International Communist Party

Il Programma Comunista 1954/16

Vulcano della produzione o palude del mercato? (Pt.4)

II – GRANDEZZE E LEGGI NELLA TEORIA DELLA PRODUZIONE CAPITALISTICA

1. Enigmi del marxismo?

Una vecchia canzone è quella sulla oscurità di Marx, sulla difficoltà di cogliere il senso vero delle sue tesi, sulla pretesa contraddizione tra le varie parti dell’opera sua e le diverse esposizioni della stessa questione; e molti dei critici – torniamo a servirci della già citata monografia di Arturo Labriola non per importanza speciale dell’opera, ma perché le sue posizioni, particolarmente discordi da quella che è nella nostra ripresentazione la portata del marxismo, riescono particolarmente utili al chiarimento di cose essenziali – si indugiano a insinuare che quasi per partito preso le enunciazioni più notevoli siano date di straforo, in digressioni, o cacciate talvolta in una delle famose, ed invero quasi sempre formidabili, note a piè di pagina. Questo sarebbe un quasi sadico tormentare il lettore, chiedere troppo alla sua “generosità”, ossia non tanto alla sua cultura, preparazione e pazienza, quanto alla capacità di sforzo continuo e tenace.

È noto che noi, senza certo assimilare il “Capitale” ad un romanzo a fumetti, sosteniamo invece che, oltre ad esservi tra tutte le parti dell’opera assoluta coerenza di proposizioni, anche nel senso matematico, ed assoluta assenza di esitazioni, oscillazioni, ondeggiamenti o amfibologie, vi è assoluta evidenza, fuori di ogni dubbio, sul contenuto di quanto fu enunciato, ad opera del poderoso scrittore-lavoratore Carlo Marx, nella fase storica in cui solo poteva e doveva tanto enunciarsi, sì che la stessa evidente sicurezza concerne quanto la mano e la penna della persona Carlo Marx non ebbero modo di fermare, il tutto costituendo patrimonio di dottrina del grande, unitario, sopra continenti e generazioni, partito della classe proletaria rivoluzionaria. Quanto al Labriola, non si può contestargli la qualifica di lettore generoso, perché di certo ha lungamente studiato il testo e raffrontato e confrontato con larghe conoscenze passi con passi delle opere di Marx, e gli stessi con ampia letteratura di tutte le fonti; eppure non è andato mai nel fondo, anche quando cita riccamente proprio i passi che avrebbero dovuto risolvergli il punto sotto indagine in maniera decisiva e luminosa. Tanto generoso, il Labriola e alcuni altri suoi pari (i più non capiscono Marx perché non capiscono… un cavolo), al tavolino da lavoro e nell’agone politico, ove non ha saputo negarsi ad alcuna bandiera e ad alcun colore, ovunque trovando suonatine da ricantare, emblemi da porre all’occhiello, fiori da spigolare disinvoltamente nel prato, sulla via dunque opposta a quella che da noi si segue.

2. I pestiferi “cugini”

Tante volte abbiamo detto, ma anche a questo proposito lo dobbiamo richiamare, che non recano tanto danno i nemici totalitari del marxismo, quanto coloro che affettano di ben considerarlo e poi – in cento modi – ne accettano talune parti rifiutandone altre o a loro modo storcendole. Sono in fondo i primi e non i secondi che ci hanno capito qualche cosa: hanno almeno capito questo, che porre una parte contro l’altra, una faccia contro l’altra, del corpus marxista, è lo stesso che constatare il crollo del tutto, che dimostrare il fallimento della intera costruzione. Pretendere di partire con Marx, e poi lasciarlo per via là dove ci si accorgerebbe che si può segnare la rotta meglio di lui; o non voler partire sulla sua traccia, pretendendo vanamente di ritrovarsi al suo punto di arrivo, teorico e pratico, storico o politico, è assai peggio che rifiutare tutto il percorso del grandioso cammino, dichiarare questo caduto, dalle premesse su cui si fondò alle conclusioni che attinse.

Mentre il gruppo dei negatori totali, come ad esempio un padre Lombardi, quanta più forza, preparazione, sagacia dispiega nel voler ridurre in pezzi la nostra massiccia macchina di guerra, tanto più soggiace alla nostra presentazione della lotta storica come cozzo di incompatibili blocchi di forze, ciascuno fatto di corpi, di braccia, di armi e di teoria, sono i suoi bolsi ed equivoci contraddittori che osano difendere il marxismo trascinandolo nei ripieghi di obbrobriose concessioni, che hanno rovinata e rovinano la forza della teoria e del moto rivoluzionario.

Questo non riprenderà che nella fase storica in cui con uno sforzo supremo riassumerà quanto da decenni e decenni – primissimo e gigante su tale via egli stesso, Marx – si è fatto per sbugiardare e svergognare gli “affini”, i famosi “cugini” dello schieramento politico, per denunziare non solo le alleanze di fatto con essi nei vari periodi storici della strategia rivoluzionaria, ma sopra ogni altra cosa la fornicazione dottrinale, il “commercio dei principii” che fu rinfacciato – per la ennesima volta con profetica proprietà – ad Erfurt e a Gotha alla socialdemocrazia germanica, prima ammalata che ebbe a crepare di elefantiasi maggioritaria, di cretinismo unitario.

Nulla infatti di più insidioso, di più velenoso, negli effetti anche se magari non nelle intenzioni, che un metodo come quello dei non sprovveduti in dottrina Labriola, Sorel, Graziadei, che dapprima mettono a soqquadro i pilastri del sistema, dell’edificio marxista, tentando vanamente di scrollare le colonne del tempio, poi, cucinata a loro modo la teoretica minestra, mostrando esaltare certe geniali posizioni cui Marx giunse, partito a lor dire da sviste grossolane e da papere scientifiche, lo difendono subdolamente dalla sottovalutazione di onesti nemici, e vogliono farsi gloria cercando, ancora in falso, di cantare con la immensa voce di lui il salmo finale. In quanto sulla via di costoro si son messi cento altri, ruffiani da dozzina e uomini da conio, che non avendo muscoli da colonne neppure di cartapesta, avevano tuttavia mascelle – sia pure di asino – per consumare l’offa che si elargisce ai corruttori e ai rinnegati.

3. Filosofia o scienza?

Ci conviene in quanto dobbiamo esporre servirci tuttavia della stesura di un “promarxista” del tipo di Labriola anche perché essa non essendo recente, ma vecchia ormai del solito semisecolo, vale anche a tagliare il fiato ai modernissimi “aggiustatori” che con pari animo, e credendo di farlo per la prima volta, hanno osato proporsi di trascinare il vascello della costruzione marxiana in loro bacini di carenaggio, incapienti ad ospitare un burchiello. Se infatti essi non hanno altra via di guarire dalla pretesa di scorgere quello che un Marx non vide, saranno sgonfiati a zero dalla constatazione di aver scoperto solo vecchiumi già versati nel piombo da cinquant’anni, essi, i tifosi dell’ultimo fascicolo stampato, dell’ultima fascetta di libreria.

Poiché è difficile che uno di costoro, quando si tratti verbigrazia di digerire – ove occorre stomaco non generoso, ma fisiologico e non eroso da borghesi ulcere – una delle leggi del marxismo come quella sul saggio di profitto, non devii dal masticare l’argomento alla generale filosofia del metodo, alla teoria del conoscere umano, alla portata del materialismo storico, e non imputi gli “scoperti” difetti di Marx al suo derivare dall’idealista Hegel, al suo inconscio misticismo o almeno mitismo, denunziando (non si capisce mai bene) o ammirando il suo preteso volontarismo e praticismo, pragmatismo addirittura, come premesse alla dottrina scientifica; è bene che tutti questi guazzabuglianti apprendano come queste solfe fischiano da tempo antico nelle orecchie dei marxisti non aventi nel cervello il pelo del dubbio e la mania della creazione personale.

Si trattava da allora di far camminare insieme queste due tesi: Marx fu un genio storico ed un capo politico di prima grandezza, e il movimento che a lui succede non può prescindere dall’opera sua; Marx, quando volle fare scienza economica, allineò una serie di affermazioni tutte sbagliate e tutte smentite dallo studio dei fatti economici reali contemporanei e posteriori. È ovvia la via di uscita da questo pauroso imbroglio, peggiore come si diceva delle tesi di chi afferma essere stato Marx un teorico aberrante ed un agitatore sociale dissennato e criminoso.

Poiché non può negarsi che Marx trattò di scienza economica, espose le scuole precedenti dell’economia politica, e propose esplicitamente una nuova teoria scientifica dei fatti economici che doveva le precedenti soppiantare; e poiché si vuole che, pur levando incensi alla grandezza di pensiero di Marx, si possa seguitare a considerare valida la contemporanea ricerca economica “generica”, ossia quella che fa la sua strada tra le cattedre universitarie, i testi di esame, i trattati scientifici, si ricorre al vecchio trucco: Marx parlò e scrisse di economia, ma non fece scienza economica bensì… che cosa mai? filosofia. Non si capisce Marx come economista, perché si cerca in lui la scienza economica, alla luce della quale ha allineato – a dir di lor professori – gravi fesserie, lasciandosi superare di molte lunghezze da dozzine di moderni scienziati, ma si capisce tutto se si legge Marx come filosofo, e si ammette che egli volendo scrivere come tale, deliberatamente non esitò ad esporre i fatti e le leggi economiche in modo falso. Quindi Marx Carlo all’esame di economia non raggiunge il diciotto e viene rimandato, ma, consideratolo un gran filosofo, quello che sta in cattedra ruba tanto di quella luccicante filosofia da erigersi fuori della facoltà a capi-popolo e soprattutto pervenire ai seggi parlamentari e senatoriali.

Nulla di più stupidamente vuoto che tali escursioni sul deretano.

4. Derivazione da Hegel?

Non è certo negabile che per trattare temi come quello che abbiamo davanti sia utile avere ed adoperare dati completi non solo della storia delle dottrine economiche ma anche della storia del pensiero filosofico, e stabilire quale fu il materiale di conoscenze che Marx portò con sé dalla formazione scolastica che gli toccò, e quale l’altro di cui si fornì da sé stesso sotto l’impulso delle vicende di vita in cui fu impegnato.

L’errore sta nel cercare in tale indagine l’elemento decisivo per far prevalere questa o quella “versione” o “lettura” dell’opera marxista, e risalire a quelle fonti per domandare loro la decifrazione dei pretesi enigmi, la soluzione dei pretesi dubbi, che si troverebbero nel testo dell’elaborazione cui Marx, anche con quei materiali, e tante volte anche malgrado e contro quei materiali, ebbe a pervenire. La ricerca va fatta, ove occorra spiegare passi e capitoli che sembrino e talvolta sono ardui, nella storia dell’epoca in cui Marx visse, nei rapporti sociali peculiari di quel periodo di trapasso, non perché cronologicamente coincidette col curriculum biografico di Marx, ma perché era quello in cui, attorno alle membrature potenti di una nuova forza della storia, la classe operaia, si veniva – per necessità e anche se Marx non fosse nato, o fosse una nostra figura di leggenda – a cristallizzare la nuova, originale, difforme da quella dei precedenti modi di produzione, sovrastruttura teorica.

Hegel e prima di lui tutta la scuola critica moderna, e Kant, al quale anche si vorrebbe da alcuni far risalire il metodo “critico” usato da Marx, si spiega appunto col passaggio dalla società feudale a quella capitalista. La critica degli idealisti tedeschi o la ragione dei materialisti francesi, come del resto il senso degli empiristi inglesi, esprimono tutti una sovrastruttura della lotta contro i poteri di diritto divino, e stabiliscono la libertà di sottoporre le verità rivelate e teologiche, imposte dall’alto della scala gerarchica e dai sacri testi, alla verifica del raziocinio e dell’esperienza.

Marx e i marxisti si spiegano colla messa in mora, a sua volta, del potere democratico e popolare degli Stati borghesi, fondato sulla “coscienza” del singolo e libero cittadino. Come indubbiamente tra la lotta della borghesia contro gli antichi regimi, e la lotta della classe operaia contro il potere borghese, vi sono legami storici e derivazioni, così ve ne sono tra le due sovrastrutture, relative ai due grandi trapassi tra modi di produzione. Quindi la dottrina del proletariato moderno deve studiarsi e chiarirsi tenendo conto adeguato di quei precedenti svolti nel modo di pensare delle collettività. Criticismo, illuminismo, sperimentalismo: Marx sempre mostra le relative derivazioni, e dalla enciclopedia francese, dalla economia politica inglese, e così via.

La strada sbagliata è domandarsi chi fosse il professore di filosofia dello studente in legge Carlo Marx, da quali cenacoli di studenti questi sia uscito, che libri teneva sul comodino, e come si sia espresso negli scritti più giovanili: a parte il fatto che a leggerli con lo spirito di chi riordina e non scompiglia tutto il processo, vi si scorge con sicura chiarezza la nuova ed indipendente posizione.

5. Il metodo di esposizione

È strano come per dimostrare che tutto Il Capitale, ed almeno il Libro Primo (solita leggenda che questo dica cose diverse dal Terzo) sia un’opera critico-filosofica e non economico-scientifica, si parte proprio dalla seconda prefazione del 1873, nella quale Marx liquidò i conti con Hegel. Di essa si cita la classica distinzione tra il procedimento di ricerca e il procedimento di esposizione. Si cita perfino un passo della recensione russa che Marx stesso cita, per farla dichiaratamente propria. E con tal materiale si cerca di avallare questa assurda tesi: Marx non avrebbe voluto fare la scientifica descrizione delle leggi reali dell’economia capitalistica e del suo sviluppo, ma avrebbe voluto solo esporre i dati della “coscienza economica” propria degli uomini del tempo capitalistico. Marx stesso sapeva (!) che «la ricerca economica non richiede punto l’intervento di questa bizzarra nozione del valore», ma egli mirava «a un’altra cosa: a rifare il processo che mena inconsapevolmente gli uomini a costruire la nozione (illusoria) del valore». Questo metodo di Marx che studia non i fatti ma le illusioni che l’uomo si fa sui fatti, è definito elegantemente “illusionismo sociale”. Vedremo poi chi sono “gli uomini”, vecchia e nuova solita storia. E chi è il soggetto della coscienza inconsapevole.

Premettiamo che, secondo la corretta posizione, scopo del Capitale in ogni sua parte e volume è il dare la teoria dei fatti della economia capitalistica, quali essi sono in realtà, e in modo che le deduzioni siano sperimentalmente verificabili: non quindi come li vede la coscienza economica contemporanea dei borghesi o degli “uomini”, ma come li vede la conoscenza teorica del partito di classe che nell’oggi capitalistico rappresenta il domani comunista, ed aclassista.

Ma siccome principale “pezza di appoggio”, per la definizione data da Marx del carattere e scopo dell’opera di Marx, è la citata prefazione, vediamo in ordine che se ne trae, e vedremo subito che il tutto non fa una grinza.

Marx passa in rassegna i critici della prima edizione. La Revue Positiviste di Parigi lo rimproverava, da un lato, che egli trattasse l’economia metafisicamente (neanche dunque Labriola nulla diceva di nuovo nel 1906), e dall’altro che si limitasse ad analisi critica degli elementi dati, invece di prescrivere ricette per le trattorie dell’avvenire. Attratto dalla prima accusa di metafisica, Marx tralascia (forse anche per motivi di editoria) di rispondere alla seconda in altro modo che con la ironica frase delle trattorie, e con la parentesi (comtiane?). Augusto Comte era il capo del positivismo francese, cui in politica corrispondeva un vago riformismo sociale: non qui Marx si degna di rilevare che in ogni rigo egli introduce programma rivoluzionario… Alla menda di metafisica risponde con il parere del russo Sieber (già citato come sodale teorico) il quale dice che «il metodo di Marx è il metodo deduttivo di tutta la scuola inglese», e del tedesco Block, che parla di metodo analitico e pone l’autore «tra gli spiriti analitici più eminenti».
 

6. Autoidentificazione

Il passo importante è quello relativo al “Messaggero europeo” di Pietroburgo. Questo aveva detto che il metodo d’investigazione è rigorosamente realistico, ma quello di esposizione “sventuratamente tedesco-dialettico”. Marx cita prima questo passo:

«A prima vista, cioè se si giudica dalla forma esteriore dell’esposizione, Marx è un idealista estremo e ciò nel senso tedesco, cioè nel cattivo senso della parola. In realtà egli è infinitamente più realista di tutti i suoi precursori nel campo della critica economica… Non lo si può in alcun modo chiamare idealista». Marx non è oscuro. Marx è un combattente, e anche come scrittore è di quelli che non danno soddisfazione, non cedono mai demagogicamente alla richiesta della risposta banale, che si trangugia senza sforzo. Non dice: resti dunque assodato che sono analitico e non metafisico, realista e non idealista: dice che non potrebbe meglio rispondere che con qualche altro estratto della stessa recensione, a cui farà poi seguito l’altra chiara affermazione: «descrivendo con tanta precisione il mio vero metodo (…) che cosa ha l’autore definito se non il metodo dialettico?».

E così sappiamo da fonte autentica qual è il metodo; e in che consiste il metodo dialettico, per Marx.

Citiamo le frasi salienti: «Una sola cosa è importante per Marx: trovare la legge dei fenomeni che sta indagando (…) ma soprattutto la legge del loro cambiamento, del loro sviluppo (…) Per questo è del tutto sufficiente che egli dimostri, contemporaneamente alla necessità dell’ordinamento presente, la necessità di un altro ordine, al quale il primo deve necessariamente approdare: non importa se l’umanità creda o non creda a questo, ne sia cosciente o meno».

Qui un momento: anzitutto vi è, citata da lingua russa edita sotto il regime più poliziesco del tempo, la risposta del caso sulle “trattorie del futuro” che certo sfugge a chi legge “coppa-coppa”. Poi vi è il colpo alla coscienza della umanità, cui Marx pianta il visto ufficiale. Ed è allora strano che il postumo Labriola riporti il brano che segue: «Marx considera il movimento sociale come un processo di storia naturale retto da leggi, che non solo sono indipendenti dalla volontà, dalla coscienza e dalle intenzioni degli uomini, ma che per contro ne determinano la volontà, la coscienza, le intenzioni (…) Se l’elemento cosciente ha una parte così subordinata nella storia della incivilimento, si comprende che la critica, il cui oggetto è l’incivilimento stesso, non possa in alcun modo avere per base qualsivoglia risultato della coscienza». E Labriola, disinvolto: naturalmente bisogna intendere coscienza individuale, concreta.

Che individuale e concreta?! Il testo in cui Marx riconosce la propria fotografia ha parlato di coscienza della umanità e degli “uomini”, di “qualsivoglia” risultato della coscienza, non solo della individuale.

Ma il testo continua a fare giustizia della pretesa che il Capitale studi non i fatti economici, ma le visioni ideologiche degli stessi: «Val quanto dire che non l’idea, ma solo il fenomeno esteriore può fornire (alla critica) il suo punto di partenza. Essa critica si limita al paragone e al confronto di un fatto non con l’idea ma con altri fatti (…)». Bisogna purtroppo saltare. «Proponendosi di esaminare e spiegare l’ordinamento capitalistico da questo punto di vista, Marx non fa che formulare in maniera esatta il compito spettante ad ogni rigorosa investigazione scientifica della vita economica». Ah, arte del citare!
 

7. Conti con Hegel

Scrivendo, Marx non vi dà soddisfazione, e fa bene. Ma dovete sapere che non lascia “niente per la strada”. Si è ricordato al momento buono di sistemare gli allievi di Comte 1871 (o piuttosto di Stalin 1952?) sulla storiella della fredda descrizione che lascia indietro ogni proposta di mutamento sociale. Adesso, dopo aver messo tutti i punti sulle “i” colle stesse parole del russo, e avere assodato quale la materia da investigare, e quale il metodo dell’investigare, si ricorda bene che gli hanno imputato un impeciamento hegeliano quanto a metodo di esposizione.

Che Hegel d’Egitto! Dieci parole infilate con il rigore di formula algebrica, e anche esse, dicevamo, citate dagli storcitori di schiene diritte: «Certamente il modo di esposizione deve formalmente (corsivo originale) distinguersi dal modo di ricerca. La ricerca deve far sua in dettaglio la materia, analizzare le diverse forme di sviluppo e rintracciare il loro intimo legame. Solo quando questo lavoro è stato compiuto si può passare alla esposizione del movimento reale che vi corrisponde. Se ci si riesce, di modo che la vita della materia si rifletta nella sua riproduzione ideale, può sembrare che si abbia a che fare con una costruzione a priori».

Questo non lo ha scoperto Hegel, ma tutti i primi trattatisti di risultati della moderna ricerca sperimentale (e anche qualche scrittore classico come Lucrezio). Keplero dà le varie leggi del moto dei pianeti, dedotte dalle letture analitiche fatte nel cielo con migliaia di osservazioni da Tycho Brahé. Newton espone la stessa cosa (con un poco più di nazionalismo… hegeliano, Marx ed Engels si compiacciono della dimostrazione di Hegel che deduce con pochi passaggi matematici Newton inglese da Keplero germanico) ma parte da una ipotesi, che quelle leggi e quelle letture confermano, ossia la sua legge della attrazione universale. Ed è scienza, puramente sperimentale, empirica, come piace dire, e non speculativa, tanto la lunga lista degli angoli di Tycho quanto la prima breve proposizione e figura di Newton in cui un punto mobile gira attorno a uno fisso (pianeta e sole).

Che più? In tutti i licei si insegna la “fisica sperimentale”, che si spiega ai giovani anche in laboratorio, con metodo deduttivo, ossia partendo da tre principii che sono poi uno solo, quello di Galileo, e dai quali tutto discende, “come se fosse – ma non è! – costruzione a priori”.

Quanto ad Hegel, e quanto alla parte vitale della questione, che non riguarda il modo di esporre (punto questo in cui non abbiamo ancora vista riga in cui si contesti l’eccellenza di Marx: se davvero nella sostanza dice cose false, quale magica potenza propagandistica ha fatto sì che dopo quasi un secolo il mondo ne è tutto imbevuto, in gioia o in terrore?!; e allora, abbia civettato con Hegel o Mefisto, fregatevi!) ma appunto l’oggetto della ricerca e le vie per condurla al successo, Marx in questo e in tutti gli altri punti è decisivo. La via presa da Hegel non conduceva a nulla. «Il mio metodo dialettico non solo è fondamentalmente diverso da quello di Hegel, ma ne è anzi l’opposto».

E qui la serie di formule tante volte riportate. Hegel: Il pensiero, l’Idea, sono creatori della realtà esteriore. Marx: L’ideale non è altro che il materiale trasportato, tradotto nel cervello dell’uomo. Hegel: La dialettica poggia sul capo. Marx: La dialettica va rovesciata e fatta poggiare sui suoi piedi.

8. Criticismo ed empirismo

Quando queste due abusate parole celebrarono un matrimonio, toccò al marxista Lenin partire in battaglia contro il nuovo (o piuttosto rancido, come egli provò) sistema della conoscenza.

Se vogliamo spiegare con termini umili i due metodi potremo dire che l’empirismo, meglio detto sperimentalismo, cerca la verità guardando intorno, e procurando di ordinare nel modo migliore la manifestazione dei fenomeni del mondo esterno, oggettivo. In questo campo opererebbe la scienza economica generica dei professori, la cui prerogativa sarebbe di essere sempre pronti a registrare ed accettare ogni nuovo dato e ogni risultato, senza preconcetti e preferenze di sorta (basterebbe una breve analisi della moderna scienza ufficiale per mostrare che ormai non è affatto così, ma le cose vanno tutte all’opposto, essendo in tutti gli ambienti “scientifici” la cosciente falsificazione divenuta pane quotidiano).

Il criticismo invece cerca le soluzioni non di fuori, ma di dentro. Di che cosa? I termini sono a vostra disposizione: del soggetto, dell’io pensante, dello spirito, del cervello, e, come dice Marx per dare la solita pennellata, della testa, della scatola cranica. Questa sarebbe la “scienza speculativa” in cui tuttavia credeva Hegel, in cui credono i moderni idealisti, in cui mostra credere anche il Labriola, nelle pagine in cui pretende che questo tipo di scienza fosse quello a cui Marx lavorava.

Marx avrebbe dunque proceduto come un Newton, che avesse solo immaginato nella sua testa, per suo soggettivo spasso, la legge della gravitazione, in quella forma o in un’altra, scrivendo ad esempio che due corpi si attirano con una forza inversamente proporzionale alla loro distanza (e non al quadrato di questa) deducendo poi le strane orbite dei pianeti secondo questa ipotesi, e mettendo alla porta il Tycho-economista da cattedra, che avesse bussato per dirgli: un momento, maestro, il pianeta non si trova stasera lì, all’appuntamento, ma altrove, la sua traiettoria non è quella, ma un’altra… il capitalista non si è ingrassato, ma versa in una disperata magrezza, mentre i suoi operai hanno comprata una villa… in Crimea.

Newton avrebbe detto: filosoficamente, ed anche matematicamente, il mio sistema è coerente, e qualunque sforzo di critica speculativa non vi trova nessuna logica frattura; cosa volete che mi importi dei pianeti se contravvengono alle norme di circolazione, e degli estorcenti plusvalore ridotti alla fame?

Questo e non altro significa che Marx abbia fatto opera critica e non scientifica, anche nel senso sperimentale, che egli si sia limitato a tessere in una trama immane relazioni che non sono proprie dei fatti ma delle sole illusioni della coscienza. Della coscienza, dunque, trovata nelle sue manifestazioni, ossia nel linguaggio degli uomini, nelle loro comuni accezioni, nelle loro generali illusioni, nel loro quotidiano atto di fede. Lavoro dunque, il solo che può fare la critica per vie interne, la speculazione del soggetto nel soggetto, su parole che si legano ad altre parole, non su cose, su fatti, su misure e rilevazioni di cose e di fatti.

Indagine non sulla realtà, ma sulla coscienza della realtà, che ad essa preesisterebbe logicamente, come nel sistema di Hegel, come in quello cui Marx volge la terga. Ma, ed ecco il punto, coscienza di QUALE uomo, di QUALI uomini?

9. Coscienza, individuo e classe

Marx dunque non guarda all’oggetto, ma alla sua immagine sulla retina-spirito, secondo costoro. Tuttavia si riconosce che egli ha fatto, pur trattando di impronte di fatti e non di fatti reali, un passo avanti: l’impronta non è quella sull’individuo. Questo primo fantasma è stato finalmente messo da banda.

Quindi, sebbene si tratti di costruire un illusionismo, si degna di scartare come fonte il dato della coscienza individuale, perché si dà atto a Marx – filosofo – che la coscienza individuale è illusoria.

Ed allora Marx avrebbe cercato le leggi non dell’economia “vera” o “fisica”, ma della proiezione dell’economia nella coscienza super-individuale. La prima che si presenta è la coscienza della “classe”. Ma viene subito anche questa scartata. In un certo senso viene fatta al marxismo “serio” una seconda concessione. Infatti a Marx, a Lenin, a tutti i marxisti conseguenti e radicali, non è mai piaciuta l’espressione di coscienza di classe, anche applicata al proletariato. Questa nozione come tante volte abbiamo detto contiene implicita la condizione che la coscienza rivoluzionaria in tutti i componenti della classe sfruttata debba precedere la loro azione rivoluzionaria. Questa nozione, vista in fondo, è la più conservatrice che possa darsi: e di ciò fu detto con ampiezza nelle riunioni di Roma e di Napoli del nostro movimento, e raffigurato in schemi esplicativi che apparvero nel Bollettino interno, mentre altri ne sono predisposti che sono da pubblicare a tempo e luogo, e che vogliono indicare le varie schematizzazioni di operaisti, sindacalisti, ordinovisti, stalinisti, libertari, con queste ascisse: individuo, classe, partito, società, Stato, e le ordinate: interesse, azione, volontà, coscienza.

Ma, restando alla teoria dell’illusionismo marxista, che purtroppo potrebbe avere aria nelle vele dal deplorevole fraudolento monopolio teorico da parte dei comunisti stalinisti di oggi, non è chiaro se la materia Marx (dichiarato impotente a porsela nel mondo dei fatti reali) la cercasse, a fini di impastamento di miti-motori, nelle nozioni diffuse nel seno della classe operaia, o della classe borghese. Sembra che ci si riferisca piuttosto alla borghesia; ed allora Marx avrebbe esposto il sistema economico delle opinioni prevalenti nella borghesia. Ma allora Marx non aveva che a scrivere solo il quarto volume del Capitale, ossia la storia delle dottrine economiche. Meno ancora: dato che egli tante volte afferma che Ricardo è l’esponente teorico della classe dei grandi capitalisti industriali, il lavoro era bello e fatto copiando Ricardo. Perché dunque tanto largamente indicare dove questi sbagliò, e sostituire alle sue curve di sviluppo quelle ben diverse trovate da Marx, alla sua compensazione, la crisi e la rivoluzione? Sono dunque anche queste visioni che sogna la borghesia?

10. La coscienza “sociale”

Bisogna andare più oltre. Dato che Marx è condannato a scrivere il poema di una coscienza, e che questa non appartiene all’individuo, né alla classe, si deve andare alla “società”. Secondo il critico di cui si tratta, Marx sarebbe pervenuto a questa nozione, della coscienza della “società” di un’epoca data, nella specie della sua, della nostra, e avrebbe esposto nel suo “sistema” le linee dorsali di questa “coscienza sociale” che accomuna stranamente non solo gli individui tutti, ma le classi sociali, ed è comune ad esse malgrado il loro contrasto di interessi e conflitto economico! Anzi Marx non sarebbe pervenuto a questo dato, ma ne sarebbe addirittura partito come fondamento di ogni sua costruzione. Intanto egli avrebbe trattato di valore, in quanto tale dato è in quella coscienza. In questo solo senso avrebbe parlato di plusvalore, e di riduzione del primo e del secondo a tempi di lavoro, sapendo che questa era scientificamente una fesseria.

Poco importerebbe rincorrere tali cose da un vecchio libro di Labriola, se esse non si nascondessero sotto moltissime delle degenerazioni marxiste che sono sfilate e stanno sfilando nella storia che viviamo, nella storia della difficile lotta del proletariato, per il comunismo; se qui non si trovassero enunciate in modo in fondo non spregevole, talvolta suggestivo, ma tale da prestarsi a chiarire concetti non da dozzina e a fare una ripulita efficace in arsenale.

Labriola non ignora certo e non contesta la teoria della lotta storica di classe e degli antagonismi che spezzano la società capitalistica, questo va rilevato, e quanto meno non contestava tali dottrine al momento in cui scriveva un tal testo. Anzi mette in relazione la veemenza con cui Marx sentiva la insolidarietà sociale a questa scoperta di una coscienza sociale, tessuto connettivo comune a gruppi e classi diverse.

Non abbiamo bisogno di dedicarci a mostrare la inconciliabilità di una simile rischiosa tesi con la nozione della lotta di classe e con la dottrina, altrettanto ammirata come potente, del materialismo storico, perché il testo stesso ci piloterà all’arrivo.

11. Società e scambio

Non dimenticando che i professori hanno lavorato sulla fredda statistica dei prezzi e sulle vicende della circolazione, e devono aver fatto solida scienza, Marx ha dato leggi scultoree del processo produttivo, e deve per questi signori aver inscenato solo illusione ed agitato incandescenti miti, vedremo subito dove questa coscienza, in cui sono scritte – per burla – le leggi che Marx nella opera gigante ha tracciato, ha il suo basamento. Nella società dunque, nella “società economica”. Mai lette tali parole in Marx: bensì quella, in sede critica (ad Hegel appunto), di “società civile”, e ciò in tema di dottrina dello Stato, e presto vi andremo a parare.

Che cosa sarebbe dunque la “società economica”? La risposta è semplice: la società economica è lo scambio!

Ed allora una contrapposizione, che in fondo in fondo e con legge dialettica può essere la nostra, quella alla quale in questo rapporto lavoriamo: produzione contro scambio! Lotta contro pacificazione sociale! Vulcano che promette la veniente eruzione sociale, contro morta gora che impaluderebbe la forza rivoluzionaria nel fango mercantile.

Ed infatti udite: «Lo scambio pone l’accordo, ove la produzione pone l’antitesi». «L’ambiente proprio dell’idea di solidarietà è lo scambio». «Così vediamo che le nozioni di lotta e di solidarietà hanno ciascuna il proprio ambiente».

In questa stolta versione, che potrebbe essere pari pari prestata a Giuseppe Stalin, morto più giovane di Labriola, la critica di Marx avrebbe condotto alla apologia del mercantilismo pieno, andrebbe a spegnere le fiamme dell’incendio rivoluzionario nel limo fetido del pecuniario scambio di prodotti-merci.

La tesi infatti che una società socialista potesse avere una economia retta (per la Madonna! nella realtà e non solo nella illusione!) dalla legge del valore equivalente, ossia dello scambio di mercato, è la stessa che troviamo nel sillogismo falso del testo in esame. Del resto i sindacalisti alla Sorel sognarono (questa sì, vero ed insulso mito) una società in cui vigesse nello scambio tra i “gruppi di produttori” la intatta legge dell’equivalenza: poco monta se in quella di Sorel non vi era Stato, ma solo una costellazione di sindacati-cooperative; in quella di Stalin uno Stato-mostro fa il bottegaio in capo.

Il sillogismo zoppo eccolo qui: Marx ha detto che il valore non è una creazione individuale, ma sociale. Ma il valore è un dato non della realtà, bensì della coscienza: dunque coscienza sociale. Non vi è società né coscienza sociale se non nello scambio. Lo scambio vivrà in eterno.

Poiché per noi non lo scambio, ma la produzione è già fatto sociale, e come fatto sociale nasce dal rapporto di classi diverse, definiamo il valore prima e senza lo scambio, come un dato reale, scientificamente noto, della transeunte economia del capitalismo. E ora non resta, che facilmente ridurre la tesi della “santità dello scambio” ad una piatta apologetica della società borghese, e della controrivoluzione. La produzione capitalistica finisce con un ordine rivoluzionario che ha un connotato solo: non più scambio mercantile. Qui Marx giunse, e la storia giungerà.