Frughiamo nella sentina parlamentare
DC a Congresso
Le elezioni del 7 giugno hanno imposto al mondo del policromo politicantismo ufficiale un complesso gioco che è in pieno svolgimento. Se il vecchio equilibrio parlamentare raggiunto il 18 aprile 1948 risulta oggi superato, ciò non avviene perché il massimo partito di governo, la Democrazia Cristiana, perdeva la maggioranza assoluta in Parlamento, ma per la ragione molto più determinante che la perdita della maggioranza assoluta coincideva con l’apertura, nel campo della politica internazionale, dell’odierna fase distensiva.
Durasse tuttora il clima di allarmismo alimentato dalla guerra di Corea, si imponesse la rigida contrapposizione degli schieramenti politici facenti capo ai massimi potenziali politici e militari dell’imperialismo, la Democrazia Cristiana non esiterebbe un istante ad imboccare la strada che la sua ala destra propone. L’alleanza con il P.N.M. ed il M.S.I. non sarebbe neppure discussa, e la corrente di destra di Pella, Andreotti e Togni non dovrebbe assumere atteggiamenti frondisti nei riguardi della Direzione ruotante intorno al binomio De Gasperi-Scelba. Ma il pendolo della politica internazionale tende alla collusione e alla pastetta, non al conflitto. La classe dominante deve, di conseguenza, escogitare un nuovo equilibrio politico adatto alla svolta che lentamente si sta effettuando nei rapporti Occidente-Oriente.
Contrariamente a quanto pretende la stampa di estrema destra che dal 7 giugno lavora a diffondere il panico, gridando all’imminente «pericolo comunista», e accusa la borghesia di opporre una passiva resistenza, o addirittura nessuna resistenza, all’inesorabile allargarsi della «macchia d’olio del comunismo avanzante», la scaltrissima borghesia che ci governa né si disinteressa della manovra politica, né partecipa inabilmente al gioco. Si assiste oggi al fatto apparentemente paradossale che la parte più oltranzista dello schieramento antirusso sia impegnata, essa che incarna gli interessi permanenti del capitalismo, in una furiosa campagna di denunce delle «complicità borghesi con il comunismo». Che considerevoli interessi di importanti settori del capitalismo trovino favorevoli accoglienze nei gruppi parlamentari e nelle direzioni dei partiti socialista e comunista, è fatto che non abbisogna di essere provato. Tutta quanta la politica, palese e occulta, del socialcomunismo, imperniata sulla rivendicazione massima della difesa dell’industria nazionale dalla influenza delle economie occidentali, sta a provarlo. Ma non certamente dal 7 giugno data la collusione tra gli strati anti-americani dell’alta borghesia e il socialcomunismo.
Le elezioni del 18 aprile 1948, che diedero una schiacciante vittoria alla D.C., segnarono la massima avanzata della influenza americana. Ma la dura sconfitta politica inferta al fronte socialcomunista non poteva cancellare, semplicemente e puramente, le esigenze di recalcitranti strati della classe dominante, legati a particolari rami di produzione, che tendono inarrestabilmente a ruotare in senso contrario alla direzione imposta dall’imperialismo americano. Le industrie che tradizionalmente vendono i loro prodotti sui mercati dell’Europa orientale, le industrie del cinema in concorrenza con le grandi case di Hollywood, certi settori dell’agricoltura danneggiati dall’importazione di derrate accettate dal governo a pagamento delle esportazioni industriali nell’area del dollaro e della sterlina, l’armamento navale che nulla ha da temere dalla inesistente concorrenza dell’Est ma è continuamente minacciato dai noli marittimi praticati dalle grandi marinerie dell’Occidente, questo formidabile nodo di interessi, che costituisce la punta avanzata del neutralismo italiano, non poteva venire reciso, con una spicciativa legislazione maccartista, dal governo De Gasperi. Benché consacrato dalle elezioni del 18 aprile, il governo De Gasperi rimaneva pur sempre «il comitato di interessi della borghesia», di tutta la borghesia in quanto classe, anche di quella parte di essa che conduce i suoi affari in concorrenza con gli interessi degli alleati atlantici.
Di qui la «politica di compromesso» che la stampa monarco-missina, le alte gerarchie ecclesiastiche, la burocrazia che amministra le aziende statali e parastatali, rimproverano al defunto governo De Gasperi. Altro che «passiva acquiescenza al comunismo»! Altro che «suicidio della borghesia» a favore della rivoluzione e della dittatura del proletariato! Se il socialcomunismo ha tratto enormi vantaggi politici e materiali, conseguiti per la mai deposta politica di tolleranza del governo De Gasperi, che l’ambasciatrice degli Stati Uniti ha recentemente definita una «lotta a parole contro il comunismo», altrettanto vero è che i massimi profittatori dell’«alleanza borghese stalinista» rimangono i grossi industriali del nord, che, facendo urlare i deputati socialcomunisti, hanno ottenuto nel quinquennio 1948-1953, tutte le sovvenzioni, tutti i permessi di esportazione, tutte le misure protezionistiche che chiedevano. Allora vediamo a che si riduce la esecrata collusione tra borghesi e stalinisti: all’ingaggio, pagato con vantaggi materiali e politici, dei partiti pseudo-proletari. È la classe dominante che ha ingoiato il P.C.I. prendendolo al suo diretto servizio.
Ma la constatata capacità del P.C.I. di interpretare e difendere efficacemente gli interessi generali, oltre che particolari e sezionali, della classe dominante, non può ricevere sanzione ufficiale in sede politica. Perché? Per quali potenti motivi, il P.C.I., che ha abbondantemente provato, fin dalla cosiddetta Liberazione e la formazione del governo di Salerno, di non avere nulla di comune con la rivoluzione del proletariato, e, al contrario, di conoscere a perfezione l’arte infame di ingannare gli operai facendo passare per avvio al socialismo una sporca politica demagogica (riforme di struttura), perché mai un tale partito, sostenuto e finanziato indirettamente dal capitalismo, non può sperare di conquistare il potere, il governo di Roma? Essendo un partito borghese, per il quale la borghesia vota, il P.C.I. può conquistare legalmente il potere. Ma tra di esso e le poltrone ministeriali esiste un formidabile ostacolo che all’epoca dell’Esarchia e del Tripartito, era ancora nelle menti dei padreterni di Washington: il Patto Atlantico.
La stampa di destra, specialmente organi oltranzisti come ad esempio Il Borghese, dichiarano apertamente che una eventuale assunzione al potere del P.C.I. provocherebbe l’intervento militare degli Stati Uniti e la conseguente apertura di un violento periodo di guerra civile, tipo Spagna o Corea. Non occorre leggere quanto scrivono codesti messeri per prevedere che gli Stati Uniti non acconsentirebbero mai a che la penisola italiana, «portaerei ancorata» e porta di accesso all’Africa, cadesse nella sfera di influenza russa. Non acconsentirebbero neppure nel caso che non solo i partiti borghesi filorussi, ma tutto il politicantismo italiano manovrasse a sganciarsi dal controllo americano. Recentemente, il presidente Eisenhower non ha dichiarato, nel messaggio ai sei paesi della C.E.D., che gli Stati Uniti reagiranno militarmente contro tentativi di ritirare l’adesione al Patto Atlantico?
Non è affatto insolito che proprio da parte della destra tradizionale, che quotidianamente bolla a fuoco l’asservimento del P.C.I. a Mosca, si lavori sui probabili effetti di alleanze internazionali nella lotta politica interna. Non da oggi, i nostri accesi nazionalisti mangiastranieri fondano i loro piani politici sull’appoggio di Stati d’oltre frontiera. L’ostacolo che si para davanti al P.C.I., lanciato alla conquista di poltrone ministeriali, è rappresentato da un potere enormemente più saldo che le resistenze interne di gангhе di parlamentari, i quali, nonostante le chiacchiere, non chiedono di meglio che smettere le beghe con i comunisti, e mettersi tutti insieme a mangiare. Il P.C.I. condannato ad un supplizio mille volte peggiore di quello decretato per volere divino a Tantalo, deve accontentarsi, anche per volere di Mosca tutta intenta a rabbonire l’America e ritornare al tempo degli «affitti e prestiti», di guardare, senza poter stendervi sopra le bramose mani, il banchetto del potere.
Escluso il P.C.I. dai candidati al governo, per imposizione degli altissimi iddii dell’imperialismo, il verminoso mondo del politicantismo parlamentare non poteva fare altro che gettarsi sul P.S.I., su Nenni, sulla idiota formula della «apertura a sinistra». Gli attori che tengono la scena politica ufficiale sono la sinistra della Democrazia Cristiana e il P.S.I. Soterrando il governo Pella, fautore della «apertura a destra» (altra idiozia) cioè dell’intesa con i monarchici; ripudiando la formula governativa di Fanfani, ostile nei riguardi della destra monarco-missina, ma altrettanto nemico di «orientamenti di sinistra» non reperibili nel senso stesso della D.C.; dando vita ad una nuova edizione del quadripartito, ottenuto con l’adesione dei socialdemocratici al governo Scelba; le correnti dominanti della D.C., cioè il centro degasperiano e la sinistra di «Iniziativa democratica» capitanata da Fanfani, risultano oggi padrone del partito. Ma tale punto di arrivo non ha stabilizzato la baraonda parlamentare. La tendenza a sinistra, inestirpabile in un paese dove la demagogia è la più sottile delle arti, rimane. Nenni resta la ragazza da marito che conta il più gran numero di pretendenti. Si arriverà al matrimonio tra D.C. e P.S.I.? L’incertezza rende oltremodo nervose le ale estreme dello schieramento politico.
Doveva iniziare l’offensiva la destra democristiana capeggiata da Pella, Andreotti (transfuga dal campo degasperiano) e Togni, con le note interviste rese ad Epoca. Senza mezzi termini da costoro veniva proposta un’alleanza parlamentare cattolico-monarchico-liberale. Più tardi, mentre ancora durava il clamore suscitato dai pelliani, l’Azione Cattolica subiva un drastico ripulisti, di cui facevano le spese il presidente centrale della G.I.A.C. Mario Rossi e certi suoi collaboratori diretti e periferici. Gli epurati erano accusati dal Presidente generale Gedda, notoriamente sostenitore della destra democristiana, di cedere a quel sinistrismo misticheggiante che raggiunge la massima espressione nelle filippiche del sindaco democristiano di Firenze La Pira. Ovviamente, il comunicato dell’Osservatore Romano che commentava il siluramento dei gruppi dirigenti sinistreggianti della G.I.A.C. si guardava bene dal chiamare le cose col loro nome, limitandosi a muovere al Rossi l’accusa di aver falsato i compiti apolitici dell’associazione (come se il Gedda politica non ne facesse!), ma il contrasto delle posizioni rimane quello che abbiamo sinteticamente (senza inutili giri di frasi) definito.
La sinistra democristiana gode del privilegio di essere calorosamente accarezzata dalla stampa socialcomunista, ma viene guardata con sospetto dai partiti minori, specie dai socialdemocratici, che temono di venire soppiantati dai nenniani nel cuore della Direzione della D.C. Al colpo basso, vibrato dalla destra pelliana, la sinistra capeggiata da Gronchi, da non confondere con la predominante corrente anch’essa di sinistra di Fanfani (Non è colpa nostra, se quello che leggete può apparirvi un pasticcio; la democrazia parlamentare è il più confusionario, perché il più ingannatore dei regimi politici che siano esistiti sulla terra), la sinistra gronchiana, dunque, reagiva con un’intervista del suo rappresentante concessa alla solita Epoca. Che sosteneva in essa Giovanni Gronchi? Ridotta all’essenziale, la sua presa di posizione si risolveva in un invito a sperimentare la partecipazione di Nenni al Governo. Secondo Gronchi è «un costante errore sottoporre in via pregiudiziale il P.S.I. a una specie di esame di promozione, chiedendo chiarimenti e dichiarazioni sulla natura effettiva dei rapporti tra socialisti e comunisti, sul lealismo democratico di Nenni e dei suoi amici, e via dicendo, perché sono i fatti che contano e saranno i fatti che determineranno la differenziazione necessaria». Gronchi è convinto che Nenni, imbarcato al governo, si dimostrerà un ottimo democratico, pronto a rompere con i comunisti se le esigenze di cadreghino lo imporranno. E chi ne dubita? Ma è altrettanto vero che socialisti e comunisti, anche stando all’opposizione, svolgono lo stesso identico compito di conservazione sociale.
L’intervista di Gronchi, apparsa il 25 aprile, seguiva di poco più di una settimana il «pronunciamento» della destra dell’A.C. e la rivincita di Gedda. Lotta serrata dunque tra le correnti politiche del cattolicesimo. Ma come la santa alleanza Pella-Gedda non se ne sta alle parole, ma passa all’azione, così la sinistra gronchiana non perde il tempo. Il numero di Europeo uscito il 2 maggio u.s. recava, a proposito, una sintomatica notizia. Si tratta della fondazione di una rivista politica, dal titolo non definitivo di La svolta che conterà nel comitato direttivo Gronchi, Nenni e il socialdemocratico Gaetano Russo. È noto che la destra democristiana nutre profondo scetticismo (condiviso da larga parte della stampa indipendente ad orientamento di centro-destra e naturalmente, dal P.N.M.) circa la possibilità di sganciare il P.S.I. dal P.C.I. e guadagnare Nenni alla causa del governo. L’iniziativa editoriale presa da costui, in società politica con Gronchi e Russo, mira, è chiaro, a provare il contrario, a dimostrare cioè che un governo costituito dalla D.C., dal P.S.I. e dal P.S.D.I. è sempre possibile, purché il Vaticano e l’Ambasciata americana diano il necessario assenso. Sicuramente lo scopo è questo.
La destra democristiana reagiva con mossa immediata, facendo circolare la notizia che il misterioso «Movimento di unione nazionale», che dovrebbe realizzare il fronte unico delle destre parlamentari, starebbe progettando il lancio di un nuovo organo giornalistico a direzione tripartita: gli altri condirettori rappresenterebbero rispettivamente il P.N.M. e il M.S.I. Siffatti precedenti lasciano prevedere agevolmente che il Congresso nazionale della D.C., che si terrà a Napoli alla fine di giugno, sarà delizioso pane per i politicanti. Il «totovoto» ufficiale dà per perdente la destra di Pella, Andreotti e Togni; addirittura si congettura che costoro, a sconfitta subita, si staccherebbero dal partito dando vita palese al «Movimento di unione nazionale». Se tale previsione si verificherà, l’attuale governo quadripartito di Scelba certamente cadrà per i voti contrari dei transfughi dal gruppo parlamentare D.C. I voti contrari dei destri democristiani, che per poco non provocarono la caduta di Scelba nello scorso marzo, acquistano, nelle presenti circostanze, valore di monito e di minaccia. Quale occasione migliore per Nenni di offrire la «svolta» a sinistra?! Mentre i pelliani minacciano di abbandonare la D.C., ponendo la condizione ricattatoria dell’alleanza ministeriale con i monarchici, Nenni, abilissimo come non mai, ecco che viene a offrire la tavola di salvezza del governo D.C.-P.S.D.I. Sarà dunque Nenni a salvare dallo sfacelo la D.C.?
L’interrogativo non suscita preoccupazioni solo nel campo della corrente democristiana di Fanfani, che rimprovera a Gronchi di fare il gioco di Nenni. Oltremodo atterriti dalla prospettiva di venire tagliati fuori dal gioco politico, sono i dirigenti del P.C.I., che di Nenni e dei suoi seguaci si fidano solo fino ad un certo punto. Il P.C.I. sta facendo salti mortali per ammansire le gerarchie cattoliche, Togliatti sarebbe felicissimo di inviare Nenni nel governo democristiano ma solo con compiti di avanscoperta, il cui felice svolgimento dovrebbe sgombrare il terreno alle fameliche falangi ministerialiste del P.C.I. Ma se l’ostacolo formidabile di politica estera per il P.C.I. si chiama «Patto Atlantico», in politica interna si chiama scomunica papale. Come potrebbe la Direzione della D.C. giustificare agli occhi dei suoi elettori un’eventuale riconciliazione con esponenti politici solennemente condannati dal papato? Quale bazza per le destre monarco-missine poter accusare la Direzione della D.C. di trasgredire una sentenza papale! Ma quale enorme stupidità è il ritenere la Direzione del P.C.I. legata all’osservanza di altri principii che non siano quelli del politicantismo arrivista che non si prefigge altro scopo che farsi posto alla mangiatoia governativa! Il C.C. del P.C.I. non si è peritato di lanciare una campagna «per trovare un accordo tra il mondo cattolico e il mondo comunista». Mentre scriviamo milioni di cattolici avranno letto il discorso di Togliatti pubblicato in opuscolo, oppure ne avranno preso visione sui giornali di informazione. Gli scomunicati ricorrono in appello, invocano la clemenza del Papa. La paterna misericordia di Pio XII si commuoverà alle dimostrazioni di cristiana umiltà del diletto figlio Palmiro? Attento a te, Pietro Nenni, attento a non farti fregare alla volata finale dai cari alleati di via Botteghe Oscure!
Questa la fotografia del sordido mondo del politicantismo ufficiale alla vigilia del Congresso nazionale della D.C. Destra e sinistra, monarchici e fascisti, partiti del cosiddetto centro-sinistra laico (socialdemocratici, repubblicani e liberali), socialisti e comunisti, per non contare la legione straniera dei pullulanti comitati elettorali in cerca di noleggiatori, quali i gruppi di Parri, Cucchi e Magnani, Corbino e via dicendo, attendono con malcelata ansia – pur bombardandosi rabbiosamente tra loro e assediando tutti insieme la cittadella governativa – attendono i risultati del Congresso della D.C. A costei ormai non è possibile attribuire più altre colpe, altri misfatti: la polemica degli oppositori non le ha risparmiato alcuna accusa. Ma tuttavia possiede l’unica virtù che in regime parlamentare conti: il potere.
Sarebbe davvero stupido attendersi sbocchi non sordidi, non repugnanti, da una situazione caratterizzata dalla generale irresistibile tendenza al compromesso, al classico pateracchio.
Zio Sam riconosce il nipote russo Pt.1
Il Rome Daily American è dall’immediato dopoguerra l’organo ufficiale della propaganda americana in Italia.
Quest’organo, sempre magnificamente informato, nei numeri del 25, 26, 27 marzo pubblica tre articoli sotto il comune sopratitolo «East-West Trade», e con i titoli significativi: «La guerra fredda economica languisce» – «I piani degli economisti di Mosca» – «La decisione potrebbe cambiare la storia». Gli articoli poggiano su un rapporto ufficiale del Dipartimento americano del commercio e sulla sicura previsione che nei prossimi mesi la Russia farà grandi pressioni sull’Occidente per il «ritorno a normali rapporti di commercio».
È notevole una «nota dell’editore» inquadrata nelle tre puntate: «la prossima fase della guerra fredda tra il mondo libero e il mondo comunista sarà probabilmente combattuta sul campo del commercio. Vengono lentamente alla luce informazioni sull’andamento che questa lotta potrebbe prendere. Questo scritto è primo (secondo, terzo) di una serie che definisce gli sbocchi a cui conduce il grandeggiante problema del commercio Est-Ovest».
Il primo articolo si apre con una previsione che sembra redatta nello stile dei bollettini meteorologici: «Un rapporto ufficiale circolato silenziosamente nel Dipartimento del commercio riporta che è da aspettarsi che la Russia sovietica nei prossimi mesi farà pressione sull’Occidente per “un ritorno alle normali relazioni commerciali”».
L’azione del governo di Mosca non sorprende affatto il governo americano: l’assedio politico alla Russia effettuato con la stipulazione dell’Alleanza nord-atlantica, il blocco economico operato con le restrizioni sulle esportazioni verso l’Est, non miravano ad altro scopo. Il momento di avviluppare l’impero russo nelle maglie di un colossale «business» intercontinentale arriva. Ma i Gengis Khan del dollaro – adesso che i governanti moscoviti alzano ben in alto le mani, rimangiandosi vergognosamente una settennale campagna ideologica e politica contro l’imperialismo americano – si preoccupano unicamente di accaparrarsi il cliente russo in maniera da evitare scosse sensibili all’attuale equilibrio internazionale. La ripresa — su scala maggiore che nel passato – del commercio Est-Ovest se dovesse comportare – per ipotesi astratta – l’indebolimento della posizione di predominio mondiale degli Stati Uniti, sarebbe una ben dura vittoria di Pirro.
«Fin dalla metà del 1953 – ammette il Rome Daily American – la Russia ha condotto uno sforzo preliminare per ammorbidire gli affaristi occidentali con le prospettive di un commercio inesauribile con gli 800 milioni di sudditi del mondo comunista. Agli occhi di molti commercianti occidentali questi 800 milioni di persone – sottonutrite, malvestite, male equipaggiate, deficientemente alloggiate – rappresentano un mercato seducente».
«Il rapporto del Dipartimento del Commercio è un’analisi di questa campagna del Cremlino, unita alla conclusione che i Sovietici sono quasi pronti a tentare l’impresa. L’evidente desiderio della Russia di ritornare nei canali commerciali mondiali pone una varietà di delicati problemi ai governi del mondo libero».
Esistendo un mercato potenziale di «800 milioni di persone» e appuntandosi su di esso le brame di agguerrite oligarchie di capitalisti, non ci vuole molto a capire quali siano i «delicati problemi» sul tappeto. I governi democratici atlantici trovarono facilmente l’accordo allorché si trattò, dopo lo scoppio della guerra di Corea (giugno 1950) di decidere sulle sanzioni economiche da infliggere alla Russia e satelliti. Era nell’interesse di tutti aderire alla richiesta americana di serrare le mani attorno all’esofago della Russia, per costringere la vittima a chiedere tregua. D’altra parte una diversa via d’uscita non esisteva, dipendendo le economie occidentali strettamente dagli aiuti U.S.A.
«La maggioranza delle nazioni occidentali – scrive il R.D.A. – si è messa d’accordo su una lista di merci da negare alla Russia. Questa lista lunga un migliaio di articoli, è conservata dal Dipartimento del commercio degli Stati Uniti. L’aiuto degli Stati Uniti alle nazioni occidentali è grandemente condizionato alla stretta osservanza delle limitazioni commerciali poste da questa lista: ma degli spiragli sono stati ufficialmente tollerati per quelle nazioni le cui necessità economiche richiedono che il commercio con l’Est possa continuare sia pure ad un livello minimo per far sì che l’Occidente possa ottenere il beneficio di quelle materie strategiche che la Russia permette di esportare come, ad esempio, materiali di manganese e di cromo».
Dal che si vede che la legge (alla Lynch): niente aiuti U.S.A. a chi commercia con l’Est, subisce strappi, ufficialmente tollerati da Washington, ove l’esportazione verso l’Est di prodotti da liste nere permetta l’importazione di materie prime strategiche che, guarda il caso, difettano in sommo grado negli Stati Uniti, e cioè il manganese ed il cromo, preziosi per l’industria dell’acciaio. La notizia non è inedita. Nel passato abbiamo più volte pubblicato dati ufficiali che confermavano l’esistenza del traffico. Il quale, si noti, è continuato, più redditizio che mai, durante la guerra di Corea, nonostante le apocalittiche profezie della stampa americana sull’aggressione russa e ad onta della virulenta campagna dello stalinismo internazionale contro i militari americani, accusati di sterminare le popolazioni dell’infelice penisola di Corea col napalm e le armi batteriologiche.
La pezza di appoggio adoperata dal Governo americano per giustificare la svolta nella politica commerciale verso l’Est non regge alla più debole critica. Il Rome Daily American si domanda, echeggiando gli uffici del Dipartimento del commercio: «Nei riguardi dell’Impero sovietico, comprendente centri industriali come la Cecoslovacchia, centri petroliferi come la Romania, e i vasti territori, risorse umane e minerarie della Manciuria e della Cina, è valida più a lungo, per la sua importanza strategica, la restrizione sulle merci di carattere bellico?». Detto altrimenti, Washington si dichiara certo che la Russia, sia pure attraverso sforzi tremendi, potrebbe portare avanti la preparazione bellica utilizzando le risorse proprie e dei propri alleati. Esprime cioè il parere che le restrizioni commerciali adottate dai governi atlantici non abbiano ragione di essere, per cui sorge la convenienza di accettare le proposte di Mosca. Il ragionamento non fa una grinza in sede logica, ma è lecito domandarsi perché il governo degli Stati Uniti se ne sia reso conto solo adesso e cioè a sei anni dalla conquista russa della Cecoslovacchia e a cinque dalla vittoria di Mao Tse-tung. Il mistero viene chiarito considerando che gli americani non amano discorrere dei fenomeni di crisi di sovrapproduzione che, dalla fine della guerra di Corea, affliggono la loro economia. In U.S.A. la produzione dell’acciaio segna il passo; in altri rami fondamentali della produzione si registrano allarmanti fenomeni di contrazione, le scorte nei magazzini aumentano, le schiere dei disoccupati infittiscono. Il comandamento dell’ora a Wall Street è: esportare, esportare, ancora esportare. Allora i funzionari del Dipartimento del commercio debbono necessariamente mutare criteri. La paura di favorire la preparazione bellica del Cremlino passa in seconda linea di fronte agli spettri della catastrofe del «venerdì nero» del 1929. Ma non possono cambiare i piani del Dipartimento della Guerra: anzi, poiché si scopre che bisogna vendere alla Russia prodotti e materie prime che potranno rafforzare la potenza industriale e militare della coalizione rivale dell’egemonia americana nel mondo, il potenziamento bellico balza in primo piano. Perciò, assistiamo al fenomeno apparentemente contraddittorio dell’accompagnarsi di progetti di intese commerciali Est-Ovest con l’impressionante parata delle forze atomiche.
Circa gli obiettivi perseguiti dalla odierna campagna russa, la seconda puntata del giornale americano di cui ci stiamo occupando, reca maggiori chiarimenti. Non cominceremo certamente dalle presunte rivelazioni del Dipartimento americano del commercio a farci un quadro dell’economia russa, e soprattutto a scorgere la sua innegabile natura capitalistica. Né saranno le interpretazioni ufficiali americane delle forze operanti nella politica internazionale a farci cogliere il significato dei rapporti asiatici. Non pertanto conviene citare brani della prosa giornalistica yankee, non fosse altro che per provare come i governi occidentali sanno smettere la farsa di considerare la Russia uno Stato antiborghese e un potere rivoluzionario, riuscendo a parlare con essa il crudo linguaggio che conviene da affarista ad affarista.
Secondo i funzionari del Dipartimento del Commercio i piani degli economisti di Mosca mirerebbero ai seguenti obiettivi: 1) la Russia è ansiosa di far sentire il suo peso nella crescente produzione occidentale; 2) dal 1920-1930 la Russia ha fatto ogni sforzo per produrre impianti siderurgici, equipaggiamenti minerari e macchinario pesante. Può darsi che ne possegga un certo surplus (o almeno quantitativi di certi articoli di cui potrebbe fare a meno) e potrebbe scambiarlo con beni di consumo con cui apportare un certo sollievo alle categorie più disagiate della popolazione; 3) l’ombra degli Stati Uniti, quale colosso della produzione mondiale, urta seriamente i tentativi della Russia di conservare i suoi seguaci nell’Asia centrale ed in Nazioni di delicato equilibrio politico come la Francia e l’Italia; 4) i legami economici sono canali di influenza politica.
Al piano russo osta, naturalmente, un adeguato contropiano americano, che emerge dall’esame della condotta presente e passata del governo americano, e dall’evoluzione storica dell’imperialismo americano più che non da documenti ufficiali. Prospettandosi gli obiettivi del commercio russo e le segrete aspirazioni politiche che con essi si identificano, il governo americano non si nasconde i rischi derivanti, per l’egemonia americana nel mondo, dallo stabilimento di relazioni commerciali tra la Russia e i paesi del Patto Atlantico.
«In un paese qualsiasi – continua il Rome Daily American – ove la Russia possa stabilire legami commerciali di una certa importanza economica (ad esempio quale acquirente di navi) essa immediatamente espande la sua influenza politica, perché potrebbe causare fastidi economici con la semplice minaccia di ritirare i suoi ordinativi.
«I cantieri navali di paesi come la Francia, l’Italia e la Germania, potrebbero fare pressione sui loro governi al fine di sbiadire, e persino abbandonare il Patto Atlantico o la C.E.D. Allettanti offerte commerciali, specie in zone di disoccupazione o di incombente disoccupazione potrebbero costituire una potente influenza nell’attenuare l’interpretazione di ciò che è e ciò che non è commercio strategico».
Ecco in qual modo l’imperialismo americano getta via la posticcia etichetta di comunismo applicata al governo russo, e mostra di considerarlo nella sua vera natura di Stato capitalista cui solo la bassa potenzialità economica impedisce di attirare nella propria orbita i paesi del Patto Atlantico. Gli Stati Uniti sbandierano lo spettro del comunismo sovietico per imporre alle due Americhe, all’Europa Occidentale e al resto del mondo la propria supremazia, ma, mostrando di ritenere che favorevoli transazioni commerciali offerte dalla Russia possano indurre i governi preferiti a scivolare nel Cominform, confessano con ciò stesso di sapere benissimo che la «cortina di ferro» divide bensì due schieramenti opposti di Stati, ma certamente non due epoche e due mondi storici inconciliabili.
La morsa della contraddizione in cui si dibatte l’America può essere schematizzata così: insopprimibile necessità di procacciare uno sfogo alla sovrabbondante produzione nazionale allargando la rete commerciale fino ad includervi la Russia e la Cina; consapevolezza che il rafforzamento dell’economia russa rispetto agli Stati dell’Europa occidentale e dell’Asia si tradurrà nel futuro in un accrescimento del potere di influenzamento politico del governo di Mosca. È il dilemma ricorrente dell’imperialismo. Non si deve dimenticare che, nel primo dopoguerra, furono gli Stati Uniti a puntellare la barcollante economia tedesca con una politica di prestiti. Rafforzare il proprio rivale sapendo che l’accresciuta potenza renderà più lunga e terribile la guerra che si sa inevitabile, può ripugnare in sede logica; ma nella dialettica dei rapporti internazionali è la regola.
Il capitalismo vive alla giornata, fidando di superare con la guerra i precipizi che nelle ore X della storia si spalancano sotto i suoi piedi. «Accettiamo di aprire proficue relazioni con voi», acconsentono i funzionari del Dipartimento americano del commercio in colloquio con i colleghi russi, ma obiettano: «Possedete i mezzi di pagamento necessari allo scopo?». Ecco il «punctum dolens», o se preferite il dente cariato che tormenta i dirigenti del commercio estero della Russia.
Gli americani non sono meno preoccupati se il Rome Daily American scrive nel terzo articolo della serie «East-West Trade»: «Fin dall’inizio della campagna sovietica del “lasciateci fare più affari” (circa a metà del 1953) il commercio sovietico con il mondo libero era sul punto di estinguersi.
«Si stima a Washington che le importazioni russe dall’Occidente scesero dai 480 milioni di dollari del 1952 a circa 300 milioni nel 1953, mentre le esportazioni russe declinavano da circa 460 milioni a circa 280 milioni.
«La diminuzione delle esportazioni fu dovuta soprattutto all’impossibilità di consegnare all’Inghilterra i contingenti di grano che i sovietici avevano promesso. Nel settembre 1953 le consegne di grano all’Inghilterra erano di circa 60 milioni di dollari al di sotto dei piani. Tale diminuzione di esportazione costrinse i Russi ad usare oro per il pagamento delle importazioni, sebbene anche queste fossero in diminuzione.
«I sovietici vendettero oro a Londra per un minimo stimabile di 100 milioni di dollari, durante i mesi di novembre e di dicembre 1953 e ciò per saldare la bilancia commerciale».
A suo tempo, commentammo l’annunzio sensazionale della vendita di oro russo sulla piazza di Londra, notizia che i drammatizzatori di professione salutarono come l’ultima infernale trovata dei governanti di Mosca per deprezzare il dollaro e scompaginare le economie occidentali. Dicemmo allora che se Mosca si privava di considerevoli aliquote delle riserve auree dello Stato, con ciò appalesava l’organica debolezza dell’economia russa. Ora i funzionari del Dipartimento americano del commercio vengono a spiegare l’esborso di oro della Banca di Russia con l’impossibilità di pagare le importazioni dall’Inghilterra con grano. La tesi americana trova conferma indiretta nel rapporto tenuto dal primo segretario del C.C. del P.C.U.S. Krusciov, nella seconda metà del settembre 1953. Come si ricorderà, Krusciov denunciava gravi deficienze nell’agricoltura e nella produzione di consumo, e annunciava una serie di misure atte a porvi riparo. Nel marzo del corrente anno il Comitato centrale del P.C.U.S. deliberava di mettere a coltura terre incolte la cui estensione, secondo l’Unità (7-3-54), è «pari a quattro volte la superficie del Belgio». Dal dissodamento e messa a coltura di così vasto territorio, il governo di Mosca si attende di aumentare la produzione di grano di circa 180 milioni di quintali entro il 1955. Per quell’epoca, Mosca conta di poter fronteggiare le spese del suo commercio estero senza dover ricorrere alla dura scappatoia di intaccare le riserve auree. Ma il «Taganrog» non è moneta gradita ai venditori di «Manitoba». Allora? Come pagherà la Russia le importazioni americane? Potremo sbagliare, ma ci pare di leggere nel pensiero dei dirigenti del Cremlino e rinvenirvi la magica parola: PRESTITO…
Nel dramma della terra parti di fianco
La rendita, fatto di classe
Tutta la dottrina della rendita perviene a stabilire che il godimento di una classe parassitaria, che consumi e non lavori, non dipende dal fatto che questa abbia monopolizzato un prodotto che danno forze naturali senza umano lavoro, e non è quindi privilegio sulla natura, ma è “privilegio sull’uomo”. Il diritto di proprietà, ossia quello di tenere altri gruppi di uomini fuori di certi spazi della superficie terrestre, non darebbe a nessuno e a nessun gruppo sociale modo di vivere senza lavoro, se non si trasformasse – per effetto degli istituti sociali, politici e di forza – in obbligo per i “chiusi fuori” ad entrare, sgobbare e lasciare parte del frutto del loro lavoro al gruppo redditiero.
Tutto lo studio sulla formazione del prezzo delle derrate agricole e la sua scomposizione in salario, profitto e rendita, vale a riportare l’origine del fenomeno alla dominazione di classe su classe, alle condizioni e ai rapporti di produzione. Solo così si viene ad intendere in profondità, che il diritto di proprietà sulla terra è diritto di prelievo sul lavoro di uomini e quindi non si scioglie il laccio stretto nel “sistema puro” in cui sono, sulle spalle del vangatore salariato, fittavolo e proprietario fondiario, per nessuna delle due illusorie vie di liberazione sociale, di cui Marx ha disperso l’inganno.
Prima illusione: sfruttamento ed oppressione cessano, se la terra, pezzetto per pezzetto, viene in proprietà di ciascun bracciante rurale.
Seconda illusione: sfruttamento ed oppressione cessano, se la terra tutta viene in proprietà della nazione-Stato.
Nel passare alla storia della rendita fondiaria e della sua lontana genesi, Marx insiste ancora sulla necessità di intendere questo.
“Dovunque le forze naturali possano essere monopolizzate e garantiscano all’industriale che le utilizza un plusprofitto, si tratti di cascate o di ricche miniere o di acque da pesca, oppure di terreni fabbricabili in buona posizione, colui che, godendo di un titolo che gli dà diritto a una porzione del globo, ha il marchio di proprietario di questi beni naturali, sottrae al capitale operante questo plusprofitto sotto forma di rendita”.
In questa citazione campeggia la persona del titolare di proprietà e di rendita. Ma man mano la rendita resta, il rentier sbiadisce:
“Una parte della società pretende qui dall’altra un tributo per il diritto di poter abitare la terra, come in generale nella proprietà fondiaria è incluso il diritto del proprietario di sfruttare la terra, le viscere della terra, l’aria e quindi la conservazione e lo sviluppo della vita”.
E la rendita sale per tutto quello sforzo della vita sociale, cui nulla hanno dato le classi redditiere (tra cui Marx non mette la prima borghesia mercantile fittatrice e manifatturiera, ma tra cui a lettere di fuoco prevede di inserire la classe del capitalismo sviluppato e parassitario, della tracciata, profetizzata accumulazione progressiva):
“(…) l’incremento della popolazione [non il ricco, ma bene il proletario figlia a tutta forza] (…), lo sviluppo del capitale fisso, che si incorpora [a forza di braccia] alla terra o mette radici in essa, ha la sua base su di essa, come tutti gli edifici industriali, le ferrovie, i magazzini, le fabbriche, i docks ecc. (…)”.
“Due elementi dovrebbero essere qui considerati; da un lato lo sfruttamento della terra al fine della riproduzione o dell’estrazione [si dice coltivare un campo e coltivare una miniera], dall’altro lato lo spazio richiesto come elemento di ogni produzione e di ogni attività umana”.
Da questi due lati lo sviluppo della forza lavorativa e della genialità di specie autorizza il Moloch della potenza fondiaria, ossia del potere di classe su classe, a prelevare tributo.
“La domanda di aree fabbricabili accresce il valore del suolo in quanto spazio e fondamento [di manufatti], mentre al tempo stesso si accresce con ciò la domanda per gli elementi contenuti nella terra, che servono come materiali da costruzione”.
Disse il grande Smith:
“La pavimentazione delle strade di Londra ha permesso ai proprietari di alcune nude rocce sulla costa scozzese, di ricavare una rendita da terreni pietrosi prima assolutamente inutilizzabili”.
Non avevano mosso dito, né azionato cellula nervosa.
Colpo, di mano michelangiolesca, alla presuntuosa, obbrobriosa civiltà dilagante a mezzo Novecento:
“Si può, è vero, – e lo fa la grande industria – concentrare in uno spazio ristretto, (…) un grande complesso produttivo”.
Si può, coi mezzi della fanatizzata scienza e tecnica di oggi, concentrare, con pioggia dall’alto, masse folli di “capitale distruttivo” nell’angusta cerchia di un misero villaggio asiatico, lanciato dalla oscurità più assoluta alla pubblicità intermondiale.
“Ma a un dato grado di sviluppo della forza produttiva E’ PUR SEMPRE NECESSARIO UN DETERMINATO SPAZIO, E IL COSTRUIRE IN ALTEZZA HA PURE I SUOI DETERMINATI LIMITI PRATICI”.
Comunismo è la rivincita dello spazio contro l’altezza.
In questo senso bene ha spazzato l’ondata gialla il morboso tecnicismo dei necrofori bianchi a Dien Bien Phu.
Rendono il giogo e la sferza
“Bisogna distinguere se la rendita deriva da un prezzo di monopolio perché esiste un prezzo di monopolio dei prodotti o del suolo indipendentemente da essa, o se i prodotti vengono venduti a un prezzo di monopolio perché esiste una rendita”.
Non è un gioco di parole da civettamento hegeliano, se si legge al posto del termine rendita, quello di “presa per la gola di classe contro classe”.
Può verificarsi il caso, poco interessante, di un monopolio puramente “mercantile” che crei rendita. Marx lo spiega: uno specialissimo vino ambito da certi consumatori, è prodotto da pochi vigneti; ne segue alto prezzo, sopraprofitto del vignaiolo, rendita al proprietario fortunato. Ma se “il grano [o il vinello sfessato] venisse venduto non solo al di sopra del suo prezzo di produzione [ricordare: spesa effettiva di produzione più profitto normale] ma anche al di sopra del suo valore [spesa di produzione nel peggiore terreno più profitto normale]”,
allora è il fatto della rendita che ha creato il prezzo di monopolio
“in conseguenza della barriera che la proprietà fondiaria oppone all’investimento di capitale in terreno non coltivato senza pagamento di rendita”.
“Il fatto che solo il titolo alla proprietà del globo terrestre permetta a un certo numero di persone di appropriarsi come tributo una parte del pluslavoro della società, e di appropriarsela in una quantità che cresce di pari passo con lo sviluppo della produzione, [questo fatto, questo rapporto di pura forza] è celato dalla circostanza che la rendita capitalizzata, (…) appare come il prezzo della terra, la quale può essere venduta come qualsiasi altro articolo del commercio”.
(Marx vuol dire che la falsa teoria che la rendita è godimento su prodotti che non costano lavoro non pagato, è avvalorata dall’equivoco che il “compratore di terra” sembra abbia comprato con moneta, che per la teoria degli equivalenti è lavoro cristallizzato, i futuri prodotti, o parte di essi).
“Il compratore di conseguenza non ha l’impressione che il suo diritto alla rendita sia stato ottenuto gratuitamente e senza il lavoro, il rischio e lo spirito di intrapresa del capitale (…)”.
E qui ancora la tesi che lo slancio in avanti della produttività del lavoro umano, nella fase storica dell’accumulazione primitiva, si dovette sì alla fame di potere e ricchezza della borghesia giovane, ma anche al suo coraggioso rischio e iniziativa; tuttavia nella dottrina, da noi fino da allora perfezionata, questo non era vero per sempre, per una durata indefinita: o il capitalismo – dopo un dato ciclo – con la via sua propria di creare sopralavoro sociale sul lavoro salariato in masse, precipita, o esso diviene una forma di produzione tanto parassita quanto lo schiavismo, il feudalismo, e il “fondiarismo” da Ricardo odiato e matematicamente studiato come prelievo a vuoto.
Come dal guadagno del manifatturiero sorge una “giuridica” ed “etica” spiegazione dell’interesse del capitale dormiente, che la filosofia medioevale staffilava come usura e delitto, così
“al compratore (…) la rendita appare semplicemente come interesse del capitale, con cui egli ha acquistato la terra e quindi il suo diritto alla rendita”.
Essa non deriva invece da “tardo godimento” di accumulato lavoro, ma da sopraffazione di classe, da violenza fisica sancita dalla legge e dallo Stato. Questo concetto è reso cristallino da Marx con uno dei potenti paragoni storici, senza i quali mai si sarebbe trovato che il salariato (verso il privato o lo Stato) non è forma necessaria ed eterna, ma transitoria e destinata a cadere, lasciando ricordo che, sia pure agli ingenui, sarà di stupore e di vergogna.
Salariato, servo, schiavo
“Allo stesso modo, a un padrone di schiavi che ha comperato un negro, la sua proprietà sul negro non appare acquisita in virtù dell’istituzione della schiavitù in quanto tale, ma in virtù della compravendita di merce. Ma il titolo stesso è solamente trasferito, non creato dalla vendita. Il titolo deve esistere prima di potere essere venduto e, al pari di una singola vendita, così neppure una serie di vendite, la loro continua ripetizione, può creare questo titolo. Questo titolo è stato creato in realtà dai rapporti di produzione [assoggettamento di uomini alla schiavitù, legale costrizione a essa]. Non appena questi sono giunti a un punto in cui devono mutar volto, la fonte materiale del titolo e di tutte le operazioni fondate su di esso, giustificata economicamente e storicamente e derivante dal processo di creazione sociale della vita, viene meno”.
E come sempre, mentre qui pare si parli a freddo della rendita dei terreni per costruzione, delle miniere, del suolo e taluno poco ferrato è spinto a dire: a che trascrivere capitoli di Marx noi abbiamo bisogno di sapere che dobbiamo fare (!? non certo coelum terramque movere…), viene data una volta di più la poderosa determinazione del programma rivoluzionario.
“Dal punto di vista di una più elevata formazione economica della società, la proprietà privata del globo terrestre da parte di singoli individui apparirà così assurda come la proprietà privata di un uomo da parte di un altro uomo”.
“Anche un’intera società, una nazione, e anche tutte le società di una stessa epoca prese complessivamente, non sono proprietarie della terra. Sono soltanto i suoi possessori, i suoi usufruttuari e hanno il dovere di tramandarla migliorata, come boni patres familias, alle generazioni successive”.
Per stabilire il concetto che comunismo vuol ben dire sostituire alla privata organizzazione e gestione della produzione un’organizzazione e gestione collettiva e sociale unitaria, ma non deve dirsi che consiste nella sostituzione alla proprietà privata di una proprietà sociale – poiché chi dice proprietà dice esistenza di proprietari e di non proprietari, divisione in classi, dominazione di classe su classe – Marx parafrasa una formula che si trova in tutte le legislazioni moderne, copiata dal diritto romano. Il fittuario nel coltivare il fondo che il proprietario gli locò, non deve esaurirlo e nemmeno lasciarlo tal quale, ma condurre la gestione “quale buon padre di famiglia”, ossia non come se lo dovesse, finito il contratto, restituire a persona estranea, ma lasciare in successione ai suoi figli ed eredi.
Se il paragone è preso dall’istituto familiare proprio della presente società, non certo lo è nel senso che nella futura si trasportino famiglia ed eredità. Messo fuori causa l’individuo, il suo diritto e il suo dovere, la sua genealogia e la sua figliolanza, il patrimonio e la successione, a prendere il posto non è nemmeno quella specie di anonima per azioni che sarebbe la comunità dei viventi, elencata nelle liste elettorali, ma qualche cosa che sta ancora al di là; la specie definita da una vita senza morte, che coltiva, gestisce e trasmette a se stessa la natura organizzata, l’attrezzata scorza del pianeta, senza soluzioni di tempo, senza annotare trapassi a pidocchiosi uffici del registro.
Perciò ripetiamo quanto dicemmo: la formula agraria del comunismo non è certo “la terra alla nazione”. Questa, come fu già una forma del giacobinismo più spinto nella politica rivoluzionaria francese e una teoria della più avanzata scuola economica del classico capitalismo inglese, ha potuto solo essere, in quanto non transitoria ma definitiva, la formula di una recente moderna rivoluzione in Russia, consolidata ormai in rivoluzione borghese, combattuta e vinta come rivoluzione popolare; perduta, alla scala europea, come rivoluzione proletaria e di classe.
A ritroso nella storia
Sia dunque chiaro che il piccolo possessore di terra, il piccolo colono lavoratore, col loro corteggio di dotazioni individuali, di limitatezza familiare, di tradizionalismo produttivo, di timori superstiziosi, non li troveremo sul nostro cammino, se – dalla società capitalista classica e trinitaria, coi neghittosi proprietari fondiari, gli esosi capitalisti della terra e quei magnifici combattenti rivoluzionari che (a dispetto delle influenze piccolo borghesi e di tutto l’armamentario della propaganda borghese conservatrice, in ragione tante volte della stessa poca necessità di cognizioni professionali) sono i manuali della terra, nudi, puri, nullatenenti proletari, modelli della classe che nulla assolutamente ha da perdere, tutto un mondo da conquistare – procediamo verso la società comunista. E per questo – heri dicebamus ci imbarcheremo nel batiscafo che discende nelle profondità della storia, se di quei ceti mai protagonisti vogliamo scrivere il romanzo.
La genesi della rendita fondiaria moderna ha in Marx radici nel mondo feudale. In esso la produzione agraria è a carattere “naturale”: il suo noto primo carattere è l’immediato legame del lavoro col consumo, chiusi nel giro di un villaggio e poi di un limitato territorio cui il signore presiede. E tante volte fu detto che se presiede non è per la necessità di una complessa organizzazione sociale, ma solo per la necessità della sicurezza nella coltura, non più garantita da potenti Stati armati come nell’antichità schiavista, ed esposta al saccheggio di invasori guerrieri non ancora fissati ad un suolo stabile.
Anche degli altri caratteri di tale agricoltura ci siamo più volte occupati.
Più che in ogni altro sistema manca la circolazione sul mercato, la trasformazione del prodotto in moneta. Questa avveniva in maggior misura nella agricoltura classica, a manodopera schiavista, in cui nel latifondo si venivano a formare notevoli masse di derrate, come avviene nel sistema moderno delle piantagioni nelle colonie d’oltremare, con impiego di masse di manodopera schiava o semischiava.
Come tipi di produzione agraria antecedenti quella feudale va ricordato anche quello tuttora vigente nelle signorie asiatiche. I contadini lavorano in comune in piccoli villaggi-tribù, che pagano un tributo al signore. Il tributo è dato in prodotti e talvolta in oro, come quando si pesa l’Aga Khan. Il proprietario finisce con l’identificarsi con lo Stato politico: rendita ed imposta finiscono con essere la medesima cosa. Questo è uno degli esempi che servono a Marx per dimostrare come storicamente non sia il mercantilismo l’unico possibile tessuto connettivo che lega produzione e consumo.
Ma torniamo al medioevo europeo e alla sua economia naturale, ossia fondata su rapporti non di mercato. Questo sistema assicura che tanto si produca quanto è richiesto, con buona corrispondenza, dal consumo dei lavoratori da un lato, del signore dall’altro colla sua corte. Cade solo in difetto grave nelle annate di cattivo raccolto e di carestia, o nel caso di invasioni nemiche.
La classe dei lavoratori della campagna è qui costituita da servi: essa non ci interessa più, non essendo tale tipo sociale presente nella società moderna borghese. Il servo ha un campo che può coltivare destinandone i prodotti alla sua famiglia e insieme a tale campo dispone di una modesta dotazione di attrezzi di cui si serve. Il suo obbligo, nella prima forma chiamata “rendita in lavoro”, consiste nel dovere in dati tempi, ad esempio per due giornate lavorative ogni settimana, recarsi a lavorare nel terreno riservato al signore, che alla fine della coltura ne fa proprio il prodotto.
Si tratta dunque di una servitù personale ed il contadino non può abbandonare la sua sede, non può uscire fuori del territorio controllato dal feudatario. La ricchezza di questo non dipende dalla estensione delle terre, che gli viene assegnata, e anche variata, da feudatari superiori o dal monarca, ma dal numero di famiglie a lui soggette in servitù, che seguono la terra nei vari trapassi.
Lo strato fondamentale della popolazione di campagna non cessa di essere costituito da servi della gleba quando l’obbligo servile anziché essere di tempo di lavoro nel terreno padronale, è invece di consegna di aliquote del prodotto della terra direttamente coltivata. Passiamo dalla forma primitiva di rendita in lavoro alla rendita in natura: la prima forma è la corvée, comandata; la seconda è la decima, sia essa dovuta al signore, allo Stato, alla chiesa.
Dal servo al contadino autonomo
Eppure nel ristretto ambiente sociale di queste forme primitive, il contadino lavoratore può in dati casi cominciare a conquistare una indipendenza economica, ma non ancora sociale. Gli economisti si sono stupiti come questo potesse avvenire. Ma la cosa è chiara ove si interpreti il rapporto, di per se stesso chiarissimo nella distinzione tra lavoro per sé, e sopralavoro, rivelati in modo immediato come frazioni di tempo di lavoro, o frazioni di prodotto, sulla traccia delle analisi istituite per il complesso rapporto del tempo capitalista.
In un terreno sterile, sarà sempre necessario, per l’adempimento degli obblighi feudali, che il lavoro del contadino renda qualche cosa di più di quanto egli deve consumare per tenersi in vita: ossia più di quello che modernamente è misurato dal “salario”. Questo concetto è comune a tutte le produzioni.
“Che il prodotto del lavoratore a corvée debba essere qui sufficiente a sostituire oltre la sua sussistenza le sue condizioni di lavoro, è un fatto che rimane invariato in tutti i modi di produzione (…)”. Qui “(…) questa eccedenza oltre i mezzi necessari di sussistenza (…), è dunque completamente determinata dalla entità della rendita fondiaria”.
Ma se il terreno è un poco più fertile può avvenire che il produttore immediato, dopo aver fornito, sia in lavoro suo e dei membri della famiglia, sia in prodotti in natura, quanto gli è prescritto dal signore e dagli altri enti, consumi di meno di quanto gli è rimasto e possa accantonare una certa riserva, prima di derrate poi di attrezzi, e mano mano che si evolve il diritto rurale anche di terra da coltivare, di modeste abitazioni, di bestiame e così via.
Anche prima della abolizione per fatto rivoluzionario e politico delle relazioni feudali, si vedono già dei servi più ricchi assoggettare a loro volta altri servi minori.
Ma l’uscita dall’economia di tipo naturale e il diffondersi del sistema mercantile non solo per i prodotti manifatturati (cui in primo tempo provvedeva in larga parte un’industria domestica e campagnola) ma anche per le derrate agrarie, si verifica mano mano che la rendita in natura cede il posto a quella in moneta.
Siamo al punto di partenza di una grandiosa evoluzione. Nella sua forma più pura essa conduce all’agricoltura capitalista integrale: tutti i prodotti tendono a divenire merci e ad entrare nel raggio di una grande circolazione prima nazionale e poi anche extranazionale. Si forma la classe dei fittavoli capitalisti e da un lato opposto quella dei contadini salariati, destituiti di possesso di terra come di denaro. La terra svincolata dai diritti feudali diviene commerciabile senza limiti, e con capitali accumulati nelle città si formano nuovi proprietari fondiari, che in parte gestiscono le terre comprate, in parte le affidano a fittavoli. Tutta una rivoluzione è introdotta nel rapporto tra città e campagna e lo sconvolgimento è più radicale di quello dato dal sostituirsi al mestiere artigiano della grande manifattura: questo ci fece scrivere la definizione del capitalismo come rivoluzione agraria.
Si inverte la dipendenza tra città e campagna, non si assoggetta più la produzione al consumo naturale, ma il consumo alla produzione artificiale. Comincia la discesa dei prezzi dei manufatti e la salita dei prezzi degli alimenti.
In Italia meno che altrove la campagna era stata tiranna della città, come nella Francia dei Luigi, in cui una corte di campagnoli maltrattava le magistrature, i parlamenti di Parigi. Viene la rivoluzione liberale ad assoggettare politicamente signori e contadini e anche ad affamare gli strati popolari urbani, ubriacati di giuridica sovranità.
“L’elevato saggio del profitto nel Medioevo non è dovuto solo alla composizione inferiore del capitale, in cui predomina il capitale variabile, investito in salari. E’ dovuto anche alla truffa esercitata ai danni della campagna, all’appropriazione di una parte della rendita del proprietario e del reddito dei suoi sudditi. Mentre la campagna nel Medioevo sfrutta politicamente la città, là dove il feudalesimo non è stato spezzato da un eccezionale sviluppo delle città, come in Italia, la città d’altro lato, dappertutto e senza eccezione, sfrutta la campagna economicamente, con i suoi prezzi di monopolio, il suo sistema fiscale, la sua organizzazione corporativa, la sua frode commerciale diretta e la sua usura”.
Ma non tutta l’evoluzione si è svolta nel senso di produrre, ove erano servi della gleba e signori, soltanto affittaioli, salariati e proprietari borghesi. I servi agiati e i piccoli gestori di terra si sono, a seconda delle regioni, trasformati in masse più o meno fitte di proprietari autonomi lavoratori e di piccoli coloni, tributari non più del signore feudale ma del borghese proprietario di terra.
La colonia parziaria
Colono è quello che coltiva colla sua forza di lavoro (e della famiglia) terra non di sua proprietà. Egli deve dunque pagare la rendita al proprietario giuridico titolare. Può anche farlo in denaro, e abbiamo il piccolo affitto. Ma se lo fa con un quota di derrate in natura, che il proprietario è poi libero o di consumare o di realizzare in denaro al mercato, si suole correntemente chiamarlo mezzadro, in quanto per mezzadria si intendeva la suddivisione del raccolto in due quote pari: metà al proprietario, metà al coltivatore.
Siccome nei tempi e nei luoghi questa partizione varia di molto, ed in uno stesso contratto di colonia può essere (ed è nella generalità dei casi) diversa per i prodotti del suolo, del soprasuolo, per la frutta, il vino, ecc., che talvolta vanno per intero ad una sola delle parti, è più esatto usare il termine non di mezzadro, ma di “colono parziario”.
Come dal colono che paga un piccolo affitto in denaro passiamo insensibilmente al fittavolo capitalista, in quanto l’affittuario non potendo più col solo lavoro suo e dei familiari coltivare il fondo locato, assolda braccianti a salario, così abbiamo modernamente, specie in Italia (Romagna), ricchi coloni parziari, e per antonomasia mezzadri, che gestiscono la terra avuta dal proprietario con numero spesso imponente di giornalieri a salario.
Come si sa, in tale situazione si determina una doppia antitesi di interessi: quella tra mezzadro e proprietario che verte sul quanto del canone di fitto rappresentato dalla aliquota di derrate (rendita padronale) e quella tra bracciante e mezzadro che verte sull’altezza del salario. Storicamente il mezzadro si staccò sempre più dal contadino per avvicinarsi al fittavolo capitalista (prevalente ad esempio in Lombardia) e questa lotta a tre aveva nell’Italia di anteguerra questo schieramento politico: proprietari (agrari) clericali o liberali – mezzadri repubblicani, con le camere del lavoro “gialle” – braccianti socialisti con le camere del lavoro “rosse” (e nel Veneto anche cattolici con le leghe “bianche”).
Per il momento guardiamo al metayer, al mezzadro che di fatto zappa la terra e al rapporto economico che definisce questo tipo, non capitalista puro, di produzione rurale.
“Come forma di transizione dalla forma originaria della rendita alla rendita capitalistica possiamo considerare il sistema mezzadrile, o parziario, in cui il conduttore del fondo (affittuario) oltre al suo lavoro (proprio od altrui) fornisce una parte del capitale di esercizio, mentre il proprietario fondiario, oltre alla terra fornisce un’altra parte del capitale di esercizio (ad es. il bestiame), e il profitto è diviso in determinate proporzioni, che differiscono nei vari paesi, fra il mezzadro e il proprietario fondiario”.
Quanto il proprietario ritira, spiega Marx, può costituire non solo la rendita fondiaria nel senso completo moderno, ma anche una parte di profitto di capitale. Quanto dal canto suo realizza il mezzadro, può costituire non solo il salario corrispondente alla sua forza lavoro, ma inoltre una parte di profitto di impresa, in quanto egli è possessore di almeno una parte dei mezzi di lavoro. La rendita, il profitto e il salario non sono dunque nettamente isolabili, come nel caso di esercizio a mezzo del fittavolo capitalista.
Ciò che tuttavia interessa porre in rilievo, specie quando non trattiamo di piccolo fittuario lavoratore, ma di colono parziario che paga la rendita in derrate, è la “sottrazione di gran parte del valore prodotto alla circolazione”.
La rivoluzione capitalista non è completa se non quando tutto il prodotto del lavoro sotto forma di merce e poi di moneta entra in un circolo unico, sempre più geograficamente vasto, nel quale la produzione versa ed il consumo attinge. Il superamento del mercantilismo non sarà possibile se non facendo leva sulla fusione, in questo immenso magma, delle antiche isole di produzione e consumo.
Ora nella mezzadria il prodotto, per la parte che resta al mezzadro, va a suo consumo (riferiamoci al puro mezzadro lavoratore della terra) senza entrare nel circolo generale delle merci. Dunque le aliquote che corrispondono al salario e a parte del profitto, non prendono forma di merce né di moneta. Lo stesso avviene almeno in parte di quanto versato al proprietario terriero come rendita e parte di profitto, col tributo in natura: in parte infatti esso verrà consumato dal padrone e dai suoi familiari, solo in altra parte convertito mercantilmente in altri necessari consumi, o investito in capitali.
Basta tale criterio a stabilire come ogni colonia del genere sia forma retrograda, soprattutto ai fini del passaggio al comunismo, rispetto alla azienda rurale con lavoro a salario, ed a parte le considerazioni sulla ampiezza dell’azienda stessa, formanti altro e non meno importante argomento.
Le sottrazioni al circolo
Il formarsi e l’estendersi dei mercati è il fatto centrale del sorgere dell’economia moderna, ed è il capitolo centrale del romanzo storico della borghesia, che rivoluzionariamente condusse le genti dei più lontani paesi a consumare i prodotti di diversissime origini e a scambiare, coi prodotti stessi, i più svariati tributi a nuove forme di vita e di attività.
Col mercantilismo capitalistico già l’economia non è più un sistema di rapporti tra privati ma un fatto sociale, tuttavia chiuso nei limiti di una forma classica di produzione, in forza soprattutto del sistema mercantile e della legge del valore di scambio, solo veicolo per stabilire l’equilibrio tra sforzi di lavoro e bisogni.
Lo svolgersi del capitalismo rende ineluttabili nuove soluzioni per questo rapporto: tale il centro delle nostre dottrine e dei nostri programmi. Tali soluzioni, liberandosi dalla legge mercantile, si svolgeranno nel senso che abbandona per sempre le compensazioni entro cerchi locali. Resterà il risultato che, per il maggior rendimento del lavoro generale, conviene che si disponga di tutti i prodotti per tutti i consumi, senza compartimenti stagni, ma si abbandonerà l’espediente della equivalenza monetaria, che fornisce solo la illusione di un simile risultato, ma lascia ogni isola di lavoro condannata a non poter andare nel soddisfare il suo bisogno oltre i limiti dati dalla sua materiale locale produttività.
Ancora una volta non è socialismo il poter consumare, da parte dell’individuo o del gruppo, o dell’azienda considerata come organismo di produttori, tutto il valore che ha prodotto senza sottrazioni (nel che è anzi un assurdo), ma il poter organizzare la produzione in un piano unitario, in relazione ad un piano unitario dei bisogni sociali, come nelle tante citazioni da noi date di potenti scorci dei nostri testi classici.
Non sarà necessario – anzi è proprio questo il punto da sorpassare – che la fabbrica tale o il terreno tale consumi per i suoi lavoratori l’equivalente di quanto ha prodotto, e tanto meno che simili bilanci si chiudano in pari per le nazioni, le province, le città o i villaggi. In tali tipi di utopistici abbozzi possiamo avere dei sindacalismi, comunalismi o aziendismo, ma nulla di lontanamente simile al programma proprio al comunismo marxista.
Il capitalismo industriale ha potuto far fare alla umanità un balzo innanzi gigante nel rendimento dello sforzo di lavoro – tuttavia non lasciandone godere la classe stessa che lavora – perché per i prodotti manufatti il gioco di confronto della concorrenza-equivalenza mercantile ha condotto alla generale sostituzione dei mezzi più potenti e redditizi di produzione a quelli antiquati e i vecchi sistemi sono pressoché scomparsi davanti all’avanzata dei nuovi, conducendo enormemente più oltre la soddisfazione dei bisogni di questo tipo, quale che possa essere una fondata critica dei loro processi di complicazione.
Ne è seguito che dovunque le aziende che producono più vastamente, rapidamente e in masse maggiori (e sia pure in difficili processi di onde e contronde interrotte anche da crisi paurose), hanno finito con l’espellere e lo spazzare via le aziende meno attrezzate ed efficaci, in questo campo più tecnologico, in cui tra l’altro la dimensione maggiore dell’organizzazione aziendale è elemento di prepotente decisione.
Dovunque, con una limitazione. Sempre, con una limitazione. Dove non vi è naturalmente una rendita, fino a quando il corso calcolato e ineluttabile del ciclo capitalista di concentrazione-accumulazione non genera artificialmente il fenomeno rendita!
Ed ecco perché da questo innegabile progresso quantitativo – non certo nella stessa misura qualitativo – nell’adeguamento di lavoro a bisogni realizzato da un paio di secoli di capitalismo nella sfera dei manufatti, non ha corrisposto un risultato lontanamente paragonabile nel campo agrario, ed ecco perché è certo che, oltre questo odierno tempo, il ciclo capitalista sarà regressivo su tutto il fronte, pur seguitando a giganteggiare la mole della produzione.
Ove vi è rendita, ossia monopolio – dovuto a forza politica di classe organizzata nei pubblici poteri -, il processo che la più utile forma produttiva scaccia la meno utile, si capovolge, fino a quando l’involucro capitalistico non sarà infranto.
Ivi vige la legge che tutto è regolato dal sistema peggiore, dal terreno più sterile, ivi la tecnologia dorme sogni di cinque, di dieci secoli, con strano contrasto alla febbre che fa cambiare attrezzatura in altri campi con brevissimi cicli di “ammortamento” – e soprattutto nel campo della tecnica mortifera, sicché il termine degli economisti non potrebbe meglio calzare.
Flebile arcadia
Sullo sbarramento del progresso agricolo si deve pur piangere perché tra gli altri fenomeni che il capitalismo ha scatenato vi è il crescere delle popolazioni con ritmo che la storia di altre epoche ignorava del tutto, e questi miliardi di bocche urlano di non trovar da mangiare, di avere meno pane dei membri delle comunità primigenie e poco lor frega se hanno acciaio, petrolio, uranio e cobalto cento e mille volte di più.
Ma la produzione agraria ha qualche contropartita, poiché tutta la patologia del capitalismo, che ossessiona le grandi agglomerazioni, meno fieramente appesta tuttavia le campagne e vi suscita minori bisogni soprattutto nella sfera di quelli distorti e morbosi. Ed il lavoro all’aperto, se non merita le apologie letterarie di cui fu sempre circondato, se ha i suoi terribili estremi di miseria e di degenerazione umana – e soprattutto ove la piccola agricoltura, ipocriticamente ammirata, ha il suo dominio – tuttavia non presenta certe punte disumane di soffocamento dell’uomo lavoratore e non lo costringe, di massima, a condizioni spietate di ambiente e di sforzo, se non muscolare, nervoso.
Vi sono altri settori in cui il particolare disagio delle condizioni in cui si svolge la vita del proletario e nel luogo di lavoro e nel luogo di soggiorno, ha avuto correttivi tratti appunto dall’alto rendimento produttivo che la tecnica ha realizzato e approntando compensi svariatissimi alle prestazioni di intensità maggiore, consentendo di condannare alla fine coattivamente, oltre che per effetto di spontanea legge economica, sempre nell’interesse dello stesso sistema capitalistico, i più controproducenti dispositivi di fatica umana.
Quindi l’agricoltura fermata dalla barriera della rendita è rimasta primitiva, ma non intollerabile allo sforzo umano; l’industria in generale, fino ad ora libera dalla barriera della rendita, ha ammassato troppi lavoratori in troppo soffocanti spazi, ma non ha avuto il limite del “tutti come nel peggiore caso possibile”, riuscendo a portare sensibilmente tutti alle condizioni del caso meno primitivo e più perfezionato.
Vi sono altri settori oltre l’agricolo ove il fenomeno rendita imperversa.
Non parleremo ora del campo delle abitazioni urbane, spinte dal monopolio dei suoli edificatori ad un costo di costruzione e di uso che incide in modo decuplicato sul tenore di vita proletario, per quanto nei limiti del capitalismo siano escogitabili contromisure. E’ di feroce attualità – e non è soddisfazione il rispondere così a coloro che trovano astratte queste trattazioni e non dettate dall’impulso dell’ora che urge – un altro campo ove la rendita impera: l’industria estrattiva.
Ribolla – La morte differenziale
Con le prime notizie della sciagura che ha ucciso 42 lavoratori nella tenebra, nel soffoco e nel fango del lavoro estrattivo, si sono diffuse le descrizioni della miniera di lignite toscana. Nelle prime notizie, nelle primissime date senza ancora pensare ad effetti spregevoli di partito, tutti lo hanno detto: la vecchia miniera male attrezzata e ormai prossima ad esaurirsi e tale da non meritare la spesa di un modernamento di installazioni doveva andare in disarmo. Ma sarebbe stata la disoccupazione e la fame per il piccolo paese di Ribolla, che non aveva alcuna altra risorsa economica.
Quindi la miniera è rimasta aperta e la soluzione è degna dei principii che reggono il sistema capitalistico: è un fatto che i morti non mangiano.
Un’altra fabbrica, ad esempio, che facesse per ogni unità lavorativa cento di prodotto invece di mille sarebbe stata chiusa da decenni, ma la miniera era aperta. I procedimenti erano quelli di secoli fa, e quelli che le descrizioni dell’ottocento attribuiscono alle miniere inglesi e francesi di combustibili fossili. Mentre queste si vanno liberando di tali procedimenti grazie a moderni impianti di sicurezza, i nostri impianti italiani invece peggiorano.
Ma ciò è conseguenza diretta delle leggi economiche del capitalismo. Altri e più industriali paesi sono anzitutto ricchi nel sottosuolo di minerali di qualità e di potenza calorifica molto più alta noi siamo ridotti alla lignite e alla torba perfino e ad adoperare miniere di fertilità deteriore.
Esse regolano bene il prezzo internazionale e tengono su quello dell’antracite, che ci farà profumatamente pagare il pool del carbone, il rentier della coltivazione europea dei combustibili e dei minerali, nido caldo del sopraprofitto capitalista sulle materie prime della morte militare e civile.
I combustibili che si scavano dalle viscere della terra derivano dalla digestione geologica di vegetali, di savane e foreste. Sono più o meno ricchi di carbonio e di varia potenza calorifica. Si classificano all’ingrosso in torbe, ligniti, litantraci ed antraciti. Gli ultimi sono i ricchi carboni fossili che in gran parte vengono da Inghilterra, Stati Uniti, Sud Africa, ecc. In Italia ve n’è poca dotazione: il fabbisogno totale è tra 12 e 15 milioni annui di tonnellate, la produzione oggi, di appena 2 milioni. Mussolini nei piani autarchici la volle portare dai 3 milioni del ’39 a 4, pari a un terzo del fabbisogno. Nel 1942, anno di guerra, la famosa Azienda Statale Carboni Italiani, fondatrice di nuove città, raggiunse infatti i 5 milioni di tonnellate.
La poca antracite si estrae in Val d’Aosta e nella sarda Barbagia. Quantità ancora minori di litantrace nel Friuli e nell’Iglesiente. L’antracite delle ottime miniere istriane dell’Arsia è perduta dopo la guerra. Il grosso è lignite sarda, umbra, del Valdarno e del grossetano; dei vari tipi dai più ricchi (picea, xíloide) ai più magri (torbosa) il carbone “Sulcis” si classificava già come una lignite ed è di basso valore.
L’antracite migliore arriva al potere calorifico di oltre 9.000 calorie per chilogrammo, il litantrace sta sulle 8.000, le varie ligniti tra 7.000-7.500 e meno, la torba che va prima essiccata, verso i 3.000.
I prezzi internazionali di questi combustibili vanno da 24 mila lire per tonnellata del carbone sudafricano, a 18 mila dell’antracite inglese, 14 mila del litantrace, 8 mila circa delle ligniti nazionali; e le migliori anche 10 e 11 mila. Il prezzo dunque varia colla efficienza calorifica, in ragione di un duemila lire per ogni migliaio di calorie-chilogrammo. Lo stesso vale dire che il minerale più spregevole e quindi la meno fertile miniera, regola il mercato generale.
Politica economica!
Si dice che la spesa di estrazione del carbone Sulcis, scadentissimo rispetto ai carboni fossili di importazione (in effetti, di massima, la spesa di estrazione dipende dalla massa di materiale e non dal suo potere calorifico e deve sensibilmente essere la stessa: le difficoltà tecniche si compensano e le miniere di combustibili più ricchi sono logicamente meglio attrezzate negli impianti di taglio, elevazione, sicurezza, e quindi a lavorazione più produttiva) sia sulle 11.700 lire nette per tonnellata. Secondo le gazzette commerciali lo si esita solo a prezzi inferiori al listino e con una perdita di 4 mila lire alla tonnellata: una rendita al rovescio. Ma non vi è dubbio che alla spesa netta di capitale costante e salari (le maestranze minacciano continui scioperi vantando crediti verso le aziende) si aggiunge il profitto delle società esercenti ed anche una rendita “assoluta”. E’ Pantalone che la sborsa: il gioco costa allo Stato italiano 4 miliardi annui. In queste assurde condizioni la produzione aumenta, l’azienda tiene scorte di montagne di questo pessimo carbone, come pare che altrettante se ne ammonticchino nei docks di Genova di buon carbone importato in eccesso, pagato in valuta pregiata all’estero.
Poiché non vi sono ragioni che il prezzo individuale di produzione del Cardiff o dei carboni extraeuropei sia molto diverso dalle 11-12 mila lire italiane, la differenza tra tale prezzo e il valore di mercato, per circa uno scarto da sei a dodicimila, costituisce rendita differenziale per quelle miniere. Esse pagheranno, si dirà più alti salari, ma grazie ai macchinari migliori è certissimo che le tonnellate-anno per ogni unità lavorativa sono molte di più.
In tutto questo quale è la bestialità potente, la demagogia economica più imbecille? Non il denunziare la rendita, il sopraprofitto, il profitto delle società capitalistiche, che si combattono solo sul terreno dell’organizzazione sociale e politica dell’intera Europa e non con manovre mercantili e legislative, ma il reclamare che le miniere da disarmare siano tenute aperte; chiedere, pur sapendo bene che si tratta di un assurdo, che siano dotate, mentre stanno per esaurirsi, di costosi impianti di sicurezza.
Questo lo chiedono i partiti “estremi” che devono fabbricare voti locali nelle elezioni, e non altro, col pagliaccesco merito della lotta contro “anche un licenziato solo”.
Questo lo chiedono a coro insultandosi con i primi solo per l’effetto sulla balorda platea, i capitalisti, lieti che al saldo passivo provveda a proprio carico lo Stato e naturalmente la classe lavoratrice italiana.
In tutti questi movimenti balordi il mondo degli affaristi mangia soldi a palate e il mondo dei chiacchieroni parlamentari giustifica la coltivazione della più idiota delle miniere: quella della fessaggine umana.
Quando il logico sviluppo delle leggi economiche del capitalismo aziendale – che sono anche in Russia matematicamente le stesse e con gli stessi fatali effetti – sbocca nella strage, non se ne trae l’occasione per svegliare nella classe proletaria il possesso della rivoluzionaria dottrina di classe, ma si cerca, con la mentalità più crassamente borghese, la “responsabilità”, la colpa di questo dirigente capitalista meglio che di quello o di tutti, lo scandalo, ossigeno supremo di questa smidollata Italia postdonghiana, che nella sua sciagurata opera di amministrazione, comune nelle direttive a governi e opposizioni, ricalca dell’uomo di Dongo le istruzioni, colla sola differenza di ottenere risultati di gran lunga più coglioni.
Se il capitale italiano, povera sottosezione del capitale mondiale, ma ricca di esperienza e di espedienti per storica eredità, ponesse a concorso il modo migliore per tenere la classe operaia lontana dal ritorno ad un potenziale rivoluzionario, vincerebbe da lontano il primissimo premio lo stalinismo locale, coi capolavoro delle sue manovre e del suo linguaggio, in ogni successiva occasione più platealmente, cafonescamente ruffiano.
Deve credersi che glielo paghino già. E se questa fosse insinuazione, andrebbero disprezzati un poco di più.