandone forzatamente ogni attimo della vita, rendendoli schiavi involontari di un cieco ingranaggio che può stritolarli in ogni momento.

Il contrasto città e campagna e la sua soluzione

Non è che contrapponiamo al degrado della città un modello, attuale o antico, di vita nelle campagne, oggi altrettanto guasto essendo entrambi amaro frutto del folle e irrazionale modo di produzione capitalistico.«Non si tratta qui di fare l’apologia dell’attuale situazione delle masse nelle campagne, rari essendo gli esempi di un vero proletariato agricolo che sia bene alloggiato in abitazioni moderne sparse sul territorio e non a sua volta agglomerato in centri grossi, di oltre 50 mila abitanti» (“Specie umana…”). O ammassato, aggiungiamo oggi, in bestiali baracche a ridosso dei campi come avviene ad esempio in Capitanata o a Villa Literno per gli stagionali immigrati.

Scrive Carlo Marx: «Nell’agricoltura come nella manifattura la trasformazione capitalistica del processo di produzione si presenta insieme come martirologio dei produttori, il mezzo di lavoro si presenta come mezzo di soggiogamento, mezzo di sfruttamento e mezzo di impoverimento dell’operaio, la combinazione sociale dei processi lavorativi si presenta come soffocamento organizzato della sua vivacità, libertà e autonomia individuali (…) Come nell’industria urbana, così nell’agricoltura moderna, l’aumento della forza produttiva e la maggiore quantità di lavoro resa liquida vengono pagate con la devastazione e l’ammorbamento della stessa forza-lavoro. E ogni progresso dell’agricoltura capitalistica costituisce un progresso non solo nell’arte di rapinare l’operaio, ma anche nell’arte di rapinare il suolo; ogni progresso nell’accrescimento della sua fertilità per un dato periodo di tempo, costituisce insieme un progresso della rovina delle fonti durevoli di questa fertilità (…) La produzione capitalistica sviluppa quindi la tecnica e la combinazione del processo di produzione sociale solo minando al contempo le fonti da cui sgorga ogni ricchezza: la terra e l’operaio».

Questo incisivo passo del Capitale, estrapolato dal 1° Libro, ci conduce diritti al nocciolo fondamentale della ben più generale questione della gestione e della amministrazione del suolo, del sottosuolo e del soprasuolo e delle loro ricchezze, minerali e organiche, viventi e non viventi, naturali o manufatte, all’interno della quale si colloca quella che stiamo qui affrontando della distribuzione degli esseri umani e di tutto l’attrezzamento in impianti, infrastrutture ed edifici.

Come abbiamo già visto il disporsi di questi elementi nell’era borghese è stato improntato sul principio della “economicità”, principio che muove ogni azione del capitalismo e altro non vuol dire che aderenza ai canoni di “ottimizzazione” della produzione finalizzata alla spietata appropriazione del sopralavoro operaio da parte della classe dominante. Sotto l’anonima spinta della legge del profitto si è determinata, in meno di due secoli, la situazione di una disposizione estremamente disarmonica e irrazionale dell’uomo e delle sue attività sulla superficie del pianeta.

Il risparmio nei costi di trasporto delle aziende è infinitamente minore ai costi generali dell’urbanesimo capitalistico. Una volta abbattuti i vincoli economici mercantili ed infrante le capsule che rinchiudono le odierne unità produttive, gli insediamenti umani potranno liberamente distribuirsi sulle adatte e varie conformazioni geografiche del pianeta. Questa l’attualità, la necessità, la bruciante urgenza della attuazione del programma comunista post-rivoluzionario, mirante, come esplicitamente già indicato nel “Manifesto del Partito Comunista” alla graduale eliminazione dell’antagonismo tra città e campagna, tendente a creare una «rete uniforme di attrezzatura della crosta terrestre, nei cui nodi l’uomo non sarà né villano né cittadino» (“Specie umana…”) e «una distribuzione il più possibile uniforme della popolazione su tutto il territorio (…) un intimo coordinamento della produzione industriale e di quella agricola, accompagnati dall’estensione della rete di comunicazioni che così si rende necessaria» (“Questione delle abitazioni”). Tale opera secolare, che spetterà alle generazioni che vedranno la luce in un mondo liberato dal tormento salariale, tenderà a ristabilire l’equilibrio – o nuovi sani equilibri – di ogni ciclo organico tra terra, acque, animali ed uomo, oggi insapientemente alterati e infranti.

Tale visione si fonda sulla scientifica diagnosi e sui principi del marxismo intransigente ed ortodosso. In proposito sentiamo ancora Marx, qui nel primo passo, ed Engels, nel secondo:

«La preponderanza sempre crescente della popolazione urbana, che la produzione capitalistica accumula in grandi centri (…) turba il ricambio organico fra uomo e terra, ossia il ritorno alla terra degli elementi costitutivi della terra consumati dall’uomo sotto forma di mezzi alimentari e di vestiario, turba dunque l’originaria condizione naturale di una durevole fertilità del suolo (…) Ma nello stesso tempo essa costringe, mediante la distruzione delle circostanze di quel ricambio organico, sorte per semplice spontaneità naturale, a produrre tale ricambio in via sistematica, come legge regolatrice della produzione sociale, in una forma adeguata al pieno sviluppo dell’uomo» (“Il Capitale”, Libro 1°).

«L’abolizione dell’antitesi tra città e campagna non è un’utopia, né più né meno di quanto lo sia l’abolizione della antitesi tra capitalisti e salariati. Essa diventa ogni giorno di più una esigenza pratica della produzione agricola e industriale. Nessuno l’ha sollecitata più di Liebig nei suoi scritti sulla chimica applicata all’agricoltura, nei quali affaccia continuamente l’esigenza che l’uomo restituisca alla terra ciò che le prende, e nei quali dimostra che l’unico ostacolo a far ciò è dato dall’esistenza delle città, e specialmente delle grandi città» (“Questione delle abitazioni”).

Smembrare le città

L’elevatissimo grado raggiunto di combinazione sociale del lavoro, che si infittisce sempre più sotto la spinta dei continui rivoluzionamenti della tecnica produttiva che il Capitale introduce senza posa, aumentando enormemente la produttività del lavoro ed elevandolo sempre più al rango di potenza sociale globale, rende il postulato programmatico dell’eliminazione del divario tra città e campagna e del diradamento produttivo ed abitativo, oltre che necessario, possibile, non trattandosi, da parte delle forze dello Stato proletario, che di organizzare in un piano razionale le immense forze esistenti. Del resto già oggi è visibile come, per via dell’introduzione di attrezzature sempre più efficienti, sia possibile che gruppi di manovratori sempre meno numerosi riescano a controllare, stando in postazioni sempre meno ravvicinate ma sempre più interconnesse, porzioni di produzione vaste e complesse. Moltiplichiamo la grandezza di tali potenzialità di sinapsi per mille e più ed avremo una vaga idea di quel che potrà l’uomo futuro, in tutti i campi, dopo che avrà liberato la potenza della combinazione sociale del lavoro dal giogo cui la tiene avvinta il sistema capitalistico.

«L’agglomerazione urbana e produttiva permane non per ragioni dipendenti dall’optimum della produzione, ma per il durare dell’economia del profitto e della dittatura sociale del capitale. Quando sarà possibile, dopo aver schiacciata con la forza tale dittatura ogni giorno più oscena, subordinare ogni soluzione e ogni piano al miglioramento delle condizioni del vivente lavoro, foggiando a tale scopo quello che è il lavoro morto, il capitale costante, l’arredamento che la specie uomo ha dato nei secoli e seguita a dare alla crosta della terra, allora il verticalismo bruto dei mostri di cemento sarà deriso e soppresso, e per le orizzontali distese immense di spazio, sfollate le città gigantesche, la forza e l’intelligenza dell’animale uomo progressivamente tenderanno a rendere uniforme sulle terre abitabili la densità della vita e la densità del lavoro, resi ormai forze concordi e non, come nella deforme civiltà odierna, fieramente nemiche, e tenute solo insieme dallo spettro della servitù e della fame» (“Spazio contro cemento”).

Affinché ciò sia, le masse proletarie della città e della campagna, unite, saranno chiamate dal loro Partito comunista mondiale ad ingaggiare la cruenta e sanguinosa battaglia risolutiva per affossare la borghesia e le spietate leggi del Capitale, che tanto dolore hanno arrecato nel loro plurisecolare dominio alla domani ribelle classe dei nullatenenti.