International Communist Party

Il Programma Comunista 1972/2

Basi storico-programmatiche del comunismo rivoluzionario circa il rapporto tra partito, classe e associazioni economiche operaie Pt.5

IL PARTITO COMUNISTA INTERNAZIONALE

Il gruppo di testi qui riprodotto copre i vent’anni dal 1949 al 1966.

I titoli indicano con sufficiente esattezza l’ordine di problemi in essi sistemati come vero e proprio bilancio storico e programmatico. È la funzione principale che la nostra compagine deve svolgere nella prospettiva della ripresa della lotta rivoluzionaria di classe, grande assente in questo ultimo mezzo secolo.

Si è già consumato un ventennio “democratico”, succeduto al ventennio fascista, e siamo in grado di stilare un altro bilancio storico che per sommi capi può riassumersi nella frase lapidaria: il fascismo è caduto sui campo di battaglia dell’ultima guerra imperialistica, ma vive e vegeta nel campo economico, sociale e politico, a dispetto della vetrina parlamentare, del suffragio universale e di tutta l’impalcatura democratica. È una ragione di più per maledire la democrazia borghese, con la quale si è fatta digerire ancora una volta alla classe operaia la persistenza del regime capitalistico, responsabili principali di questa operazione i partiti del tradimento, i partiti “comunisti” nazionali.

Come vive e vegeta il fascismo sotto il manto della democrazia postbellica? In campo economico si ha il primeggiare di una economia statizzata o semi-statizzata, trionfo, quindi del monopolio capitalista per eccellenza. In campo sociale il controllo ferreo delle grandi masse lavoratrici da parte di partiti ufficiali, diretti da bande di controrivoluzionari di professione, e dalle centrali sindacali, dirette da carrieristi infeudati allo Stato borghese. In campo politico, la totale esautorazione del “potere legislativo” (parlamento) a vantaggio del “potere esecutivo” (governo), con caduta a livello di farsa delle elezioni generali per la stessa borghesia; ubriacatura “popolaresca” di schietta marca mussoliniana innaffiata di patriottismo e nazionalismo, sulla base della collaborazione di classe già tipica della democrazia e innalzata a regime permanente dal fascismo. Nel campo della teoria il totale disprezzo per qualunque corpo di principi, analogo alla rivendicazione mussoliniana del ripudio di ogni ”vincolo“ dottrinario.

È in questo bilancio che si collocano i sindacati di oggi, diversi dai sindacati di ieri, anche se muniti di sigle identiche o affini.

Essi marciano ogni giorno più nella stessa direzione dei sindacati unici fascisti, quella dell’assoggettamento allo Stato politico del capitale. Al proletariato si imporrà dunque la rinascita dei sindacati di classe, liberi da vincoli statali e di regime capitalistici. Il modo di questa rinascita non è né può essere ancora nel campo visivo del Partito e della lotta di classe. Venga essa dalla conquista “a legnate” di organizzazioni economiche più che “reazionarie” (Lenin), come quelle esistenti, o scaturisca per altra via dall’intreccio delle lotte proletarie sull’onda di una ripresa generale di classe.

È certo che l’esistenza di organismi intermedi economici è un presupposto della direzione rivoluzionaria della classe ad opera del Partito comunista.

Se tener spezzata la rete associativa classista è necessario obbiettivo del capitalismo e dei suoi lacchè, incombe dialetticamente al partito politico di classe il dovere di indirizzare il proletariato alla sua ricostruzione.

È anche in funzione di questo compito che il Partito tesse la rete dei suoi gruppi di fabbrica e sindacali, con cui organizzare le forze sane della classe operaia, per deboli numericamente che siano oggi, sulla base di una netta e rigida contrapposizione e al capitalismo e all’opportunismo, queste due facce di una stessa realtà controrivoluzionaria, nel campo rivendicativo come in quello politico e organizzativo.

Questi gruppi non sono né mirano a diventare “nuovi” sindacati, per giunta “puri”, “incorrotti”, ecc. ma costituiscono certo l’avanguardia e il lievito della classe. Grazie ad essi il proletariato potrà finalmente ritrovare i suoi organi di battaglia, di cui il principale, l’insostituibile, è il Partito.

Le scissioni sindacali in Italia

Da Battaglia Comunista n.21 del 1949

Ieri

Non è facile riordinare un poco le nozioni e le posizioni sui rapporti dei partiti e tendenze politiche col movimento operaio economico in Italia, e i loro riflessi sull’aggrupparsi e lo sciogliersi delle confederazioni sindacali su base nazionale.

Nelle lotte del risorgimento borghese nazionale i gruppi di lavoratori ove esistono embrionalmente sono alleati coi patrioti e tendono verso le posizioni più decise: garibaldine, mazziniane, anticlericali. Raggiunta l’unità borghese liberale si formano a seconda dello sviluppo sociale nelle varie regioni associazioni e società operaie in cui da un lato si confondono coi proletari gli artigiani, e dall’altro prevale il paternalismo dei capi politici del nuovo regime parlamentare.

I gruppi più avanzati si svegliano coi primi aderenti all’Internazionale negli anni 1867-71 e nelle sezioni, talune molto forti come in Romagna, Toscana, ed anche Campania, si hanno riflessi delle lotte tra Mazzini Bakunin e Marx con prevalenza della tendenza libertaria, cui in effetti si devono, quando comincia a chiarirsi la differenza funzionale tra associazioni politiche e organizzazioni economiche, i primi sindacati veri e propri, malgrado che gli anarchici tendenti all’individualismo, non pochi in Italia, diffidino non solo della formazione di partiti ma anche di quella di organi sindacali.

Questi sono i pochi spunti di preistoria sindacale, il cui sviluppo sarebbe di interesse massimo, che ci permettono di arrivare all’apporto importantissimo del movimento politico e del partito socialista nella organizzazione delle classi lavoratrici italiane dell’industria e della terra. Non va infatti mai dimenticato che se in Italia la diffusione dell’industria è diversissima da regione a regione e solo in una parte minore del paese diviene, più tardi, di peso paragonabile a quello che ha in altre nazioni europee vicine, esiste distribuito da Nord a Sud, sia pure con disuniformità locali, un proletariato agricolo di puri braccianti le cui prove nella lotta di classe intesa nel senso critico nettamente marxista, ossia da protagonista e non da alleato secondario e transitorio di una classe più rivoluzionaria, hanno una potente tradizione di battaglia contro il padronato capitalistico e lo Stato borghese, che solo la dilagante imbecille viltà dei capi odierni degrada a jacqueries di servi della gleba affamati di proprietà e non di socialismo contro il fantasma di un baronato inesistente, che dovrebbero debellare alleanze demo-liberali per la conquista di riforme borghesi. Peggio pare quando questo schema fantomatico di lotte si prospetta come rivoluzionario.

A fianco del partito socialista e per opera dei suoi propagandisti, che sono al tempo stesso organizzatori – non ancora funzionari – sindacali, sorgono le prime leghe. Esse naturalmente associano lavoratori di tutti i partiti e di tutte le credenze sulla base della loro attività lavorativa nelle fabbriche o nei poderi. Non meno naturalmente sono, e sono chiamate da amici e da nemici, leghe rosse e leghe socialiste; nella loro sede ha spesso recapito la sede del partito e si tengono le conferenze di propaganda politica, di cui è solo un aspetto occasionale quella elettorale, soprattutto in quanto i compagni candidati corrono pochi pericoli di sfuggire alla trombatura.

Infatti il borghese, il benpensante ed il prete scomunicano nello stesso tempo la pretesa dei lavoratori di ottenere con la sola forza della loro unione un meno esoso trattamento economico, e quanto arrivano a capire della propaganda socialista, che sentono – ed è – lanciata contro tutte le ortodossie religiose nazionali e liberali.

Non si tratta qui di apologizzare un tempo romantico di socialismo, ma di allineare contributi di fatti per la comprensione dell’evolversi del regime capitalistico e delle reazioni ad esso del movimento operaio, il quale nelle sue forme organizzative e nelle sue tendenze non può evitarne le ripercussioni.

È più tardi che altri partiti oltre il socialista scendono nell’agone sindacale con propositi non solo di concorrenza ma di contrattacco sociale. Soprattutto in Romagna sorgono leghe e Camere del Lavoro che chiamammo gialle in contrapposto alle rosse socialiste. Alla base della diversa tradizione ed ideologia politica vi è una differenziazione sociale: i repubblicani organizzano i grassi mezzadri di Romagna dal portafoglio a soffietto con trentadue scomparti e che passano di mercato in mercato vendendo e comprando bovini da mille lire oro come scatole di zolfanelli, consumando indi pasti e bevute nibelungiche nelle trattorie con alloggio e stallaggio. I lavoratori devono contendere a costoro il loro magro salario giornaliero, e con la loro Camera del Lavoro fregiata del ritratto emaciato di Mazzini conducono gli scioperi, mentre spesso le lotte tra i due partiti si liquidano a legnate e peggio. Invano infatti i braccianti, ad esempio della ricca e rossa Imola, andrebbero in cerca del letterario barone, potrebbero al più trovare in casa il conte Tonino Graziadei, ma per avventura si imbatterebbero in uno dei pochi che in Italia avessero letto e capito Marx. Capire non è seguire, ma è pur sempre cosa rara e simpatica.

Nel Veneto invece domina la frazionatissima proprietà e prevalgono i preti. Quando non basta più il pulpito e il circolo cattolico appena meno buio e silenzioso della sacrestia, vediamo fondare la Camera del Lavoro bianca. Se riunisca sindacati, mutue o consorzi di agricoltori per comprare concime non è facile dire, talvolta ha la targa comune addirittura a quella della Banca Cattolica. Il buon credente risparmia per l’altra vita ma anche per questa valle di lagrime. Siamo al tempo della Rerum Novarum. La previdenza è il fulcro dell’economia pretesca e piccolo borghese ed è la bestia nera dell’economia nostra marxista, non è così, Tonino? Ma le statistiche dei depositi di Ivanovo Vossnessensk hanno battuto quelle di San Donà del Piave…

A questo punto in Italia vi sono tre Confederazioni sindacali, sebbene con diverso peso regionale: rossa gialla e bianca. Seguitiamo ad esaminare la cosa col semplicismo di noi poveri e limitati monocromatici. Se l’ultima la volete chiamare nera, la cosa va lo stesso.

La crisi tante volte rammentata del distacco del sindacalismo rivoluzionario fu in gran parte una reazione alla degenerazione a destra del movimento socialista. Questa ebbe doppio aspetto: parlamentare e confederale. Il partito come tale, coi suoi migliori militanti e nella stessa direzione, veniva sopraffatto dalla doppia forza del gruppo parlamentare e della gerarchia dei capi confederali, due forze egualmente orientate verso una forma legalitaria e conciliante di azione, al traguardo della quale era facile vedere la collaborazione economica coi padroni e politica coi ministeri borghesi. Capi sindacali e deputati affermarono una autonomia dal partito per un buon motivo democratico, che gli inscritti al partito erano numericamente assai meno degli organizzati economici da un lato, degli elettori politici dall’altro. L’estremo riformismo dei Bonomi e dei Cabrini sviluppò un vero “sindacalismo riformista” che, pur considerando suo campo di azione al posto della piazza lo studio dell’industriale e il gabinetto del prefetto, si teneva libero dalle influenze di partito e perfino da quelle della pur destra deputazione socialista, svalutando quindi – sintomo comune a tutti i revisionismi del marxismo radicale – l’azione di partito rispetto a quella puramente economica.

I sindacalisti soreliani o rivoluzionari fiancheggiati dagli anarchici fecero leva sul disgusto delle masse per gli eccessi del metodo quietista prevalente nelle leghe operaie e nel partito troppo dedito al fatto elettorale, e posero in prima linea i loro slogans preferiti dell’azione diretta, ossia della imposizione al padronato senza intermediari di parlamentari e di funzionari statali, e dello sciopero generale come mezzo di appoggio tra l’una e l’altra categoria. Dalla Confederazione Generale del Lavoro socialista, ma in sostanza dominata da riformisti anche se questi erano minoranza nel partito, uscirono le organizzazioni della detta tendenza e fondarono la battagliera Unione Sindacale Italiana protagonista di non dimenticabili battaglie operaie. Il forte e non meno ricco di tradizioni classiste Sindacato Ferrovieri, pur riprovando il riformismo confederale, si tenne fuori dalle due organizzazioni nazionali.

La ventata della guerra. La Confederazione del Lavoro, sempre diretta da elementi della destra del partito socialista, resistette senza scissioni nella opposizione alla guerra pur rifiutando di proclamare lo sciopero generale nelle giornate di ubriacatura patriottica del maggio 1915. Si spezzò malamente la Unione Sindacale e ne avemmo due: quella interventista di De Ambris, quella contraria alla guerra del libertario Armando Borghi. I nomi si usano per stringere il brodo.
 
 
 
Oggi

Quando apparve il fascismo, che in sostanza era la stessa corrente a cui ben rispondevano da una parte i destrissimi Bissolatiani e Bonomiani, e dall’altra gli pseudo sinistri dell’interventismo vuoi repunenniano, vuoi sindadeambrisiano, si provò anche esso in campo sindacale, anzi fondò i suoi sindacati suonando sull’accordo nazionale il motivo della lotta al padronato, tra l’altro nell’interessante discorso di Dalmine. Non per niente convinse non trascurabili esponenti di quelle correnti, inquadrando un Michele Bianchi che nel brodo sindacalista italiano ebbe una parte da più che prezzemolo, e le carote riformistiche Rigola Calda e gli altri dei Problemi del Lavoro. Il fascismo era il solo vero possibile erede del riformismo, ossia della bestia nera di noi archeiomarxisti.

I sindacati fascisti comparvero come una delle tante etichette sindacali, tricolore contro quelle rosse gialle e bianche, ma il mondo capitalistico era oramai mondo del monopolio, e si svolsero nel sindacato di Stato, nel sindacato forzato, che inquadra i lavoratori nell’impalcatura del regime dominante e distrugge in fatto e in diritto ogni altra organizzazione.

Questo gran fatto nuovo dell’epoca contemporanea non era reversibile, esso è la chiave dello svolgimento sindacale in tutti i grandi paesi capitalistici. Le parlamentari Inghilterra e America sono monosindacali e i sindacati nelle loro gerarchie servono i governi quanto in Russia.

La Vittoria delle Democrazie e il ritorno in Italia dei ricineschi più che ricinati personaggi premarcia non è quindi stata una reversione del fascismo, molto meno regressista di costoro (ma intanto annoti Tonino che noi, monomarxisti ecc. più diamo ad uno del progressista più desidereremmo di vederlo livragato).

Se la situazione storica italiana fosse stata reversibile, ossia se avesse qualche base la sciocca posizione del secondo Risorgimento e della nuova lotta per la Nazione e l’Indipendenza, cavallo più che mai inforcato dagli stessi stalinisti, non avrebbe avuto un minuto di esistenza la tattica di fondare una confederazione unica di rossi e di gialli, di bianchi e di neri, e senza l’influenza dei fattori di forza storica, cui dovendo dare un nome va preso quello di Mussolini, le masse non avrebbero subito quest’ordine bestiale recato dall’enciclica moscovita nella Pasqua 1944.

Le successive scissioni della Confederazione Italiana Generale del Lavoro, col distaccarsi dei democristiani e poi dei repubblicani e socialisti di destra, anche in quanto conducono oggi al formarsi di diverse confederazioni, e anche se la costituzione ammette la libertà di organizzazione sindacale, non interromperanno il procedere sociale dell’asservimento del sindacato allo Stato borghese, e non sono che una fase della lotta capitalista per togliere ai movimenti rivoluzionari di classe futuri la solida base di un inquadramento sindacale operaio veramente autonomo.

Gli effetti, in un paese vinto, e privo di autonomia statale posseduta dalla locale borghesia delle influenze dei grandi complessi statali esteri, che si punzecchiano su queste terre di nessuno, non possono mascherare il fatto che anche la Confederazione che rimane coi socialcomunisti di Nenni e Togliatti non si basa su di una autonomia di classe. Non è una organizzazione rossa, è anche essa una organizzazione tricolore cucita sul modello Mussolini.

La storia del “risorgimento” sindacale 1944 sta a dimostrarlo, coi suoi nastri tricolore e le sue stille di acqua lustrale sulle bandiere operaie, con le basse consegne di Unione Nazionale, di guerra antitedesca, di nuovo Risorgimento Liberale, con la rivendicazione, tuttora in atto, di un ministero di concordia nazionale, direttive che avrebbero fatto vomitare un buon organizzatore rosso – anche di tendenza riformista spaccata.

Da “Partito rivoluzionario e Azione economica“, 1951

DAL SOMMARIO

2. La seconda crisi storica internazionale opportunista col crollo della Terza Internazionale risale all’intermedismo, per cui si sono voluti porre scopi politici generali transitori tra la dittatura borghese e quella proletaria. È nozione sbagliata quella che per evitare l’intermedismo rinuncia alle rivendicazioni economiche particolari dei gruppi proletari.

4. Secondo tutte le tradizioni del marxismo e della Sinistra italiana e internazionale, il lavoro e la lotta nel seno delle associazioni economiche proletarie è una delle condizioni indispensabili per il successo della lotta rivoluzionaria, insieme alla pressione delle forze produttive contro i rapporti di produzione e alla giusta continuità teorica, organizzativa e tattica del partito politico.

5. Se nelle varie fasi del corso borghese: rivoluzionaria, riformista, antirivoluzionaria, la dinamica dell’azione sindacale ha subito variazioni profonde (divieto, tolleranza, assoggettamento), questo non toglie che è indispensabile organicamente avere tra la massa proletaria e la minoranza inquadrata nel partito un altro strato di organizzazioni per principio neutre politicamente ma costituzionalmente accessibili a soli operai, e che organismi di questo genere devono risorgere nella fase di avvicinamento della rivoluzione.
 

Conviene ricordare quale sia stato l’atteggiamento della Sinistra comunista italiana a proposito delle questioni sindacali, passando quindi ad esaminare quanto vi è di mutato nel campo sindacale dopo le guerre e i totalitarismi.

1. Allorché il partito italiano non era stato ancora costituito, al secondo Congresso dell’Internazionale del 1920, furono dibattute due grandi questioni di tattica: azione parlamentare e azione sindacale. Ora, i rappresentanti della corrente antielezionista si schierarono contro la cosiddetta sinistra che propugnava la scissione sindacale e la rinunzia a conquistare i sindacati diretti da opportunisti. Queste correnti in fondo ponevano nel sindacato e non nel partito il centro dell’azione rivoluzionaria e lo volevano puro da influenze borghesi (Tribunisti olandesi, KAPD tedesco, Sindacalisti americani, scozzesi, ecc.).

2. La sinistra da allora combatté aspramente quei movimenti analoghi a quello torinese de «L’Ordine Nuovo», che facevano consistere il compito rivoluzionario nello svuotare i sindacati a vantaggio del movimento dei consigli di fabbrica, intendendoli come trama degli organi economici e statali della rivoluzione proletaria iniziata in pieno capitalismo, confondendo gravemente fra i momenti e gli strumenti del processo rivoluzionario.

3. Stanno su ben diverso piano le questioni parlamentare e sindacale. È pacifico che il parlamento è l’organo dello Stato borghese in cui si pretende siano rappresentate tutte le classi della società, e tutti i marxisti rivoluzionari convengono che su di esso non si possa fondare altro potere che quello della borghesia. La questione è se la utilizzazione dei mandati parlamentari possa servire ai fini della propaganda e dell’agitazione per l’insurrezione e la dittatura. Gli oppositori sostenevano che anche a questo solo fine è producente di opposto effetto la partecipazione di nostri rappresentanti in un organismo comune a quelli borghesi.

4. I sindacati, da chiunque diretti, essendo associazioni economiche di professione, raccolgono sempre elementi di una medesima classe. È ben possibile che gli organizzati proletari eleggano rappresentanti di tendenze non solo moderate ma addirittura borghesi, e che la direzione del sindacato cada sotto l’influenza capitalista. Resta tuttavia il fatto che i sindacati sono composti esclusivamente di lavoratori e quindi non sarà mai possibile dire di essi quello che si dice del parlamento, ossia che sono suscettibili solo di una direzione borghese.

5. In Italia, prima della formazione del Partito Comunista, i socialisti escludevano di lavorare nei sindacati bianchi dei cattolici e in quelli gialli dei repubblicani. I comunisti poi, in presenza della grande Confederazione diretta prevalentemente da riformisti e dell’Unione Sindacale, diretta da anarchici, senza alcuna esitazione e unanimi stabilirono di non fondare nuovi sindacati e lavorare per conquistare dall’interno quelli ora detti, tendendo anzi alla loro unificazione. Nel campo internazionale, il partito italiano unanime sostenne non solo il lavoro in tutti i sindacati nazionali socialdemocratici, ma anche l’esistenza della Internazionale Sindacale Rossa (Profintern), la quale riteneva ente non conquistabile la Centrale di Amsterdam perché collegata alla borghese Società delle Nazioni attraverso l’Ufficio Internazionale del Lavoro. La Sinistra italiana si oppose violentemente alla proposta di liquidare il Profintern per costituire una Internazionale Sindacale unica, sostenendo sempre il principio dell’unità e della conquista interna per i sindacati e le confederazioni nazionali.

6. a) L’attività sindacale proletaria ha determinato una molto diversa politica dei poteri borghesi nelle successive fasi storiche. Poiché le prime borghesie rivoluzionarie vietarono ogni associazione economica come tentativo di ricostituire le corporazioni illiberali del Medioevo, e poiché ogni sciopero fu violentemente represso, tutti i primi moti sindacali presero aspetti rivoluzionari. Fin da allora il Manifesto avvertiva che ogni movimento economico e sociale conduce a un movimento politico e ha importanza grandissima in quanto estende l’associazione e la coalizione proletaria, mentre le sue conquiste puramente economiche sono precarie e non intaccano lo sfruttamento di classe.

b) Nella successiva epoca, la borghesia avendo compreso che le era indispensabile accettare che si ponesse la questione sociale, appunto per scongiurare la soluzione rivoluzionaria tollerò e legalizzò i sindacati riconoscendo la loro azione e le loro rivendicazioni; ciò in tutto il periodo privo di guerre e relativamente di progressivo benessere che si svolse sino al 1914.
     Durante tutto questo periodo, il lavoro nei sindacati fu elemento principalissimo per la formazione dei forti partiti socialisti operai e fu palese che questi potevano determinare grandi movimenti soprattutto col maneggio delle leve sindacali.
     Il crollo della Seconda Internazionale dimostrò che la borghesia si era procurata influenze decisive su una gran parte della classe operaia attraverso i suoi rapporti e compromessi con i capi sindacali e parlamentari, i quali quasi dappertutto dominavano l’apparato dei partiti.

c) Nella ripresa del movimento dopo la rivoluzione russa e la fine della guerra imperialista, si trattò appunto di fare il bilancio del disastroso fallimento dell’inquadratura sindacale e politica, e si tentò di portare il proletariato mondiale sul terreno rivoluzionario eliminando con le scissioni dei partiti i capi politici e parlamentari traditori, e procurando che i nuovi partiti comunisti nelle file delle più larghe organizzazioni proletarie pervenissero a buttare fuori gli agenti della borghesia. Dinanzi ai primi vigorosi successi in molti paesi, il capitalismo si trovò nella necessità, per impedire l’avanzata rivoluzionaria, di colpire con la violenza e porre fuori legge non solo i partiti ma anche i sindacati in cui questi lavoravano. Tuttavia, nelle complesse vicende di questi totalitarismi borghesi, non fu mai adottata l’abolizione del movimento sindacale. All’opposto, fu propugnata e realizzata la costituzione di una nuova rete sindacale pienamente controllata dal partito controrivoluzionario, e, nell’una o nell’altra forma, affermata unica e unitaria, e resa strettamente aderente all’ingranaggio amministrativo e statale.
     Anche dove, dopo la seconda guerra, per la formulazione politica corrente, il totalitarismo capitalista sembra essere stato rimpiazzato dal liberalismo democratico, la dinamica sindacale seguita ininterrottamente a svolgersi nel pieno senso del controllo statale e della inserzione negli organismi amministrativi ufficiali. Il fascismo, realizzatore dialettico delle vecchie istanze riformiste, ha svolto quella del riconoscimento giuridico del sindacato in modo che potesse essere titolare di contratti collettivi col padronato fino all’effettivo imprigionamento di tutto l’inquadramento sindacale nelle articolazioni del potere borghese di classe.
Questo risultato è fondamentale per la difesa e la conservazione del regime capitalista appunto perché l’influenza e l’impiego di inquadrature associazioniste sindacali è stadio indispensabile per ogni movimento rivoluzionario diretto dal partito comunista.

7. Queste radicali modificazioni del rapporto sindacale ovviamente non risalgono solo alla strategia politica delle classi in contrasto e dei loro partiti e governi, ma sono anche in rapporto profondo al mutato carattere della relazione economica che passa fra datore di lavoro e operaio salariato.
     Nelle prime lotte sindacali, con cui i lavoratori cercavano di opporre al monopolio dei mezzi di produzione quello della forza di lavoro, l’asprezza del contrasto derivava dal fatto che il proletariato, spogliato da tempo di ogni riserva di consumo, non aveva assolutamente altra risorsa che il quotidiano salario, ed ogni lotta contingente lo conduceva ad un conflitto per la vita e per la morte.
     È indubitabile che, mentre la teoria marxista della crescente miseria si conferma per il continuo aumento numerico dei puri proletari e per l’incalzante espropriazione delle ultime riserve di strati sociali proletari e medi, centuplicata da guerre, distruzioni, inflazione monetaria, ecc., e mentre in molti paesi raggiunge cifre enormi la disoccupazione e lo stesso massacro dei proletari, laddove la produzione industriale fiorisce, per gli operai occupati tutta la gamma delle misure riformiste di assistenza e previdenza per il salariato crea un nuovo tipo di riserva economica che rappresenta una piccola garanzia patrimoniale da perdere, in certo senso analoga a quella dell’artigiano e del piccolo contadino; il salariato ha dunque qualche cosa da rischiare, e questo (fenomeno d’altra parte già visto da Marx, Engels e Lenin per le cosiddette aristocrazie operaie) lo rende esitante ed anche opportunista al momento della lotta sindacale e peggio dello sciopero e della rivolta.

8. Al di sopra del problema contingente in questo o quel paese di partecipare al lavoro in dati tipi di sindacato ovvero di tenersene fuori da parte del partito comunista rivoluzionario, gli elementi della questione fin qui riassunta conducono alla conclusione che in ogni prospettiva di ogni movimento rivoluzionario generale non possono non essere presenti questi fondamentali fattori: 1) un ampio e numeroso proletariato di puri salariati; 2) un grande movimento di associazioni a contenuto economico che comprenda una imponente parte del proletariato; 3) un forte partito di classe, rivoluzionario, nel quale militi una minoranza dei lavoratori ma al quale lo svolgimento della lotta abbia consentito di contrapporre validamente ed estesamente la propria influenza nel movimento sindacale a quella della classe e del potere borghese.
     I fattori che hanno condotto a stabilire la necessità di ciascuna e di tutte queste tre condizioni, dalla utile combinazione delle quali dipenderà l’esito della lotta, sono stati dati: dalla giusta impostazione della teoria del materialismo storico che collega il primitivo bisogno economico del singolo alla dinamica delle grandi rivoluzioni sociali; dalla giusta prospettiva della rivoluzione proletaria in rapporto ai problemi dell’economia e della politica e dello Stato; dagli insegnamenti della storia di tutti i movimenti associativi della classe operaia così nel loro grandeggiare e nelle loro vittorie che nei corrompimenti e nelle disfatte.
     Le linee generali della svolta prospettiva non escludono che si possano avere le congiunture più svariate nel modificarsi, dissolversi, ricostituirsi di associazioni a tipo sindacale; di tutte quelle associazioni che ci si presentano nei vari paesi sia collegate alle organizzazioni tradizionali che dichiaravano fondarsi sul metodo della lotta di classe, sia più o meno collegate ai più diversi metodi e indirizzi sociali anche conservatori.

Da “Tesi caratteristiche del partito” 1952

II.

4. – Compiti del partito: continuità di teoria, continuità di organizzazione – Partecipazione ad ogni lotta economica proletaria   
Compiti egualmente necessari del partito prima, durante e dopo la lotta armata per il potere sono la difesa e diffusione della teoria del movimento, la difesa e il rafforzamento della organizzazione interna col proselitismo, la propaganda della teoria e del programma comunista, e la costante attività nelle file del proletariato ovunque questo è spinto dalle necessità e determinazioni economiche alla lotta per i suoi interessi.

6. – Necessità per l’avanzata rivoluzionaria che tra il partito e la classe vi sia uno strato intermedio dato da associazioni economiche, permeate dal partito
    Il marxismo ha vigorosamente respinta, ogni volta che e apparsa, la teoria sindacalista, che dà alla classe organi economici nelle associazioni per mestiere, per industria o per azienda, ritenendoli capaci di sviluppare la lotta e la trasformazione sociale.
Mentre considera il sindacato organo insufficiente da solo alla rivoluzione, lo considera però organo indispensabile per la mobilitazione della classe sul piano politico e rivoluzionario, attuata con la presenza e la penetrazione del partito comunista nelle organizzazioni economiche di classe. Nelle difficili fasi che presenta il formarsi delle associazioni economiche, si considerano come quelle che si prestano all’opera del partito le associazioni che comprendono solo proletari e a cui gli stessi aderiscono spontaneamente ma senza l’obbligo di professare date opinioni politiche religiose e sociali. Tale carattere si perde nelle organizzazioni confessionali e coatte o divenute parte integrante dell’apparato di Stato.

8. – Rifiuto delle concezioni: utopista, anarchica, sindacalista, come di quella del partito settario che forma suoi doppioni sindacali o rifiuta il lavoro sindacale
    Nel succedersi delle situazioni storiche, il partito si tiene lontano quindi dalla visione idealista e utopista che affida il miglioramento sociale ad un’unione di eletti, di coscienti, di apostoli o di eroi – dalla visione libertaria che lo affida alla rivolta d’individui o di folla senza organizzazione – dalla visione sindacalista o economista che lo affida all’azione di organismi economici ed apolitici, sia o non accompagnata dalla predicazione dell’uso della violenza – dalla visione volontaristica e settaria che, prescindendo dal reale processo deterministico per cui la ribellione di classe sorge da reazioni ed atti che precedono di gran lunga la coscienza teorica e la stessa chiara volontà, vuole un piccolo partito di élite o si circonda di sindacati estremisti che sono un suo doppione, o cade nell’errore d’isolarsi dalla rete associativa economico-sindacale del proletariato. Tale ultimo errore di “ka-a-pe-disti” germanici e tribunisti olandesi fu sempre combattuto in seno alla Terza Internazionale dalla Sinistra italiana.
Questa si staccò per questioni di strategia e tattica della lotta proletaria, che non possono essere trattate se non in riferimento al tempo ed al succedersi delle storiche fasi.

IV

4. – Oggi, nel pieno della depressione, pur restringendosi di molto le possibilità d’azione, tuttavia il partito, seguendo la tradizione rivoluzionaria, non intende rompere la linea storica della preparazione di una futura ripresa in grande del moto di classe, che faccia propri tutti i risultati delle esperienze passate. Alla restrizione dell’attività pratica non segue la rinuncia dei presupposti rivoluzionari. Il partito riconosce che la restrizione di certi settori è quantitativamente accentuata ma non per questo viene mutato il complesso degli aspetti della sua attività, né vi rinuncia espressamente.

8. – Il partito, malgrado il ristretto numero dei suoi aderenti, determinato dalle condizioni nettamente controrivoluzionarie, non cessa il proselitismo e la propaganda dei suoi princìpi in tutte le forme orali e scritte, anche se le sue riunioni sono di pochi partecipanti e la stampa di limitata diffusione. Il partito considera la stampa nella fase odierna la principale attività, essendo uno dei mezzi più efficaci che la situazione reale consenta per indicare alle masse la linea politica da seguire, per una diffusione organica e più estesa dei princìpi del movimento rivoluzionario.

9. – Gli eventi, non la volontà o la decisione degli uomini, determinano così anche il settore di penetrazione delle grandi masse, limitandolo ad un piccolo angolo dell’attività complessiva. Tuttavia il partito non perde occasione per entrare in ogni frattura, in ogni spiraglio, sapendo bene che non si avrà la ripresa se non dopo che questo settore si sarà grandemente ampliato e divenuto dominante.

11. – Il partito non sottace che in fasi di ripresa non si rinforzerà in modo autonomo se non sorgerà una forma di associazionismo economico sindacale delle masse.
Il sindacato, sebbene non sia mai stato libero da influenze di classi nemiche e abbia funzionato da veicolo a continue e profonde deviazioni e deformazioni, sebbene non sia uno specifico strumento rivoluzionario, tuttavia è oggetto d’interessamento del partito, il quale non rinuncia volontariamente a lavorarvi dentro distinguendosi nettamente da tutti gli altri raggruppamenti politici. Il partito, mentre riconosce che oggi può fare solo in modo sporadico opera di lavoro sindacale, mai vi rinuncia e, dal momento che il concreto rapporto numerico tra i suoi membri, i simpatizzanti e gli organizzati in un dato corpo sindacale risulti apprezzabile e tale organismo sia tale da non avere esclusa l’ultima possibilità virtuale e statutaria di attività autonoma classista, il partito esplicherà la penetrazione e tenterà la conquista della direzione di esso.

Da “Considerazioni sull’organica attività del partito”, 1965

8- Dato che il carattere di degenerazione del complesso sociale si concentra nella falsificazione e nella distruzione della teoria e della sana dottrina, è chiaro che il piccolo partito di oggi ha un carattere preminente di restaurazione dei principi di valore dottrinale, e purtroppo manca dello sfondo favorevole in cui Lenin la compì dopo il disastro della prima guerra. Tuttavia, non per questo possiamo calare una barriera fra teoria e azione pratica; poiché oltre un certo limite distruggeremmo noi stessi e tutte le nostre basi di principio. Rivendichiamo dunque tutte le forme di attività proprie dei momenti favorevoli nella misura in cui i rapporti reali di forze lo consentono.

12. – Partito storico e partito formale. Questa distinzione sta in Max ed Engels, ed essi ebbero il diritto di dedurne che, stando con la loro opera sulla linea del partito storico, disprezzavano di appartenere ad ogni partito formale. Da ciò nessun militante odierno può inferire il diritto a una scelta: di avere le carte in regola col “partito storico”, e infischiarsi del partito formale. Ciò non perché Marx ed Engels fossero superuomini di un tipo o razza diversa da tutti, ma proprio per la sana intelligenza di quella loro proposizione che ha senso dialettico e storico.
     Marx dice: partito nella sua accezione storica, nel senso storico, e partito formale o effimero. Nel primo concetto è la continuità, e da esso abbiamo derivata la nostra tesi caratteristica della invarianza della dottrina da quando Marx la formulò, non come una invenzione di genio, ma come scoperta di un risultato della evoluzione umana. Ma i due concetti non sono in opposizione metafisica, e sarebbe sciocco esprimerli con la dottrinetta: volgo le spalle al partito formale e vado verso quello storico.
     Quando dalla invariante dottrina facciamo sorgere la conclusione che la vittoria rivoluzionaria della classe lavoratrice non può ottenersi che con il partito di classe e la dittatura di esso, e sulla scorta di parole di Marx affermiamo che prima del partito rivoluzionario e comunista il proletariato è una classe forse per la scienza borghese ma non per Marx e per noi; la conclusione da dedurne è che per la vittoria sarà necessario avere un partito che meriti al tempo stesso la qualifica di partito storico e di partito formale, ossia che si sia risolta nella realtà dell’azione e della storia la contraddizione apparente – e che ha dominato un lungo e difficile passato – tra partito storico, dunque quanto al contenuto (programma storico, invariante), e partito contingente, dunque quanto alla forma, che agisce come forza e prassi fisica di una parte decisiva del proletariato in lotta.
     Questa sintetica messa a punto della questione dottrinale va riferita anche rapidamente ai trapassi storici che sono dietro di noi.

Da “Tesi sul compito storico l’azione e la struttura del partito comunista mondiale”, 1965

  1. – Prima di lasciare l’argomento della formazione del partito dopo la seconda grande guerra, è bene riaffermare alcuni risultati che oggi valgono come punti caratteristici per il partito, in quanto sono risultati storici di fatto, malgrado la limitata estensione quantitativa del movimento, e non scoperte di inutili geni o solenni risoluzioni di congressi “sovrani”.
    Il partito riconobbe ben presto che, anche in una situazione estremamente sfavorevole e anche nei luoghi in cui la sterilità di questa è massima, va scongiurato il pericolo di concepire il movimento come una mera attività di stampa propagandistica e di proselitismo politico. La vita del partito si deve integrare ovunque e sempre e senza eccezioni in uno sforzo incessante di inserirsi nella vita delle masse e anche nelle sue manifestazioni influenzate dalle direttive contrastanti con le nostre. È antica tesi del marxismo di sinistra che si deve accettare di lavorare nei sindacati di destra ove gli operai sono presenti, e il partito aborre dalle posizioni individualistiche di chi mostri di sdegnare di mettere piede in quegli ambienti giungendo perfino a teorizzare la rottura dei pochi e flebili scioperi a cui i sindacati odierni si spingono. In molte regioni il partito ha ormai dietro di sé una attività notevole in questo senso, sebbene debba sempre affrontare difficoltà gravi e forze contrarie, superiori almeno statisticamente.
    È importante stabilire che, anche dove questo lavoro non ha ancora raggiunto un apprezzabile avvio, va respinta la posizione per cui il piccolo partito si riduca a circoli chiusi senza collegamento coll’esterno, o limitati a cercare adesioni nel solo mondo delle opinioni, che per il marxista è un mondo falso quando non sia trattato come sovrastruttura del mondo dei conflitti economici.
    Altrettanto erroneo sarebbe suddividere il partito o i suoi aggruppamenti locali in compartimenti stagni che siano attivi solo in uno dei campi di teoria, di studio, di ricerca storica, di propaganda, di proselitismo e di attività sindacale, che nello spirito della nostra teoria e della nostra storia sono assolutamente inseparabili e in principio accessibili a tutti e a qualunque compagno.
    Altro punto che il partito ha conquistato storicamente e da cui mai potrà decampare, è la netta ripulsa a tutte le proposte di ingrandire i suoi effettivi e le sue basi attraverso convocazioni di congressi costituenti comuni ad infiniti altri circoli e gruppetti, che pullulano ovunque dalla fine della guerra elaborando teorie sconnesse e deformi, o affermando come unico dato positivo la condanna dello stalinismo russo e di tutte le sue locali derivazioni.

Da “Tesi supplementari sul compito storico”, 1966

2. – Il piccolo movimento attuale si rende perfettamente conto che la grigia fase storica attraversata rende molto difficile l’opera di utilizzazione a forte distanza storica delle esperienze sorte dalle grandi lotte, e non solo dalle clamorose vittorie quanto dalle sconfitte sanguinose e dai ripiegamenti senza gloria. Il forgiarsi del programma rivoluzionario, nella corretta e non deformata visione della nostra corrente, non si limita a rigore dottrinale e a profondità di critica storica, ma ha bisogno come linfa vitale del collegamento con le masse ribelli nei periodi in cui la spinta irresistibile le determina a combattere. Questo legame dialettico è particolarmente difficile oggi che la spinta delle masse si è sopita e spenta per la flaccidità della crisi del capitalismo senile, e per la sempre maggiore ignominia delle correnti opportuniste.
    Pure accettando che il partito abbia un perimetro ristretto, dobbiamo sentire che noi prepariamo il vero partito, sano ed efficiente al tempo stesso, per il periodo storico in cui le infamie del tessuto sociale contemporaneo faranno ritornare le masse insorgenti all’avanguardia della storia; nel quale slancio potrebbero ancora una volta fallire se mancasse il partito, non pletorico ma compatto e potente, che è l’organo indispensabile della rivoluzione.
    Le contraddizioni anche dolorose di questo periodo dovranno essere superate traendo la lezione dialettica che ci è venuta dalle amare delusioni dei tempi passati e segnalando con coraggio i pericoli che la Sinistra aveva in tempo avvertiti e denunziati, e tutte le forme insidiose che volta a volta rivestì la minacciosa infezione opportunista.