International Communist Party

Il Programma Comunista 1960/6

La “distensione”, aspetto recente della crisi capitalistica (Pt.6)

Nell’articolo precedente, a illustrazione di uno degli aspetti del corso storico che ha portato alla fine della “guerra fredda” – la crisi interna dell’imperialismo americano – si è brevemente rifatta la storia dell’egemonia USA sul mondo durante e subito dopo la prima guerra imperialistica.

Parole profetiche di Lenin! I finanzieri americani, che ipocritamente professavano la religione dell’isolazionismo e rifiutavano l’idea di Wilson, secondo cui gli USA avrebbero dovuto assumere la direzione della Lega delle Nazioni, riuscivano non solo a investire magnificamente i capitali accumulati, speculando sul macello: ottenevano altresì di ridurre la Germania a una semicolonia. Il Piano Dawes riduceva drasticamente la sovranità dello Stato e metteva nelle mani degli uomini di Wall Street la direzione economica del paese. Che l’affare riuscì lo prova il fatto che la Germania, essendo riuscita a restaurare la macchina produttiva, poté versare i giganteschi tributi fino allo scoppio della crisi del 1929 e riuscì anche a pagare le riparazioni. Vera colonia della Borsa di New York, essa divenne ben presto il paradiso della finanza internazionale. Nei 1928, era indebitata per 25 miliardi di debiti esteri!

Il Piano Young, che prese il nome da un altro finanziere americano, fu varato poco prima che scoppiasse la crisi a Wall Street, nella primavera del 1929. Esso sostituiva il Piano Dawes, e i suoi obbiettivi furono: la fissazione del debito complessivo dovuto dalla Germania per le riparazioni rimasto fino allora indeterminato e la rimozione dei controlli stranieri sull’economia tedesca. L’intera somma veniva ripartita in 52 annualità, con una media di 2050 milioni di marchi l’anno! In quanto a ipocrisia, il Piano Young era un progresso di fronte al Piano Dawes: i controllori stranieri abbandonarono la Germania, le ferrovie e la Reichsbank tornarono nelle mani dello Stato, l’Intesa si impegnò a evacuare la Renania, il che avvenne nel 1930. Parve che la Germania tornasse ad essere padrona di sé stessa. In realtà, più schiava che mai, essa era obbligata a versare le rate annuali previste dal Piano, fino al 1988. Né avrebbe potuto rifiutarsi di sottostare alla spoliazione, giacché oramai l’economia tedesca respirava nella atmosfera dei prestiti esteri, cioè anglosassoni, e più americani che inglesi.

Infatti, allorché i finanzieri americani, colpiti dalla crisi, richiamarono a precipizio i capitali investiti all’estero, e la Germania non ricevette più denaro estero, una tremenda catastrofe economica si abbatté sul paese. Le industrie furono colte dalla paralisi. Moltitudini di disoccupati furono gettati sulle strade: 3 milioni e mezzo nel 1929-30, ben 6 milioni nel 1931. L’uragano devastatore, con epicentro nella metropoli della finanza mondiale, raggiunse fulmineamente gli Stati europei e il contraccolpo fu incomparabilmente più micidiale nei paesi che, come la Germania, erano stati ridotti al livello di una colonia.

Ma quali circostanze avevano provocata la crisi negli Stati Uniti? Le stesse che, negli anni della guerra e del dopoguerra, avevano favorito il crescere elefantiaco della produzione americana, e cioè gli stretti legami finanziari e commerciali stabilitisi tra l’Europa e l’America. Ma questa volta la situazione si rivolge contro l’America.

La storia della crisi del 1929-31 ha sapore tragico e comico nello stesso tempo, come del resto tutte le follie del mercantilismo capitalistico. All’indomani della guerra, il capitalismo americano non si era arrestato nella sua corsa: in crescente aumento erano la produzione industriale, la produzione agricola, i profitti, gli investimenti, le vendite. Il paese rigurgitava di capitali che si offrivano in prestito all’interno e, come abbiamo visto, all’estero. Nel 1928, la bilancia commerciale registrava un attivo straordinario: le esportazioni superavano le importazioni per un valore di 800 milioni di dollari. Nel 1929, la produzione dell’acciaio aveva toccato la quota dei 50 milioni di tonnellate annue. Per le strade dell’Unione scorrazzavano 5 milioni di automobili! I prestiti all’estero raggiunsero l’astronomica cifra di 1 miliardo e 126 milioni di dollari. Dollari 1928!

Ebbene codesta massa enorme di danaro provoca la crisi. Mentre la tregenda delle vendite a rate, delle aperture di credito, della speculazione mantiene alti i costi di produzione provocando fenomeni inflazionistici, all’estero maturano ben più gravi accadimenti.

Fertilizzate dalla pioggia torrenziale di dollari, le sconquassate economie europee si riprendono. La produzione raggiunge i livelli d’anteguerra e li supera, si riannodano i fili spezzati del commercio estero, ma non si dimentica che occorre pagare gli interessi sui prestiti americani. Di qui, la tendenza a ridurre le importazioni dall’America, affinché non cresca vieppiù il montante del debito. Anzi, le importazioni americane finirebbero col danneggiare l’agricoltura e l’industria dei paesi europei, che pure i prestiti americani avevano rimesso in piedi; quindi contro di esse si lavora ad erigere gli sbarramenti dei controlli statali sul commercio estero, del protezionismo. La grande fiumana delle esportazioni americane comincia a rifluire. Primi ad essere respinti… al mittente sono i prodotti agricoli, le cui eccedenze cominciano, ad ammucchiarsi nei magazzini. Dalle campagne, tradizionalmente la zona di minore resistenza dell’economia capitalistica, la crisi si estende alle industrie. Chiudono le fabbriche di automobili, le acciaierie, i cantieri edili, le officine.

La catastrofe esplode allorché il morbo attacca il cuore dell’economia americana: la finanza, l’impero plutocratico delle grandi banche private, gli enti di credito pubblici, la Borsa. Quando queste potenze colte dal panico decidono di tirare i remi in barca, esigendo il rimborso, all’interno del paese e all’estero, la crisi si allarga al mondo intero. Ma chi è in grado di restituire i capitali da imprese languenti? Abbiamo già visto il caso della Germania. Ma nessun paese dell’Europa e si può dire del mondo, sfugge al terremoto: l’Inghilterra, la Francia, l’Italia. La stessa Russia Sovietica che, secondo la falsa teoria staliniana dovrebbe costruire il socialismo nel chiuso delle sue frontiere, subisce gravissime perdite nel commercio estero ed è costretta a ripristinare le tessere annonarie!…

Tragiche appaiono subito le conseguenze politiche della crisi economica mondiale. Due avvenimenti di estrema importanza vengono a situarsi, certo non a caso, nel periodo della grande crisi, anzi possiamo dire che vengono determinati direttamente da essa. Primo, la pratica annessione della Manciuria da parte del Giappone che, rompendo gli indugi, procede a distaccare l’agognata regione della Cina camuffando a mala pena l’atto di sopraffazione con la proclamazione di un fantomatico Stato indipendente, il Manciuko. Ciò accade il 18 settembre 1932, ma già nello scorcio dell’estate dell’anno prima il Governo di Tokyo ha fatto occupare dalle sue armate gran parte della Manciuria. Fin dalla cessazione della prima guerra mondiale, il Giappone aveva bramato i territori cinesi, reclamando lo Shantung, ex possedimento tedesco. Se il capitalismo nipponico si decide ora al gran passo, pur sapendo di tirarsi addosso l’ostilità delle potenze anglo-sassone, ciò accade perché la crisi economica mondiale ha preso alla gola il commercio estero giapponese. Nel generale rifugiarsi dei governi dentro le trincee del protezionismo, le merci nipponiche vedono restringersi i mercati di sbocco ad opera dell’Inghilterra, dei “dominions” e degli stessi Stati Uniti. Si aggiunga il fatto che il Governo cinese ha proceduto da poco alla costruzione di linee ferroviarie “parallele” alla Ferrovia del Sud-Manciuria, gestita dai giapponesi, e a partire dal 1929-30 le nuove ferrovie cinesi praticano una forte concorrenza a danno delle linee giapponesi e del porto di Dairen.

L’annessione della Manciuria porta ad un’aspra controversia tra Lega delle Nazioni e Tokyo, che il 24 febbraio 1933 si ritira clamorosamente dal consesso ginevrino. Viceversa, gli Stati Uniti, che non fanno parte della Lega avendo rifiutato sin dall’epoca della sua fondazione di aderirvi, si gettano nella mischia diplomatica che ferve sul Lemano, mostrando uno zelo insospettato nella difesa a spada tratta dei diritti della Lega nei confronti del Giappone. E ciò è assai importante. Sorge infatti in questo periodo quell’antagonismo nippo-americano, che avrà un’influenza enorme sul corso degli avvenimenti e si concluderà col bombardamento atomico di Hiroshima e Nagasaki nella fatale estate del 1945.

L’altro avvenimento di importanza mondiale è l’ascesa al potere del regime nazista in Germania. La storia di comodo degli apologeti di accatto, che pretesero di spiegare le cause della seconda guerra mondiale con lo “spirito demoniaco” della nazione tedesca, non riuscirà mai a cancellare il fatto che il nazismo salì al potere sfruttando due condizioni obbiettive: la disperazione delle masse che la paralisi delle industrie già alimentate dal dollaro gettava nella miseria e nella fame; il tradimento dello stalinismo internazionale che, di fronte al montare della marea fascista, rifiutò di chiamare le masse operaie all’azione rivoluzionaria, imprigionandole nella camicia di forza della competizione elettorale.

Se è vero, che le imprese aggressive del nazi-fascismo in Europa e del militarismo imperialistico nipponico in Asia accesero la miccia della seconda conflagrazione mondiale, è altrettanto vero che l’uno e l’altro rappresentarono, dal punto di vista della conservazione del capitalismo, le uniche soluzioni all’insanabile dissesto provocato dalla crisi economica d’Oltre Atlantico.

La storia si ripete

Orbene, quanto accadde ieri ci aiuta a comprendere quanto accade oggi. Il secondo dopoguerra ha riprodotto in gran parte la situazione del primo. Ancora una volta gli Stati Uniti hanno guadagnato dalla guerra, si sono arricchiti sul massacro mentre gli altri belligeranti risultano fortemente impoveriti, bisognosi dei prestiti americani. Richiamare in vita le ombre del passato, come il piano Dawes o il piano Young, non è più possibile, anzi è superfluo. Infatti, le armate americane, contrariamente a quanto accaduto alla fine della prima guerra mondiale, presidiano praticamente non solo il territorio dei vinti, ma l’intera Europa occidentale. In altre parole, a garanzia dei colossali prestiti che si accingono a praticare all’Europa, i banchieri americani tengono in pugno le sedi stesse dei debitori.

La nuova mastodontica operazione finanziaria che lega le economie nazionali europee alla centrale finanziaria americana prende il nome ancora una volta di un generale statunitense, George Marshall. Il 16 aprile 1948 entra in funzione l’ERP (European Recovery Program), la denominazione ufficiale del Piano Marshall, con la firma dei sedici Stati partecipi delle convenzioni che istituivano l’OECE (Organizzazione Europea di Cooperazione Economica) a sua volta dipendente dall’ECA (Economic Cooperation Administration), l’organismo che amministra gli “aiuti” elargiti dalle banche americane alla sorella Europa. I paesi che “beneficiano” della nuova pioggia di dollari sono: Austria, Belgio, Danimarca, Francia, Gran Bretagna, Grecia, Irlanda, Islanda, Italia, Lussemburgo, Norvegia, Olanda, Portogallo, Svezia, Svizzera e Turchia. Nel settembre dello stesso anno l’ERP accoglie sotto l’ombrello protettore il Territorio Libero di Trieste e, boccone più di ogni altro agognato, la Germania Occidentale, che il 23 maggio dell’anno successivo si sarebbe costituita, per volere degli Alleati, in Repubblica Federale.

A dimostrazione dell’intima amicizia fra dollari e cannoni, così bene simboleggiata dalle persone dei generali-finanzieri statunitensi, i clienti dell’ERP, tranne alcuni vantaggiosamente sostituiti dal Canada, firmarono il 4 aprile 1949 la NATO (North Atlantic Treaty Organization). Vi partecipavano: Belgio, Canada, Danimarca, Francia, Gran Bretagna, Islanda, Italia, Lussemburgo, Olanda, Norvegia, Portogallo, Stati Uniti. Il patto andò in vigore nello stesso anno, e nel settembre del 1951, vi aderirono la Grecia e la Turchia; più tardi, la stessa Germania Federale.

Come interpretare questi avvenimenti? Le conseguenze del ciclone finanziario del 1929 rafforzarono negli Stati Uniti il cosiddetto isolazionismo. Esso non era altro che il riflesso della grande paura della borghesia americana al crollo del “boom” postbellico, e la consapevolezza dei terribili pericoli provenienti dalla conseguenze della espansione finanziaria americana nel mondo. Assoggettare le economie straniere, mediante l’indebitamento, rappresentava un affare inebriante, che realizzava masse di profitti con una rapidità sconosciuta prima. Ma non privava l’economia americana della indipendenza necessaria a ripararla dalle convulsioni del mercato mondiale?

In realtà, l’isolazionismo americano non andò mai oltre il limbo delle ideologie politiche. Abbiamo visto come, in piena crisi, gli Stati Uniti si impegnavano a fondo nella politica asiatica, levandosi contro le annessioni giapponesi in Manciuria, mentre le Potenze europee, Inghilterra compresa, reagivano a suon di parole nelle riunioni della Società delle Nazioni. Orbene, la diretta partecipazione degli Stati Uniti ad una serie di coalizioni intercontinentali (dopo la NATO, fu la volta dell’ANZUS e della SEATO), nel seno delle quali il governo di Washington assumeva funzioni di guida (fatto assolutamente nuovo, se si tiene presente che gli Stati Uniti rifiutarono nel primo dopoguerra di aderire alla Società delle Nazioni), si può considerare come la componente di due forze, che sono alla origine della crisi permanente dell’imperialismo americano: la incoercibile spinta del capitale finanziario all’investimento estero e la tendenza della borghesia a salvaguardare la propria esistenza di classe e quella del capitalismo internazionale rafforzando il baluardo americano.

Il Piano Marshall e il Patto Atlantico miravano ad allargare la sfera di influenza del capitale finanziario americano creando le premesse di massicci investimenti, e nello stesso tempo a impedire che tra gli Stati clienti sorgessero movimenti centrifughi. Ora, alla luce dei fatti, appare chiaro che il tentativo americano di portare avanti la ricostruzione economica dell’Europa, in maniera da rendere l’economia dei paesi “assistiti” complementare di quella americana, è certamente fallito. Le irrorazioni di dollari americani indubbiamente hanno permesso all’Inghilterra, alla Francia, ai paesi del Benelux, all’Italia e soprattutto alla Germania e al Giappone di risalire dal baratro economico postbellico.

Naturalmente, ciò non è accaduto senza vantaggio dei finanziatori americani. Ma, proprio come alla vigilia della crisi del ’29, la ricostruzione economica europea ha provocato, non già il rinsaldamento delle relazioni euro-americane, ma una situazione di crisi. E ancora una volta l’economia americana ha subito duri contraccolpi, sia pure non paragonabili alla catastrofe del ’29. Basti ricordare la “recessione” che colpì l’industria americana alla vigilia della guerra di Corea. Attualmente, la situazione è ben più grave, visto che i paesi che nel 1948 diedero vita all’OECE e nelle intenzioni dei capitalisti statunitensi, avrebbero dovuto costituire il complemento economico dell’America, sono divisi in opposti campi commerciali, e la stessa concorrenza tedesca e giapponese riprende a disturbare il commercio statunitense. Quanto alla situazione economica USA, questo giornale ne ha fornito ripetutamente il quadro. Non a caso, dunque, la “distensione” coincide con un periodo di serie difficoltà economiche americane. Non siamo certo alla crisi, e nemmeno alla “recessione”, ma indubbiamente l’orizzonte è oscurato.

A questo punto viene spontaneo un raffronto storico. Non è la prima volta, infatti, che un accostamento russo-americano si attua in una situazione di disagio per l’imperialismo yankee. Gli Stati Uniti, come è noto, rifiutarono sempre di riconoscere “de jure” la Russia Sovietica, e rimasero l’unica potenza, tra i maggiori Stati capitalistici del mondo, che non tenesse relazioni diplomatiche con Mosca fino all’autunno del 1933. Fu un caso che ciò accadesse mentre, per effetto della crisi economica, la reazione ultranazionalistica esplodeva in Europa, la Germania sfuggiva dalle mani dei banchieri americani e tutti gli Stati europei, i clienti delle banche americane, si affrettavano a rinchiudersi nelle casematte del protezionismo antiamericano e mentre scoppiava la controversia nippo-americano nel Pacifico? Certamente no. È un fatto che l’amicizia russo-americana, che poi si sarebbe tramutata in alleanza di guerra, nasceva nel momento in cui si delineava in Europa e in Asia, ad opera delle borghesie più provate dalla guerra, la “crociata antiplutocratica”, cioè il movimento di opposizione alla egemonia finanziaria anglo-sassone.

Anche oggi, sotto il segno della “distensione”, il riavvicinamento russo-americano avviene mentre gli Stati dell’Europa Occidentale, gli ex beneficiati del Piano Marshall, i membri attuali della NATO, danno chiari segni di insofferenza dell’egemonia americana. Della sedizione nazionalistica antiamericana discuteremo nel prossimo articolo. Qui basterà accennare a fatti come l’ascesa al potere di De Gaulle in Francia, la scissione commerciale che oppone l’Inghilterra alla Francia-Germania e costringe gli Stati Uniti ad una pericolosa politica di compromesso, la rinascita dello spirito imperialistico tedesco (è di oggi la rivelazione dei piani dello Stato Maggiore tedesco tendenti a procurare alla Germania basi militari in Spagna, in aperta concorrenza con gli Stati Uniti cui a suo tempo il governo di Madrid concesse appunto tale privilegio!).

Naturalmente, non occorre dire che dalla “distensione” Russia e America traggono un vantaggio reciproco giacché, se l’imperialismo americano fosse costretto dal rinascente nazionalismo europeo a rinunciare ai suoi interessi sul Vecchio Continente, verrebbero meno le giustificazioni alla presenza delle armate russe al di là dell’Elba.

Concludendo l’argomento odierno, si può sostenere che a promuovere potentemente la svolta politica per cui America e Russia depongono le armi della “guerra fredda” sia, oltre all’evoluzione verificatesi nelle ex colonie, oggi presentantisi come un mercato capace di assorbire capitali eccedenti dei paesi industrializzati, e oltre ai cambiamenti in senso sempre più occidentalizzante imposti al governo di Mosca dalla prorompente mercantilizzazione della economia russa, il riprodursi della classica situazione di crisi dell’imperialismo americano.

[RG-26] Prime notizie della riunione interfederale di Firenze

La riunione interfederale di primavera si è svolta con soddisfazione di tutti i compagni a Firenze, il 19 e 20 scorso, in un’atmosfera insieme di entusiasmo e d’intensa applicazione. Sebbene motivi di lavoro e di salute avessero impedito a diversi delegati di intervenire, sia dall’interno che dall’estero, la sala di riunione era piena: dodici compagni dalla Toscana, otto dalla Emilia, diciassette dalla Lombardia, quattro dal Veneto, quattro dal Piemonte e dalla Liguria, due dal Lazio, quattro dalla Campania, uno dalla Puglia, uno dalla Calabria, uno dalla Sicilia, due dalla Francia. La organizzazione logistica curata con l’abituale serietà dai compagni fiorentini, è stata ottima; la partecipazione degli interventi intensa e vibrante di entusiasmo.

Come d’abitudine, la riunione era stata preceduta da una giornata di lavoro preparatorio svolto da un gruppo di compagni, gli ormai stabili “negri”, che avevano provveduto a completare i quadri statistici, a coordinare gli apporti di diversa provenienza, e a predisporre tutto il materiale indispensabile al lo svolgimento dei temi in programma. Le nostre riunioni hanno sempre più il carattere, tipico di un, movimento rivoluzionario, del lavoro anonimo collettivo che si svolge in continuità non esaurendosi nel giro di periodici incontri, ma estendendosi lungo tutto l’arco dell’attività di partito, cosicché le riunioni interfederali rappresentano la messa a punto e il bilancio sommario dei risultati ai quali si è pervenuti attraverso un lavoro che non è accademico e da tavolino ma condotto innanzi fra le difficoltà della vita quotidiana e le vicissitudini della battaglia di classe: non sono l’occasione per fornire ai gruppi un “prodotto finito”, ma per dare un nuovo colpo di scalpello collettivo a un prodotto necessariamente “grezzo”.

La riunione ha poi avuto inizio il sabato mattina con brevi comunicazioni organizzative ed una commossa rievocazione della figura di militante generoso di Antonio Natangelo, animatore del gruppo fiorentino fin dagli anni della seconda guerra mondiale. I compagni milanesi avevano portato diverso materiale da distribuire ai gruppi: le ultime copie del II Abaco dell’economia marxista, che sarà presto ristampato insieme al I; i Testi della Sinistra; il Dialogato coi Morti; e hanno provveduto a fornirlo all’organizzazione perché lo faccia conoscere il più largamente possibile nella cerchia dei simpatizzanti e — soprattutto per quanto riguarda l’Abaco — ne faccia oggetto di studio e di commento nelle riunioni di gruppo a completamento (del resto non ancora finito) degli “Elementi dell’economia marxista” e a elucidazione dei più difficili testi marxisti. Sempre nella mattinata, è stato tracciato un quadro riassuntivo delle riunioni più direttamente collegate ai temi da svolgere e dei punti ai quali la riunione fiorentina era dedicata.

Nel pomeriggio, un compagno fiorentino, assistito da altri, ha illustrato i dati più recenti relativi sia all’economia americana e agli aspetti spesso contraddittori della “ripresa” succeduta negli USA al grande sciopero siderurgico, sia all’economia sovietica e agli ultimi provvedimenti che riflettono la marcia accelerata verso una “confessione” senza veli della natura capitalistica della società russa. Questi aggiornamenti sono stati eseguiti in base alle cifre e alle dichiarazioni ufficiali dei due blocchi, e un interesse particolare hanno avute gli accenni alla teorizzazioni che, dall’una e dall’altra parte, si danno dell’avvicinamento non soltanto formale fra l’Ovest e l’Est capitalistici. Il secondo tema della giornata quello delle “forme che precedono la produzione capitalistica” — sul quale un compagno francese aveva preparato un rapporto molto dettagliato e interessante, che verrà tradotto e distribuito nei prossimi mesi, — ha occupato il resto del pomeriggio: il vasto quadro del passaggio dalla, primitiva società comunista alle successive forme di “alienazione ” dell’uomo dalla natura, dagli strumenti del suo lavoro, dai prodotti della sua fatica, dalle sue stesse condizioni di sviluppo biologico, fino al distacco completo e sempre più mortificante nella società capitalistica e, da questa — per la stessa determinazione necessaria operante nei trapassi della storia antecedente, — alla ripresa di possesso rivoluzionaria, su un piano superiore, nella società comunista, e i riflessi che questo studio ha sui problemi vitali della tattica e della strategia del partito di classe, sono stati sommariamente illustrati e completati dalla lettura di potenti e poco noti brani di Marx e di Engels.

La seconda giornata è stata dedicata alla trattazione dei temi di maggior impegno: da un lato, lo sviluppo dell’illustrazione dei punti più difficili e di più ardua interpretazione del II libro del “Capitale”, che formerà oggetto di un terzo “Abaco dell’economia marxista”, e da altro la questione (resa ancor più attuale dai recenti sviluppi della tecnica e, parallelamente, dall’assordante propaganda conformista internazionale) dell’atteggiamento del partito rivoluzionario marxista di fronte alla scienza e, più in generale, ai problemi della conoscenza, e la contrapposizione non accademica non scolastica e neppure “filosofica”, ma di classe e di battaglia della visione del mondo inseparabile dalla dottrina comunista alla visione borghese, riflesso delle esigenze di disperata conservazione “dell’ordine della proprietà e del capitale”. La pubblicazione in extenso dei diversi rapporti avrà inizio a partire dal prossimo numero: valgano intanto questi brevi cenni ad illustrare il contenuto della riunione fiorentina, che è stata nello stesso tempo un felice bilancio organizzativo in vista dell’attività futura del nostro movimento.