International Communist Party

Il Programma Comunista 1972/3

La grande menzogna della decolonizzazione africana Pt.1

Secondo le finzioni dell’ideologia borghese, la decolonizzazione dell’Africa nera avrebbe portato con sé la formazione di Stati nazionali indipendenti. Questi Stati non dispongono forse di tutti gli attributi delle vecchie democrazie? Il suffragio universale non vi consacra forse l’eguaglianza di tutti i cittadini? Le loro Costituzioni ricalcate su quelle delle metropoli non attribuiscono forse allo Stato il compito della difesa della “integrità del territorio nazionale”? Non è forse sull’altare dell’unità nazionale che vengono offerti grandi sacrifici, ieri nel Camerun, oggi nel Ciad? Infine i nuovi Stati non concludono forse degli accordi “su un piano di eguaglianza” coi loro vecchi padroni sotto la protezione dell’ONU, che prodiga la stessa sollecitudine a tutti i suoi figli, alla Costa d’Avorio come alla Francia?

Tutto questo basta all’ideologia borghese, che ha sempre confuso la realtà sociale e storica con le finzioni del diritto.

Quando le nebbie della controrivoluzione si saranno dissipate, la “decolonizzazione” dell’Africa nera apparirà come una delle più grandi mistificazioni del secondo dopoguerra. Nell’attesa, se le illusioni ingenue sull’indipendenza sono quasi completamente cadute al giorno d’oggi fra le coraggiose masse africane che, negli anni ‘50-’60, hanno fatto i loro primi passi sulla scena politica mondiale, bisogna ben riconoscere che il mito della decolonizzazione resta quasi completamente intatto nella coscienza delle masse operaie della metropoli e che anche la ignobile guerra del Ciad non ha ancora potuto vibrarle alcun serio colpo.

È un dato di fatto che lo sfruttamento accresciuto dell’Africa nera in tempo di guerra, con il suo corollario di esazioni fiscali, di requisizioni di prodotti tropicali e di uomini per il lavoro obbligatorio e per il servizio militare originò, a guerra finita, delle reazioni massicce alle quali la decadenza dei vecchi imperialismi francese e inglese aprì una larga breccia. Spinti dall’ONU – questa nuova “caverna di briganti”, dominata dalle grandi potenze vincitrici, l’americano e il russo – queste vecchie potenze moribonde dovettero rassegnarsi a “incamminare le loro colonie verso l’indipendenza”.

Ed è altrettanto illusoria la pretesa che quest’ultime siano diventate dei veri Stati borghesi nazionali. In realtà, la famosa indipendenza dell’Africa nera non è che uno dei numerosi miti democratici destinati ad addormentare il proletariato accreditando la leggenda secondo cui la seconda guerra imperialista mondiale sarebbe stata una… crociata per la libertà.

La Francia ebbe quindici anni per preparare il personale fidato adatto al nuovo ordine di cose. Questo personale nacque in modo del tutto naturale dallo sviluppo embrionale del mercantilismo nella società africana e dal rafforzamento dell’amministrazione coloniale. Gli si fece fare il suo addestramento politico e passare i suoi esami di buona condotta, dapprima con l’Union Française (un organismo che riuniva tutte le gemme della corona coloniale francese, una sorta di Commonwealthfrancese). Poi con la legge quadro di Defferre, proposta nel 1957 dall’allora ministro delle Colonie e fatta approvare dal Governo di Fronte Repubblicano di Guy Mollet, sostenuto dalla simpatia del PCF, che inquadrò e fissò i limiti territoriali dei futuri Stati indipendenti, dotandoli d’una amministrazione e di funzionari da lungo tempo addestrati, cosa che la dice lunga sul carattere della “indipendenza” delle ex colonie francesi!. Infine con la Comunità del Generale-Presidente.

La famosa decolonizzazione consistette nel mettere alla testa dell’amministrazione coloniale di ogni territorio il personale addestrato nel modo che abbiamo visto. Fatto che non si verificò senza alcuni scontri notevoli. Il personale francese non sparì, ma cambiò nome: gli amministratori coloniali divennero consiglieri tecnici. All’infuori delle cariche onorifiche, i posti chiave dell’amministrazione, dell’esercito, della polizia e della giustizia, sono tenuti da questi “consiglieri e assistenti tecnici” nell’attesa che la formazione di sostituti devoti, gli “omologhi” (ironia della parola!) sia conclusa nel quadro dell’“africanizzazione”.

Si legga, ad esempio, nello “Studente del Camerun” del gennaio del 1970 il seguente brano: «Il capo incontestato e incontestabile dell’esercito camerunese è un colonnello francese, così come i suoi immediati subalterni. I comandanti delle guarnigioni principali sono francesi, salvo per le guarnigioni del Camerun ex-britannico, ove sono… inglesi. Le forze armate sono completamente in mano ai franco-britannici e più particolarmente ai francesi. Sono loro infatti che determinano gli effettivi, la strategia, l’armamento, ecc.».

I vecchi ordini dei Governatori delle Colonie sono stati sostituiti da trattati di cooperazione economica, finanziaria e militare il cui rispetto è controllato dalle Missioni francesi. La Banca Centrale degli Stati di nuova nascita altro non è che la Banca di Francia.

In queste condizioni non ci si può stupire dell’osservazione della rivista Entreprise del 30 gennaio 1971: «La maggior parte dei Paesi dell’Africa nera francofona, ad eccezione della Guinea, del Mali e del Congo Brazzaville, hanno spesso seguito le posizioni francesi alle Nazioni Unite e nei grandi Congressi internazionali. Benché indipendenti questi Stati continuano tuttavia a vivere “all’ora di Parigi” e a rifarsi ai suggerimenti del generale De Gaulle e di qualcuna delle organizzazioni alle sue dipendenze».

Questi pochi fatti bastano a dimostrare che la decolonizzazione dell’Africa nera è una pura lustra. Il fatto è che “l’indipendenza” dell’Africa nera si è compiuta in un’epoca in cui lo sviluppo sociale non aveva ancora comportato la formazione di vere classi sociali aventi degli interessi storici propri ed esclusivi. Lo Stato “indipendente” non è che uno strumento del mercato mondiale e continua il compito dell’amministrazione coloniale che consiste nel fornire, sulla base della monocoltura obbligatoria là dove il mercantilismo non ha ancora penetrato le campagne, e in ogni modo sulla base dell’imposta, le merci necessarie alle metropoli.

Basti ricordare che appunto “per non pagare mai più imposte” i ribelli del Ciad sono caduti sotto i colpi dell’esercito francese, e che proprio le esazioni fiscali ancora quest’anno hanno sollevato un vento di fronda nel Sud del Madagascar. Così nell’insieme è più corretto dire che lo Stato non tanto si appoggia su settori interessati allo sviluppo del mercantilismo e del capitalismo, quanto li riunisce attorno a sé.

Lo Stato è semplicemente una succursale dell’imperialismo, anche se gli si riconosce formalmente la personalità giuridica.

Così l’imperialismo francese tiene ancora sotto il suo diretto dominio nell’Africa nera e nel Madagascar, senza parlare delle Antille, di Réunion e di altri brandelli di colonie, una popolazione di 50 milioni d’abitanti, l’equivalente di quella metropolitana. Se una parte della borghesia francese si è decisa all’“indipendenza” dell’Africa nera solo con molte reticenze e al prezzo di qualche sacrificio economico, sotto la pressione delle grandi potenze americana e russa, il vantaggio politico che ne ha ricavato la borghesia nel suo insieme è immenso, perché il mito della decolonizzazione dell’Africa nera ha potuto ridare una verginità “democratica” al capitalismo francese e così rafforzare il suo dominio politico sulla classe operaia

In realtà questo mito permette alla borghesia e al suo Stato di lavarsi le mani del sangue versato dai popoli dell’Africa nera. Il passato è cancellato e la borghesia trova addirittura nelle parole alate dei capi di Stato africani la remissione di tutti i suoi peccati. È con queste parole che Houphouët-Boigny (Presidente della Costa d’Avorio) ricevette il capo di Stato francese nel febbraio del 1971: «Noi siamo una vecchia coppia d’amici fedeli e senza drammi e la nostra storia è bella perché essa si è nutrita di comprensione e stima reciproche» (Le Monde del 10 febbraio 1971).

Questo mito permette egualmente di far passare senza danni gli interventi militari, l’altro ieri nel Camerun, ieri nel Gabon, oggi nel Ciad, poiché si tratta di un aiuto generosamente concesso in virtù degli accordi di cooperazione militare, conclusi su “un piano di eguaglianza”. In tal modo Tombalbaye, capo dello Stato del Ciad, può chiudere il becco ai politici che protestano contro l’intervento militare, pur difendendo il mito della decolonizzazione: «Noi neghiamo categoricamente al deputato della Nièvre (si tratta di Mitterand, interlocutore scelto per il PCF, spinto da un impeto di solidarietà internazionalista a porre una… interrogazione parlamentare) il diritto di chiedere al governo francese di fornirgli spiegazioni sulla situazione interna di un Paese straniero e sovrano» (Le Monde del 4 novembre 1969).

Questo mito è diffuso da tutti i difensori dell’imperialismo francese, non soltanto dal liberalismo della grande borghesia, al governo o all’opposizione, ma anche dalla democrazia piccolo-borghese e dalla sua variante “operaia”. L’opportunismo ufficiale denuncia a parole il neocolonialismo, ma in nome dei “veri interessi della Francia”, il che significa che l’accetta nei fatti. Un esempio ne è dato da l’Humanité del 13 settembre del 1970 che si domanda ipocritamente se non si tratti nel Ciad di una “riconquista coloniale”, diffondendo così la menzogna borghese secondo la quale la conquista e il dominio coloniali sarebbero finiti.

Il proletariato deve sapere che le masse africane non potranno anche in futuro non sollevarsi contro l’oppressione coloniale e non vibrare duri colpi allo Stato francese, questo nemico il cui abbattimento è il compito storico del proletariato della metropoli. È perciò che la denuncia del mito della decolonizzazione dell’Africa nera è indispensabile per preparare il terreno politico della lotta della classe operaia contro l’oppressione coloniale perpetrata dal suo proprio Stato. Questa lotta è una delle condizioni per l’emancipazione del proletariato dal giogo del capitale (Marx diceva che “un popolo che ne opprime un altro non può essere libero”), così com’è una delle condizioni per l’unificazione internazionale della forza di classe dei proletari di pelle bianca e nera sul programma del comunismo. Essa è infine la condizione sine qua nondel convergere della lotta del proletariato comunista con quella delle masse lavoratrici dei Paesi oppressi, convergenza che sola può fare della lotta delle masse colonizzate una leva per la distruzione del capitale.

Il partito di fronte alla "questione sindacale"

Le note che seguono rappresentano la conclusione della lunga serie intitolata “Basi storico-programmatiche del comunismo rivoluzionario circa il rapporto tra partito, classe, azione di classe e associazioni economiche operaie”, e apparsa nei cinque numeri precedenti, cui sono organicamente collegate.

I – Punti di principio

1) ”La giusta prassi marxista insegna che la coscienza del singolo o anche della massa segue l’azione e che l’azione segue la spinta dell’interesse economico. Solo nel partito la coscienza e, in date fasi, la decisione di azione precede lo scontro di classe. Ma tale possibilità è inseparabile organicamente dal gioco molecolare delle spinte iniziali fisiche ed economiche” (in Il rovesciamento della prassi).

Capovolgendo lo schema idealistico di interpretazione degli eventi umani, il marxismo vede nella storia l’arena di lotte fra classi determinate ad agire su schieramenti antagonistici da bisogni e interessi materiali e, solo dopo, spinte dal corso di tali lotte, a prendere coscienza della direzione nella quale si muovono. L’intera scala ascendente delineata dal Manifesto, dalle prime e istintive reazioni allo sfruttamento capitalistico fino alla costituzione del proletariato in classe, quindi in partito, e all’organizzazione della classe in classe dominante attraverso la presa del potere e l’esercizio della dittatura, non solo ha le sue necessarie radici in determinazioni economiche elementari, a loro volta riflesso del premere delle forze produttive contro l’involucro dei rapporti di produzione, ma trae continuo alimento da esse. Come è vero che le rivoluzioni non si fanno ma si dirigono, così è vero che si dirigono solo in quanto le grandi masse proletarie, non per coscienza né per volontà esplicita, e neppure in quanto tale coscienza e tale volontà siano state trasmesse loro in tutta la loro estensione dal partito, sono deterministicamente costrette a farle.

2) ”Dal modo dialettico di considerare la formazione della coscienza di classe, della organizzazione unitaria del partito di classe”, risulta che questo, come “trasporta un’avanguardia del proletariato dal terreno dei moti spontanei parziali suscitati dagli interessi di gruppi sul terreno dell’azione proletaria generale”, così “non vi giunge con la negazione dei moti elementari, bensì consegue la loro integrazione e il loro superamento attraverso la viva esperienza, con l’incitarne l’effettuazione, col prendervi parte attiva, col seguirli attentamente in tutto il loro sviluppo” (in Tesi di Roma, III, II).

Ne segue: 1) che l’opera di propaganda e di proselitismo, da un lato, e la consistenza numerica e il grado di influenza reale su strati più o meno estesi del proletariato, dall’altro, sono inseparabili per il partito “dalla realtà dell’azione e del movimento proletario in tutte le sue esplicazioni”, e 2) che è “un banale errore il considerare contraddittoria la partecipazione a lotte per risultati contingenti e limitati con la preparazione della finale e generale lotta rivoluzionaria”.

È tesi irrinunciabile del marxismo, e quindi nostra, che tale collegamento, ora largo e profondo ora ristretto ed episodico a seconda delle condizioni oggettive, mai conseguibile a mezzo di espedienti tattici slegati dai principii, rappresenta in tutte le circostanze uno dei compiti fondamentali del partito, e che d’altra parte solo in virtù di esso la lotta economica proletaria può trasferirsi dal livello tradeunionistico – dal punto più alto al quale può giungere da sé (Lenin) – al livello di lotta di tutta la classe sfruttata contro tutta la classe sfruttatrice, e, quando vi concorrano le necessarie premesse oggettive, di lotta rivoluzionaria per l’abbattimento del potere statale concentrato e dittatoriale del capitalismo e l’instaurazione di un potere statale concentrato e dittatoriale proletario.

3) Parte integrante di questo compito, per le stesse ragioni di principio, è la partecipazione del partito, attraverso i suoi gruppi, alla vita organizzativa di tutte le forme di associazione economica del proletariato aperte a lavoratori – e soltanto lavoratori – di ogni fede politica, che di tutte quelle lotte elementari sono – giusta il Manifesto e tutti i testi del marxismo – il necessario prodotto.

Posizioni fondamentali del partito sono: 1) l’affermazione che il sindacato operaio, come ogni altra forma di organizzazione immediata anche non esclusivamente economica, non è mai di per sé rivoluzionario, ché anzi tende per la sua stessa immediatezza e per la presenza di interessi contingenti discordanti fra gruppi di operai a rinchiudersi nell’orizzonte gretto e corporativo di un’azione minimalista e riformista, può tuttavia divenire un vitale strumento della rivoluzione e, prima ancora, della preparazione del proletariato ad essa, nella misura in cui il partito conquisti nel suo seno, cioè fra le masse organizzate, un’influenza rilevante e che: 2) per l’utile svolgimento di tale compito, e ai fini stessi dell’azione rivoluzionaria finale, uno dei cui presupposti è la centralizzazione delle forze operaie, è auspicabile che esso sia unitario, cioè comprenda tutti i lavoratori posti in una specifica situazione economica. Corollario di questa tesi è che alle tendenze degenerative, o alla degenerazione in atto, degli organismi economici, non si ovvia con la creazione di organismi immediati di diversa forma, meno che mai con organismi a carattere locale o aziendale la cui apparizione è bensì un dato necessario dello svolgersi dei conflitti sociali e, a volte, un sintomo positivo dell’insofferenza delle masse operaie per la prassi opportunistica o addirittura controrivoluzionaria delle centrali sindacali; organismi sui quali il partito può in date circostanze far leva, centralizzandoli, ma che, presi a sé, ripetono sul piano organizzativo le deficienze, le angustie, le debolezze delle lotte economiche parziali.

4) Conformemente alla tradizione marxista, la Sinistra ha quindi sempre considerato e il Partito considera condizioni della sua stessa esistenza come fattore operante della preparazione del proletariato all’assalto rivoluzionario e della sua vittoria:

a) l’erompere su vasta scala e in forma non episodica di lotte economiche – e l’intensa partecipazione del Partito ad esse per gli scopi indicati;

b) la presenza di una rete non labile e non episodica di organismi intermedi fra sé e la classe, e il suo intervento in essi al fine di conquistarvi non già necessariamente la maggioranza e con ciò la direzione, ma un’influenza tale da poterli utilizzare come cinghia di trasmissione del suo programma fra le masse operaie organizzate e da imbeverne almeno gli strati operai più combattivi.

Non rientra nella classica impostazione marxista, ed è anzi di chiara provenienza idealistica, né il presupporre come condizione dell’appartenenza ai sindacati e del lavoro politico rivoluzionario del partito comunista in essi una loro pretesa “purezza” da influenze controrivoluzionarie – che mai organismi immediati possono attingere e dalle quali neppure il partito è per essenza indenne -, né il contrapporre ad associazioni sindacali dirette da altri partiti sedicenti operai associazioni di soli comunisti. “Nel sindacato operaio – scrive la Piattaforma politica del Partito – entrano lavoratori appartenenti singolarmente ai diversi partiti o a nessun partito; i comunisti non propongono né provocano la scissione dei sindacati per il fatto che i loro organismi direttivi siano conquistati e tenuti da altri partiti, ma proclamano nel modo più aperto che la funzione sindacale si completa e si integra solo quando alla dirigenza degli organismi economici sta il partito di classe del proletariato” – e ciò non soltanto ai fini della lotta rivoluzionaria finale, in cui i sindacati o altri organismi intermedi, se diretti o anche solo influenzati in modo determinante dal partito, giocano un ruolo positivo, benché non sufficiente (neanche il partito lo può), né risolutivo (e il partito, quando ne esistano le condizioni, lo può certamente), mentre in caso contrario rischiano di giocare un ruolo controrivoluzionario; ma anche ai fini della lotta per il conseguimento di vantaggi economici immediati.

Come tuttavia il partito considera (e insegna agli operai a considerare) le rivendicazioni e le lotte economiche non come fini in sé, ma come mezzi necessari alla preparazione, all’addestramento e all’organizzazione del proletariato in vista dei suoi obiettivi ultimi (giacché, se divenissero fini, ribadirebbero il rapporto salariale invece di tendere a distruggerlo), così vede e dichiara apertamente di vedere nelle forme immediate di associazione degli operai non iltraguardo della lotta di emancipazione dal capitale, ma uno strumento che il partito deve e può utilizzare per il raggiungimento delle massime finalità del comunismo, non elevandolo perciò – come non eleva nessuna forma di organizzazione – a sacro e intangibile feticcio.

II – Evoluzione storica e prospettive degli organismi intermedi della classe operaia

1) Le considerazioni di cui sopra, che fissano i punti di principio senza i quali ogni precisazione di direttive di azione e di orientamento pratico riuscirebbe vana, sarebbero tuttavia incomplete se non fossero integrate dall’analisi del percorso storico che l’associazionismo operaio ha attraversato dal trionfo del modo di produzione capitalistico fino alla sua fase senescente imperialistica, sulla scorta di quanto, nel secondo dopoguerra, il Partito ha precisato nei suoi testi base.

Ad una fase iniziale, in cui la borghesia vittoriosa proibì e disperse con la forza le prime associazioni di resistenza operaie spingendole di rimbalzo sul terreno della lotta politica aperta e violenta – cosicché la I Internazionale poté nascere in parte come affasciamento di associazioni economiche inquadrate dal Consiglio Generale in un corpo programmatico di tesi rivolte alla preparazione dell’attacco rivoluzionario al potere politico delle classi dominanti, presidio del loro potere economico -, seguì una fase in cui la borghesia credette più opportuno, anzi necessario ai fini della stabilità del suo dominio, tollerare e infine permettere le coalizioni tra salariati e, nello stesso tempo, adoperarsi per attrarle nell’orbita della sua politica sfruttando i rapporti e compromessi via via conclusi coi dirigenti sindacali riformisti e facendo leva su un’aristocrazia operaia interessata al mantenimento dell’ordine politico e sociale cui erano legati i suoi – più o meno fittizi, comunque rovinosi agli effetti della coscienza e combattività di classe – privilegi.

L’esperimento, al quale reagirono nell’ambito stesso dei sindacati le battaglie correnti di sinistra del socialismo, e che alimentò di riflesso – soprattutto in Italia, Francia, e America – l’illusione anarcosindacalista di garantirsi contro l’opportunismo minimalista creando organizzazioni economiche alternative e per virtù intrinseca rivoluzionarie, sfociò nella maggioranza dei paesi nell’aperta collaborazione di guerra, parallela all’Union sacrée dei partiti politici operai (e va detto che dalla dégringolade ben pochi anche degli organizzatori sindacali anarcosindacalisti si salvarono) e in una minoranza esigua di paesi in un pavido e tutt’altro che convinto neutralismo.

2) Il primo dopoguerra vide le grandi centrali sindacali schierate sul fronte della socialdemocrazia, di cui d’altronde, coi gruppi parlamentari, formavano i pilastri; quindi sul fronte della conservazione dello status quo, dall’estremo tedesco della collaborazione coi governi socialdemocratici nella repressione dei moti proletari o da quello americano del sabotaggio degli scioperi e della salvaguardia dell’ordine costituito in funzione degli interessi della manodopera qualificata, all’altro estremo (per esempio italiano) di un imbelle minimalismo e di un più o meno larvato accostamento agli istituti della democrazia parlamentare borghese.

La straordinaria vitalità della classe, la persistenza di una tradizione di lotta sindacale, l’afflusso nelle organizzazioni tradizionali di masse imponenti spinte ad agire dalla pressione inesorabile della crisi post-bellica e composte in prevalenza di operai non qualificati, ebbero tuttavia per effetto che l’opportunismo, il quale, attraverso i vertici sindacali, giocava il ruolo di cinghia di trasmissione delle ideologie e quindi delle pratiche borghesi nelle organizzazioni operaie non potesse impedire che i sindacati vivessero dell’intensa vita sindacale e anche politica di una “base” che in diversi paesi era in impetuoso fermento, accesa dalla fiamma dell’Ottobre rosso e perciò accessibile alla propaganda rivoluzionaria comunista. Così, pur riflettendo le tendenze oggettive della fase imperialistica, l’opportunismo non fu in grado di fungere allora, nella stessa misura di oggi, da agente diretto dell’infeudamento delle organizzazioni sindacali allo Stato.

L’Internazionale ricostruita sulla base della restaurazione integrale della dottrina marxista poté quindi non solo propugnare la necessità per i comunisti di svolgere un lavoro rivoluzionario, senza esclusione di mezzi legali ed illegali, nei “sindacati anche i più reazionari”, ma non escludere – salvo casi, come quello dell’AFL., di chiusura dichiarata non pure alla propaganda rivoluzionaria ma alla grande massa dei salariati – la loro conquista, comunque nei casi specifici questa dovesse o potesse effettuarsi (e in ogni caso si sarebbe effettuata attraverso violente battaglie contro l’opportunismo annidato al vertice e in larghi strati della “base” delle organizzazioni esistenti), dando nello stesso tempo la direttiva di appoggiare le organizzazioni sorte in antitesi alle centrali ufficiali sotto la pressione del disgusto di proletari combattivi per la prassi dei “bonzi” e della loro volontà di battersi sul terreno della lotta di classe aperta e diretta, aiutandoli così a liberarsi dei loro pregiudizi anarcosindacalisti e non esitando, ove ciò si imponesse per ragioni obiettive, a favorire su scala generale la scissione dei vecchi e imputriditi organismi economici (Tesi del II Congresso 1920).

3) Una situazione particolarmente limpida, sotto questo profilo, esisteva in Italia, e ne parliamo perché – meglio di ogni altra in Occidente – essa aiuta a capire il nocciolo delle metamorfosi avvenute più tardi sotto la duplice influenza della vittoria del fascismo e della feroce ondata controrivoluzionaria staliniana.

Le tre organizzazioni che a buon diritto si chiamavano rosse – CGL, USI, e SF – si contrapponevano qui alle associazioni di chiara origine padronale che passavano sotto il nome di gialle e bianche: erano nate per iniziative di partiti o correnti dichiaratamente classisti, propugnavano e, nella misura compatibile con le propensioni opportunistiche delle loro direzioni, applicavano i metodi della lotta di classe e dell’azione diretta contro il padronato, mantenevano e non avrebbero mai potuto accettare di sacrificare la propria tendenziale autonomia da poteri o uffici di stato; avevano dunque alle spalle una tradizione che non era una formula astratta o un articolo di statuto, ma si incarnava da un lato in masse organizzate combattive e dall’altro in una struttura articolata in una fitta rete di leghe e Camere del Lavoro, in cui queste trovavano il naturale punto di incontro fra tutte le categorie, spesso il circolo operaio, non di rado la sede di partito, e infine una roccaforte da escludere al prete non meno che al funzionario di stato, o, che è lo stesso, al poliziotto, e da difendere con le armi in pugno dagli attacchi congiunti delle forze dell’ordine democratico e delle squadre fasciste, una tradizione reale e materiale che tracciava limiti precisi agli stessi opportunisti – dall’esterno e, in un grado oggi impensabile, perfino dall’interno. Aperte a tutti i salariati di qualunque fede politica o religiosa, quindi anche all’influenza del partito rivoluzionario marxista, esse erano – e restavano malgrado la loro direzione opportunista – sindacati di classe. La controprova di questa loro natura organicamente rossa è data dal fatto che, da una parte, la classe borghese disperatamente tesa a stringere le sue membra disjecta in un tipo di organizzazione centralizzato e centralizzatore, quindi a sopprimere in primo luogo l’autonomia del movimento operaio, dovette prendere direttamente d’assalto le sedi sindacali, leghe e Camere del Lavoro, e, conquistandole, distruggere la rete organizzativa tradizionale per costruirsene una nuova a proprio uso e consumo; e, dall’altra, nella fase terminale dello scontro coi fascisti, la Sinistra poté agitare la parola della difesa dei sindacati rossi tradizionali e della necessità del risorgere di essi, quando fossero stati distrutti, nell’aperto sabotaggio dei sindacati corporativi e statali (Tesi di Lione, III, II).

Non si tratta di concedere patenti di classismo agli organizzatori riformisti dell’epoca, ma di “allineare contributi di fatti utili per la comprensione dell’evolversi del regime capitalistico e delle reazioni ad esso del movimento operaio, il quale nelle sue forme organizzative e nelle sue tendenze non può non risentirne le ripercussioni” (Cfr. Le scissioni sindacali in Italia, 1949 ), e per capire come nel 1921-23, per il Partito diretto dalla Sinistra, il problema non solo di lavorare in quei sindacati per istituire un legame con le masse organizzate e influenzarle, ma di scardinarne i vertici opportunisti, fra l’altro promuovendo a questo scopo il confluire nella Confederazione Generale del Lavoro delle altre due centrali autonome, si risolvesse da sé in un incontro ovvio e naturale fra posizioni di principio e realtà dei rapporti e conflitti sociali, nonché delle forme ad essi corrispondenti.

4) Ferme restando le questioni di principio, ribadite anzi con ancor più tagliente fermezza in rapporto allo sfacelo del movimento non solo comunista ma in genere operaio in tutto il mondo, il Partito ha costantemente negato nel secondo dopoguerra che la fase aperta dalla cessazione del conflitto potesse configurarsi ed essere interpretata come una riproduzione meccanica del quadro sociale offerto dal primo.

In realtà, nel ventennio circa che va dal 1926 al 1945, i rapporti di forza fra le classi erano stati capovolti per l’azione congiunta della devastazione stalinista e dell’ordinarsi del mondo capitalistico, anche là dove sussiste (noi dicemmo, anzi, soprattutto là dove sussiste) l’ipocrisia delle consultazioni democratiche e delle libertà civili, in senso totalitario, centralizzatore, e, per dir tutto in uno, fascista. Malgrado la cesura del 1914 e dell’Union sacrée la I Guerra Mondiale e lo schieramento dell’opportunismo, nella maggioranza dei paesi, sul suo fronte, non avevano avuto il potere di spezzare quella continuità programmatica e tattica, incarnata dovunque da gruppi seppur esili di opposizione, nella quale il marxismo ha sempre riconosciuto il presupposto e, se si vuole, la garanzia della ripresa di classe dopo la sconfitta anche più bruciante. Lo stalinismo, attraverso la distruzione anche fisica dell’Internazionale comunista, come attraverso i fronti popolari e l’ingresso dell’URSS nella Società delle Nazioni, ha invece posto la enorme suggestione di una “Russia socialista” al servizio della sottomissione integrale del movimento operaio organizzato, politico e sindacale, ai dettami della classe dominante imperialistica, per consegnare infine il proletariato, vittima inerme su un fronte e, peggio ancora, carne da cannone volontaria sull’altro, alla “ruota di Jaggernaut” del massacro imperialistico.

È al coperto di questa immane devastazione, incomparabilmente più grave per tenacia di riflessi rovinosi di qualunque sconfitta in campo aperto, che l’evoluzione del capitalismo in senso accentratore e disciplinatore ha compiuto passi da gigante, di cui si può misurare tutta la portata solo se non si concentra lo sguardo sulla manifestazione più appariscente del fenomeno, fascismo o nazismo che si chiami, per seguirne invece le tappe progressive negli Stati Uniti di Roosevelt, nella Francia del fronte popolare, nella classica democrazia svizzera come nella democrazia “socialisteggiante” dei paesi scandinavi e più tardi nell’Inghilterra del welfare, dove la pratica generale, di stampo squisitamente totalitario, divenne quella di “attrarre il sindacato operaio fra gli organi statali, sotto le varie forme del suo disciplinamento con impalcature giuridiche” (si pensi alla “pace del lavoro” elvetica, alla disciplina dello sciopero in Scandinavia, America e più di recente Inghilterra) e nello svuotarlo di una parte cospicua delle sue funzioni assistenziali, protettive e contrattuali, a favore di appositi enti di stato, magari sotto l’egida di una democrazia “progressista” (la Francia di Blum!) restituita alla sua “verginità”, auspice il Cremlino, in nome dell’antifascismo.

In tutti i paesi sopra ricordati, una lunga tradizione riformista, sulla quale veniva ora ad innestarsi, coonestandola, lo stalinismo, permise il passaggio indolore e quasi inavvertito alle ultimissime forme di amministrazione centralizzata (e perfino di gestione economica diretta) del dominio capitalistico: non a caso invece, nei due paesi in cui la minaccia della rivoluzione proletaria era stata, nel primo dopoguerra, più imminente – Italia e Germania -, il compito venne affidato al fascismo, nel quale la Sinistra additò fin dall’inizio non solo lo sbocco necessario, ma la piena realizzazione storica del “riformismo sociale”. Il risultato fu nei due casi identico: distruzione dell’autonomia – di qualunque margine di autonomia – del movimento operaio anche là dove questo non era stato fisicamente e sanguinosamente prostrato, e possibilità per la classe dominante di “maneggiare e dirigere coi più vari mezzi non solo gli organismi costituzionali democratici interclassisti, ma anche quelli che per la base associativa raccolgono solo proletari”, grazie al loro “stretto controllo e assorbimento, per cui tutte le loro tradizionali funzioni tecniche, associative, economiche e politiche sono ogni giorno più esercitate da organi e uffici dell’inquadramento statale ufficiale” ( Analisi dei fattori oggettivi che pesano sulla ripresa del movimento proletario, 1950).

È sotto il segno della dominazione totalitaria dei mostri statali vittoriosi nella “crociata antifascista” della II Guerra Mondiale – vinti da parte loro sul terreno politico e sociale, perché allineatisi in perfetta continuità sullo schieramento fascista -, che “rinacque” in Italia la Confederazione Generale del Lavoro e si ricostruirono nella Francia già occupata dal nazismo le tre centrali “storiche” (la terza, anzi, nata allora). Nacque, la prima – su un terreno reso sgombro da tradizioni associative classiste grazie allo stalinismo, e largamente invaso da organizzazioni assistenziali e previdenziali di stato trasmesse dal fascismo – attraverso “un compromesso non fra tre partiti proletari di massa, che non esistono, ma fra tre gruppi di gerarchie di cricche extraproletarie pretendenti alla successione del regime fascista”, con una soluzione che il Partito dichiarò fin dal 1944-45 doversi combattere “incitando i lavoratori a rovesciare tale opportunistica impalcatura di controrivoluzionari di professione“; dunque, come proiezione in campo sindacale del CLN, della nuova alleanza controrivoluzionaria di segno democratico, e come strumento (dimostratosi poi efficacissimo) di ricostruzione dell’economia col sudore e se occorre col sangue dei proletari. Nacquero, le seconde, divise ma tenute sotto controllo dalle stesse forze associate al governo, e con lo stesso obiettivo. Non esisteva più, neppure sotto direzione riformista, una confederazione rossa; esisteva una confederazione tricolore, né – secondo il Partito – questa realtà poteva essere modificata dalla scissione del 1949 in Italia, intervenuta per motivi totalmente estranei a qualunque differenziazione di classe, nel quadro dei dislocamenti verificatisi nelle alleanze di guerra imperialistiche.

All’assenza delle condizioni minime di un’autonomia di classe delle organizzazioni economiche esistenti si aggiungevano i due fattori: 1) di una sudditanza pressoché totalitaria del proletariato alle forze dell’opportunismo – sudditanza resa ancor più diretta dal peso materiale della Russia e relative agenzie politiche da un lato, delle forze di occupazione alleate dall’altro, e inevitabilmente tradottosi nell’assorbimento di ideologie piccolo borghesi o addirittura borghesi -, 2) di una “mutata relazione fra datore di lavoro e operaio salariato”, per cui, a seguito delle diverse “misure riformiste di assistenza e provvidenza”, questo ultimo gode di “una piccola garanzia patrimoniale… ha dunque qualcosa da rischiare, e ciò… lo rende esitante e anche opportunista al momento della lotta sindacale e, peggio, dello sciopero e della rivolta” (Cfr. Partito ed azione economica, 1951).

Da questo fatto noi non abbiamo mai concluso né mai saremo indotti a concludere il “definitivo imborghesimento” della classe operaia e quindi, alla Marcuse, la fine della sua missione storica obiettiva, ma è innegabile che esso ha costituito e costituisce una remora alla ripresa dell’azione perfino economica, non diciamo poi dell’azione rivoluzionaria, anche se, domani, si convertirà in un coefficiente di ulteriore squilibrio nelle condizioni di reale, non fittizia, insicurezza dei ridivenuti “senza riserva”. È anche perciò che l’opportunismo appare oggi ed è mille volte più virulento che in qualunque epoca della storia dei conflitti sociali: esso penetra per mille vie non più solo nello strato relativamente labile e ristretto di un’aristocrazia operaia, ma nel corpo stesso di un proletariato già “infetto di democratismo piccolo-borghese fino alle midolla (Cfr. Considerazioni…,1965).

Il quadro mondiale postbellico dell’associazionismo operaio è dunque quello di sindacati o direttamente inseriti negli ingranaggi statali, come nel blocco capitalista dell’Est, o vitalmente legati ad essi per vie tanto più efficaci, quanto più ipocritamente sotterranee, come nel blocco capitalista dell’Ovest (ci riferiamo qui all’epicentro della scena mondiale dell’imperialismo, l’area euro-americana: meriterà uno studio a parte l’evoluzione degli organi sindacali nei settori “periferici” dell’Asia, dell’Africa e dell’America Latina) nulla togliendo a questa realtà costantemente denunciata nei testi fondamentali del Partito l’esistenza in alcuni paesi di centrali plurime, d’altronde avviate – come in Italia – non già ad un “ritorno alla situazione del CLN” (dalla quale di fatto non si sono mai allontanate) ma all’aperta dichiarazione di essere rimaste, dietro ogni apparenza ingannatrice, le stesse di allora: un unico blocco controrivoluzionario, cinghia di trasmissione di ideologie, programmi e parole d’ordine borghesi.

5) Il processo – dichiarammo nel 1949 e ripetiamo oggi – è irreversibile come lo è l’evoluzione in senso accentratore e totalitario, in economia e in politica, del capitalismo imperialista, e fornisce “la chiave dello svolgimento sindacale in tutti i grandi paesi capitalisti”. È però nostra certezza scientifica la reversibilità del processo che da oltre trent’anni separa la classe dal suo partito e le fa sembrare inverosimile o addirittura impossibile il comunismo; è nostra certezza scientifica che se “il procedere sociale ininterrotto dell’asservimento del sindacato allo Stato borghese” è iscritto nella dinamica delle determinazioni oggettive della fase imperialistica del capitalismo, sono pure iscritti in essa l’erompere mondiale della crisi economica e l’esplodere della ripresa generalizzata della lotta di classe, per lontana che appaia oggi. La vera, duratura e fondamentale conquista di una simile ripresa sarà il ritorno sulla scena storica, come fattore agente, dell’organizzazione severamente selezionata e centralizzata del partito, ma ad essa si accompagnerà necessariamente anche la rinascita di organizzazioni di massa, intermedie fra la larga base della classe e il suo organo politico. Queste organizzazioni possono anche non essere i sindacati – e non lo saranno nella prospettiva di una brusca svolta nel senso dell’assalto rivoluzionario, come non furono essi ma i soviet, in una situazione di virtuale dualismo del potere, l’anello di congiunzione fra partito e classe nella Rivoluzione Russa. Nulla però esclude sul piano mondiale che, in paesi non immediatamente invasi dalla fiammata rivoluzionaria ma in fase di travagliata maturazione di essa, rinascano organismi in senso stretto economici, in cui non regnerebbe certo la quiete apparente del cosiddetto e per sempre defunto periodo “idilliaco” o “democratico” del capitalismo, ma ridivamperebbe, assai più che nel primo dopoguerra, l’alta tensione politica delle svolte storiche in cui l’acutizzarsi degli antagonismi economici e sociali si riflette nell’aprirsi di profonde lacerazioni in seno alla classe sfruttata e nell’esasperarsi del cozzo fra la sua avanguardia e le esitanti e renitenti retroguardie.

Il problema non verte comunque sulle forme che assumerà la ripresa della lotta di classe e sui modi nei quali essa tenderà ad organizzarsi, bensì sul processo che tali forme e tali modi genererà, e la cui dinamica sarà tanto più tumultuosa e densa di sviluppi, quanto più l’evolvere dell’estrema fase imperialistica avrà accumulato le contraddizioni e i parossismi propri del modo di produzione borghese. Al vertice di questo processo, se si concluderà per il proletariato con la presa del potere e con l’instaurazione della dittatura rivoluzionaria, non solo la forma-sindacato non scomparirà ed anzi (se fosse rimasta oscurata da altri organismi intermedi più consoni alle esigenze della lotta rivoluzionaria) dovrà risorgere, ma, per la prima volta nella storia del movimento operaio, vedrà realizzarsi nella sua trama uno dei vitali anelli di saldatura fra la classe centralmente e totalmente organizzata e il partito comunista, nella titanica lotta che in un percorso non facile né breve né, tanto meno, “tranquillo” porterà dal capitalismo – politicamente debellato, ma sopravvivente nell’inerzia di forme mercantili non sradicabili dalla sera alla mattina – al comunismo inferiore.

Per tutte queste ragioni di principio scolpite in ogni nostro testo fondamentale, e in forza di questa prospettiva anch’essa inseparabile dai cardini del marxismo, è tanto vero che delle forme di associazione economica oggi esistenti non abbiamo nulla da difendere, quanto è vero che abbiamo da proclamare in contrapposto ad esse ilprincipio permanente dell’associazionismo operaio e le condizioni del suo riaffermarsi nello svolgersi delle lotte di classe – di cui le associazioni intermedie sono certo un prodotto ma anche un fattore.

III – Orientamenti di azione pratica

1) Il paradosso del ciclo storico attuale – paradosso solo apparente, data la presenza dei fattori già descritti – è che, di fronte all’accumularsi delle contraddizioni e lacerazioni del modo di produzione mondiale capitalistico, la classe operaia è stata precipitata ad un livello ancora più basso di quello considerato nel Che fare? di Lenin. Là si trattava di importare nelle sue file la coscienza politica, il socialismo; qui si tratta del duro e difficile compito di saldare l’intervento politico del partito ad un’azione economica che, frustrata nella sua stessa spontaneità dal peso schiacciante dell’opportunismo, non riesce, se non in casi eccezionali, a spogliarsi, di un persistente carattere sporadico, corporativo, settoriale, e quasi si direbbe contestativo.

Il Partito non può certo suscitare la lotta di classe; è tuttavia suo compito richiamare costantemente, nel vivo di lotte economiche anche saltuarie e parziali, i presupposti elementari e indispensabili del suo potenziamento e della sua intensificazione ed estensione, agitando parole d’ordine e propugnando metodi di orientamento generale che puntino verso l’affasciamento dei proletari di ogni azienda, categoria, località (estensione degli scioperi; denunzia della loro articolazione; rivendicazione di aumenti salariali maggiori per le categorie peggio retribuite; riduzione massiccia del tempo di lavoro; abolizione dello straordinario, dei premi, degli incentivi, dei cottimi; salario pieno ai disoccupati) e denunziando l’opera sabotatrice e disgregatrice dei sindacati che non a caso tali rivendicazioni respingono, senza per questo rinunciare, da un lato all’intervento dei suoi gruppi sindacali e di fabbrica in lotte locali, aziendali e frammentarie con obiettivi angusti e rivendicazioni minori, e dal lato opposto alla proclamazione e propaganda degli obiettivi transitori e finali del movimento proletario e traendo anzi dai fatti rinnovata conferma dell’impossibilità per la classe operaia, quand’anche una lotta economica vigorosamente impostata le garantisse un temporaneo sollievo dalle più esose forme di strozzinaggio capitalistico, di emanciparsi dalla sua condizione di sfruttamento e sudditanza prima di averli raggiunti, e della necessità a questo fine del partito, come, per lo sviluppo coordinato delle lotte economiche, di una rete intermedia di organismi di classe da esso influenzati.

2) Il Partito deve aver chiara coscienza – e il coraggio di proclamarlo – che la via della ripresa proletaria classista, nel risalire dall’abisso della controrivoluzione, passerà necessariamente attraverso esperienze dolorose, bruschi contraccolpi, delusioni amare, come attraverso confusi tentativi di riscossa dal peso schiacciante di un cinquantennio di infame prassi opportunista. Esso non solo non può condannare gli episodi di scioperi selvaggi, di costituzioni di comitati di scioperi o “di base” ecc. – fenomeni del resto ricorrenti, a parte i nomi, nella storia del movimento operaio – né disinteressarsene perché non rientrano nello schema armonioso di una battaglia centralmente organizzata ed estesa su tutti i fronti, ma, riconoscendovi il sintomo di una istintiva reazione proletaria allo stato di impotenza al quale i sindacati riducono le sue lotte e rivendicazioni, deve trarne motivo per inculcare in uno strato sia pure esile di sfruttati la coscienza di come i loro sforzi, per quanto generosi, siano condannati a rimanere sterili se la classe non trova in sé la forza di provocare e compiere una inversione completa di rotta politica in direzione dell’attacco diretto e generale al potere capitalistico: non diverso fu nel 1920 l’atteggiamento della nostra Frazione Astensionista di fronte a episodi come l’occupazione delle fabbriche o la proclamazione di scioperi su vasta scala in aperto contrasto con la direzione confederale, episodi da noi giudicati sterili agli effetti degli obiettivi perseguiti, ma fertili di insegnamenti politici sotto la martellante azione del Partito.

Allo stesso modo (e con le riserve imposte dalla perdurante flaccidità della crisi capitalistica, che limita a casi episodici e di peso irrilevante le nostre reali possibilità di influenza), i militanti operai del Partito non si sottrarranno a corresponsabilità di direzione in tali comitati od organi temporanei, purché non strumentalizzati in partenza da forze politiche estranee alla tradizione classista, ed esprimenti una effettiva combattività operaia, non tralasciando però occasione per ribadire la necessità di superare il cerchio chiuso della località o dell’azienda, e di utilizzare l’energia di classe al rafforzamento del partito rivoluzionario e alla rinascita, possibile solo in concomitanza di una vigorosa ripresa proletaria, di organismi intermedi generali di classe, e non cadendo mai nell’errore di teorizzare o ammettere che si teorizzino questi o analoghi organi locali o temporanei come il modello della futura associazione economica e, in genere, intermedia.

3) A prescindere dai problemi contingenti di affiliazione dei nostri militanti a questo o quel sindacato in questo o quel paese, deve essere chiaro che in nessun caso tale affiliazione significa la concessione da parte del Partito di una patente di classismo all’organizzazione stessa, nessuna – alla scala mondiale – potendo oggi meritarla, si tratti del sindacato unico più o meno direttamente integrato nel meccanismo statale, come in Germania, USA, Inghilterra, ecc., o del sindacato formalmente plurimo ma a indirizzo unitario, come in Italia, Francia, Belgio, ecc.

In Italia e in Francia, dove sussistono sindacati plurimi, il posto dei nostri militanti e gruppi è nella CGIL e nella CGT, non perché il Partito le giudichi “di classe”, ma perché non solo e non tanto raggruppano il numero maggiore di operai (anche le altre centrali ormai riuniscono forti percentuali di salariati puri), ma costituiscono il campo specifico di azione del peggiore e principale agente della borghesia nelle file del movimento operaio, quell’arciopportunismo stalinista che, condotta a termine la sua opera di sanguinosa devastazione del movimento operaio, si erige a pilastro della conservazione sociale adottando e praticando principii degni della mussoliniana “Carta del Lavoro” o della pontificale enciclica Rerum Novarum, un arciopportunismo ai cui programmi e metodi contrabbandati sotto una etichetta non ingloriosa noi soli siamo in grado di opporre polemicamente la tradizione classista delle antiche confederazioni sindacali unitarie, cioè un passato sia pure remoto che le altre centrali non vantano né possono vantare, essendo di confessata origine padronale. Esponenti non di una “frazione” – che implicherebbe il riconoscimento di un’almeno parziale natura classista all’organo cui si appartiene – ma di una forza e corrente politica oggettiva del movimento proletario, militanti e gruppi sfrutteranno ogni possibilità consentita o tollerata di agitare il programma del Partito e raccogliere intorno ad esso una cerchia per quanto ristretta di operai organizzati, e – nella misura in cui possano contare sull’appoggio di proletari decisi ad affiancarli e sostenerli – parteciperanno o prenderanno la parola ad assemblee e riunioni operaie anche quando (come è già avvenuto in Italia) ne sarebbero formalmente esclusi per non aver firmato la delega o per essere stati espulsi con altre motivazioni dal sindacato; graduando in ogni caso la loro azione di intervento diretto in base ad un esame spassionato dei rapporti di forza da parte della sezione, del gruppo e, se occorre, del centro.

La possibile riunificazione sindacale in Italia renderà senza dubbio più difficile il nostro lavoro – una delle sue premesse esplicite essendo la esclusione di correnti politiche dal seno del nuovo organismo; ma la critica ad essa va poggiata sulla dimostrazione che ogni pretesa di classismo da parte della CGIL era menzognera e non sulla tesi inversa che, fondendosi con le altre due organizzazioni, la sedicente organizzazione “rossa” possa far gettito dei suoi “principii” e cambiare “natura”. La stessa unificazione, in quanto riprodurrebbe ad uno stadio più alto dello sviluppo capitalistico la situazione del CLN, può anzi avere un’influenza positiva – come noi l’attendevamo dal permanere dell’alleanza politica del ’45 nel senso della liquidazione delle parvenze “proletarie” dello stalinismo e delle organizzazioni da esso dipendenti – e offrirci argomenti politici passibili di essere utilmente sfruttati.

La situazione oggettiva può sollevare in altri paesi problemi ed imporre soluzioni differenti, e spetterà al Partito, nella misura in cui vi mette radici, decidere la linea pratica da seguire fuori da ogni chiassoso volontarismo come da ogni cieco fatalismo.

4) Un utile banco di prova per la saldatura fra azione politica e azione sindacale in senso stretto può essere offerto, come è già avvenuto in Italia da funzioni alle quali i nostri militanti possono essere chiamati direttamente dagli operai, come quella di delegato di reparto o simili. Malgrado il pericolo – al quale del resto ogni attività sindacale è sempre esposta – di lasciarsi imprigionare in una prassi puramente minimalista e corporativa tali funzioni, quando siano assunte sulla base di rapporti di forza favorevoli possono costituire uno di quei casi previsti dalle Tesi caratteristiche in cui, non essendo “esclusa l’ultima possibilità virtuale e statutaria di attività autonoma classista”, la nostra penetrazione in un organismo economico sia pure periferico è auspicabile nel quadro di un’impostazione programmaticamente e politicamente rigorosa che promuova frequenti assemblee operaie, iniziative di lotta estesa e ad oltranza, forme di proselitismo anche solo a livello individuale, prese di posizione aperte contro le pratiche di commissioni miste o di corsi di studio sui tempi di lavoro ed altre manovre padronali avallate dai sindacati tricolore, e che, quando l’apparato sindacale centrale riserbi ai delegati “ribelli” la ben prevedibile sorte di una defenestrazione ex officio, non accetti mai di subirla passivamente, ma si appelli contro di essa all’unica “autorità” di fronte alla quale i nostri militanti possono considerarsi responsabili: i proletari che li hanno designati e i cui interessi hanno difeso e sono in ogni circostanza decisi a difendere.

5) Condizione prima dello sviluppo ordinato, serio e penetrante di tutte queste forme di attività pratica, è che la nostra stampa – di cui va ribadita con il Che fare? la funzione di organizzatore collettivo per la classe come per i militanti del Partito, – sviluppi in modo regolare e sempre più tagliente i punti di principio elencati nella prima parte e che assai meglio si trovano riassunti in testi fondamentali come Partito e azione economica; denunci il carattere non soltanto irrisorio, anche ai soli fini economici, ma controrivoluzionario delle forme di lotta praticate e degli obiettivi perseguiti dalle centrali esistenti; mostri i limiti dell’azione rivendicativa e la necessità di superarla nella lotta generale politica; combatta le tendenze corporativistiche localistiche e aziendistiche sempre rinascenti nelle stesse file proletarie; stigmatizzi la prassi oscena, incoraggiata dall’opportunismo, di implorare il “paterno” intervento dello Stato o di un’opinione pubblica debitamente “sensibilizzata”; proclami l’impossibilità di un sindacalismo politicamente “neutro”; rivendichi associazioni di classe aperte all’influenza decisiva del partito rivoluzionario e suscettibile d’esserne conquistate; sottolinei con vigore l’importanza dell’unificazione internazionale delle lotte e delle organizzazioni economiche e, più in generale, in una fase ulteriore, delle organizzazioni intermedie; e infine, ricordando agli operai le grandi tappe del loro movimento di classe, le sue gloriose vittorie e le sue sconfitte gravide di insegnamenti, segua con la massima attenzione l’evolversi delle lotte di classe nel mondo, subordinando strettamente la sua battaglia e le sue direttive alle posizioni programmatiche e di principio del Partito.

lotte economiche e lotte politiche

Il marxismo ha sempre riconosciuto – come del resto appare chiaramente dalla serie di citazioni di recente pubblicate su queste colonne – il ruolo fondamentale delle lotte economiche degli operai sia per la difesa dei loro interessi entro la società borghese, sia e soprattutto come mezzo di diffusione della consapevolezza della inconciliabilità fra i loro interessi di classe e quelli borghesi e quindi della necessità di una trasformazione rivoluzionaria della società.

Particolarmente “scottante” definisce Lenin (nello stesso sottotitolo del Che Fare?) l’impostazione corretta dei rapporti fra lotta economica e lotta politica, fra organizzazione immediata a carattere prevalentemente rivendicativo e organizzazione rivoluzionaria a carattere politico. Per noi è tanto più importante riprendere questi temi, in quanto in Lenin essi non hanno trovato una “nuova” interpretazione ma si inseriscono nell’unico filone del marxismo rivoluzionario e ripropongono le nostre critiche di ieri e di oggi a quello che abbiamo di volta in volta definito come operaismo, immediatismo, spontaneismo, ordinovismo, – oggi soprattutto che pare diventata una moda, per i nuovi estremismi infantili destinati a riprodursi nella confusione generale, la svalutazione della analisi che Lenin ne fa e che è naturalmente considerata “dogmatica” e “autoritaria”, se non come il prodotto di aree “sottosviluppate”. Ciò dimostra che la storia ripropone continuamente problemi che pur sembravano chiariti una volta per tutte, e quindi esige, da parte delle forze in lotta, ancor maggiore chiarezza, ancor maggiore fermezza e decisione: il proletariato dimostrerà di essere all’altezza della sua missione storica solo se esprimerà il partito che abbia la ferma coscienza dei suoi compiti.

La posizione immediatista ha due facce che solo superficialmente appaiono contrastanti: l’opportunismo legalitario, gradualista, pacifista, in cui sono caduti i partiti designati coi nomi ufficiali di socialisti e comunisti; e lo infantilismo sparafucile. Limitiamoci per ora a considerare la prima forma, secondo la quale l’emancipazione proletaria è possibile utilizzando, con la pressione politica del partito operaio sul governo e la spinta economica dal basso, organizzata nel sindacato, gli stessi istituti che servono alla borghesia per il proprio dominio.

In questa deformazione di base – che si conclude mettendosi al servizio degli istituti borghesi -, le lotte economiche sono il sottofondo elementare di rivendicazioni politiche per la graduale trasformazione della società, e quei riformisti che non si limitano più ad un grezzo “economismo” (come in fasi di immaturità della società borghese) sono perfettamente coerenti quando sostengono di dare la precedenza ai “compiti politici” e definiscono “immature” le lotte “puramente” economiche. In apparenza sembrerebbe che riformisti e rivoluzionari concordino sulla necessità di elevare le lotte economiche al livello di lotte politiche. Ma la differenza verte proprio sulla politica che perseguono i riformisti da un lato e i rivoluzionari dall’altro. Mai come oggi è apparso chiaro che cosa i riformisti intendano per “politicizzazione delle lotte economiche”: è la subordinazione degli interessi di classe alle manovre della politica parlamentare per far passare questa o quella riforma, o perfino leggina, soggetta nel suo “iter” ai più diversi “emendamenti”; è insomma l’assenza della classe come compagine storica con interessi opposti a quelli della classe dominante.

Lenin ha colto questo punto in modo preciso e definitivo quando nel Che fare?, dopo aver sostenuto la necessità di «occuparci attivamente dell’educazione politica della classe operaia, dello sviluppo della sua coscienza politica», e aver aggiunto che in apparenza «su questo punto tutti sono d’accordo», svolge una critica serrata della posizione di coloro che si «adeguano» alla «realtà» e rivendicano «misure concrete». L’immaturità del movimento immediato serve allora di pretesto per dare un contenuto politico riformistico al movimento stesso, come se la rivoluzione fosse il «maturare» della lotta immediata attraverso il riformismo. Ponendo alla classe solo obiettivi «concreti», i riformisti in realtà la concepiscono come una parte componente della società borghese e non fanno nulla per mostrare agli operai che i loro interessi storici li portano oltre i limiti imposti dal sistema sociale in cui vivono. È così che, quando le cose stesse spingono i riformisti a dare un contenuto politico ai movimenti immediati, essi vedono soltanto le rivendicazioni che non mettono in questione l’esistenza del regime borghese e che o non interessano la sola classe proletaria (cioè, a saper leggere marxisticamente la realtà, interessano principalmente la piccola borghesia e l’aristocrazia operaia, minacciate dall’ulteriore sviluppo del modo di produzione capitalistico, e, in definitiva, la grande borghesia, più di tutti interessata alla conservazione, anche con qualche concessione, dello stato di cose), come nel caso della riforma della casa, secondo Engels «campo prediletto di occupazione per il socialismo piccolo borghese», della lotta contro il rincaro dei prezzi e infine delle ultimissime trovate sui trasporti pubblici o sull’ambiente naturale (che, com’è noto, è «di tutti»… proprietà privata permettendo) ecc. – oppure, nel migliore dei casi, diffondono nel proletariato l’illusione di poter raggiungere posizioni economiche e politiche stabili all’interno della società presente.

Lenin si pone quindi la domanda: «In che cosa deve consistere l’educazione politica?». E risponde che la coscienza da introdurre nella classe è quella «dell’irriducibile antagonismo fra gli interessi dei lavoratori e tutto l’ordinamento politico sociale e contemporaneo». Questo lavoro politico trae bensì alimento fuori dai rapporti immediati fra operaio e capitalista, nel programma generale e finale posseduto dal partito, ma può tuttavia innestarsi ai movimenti reali della classe perché ogni spinta operaia alla lotta immediata è riconducibile a cause che mettono in questione lo stesso ordinamento economico, sociale, politico della società borghese. Non a caso, oggi, sotto il peso soffocante dell’opportunismo, è una ventata di ossigeno assistere a lotte purtuttavia necessariamente insufficienti e per obiettivi “puramente” economici; perchè esse offrono un terreno propizio al lavoro politico dei militanti comunisti.

Lenin perciò non esita – nel 1903 – a porre come rivendicazione operaia «la soppressione del regime autocratico», cioè l’obiettivo politico rivoluzionario più avanzato in quella fase storica (oggi, naturalmente, non si tratta di rivendicare la soppressione del… governo Colombo, come strillano i “servitori del popolo”, ma di abbattere il regime borghese, democratico o fascista che sia). Non diversamente, Marx a chiusura di Salario, prezzo, profitto, del 1865, diretto appunto a mostrare la utilità delle lotte economiche e sindacali, dice che dalla lotta per un più alto salario gli operai devono pervenire alla coscienza della necessità dell’abolizione dello stesso sistema salariale.

Si tratta di utilizzare le lotte che la situazione sociale suscita, anche nelle categorie operaie più insignificanti, per svolgere un paziente lavoro di coordinamento fra interessi immediati e fini ultimi del movimento proletario. È un lavoro permanente, che non muta da periodo a periodo, da situazione a situazione, e che si impone a prescindere dall’esistenza o meno di sindacati al cui interno svolgersi: è l’intervento della dottrina comunista dall’esterno nella classe operaia, che trova il terreno adatto per la sua germinazione solo in determinati svolti storici.

Ogni lotta sociale può essere riportata all’inconciliabilità di interessi fra classe lavoratrice e ordinamento politico sociale, cioè fra Stato politico della classe dominante e classe proletaria. Questo significa che tutte le forze che difendono (o tendono anche solo a “riformare”) questo Stato, svolgono un’opera di aperto disfattismo della lotta di classe: tale opera rende indispensabile la separazione fra riformisti e comunisti sul piano politico, ma i comunisti devono lottare all’interno delle organizzazioni economiche dirette dagli opportunisti per mostrare quello che esse non sono agli operai che vi aderiscono, anche a costo di esserne espulsi – che è poi la miglior dimostrazione del ruolo controrivoluzionario svolto da costoro. Nella situazione di oggi, i comunisti rivoluzionari sanno perfettamente di aver a che fare non più coi vecchi riformisti che, poggiando sugli interessi dell’aristocrazia operaia, cercavano una via graduale e “sicura” al potere, ma con veri e propri traditori che perseguono l’obiettivo di frenare la spinta anche solo “tradunionista” degli operai operando come necessario ingranaggio dello Stato democratico borghese (il quale in tal modo realizza una tipica misura fascista). È per questo che la nostra “adesione” sindacale non significa in nessun caso adesione alla politica del sindacato (CGIL, CGT, o altro) che si esprime anche nella sua strutturazione, nei suoi metodi di funzionamento, e specialmente nei suoi rapporti “organici” con lo Stato borghese, ma è un solo mezzo per stabilire un contatto con gli operai allo scopo di spingerli sul terreno della nostra politica (che è poi il programma storico della classe) facendo leva su rivendicazioni anche puramente economiche che tuttavia permettano un passo avanti nel senso di questa politica. Per i marxisti non vi può essere contraddizione di principio fra interesse immediato della classe e interesse generale; è d’altra parte nella lotta, se non si chiude in limiti angusti e corporativi, che si forma e si cementa la solidarietà tra gli sfruttati: le rivendicazioni economiche che i comunisti rivoluzionari avanzano sono quindi ben determinate; vanno cioè in senso opposto a quelle lanciate dai riformisti. Questi infatti tendono a dividere la classe sul piano economico (esattamente come cerca di fare la borghesia) e ad “unirla” sul piano della loro politica traditrice: i comunisti rivoluzionari, invece, partono dall’unificazione delle lotte economiche sulla base degli interessi comuni dei proletari, per realizzare – attraverso la rottura con l’opportunismo – anche la loro unione politica sotto la direzione del programma comunista. Tali rivendicazioni sono per esempio:

la lotta per la riduzione del tempo di lavoro

la lotta per l’aumento uniforme dei salari (e contro le differenziazioni e la formazione di categorie particolarmente privilegiate)

la lotta per il salario integrale ai disoccupati e ai pensionati, così come agli infortunati sul lavoro.

A queste rivendicazioni, che hanno la caratteristica di mettere la classe operaia in generale in posizione contrapposta alla intera classe borghese, si possono collegare nei singoli casi tutte le altre (per esempio, l’abolizione del cottimo). Esse, se spinte fino in fondo, si rendono incompatibili con i rapporti economici della società borghese e pongono all’ordine del giorno la loro soppressione: costituiscono perciò un obiettivo di classe del proletariato, quell’agganciamento fra lotta economica e lotta politica, che il partito deve appoggiare e favorire, tenendo conto dell’evolvere delle battaglie singole in battaglie sempre più generali, spingendole fino alla massima espansione.

I riformisti partono da un concetto del tutto opposto: gli operai devono porre solo quelle rivendicazioni economiche che non mettano in crisi la società. Non solo, ma essi arrivano necessariamente fino alla predicazione di una “tregua” nella lotta di classe e alla negazione aperta del proletariato come classe. Partendo dall’idea che – nell’interesse della borghesia – continuamente divulgano, di uno sviluppo indefinito del capitalismo, smussato delle sue “ingiustizie” più appariscenti, cioè “riformato”, essi finiscono necessariamente per eliminare ogni delimitazione e contrapposizione fra le classi. Di qui il metodo di avanzare richieste di miglioramenti economici solo all’interno di quelle branche che attraversano un periodo di grande lavoro vincolando gli aumenti di salario alla produttività, di indirizzare le lotte delle altre categorie ed eventualmente di tutta la classe verso la realizzazione di condizioni tali da garantire l’ideale politico del riformismo, cioè lo sviluppo generale dell’economia nazionale con l’intervento dello stato là dove l’iniziativa privata non basta, ecc. Questo metodo, che in modo parziale e contingente riesce a funzionare, mentre su scala generale e storica è condannato dalle insanabili contraddizioni del capitalismo, comporta nel suo logico sviluppo l’integrazione di tutte le organizzazioni, anche di carattere economico e sindacale, nello Stato, e la fascistizzazione della società.

In questa evoluzione, che ovviamente urta contro l’ostacolo dello sviluppo della lotta di classe, si inserisce logicamente l’odierna politica dei sindacati, l’opera di premurosa consulenza che essi offrono allo Stato borghese e perfino all’organizzazione degli industriali sul modo di superare le difficoltà della “congiuntura”, il loro impegno nell’organizzare veri e propri “studi di mercato”, come nel caso della Lesa, per dimostrare che è l’incapacità del padrone singolo, non la crisi del regime, a rendere inevitabile la cessazione del lavoro, e così via.

In conclusione, ciò che distingue i rivoluzionari dagli opportunisti nell’ambito della partecipazione alle lotte economiche e sindacali, non è il fatto che i primi rendano politiche le lotte e i secondi le confinino allo stadio di lotte economiche, ma, come spiegava Lenin nel Che fare?, il tipo di politica che gli uni e gli altri vi apportano. I riformisti si pongono sempre all’interno della società borghese, sono anche qui “reali” e “concreti”, perchè escludono ogni collegamento col programma rivoluzionario: i rivoluzionari si pongono in antitesi alla società borghese e agitano questo programma nel vivo stesso delle lotte rivendicative. Si tratta dunque di un modo divergente di partecipare alle lotte immediate, che ad un certo stadio non può che manifestarsi in due posizioni antagonistiche: da una parte, difesa della società borghese (specie in nome della “pace” e dell'”economia nazionale”) dall’altro, rivoluzione per il suo abbattimento. In tale stadio critico, la lotta per il miglioramento delle condizioni sociali della massa sfruttata si eleva a lotta rivoluzionaria per l’abolizione dei rapporti di produzione capitalistici. È perciò che mai e poi mai i rivoluzionari abbandonano a se stesse le lotte economiche: la loro partecipazione significa infatti il collegamento delle lotte presenti a quelle di un glorioso passato, e la preparazione di un luminoso avvenire che si chiama società comunista mondiale.