International Communist Party

Il Programma Comunista 1954/17

Lue tipo quattordici

In Italia e in Francia la classe lavoratrice nella sua grande massa segue la politica dei partiti oggi detti del Cominform, che ancora le parlano a nome della lotta di Lenin contro i tradimenti dei socialpatrioti 1914, della rivoluzione di Ottobre, della terza Internazionale.

Negli altri paesi come Inghilterra, Germania, America, Giappone, il proletariato si schiera dietro partiti socialistoidi che continuano la tradizione della Seconda Internazionale, apertamente socialdemocratici e socialpatriottici.

In sostanza e dal punti di vista della storia di classe e delle prospettive rivoluzionarie le due situazioni si equivalgono e allo stesso titolo il capitalismo di quei paesi se ne avvantaggia e consolida.

L’analogia non potrebbe essere più evidente che nell’attuale campagna condotta dai cominformisti dopo il ritiro del governo francese dalla famosa Comunità Europea di Difesa, fatto presentato come un grande successo del proletariato mondiale, come un grande svolto nelle condizioni che possono condurre a guerre imperialiste.

Sono due posizioni egualmente illusorie ed agitate a fini demagogici. Nulla in sostanza è mutato nei rapporti delle forze di classe e di Stati col voto del parlamento francese e non è stata data la più piccola scossa al dominio del  capitale negli Stati dichiaratamente già schierati in uno dei blocchi, o in quelli che si coprono delle fumate di una politica di neutralismo, vecchia e vana risorsa ove l’ora della terza guerra, lontana ancora, fosse suonata.

Un passo ulteriore lo ha fatto soltanto il disfattismo di ogni forza autonoma della classe operaia nei paesi del mondo, la speranza che possa in termine non molto lontano e magari non così lontano come la «world war 3» aversi un ritorno sulle posizioni rivoluzionarie, della natura e della portata di quello che si ebbe dopo che la seconda Internazionale finì nella vergogna. Un passo ulteriore lo ha fatto solo il sabotaggio di ogni preparazione politica di classe e di ogni difesa e salvaguardia della storica dottrina rivoluzionaria del proletariato, alle cui consegne si sostituiscono sempre più quelle di omaggio alle ideologie borghesi più fruste e retrive.

 Volte le terga all’ottobre 1917 e al gennaio 1921 (al diavolo la Francia che non ha mai riscattato la vergogna dello sciovinismo operaio – un Thorez non sale un millimetro sopra un Cachin neanche col tour del force di affittarsi all’invasione hitleriana 1939), la vanteria di seguire ed affermare un metodo nuovo ed originale della lotta comunista, scoperto nei trenta e più anni decorsi, si dilegua ormai in una discesa al di sotto dei rinnegati di quarant’anni fa. I pretesi alunni ufficiali di Lenin si sono calati in fondo, e per termine di confronto non servirà un tipo unionsacrista come Cachin, poi tesserato nella Internazionale comunista, ma forse (e con le debite scuse) un Plekhanoff fautore della difesa della Patria e dello zar, per la Russia, e per l’Italia un Bissolati già gettato fuori dai socialisti nel 1912, un Mussolini analogamente liquidato nel 1914.

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Due posizioni nel 1914 si scontrano terribilmente. Quella dei traditori fece leva sul popolo e sulla razza germanici, per definizione o maledizione aggressori e militaristi, sul pericolo tedesco, sulla causa della guerra affermata nella sola esistenza di una simile nazione, governo, stato maggiore, dinastia, macchia nera inserita in un mondo democratico e pacifista color di rosa.

L’altra posizione si chiama Marx, si chiama Lenin, si chiama col nome ignoto di tutti i  militanti proletari che si rivoltarono alla ignobile intossicazione, e fece risalire la guerra alla esistenza, da tutti i lati delle frontiere, della capitalistica società di classe, del mercantilismo imperialista, della pressione esercitata inesorabilmente sulle macchine-Stati dal convellersi delle forze produttive giunte ad un massimo di tensione. La guerra nacque allo stesso titolo in Germania, come in Francia, in Inghilterra, in America. Nacque con la stessa genesi in Italia, Stato impegnato da patto coi tedeschi e sceso in guerra contro di loro. Nacque per la stessa via in Russia, e non perché (come dal suo lato bestemmiò la socialdemocrazia germanica) di lì muovesse la reazione feudale a distruggere la moderna società economica tedesca, ma perché solo per la via della guerra poteva e doveva la Russia muovere verso il capitalismo e l’ordine borghese. E in nessuno di questi paesi, unilateralmente o  bilateralmente, si generò la guerra per la volontà e la decisione di questo o quell’uomo di governo o gruppo di generali: questa genia di mangiatori ad ufo hanno il primato mondiale del frenetico desiderio di pace; e di nessuna lingua e di nessun colore se ne trovano dediti secondo la balorda espressione che ha appestato il mondo e il secolo, a scatenare la guerra, che si scatena da sé, e quella genia per prima sorprende rincretinisce e travolge.

Oggi, nella situazione della polemica sulla CED, che non è che una sigla da sovrapporre alla realtà della situazione del  capitalismo e delle sue egemonie economiche e politiche, si vedono adoperare nel seno della classe operaia, e senza che questa mostri di rifiutarle, le stesse parole e le stesse menzogne che furono, in quella memorabile lotta 1914-1919 ovunque usate contro i marxisti leninisti, contro la teoria del moderno imperialismo militarista, contro la demolizione delle menzogne sulla difesa della patria e sulla difesa della pace, contro soprattutto – e qui il dominante interesse delle borghesie di tutti i paesi (alleate o nemiche non importa nulla) – la terrificante direttiva: non già impedire la guerra, non già appoggiare da un lato qualunque guerra: ovunque sabotarla, mirare al fine supremo di trasformarla in guerra civile, in guerra di classe.

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Sentite i discorsi dall’alto del Cremlino o dai palchi delle Piedigrotte comuniste italiane: sono le alleanze militari che preparano le guerre – La guerra potrà essere evitata e la pace mondiale assicurata da una convivenza pacifica degli stati – la CED non era che il risorgere del «militarismo tedesco», lui, lui proprio che si rovesciò (Plekhanoff) sulla nostra patria russa, che attaccò (Mussolini) il nostro paese italiano. – La Francia del signor Mendes con la sua uscita dalla CED ha salvato la causa della pace europea – bisogna evitare che ora l’America riarmi la Germania, perché lì è il covo del virus militarista e consentendo al governo di Adenauer di avere un esercito, questo sarà affidato ai rinati generali hitleriani (perché poi gli stessi pericoli non si hanno per i tedeschi dell’est, se si ritorna a questa bestiale denunzia di razza, nessuno sa dirlo) – bisogna unire la Germania dell’est e dell’ovest sì, ma non bisogna lasciarla riarmare (la formula della pace  mondiale permanente è dunque questa: tutti gli Stati nazionali, e capitalisti del mondo, armati; la Germania, ritornata a Stato nazionale, e capitalista si intende, ma disarmata! E col ritiro di tutte le occupazioni militari! E con qual polizia (superarmata) che controlli lo Stato di disarmo, o maledetti imbonitori?).

Per l’eviramento della classe proletaria da ogni facoltà di orientamento rivoluzionario bisogna celarle la stessa storia, sfruttare solo le bestiali reazioni che travolgono la faccia piccolo borghese delle classi medie nella moderna società, con lo stesso imponente successo con cui cento grammi di olio di ricino scatenano la più fetida diarrea. Dagli al tedesco! dagli all’hitleriano! dagli al fascista!

Questa primissima colonna della salvezza borghese dispone dei mezzi più o meno carnevaleschi per lanciare miliardi di volte i suoi ignobili «motivi di successo»; per risponderle occorrerebbe poter ridiffondere nelle masse la storia autentica di un secolo di dibattiti e di scontri,  intorno alla guerra e alle guerre. Ognuna di quelle posizioni russo-italo-francesi falsa i fatti dieci volte e risuscita le posizioni contro cui l’Ottobre,  Mosca, Lenin lottarono fino a lasciarci se stessi.

Limitiamoci alla Francia, alla inenarrabile Francia di tutti i rinnegati del marxismo rivoluzionario. Allora schiaffeggiammo Poincaré-la-guerre, oggi, o lavoratori di ogni lingua, ci dovremmo sdilinguire per Mendes-la-paix? Entrambi si affittarono i deputati del proletariato, entrambi sculeggiavano in nome degli ideali antitetici ai nostri: democratici, massonici; facevano collimare la salvezza di «questa nostra civiltà» con quella dello Stato francese, della grande terza (o quarta che sia) repubblica uscita dal massacro al muro dei federati nel 1871. Oggi questo tipo di Stato, che dettò gli anatemi di Marx alla repubblica borghese, passa nelle file della causa proletaria! Lei, Marianna, lo Stato-cocotte, il Puttanone-in-capo della storia politica dell’ultimo mezzo secolo, il terreno di coltura di tutti i fronti interclassisti, di tutti i blocchi elettorali, di tutte le fornicazioni parlamentaridella politica popolare, che mandava in brodo di giuggiole nel 1900 al tempo di Combes quanto nel 1954 a quello di Thorez. La manovra di Palazzo Borbone sarebbe un atto di indipendenza di quella borghesia che non esitò ad offrire Parigi nel 1871 e ancora nel 1939 – eseguendo prediche dagli stessi pulpiti di oggi – al vincitore germanico, per poi rioffrirla al vincitore americano, sempre guidata – lei – da una sicura coscienza di quello che vuole: che non passi mai il terribile proletariato del 1848, del 1871…

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Si sarebbe in questi giorni tenuto un congresso di storici sulle origini del conflitto del 1914. In quei mesi si lottava terribilmente contro la versione disfattista della guerra-delitto, della aggressione austro-tedesca, per la denunzia del tremendo militarismo inglese, scorridore di mari, di quello francese, peste d’Europa. Mentre i pretesi discendenti degli antiguerrafondai di allora (chiacchiere! anche come persone gli anziani non sono che degli interventisti, dei mussolinisti 1915-17, se ci degnassimo di far contare i curriculaindividuali) naufragano nell’infranciosamento, forse i borghesi arrivano a capire quanto allora ai marxisti era chiaro. Politica di blocchi? La Triplice si spezzò colla defezione italiana. La Duplice, che oggi risorge vale solo a provare quanto Marianna è zoccola, veda da quel lato il cosacco o il paracomunista, mentre aveva fallito giri di valzer con Roma, con Londra. Londra, appunto, isolazionista come la supercapitalista America nella fase di approccio al secondo conflitto, fu convinta quale principale profittatrice di guerra: se si fosse saputo che era senz’altro pronta a sfoderare la spada a fianco dei francesi, la guerra sarebbe stata forse rinviata: assicurò Berlino che sarebbe rimasta ferma, avendo interesse che gli altri si rompessero le corna. Questo ed altro diranno gli esperti storici di 40 anni dopo.

Ma per i marxisti vi è ben altro che la cattiva o  la buona volontà di manovre diplomatico-militari. Il profilarsi di patti militari non è un’opera d’arte di capi, oggi veramente di microscopiche stature, ma è un anticipato effetto del procedere dell’imperialismo. Va sabotata l’economia capitalista e non questo o quel patto di carta o di acciaio.

E del resto vengono, quei signori di cui sopra, a dire che occorre un nuovo patto, ma sempre un patto, europeo, che unisca tutti gli Stati tra l’Atlantico e gli Urali, patto di pace, patto di convivenza.

Non è del tutto impossibile che un’alleanza di Stati militari europei (con o senza il tedesco?) si formi contro l’oppressione americana; la guerra non è vicina e lo schieramento non è affatto definito. Una simile guerra e la disfatta statunitense dovrebbero segnare la fine del capitalismo e la rivoluzione mondiale.

Ma non gabellate questo come coesistenza di capitalismo e socialismo! Farlo vale solo predisporre le condizioni perché il proletariato non alzi la testa nemmeno in quel non vicino svolto.

Se la storia avesse già dato un esempio dell’ipotesi di un Stato di dittatura proletaria presente tra gli Stati capitalisti del mondo, allora sarebbe ancora peggiore delitto fare campagne mondiali per la pace, la convivenza, e la difesa di situazioni consolidate, come confini, come istituti.

A dieci giorni o a dieci anni dalla guerra, allora la parola da dare con instancabile azione agli sfruttati di tutto il mondo sarebbe: guerra mondiale delle classi! Attacco agli Stati del capitalismo! Ferro e fuoco sullo Stato capitalista di Francia, di Germania, d’Italia, d’Inghilterra, di America!

Questa situazione non c’è. Come non corre differenza tra l’incanata al militarismo tedesco degli opportunisti del 1914, e di quelli del 1941, così – la prova storica è di tutto rigore – non ve ne è tra la politica militare del capitalismo fatta da Mosca, o fatta da Washington.

Ciò che non toglie che il traguardo favorevole alla rivoluzione sia in un senso solo: guerra generale – disastro dei vecchi mostri che troppe volte hanno vinto: Inghilterra ed America. – Traguardo lontano! Per ora: i festival vi bastino, o lavoratori.

Presente e futuro delle rivoluzioni d'Asia

Se discorriamo sovente di cose d’Asia non è perché movimenti demo-nazionali che hanno dato via a gigantesche unità statali suscitino in noi sentimenti di meraviglia o di stupore, come capita a moltissimi abitanti dei super-civili continenti d’Europa e d’America, cresciuti nella superstiziosa illusione che soltanto la razza bianca fosse capace di costruire fabbriche e foggiarsi moderni organismi statali, né perché sopravvalutiamo, come fanno quotidianamente i partiti socialstalinisti, la portata storica delle rivoluzioni sociali che colà hanno avuto luogo.

Non occorre scomodare l’Asia per trovare esempi di repentini rivolgimenti sociali che abbiano trasformato il carattere ed il modo di vivere di un popolo. Fino ad un secolo fa era la Germania a rappresentare ciò che fino ad ieri rappresentava la Cina in Asia. Basta leggere una sola delle famose invettive di Marx o di Engels contro la viltà e l’infingardaggine della borghesia prussiana per convincersene. Eppure, dalla guerra franco-tedesca del 1870 fino alla Seconda Guerra Mondiale, il capitalismo tedesco è rimasto un modello insuperato di dinamismo, di tenacia, di capacità di adattamento. Marx ed Engels avevano dunque giudicato male nel 1848 la borghesia prussiana? No, è la borghesia tedesca che in un secolo è cambiata, non certo per un collettivo sforzo di volontà, ma per le esigenze materiali della rivoluzione industriale scoppiata sulle rive del Reno. Non è materia di meraviglia per noi, che sappiamo ciò, la non azzardataprevisione che la progrediente rivoluzione industriale possa trasformare i cinesi – cioè un popolo proverbialmente sedentario e pacifico – in una sorta di tedeschi dell’Oriente.

D’altra parte sappiamo troppo bene che le rivoluzioni demonazionali di Asia costituiscono contingentemente un allungamento della vita del capitalismo mondiale, per lasciarci suggestionare dalle falsificazioni ideologiche dello stalinismo che pretende di spacciare il regime di Pechino per un governo proletario rivoluzionario. Certo, lo sviluppo dell’industrializzazione e della conseguente proletarizzazione dei ceti contadini, non della Cina soltanto, ma di tutti gli Stati asiatici di recente formazione, costituisce un elemento rivoluzionario di prim’ordine, in quanto diffonde nel continente asiatico gli effettivi del proletariato industriale fino a ieri confinato nell’arcipelago giapponese. Ma gli effetti di codesto gigantesco rivolgimento storico diverranno operanti ad una scadenza relativamente lunga. Al contrario le ripercussioni delle rivoluzioni nazionali asiatiche sull’economia, e quindi la politica dei massimi Stati capitalisti di Occidente, sono già tangibili.

A giudicare dall’andamento generale della politica internazionale che, nonostante gli episodi clamorosi della tregua di Indocina e del rigetto francese della CED, veleggia verso l’accordo e la stabilizzazione dei blocchi, l’enorme area Russia-Cina diventerà l’oggetto di un colossale intreccio di affari. Numero per numero, non abbiamo tralasciato di segnalare tutti gli avvenimenti e le dichiarazioni di grossi calibri della politica ufficiale che provavano, in maniera diretta o indiretta, le odierne prepotenti tendenze del gonfio industrialismo euro-americano a riversarsi nei solchi che gli ambiziosi piani di industrializzazione stanno aprendo in Asia. Ultima arrivata è la dichiarazione resa da Clement Attlee, di ritorno dalla visita in Russia e Cina, il quale ha espresso l’opinione che il governo di Pechino desidera avere scambi commerciali con l’Occidente.

Ritorneremo sulla dichiarazione di Attlee limitandoci per il momento a quanto detto, che chiarisce ulteriormente la natura dei legami che intercorrono tra i regimi rivoluzionari (in senso borghese) dell’Asia e le centrali mondiali del capitalismo. Tali legami sono destinati, nel futuro, a rafforzarsi e non potrebbe accadere diversamente, dato il carattere borghese dei rivolgimenti di Cina, India, Indonesia, ecc.

Ma, allora, le rivoluzioni borghesi asiatiche rappresentano o no un elemento di crisi e una causa di violenti conflitti imperialistici? Come si concilia l’affermazione che i regimi di Pechino, di Nuova Delhi, di Giakarta allungano la vita del capitalismo, funzionando da valvola di sicurezza delle industrie occidentali, con la previsione che gli effetti remoti della borghesizzazione dell’Asia aggraveranno la malattia mortale del capitalismo? Sicuramente la fine del colonialismo in Asia (dopo la conclusione della tregua in Indocina, rimane soltanto la Malesia nella condizione di territorio coloniale, non volendosi calcolare gli stabilimenti portoghesi e francesi in India) ha aperto una tremenda crisi nell’equilibrio mondiale, ma gli effetti tarderanno a manifestarsi. Le economie occidentali ne risentiranno i tremendi contraccolpi nella misura in cui il potenziale industriale accumulato in Asia tenderà a sganciarsi, essendo divenuto autosufficiente, dai vulcani produttivi d’America e d’Europa. Ma per ora l’Asia ha fame di prodotti industriali occidentali né le ditte esportatrici dell’Inghilterra, della Germania, degli stessi Stati Uniti, hanno minore bisogno di procurarsi mercati di sbocco in Oriente. Perciò non è affatto contraddittorio sostenere che le rivoluzioni nazionali asiatiche contribuiscono potentemente ad allungare la vita del capitalismo e nello stesso tempo a preparare da lontano crisi e conflitti di vastissima portata.

Sul piano politico mondiale i vittoriosi movimenti nazionali e popolari di Asia hanno avuto l’effetto, d’altra parte, di ritardare il processo di enucleazione delle forze rivoluzionarie del proletariato in Occidente. Per convincersene, basti riandare al tempo dell’avanzata delle forze cino-coreane nella Corea del Sud che tanto entusiasmo sollevò – mentre la vittoria di Mao tse Tung contro Ciang Kai Scek del 1949 aveva provocato soltanto curiosità – nelle masse lavoratrici dell’Occidente. L’inganno allora riuscì alla perfezione perché i partiti stalinisti giocarono sul contrasto nazionalista che opponeva la Cina e la Corea del Nord all’imperialismo nordamericano per provare il preteso carattere comunista ed anticapitalista della rivoluzione cinese. Sicuramente, le vittorie di Mao tse Tung avrebbero enormemente aumentato il prestigio dello stalinismo. Né è successo qualcosa, da allora, che testimoni di un mutato sentimento delle masse, le quali continuano a credere, debitamente lavorate dai demagoghi social-comunisti, che la rivoluzione anticapitalista marci sulle punte delle baionette dei generali russi e cinesi. Naturalmente, ciò ha impedito e impedisce alle esigue forze del marxismo rivoluzionario, ridotto a pochi gruppi internazionali, di estendere il loro raggio di influenza.

La differenza sostanziale tra le condizioni in cui si trovò ad agire nel primo dopoguerra il movimento rivoluzionario marxista, e quelle in cui ci dibattiamo noi, è che nel 1917-1920 il movimento rivoluzionario era in ascesa, essendo stato rafforzato più che danneggiato dalla sconfitta della rivoluzione del 1905 in Russia, mentre accadde, allo scoppio della Seconda Guerra Mondiale, che il movimento rivoluzionario, annichilito dal tradimento della dirigenza stalinista della Terza Internazionale, era praticamente inesistente. Le esecuzioni capitali dei bolscevichi russi avvenute alla vigilia della guerra (biennio 1936-1938), il tremendo repulisti e il catastrofico crollo ideologico provocato dalla guerra di Spagna, le radicali repressioni nazifasciste operate nell’intera Europa, si può dire che ridussero il movimento marxista a poche persone, miracolosamente scampate al macello, e, quel che conta di più, all’assassinio ideologico commesso dallo stalinismo. La fine delle ostilità permise la ritessitura degli sparsi gruppi sopravvissuti alla bufera controrivoluzionaria. Le ragioni dell’estrema durezza delle condizioni in cui essi si trovano tuttora a lottare per resistere e durare sono numerose e complesse, come sono di ordine essenziale ed accessorio. Enumerarle qui ci porterebbe fuori tema. Ma per quanto riguarda le rivoluzioni nazionali di Asia, va detto che esse vanno classificate fra le ragioni essenziali delle nostre odierne strettezze. Infatti esse hanno ridato allo stalinismo un volto rivoluzionario, sia pure posticcio e mentito. La guerra – durante la quale il governo di Mosca era passato dall’intesa con le democrazie occidentali all’alleanza col nazifascismo attraverso il Patto Stalin-Hitler dell’agosto 1939, per ritornare, al momento dell’invasione della Russia nel campo dell’imperialismo anglosassone – e l’immediato dopoguerra – che vide in piena efficienza il condominio americano-russo del mondo secondo lo spirito degli accordi di Yalta e Potsdam – avevano inferto colpi formidabili alla truccatura rivoluzionaria del potere di Mosca. Neppure le schermaglie della “guerra fredda” riuscirono a fugare completamente il sospetto delle masse – sia pure confuso e inespresso – che la scissione tra Stati Uniti e Russia ricalcasse il classico modello delle liti tra ladroni intenti a spartirsi la preda. Doveva svolgersi lo spettacolare film della travolgente avanzata delle armate di Mao tse Tung sui lanzichenecchi di Ciang Kai Scek e, un anno dopo, la calata irresistibile delle divisioni cinesi in Corea, perché il prestigio dello stalinismo internazionale riprendesse quota, atteggiandosi a guida della lotta mondiale contro gli Stati Uniti, roccaforte del capitalismo.

La rivoluzione di Mao tse Tung che completava l’opera iniziata dalla prima rivoluzione cinese di Sun Yat Sen del 1911, non era una montatura propagandistica dello stalinismo, come fu, ad esempio, la presentazione del carattere rivoluzionario del partigianismo in Europa. Era, e rimane, una rivoluzione effettiva operata da un reale capovolgimento del millenario equilibrio sociale cinese, anche se era compressa, ed è compressa, nei limiti dell’industrialismo borghese. Una forte ed influente organizzazione internazionale del comunismo marxista se fosse esistita all’epoca, avrebbe potuto fronteggiare la marea di istintivo entusiasmo sollevato nelle masse dalle ripercussioni del crollo del regime di Ciang Kai Scek, giustamente odiato per aver fatto massacrare con selvaggia feroce la Comune di Canton e Shangai nel 1927; ed avrebbe potuto farlo dimostrando il carattere e le finalità borghesi del regime trionfante di Mao tse Tung. Bisognerà purtroppo che passino degli anni perché si faccia strada la verità: essa ha fatto solo i primi passi a Ginevra, ove il primo ministro Ciu-en-lai fu amichevolmente accolto dai rappresentanti dei governi capitalisti di Francia ed Inghilterra. Bisognerà soprattutto che cessi la commedia del mortale conflitto fra Stati Uniti e Cina, dietro il quale si nasconde l’irresistibile reciproco richiamo di due economie complementari, che sono impedite di avvicinarsi solo dal determinismo della politica di alleanze internazionali che divide il mondo in blocchi di potenze.

Lo stalinismo, che in meno di un decennio, se si parte dallo sterminio della vecchia guardia bolscevica di Russia e ci si ferma alla conferenza anglo-franco-russo-americana di Potsdam, aveva fornito inequivocabili prove della sua vera natura, ha potuto prendere a prestito da una rivoluzione vera – anche se non proletaria e comunista – una falsa verginità rivoluzionaria. Gli sfacciati compromessi con l’imperialismo americano l’avevano per lo meno reso sospetto agli occhi di molti operai: oggi, invece, può produrre a garanzia il nuovo capitolo di storia cinese, truffando, naturalmente, come sempre. Spacciando, cioè, per non si sa che marcia verso il socialismo l’irrompere in Cina di forme industriali che, per fondarsi sul salariato, sono necessariamente borghesi e capitaliste.

Perciò dicevamo che le rivoluzioni asiatiche, segnatamente quella di Cina, costituiscono un allungamento della vita del capitalismo mondiale, in quanto offrono uno sfogo – sia pure temporaneo – alla produzione occidentale e in quanto rafforzano il prestigio dello stalinismo, partito guida della reazione capitalista. Ma si tratta di vantaggi passeggeri per la classe dominante borghese: presto o tardi, per forza di cose, i proletari di Europa e di America, gli stessi proletari di Asia, capiranno che lo stalinismo ha lavorato in Asia per il trionfo di rivoluzioni puramente e semplicemente capitaliste, e, nel resto del mondo, per la conservazione dello sporco dominio del capitale. La Cina è un nodo troppo grosso per poter evitare di incappare… nel pettine della storia.

Vulcano della produzione o palude del mercato? (Pt.5)

II – GRANDEZZE E LEGGI NELLA TEORIA DELLA PRODUZIONE CAPITALISTICA

12. Due inconciliabili lezioni

Ci è dunque giovato seguire una redazione tutt’altro che recente per una buona messa in fuoco di questioni vecchie e nuove, soprattutto di questioni che l’evolversi del “pensiero contemporaneo” non risolverà giammai. Il sempre più macchinoso garbuglio di esso deve estinguersi, prima che si vada oltre.

La critica cui abbiamo tenuto passo (proprietà intellettuale: Labriola prof. Arturo, Napoli) parte dal proposito di stabilire che l’opera di Marx non è di scienza dei processi economici, ma è compito da classificare nel campo della filosofia, ossia ricerca di dati della “coscienza” a proposito dei fatti economici. Perché a Marx interessava esporre questi dati, e non una teoria oggettiva dell’economia presente, e preferirli anche se contraddicevano a risultati della osservazione positiva, al punto di costruire volutamente un sistema di illusioni sociali? Perché – a detta di questa critica – Marx, idealista, volontarista, “attivista” (oggi dicono), sotto la scorza materialista, aveva bisogno di arrivare ad un programma di capovolgimento dell’ordine capitalista da attuarsi da masse “illuminate” dal capo teorico; e se a tale scopo serve meglio una nozione illusoria che una scientificamente valida, è la prima che va preferita.

In questa costruzione di stampo cerebrale e letterario, dunque, si cerca una volontà che cambi il mondo sociale (ed economico), si ritiene che una tale volontà non possa suscitarsi che diffondendo i dati di una “coscienza” di stampo interno, speculativo, della reale vita economica; si immagina (pretendendo che Marx lo abbia immaginato) che, svolto tal compito dal genio teorico, alla volontà seguirà l’azione irrompente delle masse. Dopo di che sarà quel che sarà, non essendo per pensatori del genere affatto necessario che si abbia l’avvento di una struttura sociale, quale Marx aveva mostrato di attendersi.

Interessava molto a noi contrapporre a questa “lettura” di Marx la ben diversa nostra. Marx fa sicura ed oggettiva ricerca delle leggi dello sviluppo economico e per esprimerle si serve di nozioni e di grandezze matematiche non iniettate da fuori nella realtà, ma in questa scoperte. Tuttavia Marx fa, sì, tale lavoro gigante solo per giungere al programma rivoluzionario e alla contrapposizione teorica e pratica di un nuovo assetto sociale al vecchio, ma – basterebbe qui a decidere la questione di interpretazione il materiale immenso con cui Marx distingue sé stesso dagli utopisti – tale programma non è sentito, scelto, voluto da Marx soggetto, ma esso stesso rinvenuto allo sfocio della ricerca positiva e scientifica. L’errore – tra tanti altri di Stalin – sta dove si dice che nelle pagine del Capitale si legge solo la descrizione e la critica della economia borghese, non la definizione dei lineamenti cardinali dell’economia comunista. Grandeggia dunque il programma e quindi la lotta per esso, ma la sua forza è di poggiarsi sulla reale analisi dell’economia presente; non si tratta di creare una presentazione di questa, deformata al fine di servire il prestabilito – dove e come? – programma.

Tutta la stortura vorrebbe essere sorretta da una lettura fuori posto della famosa ultima tesi su Feuerbach: troppo i filosofi si son dati da fare a spiegare il mondo, si tratta ora di mutarlo. La tesi vuol dire che se ci vogliamo allineare sul fronte del mutamento rivoluzionario – quando e quale la realtà lo impone, e lo insegna a chi vi sa leggere – è il caso di mandare in pensione i filosofi, che speculando in sé cercano le regole del divenire del mondo; stendendo ben altro ponte, non speculativo e idealista, tra dottrina e combattimento. Ed invece nella redazione che seguiamo si arriva a questo, che è tutto l’opposto: Marx non è economista perché come tale avrebbe spiegato sì, ma confermato, il mondo capitalistico: essendo invece votato a sovvertirlo si è fatto… filosofo!

13. Coscienza borghese, qui tutto

Pazientemente abbiamo seguito l’indagine sulla ubicazione di quella misteriosa coscienza, ove Marx avrebbe attinto le nozioni base, le figure tipiche della sua esposizione, di quella che diviene così davvero – a fragile consolazione di tutti i conservatori – una “sacra rappresentazione” di personaggi da leggenda. Si tratta di sapere quale sia il fertile sottosuolo ideale in cui Marx ha scavato il valore, il plusvalore, il profitto, il sopraprofitto, il prezzo di produzione, che non sarebbero – ahi di noi – esatte grandezze tra loro commensurabili e suscettibili di legami che formano scientifiche leggi, ma illusioni in cui la coscienza fermamente crede, e non altro.

Ricapitolammo: l’individuo no, esso è troppo fragile base per una coscienza da cui prendere in fitto figurazioni sia pure illusive – la classe nemmeno (il che dalla nostra opposta sponda avallammo. Ma poi perché? probabilmente perché, per ideologi come quelli in questione, soprattutto la classe è un personaggio illusorio di Marx burattinaio…) – e dunque, come avemmo ad approdare, la famosa “società economica”, pastone al tempo stesso di tutti gli individui e di tutte le classi, la cui potenzialità di possedere una comune visione dei dati sociali si fonda sul fattore dello “scambio”, tessuto connettivo che terrebbe insieme tutti gli elementi e i gruppi più diversi del magma sociale.

Eccoci al punto. La società contemporanea a Marx e ai suoi volubili interpreti è la moderna società borghese, plasmatasi in forme generali appunto col predominio dell’economia di scambio, di mercato. Prima del suo avvento non si sarebbe mai potuto parlare di una, sia pure nutrita di fallaci miti, coscienza sociale. Solo dove ogni oggetto di uso ha forma di merce ed arriva per il mercato, e la cifra del suo prezzo ne universalizza l’effetto su qualunque componente la società umana, solo allora, rotti i limiti delle piccole isole chiuse di produzione e consumo e quindi di vita, può farsi questa caccia alle farfalle delle “illusioni valide per tutti”, in quanto costume, cultura, opinione, prendono a circolare su vasto raggio alla guisa ancor esse di merci. Nelle società preborghesi, ove non possiamo ancora parlare di scambio e di mercantilismo (veda qui chi abbia modo ancora preziosi passi di Marx, nostro quasi quotidiano cibo, citati copiosamente, e regolarmente letti al rovescio) e ove oasi irregolari frammischiano diversi ed eterogenei “modi di produzione”, non si può certamente parlare di “società economica”. Ove sarebbe mai una società economica, quando ancora manchi una economia “sociale”, manchi cioè perfino un’economia nazionale, avendosi solo un mosaico e comunque un conglomerato di “economie locali”? Può apparire, ove una comune organizzazione politica e statale cominci ad apparire, una “società civile” nel senso di Hegel. Così nell’antica Atene o in Roma e nell’impero si aveva una società civile – sol che tutta la massa degli schiavi e dei semischiavi era “fuori della civiltà” sociale. La società economica (termine che rifiutiamo in linea di buone dottrine) significa solo questo: la società borghese, questo dato e peculiare prodotto della storia nel quale vige lo stesso “diritto economico” per tutti i cittadini.

14. Apologetica della civiltà capitalistica

Così Hegel, come tutti gli altri antesignani del “moderno pensiero critico”, e con essi tutti questi marxisti adulterati, sono sullo stesso terreno: la instaurazione della costituzionalità borghese, dello Stato democratico, è uno svolto tanto originale quanto decisivo della storia umana, in quanto rendere universale l’ambiente della società civile vale avere fondato, grazie alla virtù irrefrenabile dello Scambio, questo autentico feticcio: la Società economica.

E se Marx avesse cercato nei dati della coscienza generale di una simile società i tipi, le figure, le strutture della sua esposizione non sarebbe rimasto che alle nozioni – che poderosamente demolì – di libertà, uguaglianza, e come nella famosa citazione, di Bentham, sarebbe rimasto all’illimitato liberismo capitalista, dove in sostanza affogano i sindacalisti classici, Sorel alla testa.

Chi non ricorda la pagina finale del IV Capitolo: Trasformazione del denaro in capitale? «Questa sfera della circolazione semplice (…) è quella dalla quale il libero scambista vulgaris trae a prestito le sue concezioni, le sue idee, ed anche il modello del suo giudizio sul Capitale e il Salario». «La sfera della circolazione delle merci, in cui si compiono la vendita e la compera della forza di lavoro, è realmente un vero Eden dei diritti naturali dell’uomo e del cittadino. Ciò che vi domina è solamente Libertà, Eguaglianza, Proprietà e Bentham!».

Non occorre dunque battere lunga strada per mostrare a che si riduce questa pretesa dell’esistenza di una coscienza generale nella società mercantile, e della estrazione dal suo seno, ad opera di Marx, delle parti tutte del suo modello della società capitalistica. Essa risolve il marxismo in una sezione delle ideologie borghesi, vincola la classe proletaria e le sue organizzazioni a rendere omaggio ai capisaldi ideologici dell’ordine borghese e delle conquiste della borghese rivoluzione, facendo di tutto questo un limite insorpassabile alla sua azione. Come del resto nella concezione di quasi tutti i libertari, si eredita e si accetta con entusiasmo dalla borghesia moderna la sua realizzazione dei fondamentali diritti “civili” – che si identifica con la fondazione di una società economica mercantile; e solo si piatisce che dopo questa elargita libertà civile e sulle sue basi, venga alfine la libertà sociale, ossia la utopia dell’eguaglianza libero-scambista tra datore di lavoro ed operaio.

Ciò vale non aver visto come proprio Marx ha fatto crollare un tale baluardo, ha denunziato – costruendo il suo modello, impiantando la sua funzione della produzione – l’inganno secondo il quale capitalista e lavoratore sono entrambi liberi, eguali, proprietari della rispettiva merce, ed operanti per la soggettiva singola benthamiana utilità, «perché essi entrano in relazione l’uno con l’altro se non a a titolo di possessori di merci, e scambiano equivalente con equivalente».

15. Partito e teoria

Tutto questo vagolare per trovare un soggetto alla coscienza-miniera, dopo aver scartato l’individuo e scartata la classe, e l’introdurre questo strano supporto sociale fondato sulla comune atmosfera mercantilista che lega i componenti delle moderne società, è tutto uno storcer di naso per rifiutare il solo logico titolare che può assegnarsi alla “coscienza” e, meglio, alla teorica conoscenza propria del comunismo, dell’anticapitalismo; dopo avere in varie guise tollerato, ammesso, plaudito, che entri nella storia come fattore decisivo il genio intellettuale. Questo solo titolare della coscienza rivoluzionaria è il “partito di classe”. Ma questa sola parola suscita orrore nei libertari e nei sindacalisti del vecchio stampo, come nei più recenti opportunisti e centristi di ogni tipo, e perfino negli aspiratori di molti errabondi gruppetti che si dicono ortodossi e avversi alla corruzione stalinistica del proletariato, e che si bamboleggiano colle parole di avanguardia, dirigenza rivoluzionaria, circolo di studi, e via dicendo.

La teoria marxista in tutto il suo completo insieme, come economia scientifica, come interpretazione del corso storico umano, come programma di azione rivoluzionaria e definizione della rivendicazione della società comunista, non può pescarsi come dato di una collettiva consapevolezza di gruppi di uomini, e nemmeno di proletari. Essa ha per portatore una collettività ben limitata, anche quando i precisi confini in momenti convulsi ne divengono non facilmente identificabili, ossia il partito, nel quale al di sopra di spazio e tempo, di frontiere e generazioni, si raccolgono e si collegano i militanti rivoluzionari. In certo senso il partito è l’anticipato depositario delle sicure consapevolezze di una società ancora da venire e successiva anche alla vittoria politica e alla dittatura del proletariato.

Né in questo vi è nulla di magico, poiché il fenomeno è storicamente constatabile per tutti i modi di produzione e per quello stesso della borghesia, i cui precursori teorici e primi lottatori politici svolsero la critica di forme e valori del tempo affermando tesi, che successivamente divennero di accezione generale: mentre nell’ambiente che li circondava gli stessi autentici borghesi seguivano le confessioni antiche e conformiste, non ravvisando nelle enunciazioni teoriche nemmeno i loro palpabili materiali interessi.

16. Il virus disfattista

Non meno abituale nella corretta esposizione del marxismo è il dire che con particolare nettezza una simile “anticipazione” di forme sociali future è storicamente possibile per la classe operaia, sorta col mondo capitalista e grandeggiante nel seno di esso, rispetto alle vecchie classi rivoluzionarie e alla stessa borghesia.

Ma appunto per questo l’insieme del bagaglio dottrinale, proprio del partito di classe degli operai comunisti, deve particolarmente essere tenuto libero da vincoli di soggezione alle ideologie nemiche e soprattutto borghesi. Oseremmo dire che questa esigenza di incompatibilità dottrinale, settore per settore e linea per linea, si presenterebbe ugualmente – né temiamo qui di venire fraintesi – ove le nostre tesi di partito dichiaratamente distintive avessero per un momento più che sicurezza di scientifico risultato, valore di collettiva illusione rivoluzionaria. Non può senza una generosa semplificazione passarsi il frutto della ricerca scientifica dettagliata nell’impegnativo corpo di tesi, che il partito deve dare con linee forti e decise a sé stesso. E solo in un tal senso – e con stretta relazione a quanto nelle parti precedenti di questa trattazione fu detto sulla impurità delle società capitalistiche e delle stesse situazioni di classe del proletariato – potrebbe al non privo di intuito o di sprazzi di intuito Labriola concedersi, si tratti di Marx o dei convinti seguaci, l’impiego di un ingrediente dell’uno per cento di illusionismo rivoluzionario, come non si nega un bicchierino di cognac prima dell’urto al più eroico soldato.

Ciò tuttavia nella direzione della assoluta originalità ed indipendenza della teoria del partito da quelle della società borghese e della “coscienza corrente”. Ma se invece si traggono le norme di azione e i modelli teorici, come con l’impiego della solidarietà nello scambio e di simili travisamenti, da canoni e direttive della società di classe oggi dominante, allora si pratica il disfattismo opportunista di mille noti episodi storici degli ultimi decenni, allora si perpetra non l’illusionismo rivoluzionario attribuito a Marx come sola fonte di dottrina, ma un illusionismo borghese al cento per cento nelle file della classe lavoratrice. E così avviene che a questa i suoi propri principi, il suo originale programma, il fine della sua azione storica, sono occultati nelle fasi più decisive e cruciali, ed avviene che, come anche oggi, dimentica di tutto ciò sia pronta a combattere per le borghesi posizioni: patria, democrazia, costituzione, santità delle istituzioni statali e sociali vigenti.

17. Marxismo e “categorie”

Stiamo per lasciare uno dei vari testi della riva opposta che ci sono provvidi nella nostra giustificazione dell’impiego dei modelli della società capitalistica, con eguale regolarità di passaporto come lavoro scientifico e teorico e come ordinamento di battaglia di partito. Il modello non ha a che fare con la illusione della coscienza: come abbiamo mostrato, la seconda è l’effetto passivo delle forze formidabili dell’ambiente esterno fisico e sociale sulle volubili e corrive teste degli uomini, nel succedersi delle vicende storiche che essi recitano ma non possono capire; il primo è invece il modo spontaneo ed organico col quale si presenta la trasmissione dei rapporti tra i fatti in quell’arsenale di veri utensili e metodi tecnologici formanti patrimonio di notazioni, di registrazioni, di scritture, di algoritmi, che la specie umana faticosamente si assicura in una lunga serie di lotte; risultato che assolutamente non è personale e non è di classe, e che ci degneremo di chiamare risultato sociale solo nel lontano svolto in cui si avrà società, e non più classi. Il che tra l’altro è condizionato anche dalla formula: non più scambio, non più produzione per lo scambio. Produzione sociale per il bisogno sociale.

E solo alla fine di questa non breve discussione manderemo a spasso la parola con cui si volle, e si vuole in tanti casi, respingere Marx e le sue corrosive verità materiali nei lembi del sogno, delittuoso o generoso che si chiami: la parola categoria.

Marx avrebbe infatti, non individuate le grandezze economiche e la loro materiale misura e calcolo, ma introdotte le “categorie” nell’economia, così come i filosofi hanno sempre lavorato alla loro introduzione nella logica ossia nella generale scienza delle leggi del pensiero.

Il valore quindi di una merce, il suo prezzo di produzione, non sarebbero proprietà determinabili realmente della merce di cui si tratta, come il suo peso o il suo prezzo in contingente luogo e data. Sarebbero categorie, ossia generali nozioni del pensiero o del linguaggio di tutti gli uomini che di merci si interessano o discutono, né Marx avrebbe dato a quelle e a tutte le altre analoghe nozioni diversa e maggiore portata.

Nel sistema marxista, il quale getta le basi di una soluzione originale e diversa della questione della conoscenza, non hanno posto categorie di sorta.

Una concezione come ad esempio quella di Kant, di cui come dicemmo talvolta si vede in Marx un seguace (!), si svolge tutta nel dare la caccia ad elementi irriducibili del pensiero contenuti in esso pregiudizialmente ad ogni sua relazione col mondo esterno; e pur rovesciando molti idoli antichi, e lunghi secoli di filosofico illusionismo, si finisce col fermarsi a tre capisaldi almeno, non deducibili dall’esperienza fisica ed empirica. Essi sono le “intuizioni a priori” dello spazio e del tempo, premesse ad ogni scienza della natura. E nelle scienze della società sono gli “imperativi categorici” che, insiti in ciascun individuo, gli mostrano il bene ed il male, gli comminano di seguire la via del dovere e della morale.

Non è qui il luogo di svolgere i nostri accenni alla posizione marxista circa la conoscenza fisica e il millenario dibattito oggetto-soggetto: certo è che già la scienza ufficiale ha per lo meno mostrato che le due intuizioni spazio e tempo possono ridursi ad una sola.

Ma certa è la estraneità e la incompatibilità del marxismo con ogni sistema, religioso o idealista che sia, fondato sulla regolazione del comportamento individuale, come fondamento del procedere del meccanismo sociale.

Il marxismo non sarebbe nulla, se non fosse la riduzione di questi “valori” categorici, in materia di etica – ed anche di estetica, ossia di senso del bello o del brutto – allo stabilire leggi dei fatti materiali esterni che, secondo le quantità di oggetti e di forze in gioco, determinano i fattori economici e permettono di mostrare con quanta variabilità oscillino le risultanze etiche, ed estetiche, da secolo a secolo, da paese a paese.

Marx, se non dispiace, non si dedicò a fondare nuove categorie del pensiero, ma ad attaccare le poche che restavano in piedi e demolirne la irriducibile assolutezza; e l’economia non fu il campo in cui egli abbia condotto a passeggiare il filosofico estro, ma quello su cui solidamente si fondò per sloggiare la primordialità dei valori morali, estetici, e anche giuridici e politici, anatomizzandone la scarsa consistenza e la mutabilità incessante.

E se non da lui, tutte le residue categorie del pensiero classico saranno risolte e scomposte, come le nebulose coi grandi telescopi, a complessi di fisiche accidentalità varie, nella società di cui Marx tracciò le leggi di formazione.

18. Si serve roba fresca

Crediamo che i nostri ascoltatori non si siano stancati dell’uso fatto di testi tutt’altro che recenti e del tradizionale metodo di porre le cose in chiaro pettinando le tesi (le controtesi) dovute non a palesi nemici, a dichiarati avversari del marxismo, ma avanzate da tipi anfibi che si dichiarano a loro volta socialisti, filoproletari, e se occorre rivoluzionari. Esempi classici sono i Lassalle, i Bakunin, i Dühring (di cui nel libro ora chiuso non mancano elogi e rivendicazioni di serietà contro la scarnificazione fatta da Engels), i Proudhon, i Rodbertus e così dicendo.

Veniamo tuttavia a qualche fonte che non solo è recentissima e quindi si presenta come “al corrente” di tutte le posizioni e le scuole moderne, ma che per di più appartiene non equivocamente ai difensori aperti ed ufficiali del sistema capitalista: sarà interessante come venendo mezzo secolo avanti, e trasferendosi dai vaghi socialpopolari ai dichiarati capitalisti, suonano esattamente le stesse campane, e ci si vibrano gli stessi colpi, a noi ostinati e immobili marxisti.

Usiamo a tal fine una serie di articoli a puntate inseriti nel 1953 e 1954 nella “Organizzazione Industriale” ossia nell’organo ebdomadario della Confederazione Generale dell’Industria Italiana. Freschezza dunque di data, paternità ineccepibile: nulla da dire. L’autore, G. B. Corrado, è professore di economia, ma dove, questo non lo sappiamo.

Ci serviamo in ispecie delle serie: Concetto di valore e moneta che lo esprime – Moneta e matematica – Moneta e tempo. Ci troviamo subito di fronte ad una decisa presentazione del mercantilismo moderno e capitalistico come sistema di leggi “eterne” e “naturali”, dalle quali l’umanità non uscirà e non potrebbe uscire, perché sarebbe sospendere la produzione, quindi il consumo, quindi la vita, e fare un collettivo harakiri. Sebbene dunque qui siano utilizzate, non senza incomodare ogni tanto Dio stesso, tutte le enciclopedie edite fino adesso in tutte le lingue, e richiamate tutte le risultanze ultime sulla fisica nucleare, e i concetti modernissimi di meccano-geometria dell’universo e della materia, noi rileviamo al solito che Carlo Marx aveva letto Corrado, visto che risponde a Corrado e guarda dalla stratosfera i passettini dei Corradi tutti.

19. Il feticcio moneta

Basteranno poche citazioni per dimostrare come il “demiurgo” di tutta una tale teoria sia la “moneta”, che esisteva in principio, attorno alla quale si gira, a cui sempre si ritorna, pur definendola costantemente una “incognita”. Non una incognita nel senso dell’analisi algebrica, cioè una quantità che “si scrive” col simbolo x e si chiama incognita, ma al solo fine di determinarla nel suo esatto valore, bensì incognita in questo altro senso: che può esservi inflazione o deflazione, basso potere di acquisto o alto potere di acquisto, moneta pregiata o moneta depregiata, non monta: il denaro esercita parimenti la sua miracolosa funzione; guai se sparisse: tutto si fermerebbe di colpo e morrebbe la specie umana.

Un poco strano questo tentativo di economia matematica in cui la moneta è a volta a volta definita incognita, definita numero, definita costante. L’autore vuol dire che il numero-moneta collegato ad un dato segno, o banconota, può corrispondere nel corso del tempo, e da mercato a mercato, a mutevolissima quantità di un bene o di un altro, di una merce o di un’altra. Varia quindi come mezzo di scambio e anche come “titolo” sui beni. La parola costante è poi usata non in senso matematico, bensì storico: matematica e storia escono maluccio da tutto questo. Sentite: «La moneta in corso si presenta come una costante di valore mutevole e dal moto perpetuo». Ora per il matematico le quantità sono o costanti, se il valore è fisso, o variabili, se il valore è appunto mutevole.

Ma qui tutto vuole sfociare alla eternità della moneta, che sarebbe eterna quanto la produzione e la vita, tacendosi che si è avuta produzione senza moneta (primo comunismo, baratto) e vita senza produzione (prime comunità di uomini vaganti e frugivori). «La produzione – equivalente della moneta – ci fu e ci sarà sempre (…) Ci sarà quindi sempre la moneta perché essa è uno strumento indispensabile ai servizi della produzione e quindi dei bisogni eterni dell’uomo, creatura di Dio». Ci siamo con Dio, tornato ormai di moda per avallare dottrine claudicanti. Ma non sono creature di Dio gli animali, che consumano e non producono? E Dio non creò Adamo perché consumasse senza lavorare? In effetti le cose non andarono così: per quel che ci dicono i miti, inventore della produzione (dunque della moneta a dir di Corrado) fu Satana in veste di serpente; per i pagani il comunismo era capitanato in terra da Saturno, simbolo di ogni saggezza; il denaro lo inventò la truce Mammona, avida di sanguinanti olocausti. Ancora: «La natura dei beni economici, rivestendo le proprietà dell’infinitesimo e dell’infinito… [lasciateci tamponare col nostro poco imparaticcio di scuola teologia e storia, poi verremo alla matematica di cui si fa un diverso governo] avrà sempre bisogno assoluto ed imprescindibile del numero moneta che di tali scambi è lo strumento indispensabile».

Quindi moneta eterna all’indietro e all’avanti, e quindi «la moneta è una costante in quanto risponde ad una esigenza costante dell’umanità». Questo carattere “feticcio” della moneta, analogo a quello della merce, trattato nel paragrafo celeberrimo di Marx, che ne svelò per sempre il segreto in un rapporto di spostamento coatto di lavoro-valore tra uomini e uomini, è palese in quanto invece di dare dimostrazioni realmente storiche e sperimentali si ricorre ad ogni passo a fattori soprannaturali: «Il papiro diventa sempre più indispensabile alla produzione, che diventa sempre più sinonimo di scambio (!), e diventa sempre più sinonimo di scambio perché il Creatore ha posto come condizione tecnica della soddisfazione degli interessi del singolo la soddisfazione dei bisogni e degli interessi del prossimo».

Non occorre meno del Padreterno per assumere che l’interesse di un singolo a mangiare non coincida con l’interesse a far digiunare un altro o tanti altri, in regimi sia storicamente anteriori che posteriori allo scambio e alla moneta.

20. Somiglianze commoventi

Ha dunque tanta importanza che questo scrittore difenda con tale impegno l’eternità del meccanismo mercantile, la sua naturale immanenza all’economia, alla vita degli animali sociali? Indubbiamente: si scrive, si parla dal giornale consacrato soltanto alla difesa diretta degli interessi industriali, capitalistici, e si ha qui una prova che il capitalismo non può contrastare la nostra tesi della certa non lontana sua sparizione, e sostituzione con altre forme di produzione, che collegando disperatamente la produzione con lo scambio mercantile e con la mercantile legge del valore, dello scambio tra equivalenti.

Perché questo, collegandoci col “Dialogato con Stalin”, ci permette per via scientifica di dedurre che l’economia russa in tanto è mercantile in quanto è capitalistica, che la pretesa del famoso ultimo scritto teorico di Stalin sul socialismo che rispetta e applica la legge del valore, serve di rigorosa prova del carattere in effetti non socialista non solo della reale economia russa, ma anche della politica economica di quel governo.

Sono queste le effettive prove “a posteriori” di validità indiscutibile in sede di ricerca, che valgono anche quando la esposizione si presentasse, per facilità di diffusione, come una costruzione “a priori”. Mentre la stessa ricerca perde ogni credito, e ricade nelle costruzioni “a priori” per la sua stessa essenza, quando per provare un fatto smentito dalla osservazione empirica (eternità dello scambio) si ricorre alle decisioni di un dio.

Non meno suggestivo è che il modo di battere in breccia la nostra deduzione marxista del valore, e delle sue leggi “prima dello scambio”, abbia le stesse battute che trovavamo in uno dei tanti disertori del socialismo, come quello prima utilizzato. Sentite qualche altro passo. «Chi dà il valore alle cose sono gli uomini… perciò è assurdo parlare di omogeneità e costanza dei valori… Il concetto filosofico che il valore di una cosa, e la sua stessa esistenza, non sia quello che è in sé e per sé (ossia come potrebbe esserlo agli occhi di un essere perfettissimo come Dio), ma ciò che noi crediamo che sia, è l’espressione delle più comuni e ricorrenti realtà…. Anche qui l’immateriale domina il materiale, lo spirito trasforma la materia e le nostre stesse reazioni… Dio ha fatto l’uomo in modo che sia massimo il numero delle cose che possono piacergli… e ciò spiega, anche fisiologicamente (!), l’efficacia, il valore, l’utilità della pubblicità…».

Questo discorso ce lo sentiamo fare ad ogni passo (altro esempio del nostro terra terra andare a posteriori): sei un essere perfettissimo come un dio? No, e allora fregati, non puoi pretendere di sapere che cosa è la “cosa in sé” e di calcolare il suo valore; adesso ci penso io a dartela da bere, e a costruire la mia scienza e la mia prassi sulla statistica di come ho fatto fessi quelli che mi sono stati ad ascoltare. La sola scienza possibile è questa mia! La scienza, che si pretendeva – ammazzali! – scritta da Marx, di come gli uomini si lasciano illudere.

21. Matematica ed economia

Siamo al solito punto della fondazione di una scienza economica con metodi quantitativi e quindi con impiego del calcolo matematico. Le teorie sono molte dal campo borghese, ma tutte tendono a stabilire che si può tentare di scrivere la funzione dei prezzi e la funzione dello scambio, ma non si deve osare di introdurre e cercare di desumere con leggi matematiche la quantità: valore.

L’affare dell’applicazione della matematica alla scienza, nel campo fisico, mezzo secolo fa camminava “comme sur des roulettes” e si trattava solo di mettere analoghe rotelline sotto la fisiologia, la psicologia e la sociologia. Ma prima che a tanto si fosse giunti, hanno fatto un certo affare quelli che amano ogni tanto uscire dal seminato e far venire – più irriverenti spesso di noi crassi materialisti – alla ribalta la divinità, la immaterialità dello spirito e altri antichi o moderni stupefacenti: la faccenda del legame fra matematica e fisica solleva da qualche decennio dispareri e difficoltà di non lieve peso, ma soprattutto tali che il pettegolare culturgiornalistico ci ha potuto sovrapporre campagne sensazionali come quelle di moda a proposito di scandali da spiaggia.

Ora per dire da pover’uomini (i cittadini di Poveromo, località Apuana) qualcosetta in materia, cominciamo con lo stabilire che la cosa si imbroglia se si considera la matematica come una costruzione del puro pensiero, astratta e precedente ad ogni applicazione alla natura. Per noi essa è un utensile dell’umanità come tutti gli altri, quindi sempre più complesso ma mai definitivo e perfetto, che si deforma nell’impiego, e che viene trasformato da chi lo impiega ogni volta che se ne forgia uno novello: e per noi è impiego non di singolo anche eccellente, ma di specie collettiva.

Ed allora noi più che seguire elucubrazioni speculative sul piccolo e grande numero, sull’infinito e l’infinitesimo, seguiamo, per fare un po’ di luce da poveri portamoccoli (tra tanti fari abbaglianti) la storia della matematica usata in epoche successive dalla società umana, la quale anch’essa (lega contro la bestemmia, state ferma) riflette la successione dei modi di produzione.

Forse ricordate come la topografia nacque prima della geometria, e alla sua origine fu l’arte dei terminatori di campi dopo che le inondazioni fecondatrici del Nilo si ritraevano: sissignori, siamo imparziali, dobbiamo alla proprietà privata della terra il teorema di Pitagora e i libri di Euclide, e non lo diciamo (sarebbe da PCI) per tirare al comunismo tutti i ginnasiali.

Non faremo tutta questa strada! Arriviamo alla fine e al Corrado 1954. Ciò che egli sembra tratteggiare si chiamerebbe una “economia quantistica“. Non soltanto quantitativa, ma basata, come la fisica di Plank, sui quanta economici.

Il quantum è una porzioncina fissa, piccolissima, di energia, di luce, come il corpuscolo (atomo, particelle minori che l’atomo oggi si dice compongano) lo è di materia. Tutti i quanti sono uguali tra loro, e sono “insecabili”. Quindi la luce varia “a scatti”, sempre di tanto. Suppongo che il quantum di luce sia stato individuato, e che non sia il fotone, ma il nostro misero moccolo intellettuale. Voglio più luce, non posso aggiungere mezzo moccolo o due terzi di moccolo: o niente o un secondo moccolo uguale al primo: due moccoli. Poi non due e un terzo, non due e mezzo, ma tre, quattro, e così via. La luce insigne che promana da uno scrittore non come noi fossilizzato, ma in continuo aggiornamento, che acquisisce i dettami del progresso moderno e si tiene in pari con edizioni ed accademie, si misuri pure come mille, un milione dei nostri quanta-moccoli: non è permesso che ci accechi con novecentonovantanove moccoli e mezzo.

Se la natura funziona per quanti allora la matematica da applicare si riduce, è chiaro, alla teoria dei numeri intieri. Tra tre e quattro ad esempio si forma il vuoto, non ci servono più i decimali: le frazioni, e gli infiniti numeri irrazionali che era possibile con certe diavolerie inserire tra due frazionari diversi di un millesimo, e meno.

Studenti non urlate di gioia: solo aritmetica, non algebra, calcolo, analisi, ma l’altra aritmetica vi farà tremare vene e polsi: il pensiero ed il cervello si muoveranno molto più a fatica di prima.

22. Misteri dell’infinito

Nella matematica economica costruita al fine di rendere il concreto valore cosa incommensurabile e inafferrabile, vediamo fatta una gran parte a misure di moneta infinite e infinitesime: miliardi di miliardi di dollari, e miliardesimi se vi pare di reis brasiliani. Ma a che servono queste astrusità se non a difendere disperatamente il segreto fasullo del feticcio-moneta, la sua inconoscibilità come valore? È avvenuta non poca confusione.

Vediamo un poco. Da millenni gli uomini quando hanno bisogno di matematica usano due apparati, che si chiamano del discretum o del continuum. Domandarci se la natura è fatta (creata…) secondo il discreto o il continuo, non ha senso alcuno, trattandosi solo di vedere come meglio, in date fasi della sua vita fisica, la specie umana ha realizzato vantaggi usando, per dati complessi di rapporti materiali del circostante ambiente, i due utensili: il computo del discretum, il computo del continuum.

Non vediamo molto probante quindi il… bottone attaccato a proposito di un bottone della giacca, che ai nostri sensi appare fatto di un materiale continuo, ma che secondo la fisica moderna consta di invisibili molecole, queste di atomi, gli atomi di nuclei ed elettroni, i nuclei di protoni, neutroni, eccetera. Niente paura, nemmeno quelli della Confindustria portano bottoni di uranio, ma delle solite inerti pastiglie senza sale né pepe di radioattività. Vogliamo dunque anche scomporre il prezzo infimo del bottone in molecole economiche impalpabili, sebbene i ragazzini sul marciapiede si giochino bottoni, proprio perché sono la sola cosa che per essi non ha prezzo, e trovano ovunque senza moneta?

Anzitutto, se usiamo un apparato quantistico, o discreto, o di soli numeri intieri, avremo sì in gioco la legge del grande numero (che nella fattispecie non ci imbarazza, poiché se il tempo di lavoro, ad esempio, non consente di stabilire il prezzo di quel solo oggetto, consente sicura ricerca per milioni di simili oggetti presenti sul mercato…) ma non sarà più il caso che di parlare di grandezze finite: non infinite, né infinitesime. Tutto è misurato da un numero: questo non può essere più piccolo di uno, che è finito, e può essere grandissimo, ma sempre segnabile con una serie di cifre figurative. Quindi un tale infinitare non è, nella questione del valore mercantile, che farragine e spauracchio, checché sia dell’universo, e del bottone.

L’uso ad ogni modo dell’utensile matematico discreto non solo è antichissimo, ma precede l’altro: il postulato della continuità di Dedekind caratterizza la produzione sociale nell’epoca borghese. Ma era già apparso prima, con i grandi dialettici greci, e ciò con analogia alla possibilità di definire un capitalismo (certo un mercantilismo) nel mondo classico.

Pitagora concepisce ancora la linea geometrica secondo il discretum: è una fila di granellini invisibili di minutissima sabbia. Tra due punti (granelli) della linea deve esistere un numero finito (grande quanto si voglia) di punti intermedi. Pitagora applica il suo teorema al famoso triangolo del muratore: tre, quattro, cinque: tre metri su un lato, quattro sull’altro a squadro, cinque sulla diagonale. Si verifica nove più sedici venticinque (il più analfabeta dei muratori non verifica, ma fa così tracciando lo spiccato della casa). Ma se il triangolo fosse (senza andar lungi) tre e tre… la “ipotenusa” non sarebbe più data da un numero esatto: questo avrebbe infinite cifre decimali. L’utensile pensiero dovette fare un grande balzo. I pitagorici erano ancora uno stadio precritico del pensiero della classe dirigente greca: si affidavano alla teosofia, alla trasmigrazione dell’anima; eccellevano nella musica che sommamente impiega matematica, ma con l’utensile discretum: rigidi numeri finiti danno le vibrazioni delle corde a unisono o intonate tra loro.

23. La freccia e la tartaruga

In una società teocratica può bastare a dirigere un popolo di agricoli la mistica e la musica, non basta in una società di artigiani avanzati ed in un certo senso di industriali (anche se con produzione schiavista e non salariata). Qui occorre misurare, pesare, definire misure e quantità di merci che si imbarcano per mercati lontani, sia pure ancora mediterranei.

Zenone va oltre Pitagora. Se la freccia, dall’arco del cacciatore alla mira, percorre sulla sua traiettoria tanti punticini, allora quando è in uno di essi è ferma, e non si muove, ma pure va da un capo all’altro. Ed allora: dimostrazione che il moto non esiste? Questa fu la banale lettura: il potente dialettico Zenone di Elea dimostrò invece che, dato che il moto esiste (poiché se fai i soliti dubbi sull’esperienza, ti faccio provare a configgerti la freccia nel deretano) necessita concludere che sulla traiettoria – finita – i punti sono infiniti, e che la freccia percorre spazi “evanescenti” in tempi “evanescenti”, ma tuttavia il rapporto di questi spaziucoli a questi tempuscoli dà la velocità, concetto concreto e finito.

Tale l’atto di nascita dell’infinitesimo: col quale nacque (nella testa dell’uomo) l’infinito. I trenta metri di corsa della freccia li posso dividere in trenta appunto, in trecento decimetri, in tremila centimetri, in trentamila millimetri, ma ho anche imparato a dividerli in trattolini così corti, che la loro lunghezza è come nulla, e il loro numero va oltre tremila, trentamila, e tre seguito da mille zeri. Lietissimo to meet you; onoratissimo, signor Infinito. Ed io, homo sapiens.

Ora se l’economia fosse quantistica come Corrado mostra credere, non ci sarebbe motivo di applicarle, oltre al calcolo di probabilità e alla legge dei grandi numeri, anche l’algebra, la commensurabilità delle parti del valore, e il calcolo, apparato che germinò all’epoca borghese (Leibnitz, Newton) dal greco seme. Ed allora non ci sarebbe motivo di tanto rumore sugli infinitesimi di valore. Ma a noi interessa il calcolo infinitesimale solo come mezzo di trovare quantità finite nelle nostre formule sul capitale costante, il salario, il profitto, la rendita, come interessava a Zenone per qualche cosa di ben finito e concreto: la velocità della freccia.

Zenone è poi famoso per l’Achille, che nella versione di sofisma (la sofistica non fu pagliettismo ma un moto rivoluzionario e critico contro il tradizionalismo religioso e autocratico degli oligarchi) diceva: il piè veloce Achille non può raggiungere la tartaruga. La storiella è bellina. Achille parte handicap, ossia a mille metri dalla tartaruga. Fa i mille metri, ma quella davanti a lui ne ha fatti cento. Corre i cento, ma quella è a dieci. Vola i dieci, ma l’altra precede di un metro. Travalica il metro, ma quella è a dieci centimetri. Il ragionamento va all’infinito, ma la tartaruga sta sempre un certo che più avanti: ha vinto la gara. La soluzione è che sommando infiniti tratti corsi da Achille si ha una lunghezza finita ed esatta (se vi interessa è diecimila diviso nove, ossia metri 1.111, virgola uno, uno, uno…) dopo i quali la tartaruga è raggiunta. Tale lunghezza finita è la somma “di infinite piccole lunghezze”.

Tutto il ragionamento Confindustriale sulla eternità dello scambio vale il sofisma di Zenone (nella borghese lezione fasulla). Poiché la moneta e lo scambio sono eterni, l’Achille proletario non raggiungerà mai la tartaruga capitalista. L’economia matematica non ha integrata la questione, noi, con don Carlo, sì: tra poco la porremo allo spiedo.