International Communist Party

Il Programma Comunista 1964/23

Chiave dei cambi di scena tra i «grandi attori» della storia

Nel 1924, tra noi come nel campo di Agramante, cominciò a circolare la parola Termidoro. La rivoluzione russa, che aveva avuto, e rivendicato in dottrina, il Terrore, poteva, doveva forse avere un Termidoro?

Al principio dell’anno Lenin, da gran tempo malato, era morto. Molti se non tutti, fra noi e nel campo di Agramante, identificavano con la persona di Lenin individuo la rivoluzione bolscevica di ottobre 1917, il suo partito, la sua teoria. La rivoluzione di Lenin, la dottrina di Lenin, il partito di Lenin. Molto va perdonato ai modi di dire. Tra i denigratori e gli apologeti, li avremo anche noi usati mille volte. In termini coerenti alla dottrina di lui e nostra, non è un uomo che fa una rivoluzione, una teoria, o un partito, e li distingue col suo nome. Fu tuttavia Lenin tanto perspicuo nostro maestro che proprio a lui non pensiamo, quando scriviamo di attori della storia!

I giovani comunisti di quella generazione videro però, con Lenin e al lavoro con lui, e nello stesso rapporto di lui con la teoria, il partito e la rivoluzione, numerosi compagni di Russia e fidarono nel partito vero e grande dei Lenin, Trotsky, Radek, Bucharin, Zinoviev, Kamenev e tanti, tanti altri.

Credettero, non perché fosse Lenin vivente, quel partito monolitico e – ingenuamente – eterno. E lavorarono convinti di farlo mondiale.

Ma al V congresso di Mosca, nella estate 1924, – e non in quanto si ponesse il problema idiota: chi va al posto di Lenin? – si seppe che il partito monolitico era diviso, e quel gruppo di compagni, che sognammo «intercambiabili»  a piacere come pezzi della macchina per la rivoluzione nel mondo, non era più lì a darci una risposta concorde. L’uomo più significativo, Leone Trotsky, dal congresso del partito russo taceva; era assente dal congresso mondiale.

Allora cominciò a circolare la parola del Termidoro futuro, e si fece dai filistei largo uso della frase fatta: Lo sapevamo bene, le rivoluzioni divorano i loro uomini. Per l’ideologo borghese e mezzo borghese (peggio) vanno insieme queste tesi: Le rivoluzioni sono il fatto di un uomo, sono generate dalla apparizione di un uomo. Questa figlia si nutre poi della carne del suo genitore.

Ma uno solo era stato fino allora divorato dalla rivoluzione; Lenin proprio, e non nel senso dei giacobini della Francia 1793: «bisogna ghigliottinare per non essere ghigliottinati». Aveva tanto donato delle sue qualità di eccezione alla causa di cui era milite, che bruciò troppo presto, quella macchina meravigliosa. Non lo travolse un Termidoro!

Nella sua visione, il nostro Terrore nato in Russia non sarebbe stato spento da una controrivoluzione russa, ma doveva guadagnare tutti i paesi fuori di Russia alla Dittatura. Lo credemmo colla stessa certezza con la quale rifiutammo il discorso dei nemici e dei traditori: Dittatura significa un Dittatore; e il vostro è dato dal nome più noto: Lenin, il nuovo Zar!

La storia corrente considera come svolto della rivoluzione francese il 27 luglio del 1794 (nel calendario rivoluzionario,  10 termidoro anno IV) perché Robespierre, che fino allora aveva col Comitato di salute pubblica condotto il Terrore, vi fu ghigliottinato dagli avversari di destra, senza che il popolo dei sanculotti di Parigi si levasse in armi. Il terrore cambierà di mano, e la controrivoluzione sboccherà nel consolato di Bonaparte e nell’Impero…

Devono forse tutte le rivoluzioni avere una stessa, oggi direbbero, regia? Ed era la rivoluzione russa della stessa «specie» di quella francese? Bisognava rispondere a queste domande per prevedere un termidoro russo.

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Nel mondo degenerante di oggi si va perdendo la sana distinzione fra il modo borghese di presentare la storia e quello proletario e marxista. Non passiamo ancora al secondo. Fino, possiamo dire, alla fine del secolo scorso la corrente opinione si domandava ancora, o appena aveva cessato di domandarsi, se la Rivoluzione  francese era stata giusta o no, se aveva o no fatto bene a levare picche e ghigliottine e a versare tanto sangue, se Napoleone la aveva punita, e se avevano fatto bene i restauratori e se avevano punito Napoleone, o la rivoluzione, o tutti e due. Poca strada è stata fatta in più di altro mezzo secolo, se ancora oggi il novantanove per cento dei commentatori sono tanto intrigati nello spiegare il senso della «caduta» di Krusciov e nel dire se era un buon compare, o un dittatore truculento e da «termidorizzare». E se lo sarà nel seguito. Gente che così giudica sarebbe appena scusabile se si dichiarasse convinta  che c’è il Padre eterno a regolare la storia, o che un senso morale innato decide di essa ed in essa. Oggi, digerito più di mezzo secolo dopo quello illuminato, siamo al punto barbino che, se prendiamo un politico di estrema destra e uno di estrema sinistra, potremo trovarli fieramente avversi, ma in sostanza tutti e due finiranno con l’ammettere: Iddio? beh, certamente, decide lui – la morale generale? certo, è alla sua luce che si legge la storia…

Comunque abbiamo voluto dire che all’altezza del 1900 (Marx aveva parlato e scritto da più di mezzo secolo) ogni benpensante ne aveva tanto da dire con sicumera; ghigliottina o non ghigliottina, testa di Capeto o di Massimiliano, corona o arsenico per Napoleone il grande, tutto è andato per il meglio, perché quale altra via esisteva per avere la civiltà moderna, le macchine, la tecnica in progresso, la cultura, eccetera eccetera?

Allora la sentenza di Dio o della Storia restava sospesa, sul Terrore e sulle Dittature, o quanto meno non poteva servire con sicurezza a condannare qualunque guerra civile, qualunque dittatura.

Sono passati tutti questi 64 anni ed è scorsa sotto i ponti tanta altra civiltà, progresso tecnico, e scientifico; ma in effetti abbiamo rinculato in maniera paurosa: il bigottismo è cento volte maggiore. Nessuno sa se Nikita è stato oggetto di una piramidale canagliata, o se era lui un farabutto, un tirannello narcisista degno di pedate al cospetto del mondo.

Dato che, giusta il luogo comune scolastico, la storia è maestra della vita, nel senso banale che snocciola repertori obbligati, il filisteo del 1924 non aspettava solo il Termidoro russo, ma anche il bonapartismo. La figura del Napoleone pareva bella e pronta; quella di Trotsky, condottiero dell’esercito rivoluzionario che aveva schiantate tutte le coalizioni, uomo ricco a dovizia di tutte le qualità brillanti, fiammeggiante nella figura come l’aquila nei quadri del David tra le aurore di gloria dell’ottocento. Anche di questa specie di farisei ridemmo sicuri; Leone non cedeva di un passo a Vladimiro nel rispetto del partito e della sua dottrina, nel posporvi ogni personalità, e prima la propria, che per altra via lasciò disperdere in uno squallido esilio, non perché gli facesse paura un’avventura da dramma storico, ma per coerenza ai principi di tutti e alla causa della grande rivoluzione. Né l’uno né l’altro, né quanti furono degni di militare per le stesse mete storiche, erano attori, scesi a recitare sui palcoscenici della storia politica; davanti alla platea  rigurgitante di resocontisti prezzolati e di critici incretiniti.

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Ben altra chiave il nostro partito storico – quello sì eterno e non riducibile dalle tempeste a pause di silenzio – possiede per leggere gli eventi umani.

Il determinismo marxista mostra alla base delle lotte politiche e della rivoluzione che ne seguono le tappe cruciali, il conflitto tra le classi destato dai fattori economici, e la sostituzione del potere di una classe a quello di un’altra. Ogni classe rivoluzionaria ed ogni tipo sociale di classe elabora nella lotta e fra i fumi della battaglia  una sua ideologia e sembra gettarla contro quella della classe precedente. Se quindi nella visione nostra della storia ogni rivoluzione  ha ragione, non sarebbe esatto dire che ogni ideologia rivoluzionaria è giusta e ha valore definitivo rispetto al passato e per il futuro.

Come di norma, parlino i nostri testi di base, e la immortale prefazione alla Critica della economia politica, di Marx. Se vogliamo parlare di rivoluzione in generale, non dimentichiamo: «Esaminando tali rivoluzioni, bisogna distinguere tra la rivoluzione materiale nelle condizioni della produzione economica, constatabile con precisione scientifica, e le forme giuridiche, religiose, artistiche e filosofiche, in breve ideologiche, in cui gli uomini divengono consapevoli del conflitto e lo combattono. Così come non si giudica un uomo secondo ciò che egli pensa di essere, non si possono giudicare tali epoche di sovversione sociale dalla coscienza che esse si formano di se stesse, anzi si deve dichiarare (dedurre e spiegare) questa coscienza dalle contraddizioni della vita materiale e dal conflitto esistente tra le forze produttive sociali e i rapporti di produzione».

Prendiamo il filisteo corrente fine 1900. Egli è giunto a vedere che la rivoluzione del 1789 doveva usare dittatura e terrore, ma le dà questo diritto solo in quanto era l’ultima a fruirne. Tra questi filistei, ogni Kautsky, ogni socialdemocratico di quelli a cui Lenin tolse il diritto di blaterare, e quindi ogni moderno opportunista che insozza l’aggettivo di leninista, cadono nello stesso errore di non aver ancora capito quanto Marx scrisse nel 1859 (e dire che si definiscono, gli ultimi detti, aggiornatori e arricchitori di un marxismo superato e passatista rispetto alle posteriori esperienze!). Essi infatti giudicano la rivoluzione francese secondo la coscienza che si formò di se stessa. Nei suoi teorici della filosofia enciclopedista ed illuminista, e nei suoi capi parlamentari, essa annunziò di avere attuata la totale liberazione dell’uomo dalla ingiustizia e dal privilegio: ogni altro progresso sarebbe stato pacifico, e affidato all’arma della democrazia. Il marxismo nello scoprire come si leggono le rivoluzioni nella storia, scoprì che quella borghese aveva eretta una nuova classe dominante e un’oppressione peggiore delle antiche: il salariato. Il passo celebre conclude: «i rapporti borghesi di produzione sono l’ultima forma antagonistica del processo di produzione sociale… Con questa formazione sociale si conclude, quindi, la preistoria della società umana». Marx e Lenin rivendicarono che questa era la scoperta della ineluttabilità di una nuova rivoluzione, nuova lotta armata e nuova dittatura  in tutti i paesi.

Oggi quelli che si dicono il partito di Lenin annunziano che la sua fu nel tempo e nello spazio l’ultima dittatura. Che dissero di diverso i puri borghesi che gli gridarono di essere un despota sanguinario?

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Secondo la nostra scuola si può tentare il confronto fra le rivoluzioni del 1789 e del 1917. Si potrebbe dire che furono diverse radicalmente: quella la prima dittatura borghese, questa la prima proletaria…

Tuttavia partirono dalla esplosione dello stesso regime: quello feudale. La rivoluzione russa fu una rivoluzione doppia; è noto. Ma la borghesia non tenne il potere, debole potere, che da febbraio a ottobre.

Noi non abbiamo mai negato talune analogie  fra le due rivoluzioni tanto lontane nel tempo tra loro. In entrambe lottavano tre classi e non due. In recenti ricerche del nostro movimento attuale abbiamo, nella «questione militare», descritto un proletariato, sia pure embrionale, in lotta nella rivoluzione di Francia. Tanto è vero nel marxismo classico. Vediamo Engels, nell’ Antiduhring. Totale è la collimazione nel metodo, tra il 1859 e il 1878. E’ descritto il naufragio della ideologia razionalista, pure citando Rousseau cui Marx ed Engels dettero grande stima, come dialettico. «Il Contratto Sociale di Rousseau aveva trovato la sua realizzazione nell’epoca del Terrore, da cui la Borghesia smarrita e non comprendendo più nulla delle sue attitudini politiche si era rifugiata prima nella corruzione del Direttorio e poi sotto la protezione del dispotismo napoleonico». Segue uno scorcio potente dell’economia sociale borghese più crudele della feudale verso gli oppressi. Più oltre: «Le masse proletarie di Parigi al tempo del Terrore potettero impadronirsi per un momento del potere, ma con ciò poterono solamente dimostrare che il loro dominio era impossibile allora».

Engels si complimenta con il grande utopista Saint Simon, altro maestro di dialettica innata, per aver saputo concepire la rivoluzione francese «come una lotta di classe tra nobiltà borghesia e proletariato, il che era nell’anno 1802 una scoperta assai geniale».

Lenin stesso legherà alle lezioni della rivoluzione francese ed al compito delle masse in essa la sua prospettiva della rivoluzione russa e mondiale nel lavoro sull’ Estremismo. Quando egli sottolinea la primaria importanza di una valida teoria rivoluzionaria, ricorda che la giustezza di questa – il marxismo – «fu provata dalla esperienza mondiale di tutto il secolo decimonono».

La rivoluzione francese nel suo concetto fu un primo banco di prova della dinamica delle grandi masse. Ben sapeva  quanto Engels aveva detto del proletariato di Parigi nel Terrore, e molte volte egli e Trotsky lo ricorderanno. Ma chi rappresentava il proletariato, in questo fugace afferrare il potere? Forse lo stesso Robespierre, nella sua lotta contro la destra girondina borghese e piccolo borghese. Eppure la stessa Convenzione represse i moti popolari precedenti la congiura comunista di Babeuf. Ciò spiega la passività proletaria al Termidoro? Certo Roberspierre nei suoi travolgenti discorsi era giunto a dire: «Le rivoluzioni succedutesi negli ultimi tre anni han fatto tutto per le altre classi di cittadini, quasi nulla per la più necessaria, per i cittadini proletari non aventi altra proprietà che il lavoro. La feudalità è scomparsa, ma non a vantaggio loro, poiché nelle campagne affrancate non possiedono nulla… E’ stata istituita la eguaglianza civile, ma ad essi mancano l’istruzione e l’educazione…».

Per una chiara analogia con la Russia del XX secolo la Francia giacobina era flagellata dalle spedizioni militari delle potenze estere coalizzate, tra cui la borghese Inghilterra, timorosa di un giacobinismo di sinistra e proletario. Robespierre nella lotta contro gli agenti stranieri costruisce il grande mito popolare della Patria delle patrie, che tuttavia i borghesi non hanno fondata, ma usurpata dalla monarchia ereditaria. Riluttante dapprima ad ogni guerra di popoli, e dopo la dichiarazione contro ogni guerra di conquista territoriale, egli trova nel furore della difesa il lievito della forza della rivoluzione che attinge incredibili vittorie contro un mondo di nemici.

Anche la rivoluzione di Russia condusse una lotta parimenti feroce e non meno gloriosamente vittoriosa. Ma, sulla grandiosa linea di Lenin, non ne trasse la esaltazione di una patria, sia pure proletaria e rossa. La consegna di Lenin fu e resta l’ Internazionale, la guerra civile antiborghese in Europa e dovunque.

Tutte le crisi che il regime russo ha traversate da quel 1924 in poi non vanno lette come cambi della guardia e sinistre trame di palazzo, come piace di fare al conformismo pennaiolo del mondo.

La rivoluzione russa, fermatasi come rivoluzione proletaria e svoltasi sotto nome mentito come rivoluzione borghese, che come quella francese aveva utilizzato la potenza delle masse in armi di formazioni civili e militari, ha subito un rovescio storico più grave di ogni Termidoro e di ogni Restaurazione.

Il marxismo rivoluzionario non è morto, e legge ancora la storia per antagonismi di classi avversarie e non per protagonisti che recitano sulle poltrone ai vertici. La economia capitalista nel corso di pochi decenni da Waterloo guadagnò il mondo, e prima della fine del secolo la stessa Russia.

La economia proletaria aveva bisogno della Dittature europea e poi mondiale. Nel 1926 si ebbe lo svolto cruciale, quando Mosca dichiarò che rinunziava alla Dittatura comunista internazionale. Il grande attore di scena fu Stalin, e prevalse su generosi lottatori; Trotsky, Zinoviev, Kamenev, in disperata difesa delle posizioni del morto Lenin e della immortale teoria rivoluzionaria.

La storia delle persone racconti pure come diversamente andarono ad essere assassinati, come degno di loro finì Bucharin, in quella giornata palafreniere di Stalin, quanto poco dica che Zinoviev e Kamenev, primi, già nel 1924 avevano dato l’ostracismo al grande campione della Internazionale, Leone.

La rivoluzione francese era caduta senza uccidere il suo Mito, la Patria, in cui Robespierre credeva come un bambino, quanto nella Virtù, che identificava, lui l’incorruttibile dei sanculotti, col Terrore stesso, sui traditori, sui venduti.

La svolta di Stalin vale come se Cambronne, invece di lanciare sul viso dei vincitori il fatidico grido, avesse urlato: Guardia, calate le brache!

Era la vittoria regalata all’antagonista storico della Dittatura, il Capitale di Occidente. Che non se la lascerà strappare dalle follie napoleoniche di Baffone.

Per i pettegoli della storia quella chiave non apre la spiegazione ai cambi delle scene tra gli Stalin, i Beria, i Malenkov, i Krusciov, i Breznev e la futura teoria di marionette.

Per noi non occorre di più.  Quanto ripete sempre più aperto la Pravda di questi giorni, è corollario di una premessa che leggemmo chiara tra il 1924 e il 1926.

Stato di tutto il popolo dopo la fine della dittatura proletaria. Merda! Ecco non un sinonimo ma un omonimo della democrazia.

Massimo interessamento di ognuno al rendimento del lavoro. Ecco il sinonimo della proprietà privata sfruttatrice, alienazione dell’uomo.

Così imparammo a dichiarare la coscienza che una società ha di se stessa.

Il filisteismo borghese si avventa sul Congo

L’oscena incanata con la quale la stampa borghese internazionale, laburista e socialdemocratica, filo-americana e filo-cattolica, ha salutato l’impresa mercenaria dei paracadutisti belgi partiti dall’isola dell’Ascensione con la connivenza del governo inglese e lanciati su Stanleyville il mattino del 24 novembre per schiacciare ogni fremito d’indipendenza nel Congo, è degna di un regime sociale come quello capitalistico giunto alla sua fase di estrema decomposizione. Tutto ritorna qui a galla: il razzismo, l’ipocrisia dei «civilizzatori» verso «barbari», il bigottismo, la sufficienza dei ricchi verso i poveri, il tutto condito con la spudoratezza dell’«Occidente civile» in genere, USA in testa, già urlanti contro Ciombe [Tschombé] ed ora osannanti a lui (salvo a farsi lo sgambetto l’un l’altro come pare che la Francia di De Gaulle voglia fare al Belgio di Spaak), e con le platoniche dichiarazioni di «solidarietà» coi «ribelli», di Mosca, Pechino e Botteghe Oscure.

Ad esse si affianca la vigliaccheria dei capi degli stati africani sedicenti indipendenti. La protesta dell’imperatore d’Etiopia, del re del Marocco, e dei vari presidenti in sedicesimo del Ghana o della Tunisia, dell’Algeria o dell’Egitto, non può e non potrà nascondere i fatti nella loro verità nuda e cruda. E i fatti insegnano, ancora una volta, che come l’imperialismo ha potuto impunemente massacrare Lumumba all’insegna delle Nazioni Unite, così l’imperialismo può oggi massacrare i lumumbisti di Stanleyville, «malgrado» le platoniche proteste degli Hailé Selassié, Nasser, Bourghiba, e Ben Bella. I fatti insegnano che come il governo razzista del Sud Africa può rinchiudere i proletari negri nei campi di concentramento malgrado le proteste del Papa, della regina d’Inghilterra, così l’imperialismo può massacrare impunemente nell’Angola e nel Camerun, «malgrado le commissioni d’inchiesta» dell’ONU.

Il Camerun e l’Angola sono situati a nord-ovest e a sud-est del Congo. Tutta questa immensa regione è una sola polveriera. Che cosa hanno fatto, che cosa fanno i governi sedicenti indipendenti dell’Africa per venire in aiuto agli insorti di queste regioni? Di che cosa sono capaci, i capi del Kenya, del Sudan (direttamente confinante con la regione di Stanleyville e di Aketi), dell’Algeria, dell’Egitto? Da dove parte, e dove si ferma, il loro antimperialismo? A che cosa è servita la «eroica» decisione del governo egiziano di dirottare dal Cairo l’aereo di Ciombe, dal momento che Ciombe fa impunemente massacrare i lumumbisti congolesi, con l’aiuto del Belgio e dell’Inghilterra? Dal fatto che decine di Stati africani sedicenti indipendenti accolgono post festum, con una platonica protesta, l’intervento anglo-belga nel Congo, scaturisce una sola conclusione: il continente africano non è affatto indipendente; l’imperialismo ha balcanizzato l’Africa, come ha balcanizzato il Congo, per meglio dominarla.

* * *

La giustificazione avanzata dal governo belga e dal socialdemocratico Spaak, secondo la quale i paracadutisti belgi sono intervenuti per salvare gli ostaggi bianchi dal massacro, nella sua infamia non è nuova. Ma nuova, sorprendente, e ancora più infame, è l’argomentazione con cui il governo russo e la stampa sedicente comunista (ad esempio «L’Unità») sostengono la loro «protesta», e secondo cui sarebbe falso che i lumumbisti di Stanleyville fossero disposti a liquidare gli ostaggi bianchi.

Agli uni e agli altri noi rispondiamo con le parole che Carlo Marx, a nome del Consiglio Generale dell’Associazione Internazionale dei lavoratori, buttò sul viso della borghesia europea, esultante per il massacro dei Comunardi parigini, il 30 Maggio 1871:
«Ma l’eccidio dei sessantaquattro ostaggi, fra i quali l’arcivescovo di Parigi, per opera della Comune! La borghesia ed il suo esercito avevano introdotto, nel giugno 1848, una consuetudine, da molto tempo abbandonata da ogni condotta di guerra: l’uccisione degli ostaggi inermi. Quest’uso brutale è stato d’allora in poi rimesso in vigore più o meno in ogni repressione di sommosse popolari in Europa e nelle Indie; con la qual cosa si volle provare che si trattava di un vero ‹progresso della civiltà›. D’altro canto, i Prussiani avevano richiamato in onore in Francia l’uso di prendere per ostaggi degli innocenti, che con la propria vita offrivano loro una garanzia rispetto alla condotta di altri. Quando Thiers ebbe rimesso in vigore, fin dal principio della lotta, l’umanitaria consuetudine di fucilare i prigionieri comunisti, per difendere la vita di questi prigionieri alla Comune non rimaneva che rifugiarsi nella consuetudine prussiana di far degli ostaggi. La vita degli ostaggi però era compromessa più che mai dall’incessante massacro dei prigionieri da parte dei Versagliesi. Come si poteva risparmiarli ancora più a lungo dopo il bagno di sangue col quale i pretoriani di Mac-Mahon celebrarono il loro ingresso in Parigi? Anche l’ultimo contrappeso alla barbarie insolente dei governi borghesi – la pena degli ostaggi – doveva diventare una semplice burla?» (Karl Marx, «Indirizzo del Consiglio Generale dell’Associazione Internazionale dei lavoratori sulla Guerra civile in Francia», 30 maggio 1871).

Da quando Marx scrisse queste parole, la «civiltà» borghese ha compiuto indubbiamente molti «progressi». Non solo la consuetudine prussiana di fucilare i prigionieri è stata adottata nel corso della seconda guerra imperialista da tutti gli eserciti, inglesi e russi, americani e tedeschi, ma il massacro indiscriminato è stato esteso a tutte le popolazioni civili, e la civiltà borghese ha difeso se stessa e i suoi sacri valori atomizzando e bombardando milioni di donne e di bambini.

E dopo tutto ciò, gli imperialisti belgi e inglesi si velano il viso per l’orrore di fronte ai cinquanta ostaggi fucilati dai lumumbisti di Stanleyville, mentre i dirigenti del Cremlino, e i loro accoliti si appellano alla pirateria internazionale dell’ONU, e giustificano gli insorti congolesi affermando che non era loro intenzione uccidere gli ostaggi?!?

Sulle «intenzioni» dei lumumbisti congolesi nessuno ha il diritto di pronunciarsi, né Kossygin, né Spaak, né l’ONU: nessuno ad eccezione di loro stessi. Quanto al resto, ebbene, signori, nel Congo la guerra divampa da quattro anni, da quattro anni almeno nel Congo i mercenari dell’imperialismo belga e del governo fantoccio Ciombe assassinano ostaggi e prigionieri militari e civili, donne e bambini. L’esercito lumumbista aveva tutto il diritto, se di diritto si vuol parlare, di applicare le stesse misure adottate dai suoi nemici.

Con Carlo Marx, quasi cent’anni dopo la Comune di Parigi, noi domandiamo. «Anche l’ultimo contrappeso alla barbarie insolente dei governi borghesi – la pena degli ostaggi – doveva diventare una semplice burla?»

Çin Sorunu Üzerine Tezler Pt.1

A. Doğu Devrimleri: Karakter ve Perspektifler

1. Çin’de, Afrika ve Asya’nın diğer geri ülkelerinde olduğu gibi, iki dünya savaşı, üretici güçlerin gelişimi ile ataerkil rejimden miras kalan eski üretim ilişkileri arasındaki çelişkiyi kırılma noktasına getirdi. Burada, uzun bir süre boyunca, milli ve kırsal isyanları, yüzyılın başında zaten Marksizm tarafından formüle edilen tahminleri doğrulayarak, birbirini takip etti. Böylece, Avrupa sanayi metropollerinde proletaryanın tekrarlanan yenilgilerine rağmen, Doğu’daki milli hareketlerin yükselişi, kapitalist sistem içinde biriken karşıtlıkların devrimci gücünü göstermiştir. Ancak, bugün, geri kalmış ülkelerin eski sanayileşmiş metropollerinin ekonomik kalkınmasına ilişkin artan geriliğinin kanıtladığı gibi, bu çelişkiler milli bir çerçeve içinde ya da burjuva “ilerleme” yoluyla çözülemez: dünya kapitalizmi, eşitsiz gelişimi, tüm servetin bir avuç süper sanayileşmiş devlet tarafından biriktirilmesi, Komünist Enternasyonal’in 1919 Manifestosu’nda sömürgeler sorununu tam da bu terimlerle gündeme getirdi:

“Genel olarak sömürgeler için bir savaş olan son savaş, aynı zamanda sömürgelerin yardımıyla yürütülen bir savaştı (…) Olsa olsa, Wilson’ın programı (“Denizlerin Özgürlüğü”, “Milletler Ligi”, “sömürgelerin uluslararasılaşması”), sömürge köleliğine ilişkin etiketlerin değiştirilmesini sağlama görevine sahiptir. Sömürgelerin kurtuluşu, ancak metropollerdeki işçi sınıfının kurtuluşu ile birlikte mümkündür”.

Proletarya, burjuva, pasifist ideoloji tarafından mağlup edilmiş ve ardından köleleştirilmişti. Ancak tüm “toplumsal barış” ve “barış içinde bir arada yaşama” peygamberlerinin aksine, işçi sınıfının Doğu devrimlerinden çıkarması gereken kesin ders şudur: Şiddet her zaman tarihin tek ebesidir.

2. Çin’de yabancı emperyalizmin uyguladığı baskı ne olursa olsun, orada yaratılan ekonomik ve toplumsal çelişkilerin doğası, Çin devrimini başlı başına bir “anti-kapitalist” devrim yapacak nitelikte değildi. Marksizm, Rus popülistleri tarafından da benimsenen ve bugün Mao’nun “aşırılığı” tarafından sömürülen bu küçük-burjuva “sosyalizm” yanılsamasını her zaman reddetmiştir. Rus popülistleri hakkında Lenin şunları söylemiştir:

“Hepsi kolayca “sosyalist” deyimler söylüyorlar, ancak sınıf bilincine sahip bir işçinin bu sözlerin gerçek anlamı konusunda aldatılmasına izin verilmeyecektir. Aslında “toprak hakkı”nda, “toprağın eşit paylaşımı”nda, “toprağın toplumsallaştırılması”nda sosyalizmin zerresi yoktur. Bu, özel toprak mülkiyetinin ortadan kaldırılmasının ve yeni, hatta mümkün olan en “en adil” toprak bölünmesinin, meta üretimini ve piyasanın, para ve sermayenin gücünü etkilemek şöyle dursun, genişlemesine yol açtığını bilen herkes için açık olmalıdır.” (“Rusya’daki Siyasi Partiler”, 1912, Toplu Eserler, Cilt 18, s. 52-3).

Köylülerin doğal ekonominin bağlarından kurtuluşu, “modern” bir tarımın sağladığı emek ve sermaye rezervlerinden yararlanan “modern” bir sanayinin gelişmesi, ulusal bir pazarın yaratılması ve bunların hepsinin taçlandırılması “milli birlik”, “milli kültür” ve devlet iktidarının tüm “modern” nitelikleri: bütün bunlar her zaman kapitalist birikimin programı olmuştur ve olacaktır.

3. Yine de Marksizm, kendisini bir burjuva devrimci hareket içinde, bir milli devlet ve siyasal demokrasi için biçimsel talepler ileri sürmekle sınırlamak şöyle dursun, tüm devrimlerde toplumsal sınıfların rolünün en titiz değerlendirmesini yapar. 1848’de Çarlık Rusyası veya Avrupa’da olduğu gibi Çin’de bir sanayi proletaryasının ortaya çıkışı, komünistlere, burjuva öncesi rejimin krizlerini kendi siyasi amaçları için kullanacak bir sınıf örgütlenmesinin gerekliliğini gösterdi. Bu, Komünist Manifesto’nun ve Ekim Devrimi’nin çizgisidir; Marx’ın “sürekli devrim” dediği çizgidir. 3. Enternasyonal’in 2. Kongresi’nde sunulan sömürge sorunu üzerine Ek Tezler’de Roy, sömürgelerdeki proletarya için bu bağımsız ve sürekli mücadele perspektifinin önemini vurguladı:

“Yabancı egemenlik, iktisadi güçlerin özgürce gelişmesini köstekler. Bu nedenle bu egemenliğin yıkılması, sömürgelerdeki devrimin ilk alanıdır; bu nedenle sömürgelerde yabancı egemenliğin yıkılması için yürütülen mücadeleye verilen destek, yerli burjuvazinin milliyetçi hareketine sunulan bir destek değil, kendisi de ezilen proletaryanın önündeki yolun açılması demektir. (…) Sömürgelerdeki devrim ilk aşamasında komünist bir devrim olamaz. Ama eğer başlangıçtan itibaren, önderlik komünist öncünün elinde olursa, kitleler dağılmaz ve hareketin değişik gelişme aşamaları onların devrimci deneyimini artmasıyla gizli hedefe ulaşılacaktır.”.

Mao’nun partisi, Çin proletaryasını devrimin en başından itibaren “dört sınıf bloku”na -şimdiki “halk demokrasisinin” siyasi formülüne- hapsederek, tüm geri Doğu’da, Rus Bolşevizminin çok şanlı bir şekilde ortaya koyduğu taktikler kopmuş oldu.

4. Geri ülkelerin proletaryasını iktidara getirecek olan devrimci sürecin kalıcılığı, ancak proleter devrimin sermaye metropollerine yayılmayı başarması durumunda, komünizmin nihai zaferi açısından anlamlı olacaktır. Manifesto’nun Rusça baskısının ikinci önsözünde Marx, Rusya’nın ancak kapitalist birikimin sancılı aşamasından kaçabileceğini yazmıştı: “Rus devrimi Batı’da bir proleter devrimin işareti haline gelirse, böylece ikisi de birbirini tamamlayabilir”.

Lenin’in Enternasyonal’i bu perspektifi yalnızca Sovyet Rusya için yeniden ele almakla kalmadı, aynı zamanda tüm Asya’ya genişletti. Burada 1920’deki Bakü Kongresi’nin tezlerinden alıntı yapıyoruz:

“Yalnızca toplumsal devrimin tam zaferi ve komünist dünya ekonomisinin kurulması, Doğu köylülerini yıkımdan, yoksulluktan ve sömürüden kurtarabilir. Bu nedenle, kurtuluşlarına, dünya burjuvazinin devrilmesine ve komünist rejimin nihai kuruluşuna kadar Batı’nın devrimci işçileriyle, Sovyet cumhuriyetleriyle ittifak kurmaktan ve eş zamanlı olarak yabancı kapitalistlere ve kendi despotlarına (toprak sahipleri ve burjuvazi) karşı tam bir zafer kazanıncaya kadar savaşmaktan başka hiçbir yol açık değildir.”.

Stalinizmin Rusya’nın ekonomik ve diplomatik başarısını komünizmin ilerlemesinin evrensel ölçütü haline getirerek bu tezi nasıl tepetaklak ettiği iyi bilinmektedir. Pekin bunu yadsımakta daha da ileri gidiyor: Batı proletaryasının zaferini Doğu’da toplumsal kurtuluş için tek olasılık olarak görmek yerine, Pekin uluslararası proletaryanın davasını Afrika ve Asya’daki burjuva milli isyanların sonucuna bağlı kılıyor.

5. Stalinist “SSCB’de sosyalizmin inşası” teorisine ve yozlaşmış Enternasyonal’in Çin’de bu teoriye verdiği taktiksel uzantılara karşı, Troçki’nin Birinci Dünya Savaşı ve Ekim Devrimi ile tetiklenen devrimci süreci savunmak gibi bir tarihsel vasfı vardır.. Troçki, sürekli devrim üzerine 1929’daki “Tezleri”nde şunları söylemiştir:

“Sosyalist devrimin ulusal sınırlar içinde tamamlanması düşünülemez. Burjuva toplumundaki krizin temel nedenlerinden biri, onun yarattığı üretici güçlerin artık milli devlet çerçevesiyle uzlaşamamasıdır. Bundan bir yanda emperyalist savaşlar, diğer yanda burjuva bir Avrupa Birleşik Devletleri Ütopyası çıkar. Sosyalist devrim ulusal arenada başlar, uluslararası arenada gelişir ve dünya arenasında tamamlanır”.

Böylece, sürekli devrim teorisi, hem ekonomik yapıları belirli sosyalist değişiklikler için olgunlaşmış hem de hala çok geri kalmış olan izole edilmiş her proletarya diktatörlüğüne uygulanır. Hitler Almanyası gibi, Stalinist Rusya da kendi sınırları içinde “sosyalizmi inşa etme” milli ayrıcalığını üstlenemedi. Ama öte yandan Troçki şu noktanın altını çiziyordu:

“Dünya devriminin gelişmesi, Komintern’in mevcut programı tarafından verilen o bilgiç, cansız sınıflandırma ruhu içinde, sosyalizm için “olgun” veya “olgunlaşmamış” ülkeler sorununu ortadan kaldırır. Kapitalizm bir dünya pazarı, bir dünya iş bölümü ve dünya üretici güçleri yarattığı ölçüde, aynı zamanda bir bütün olarak dünya ekonomisini sosyalist dönüşüme hazırlamıştır”.

B. Demokrasi ve Proletarya: Milli Sorun

6. Rus Bolşevikleri, ne parlamenter rejimleri ne de kapitalizmi yaşamamış bir küçük-burjuva ülkede proletarya diktatörlüğünü kurarak, “sosyalizme geçiş” için burjuva demokrasisini ve “ilerlemesini” mutlak bir koşul olarak niteleyen 2. Enternasyonal’e ölümcül bir darbe vurdular.

Yarım yüzyıl sonra, anayasal reformları ve demokratik yöntemleri sosyalizme giden ana yol olarak görmekle yetinmeyen dönekler, sosyalizmi “halk demokrasisi” veya “tüm halkın devleti” gibi burjuva terimlerle tanımlarlar. Lenin’in Enternasyonalini yok edenlerin tek bir sloganı ve tek bir inancı var: çeşitli “komünist” partilerin bağımsızlığı, “ulusal” partilerin içişlerine karışmama.

1919 Manifestosu, 2. Enternasyonal’in çöküşünü açıklarken şöyle diyordu:

“Fakat bu dönemde işçi hareketinin ağırlık merkezi, tamamen milli toprakta, tamamen milli devletler çerçevesinde, milli sanayinin temeli üzerinde, milli parlamentarizm alanında kaldı”.

3. Enternasyonal’in sonunun kaçınılmaz olduğunu reddediyoruz. Dünya kapitalizmi ve emperyalist savaşlar, bu “ağırlık merkezini” sadece ileri kapitalist ülkeler için değil, aynı zamanda milli sömürge sorununun tüm boyutlarıyla ortaya çıktığı ezilen ülkeler için de uluslararası arenaya kaydırmıştı.

7. Milli sorun, proleter hareket için yalnızca kapitalizmin devrimci aşamasında, burjuvazinin toplumsal ve ekonomik dönüşümünü tamamlamak için iktidar kalelerine saldırdığı zaman, özgül bir sorun olarak ortaya çıkar. Öte yandan, kapitalizmin olgun evresinde, eğer herhangi bir işçi partisi, burjuva devletin temsili veya ekonomik sisteminin mükemmelleştirilmesini talep eden bir “milli program” ortaya koyarsa, bu, sınıf işbirliği ve “vatan savunması” için bir program oluşturur. Bu nedenle Marksizm, kapitalizmin birbirini takip eden bu iki aşamasını her zaman kesin olarak coğrafi alanlara göre tanımlamıştır.

Lenin, “Batı Kıta Avrupası’ndaki burjuva demokratik devrimler çağı oldukça belirli bir dönemi kapsar: yaklaşık olarak 1789 ile 1871 arası” diye yazıyordu. “Bu, tam olarak ulusal hareketlerin ve milli devletlerin yaratıldığı dönemdi. Bu dönem sona erdiğinde, Batı Avrupa, genel bir kural olarak milli olarak tek tip devletler olan yerleşik bir burjuva devletler sistemine dönüşmüştü. Bu nedenle, günün bu saatinde Batı Avrupa sosyalistlerinin programında kendi kaderini tayin hakkını aramak, kişinin Marksizmin alfabesi konusundaki cehaletine ihanet etmektir. Doğu Avrupa ve Asya’da burjuva demokratik devrimler çağı 1905’e kadar başlamadı. Rusya, İran, Türkiye ve Çin’deki devrimler, Balkan savaşları – işte bizim “Doğumuzdaki” dönemimizin dünya olayları zinciri” (Lenin, “Ulusların Kendi Kaderini Tayin Hakkı”, 1914, Toplu Eserler, Cilt 20, s. 405-6).

Bugün, tüm Afro-Asya bölgesi söz konusu olduğunda bu aşama da tamamlanmıştır. İkinci Dünya Savaşı’nın sona ermesinden bu yana her yerde az çok “bağımsız”, az çok “halkçı” ve az çok “radikal” bir şekilde sermaye birikimini teşvik eden milli devletler ortaya çıktı. Yalnızca bu nedenle, Çin “aşırılığı” artık ulusal bir devrimci hareketin teorisi olarak tasvir edilemez. Bunun yerine, yerleşik bir burjuva devletinin resmi ideolojisi, “sosyalist” lafazanlığın ima edilen her şeyle sınıf işbirliği için bir programıdır.

8. Komünistler, burjuva demokratik devrimler döneminde bile “milli sorun”u fetiş haline getirmemeli ve onu çözmeyi asla sınıfın çıkarlarının ve kendi mücadelelerinin önüne koymamalıdır. Devrimci proletarya, tarihsel görevinin, sınıflar, devletler ve hatta milletler arasındaki ayrımların ortadan kalkacağı bir toplum inşa etmek için burjuva devleti ve onun üretim ilişkilerini yıkmak olduğunu asla unutmamalıdır.

Kapitalizm geliştikçe metaları ve ordularıyla milli sınırları yıkar. Mülkiyet ilişkilerinin yok edicisi olarak kapitalizm, ulusal varlıkları parçalar ve kendi dünya egemenliği biçimlerini ezilen halklara olduğu gibi en ileri ülkelere de empoze eder. Bu nedenle komünistler, kapitalizmin, devletler arasındaki ilişkilerin “halk haklarına” uygun olarak düzenlendiği uyumlu bir “milletler toplumu” yaratmasını beklememelidir. Bununla birlikte, dünya kapitalizminin yıkılmasının, Doğu’nun kapitalist birikim ve burjuva ulusal devletlerin kurulması aşamasından kaçabileceği anlamına gelebileceğini umma hakkına sahiplerdi.

Lenin ayrıca şöyle söylemişti:

“Asya’nın, kapitalizmin çöküşünden önce Avrupa gibi bağımsız bir milli devletler sistemine dönüşmek için zamanı olup olmayacağını söyleyemeyiz, ancak Asya’yı uyandıran kapitalizmin dünyanın her yerinde milli hareketleri harekete geçirdiği, bu hareketlerin eğiliminin Asya’da ulusal devletler yaratmaya yönelik olduğu, kapitalizmin gelişmesi için en iyi koşulları sağlayanların bu tür devletler olduğu tartışmasız bir gerçektir” (a.g.e., s.399).

9. Üçüncü Enternasyonal, dünya devriminin gelişebileceği farklı yolları öngörmüştü:
– Proletaryanın Batı’da ve Doğu’da eş zamanlı zaferi
– Proletaryanın sanayi merkezlerinde zaferi ve milli burjuvazi altında sömürgelerin bağımsızlığı
– Sömürgelerde proletaryanın zaferi ve Avrupa’da komünist devrimin gecikmesi.

Ama hiçbir zaman bir sınıflar blokunun zaferini, geri ülkelerdeki proletaryanın kaderini bağlaması gereken kalıcı bir devrimci perspektif olarak görmedi. Roy’un özellikle Çin ve Hindistan’a adadığı 2. Kongre tezleri, her durumda, proletaryanın kendisini “milli” burjuvaziden ayırmasının ne kadar gerekli olduğunu vurguladı:

“Ezilen ülkelerde günden güne birbirinden ayrılan iki hareket bulunmaktadır: Birincisi siyasal bağımsızlık ve burjuva düzeni programına sahip olan milliyetçi burjuva demokratik hareketidir; İkincisi ise cahil ve yoksul işçi ve köylülerin her türlü sömürüden kurtuluş amaçlı kitlesel eylemidir. Bunlardan birincisi, ikincisini yönetmeyi amaçlamaktadır ve sık sık bir ölçüde başarmaktadır da. Ama Komünist Enternasyonal ve ona bağlı partiler buna karşı mücadele etmeli ve sömürgelerin işçi yığınları arasında bağımsız sınıf duygularının gelişmesini sağlalamak için çalışmalıdır”.

10. Çin işçi hareketinin ve Çin Komünist Partisi’nin siyasi geleneğinin tarihi, Enternasyonal tarafından yapılan bu talebin reddedildiği tarihlerden biridir. 1924’te Kuomintang’a girmiş olan genç Çin Komünist Partisi (ÇKP), Lincoln tarafından savunulan formüllerin ve burjuva Fransız devrimi sloganlarının (“Özgürlük, Eşitlik, Kardeşlik) Asya tipi varyantı olan “halkın üç ilkesine” (“halkın, halk için ve halk tarafından yönetimi”) desteğini verdi. Troçki’nin işaret ettiği gibi, Çin Komünist Partisi’nin milliyetçi partiyle kaynaşmasının, Marx’ın burjuva demokratik bir dönemde kabul edilebilir bulduğu geçici ittifak taktikleriyle hiçbir ilgisi yoktu. Bu, Kuomintang’ın yenilgisinden ve yıkılmasından sonra bile Çin devriminin her “aşamasında” Mao Zedong tarafından ilkesel olarak yenilenen, bir birleşme vakasıydı. Gerçekten de Mao 1945’te, “Koalisyon Hükümeti Üzerine” raporunda şunları beyan etti:

«Bu görüşlerimiz, Dr. Sun Yat-sen’in… yabancı feodal baskıya karşı Çin halkını sefil sömürge, yarı-sömürge ve yarı-feodal durumlarından kurtarmak ve bir proletarya kurmak için verdiği mücadelenin devrimci görüşleri ile tamamen uyumludur. Ana görevi köylülüğün kurtuluşu olan yeni-demokratik Çin, Dr. Sun Yat-sen’in devrimci Üç Halk İlkesine sahip bir Çin, bağımsız, özgür, demokratik, birleşik, müreffeh ve güçlü bir Çin. Aslında yaptığımız da budur”. (Seç. Eserler, Cilt III, s. 230 ve 232).

C. Rus Devriminden Kanton Komününe: Menşeviklerin İntikamı

11. Bolşevizm, taktiklerinin doğrulandığını ve onu Menşevik akımdan kesin olarak ayırdığını 1905 olaylarının analizinde gördü. Lenin, Rusya’da “burjuvazinin devrimi olarak burjuva devriminin imkansız olduğunu” belirtti. Bu nedenle proletaryanın, burjuvazi kendi mücadelesini başlatmadan önce siyasi ve toplumsal görevlerini (çarlığı devirmek ve feodal mülkiyeti ortadan kaldırmak) yerine getirmesini beklemesi düşünülemezdi. “İşçilerin ve köylülerin demokratik diktatörlüğü” ve “Bütün iktidar sovyetlere!” sloganının anlamı, toplumsal harekete, onu burjuva hukuk biçimleri (kurucu meclis) içinde sınırlamadan önderlik etmekti: Bu taktiklerin sonucu, bir burjuva demokrasisinin değil, proletarya diktatörlüğünün kurulmasıydı.

Stalin’in o sırada zaten desteklediği burjuva devriminin “aşamaları” teorisiyle mücadele ederken Lenin, 1917 Mart’ında Bolşevikler ve Menşevikler arasındaki çatışmanın özünü hatırlattı:

“Bizimki bir burjuva devrimidir, bu nedenle, tasfiyeciler kampındaki beceriksiz politikacılar, işçiler burjuvaziyi desteklemelidirler. Bizimkisi bir burjuva devrimidir, biz Marksistler diyoruz, bu nedenle, işçiler burjuva politikacıların yaptığı aldatmacalara halkın gözlerini açmalı, onlara söze inanmamayı, tamamen kendi güçlerine, kendi örgütlerine, kendi birliklerine ve kendi silahlarına güvenmeyi öğretmeli.” (“Uzaktan Mektuplar”, Toplu Eserler, Cilt 23, s.297-308).

12. Stalinizm, Ekim Devrimi’nin ilkelerinin ve derslerinin sömürge ülkelere uygulanmasını önlemek için elinden geleni yaptı ve bu amaçla, geri ülkelerde emperyalist boyunduruğa karşı “milli” burjuvaziyi Rus anti-feodal burjuvazisinden daha devrimci resmettiği tipik bir Menşevik yorumu destekledi. Buharin’in bu teorisine yanıt olarak Troçki şunları yazdı:

“Emperyalizmin Çin’in iç yaşamı üzerindeki güçlü baskısını göz ardı eden bir politika kökten yanlış olacaktır. Ancak, sınıfsal kırılma ve yansıma olmaksızın soyut bir milli baskı anlayışından yola çıkan bir politika, daha az yanlış olmayacaktır (…) Emperyalizm, Çin’in iç ilişkilerinde oldukça etkili bir güçtür. Bu gücün ana kaynağı Yangtze Kiang’ın sularındaki savaş gemileri değil, yabancı sermaye ile yerli burjuvazi arasındaki ekonomik ve politik bağdır” (Çin Devrimi ve Stalin’in Tezleri, 1927).

Çin’deki veya diğer sömürge ülkelerdeki sınıf ilişkilerinin bir analizi olmadan, ne tarım sorununun özünü, ne de komprador burjuvazi olgusunu, ne de nihayet “savaş ağaları”nın ve diğer milliyetçilerin, Enternasyonal’in kendilerine “müttefik” aradığı, ancak yalnızca cellatlar bulduğu Çan Kay-şek ve Wang Ching-wei gibi generallerin rolünü anlamak imkansızdı.

13. “Asya devrimleri bize bir kez daha liberalizmin omurgasızlığını ve alçaklığını, demokratik kitlelerin bağımsızlığının istisnai önemini ve proletarya ile her türden burjuvazi arasındaki belirgin ayrımı gösterdi” (Lenin, “Tarihsel Kader of the Doctrine of Karl Marx”, 1913, Toplu Eserler, Cilt 18, s. 584-5).

Lenin’in 1913’ten sonra Doğu’daki ilk burjuva milli devrim dalgasından -Rusya (1905), İran (1906), Türkiye (1908), Çin (1911)- çıkardığı dersler bunlardır. Ve Troçki, 1927’de Kanton proletaryasının katledilmesiyle ikinci devrimci dalganın sona ermesinden kısa bir süre önce, Enternasyonal’in taktiklerinin acı derslerini şöyle özetleyecekti:

“Stalin’in tezlerinden, proletaryanın kendisini ancak burjuvazi onu bir kenara attıktan, silahsızlandırdıktan, kafasını kestikten ve ayakları altında ezdikten sonra ayırabileceği sonucu çıkar. Proletaryanın kendine ait bir bayrağı olmadığı, küçük-burjuva demokrasisinin peşinden gittiği ve bunun karşılığında liberal burjuvazinin arkasından koştuğu ve Cavaignac’ın işçileri kılıçtan geçirdiği 1848 başarısız devrimi tam da bu şekilde gelişti. Çin’deki durumun gerçek özellikleri ne kadar büyük olsa da, 1848 devriminin gelişimini karakterize eden temeller, Çin devriminde, ne 1848, 1871, 1905 ve 1917’nin, ne de Sovyetler Birliği Komünist Partisi ve Komintern’in dersleri yokmuş gibi ölümcül bir kesinlikle tekrarlanmıştır”.

1924 ile 1927 arasındaki Çin devriminin büyük savaşları sırasında, uzun yıllar boyunca sonsuzca daha uzun ve çok daha acılı bir tarihsel dönem için feda edilen aslında “bağımsız, müreffeh ve güçlü” bir Çin’in geleceği değil, sömürgelerdeki tüm işçi hareketinin geleceğiydi.

14. Kuomintang’a katılarak ve “bakanlarını” Kanton’daki milliyetçi hükümete göndererek ÇKP, Moskova’daki Enternasyonal’in inandığı gibi nüfuzunu artırmak için akıllı bir taktik manevra yapmıyordu. İlkelerinden vazgeçiyor ve eylemini burjuvazinin milli stratejisine tabi kılıyordu. Stalin bu tutumu aşırı sonuçlarına götürdü ve Çan Kay-şek’in Komünistlere karşı ilk darbesinden bir yıldan fazla bir süre sonra Nisan 1927’de yayınladığı “tezler”e “klasik” bir biçim verildi.

Gerçekten de “halkın üç ilkesine” bağlılık, yalnızca soyut ilkelerin, “işçilerin ve burjuvazinin milli harekete ortak inancının” basitçe tanınması anlamına gelmiyordu. Sun Yat-sen’in doktrinine göre, “üç ilke”, burjuva devriminin gelişiminde “üç aşama”ya tekabül ediyordu:
– ilk “askeri” aşama, Çin’in birleştirilmesi yoluyla milliyetçilik ilkesini uygulamaya geçirmekti;
– ikinci, “eğitici” aşama, halkı siyasi demokrasiye hazırlamaktı;
– üçüncü ve son aşama, bu demokrasiyi gerçekleştirmek ve “halkın refahını” sağlamaktı.

Stalin, “tezlerinde” bu aynı “aşamaları” benimseyerek onları anti-emperyalist, tarım ve sovyet olarak yeniden adlandırdı; yalnızca onun için Çin proletaryasının katledilmesi, komünistlerin ne tarıma girişecekleri, ne de Kuomintang’dan ayrılmayı düşünecekleri “birinci aşama”nın sonu anlamına geliyordu. Sömürge ülkelerde bütün Stalinist partilerin benimseyecekleri bu politika, ilk kez kullanıldığı Çin’de, ana sanayi merkezlerindeki isyancı proleterleri Çan Kay-şek’in kana susamış baskısına terk ederek, açık sınıf ihaneti olarak kendini gösterdi.