International Communist Party

Il Programma Comunista 1954/18

Alla gogna i borghesi "di buona condotta"

Con la svolta che ha preso lo stupido romanzo a fumetti dello scandalo Montesi corriamo il rischio di diventare noi, povere vittime della stampa, della radio, delle conversazioni da salotto, da ufficio, da caffè, tutti cocainomani. Pare infatti che non vi siano altri mezzi, oltre gli alcaloidi o il sonno letargico, per sfuggire alla martirizzante noia della speculazione politica che i partiti di Montecitorio-Capocotta stanno, con tenacia da cimici, facendo sul caso, cioè il CASO, il CASO MAI VERIFICATO FINORA. Un altro mezzo ci sarebbe: costringere le donne degli onorevoli senatori e deputati della Repubblica a licenziare alle stampe, secondo lo stile della signorina Caglio, la biografia sessuale dei loro rispettivi mariti e compari. Se, come pretende la sinistra socialcomunista, la società deve dividersi nella classe dei casti e in quella dei peccaminosi per lussuria, allora vorremmo proprio sapere da fonte diretta come si comporta a letto Palmiro, e come ama Pietro, e come corteggia Gian Carlo. Visto che alle prossime elezioni i liberi cittadini della Repubblica saranno invitati a votare contro i corrotti e i viziosi vorremmo proprio che i candidati della Virtù e della castigatezza provassero, non diciamo con i metodi spicciativi di Origene, quel famoso dottissimo Padre della Chiesa che per sottrarsi alle insidie delle … Wilme dell’epoca si privò volontariamente dei mezzi fisici indispensabili, ma provassero comunque la loro stoffa di incorruttibili Robespierre da letto matrimoniale.

Per un Parlamento che fino a ieri  contò fra i suoi membri un pederasta provato e altri sicuramente ne contiene di clandestini, e proprio nel settore del più acceso puritanismo sessuale, è davvero ridicolo elevare quasi a fatto storico le misere gesta erotiche di una combriccola di minorati fisici. I quali, pur essendo completamente alieni dalle vocazioni autolesioniste di un Origene, in pratica, cioè nelle pratiche amorose proprio da altrettanti Origene si comportavano, come è provato dal fatto che la povera «figlia di famiglia», come paternamente Togliatti definì in un pubblico comizio Wilma Montesi, era ancora in grado, dopo solenni Capocottature collettive, di provare con certificato medico il proprio pulcellaggio. C’è che a stendere l’attestato doveva essere il perito settore, ma ciò che dovere ci comporta? Dovremmo forse per pietà fisica verso un cadavere di donna – che è poi un puntino nella moltitudine di esseri umani che quotidianamente periscono per cause sociali – immergerci nella nauseante poltiglia dei vermi elettorali che quel misero cadavere doveva alimentare?

I rivoluzionari giacobini, che il social-stalinismo si sforza invano di emulare, mandando alla ghigliottina la Du Barry, cioè la venere delle Capocotte dei Re di Francia, non vollero certamente fare le vendette della Virtù offesa, infinitamente più classisti dei chierici di Togliatti, si dissero che se la ghigliottina era bene meritata dai rappresentanti del feudalesimo antiborghese, la stessa sorte andava imposta anche a coloro – lacchè, servitori, prostitute di lusso – che comodità e sollazzi vari avevano procurato alla nobiltà dominante. Coerentemente tagliarono la testa ai re ed alle amanti dei re.

Con ciò non si vuol tentare nessun paragone, ce ne guardiamo bene, tra Wilma Montesi con madame Maria Giovanna Becu contessa Du Barry, la quale almeno non faceva il doppio gioco con la Virtù e il Vizio. Se facessimo un tal parallelo, dovremmo pure indicare tra le teste di legno del gruppo parlamentare comunista, gli equivalenti politici dei conquistatori della Bastiglia. E allora chi di esse paragoneremmo a Mirabeau? Gian Carlo Paietta? … Che ridere!

Ma il richiamo storico serve per dimostrare come i capi del P.C.I. stiano al di sotto persino dei rivoluzionari borghesi di un secolo fa. I Marxisti non sanno che farsene del concetto di colpa, che ha un’origine prettamente religiosa, cioè idealistica. Se, infatti, si ammette che gli uomini sono divisi in campi nemici perché divisi in classi sociali, e se si riconosce che la divisione della società in classi è l’effetto permanente dei rivolgimenti della tecnica produttiva, non si può, senza incorrere in irrimediabile contraddizione, personificare né in individui, né nella stessa classe dominante, le cause delle divisioni e degli odi sociali. La classe dominante non è tale perché decida essa stessa di esserlo: è, invece, essa stessa un prodotto delle forze economiche sociali. Ciò non toglie che tutte le infamie e le assurdità pazzesche della società capitalistica – dalla disoccupazione alla guerra – siano materialmente sostenute dalla classe dominante, la quale continuerà inevitabilmente per tale via finché non interverrà la rivoluzione a gettarla via dai posti di comando della macchina produttiva. Ora, se la classe dominante non si vuol considerare, com’è, un ostacolo materiale alla introduzione di una nuova forma di gestione delle forze produttive, ma, secondo il criterio idealistico-religioso del libero arbitrio, la si vuol vedere nelle vesti di imputata, allora rigore logico vuole che sullo stesso banco dell’accusato segga la classe soggetta, la quale, non decidendosi a fare la rivoluzione, rende possibile l’allungarsi della catena dei delitti della classe dominante!

L’opposizione social-stalinista si dimena come un ossesso per provare, se non la complicità,  il favoreggiamento accordato dal Governo Scelba ai capocottari. Quasi che ci fosse bisogno di prove scritte per saperlo! Vanno a caccia, i comunisti-questurini, di colpe e di colpevoli da tradurre davanti al giudice. Con ciò dimostrano di essere convinti, alla giacobina, che le controversie sociali e i conflitti tra le classi debbano essere risolti sottoponendo a giudizio le parti. Con criteri del tutto opposti, i bolscevichi russi, allorché scoppiò la guerra civile e divenne chiaro che lo zar prigioniero tendeva a mettersi alla testa della controrivoluzione, procedettero ad eliminare la famiglia imperiale.. I giacobini presero uguale decisione nei riguardi di «Luigi Capeto», ma, essendo dei borghesi anche se rivoluzionari, inscenarono la gigantesca montatura del processo al re e questi fu portato davanti alla Convenzione in cui l’ipocrisia dottrinaria democratica impersonava nientemeno che la Nazione.

Non intendiamo affatto, e sarebbe veramente comico, fare raffronti storici, sebbene sia indubbio che il duo Montagna-Caglio avrebbe potuto, per provata capacità di furfantesca energia e scaltrezza, reggere lo scettro del Cremlino molto meglio che l’abulico Nicola II e la squilibrata zarina sua moglie. Ma tirare in ballo fatti e partiti defunti serve a comprendere l’opera del P.C.I. I parodistici convenzionali di via Botteghe Oscure stendono da anni fulminanti atti di accusa contro la classe dominante, non perché mirino, come facevano i giacobini nei confronti dei nobili, a far fuori il maggior numero possibile dei suoi membri. Ah , no! Lo stalinismo fa il processo alla classe dominante per sceverare  i borghesi «onesti», i borghesi incensurati, i borghesi di buona condotta, e raccomandarli alla ammirazione e alla stima delle masse operaie. Da mettere alla gogna, e possibilmente spedire in galera, sia pure in celle a pagamento, sarebbero soltanto i borghesacci, i borghesi disonesti, quelli che fiutano cocaina, che si ubriacano, vanno a letto con donne che non sono le loro legittime mogli e, quando capita, ti sbudellano le loro socie di orge e te le abbandonano agonizzanti su una spiaggia deserta. In altre parole, gli operai, gli sfruttati, i morti di fame e di disperazione dovrebbero andarci piano ad elevare un benché minimo giudizio sul padrone della fabbrica e sui loro aguzzini, o sull’usuraio o sullo sparviero affarista, badando anzitutto a condurre accurate indagini, a ciò egregiamente addestrati, dai Nat Pinkerton della Unità , sulla condotta morale dei loro sfruttatori.

Con una faccia tosta difficile da trovarsi persino tra i compilatori-venditori di memoriali scandalistici, la Direzione del P.C.I., nel bel mezzo della gazzarra parlamentare attorno al caso Montesi saltava su, quasi fosse una novità, a «chiedere che finalmente all’Italia sia dato un governo diretto da uomini onesti, su cui non gravi nessun pesante sospetto di complicità ed omertà delittuose».

La Direzione del P.C.I. crede di agire rivoluzionariamente invocando ciò che non è mai mancato in Italia e nel mondo borghese, cioè appunto un «governo onesto». Bisogna intendersi sulle parole, riferendole al contenuto di classe dei rapporti cui essi alludono. Governi «onesti» lo furono i governi di Crispi, di Giolitti, di Mussolini e quelli esarchici o tripartiti del post-fascismo; lo furono perché non tradirono il mandato ricevuto dalla borghesia dominante, perché fecero onestamente il loro mestiere di corruttori e di boia del movimento operaio. Non ebbero una doppia vita, sostenendo ora gli interessi borghesi ora dando una mano al sovversivismo proletario.

Il solo reato che la borghesia condanna e reprime ferocemente è l’attentato all’esistenza del capitalismo, cioè del modo di produzione vigente che getta al proletariato le briciole della ricchezza sociale nella forma del salario e consegna nelle mani di una ristretta classe di sfruttatori masse enormi di prodotti nella forma del profitto. Da questo punto di vista, che è l’unico possibile per i comunisti rivoluzionari, tutti i governi che si sono succeduti a Roma, dall’Unità ad oggi, epoca del trionfo della signorina Caglio, hanno osservato una «buona condotta» di fronte alle leggi di classe della borghesia, compresi, naturalmente, i ministri esarchici e tripartiti in cui si celebrano le oneste nozze di stalinisti e cattolici.

La Direzione del P.C.I.  non giudica il governo dal suo contenuto di classe, ma dal modo in cui i ministri danno soddisfazione alle esigenze dei loro stomaci e dei loro organo di riproduzione: se ubriaconi, crapuloni, donnaioli o giocatori, nulla da fare, il P.C.I. si scosta disgustato, non perché scopra nel libertino sperperatore il borghese che si mangia il profitto, ma solo perché vede in esso un borghese «disonesto». Il P.C.I. non aborre dai borghesi «onesti», vale a dire dai distinti signori che, messi davanti al duro dovere di mangiarsi i profitti estorti agli operai e ai braccianti agricoli, non domandano alle infernali polverine peccaminose ebbrezze ma raggiungono lo stesso scopo bevendo spumante, che fanno fronte ai loro obblighi demografici servendosi della cooperazione delle legittime mogli, che non mettono in circolazione assegni a vuoto avendo una solida situazione economica. Il borghese ideale rimane per i  sant’occhi del P.C.I. il signore Filippo Derblay, il famoso «padrone delle ferriere» del noto romanzo, il quale, messo alla porta dalla sposa mentre scoccava l’ora X della prima notte, non si diede per questo in braccio alla deboscia, come un qualunque Brusadelli o Dado Ruspoli, ma caparbiamente si gettò nel lavoro di gestione delle sue ferriere, badando unicamente ad ammassare profitti. Ecco un modello di un borghese onesto, di capitalista di «buona condotta morale»!

Ad onta di tutti i bacchettoni ipocriti del P.C.I., i quali magari complici i festivals dell’Unità, non chiedono che di avere le stesse avventure erotiche dei frequentatori di Capocotta, che era poi nient’altro che un bordello riservato tra le migliaia di bordelli pubblici che vanta l’Italia; ad onta di tutti gli arrivisti che attendono da una vittoria elettorale del P.C.I. la possibilità di imbastire le stesse speculazioni che rinfacciano all’imprenditore Ugo Montagna; il nostro schifo più irriducibile va ai borghesi  «onesti» e ai loro ammiratori, ai sacerdoti fanatici del dio Capitale. Fossero i capitalisti altrettante copie di Filippo Derblay, fossero tutti morigerati catoni, il loro potere andrebbe egualmente distrutto.

La classe lavoratrice non deve vigilare sul «come» i capitalisti si mangiano i profitti estorti al lavoro salariato: lo scandalo non è costituito dal fatto che i salariati sono, in definitiva, quelli che pagano le prostitute di lusso che sollazzano i porci borghesi. Anche se parte del profitto del capitalista viene impiegato nella costruzione di ospizi e di orfanatrofi, lo scandalo rimane. Se proprio si vuole usare un criterio «morale», tutto il capitalismo è uno scandalo, perché dissipa e sperpera nella voragine del mercantilismo masse enormi di prodotti, di cui gli stipendi per prestazioni amorose pagate alle signorine tipo Anna Maria Caglio rappresentano un microscopico atomo. Onesti o disonesti che siano, incensurati o pregiudicati, i borghesi sono i nemici, sono la classe che si oppone alla soppressione del capitalismo. Per gettarli nella fossa il proletariato non deve premunirsi di certificati penali, ma della violenza rivoluzionaria.

Non vogliamo un «governo diretto da uomini onesti», ma un governo di giustizieri rivoluzionari. Il P.C.I. non può fornire, nonostante i nomi altisonanti del suo gruppo parlamentare, né «onesti» né tantomeno rivoluzionari.

Anche in ritardo la guerra rende profitti

Se l’alta industria e l’alta finanza hanno convertito la guerra nel grande affare della ricostruzione (in vista della quale e delle precedenti massicce distruzioni il conflitto era, d’altronde, stato scatenato), i rappresentanti della cosiddetta alta politica hanno messo a frutto l’investitura ricevuta durante il macello per un altro grande affare: la ricostruzione degli avvenimenti attraverso memorie, biografie e libelli. L’hanno fatto Churchill e tutti i «grandi nomi» della diplomazia o dell’esercito americano; l’hanno fatto e lo stanno facendo i generaloni tedeschi; ed ora ci si è messo De Gaulle. Il valore di questi «documenti» è nullo, giacché il loro unico scopo, anche quando rendono pubblici testi che a nessuno altro sarebbe concesso di utilizzare, è di porre il misero protagonista al centro di eventi che furono in realtà dominati da forze impersonali, e, naturalmente, di realizzare profitti sul gusto scemo, ma sapientemente coltivato nel pubblico della «rivelazione» e dello scandalo. Ma non è il valore intrinseco delle merci che interessa al capitalismo: non è al valore d’uso ch’esso mira producendo, ma al profitto e questo si può raccogliere a piene mani anche con le merci più inutili o dannose e frugando macabramente nei cimiteri di guerra.

Per noi, se un interesse hanno questi libri, esso sta nel fatto che, certo involontariamente, contribuiscono a demolire il castello di finzione e di retorica elevato da una paziente propaganda a giustificazione del carnaio. Churchill, da un lato, De Gaulle dall’altro (citiamo due nomi, solo per non citarne decine e decine), hanno infatti pescato il «pepe» del loro racconto in quei retroscena della guerra in cui i campioni della liberazione universale, i fraterni alleati, i crociatisti della libertà, eguaglianza e fraternità, apparvero nella loro veste reale di mercanti in aspra rabbiosa concorrenza, in cinica e spietata lotta per la conquista di mercati, nell’ansioso sforzo di fregare l’amico, il «fratello» e l’«uguale». Nel «fronte unito» dei liberatori, America, Inghilterra, Russia, Francia e minori furono, sin dall’inizio, essenzialmente occupati a darsi lo sgambetto non meno (e spesso più) che a darlo al cosiddetto avversario; a contendersi zone d’influenza; a manipolare preventivamente la pace a proprio uso e consumo e a danno del concorrente. Mentre al pubblico si presentava lo spettacolo esterno dell’agire concorde e disinteressato di nazioni buttatesi nella fornace della guerra al solo scopo di liberare gli altri, e in nome di questa concordia e di questo idealismo da cavalieri erranti si invocava ― e, ahinoi, si otteneva ― la collaborazione fra le classi, dietro questa facciata si svolgeva un duello serrato, una lotta a coltello, e il generale americano Patton sognava di infliggere al fratello inglese Montgomery una nuova Dunkerque, e Churchill liquidava il patrimonio siriano del caro alleato De Gaulle, e Stalin brigava per assicurarsi una fetta di «mondo libero», e tutti gli altri ne barattavano la concessione contro l’ingollamento di altre fette del globo.

Lo sapevamo e sappiamo che, di questo retroscena nei «veridici» libri di guerra dei Grandi non appare che uno sparuto angolino, quel tanto che basta a solleticare l’epidermide del pubblico, quel pochissimo che gli vieta di guardare a fondo nel letamaio del regime, democratico o fascista, totalitario o antitotalitario che sia. E’ un’altra prova della potenza dell’inganno democratico il fatto che tutto ciò avvenga «pacificamente» e che ancora masse proletarie si dichiarino disposte a prendere le armi non per sé, ma per rinnovate campagne «liberatrici», organizzate, finanziate e dirette dalla classe avversa.

Vulcano della produzione o palude del mercato? (Pt.6)

II – GRANDEZZE E LEGGI NELLA TEORIA DELLA PRODUZIONE CAPITALISTICA

24. Sforzo e risultato

È stato utile presentare come in un organo diretto del profitto capitalista industriale trovi giusto posto – con impiego inesausto quanto confuso di teologia, storia, matematica – il tentativo di provare che in materia economica la determinazione del valore delle merci e della stessa moneta sfugge alla conoscenza umana e scientifica. È infatti un interesse immediato di classe il sostenere che nel campo dell’economia non si possono impostare e risolvere problemi di relazione quantitativa tra gli sforzi impiegati e i risultati ottenuti, come da che la società moderna borghese è sorta si è saputo fare nella scienza applicata. La società moderna si sviluppa decisamente colla macchina a vapore, ed è per essa un passo storico decisivo il calcolo della potenza della macchina termica e la sua misura in cavalli-vapore (vedi al proposito Engels nelle “Condizioni delle classi lavoratrici in Inghilterra”, sebbene, almeno nelle traduzioni, appaia qualche errore di terminologia teorica tra forza ed energia, che del resto anche oggi avviene nel linguaggio dei pratici).

Il cavallo-vapore è quasi l’espressione del salto tra una umanità che alla forza muscolare dell’uomo ha saputo solo aggiungere quella dell’animale, come ulteriore mezzo di produzione (a parte qualche energia naturale come l’acqua dei fiumi e il vento) e una nuova società che aggiunge la forza del calore, ossia la trasformazione dell’energia termica in meccanica.

Fin dal principio la nuova organizzazione sociale ha considerato problema di prima importanza quello del rendimento: ottenere il più possibile di energia meccanica motrice da un chilogrammo di carbone fossile. Ricerche quantitative stabilirono, al grande svolto in cui sorse la moderna termodinamica, perfetto e finito apparato teorico, che non solo vi era un limite insorpassabile nell’equivalente meccanico del calore (aspetto della legge della conservazione dell’energia) ma che il rendimento “uno”, ossia il massimo, non si sarebbe mai raggiunto perché si può ottenere che una quantità di lavoro (meccanico) diventi tutta calore, ma il contrario è impossibile: con Clausius teoria ed esperimento hanno provato ai tecnologi applicatori che, con qualunque fluido e qualunque ciclo, solo una parte dell’energia termica può divenire energia meccanica: il resto va a riscaldare un pezzetto dell’universo ambiente (da cui, generalizzando, la supposizione che un giorno l’universo sarà un grande “stagno immobile” a temperatura costante). Ora su una conclusione del genere bisogna andarci piano, ma la questione quantitativa tra carbone bruciato, e meglio, con vero rigore, tra vapore prodotto in caldaia e lavoro reso dagli stantuffi o dalla turbina, è indiscutibile.

25. Scienza e tecnica

Tutto l’agitare dubbi sulle modernissime accezioni fisico-matematiche, al fine di stabilire la inconoscibilità quantitativa in economia, la impossibilità di questi “diagrammi di rendimento” come li ottenne la prima volta l’orologiaio Watt col suo indicatore (vedi sempre Engels), nel macchinone sociale che consuma lavoro e produce oggetti di consumo, e il far balenare infinitamente grandi e infinitamente piccoli, è pura blague di una classe che chiude gli occhi per non vedere e soprattutto per non fare aprire quelli altrui.

Abbiamo ricordato le due concezioni del discretum e del continuum, ossia della materia pensata, grosso modo, come una sabbia, o come un vetro, per dire che non ha alcun senso domandarsi se nel “pensiero razionale” le grandezze astratte o lo spazio puro debbano essere discrete o continue. Queste elucubrazioni sono abbordabili solo per la via storica. Si sono a volta a volta saggiate le due opposte supposizioni, con utili risultati: si tratta non di proprietà del pensiero, ma di transitorie, contingenti, convenzioni tra uomini e uomini.

Ad esempio nella stessa grandiosa epoca della cultura ellenica si applica, come visto nei graziosi “sofismi” di Zenone, il concetto del continuum (e quindi del computo degli infinitesimi) alla teoria degli effetti fisici sensibili (velocità dei mobili), e si afferma con Democrito ed Epicuro, appartenenti alla stessa scuola che è sì “razionalista” ma anche sicuramente “materialista”, la suddivisione della materia in atomi in continuo moto: anche il vetro, anche l’acqua sono come la sabbia; e non avevano microscopio. Dunque continuum matematico e discretum fisico erano buoni amici. Col grande rinascimento della scienza borghese il continuum servì a spiegare i moti e le forze meccaniche terrestri e celesti in modo grandioso, e il discretum a fondare la chimica, la scienza della qualità dei corpi esistenti in natura e delle loro combinazioni.

Così il calcolo infinitesimale dà piena ragione del legame tra temperatura e pressione del vapore e lavoro ottenibile colla sua espansione; su ciò l’ingegnere e il macchinista fanno da allora pienissimo assegnamento. Supponiamo che ai fini della decifrazione di altri problemi ottici, elettromagnetici e di fisica corpuscolare si possa utilmente scrivere che temperatura ed energia variano non per continui infinitesimi, ma per piccolissimi sbalzi finiti, o quanti, non per questo nel loro campo quelle relazioni tecnologiche perderanno di sicurezza e precisione di impiego, e Clausius discenderà a fesso.

La teoria dei grandi numeri o quella delle quantità evanescenti non servono dunque affatto per dare da bere che non si possa sottoporre a verifiche quantitative e di rendimento la massa sociale della produzione e del consumo.

26. Il lavoro di Dio!

Per arrivare a salvare la incessante riproduzione di una massa di beni, di ricchezze, di valori, di effettivi oggetti di consumo e servizi, che alcune classi sociali prelevano dalla massa sociale a loro benefizio senza avere erogato contributi di lavoro, il giro e rigiro di questi contemporanei economisti si riduce ad aggiungere al lavoro, come fonte del valore, altre fonti.

Essi sono fermi a posizioni già demolite da Marx con la possente critica a cui ora ed altre volte abbiamo già largamente attinto. Pretendono di bel nuovo, rinculando rispetto a Ricardo, che il capitale sia lavoro accumulato non solo, ma anche lavoro “trovato”, e che quindi sia capitale anche la terra, che sia capitale anche la moneta, non in quanto titolo “civile” a metter la mano su capitali, ma come fonte per virtù propria di frutto, analoga a quella della terra. Anzi deve dirsi che queste versioni 1954 sono meno scientifiche di quelle di due secoli prima, mercantiliste e fisiocratiche.

Udite per l’ultima volta il nostro ebdomadario dei fabbricanti. «L’applicazione di una legge matematica al valore economico delle cose è tanto razionale come il desiderio di quel pazzo che voleva prendere il treno per Genova rimanendo seduto sulla tettoia della stazione centrale di Milano. Se fosse possibile fissare il valore dei beni ciò implicherebbe non solamente l’arresto della evoluzione del genere umano, ma la sua cristallizzazione (!) e quindi per biologica conseguenza porterebbe alla sua estinzione». Da quanto tempo diciamo, noi del marxismo, che per la ideologia della borghesia dominante la fine del suo privilegio (virtualmente contenuta nella scoperta teorica del rapporto di classe che sfrutta classe) non altro può significare che la fine del mondo?

Ed allora vediamo come ragiona chi sa essere “razionale”. Ciò dopo avergli concesso di elargirci la storiella di Rothschild, ben nota ai nostri bisnonni, ma che oggi si applica al miliardario (s’intende) americano, con la quale si vorrebbe spiegare la legge del grande numero. L’autista brontola per i pochi cents di mancia: con 5 milioni di dollari che avete! E lui: Ne ho dieci, non cinque, ma sai quanti sono gli uomini sulla terra? No? Te lo dico io: due miliardi. La tua parte sarebbe mezzo centesimo: te ne ho dati 25! Volete la risposta? Sta perfino nelle Lotte Civili del buon De Amicis, marxista quanto una torta al lattemiele.

Ma vediamo il vertice della scienza datata 1954, il teorema supremo della inafferrabilità, che ci dovrebbe far rinunziare a “cogliere” il valore economico come Ferravilla nel duello del sciur Panera: se si muove, come faccio a infilzarlo? Eccovi: «Come il mondo fisico, anche il mondo economico si muove continuamente; i beni prodotti dal lavoro di Dio e dal lavoro dell’uomo (capitale) subiscono infatti un processo ininterrotto di trasformazione dal momento in cui nascono (produzione) a quello in cui apparentemente muoiono (consumo) e non possono essere prodotti né consumati se non spostandosi continuamente da un luogo all’altro».

Qui non v’è altro Dio rispettato se non il Mercantilismo, per cui la essenza e del consumo e della produzione è lo scambio-trasporto: Dio dunque non lavora quando la tribù primitiva, o il contadino moderno, mangia il suo grano.

Come quindi non è usata in modo razionale la matematica e la storia, così non potrebbe meno razionalmente usarsi la stessa teologia: in questa non troveremo mai il lavoro di Dio, ma solo la grazia di Dio. Dio non lavora, non produce e non consuma; almeno fino a che non risulti che anche lui è diventato un prestatore d’opera, e dipendente dalla Confindustria.

Tutto fa brodo, e nei campi più diversi si pesca, pur di sfuggire alla strettoia di riconoscere che ogni valore in circolazione nel mondo capitalista e mercantile sorse da lavoro degli uomini per gli uomini, e non lo rovesciò nel circolo né la divinità, né la natura, né la magica formula capitalistica per cui Rothschild ereditò i miliardi dell’antenato, che nell’anno zero buscò in regalo i 25 cents della storiella: l’interesse composto.

27. Partito ed accademia

Dopo la riunione di Genova, dedicata ad una critica dell’economia occidentale ed in specie americana, dimostrandone le contraddizioni inesorabili tra aumentata produttività del lavoro e rifiuto di diminuire il tempo di lavoro, per sostituirvi la esaltazione di consumi interni ed esteri della mole crescente paurosamente di merci prodotte, un giovane compagno scrisse al relatore una lettera chiedente la confutazione delle teorie che sentiva esporre nel corso, coscienziosamente seguito, dell’Accademia di Genova (patria della Confindustria come del superiore insegnamento di discipline economiche e commerciali). Egli si diceva ben convinto delle posizioni marxiste ma chiedeva confutazione delle formule di varie scuole, di vari autori, tendenti a dare espressione del valore di mercato delle merci. Citava Kinley, Del Vecchio, Wieser e si fermava sulla equazione del Fisher, che si chiama infatti “equazione dello scambio” e che fa dipendere il prezzo di una merce dai soli fattori di offerta e di domanda: quantità di merce esistente sul mercato, da un lato, quantità di mezzi di pagamento esistenti sullo stesso dall’altro, e velocità di circolazione degli stessi.

Ora questa è sì una teoria quantitativa, dato che si esprime con una equazione matematica, ma sta agli antipodi della nostra ricerca in quanto non cerca di esprimere il valore della merce secondo dati risultati nella produzione, ma lo fa variare puramente secondo le circostanze del mercato. Si tratta di una delle tante versioni dell’economia ufficiale, da quando storicamente essa rinculò dalla posizione “classica” o ricardiana del valore-lavoro, e si disperse nei rigagnoli della registrazione mercantile.

A questo giovane compagno ci limitammo per allora a mandare in risposta una citazione di Marx ove questi ricercatori stipendiati ricevono le staffilate del caso, e che liquida anche quelli, oggi titolari di cattedre, che quando Marx scriveva dovevano nascere ancora. Volevamo per tal via portare in evidenza il diverso terreno di impostazione della questione e la impossibilità della ingenua richiesta di “conciliare” quei risultati ultimi della scienza accademica, coi nostri solidamente inchiavardati da quasi cento anni.

Il brano di Marx è tolto dalla “Storia delle dottrine economiche”, Tomo VIII, ed. Lacoste, pag. 184 e seguenti.

28. Economia e volgarità

Così Marx risponde: «L’economia classica si sforza di ricondurre, con l’analisi, le diverse forme della ricchezza alla loro unità interna e di spogliarle della forma nella quale esse stan vicine, indifferenti le une dalle altre».

Qui Marx ricorda la riduzione di rendite e interessi a parti del profitto, plusvalore.

«Ne va in modo radicalmente diverso per l’economia volgare, la quale non si sviluppa che quando con la sua analisi l’economia classica ha distrutto le condizioni su proprie, o almeno le ha gravemente scosse, e la lotta esiste di già sotto una forma più o meno economica, utopistica, critica e rivoluzionaria; poiché lo sviluppo dell’economia politica e della contraddizione che ne risulta va di pari con lo sviluppo reale delle opposizioni sociali e della lotta di classe, contenute nella produzione capitalistica. Non è che quando l’economia politica è pervenuta ad un certo sviluppo, posteriormente dunque a Smith, e che essa si è data delle forme deteminate, che l’elemento il quale non è che la riproduzione del fenomeno in cui si manifestano queste forme, cioè l’elemento volgare, se ne stacca per diventare una teoria a parte».

«Di più, l’economia volgare, nei suoi primi tentativi, non trovò la materia completamente lavorata né elaborata, essa fu dunque costretta a collaborare più o meno alla soluzione dei problemi economici. Fu il caso di Say. Bastiat non rappresenta ancora l’apogeo. Fa ancora prova d’ignoranza e non ha che una tinta superficiale di scienza che egli arrangia alla meglio nell’interesse delle classi dirigenti. In lui l’apologetica resta appassionata e costituisce il suo vero lavoro, poiché attinge negli altri il fondo della sua economia secondo i suoi bisogni. L’ultima forma è la forma professorale; essa procede storicamente e, con una saggia moderazione, spizzica dovunque quello che vi è di meglio; poco importano le contradizioni, si tratta unicamente di essere completi. Tutti i sistemi perdono quello che faceva la loro anima e la loro forza, e tutti finiscono per confondersi sul tavolo del compilatore. Il calore dell’apologetica è qui temperato dalla sapienza che getta uno sguardo di commiserazione benevola sulle esagerazioni dei pensatori economisti e si contenta di diluirli nelle sue elucubrazioni. Poiché queste specie di lavori non si fanno che quando l’economia politica ha, come scienza, terminato il suo ciclo, noi vi troviamo, nello stesso tempo, la tomba di questa scienza. Inutile aggiungere che questi uomini si credono egualmente bene al di sopra delle farneticazioni dei socialisti. Anche le idee vere di uno Smith, di un Ricardo, ecc., paiono qui vuote di senso e diventano “volgari”. Un maestro in questo genere è il professore Roscher che si è annunciato modestamente come il Tucidide dell’economia politica. La sua identità con Tucidide proviene forse dal fatto che egli si figura che lo storico greco confonda sempre la causa e l’effetto».

29. Le scuole del prezzo

A questo punto dell’esposizione di Asti, altro giovane compagno presente, di Messina, chiese al relatore di volergli dare il relativo carteggio, al fine di stendere una risposta, tratta da studi che anche egli aveva fatto su trattati universitari di economisti borghesi. Questo compagno ha preparata una nota, corredata a sua volta di citazioni di Marx, in cui è messa in rilievo la confutazione di quelle varie teorie ed i quesiti sul valore intrinseco e convenzionale della moneta. In detta nota viene esaminata la terna di teorie, che è utile ricordare qui ai lettori, salvo ulteriori trattazioni apposite sulla moneta.

1. Teoria “oggettivistica” del valore, che lo riporta al costo di produzione, della scuola classica o scientifica. È la teoria di Ricardo dalla quale Marx partì; ma considera come costo di produzione la sola spesa per capitale costante e capitale salari: Marx aggiunge il profitto al medio saggio ed ha il prezzo di produzione, che proponiamo chiamare valore di produzione, dato che in Marx lo stesso è pari al valore di scambio dei classici.

2. Teoria “soggettivistica” della scuola psicologica o austriaca. Come la borghesia “si accorge” che le sue rivendicazioni sono di classe e non di tutta la società, lascia in tutti i campi l’oggettivismo e torna sul soggettivismo. È la teoria dell’utilità marginale, che è in relazione al bisogno del singolo, ossia tiene conto della sua personale soddisfazione: varrebbe milioni un bicchiere di acqua in pieno Sahara, nulla il più squisito dolce per chi avesse la nausea del consumato banchetto.

3. Teoria dell’”equilibrio economico”, della scuola detta matematica. Tale scuola come dicemmo non usa la matematica per trovare leggi causali, nella genesi del valore di produzione, ma solo per dedurre il prezzo al mercato dai dati quantitativi del mercato. Vuol spiegare perché non solo il prezzo di singole merci oscilla, ma anche lo fa quello della merce equivalente generale, la moneta. L’inflazione o deflazione dipenderebbe dalla scarsezza o abbondanza di moneta, tenuto conto della sua velocità, o capacità di servire in dato tempo a successive contrattazioni di scambio.

Nelle considerazioni di Marx, senza che avesse letto questa piccola gente – contenute sia nel Capitale, Libro Primo, che nella Critica dell’Economia politica – è già definitiva la dimostrazione che questi fattori di necessità soggettiva o di sazietà, come quelli di larghezza o ristrettezza di segni del valore e specie monetaria, non possono determinare che variazioni secondarie per natura e per portata, e che si equilibrano nella media intorno al valore desunto dai dati del processo sociale di produzione; e tanto più quanto il capitalismo mercantile – tipo sociale di produzione – si estende.

Il modo quindi con cui il valore delle merci si cifra rispetto alle monete cartacee convenzionali e forzose, anche se i numeri che lo rappresentano variano enormemente, non incide sulla portata della legge del valore di produzione.

Tutta questa ricerca dei vari economisti mercantili quindi segue un vicolo cieco di cui da tempo conosciamo il fondo, e non ci riguarda più.

Troveremo i borghesi, vogliano o non, sulla strada maestra della funzione di produzione. Allora discuteremo con loro sul “limite” della funzione. Per essi è continua, e non ha svolte acute, per noi presenta un “punto singolare”, ove la direzione della dolce curva si infrange; tutte le direzioni sono al tempo stesso possibili, come i raggi dei frammenti che partono da una centrale esplosione. La rivoluzione sociale.

30. L’economia del “Welfare”

La parola Welfare vuol dire benessere, prosperità, alto tenore di vita, ed è di moda in America, schierandosi attorno ad essa tutti i difensori dell’attuale andamento delle cose: euforia, spese sempre più forti, produzione sempre più spinta, e la pretesa di dimostrare che il medio benessere è in continuo accrescimento.

Molte cose interessanti presenta questa tendenza, e noi ci serviamo di un recentissimo scritto di J. J. Spengler, della università di Durham, che ha per titolo: Economia del Welfare e problema della sovrappopolazione.

La dottrina di cui si tratta si contrappone decisamente a quella marxista, eppure la sua impostazione è per noi del massimo interesse perché viene a dimostrare che l’avversario teorico deve ormai accettare il combattimento aperto e male si chiude nella farragine del soggettivismo o del mercantilismo ondeggiante e volutamente inafferrabile.

Matematicamente e storicamente parlando, la difesa del capitalismo viene con questa modernissima dottrina in una zona più illuminata.

Anzitutto col dare la maggiore importanza al famoso indice del “reddito individuale” in relazione al “reddito nazionale” – e la relazione che li lega è appunto il problema scabroso dell’aumento demografico – gli economisti del capitalismo vengono sul terreno della produzione, e riconoscono che non valgono trucchi mercantili a sfuggire al confronto tra forza produttiva e numero sociale di consumatori. Vedremo che per questi teorici i prezzi non sono più fatti “naturali” incontrollabili e superiori alla volontà sociale, ma essi sostengono che se l’economia capitalista vuol resistere, deve arrivare a plasmare secondo dati piani la “struttura dei prezzi”. Diciamo subito che si tratta del livello dei prezzi in vari settori di consumo, e li vedremo subito concludere per alto prezzo dei viveri, basso dei manufatti! Ben lo sapevamo.

Questi non cercano più le equazioni di scambio del Fisher, ma impiantano – alla loro maniera – una funzione di produzione: lo Spengler adotta quella di Douglas Cobb, di cui vedremo, pur non potendo esagerare nell’apparato matematico, di chiarire il senso; allo stesso tempo contrapponendola alla funzione di produzione di Marx. Naturalmente in quella del “Welfare” non sono in evidenza le classi, come nelle quantità da noi usate; ma le ragioni sono ben chiare.

Storicamente poi è interessante come questo autore, senza polemizzare con Marx, che non nomina né cita, vada più indietro di lui, e dichiaratamente colleghi la recentissima scuola del benessere nientemeno che con Malthus e colle sue note opere apparse intorno al 1830 sulla Economia Politica e sul Principio di popolazione.

Malthus aveva secondo Spengler intravista la soluzione che consentiva di adeguare gli alimenti alla popolazione; od anche di migliorare il primo indice rispetto al secondo. Egli aveva tracciato due modelli: il primo risponde alla fase in cui una società riesce a far crescere la produzione in proporzione al numero dei suoi componenti, il secondo quello in cui riesce addirittura a migliorare il rapporto; superando così in ambo i casi la sua famosa formula (considerata più letteraria che scientifica) che la popolazione cresce in proporzione geometrica, la produzione di alimenti in proporzione solo aritmetica.

31. Quel bravo Malthus

Ecco così il vecchio figuro elevato anche lui a benemerito dell’umano benessere! La sua vera teoria non era che si dovesse ridurre le nascite colla moral restreint, ossia colla castità dettata da ragionamento ed ascetismo, e nemmeno comprimere ad ogni costo la popolazione. Per lui la stessa poteva anche restare costante o crescere lentamente, e si potevano avere prodotti a sufficienza; la sua proposta era ben chiara: rendere di difficile accesso i prodotti che servono ai bisogni alimentari, e tenere nel disagio la classe che lavora, rendere più a buon mercato ed accessibili gli oggetti di lusso.

Tanto è vero, che è meglio farlo dire dall’ammiratore sfrenato ad un secolo di distanza. È per noi prezioso questo parallelo: esso conferma la nostra tesi che a un dato svolto le teorie di classe si definiscono e si contrappongono, e che la scienza sociale avanza a grandi esplosioni secolari e non per fastidioso stillicidio di imparaticci accademici e di compilazioni sciatte che, come Marx disse, usurpano il nome di scientifica ricerca.

Malthus, come Ricardo, e come Marx, scrive in uno svolto decisivo della storia: il capitalismo prende figura e profilo netto contro i vecchi sistemi economici feudali; il socialismo proletario abbozza già la critica teoretica del trapasso dal secondo al primo e dello sviluppo della società nuova borghese.

Ecco come Spengler riporta la dottrina del ritrovato Maestro:

«Mentre Malthus sembra essere stato al corrente della portata dei cambiamenti nella struttura dei prezzi, egli non ne ha specificato chiaramente l’origine; probabilmente perché aveva presente allo spirito l’equilibrio di modello 2 (tenore di vita medio in aumento malgrado l’aumento della popolazione) e perché egli non attribuiva eccessiva importanza ai possibili effetti di un tale cambiamento nelle condizioni del modello 1 (tenore di vita medio costante con aumento di popolazione). Egli era apparentemente consapevole che un effetto di sostituzione si sarebbe determinato contro (o a favore) della generazione di molti figli, in conseguenza di un cambiamento nella struttura dei prezzi che avrebbe comportato un relativo decrescere o crescere del prezzo di quei prodotti che entrano nelle spese di riproduzione e di allevamento dei bambini; e un corrispondente decrescere o crescere dei prezzi di altri gruppi di prodotti. Egli (Malthus) descrive come “desiderabile” che “l’abituale nutrimento” del popolo “sia caro” e che il prezzo delle comodità, degli articoli di conforto e dei generi di lusso sia abbastanza basso da estendere queste costumanze fra la popolazione. Presumibilmente, avendo in mente le condizioni del modello 2, egli supponeva che l’introduzione di questo tipo di struttura dei prezzi avrebbe compressa la natalità, stimolato il consumo, generato bisogni, sostenuto il reddito per testa di fronte alla pressione demografica, ritardando così la trasformazione delle condizioni di modello 2 in quelle di modello 1».

32. La nostra risposta

Prima di ogni altro sviluppo e per dimostrare che Malthus è degnamente presentato e giustamente seguito dal moderno supercapitalismo di America, non vogliamo che riportare parole già scritte da Marx, molte generazioni prima degli Spengler e del loro “cinico ottimismo”.

I passi, veramente classici e decisivi, si trovano nel VI tomo francese della Storia delle Dottrine Economiche:

     «Questa teoria di Malthus dà nascita a tutta la dottrina della necessità di un consumo improduttivo senza posa crescente, dottrina che questo apostolo del controllo della popolazione per mancanza di nutrimento ha predicato con tanta insistenza.
     «Tutte queste conclusioni discendono dalla teoria fondamentale di Malthus sul valore. Questa teoria, d’altronde, si adattava in modo notevole allo scopo perseguito: la glorificazione dello Stato sociale inglese con i suoi landlords, lo Stato e la Chiesa, i pensionati, i collettori d’imposte, le decime, il debito pubblico, gli agenti di cambio, gli sbirri, i preti, i lacchè, tutto ciò che la scuola di Ricardo combatteva come resti inutili e pregiudizievoli nella produzione borghese. Ricardo è il rappresentante della produzione borghese nella misura in cui essa significa lo sviluppo sfrenato e senza riguardo delle forze produttive sociali, qualunque debba essere la sorte dei produttori, capitalisti o operai. Egli ha difeso il diritto storico e al necessità di questo grado di sviluppo. Tanto egli manca di senso storico dove si tratta del passato, tanto ne mostra per la sua epoca. Malthus vuole anche egli lo sviluppo il più libero possibile della produzione capitalista, nella misura in cui la miseria delle classi lavoratrici ne è la condizione; ma chiede che questa produzione si adatti nello stesso tempo alle esigenze di consumo dell’aristocrazia e di tutto ciò che la completa nella Chiesa e nello Stato, e serva di base materiale alle pretese sorpassate dei rappresentanti degli interessi trasmessi in eredità dalla feudalità e dalla monarchia assoluta. Malthus ammette la produzione borghese nella misura in cui non è rivoluzionaria, non costituisce un elemento storico e fornisce semplicemente una base materiale più larga e più comoda all’antica società.
     «Abbiamo dunque, da un lato, la classe operaia che, secondo il principio del popolamento e perché sempre troppo numerosa in proporzione alle sussistenze che le sono destinate, costituisce sovrapopolazione per la sottoproduzione; poi la classe capitalista che secondo lo stesso principio, è sempre capace di rivendere agli operai il loro proprio prodotto a prezzi tali che essi non ne possano acquistare se non il puro necessario per non morire di fame; in più l’enorme categoria dei parassiti e fannulloni gaudenti, padroni e servitori, che si appropriano gratuitamente, a titolo di rendita o di altro, una massa considerevole della ricchezza, pur pagando queste merci al di sotto del loro valore col denaro sottratto agli stessi capitalisti; e la classe capitalista, spinta alla produzione, rappresenta l’accumulazione, mentre gli improduttivi non rappresentano, dal punto di vista economico, che il semplice istinto del consumo, la dissipazione. D’altronde, è questo l’unico mezzo che esista di sfuggire alla sovraproduzione, che esiste da quando vi è sovrapopolazione in rapporto alla produzione. La sproporzione fra popolazione operaia e produzione scompare per il fatto che una parte del prodotto è consumata dai non produttori, dai parassiti; e lo squilibrio della sovraproduzione capitalista è corretto mediante il sovraconsumo dei ricchi gavazzatori».

33. Spengler non è solo

Non è solo Spengler ad andare sulle orme di Malthus. Il nostalgico feudale vescovo inglese e i moderni “portavoce” dell’alto capitale hanno in comune la legge storica che per avere aumento di prodotto e diminuzione di consumatori occorre tenere la massa che lavora a basso consumo, soprattutto di generi di prima necessità, ma allo stesso tempo tenere alto il prodotto integrale. Ed allora per il consumo del prodotto in più la soluzione di Malthus sono i parassiti del corteggio preborghese; la soluzione dei modernissimi è la “struttura dei prezzi”, il che vale “struttura dei consumi”. La struttura caldeggiata nei due così lontani tempi è la medesima: pochi generi alimentari, molti generi per consumi “differenziati”, di lusso.

I modernissimi sostituiscono alla banda parassitaria dei nobili e loro codazzo la stessa indistinta massa dei consumatori nazionali, costringendoli a consumare da imbecilli: poco alimento, molto attrezzamento per bisogni fittizi.

Essi ritengono che una massa molto eccitata e drogata ma poco nutrita farà meno figli e il loro famoso prodotto pro capite si terrà alto. Noi abbiamo risposto da oltre cento anni, da quando abbiamo adottata la classica parola proletariato, che viene da prole. La massa affaticata e sfruttata fa troppi figli, e la legge non va verso il compenso, ma verso lo scompenso e la rivoluzione. Le due leggi sono in diretto contrasto.

Tutto il moderno pensiero della classe dominante si tormenta davanti al problema demografico. Non è solo Spengler a vedere la salvezza nella fame. Il dott. Darwin junior prevede cinque miliardi di uomini fra un secolo, e cifre spaventose più oltre, preconizzando la crisi di distruzione della specie. Un prof. Hill parte decisamente in lotta contro l’applicazione dei progressi scientifici a salvare vite umane. L’India cresce ogni anno cinque milioni. Egli propone di non usare in India penicillina e DDT, come freno demografico, rimpiangendo le storiche paurose epidemie e carestie di quel paese.

Gli “ottimisti” demografici come l’inglese Calver e il tedesco Fuchs pensano invece che con l’aumento demografico si va al miglioramento delle condizioni di vita, e mostrano di mantenersi sulla ipocrita formula della “libertà dal bisogno” e della lotta alla miseria. Fuchs vede tra cento anni non cinque ma otto miliardi e sostiene che fino a dieci miliardi ce la facciamo a mangiare.

Ma il sig. Cyril Burt, altro britannico, ci regala una “teoria degli stupidi”. Egli rileva che le classi agiate figliano sempre meno, le povere sempre più, e lo stesso rapporto corre tra popoli bianchi avanzati e popoli selvaggi. Prevede quindi che il corso va verso l’aumento, per ereditarietà, degli incolti (per lui lavoratore uguale stupido) e l’aumento dei popoli non bianchi che sopraffaranno noi europeidi. Egli pretende con lunghi studi di aver constatato l’aumento della fessaggine sociale da quarant’anni. Non una parola di più: ha ragione.

Tutti costoro si chiudono in una via senza uscita perché vogliono scoprire il senso del decorso ammettendo aprioristicamente che tutto debba restare come oggi: divisione della società in classi, e mercantilismo. Noi diciamo che non appena la divisione di classe sia superata socialmente, ossia abolito il connettivo mercantile tra produzione e consumo, il problema si risolverà da sé con produzione ridotta, tempo di lavoro sociale ultraridotto, aumento di popolazione ridotto e in dati casi invertito.

Struttura dei consumi non da “stupidi”. Sono, avete ragione signori, gli stupidi che figliano, ed oggi vi fanno sudare camicie perché non vi cali tra le mani la cifra pro capite.

La vera difesa della specie è anche contro l’inflazione della specie. Ma ha un solo nome: comunismo. Non folle accumulazione di capitale.

Storicamente le due opposte posizioni si chiariscono bene. Ma occorrerà che le vediamo nella scabrosa “funzione di produzione”.

Sarà la nostra ultima tappa.

Il Partito di classe e i suoi canoni organizzativi

Nel 1949 ad illustrazione teorica dello Statuto del Partito, pubblicammo le seguenti “norme generali integrative” che riprendono e ribadiscono i principi di organizzazione del Partito di classe.

Lo Statuto e i Regolamenti del Partito e delle sue Federazioni e Sezioni costituiscono l’insieme praticamente indispensabile delle norme costanti di funzionamento di collegamento e di corrispondenza che reggono la vita della organizzazione. Rispetto alle finalità storiche e sociali del partito esse hanno un semplice carattere strumentale e di mezzo. Nel fissarle ed eventualmente modificarle non ha nessun senso far ricorso alle normative analoghe di altri organismi come quello dello stato e dei parlamenti democratici, non esistendo, per la concezione propria del partito comunista, principi e criteri costituzionali fondamentali comuni e sovrastanti alle diverse classi sociali e ai loro compiti di lotta nelle successive fasi storiche.

Il partito non è un cumulo bruto di granelli equivalenti tra loro, ma un organismo reale suscitato dalle determinanti e dalle esigenze sociali e storiche con reti organi e centri differenziati per l’adempimento dei diversi compiti. Il buon rapporto fra tali esigenze reali e la migliore funzione conduce alla buona organizzazione e non viceversa.

Per conseguenza, l’adozione e l’impiego generale o parziale del criterio di consultazione e deliberazione a base numerica e maggioritaria, quando sancito negli statuti o nella prassi tecnica, ha un carattere di mezzo od espediente, non un carattere di principio.

Le basi della organizzazione del Partito non possono dunque risalire a canoni propri di altre classi e di altre dominazioni storiche, come la obbedienza gerarchica dei gregari ai capi di vario grado tratta dagli organismi militari o teocratici pre-borghesi, o la sovranità astratta degli elettori di base delegata ad assemblee rappresentative e comitati esecutivi, propri della finzione giuridica caratteristica del mondo capitalistico; essendo la critica e l’abbattimento di tali organizzazioni compito essenziale della rivoluzione proletaria e comunista.

Il giusto rapporto nella loro funzione tra gli organi centrali e quelli periferici del movimento non si basa su schemi costituzionali ma su tutto lo svolgersi dialettico della lotta storica della classe operaia contro il capitalismo.

Base fondamentale di tali rapporti è da una parte il continuo ininterrotto e coerente svolgimento della teoria del partito come valutazione dello svolgersi della società presente e come definizione dei compiti della classe che lotta per abbatterla, dall’altra il legame internazionale tra i proletari rivoluzionari di tutti i paesi con unità di scopo e di combattimento.

Le forze di periferia del partito e tutti i suoi aderenti sono tenuti nella pratica del movimento a non prendere di loro iniziativa locale e contingente decisioni di azione che non provengano dagli organi centrali e a non dare ai problemi tattici soluzioni diverse da quelle sostenute da tutto il partito. Corrispondentemente gli organi direttivi e centrali non possono né debbono nelle loro decisioni e comunicazioni valide per tutto il partito abbandonare i principi teorici né modificare i mezzi di azione tattica nemmeno col motivo che le situazioni abbiano presentato fatti inattesi o non preveduti nelle prospettive del partito. Nel difetto di questi due processi reciproci e complementari non valgono risorse statutarie, ma si determinano le crisi di cui la storia del movimento proletario offre non pochi esempi.

Per conseguenza il partito, mentre chiede la partecipazione di tutti i suoi aderenti al continuo processo di elaborazione che consiste nell’analisi degli avvenimenti e dei fatti sociali e nella precisazione dei compiti e metodi d’azione più appropriati, e realizza tale partecipazione nei modi più adatti sia con organi specifici che con le generali periodiche consultazioni congressuali, non consente assolutamente che nel suo seno gruppi di aderenti possano riunirsi in organizzazioni e frazioni distinte e svolgano la loro opera di studio e di contributo secondo reti di collegamento e di corrispondenza e di divulgazione interna ed esterna comunque diverse da quella unitaria del partito.

Il partito considera il formarsi di frazioni e la lotta tra le stesse nel seno di una organizzazione politica come un processo storico che i comunisti hanno trovato utile ed applicato quando si era verificata una irrimediabile degenerazione dei vecchi partiti e delle loro dirigenze ed era venuto a mancare il partito avente i caratteri e le funzioni rivoluzionarie.