International Communist Party

Il Programma Comunista 1966/1

Nella gara cosmica avanzata clamorosa da occidente, classica strategia moscovita di silenzio e rinculo

Nel nostro n. 16 del 24 settembre 1965 sotto il titolo Olimpiade cosmica? commentammo lo strepitoso successo americano della coppia Cooper e Conrad che con 120 orbite e circa 180 ore di volo avevano subissato il primato russo (Bikowsky 14 giugno 1963, orbite 81, ore 120).

Nello spettacoloso volo di otto giorni era però mancato il pubblicitario “appuntamento in volo”, in quanto il piccolo satellite che i due cosmonauti dovevano incontrare e forse agganciare si era beffato dell’immane razzo Agena, e non era partito, per cui era stato chiamato, con linguaggio cafonesco, rascal, che vuol dire disonesto, meschino, tradotto dai nostri cronisti “mascalzoncello” [che è invece l’accezione scherzosa del termine].

I russi a cui resta la prova degli appuntamenti in volo con breve viaggio di conserva a pochi chilometri (Nicolaiev e Popovic agosto 1962, Bikowsky e Tereshkova giugno 1963), detto con termine militaresco volo “in formazione”, oltre che il primato nel peso delle astronavi, pare fino a quasi 10 tonnellate, accusarono il colpo della perdita del record di volo spaziale umano e seguitarono, impassibili, a lanciare Cosmos senza passeggero umano e destinati a segnalazioni strumentali, analoghe a quelle che ancora per anni americani e russi chiederanno alle molte “sonde” indirizzate con scarso successo verso la Luna, Venere e Marte.

Dopo la prova ultima, di cui andiamo a dire, i russi non rispondono alle sparate americane di avere gettato un ponte per la Luna, ove millantano di arrivare primi per il 1969. Incassando la serie di sconfitte sportive senza reagire, noi riteniamo che i servizi sovietici mostrano di aver imparato dalle loro non meno imponenti ricerche scientifiche cose molto importanti che finora è dato solo sospettare o immaginare. Perché il silenzio e il segreto contro il rumoroso battage americano? Diavolo: non da oggi il modo migliore di ingannare il proprio nemico, è di raccontare molto, specie alla curiosità da trivio di madama la pubblica opinione. Il silenzio può avere contenuto più serio. Del resto il chiasso americano non nasconde, come nella dichiarazione di Johnson da noi allora citata, che il lato importante della contesa e dei favolosi stanziamenti è quello militare.

Tuttavia il presidente, ostentando di restare nel campo sportivo, vantò un altro record, ossia quello della massima altezza apogea, che per la Gemini 5 di agosto sarebbe stata di 550 km, contro i 495 toccati dalla Voskod II nel marzo del 1965. Ricordiamo questo dato nel seguire quelli odierni, e torniamo a chiederci se i russi non la sanno più lunga di quanto dicono sui limiti di altezza a cui portare le astronavi.

Seguiamo le recenti vicende della Gemini 7 e della Gemini 6 e delle altezze che hanno raggiunte. Il 4 dicembre alle ore 2,30 pomeridiane locali partono regolarissimi da Capo Kennedy Bormann e Lowell. Il programma è che stiano in orbita 14 giorni. Il 13 dicembre doveva partire la Gemini 6 con Schirra e Stafford.

Fin dal primo momento si è detto che per far riuscire la manovra dell’appuntamento bisogna che le orbite dei due mobili siano il più possibile circolari. Questo postulato tanto semplice è una vecchia nostra richiesta in queste noterelle. Tuttavia dal lancio coi soliti razzi multipli di cui il primo parte da terra con spinta verticale, non si ottengono che orbite nettamente ellittiche se pure la differenza vera tra la distanza massima o apogeo e la minima o perigeo andrebbe riferita al centro terrestre. Come abbiamo tante volte fatto notare i dati sono quasi costanti per i lanci americani e russi. Si veda la tabella che dava l’ Unità del 30 agosto ultimo. Su 14 lanci il perigeo sta tra km 60 e 183, l’apogeo tra 214 e 595. Il massimo scarto fu quello della Vostok II con 173 e 595. Ma se a queste due altezze aggiungiamo il raggio medio della Terra che è di 6.371 km, abbiamo 6.544 e 6.966. La differenza tra i due raggi vettori non è che 422 km, ossia il solo 0,65 per cento. Anche questa orbita è quasi circolare.

La questione è che per rendere circolare un’orbita inizialmente ellittica, che ripeterebbe se stessa in eterno giusta le leggi della meccanica celeste, occorre poter dare al veicolo una spinta supplementare, e questo si può fare solo con dispositivi azionabili dall’interno, ossia attuando il risultato sensazionale di pilotarlo. Ma si pilota una macchina terrestre grazie all’attrito tra ruota e strada, una nave grazie alla resistenza dell’acqua, un aeroplano a quella dell’aria. Per un mobile nel vuoto cosmico manca ognuno di questi espedienti, perciò non resta che quello del moto a reazione. Lanciando fuori un gas sotto pressione si ha una spinta uguale e contraria sul veicolo, generata dalle particelle lanciate fuori. Può essere un effetto molto difficile da regolare, anche se basta una causa fisica minima per “spostare” il corpo in moto newtoniano, che non incontra nessuna resistenza se non l’inerzia della sua massa. Con una forza anche di bassa intensità si otterrà una certa deviazione sia pure minima dalla rotta primitiva; mai la indifferenza nello stato di moto, che un antico principio della fisica tratta come la ipotetica quiete. Il difficile è calcolare e prevedere l’effetto del peculiare motore a reazione, che si potrebbe ridurre persino allatrombetta dantesca del demonio Barbariccia.

Non solo non si può pensare ad una guida ad occhio, sia pure con patenti di ennesimo grado, ma nemmeno (lo provano gli insuccessi sulle varie sonde) ad una pratica guida da terra.

Ecco il comodo della traiettoria circolare. Hanno pensato a mettere nella capsula un calcolatore, necessariamente piccolo, ed un matematico come pare sia Stafford. Ora nella realtà materiale non esiste il cerchio, e del resto non esiste neanche l’ellisse, o tutte le curve di grado superiore. Ciò non toglie che il cerchio, magicamente puro, che l’uomo inventò con l’utensile primo del rudimentale “asse nella ruota” – l’altissima tra le sue scoperte anche future – è praticamente il più comodo a fare i calcoli e rende meno probabile prender cantonate ossia rompersi l’osso del collo. Per i grandiosi computers di Houston è indifferente trattare ellissi o cerchi e ci si mette lo stesso tempo, anche se lavorano a maneggiarli tecnici ad alto stipendio. Time is money!

Trovata la risorsa per andare su orbite circolari, ossia per ridurre a cerchio ogni orbita ellittica (nel che forse giovano i calcoli da terra con segnalazione dei risultati al pilota) scommettiamo che il valente Stafford nel dettare a Schirra le manovre non ha toccato il piccolo computer di bordo, ma si è servito di carta e matita, per l’elementarità delle formule da svolgere.

Per riguardo alla pazienza del lettore lasciamo la teoria per trarre quello che si può dalla eloquente movimentata cronaca della prova. Diciamo solo che ogni moto kepleriano si svolge in un piano, ed è certamente più difficile far uscire il satellite dal piano della sua orbita: in natura lo fanno solo eventi catastrofici. Se il cosiddetto pilota, di cui non è in potere adottare qualunque velocità e qualunque direzione, “sa” di essere nello stesso piano orbitale dell’altra capsula e su di un cerchio concentrico al suo, egli agisce su “due sole variabili” ossia la velocità e la distanza dal centro. La prima varia inversamente alla radice quadrata della seconda. Se deve pensarsi su una delle infinite ellissi possibili l’affare si imbroglia molto.

Sulla stessa ellisse la velocità cambia di continuo tra un massimo al perigeo e un minimo all’apogeo, con legge diversa, inversamentecirca alla distanza dal centro. Sull’orbita della Vostok II la velocità, di circa 8.000 metri al secondo ossia 28.000 km all’ora, varia dunque dello 0,65 per cento, ossia circa 50 metri al secondo. Ma se invece si avessero due capsule alle due altezze estreme lo scarto delle velocità sarebbe minore, ossia circa lo 0,3 per cento, 25 metri al secondo. Di più, in ogni punto del cerchio la velocità è la stessa; volare vicinissimi quando si viaggia a 8 km al secondo è un frase sonora ma non è un miracolo. Prima della partenza parlarono di pochi centimetri di distanza, e dissero che il contatto a zero sollevava un solo problema tecnico: una possibile scarica elettrostatica tra le due capsule, che per un noto effetto non avrebbe conseguenze all’interno degli involucri metallici. Se si va alla stessa altezza la velocità relativa deve essere zero, e l’urto eventuale innocuo (dissero prima di partire che non era più grave che urtare la macchina al parcheggio, e che era molto più difficile pilotare una coppia di jets “in formazione”).

Io e la mia macchina da scrivere viaggiamo nello spazio del sistema solare a 30 km al secondo e posso toccare con la punta del naso il tasto della effe senza volervi offendere. La legge della scienza borghese è la stessa del successo: bugiardo assoluto, non vince la Verità, ma quello che si riesce a far credere a tutti. La fisica del 1965 non è ancora uscita dalla stregoneria feticistica di tutte le forme storiche di classe. Non si può mai capire che differenza vi sia tra le notizie diffuse dopo il successo e lo schema preparato prima nel progetto di programma. Programmazione: ricetta ideale per fregare il prossimo, nella testa e nella borsa.

Veniamo alla cronaca. La Gemini 7 viaggia otto giorni sola e adempie la missione di rendere circolare la sua orbita. Comincia col perigeo a 221 km da terra e l’apogeo a 326. Dopo sei giorni è ottenuto il perigeo di 234 e l’apogeo di 314. Siccome si anticipa la partenza della Gemini 6 di un giorno per la velocità nel porre alla rampa 19 il razzo Titan, già il 12 si è raggiunto l’obiettivo del pareggio tra perigeo e apogeo su 297 km. L’ufficio propaganda della Casa Bianca, tirato dagli esperti per la giacca, rinunzia a battere il suo record di 550 km. Altro che passo verso i 384.000 km della Luna. A verbale!

Ma la Gemini 6 non parte. Il razzo si accende e poi si spegne non perché agisca il macchinoso dispositivo automatico di sicurezza (il razzo è ancorato a terra con quattro tiranti di acciaio che devono essere liberati dallo scoppio dei quattro bulloni di base per cariche accese dopo che il calcolatore elettronico, rifatto in frazioni di secondo tutte le verifiche e i controlli, avrà trovato tutto bene), ma a causa indicata molto dopo e sfuggita al cervello elettrico, che ha sempre la risposta del furbo; perché non me lo avete domandato? Si trattò di un tappino salva-polvere che non era stato tolto da un tubo adduttore dell’ossigeno comburente. Colpa della burocrazia? No, di una ditta speciale, fornitrice del motore a razzo e del collaudatore che avrebbe mal verbalizzata la consegna allo Stato; soluzione: una multa alla ditta che non intacca certo i suoi profitti giganti. Se il “capitano” Schirra alla vista dell’uragano di fumo e di fiamme che avvolgeva il Titano [il vettore Titan, ndr.] immobile, avesse per salvare sé ed il compagno tirato la maniglia del dispositivo che avrebbe proiettata fuori la capsula affidandola a un paracadute, tutto l’impianto sarebbe andato distrutto e il lancio rinviato forse per sempre. Due vite umane salve, ma circa 100 milioni di dollari in fumo, è la filosofia che ne trae la pubblicistica americana; tuttavia hanno rilevato che il cervello di Schirra ebbe circa un secondo e due decimi per attenersi alla decisione giusta. Il direttore Kraft ha detto che quei fattori (dollari inclusi) era molto difficile metterli nel programma di un calcolatore, e ha concluso che fuori di ogni dubbio “il migliore dei computers è il cervello umano”.

Tutti hanno letto che il lancio è riuscito alle 8,37 del 15 dicembre in una delle già calcolate finestre, o intervalli di tempo utili per il congiungimento in alto dei due veicoli. La prima orbita della Gemini 6 era assai allungata: ellisse con perigeo di km 161 e apogeo di 261. La seconda, ancora ellittica, conservava l’apogeo e alzava il perigeo a 216, col tempo di rivoluzione di 88′ un poco minore di quello della Gemini 7. Alla terza orbita si era già su di un cerchio di 270 km di raggio. Dato che la Gemini 7 era su un cerchio di 300 km di raggio, restato quasi pari nei giorni di attesa, restava da “salire” di 30 km. La seconda capsula era partita a 1.935 km dalla prima e dopo la terza orbita era a soli 241 km da essa. Va considerato che il corpo che corre sul cerchio interno, ha maggiore velocità e molto maggiore velocità angolare. Quando sarà alla pari avrà rallentato. Tuttavia, paradosso apparente, avrà dovuto accelerare per inseguire. Ciò sarebbe stato ottenuto (e il calcolo che lo conferma di massima non può qui essere riportato) con una serie di tre moderate spinte in avanti, di 44 secondi, e di intensità tale da dare un incremento di velocità di 18,5 metri al secondo. Dalla terza all’ultima orbita la Gemini 6 sotto l’effetto di una tale spinta ha percorso una curva intermedia tangente ai due cerchi e che vale una specie di salita nello spazio, senza strada né pista.

L’equazione di una tale curva è un problema diabolico anche per le IBM di Houston, se tra tante altre questioni si pensa alla dubbia costanza della spinta dei razzi accessori alimentati da una piccola scorta di carburante, sia pure più abbondante per la Gemini 6 destinata a sole 16 orbite (un giorno).

Grossolanamente diremo, per usare concetti elementari: nel percorso kepleriano il calcolo dell’energia totale si suddivide in due termini: l’energia di posizione che dipende dall’altezza e quella del movimento data dal quadrato della velocità sull’orbita. Ma grazie al cerchio, regalato dalla genialità analfabeta della specie ai poltroni in analisi matematica, le due parti dell’energia sono costanti ed eguali tra loro. Dal cerchio piccolo al cerchio massimo dobbiamo fornire un’energia potenziale pari a 30 km (per la massa della capsula) erogando un’energia cinetica equivalente. Questa è data da una differenza in più di velocità lungo l’orbita; che si assorbe diventando energia di posizione col ridiscendere della velocità come le cronache hanno detto e infine, dopo cinque ore di viaggio insieme, applicando una controspinta per preparare il rientro della Gemini 6, sempre come dalle cronache.

Nessuno è salito nella fascia di spazio che forse per i russi è ormai ritenuta zona proibita. Un passo verso la Luna sarà il volare anche per pochi giri a migliaia di chilometri da terra. Lo aspettiamo, increduli. La Gemini 7 ha “volato” in tutto per i previsti 14 giorni (331 ore e 220 orbite). Record americano indiscusso, nel volare terra terra. A voi, russi.

Prevedendo che Bormann e Lowell sarebbero scesi barcollanti; dopo il fiasco del secondo lancio hanno pubblicato che gravi disturbi ebbero gli scienziati russi Jeogorov e Feotkistov, rimasti per 90 ore a 490 km di massimo. Forse è questo che hanno detto in America: andiamoci piano… verso la Luna! I russi hanno risposto che, con quelli, Komarov, più sportivo ed allenato, scese coi vestiboli auricolari in ordine. Scienza meno seria dello sport!

Suonateci gli inni nazionali.

La struttura organica del partito è l'altra faccia della sua unità di dottrina e di programma Pt.2

Nella precedente puntata, è svolto il concetto che l’impiego del meccanismo democratico all’interno dei partiti della II e anche della III Internazionale corrispondeva alla loro natura non ancora omogenea né integralmente marxista, mentre il centralismo organico esprime sul piano organizzativo la piena unità raggiunta dal Partito – sul filo della tradizione storica della sinistra italiana – nella dottrina, nel programma e nella soluzione dei problemi tattici.

Con tutto ciò, noi saremmo dei «metafisici», perché nella tesi 15 degli «Appunti per le tesi sulla questione di organizzazione», abbiamo scritto che «deve considerarsi chiusa per sempre l’epoca in cui si poteva tollerare che nel campo organizzativo del partito sopravvivessero forme elettive».

Per sempre? Ohibò! Una simile affermazione non solo sarebbe «metafisica» ma rappresenterebbe una novità assoluta per il nostro partito, una nuova parola mai fino ad oggi detta o scritta. Come si può escludere per sempre l’uso della democrazia all’interno del partito?

Chi pone una simile domanda crede di non essere metafisico. Ma essa equivale a quest’altra: come si può affermare perentoriamente che la terra è rotonda? Non potrebbe essa in qualche remota eventualità futura rivelarsi quadrata? Chi pone una simile domanda si avvolge nella peggiore metafisica, quella dei preti che condannarono Galilei contestandogli di non aver dimostrato esaurientemente che la terra gira intorno al sole; sostituisce alla dialettica della necessità propria del marxismo la sofistica della «possibilità caratteristica» cara alla degenerata filosofia borghese contemporanea.

Dunque la paroletta «per sempre» noi non l’avremmo mai scritta fino al novembre del 1964? Ebbene, nel già citato articolo del 1953 si legge: «Solo con questo legame dialettico si supera il punto scioccamente perseguito con le applicazioni di democrazia interna consultativa, che abbiamo ripetute volte dimostrato prive di senso». Si supera. E dove si è mai sentito dire, o visto, che si supera qualcosa non per sempre, non definitivamente, ma per qualche ora, o per qualche minuto?!? Un organismo superal’infanzia e passa all’adolescenza: può forse tornare  all’infanzia?

Ma l’articolo citato è del 1953. Occorre ritornare più indietro, al 1947, all’altro testo classico, Forza, violenza, dittatura nella lotta di classe apparso sulla rivista Prometeo nei numeri 2,4,5, 8-9. e 10 della I serie (ora numero 3 della collana «I testi della Sinistra Comunista»). Ricordiamo che in questo testo viene riaffermata (e non è il solo luogo) come in moltissimi altri, l’altra «nuovissima» tesi, secondo cui il partito comunista è organo umano, e come organo umano perpetua la sua funzione oltre la società divisa in classi, nella società senza classi e senza Stato, nella società comunista; «Non vogliamo affrontare qui la discussione sulla trasformazione del partito in un semplice organo futuro di indagine e di studio sociale, che coincida coi grandi organismi di ricerca scientifica della società nuova…».

Anche questa sarebbe una tesi  «metafisica», e «nuova»! Sarebbe «filosofia»… «idealistica»! Quanto alla «novità», essa è tanto «nuova» che già nelle Tesi di Roma, dunque dal 1922, la si trova affermata (tesi 24). Quanto alla «filosofia», «idealistica» addirittura, che volete farci? Siamo dei «filosofi», poveretti noi! Anche Marx, pover’uomo, «filosofava», pare, a tempo perso. E nel 1844, metafisico e idealista com’era, scriveva nei Manoscritti economico-filosofici che il comunismo afferma fin dal suo sorgere «la coscienza del genere», «l’essenza del genere», «l’esistenza del genere». E proclamava che «l’esistenza del genere» era «consaputa» nel comunismo, dunque nella sua testa. Proclamava sic et simpliciter di essere lui, Carlo Marx, la coscienza del genere umano. Pretendeva, orrore! di rinchiudere nella sua povera testa di «filosofo idealista» tutto l’avvenire dell’umanità, estraniandosi dalla reale lotta di classe! Non condannava egli infatti, nella stessa opera, da «filosofo idealista», il comunismo rozzo? Via via, togliamo dalla circolazione questi diabolici Manoscritti economico-filosofici! Bene ha fatto il prof. Galvano Della Volpe a ricordare che quest’opera non è considerata un testo «canonico» del marxismo e che è riservata ai soli «specialisti». Bene hanno fatto gli stalinisti, i post-stalinisti, e i maoisti, a toglierla dalla circolazione! Via via, mettiamo Marx in soffitta e teniamoci per consolazione la sua barba, dal momento che con essa si possono tuttora commuovere i proletari a far quattrini.!

Quanto a noi, che non siamo «canonici» come il prof. Della Volpe, buttiamo via la barba e ci teniamo i Manoscritti!.

Ma torniamo alle questioni di organizzazione. Dunque il citato studio «Forza, violenza, dittatura nella lotta di classe» chiudeva con una «Postilla» che dice:

«Le vedute della sinistra sulla organizzazione di partito, se sostituiscono allo stupido criterio maggioritario scimmiottato dalla democrazia borghese un ben più alto criterio dialettico che fa dipendere tutto dal solido legame di militanti e dirigenti con la impegnativa severa continuità di teoria di programma e di tattica, e se depongono ogni velleità di corteggiamento demagogico a troppo larghi e quindi più facilmente manovrabili strati dalla classe lavoratrice, in realtà sono le sole che meglio si conciliano con una profilassi contro la degenerazione burocratica dei quadri del partito e la sopraffazione della base da parte di essi, che si risolve sempre con un ritorno di disastrose influenze della classe nemica».

Anche qui si tratta di tornare alla scuola elementare e di imparare il significato delle parole. Le vedute della sinistra sull’organizzazione di partito sostituiscono allo stupido criterio maggioritario scimmiottato dalla democrazia borghese… Domandiamo ancora una volta: si è mai vista una sostituzione parziale? In ogni caso, il testo citato prosegue affermando che le vedute della sinistra sull’organizzazione di partito fanno dipendere tutto dal solido legame… ecc., ecc.

Domandiamo: s i è mai visto un tutto divenire una parte ?!?!?!

Ma si obietterà che tutto ciò non è sufficiente, perché la «parolina» per sempre non l’abbiamo mostrata, né potremmo mostrarla. Ebbene chi questo obietta si sbaglia di grosso.

Anzitutto, in ogni riunione di partito, da quindici anni , si ripete che l’utilizzazione del meccanismo democratico in seno al partito è per sempre superato, e si può trovare traccia di questa costante proclamazione scorrendo sul Programma i resoconti delle riunioni interfederali e locali.

In secondo luogo, la parolina «per sempre» fu scritta, e non ieri o l’altro ieri, ma nel 1952, dunque tredici anni or sono. E, se è vero che verba volant, è altrettanto vero che scripta manent. Gli scritti non si cancellano. E che scritti! E in quale occasione!

Nel 1952 il nostro Partito viveva in pieno la fase che abbiamo ricordata e in cui procedeva ad espellere dal suo seno residue scorie controrivoluzionarie. Nel 1952 queste pretendevano, fra l’altro, che nel partito si applicasse il meccanismo democratico. E, con una argomentazione tipica degli opportunisti di tutti i tempi, accusavano noi, di voler isterilire il partito, di volerci estraniare dalla reale lotta di classe. E si vantavano, manco a dirlo, di essere veramente «politici».

In questa situazione uscì l’ultimo numero di Battaglia Comunista, organo del Partito., il 12 – 28 settembre 1952. L’ultimo, perché gli opportunisti di allora riuscirono con manovre veramente … «politiche» a impadronirsi della testata del giornale e della rivista «Prometeo». Infatti, chi legge il n. 16-1952 di Battaglia Comunista, trova in ultima pagina un «Avviso a i lettori» in cui si afferma che i responsabili del furto «legale» del giornale al Partito rivoluzionario non «potranno più venire sul terreno del partito rivoluzionario. Inutile quindi parlare dei loro nomi e dei loro moventi, oggi e dopo». Il numero successivo porta la testata Il Programma Comunista, ristampa l’ «Avviso ai lettori» e reca in alto l’indicazione: «Anno I – N. 1».

Si tratta dunque di un evento capitale nella storia del partito, di un episodio cruciale che segna irrevocabilmente la sua tradizione. Orbene, il numero 12 -28 settembre 1952 di Battaglia Comunistariferisce di : «Un importante convegno di Partito a Milano il 6 e 7 Settembre». Nello stesso periodo, e sempre a Milano, gli opportunisti di cui sopra indicevano il loro «congresso sovrano», con voti, mozioni, presidenza dibattito e ballottaggi, alla presenza compiaciuta di rappresentanti della rivista ultraopportunista «Socialisme ou Barbarie», oggi smascheratisi per quello che è sempre stato, un organo della socialdemocrazia. L’importante convegno del nostro Partito si contrapponeva dunque radicalmente nella stessa città e nello stesso periodo, a tutti quegli opportunisti. Due metodi antitetici di intendere la natura del Partito rivoluzionario, la sua funzione e la sua organizzazione, si contrapposero allora, per sempre.

 Il convegno ebbe il carattere di una vera mobilitazione delle forze di tutto il partito, e vi furono trattati i temi poi presentati nella rivista Sul filo del tempo sotto il titolo: invarianza del marxismo rivoluzionario e impersonalità della classe. Tesi queste, che ci caratterizzano ormai da anni e anni nei confronti di tutti gli opportunisti. Trascriviamo dal resoconto:

Le due sedute del giorno sette, molto affollate di compagni di Milano e di ogni regione, ebbero un carattere di vero congresso sebbene indette con la formula delle «riunioni di studio» già provata come di largo e vantaggioso effetto.. Erano infatti presenti compagni delle organizzazioni di Torino, Asti, Casale, Genova, Parma, Forlì, Ravenna, Bologna, Firenze, Palmanova, Trieste, Milano, Luino, Napoli, Roma, ecc. e compagni francesi.

«La comune posizione democratoide e filistea propria dei «corteggiatori» e corruttori della «base» negherà carattere di congresso ad una sessione dove prende la parola il solo relatore per una esposizione esauriente e approfondita e l’adunanza manifesta il suo consenso partecipando al lavoro solo con una ininterrotta e seria attenzione e comprensione: talché la relazione nelle sue tesi si dimostra espressione effettiva del comune unanime pensiero. Manca, si suol dire più o meno ipocritamente, il dibattito contraddittorio. Si dimentica che in 48 ore di permanenza nella città di convegno i compagni tutti o a gruppi, oltre le sei ore di seduta col relatore, svolgono uno scambio fervidissimo di opinioni, di notizie, di propositi e precisi programmi di lavoro; non dedicano le ore disponibili ai pettegolezzi e ai commenti sulla valentia dei capi, sui toni della loro voce o il colore delle loro chiome, ma ai seri problemi che possono interessare veri militanti. E tra questi ve ne erano di giovanissimi e di anziani, che incrociavano i quesiti dell’oggi colle soluzioni che detta l’esperienza di una lotta di oltre mezzo secolo. Checché sia di democrazia formale e di voti sulle mozioni, storicamente gli effetti dei congressi sono stati determinati sempre fuori della sala della ufficiale recita a tipo parlamentare, cui è ora di volgere per sempre le spalle». (Da Battaglia Comunista – 12 – 28 settembre 1952 – n. 16).

I compagni tutti possono constatare che la descrizione del modo di funzionare, della dinamica, del partito rivoluzionario, è qui identica, persino nelle parole, a quella che si trova nei punti 7 e 8 delle «Tesi sul compito storico, l’azione e la struttura del partito comunista mondiale» apparse sul n. 14 – 1965 di Programma Comunista. Ricordiamo pure che il testo è stato trascritto integralmente, senza apportarvi la minima modificazione. Ed ora, rileggiamo l’ultimo periodo, permettendoci di sottolineare le parole, a tredici anni di distanza:

«Checché sia di democrazia formale e di voti sulle mozioni, storicamente gli effetti dei congressi sono stati determinati sempre fuori della sala della ufficiale recita a tipo parlamentare, cui è ora di volgere per sempre le spalle».

A coloro che sostengono che il tutto è pur sempre una parte, rimarrà la magra consolazione di osservare che negli «Appunti» del novembre 1964 la «parolina» per sempre viene sottolineata, e stampata in corsivo, il che non avveniva nel 1952. Ma questa parolina noi l’abbiamo incisa a caratteri indelebili nella nostra vita di Partito.

Giorno verrà – ne siamo certi – in cui, sotto l’inesorabile pressione della forza materiale, i sordi udranno e i ciechi vedranno!