International Communist Party

Il Programma Comunista 1972/4

La grande menzogna della decolonizzazione africana Pt.2

Frase “rivoluzionaria” e sordida realtà dello Stato coloniale

Abbiamo visto nell’articolo precedente che la decolonizzazione dell’Africa Nera non è neppure incominciata, che lo Stato vi svolge sempre la stessa funzione, quella dell’amministrazione coloniale, e che questo Stato è sempre nelle mani dell’imperialismo francese. La nostra affermazione sulla natura degli Stati dell’Africa Nera dovrebbe essere dimostrata, ben inteso, con lo studio dell’evoluzione del modo di produzione in Africa Nera. Per ora, proponendoci noi semplicemente di mostrare il ruolo dell’imperialismo francese nell’Africa Nera, possiamo accontentarci di trovare delle prove di questa affermazione nel comportamento di quegli Stati e nelle dichiarazioni dei nostri avversari.

Il dominio dell’imperialismo francese sugli Stati che si pretendono indipendenti è confermato non soltanto dallo spirito gregario dei loro governi nei confronti della politica francese, ma soprattutto dalle velleità sedicentemente rivoluzionarie di alcuni governi come quello del Congo-Brazzaville o del Mali.

Secondo il Figaro del 19-20 settembre 1970, «la Repubblica popolare del Congo… è minata da sorde rivalità fra militari e civili e ancor più fra maoisti e filosovietici. L’epoca in cui esisteva un corpo di polizia cubano è passata, ma l’incorporazione nell’esercito delle milizie giovanili ha introdotto un elemento di instabilità cronica». Vi sono, secondo il Figaro, motivi seri per preoccuparsi? Niente affatto! «Questa politicizzazione ad oltranza non ha fino ad ora influito sulle relazioni con la Francia, la quale continua a fornire un aiuto importante».

Una prova della sottomissione completa del governo di Brazzaville all’imperialismo francese, malgrado le sue frasi ruggenti e “marxista-leniniste” o le dichiarazioni “rivoluzionarie” e “antimperialiste”, è il recente arresto dei rifugiati politici camerunesi (militanti dell’Unione Popolare Camerunese, l’organizzazione che ha diretto la lotta armata contro l’imperialismo francese) per consegnarli al governo tramite l’organizzazione dell’unità africana. Sia detto di passaggio, il Partito Socialista Unitario – omologo grosso modo dell’evanescente PSIUP italiano, che si pone in Francia “a sinistra” del PCF perseguendo una politica che tende a convergere con le forze della sinistra non ufficiale e a farle rientrare nella politica ufficiale – rivela la sua vera natura di lacchè dell’imperialismo, quando vanta “l’antimperialismo” del governo di Brazzaville.

Ci si ricordi anche del Mali che ricevette dalla canaglia opportunista una patente di “socialismo”, allorché Modibo Keïta dovette uscire dalla zona del Franco per sostituire il piccolo commercio con un commercio di Stato. Quando la giunta dei tredici tenenti prese il potere, essa si affrettò a chiedere il ritorno nella zona del Franco e ad autorizzare l’apertura del piccolo commercio, mantenendo aperti, fra negozi di Stato, solo quelli non passivi. L’imperialismo francese non ebbe bisogno di intervenire. Le misure di Modibo Keïta urtavano contro il debolissimo sviluppo del mercantilismo nel Paese e contro i limiti artificiali del Mali. Era una evasione solitaria che doveva concludersi inevitabilmente e senza lunga attesa con il ritorno all’ovile.

Per comprendere meglio la persistenza integrale del dominio politico dell’imperialismo francese sugli Stati di nuova creazione bisogna rifarsi alla realtà sociale. Il fatto che questi Stati sono dei veri e propri strumenti del mercato mondiale più che degli Stati che si appoggiano su ceti e classi autoctone; anche se possono trascinarseli dietro, postula il dominio diretto di un dato imperialismo. È per questo che, spingendo i franco-inglesi a decolonizzare, gli altri imperialismi non potevano non affermare il loro diritto all’intervento; non potevano non rompere il monopolio economico delle metropoli europee tradizionali, rottura utile (soprattutto per l’avvenire) nella misura in cui gli Stati nati dalla “decolonizzazione” erano come sono gli agenti diretti dello sviluppo del mercantilismo.

D’altra parte, quegli imperialismi, non potevano, nell’immediato, colpire il monopolio politico degli anglo-francesi senza mettere in pericolo gli interessi generali del capitale, distruggendo l’illusione dell’“indipendenza” stessa. Ecco all’incirca il catechismo che borbottano i grandi preti dell’indipendenza africana, l’America e la Russia, nella cattedrale che si sono costruiti all’ONU. «La Francia e l’Inghilterra facciano la loro bisogna; esse lavorano per noi! Continuino a estorcere i prodotti tropicali, se è il caso con la coltura obbligatoria, e soprattutto con la imposta; continuino a sviluppare il mercantilismo! Noi ridivideremo l’Africa, come abbiamo fatto per l’America Latina o per l’Asia, quando le condizioni saranno mature! Già una volta siamo stati i liberatori; con un po’ di fortuna, potremo apparire tali una seconda volta!».

Per limitarsi a un solo esempio, il no tonante di Sékou Touré alla Comunità del generale De Gaulle ha provocato dietro le quinte proprio il movimento che abbiamo descritto più sopra. Il rifiuto aveva comportato il ritiro immediato di tutto il personale francese dalla Guinea; nella breccia così aperta si infilarono i russi, ma a partire dal 1962 le speranze che essi avevano destato svanirono. Che cosa potevano essi fare di diverso dai colonizzatori francesi di uno Stato al servizio del mercato mondiale? Ma dopo di allora, malgrado una presenza discreta dei russi e anche dei cinesi, sono gli americani che hanno la loro lunga mano in Guinea. Come scrive il Figaro del 9 dicembre 1970: «Vi è una spiegazione semplice di questo zelo degli USA in favore dell’attuale potere guineano, che essi sostengono discretamente, a fuoco leggero, senza essere sicuri di poterlo salvare, a causa di una situazione economica che peggiora senza tregua e di una opposizione interna ed estera che si rinforza» Questa spiegazione è stata data da un uomo d’affari americano molto tranquillo e gentilmente cinico: “Con il disordine che impera in Guinea, malgrado il sistema o per colpa sua, noi facciamo quasi tutto ciò che vogliamo: non saremmo forse altrettanto liberi di sfruttare il Paese, voglio dire di metterlo in funzione, sotto un regime più conseguente”».

Se mettiamo da parte i rancori del giornale Le Figaro per il fatto che la preda guineana e le sue bauxiti sono sfuggite al monopolio francese, insieme alle più false grida isteriche e “socialiste” dello Stato guineano di Sékou Touré, rimane il fatto che esso svolge esattamente la stessa funzione dei suoi vicini e che le sue difficoltà attuali sono sicuramente dovute al fatto ch’esso non è sostenuto se non “a fuoco leggero” dall’imperialismo invece di essergli legato mani e piedi come il Ciad o altri Stati. In fin dei conti l’emancipazione della Guinea dall’imperialismo francese è stato il prezzo che quest’ultimo ha dovuto pagare per dimostrare all’insieme dei governi africani da esso insediati la necessità della loro sottomissione formale alla Francia; senza perdere d’altronde nessuna occasione per tentar di mettere di nuovo le grinfie sulla Guinea.

Per ritornare all’insieme dei Paesi sotto dominazione francese diretta, i filistei sono rassicurati dall’atteggiamento esteriormente “indifferente” dello Stato francese di fronte alla serie di colpi di Stato e ai diversi e frequenti cambiamenti politici che si producono negli Stati dell’Africa nera qualificati dalla borghesia come francofoni, ed essi trovano in ciò una ragione di più per diffondere la menzogna della loro indipendenza. È il caso del giornale Le Monde in un articolo del 3 febbraio 1971: «Se il governo francese ha consentito due eccezioni, l’una nel febbraio 1964 in favore del Gabon, l’altra due anni dopo in favore del Ciad (Le Monde dimentica di citare l’intervento militare nel Camerun nel 1960-62 che fu il più massiccio e il più sanguinoso) esso ha rifiutato in generale le richieste di intervento da parte di regimi che, legati alla Francia da trattati di difesa, facevano appello al suo aiuto per trionfare sulle minacce di sovversione interna». Nondimeno l’articolo in questione ha cura d’aggiungere: «Certo, si lascia intendere che il governo francese ha tentato di influire discretamente sull’evoluzione di questo o quel regime piuttosto che provocare, per esempio, un cambiamento brutale, ma le ingerenze restano le eccezioni, non la regola».

A questa constatazione ipocrita si potrebbe rispondere con una domanda alla quale non occorre risposta, anche per il piccolo borghese che non comprende mai nulla nei misteri del capitale e nei colpi ch’egli ne riceve: una società ha forse bisogno di “ingerirsi” apertamente negli affari di un’altra società, quando ne detiene il capitale e si è assicurata il potere nel suo consiglio d’amministrazione? In realtà, l’imperialismo francese può lasciare un certo “margine” politico ai governi africani, dal momento che gli Stati ch’essi dirigono non sono che filiali dello Stato imperialista. La frase, i programmi dei governi non cambiano e non possono cambiare nulla al programma reale degli Stati che funzionano come strumenti del mercato mondiale: sfruttamento forsennato sulla base del modo di produzione esistente per fornire prodotti tropicali e materie prime indispensabili alle metropoli imperialiste, e, in modo derivato ma necessario, sviluppo del mercantilismo e creazione delle condizioni per il capitalismo, tutto ciò coi mezzi dell’imposta, dell’usura di Stato, e se necessario della coltura obbligatoria e della corvée nascosta sotto la graziosa definizione, brevetto cinese, di “investimento umano”.

Chiusi in questa sordida realtà coloniale, i governi africani tentano periodicamente di sfuggirne con la fraseologia “rivoluzionaria” e “antimperialista”, senza poter impedire che agli occhi delle masse colonizzate, i miti dell’indipendenza affondino uno dopo l’altro, da quelli del Mali e del Congo-Brazzaville fino a quello della Guinea


Verso la fine del monopolio coloniale 

In effetti se la fine della seconda carneficina mondiale ha condotto a una nuova divisione del mondo, se l’Europa è stata divisa e occupata militarmente a partire dal 1945, se la nuova divisione dell’Asia con l’indipendenza dell’India, la guerra di Corea e quella d’Indocina, la suddivisione del Medio Oriente a partire dal 1956 si sono realizzati a spese dei vecchi imperialismi europei, il carattere ancora relativamente recente della dominazione capitalistica sull’Africa nera non ne ha reso possibile una nuova spartizione malgrado gli sforzi evidenti del gigante americano.

L’imperialismo americano (non parliamo del russo perché la sua presenza in Africa nera, nonostante qualche giochetto senza successo nella Guinea, nel Mali e nel Congo Brazzaville, è praticamente nulla) se non ha distrutto la dominazione politica dei vecchi rapaci europei sul Continente nero, ha tuttavia acquisito un “diritto” alla penetrazione nel Continente. Avendo abbandonato ai franco-inglesi il compito della introduzione delle condizioni capitalistiche di produzione, esso ha acquisito il diritto di beneficiare delle conseguenze di tale compito, riservando il suo intervento diretto ai casi di maggiore importanza: ad esempio, per sostenere il suo piccolo lacchè belga nel Congo o per assicurarsi una posizione strategica importante, come in Etiopia.

Inoltre l’imperialismo francese, per celebrare il suo matrimonio di interesse con la Germania Federale, ha dovuto portare in dote le sue colonie africane e concedere un diritto di intervento commerciale e finanziario nella sua antica “riserva di caccia” alla Germania diseredata. In questo consiste la famosa “associazione” di 18 Paesi africani al Mercato Comune, che unisce le colonie francesi meno la Guinea, e alle quali si aggiungono il Congo-Kinshasa, il Ruanda, il Burundi e la Somalia.

In presenza di tali condizioni, lo sviluppo embrionale di un mercato interno nei Paesi neri va di pari passo con la concorrenza più o meno vivace, più o meno importante, degli altri pescicani imperialisti ed essa, nella misura in cui si sviluppa, genera scontri sempre più aspri nell’antico monopolio coloniale.

Secondo il settimanale L’Usine nouvelledell’11 febbraio 1971, «se la Francia resta il primo fornitore e il primo cliente dei Paesi africani francofoni, la sua parte nel totale dei loro scambi esterni non cessa di diminuire: essa è passata dal 62% nel 1960 al 43% nel 1969. Nello stesso modo la parte dei 14 Paesi (le ex-colonie francesi meno la Guinea) nel commercio estero francese diminuisce: 4,2% del totale delle vendite estere nel 1969 (contro il 5,5% nel 1965) e il 3,5% del totale degli acquisti (contro il 4,5% nel 1965)”.

Questa «diminuzione relativa degli scambi commerciali della Francia con i Paesi africani francofoni (…) è dovuta innanzitutto alla “normalizzazione” progressiva del regime preferenziale di cui beneficiava la Francia, il che tende a mettere sullo stesso piano la Francia rispetto agli altri Paesi, in particolare rispetto a quelli della CEE. Inoltre ogni Paese africano, per una preoccupazione di indipendenza, si sforza di diversificare i suoi scambi esteri, aprendosi alla concorrenza internazionale».

Se il primo motivo avanzato da L’Usine nouvelle è effettivamente fondato, il secondo costituisce una mistificazione completa. L’argomento che consiste nel trovare una prova dell’indipendenza dei Paesi africani nella diversificazione dei loro scambi esteri è lo stesso di tutti i governi fantocci dell’Africa Nera; lo è in particolare l’argomento della diversificazione delle esportazioni, per cui ad esempio quelle verso la Francia sono passate in dieci anni dal 62% al 37%. In realtà l’imperialismo francese stesso ha interesse ad aumentare le sue vendite fuori dalla zona del franco, perché così si procura divise estere. La prova ne è fornita dal rapporto del Consiglio Economico e Sociale del 15 aprile 1970, le cui osservazioni si applicano non soltanto all’Africa Nera, ma anche all’Africa del Nord: «La bilancia degli Stati africani e malgascio verso i Paesi stranieri è globalmente attiva. Questo è un risultato notevole». E ancora: «Questa felice evoluzione è dovuta soprattutto allo sviluppo delle esportazioni di prodotti minerali: ferro, fosfati, petrolio, manganese, caffè, cacao e legni tropicali». Ed infine: «Il vantaggio per la Francia è chiaro: lungi dal costarle l’esborso di divise, gli Stati africani e malgascio ne apportano sempre più».

Si osservi il seguente prospetto che abbiamo redatto in base alle informazioni del rapporto già menzionato:

(in miliardi di Nuovi Franchi)19641965196619671968
Apporto in divise dei Paesi africani1,11,21,21,31,5
Guadagni annuali totali in divise della zona del Franco3,74,61,2

Non occorre essere specialisti per notare come, a partire dal 1968 le esportazioni africane al di fuori della zona del Franco abbiano funzionato da “volano”. Così la diminuzione relativamente importante dagli acquisti metropolitani francesi dai Paesi d’Africa Nera non è tanto una prova di“ indipendenza” (tanto più che la commercializzazione di questi prodotti per i mercati di esportazione è monopolizzata da società francesi) quanto il risultato della politica finanziaria dell’imperialismo francese, che “diversifica” nel suo proprio interesse i mercati di esportazione.

Un’altra prova è data dal fatto che, se le esportazioni dei Paesi dell’Africa Nera sotto dominazione francese verso la loro metropoli sono passate dal 62% al 37% nel periodo dal 1959 al 1969, le importazioni dalla Francia nello stesso periodo sono soltanto diminuite dal 62% al 51%. Gli scambi commerciali si saldano dunque regolarmente con una eccedenza dell’ordine di 100 milioni di Nuovi Franchi in favore della Francia, senza tener conto dell’eccedenza ben superiore dovuta ai noli e alle assicurazioni, che sono ovviamente in mano alla Francia. Dal punto di vista commerciale, dunque, l’imperialismo francese resta vincente.

Il solo punto nero sull’orizzonte degli interessi imperialistici francesi resta la diminuzione relativa delle vendite verso i Paesi africani. Naturalmente, il mercato interno dei Paesi Neri è ancora debole, ma, come segnala un articolo del giornale Entreprise del 30 gennaio 1971 «rappresentando più di 50 milioni di abitanti, l’Africa Nera francofona costituisce un mercato non trascurabile per gli industriali e gli esportatori francesi, anche se il reddito annuale pro-capite è spesso inferiore ai 160 dollari». Ora, come afferma l’articolo, la diminuzione relativa delle vendite francesi è dovuta al maggior «dinamismo dei nostri concorrenti», e particolarmente dei tedeschi.

Sul piano del movimento dei capitali si può leggere nello stesso giornale che «gli investimenti francesi hanno tratto beneficio durante un lungo periodo di tempo da un regime di favore rispetto ai loro concorrenti europei, americani e giapponesi. Le potenzialità economiche enormi di questo Continente hanno reso molto redditizia la cooperazione… Il generale De Gaulle non aveva certo torto di affermare che l’aiuto ai Paesi africani “è il miglior investimento a medio e lungo termine”».

La generosa cooperazione nascondeva evidentemente sordidi interessi finanziari.

Ma altri capitali oltre ai francesi si investono ora in Africa: ad esempio, a nome dell’aiuto pubblico multilaterale europeo, il Fondo Europeo di Sviluppo ha inviato in Africa Nera 581 milioni di dollari, in applicazione del Trattato di Roma (200 come contributo della Francia, 200 della Germania Federale, ecc.) e deve inviare ancora 730 milioni di dollari secondo la convenzione di Jaudé (il contributo francese sarà ancora eguale al tedesco, cioè 246 milioni di dollari). Bisogna aggiungere l’aiuto bilaterale e soprattutto i capitali privati, per i quali la Germania Federale, come la stessa Italia, non rimangono certo fermi. Occorrerebbero dati più numerosi per poter redigere un prospetto degli investimenti nell’Africa Nera sotto dominazione francese; ma un fatto è certo, ed è che sul piano dei capitali la concorrenza si fa sentire nel modo più vivace.

L’articolo già citato di Entreprise osserva a proposito della Costa di Avorio: «Gl’ivoriensi tendono oggi ad indirizzarsi prevalentemente verso gli industriali americani, tedeschi, italiani, israeliani, addirittura giapponesi, più che verso i francesi».

È evidente che l’allargamento del mercato interno dei Paesi africani deve attirare capitali più numerosi, tanto più che in Africa Nera il tasso di profitto è più elevato. Ma l’accentuazione della concorrenza non può avvenire che a spese dell’imperialismo francese, la cui debolezza industriale congenita, malgrado i soprassalti degli anni ’60, è ben nota. E questa concorrenza, che diverrà sempre più aspra in avvenire, non può, a lungo termine, non vibrare i suoi primi colpi al dominio politico ancora incontrastato dell’imperialismo francese sull’Africa Nera, battezzata pudicamente e ipocritamente “francofona”.

IL MARXISMO RIVOLUZIONARIO DI FRONTE ALLA QUESTIONE DELL'UNITÀ SINDACALE (pt. 2)

Nel numero 1 del ’72 abbiamo ricordato su quali basi il Partito Comunista d’Italia, nel 1921, propose alle tre organizzazioni di classe allora esistenti di fondersi in un unico organismo, e come la proposta, boicottata dai bonzi confederali, finì per realizzarsi, sotto la pressione inesorabile dei fatti, nell’Alleanza del Lavoro.

L’azione dei comunisti in seno all’Alleanza del Lavoro mirava fin dall’inizio a costringerne i dirigenti a portare avanti un’azione di classe che potesse validamente opporsi all’offensiva del capitale. I punti precisi sui quali i comunisti impostarono la lotta della classe operaia, «elevandoli a questioni di principio», furono:

a) Otto ore di lavoro.

b) Rispetto dei concordati vigenti e dell’attuale valore globale dei salari.

c) Rispetto dei patti colonici per i piccoli agricoltori.

d) Assicurazione all’assistenza per i lavoratori licenziati e le loro famiglie, attraverso la corresponsione di un indennizzo proporzionale al costo della vita ed al numero dei componenti la famiglia, tendendo a raggiungere il livello dell’integrale salario per una media famiglia operaia e gravando gli oneri sulla classe industriale per una quota parte dei salari e per il resto sullo Stato.

e) Integrità del diritto di organizzazione e riconoscimento di questa.

Il mezzo al raggiungimento di questo fine doveva essere «la azione diretta delle masse contro la classe padronale e i suoi organi di lotta: Stato e organizzazione fascista»; quindi, «lo sciopero generale nazionale, a cui si deve risolutamente tendere con una decisa preparazione». E la Alleanza del Lavoro divenne l’arena di battaglia del Partito che, con i suoi gruppi sindacali, animò e rinvigorì tutte le agitazioni del 1922, diffuse le sue parole d’ordine, smascherò i dirigenti opportunisti ed ebbe una parte di primo piano nel grandioso – anche se sabotato dai riformisti penzolanti verso l’appoggio a un «governo migliore» o addirittura la partecipazione ad esso – sciopero dell’agosto.

L’azione dei comunisti nel tentativo di ostacolare l’azione pompieristica dei bonzi è ben espressa in un appello del partito al proletariato d’Italia:

«Alla proposta ed alla campagna dei comunisti si contrappone il lavoro obliquo di taluni dei vostri capi, che svalutano la preparazione della lotta diretta contro la borghesia e vi propongono una diversa via d’uscita dalla tragica situazione in cui versate: la collaborazione parlamentare e governativa con una parte della borghesia. Da una parte costoro, come capi di grandi organizzazioni economiche e della CGL, hanno sostenuto e sostengono la tattica del caso per caso, della rinunzia, dell’indietreggiamento dinanzi alle pretese padronali, tattica che ha dimostrato di condurre i capitalisti ad imbaldanzire sempre di più nelle loro imposizioni. Dall’altra parte, dinanzi alle gesta del fascismo, ad una delittuosa propaganda di passività e di non resistenza tra i lavoratori assaliti, straziati, oltraggiati, essi accompagnano la menzognera ed illusoria affermazione che è possibile porre un termine al regime di schiavismo abbattutosi su tanta parte delle masse italiane, con una manovra puramente parlamentare, con l’accordo tra il partito socialista ed i partiti borghesi di sinistra allo scopo di costituire un ministero che si servirebbe delle forze ufficiali dello Stato per la repressione legale del fascismo. A questa tattica si vogliono oggi infeudare le grandi organizzazioni di classe del proletariato, distogliendole dalla lotta contro il padronato e dal solo compito che può alimentare la loro vita ed impedirne la dissoluzione, per farne la piattaforma della salita al potere dei parlamentari riformisti. Il Partito comunista denuncia questa tattica come tattica di tradimento».

Unità tricolore e unità rossa

Oggi le tre organizzazioni sindacali esistenti si sono poste il problema della loro riunificazione, e questa manovra viene contrabbandata alla classe operaia come tendente a rafforzarla in quanto «l’unione fa la forza». Noi comunisti diciamo: No, l’unione non sempre fa la forza!

Il Partito Comunista rivoluzionario si è sempre battuto, come abbiamo dimostrato sopra, per realizzare il fronte unico sindacale, ma ha sempre posto una pregiudiziale alla sua realizzazione: il fronte unico deve sorgere su basi classiste, fra sindacati che si professino dichiaratamente classisti, deve cioè avere come scopo la lotta per l’abbattimento del sistema capitalistico e non la collaborazione con esso, deve interpretare e difendere le esigenze reali della classe operaia e non patteggiare col padronato le briciole che è possibile concedere ai proletari perché non escano dalla «legalità democratica» e perpetuino col loro stesso sangue questo sistema; deve usare i mezzi corrispondenti al principio della lotta di classe e non quelli della collaborazione di classe, meno che mai della difesa di una particolare forma di governo borghese o del suo salvataggio.

I militanti del Partito Comunista Internazionale contrappongono quindi alla “unità” che i vertici bonzeschi pensano di consumare alle spalle dei proletari – unità non fondata su un programma di classe (e come potrebbe esserlo, con organizzazioni di origini padronali da un lato e una CGIL divenuta l’alfiere degli “interessi nazionali” dall’altro?) ma destinata soltanto a unire di fatto delle organizzazioni che già hanno programmi identici, nazionali, tricolori, riformistici, insomma borghesi -, la vera unità proletaria, che consiste nel dare obiettivi generali di lotta alla classe operaia in modo da realizzare nella comune battaglia un unico, formidabile fronte. È nella lotta per raggiungere questo obiettivo – lotta nel corso della quale dovranno rinascere anche le organizzazioni economiche operaie rosse – che noi ricordiamo ai proletari gli esempi fulgidi che hanno contraddistinto le battaglie della classe verso lo abbattimento del capitalismo. La storia ci ha insegnato non solo che il capitalismo può e deve crollare, ma anche qual è il modo e quali i mezzi per abbatterlo. Ignorare questi insegnamenti vuol dire aver abbandonato la strada maestra; riallacciarsi ad essi, farne patrimonio e guida per l’azione di ogni giorno, significa essere sulla strada della rivoluzione socialista.