International Communist Party

Il Soviet 1920/29

La politica opportunista della Confederazione del Lavoro

L’organo della Confederazione Generale del Lavoro, «Battaglie Sindacali», pubblica nel numero del 6 novembre la relazione sull’indirizzo politico della Internazionale Sindacale, che Baldesi e D’Aragona presenteranno al Congresso Internazionale Sindacale di Londra.

Nel contesto della relazione è compresa la famosa convenzione sottoscritta a Mosca da D’Aragona assieme ai rappresentanti dei Sindacati russi e di altri organismi sindacali esteri.

Non è molto facile dedurre dalle precedenti e vaghe enunciazioni della relazione che cosa effettivamente pensi e voglia la Confederazione del Lavoro, e che cosa proponga di concreto a quel Congresso a cui le piace intervenire, e al quale converranno tutti i sindacati a tendenze ultra-riformiste e corporativiste che aderiscono al segretariato di Amsterdam.

La relazione, conclude annunciando una risoluzione, che gli estensori si riservano di proporre al Congresso … quando avranno veduto che vento tira.

Essi prendono le mosse da un ordine del giorno già presentato a Washington a quegli stessi emeriti rappresentanti dell’ex-socialismo traditore, e che contiene questa affermazione … davvero esauriente come posizione di principio e di tendenza: «i fini della classe operaia … dovrebbero essere riassunti nella enunciazione: socializzazione dei mezzi di produzione e di scambio».

Con questo atteggiamento così imprecisato la Confederazione del Lavoro italiana pretende di essere a posto, da una parte, col Congresso dei socialpatrioti e dei socialdemocratici, e dall’altra colla sua adesione alla Internazionale sindacale di Mosca!

Capolavori dell’equilibrismo e dell’opportunismo riformista!

Noi non crediamo che questo doppio gioco possa durare più a lungo, e crediamo invece che i comunisti debbano illuminare il proletariato italiano perché cessi di tollerare questa che è veramente un’indegna commedia. Dicano i dirigenti della Confederazione, dicano una buona volta, con chi intendono schierarsi: colla seconda o colla terza Internazionale, con Amsterdam o con Mosca, coi comunisti rivoluzionari o coi rinnegati della causa proletaria. Essi non si spiegano chiaramente perché sperano di non essere costretti a mostrare che in realtà tutte le loro simpatie sono per la seconda parte.

Vediamo intanto come le affermazioni della loro relazione stiano in completo contrasto con quelle della convenzione di Mosca, che essi stessi citano, portandola, non si capisce se a titolo di documentazione, o a titolo di proposta (!) al congresso di Londra.

La Confederazione del Lavoro Italiana aderisce ad Amsterdam, interviene a Londra, presenta una relazione, da cui ad ogni rigo si desume che essa riconoscerà sempre l’Internazionale di Amsterdam come l’unione dei sindacati di tutto il mondo – e riporta disinvoltamente, senza mostrar d’accorgersi della patente contraddizione, la recisa dichiarazione della convenzione di Mosca: «La Federazione Internazionale dei Sindacati di Amsterdam è incapace, in ragione del suo programma e della sua azione, di far trionfare i principii sopra enunciati (ora li vedremo subito) ed assicurare la vittoria delle masse proletarie di tutti i paesi».

Noi sappiamo su quale equivoco giocano i confederali: sul comma seguente che dice: «condannare tutti i tentativi tendenti a far uscire gli elementi di avanguardia dalle organizzazioni sindacali esistenti».

Ma ciò – l’abbiamo ripetuto fino alla noia – si riferisce alle organizzazioni locali e nazionali, e non può essere applicato alla Internazionale Sindacale.

Quando una organizzazione nazionale dei sindacati vuol aderire a Mosca, deve lasciare Amsterdam e i congressi come quello di Londra.

Nel firmare la convezione ha D’Aragona dichiarato che la Confederazione italiana intendeva andare a Londra!

Si vuole ancora un documento!

Lo trarremo dal testo del discorso pronunziato da Zinoviev a Mosca quale relazione alle tesi sulle condizioni di ammissione.

«Il Comitato Esecutivo della Internazionale Comunista ha posta già da sei mesi la questione della creazione di una Associazione internazionale dei sindacati rossi, come contrappeso alla associazione dei sindacati gialli, «socialdemocratici» e «liberi» … La questione dell’alleanza internazionale dei sindacati rossi non è facile a risolvere in sé. Noi siamo contro (il corsivo è nel testo) la partecipazione al Comitato Centrale dell’Associazione Internazionale dei sindacati gialli di Amsterdam.

Ma noi siamo per la partecipazione dei comunisti e dei loro amici ai congressi internazionali dei sindacati d’una industria o d’una professione, perché questi ultimi congressi internazionali sono ancora strettamente uniti alle masse operaie».

Il Congresso a cui vanno D’Aragona e Baldesi è strettamente unito … alla borghesia e alla controrivoluzione.

***

Abbiamo dunque stabilito la prima contraddizione: i rappresentanti della Confederazione del Lavoro Italiana si pongono su di una base falsa, portando a Londra la convenzione di Mosca, quando la sola andata a Londra infrange quel patto da loro firmato. Essi scrivono, prima di citare il loro atto di adesione a Mosca, che la Internazionale sindacale deve avere un programma politico, che questo non può essere che quello propugnato dal Socialismo Internazionale.

Essi propongono una intesa chiara e precisa con i Partiti Nazionali che agiscono sul terreno della lotta di classe.

Purtroppo (!) in questo momento (sic) a causa della guerra (sono le loro parole) i partiti socialisti sono divisi in due Internazionali. Niente imbarazzo: se Mosca pone delle condizioni precise ai partiti, esse non impegnano i sindacati operai!!

cosa vuol dire ciò! Che tutta la Internazionale gialla convenuta a Londra, mentre conserverà i rapporti coi partiti socialdemocratici della II Internazionale dovrà aderire a Mosca?! e potrà aderirvi?! Vana domanda, poiché mai l’opportunismo centrista uscirà dal campo del dubbio e dell’equivoco.

Le condizioni perché i Sindacati operai aderiscano a Mosca ci sono e non si può fingere di ignorarle. Ricordiamo dove esse sono formulate:

1° Nella stessa convenzione che stabilisce i principii programmatici della nuova associazione rivoluzionaria di classe, della Terza Internazionale sindacale, che deve spiegare tutta la sua forza per il trionfo della rivoluzione sociale e della Repubblica universale dei Soviet, e oppone alla dittatura della borghesia la dittatura del proletariato sola capace di rompere le resistenze degli sfruttatori, di assicurare e consolidare la conquista del potere da parte del proletariato.

I nostri relatori hanno firmato queste affermazioni di principio. Ma poi nella relazione dichiarano colla più grande disinvoltura: «sullo svolgersi della rivoluzione russa, sulla dittatura del proletariato, si possono fare tutti gli apprezzamenti corrispondenti al proprio temperamento e alla propria speciale mentalità». Si può fare il proprio porco comodo: tanto Mosca non impone condizioni ai sindacati!

2° Altre condizioni invece sono quelle delle tesi del Congresso internazionale comunista, soprattutto in quanto riguarda la dipendenza dei sindacati dai partiti comunisti (Tesi sul compito del partito, 8 e 10, tesi sulla questione sindacale, statuto dell’Internazionale art. 14). la convenzione tra i sindacati accettava preventivamente «le condizioni che saranno stabilite dal congresso».

Queste condizioni tattiche consistono principalmente nella stretta unione Internazionale dei Sindacati e nella direzione di essi da parte dei partiti Comunisti. Ma, ripetutamente, i relatori D’Aragona e Baldesi fanno le affermazioni nettamente opposte: autonomia dei sindacati dei singoli paesi nel seno dell’Internazionale, intesa su di un vago programma (lotta di classe! socializzazione dei mezzi di produzione!) coi partiti socialisti – E poi: adesione a Mosca, ma conservando il diritto di pensare e di operare proprio come prima! Nel modo staffilato a sangue da tutte le dichiarazioni della Internazionale Comunista!

***

La Terza Internazionale sindacale deve essere costituita per l’azione rivoluzionaria del proletariato, diretta dalla Internazionale politica. Ma secondo i nostri due ineffabili relatori, la preparazione rivoluzionaria è costituita da un programma veramente chiaro e preciso: l’azione internazionale in appoggio dei movimenti rivoluzionarii. Magnifica formula! e meraviglia di tattica!

Vedete, essi dicono, dimenticando le dichiarazioni di principio della convenzione stampata a lato, non si tratta di fare la rivoluzione alla russa. Ciò potrebbe, ad esempio in Italia, essere di danno alla stessa rivoluzione russa e alla sua lotta (!!). Si tratta solo di proclamare che il movimento internazionale proletario sarà solidale con qualunque rivoluzione fatta … a casa degli altri. Senza sottilizzare. Non è che possa distinguersi fra rivoluzione democratica, socialdemocratica o bolscevica. Avvenuta una rivoluzione qualsiasi si deve appoggiarla perfino collo sciopero delle industrie più vitali.

Ecco una soluzione brillante dello scabroso problema dell’azione rivoluzionaria, non ci daremo pensiero di fare la rivoluzione, che potrebbe spiacere ai buoni e degni alleati di Amsterdam e Londra.

Ma se per accidente essa scoppia in qualche punto … noi, dall’estero, le appoggeremo, previo un formidabile ordine del giorno di solidarietà.

O nella guerra, di grazia, tra Russia e Polonia, chi si doveva dunque appoggiare: la rivoluzione russa bolscevica o quella polacca socialdemocratica! Ci par di sentire il sommo sociologo Baldesi risponderci: Via … non sottilizzate!

Ma ci pare d’aver detto anche troppo per dimostrare quanto di equivoco e di contraddizione v’è nel documento veramente singolare che abbiamo esaminato esaurientemente.

Il gioco è talmente volgare che non solo noi siamo sicurissimi che la Internazionale comunista lo sventerà sconfessando – come ha già fatto più volte – l’opera e le persone dei varii D’Aragona, ma che la stessa accolta socialriformista di Londra saprà fare il suo lavoro di collaborazione colla borghesia e di sabotamento della rivoluzione, senza osare un trucco così sfacciato, riconoscendosi e dichiarandosi il contraltare di Mosca e dell’Internazionale rivoluzionaria. E potremo ancora una volta concludere che l’opportunismo centrista è molto peggiore di quello di destra: più pericoloso e più nauseante.

Lo sviluppo della rivoluzione mondiale e la tattica del comunismo Pt.7

Nei paesi dell’Intesa, dove il dominio del capitalismo è tuttora inconcusso, noi vediamo la prima fase della dissoluzione di esso, come a dire l’introduzione di tale processo dissolutivo, sotto forma di un’intrattenibile discesa della produzione e della valuta, di un’ondata di scioperi e di una forte ripugnanza al lavoro da parte del proletariato. La seconda fase, il periodo della controrivoluzione, cioè del dominio politico della borghesia in piena età rivoluzionaria, significa completo sfascio economico; noi la possiamo studiare meglio che altrove in Germania e nella rimanente Europa centrale. Se immediatamente dopo il rivolgimento politico fosse subentrato un sistema comunista, allora, anche ad onta dei trattati di Versailles e di St. Germain, ad onta dello esaurimento e della miseria, avrebbe potuto incominciare una ricostruzione organica. Ma gli Ebert-Koske non pensavano alla ricostruzione organizzata più dei Rennen-Bauer: essi lasciaron mano libera alla borghesia, e considerarono come unico loro compito quello di reprimere il proletariato. La borghesia agì, cioè ciascun borghese agì come comporta la sua natura borghese; ciascuno pensava solo a fare il maggior profitto possibile, a salvare per sé personalmente dal disastro ciò che vi era ancor da salvare. Certo, nei discorsi e nei manifesti si parlava della necessità di restaurare con ordinato lavoro la vita economica, ma ciò s’intendeva solo per gli operai, onde ammantare loro con belle frasi la dura coercizione al lavoro intensivo nonostante il loro esaurimento. Naturalmente, nessun borghese in realtà si preoccupava della ricostruzione come generale interesse del popolo, ma solo dal punto di vista del suo personale guadagno. Dapprima, come nella preistoria, il mezzo più importante per arricchirsi fu il commercio, giacché la discesa della valuta diede opportunità di vendere all’estero tutto ciò che sarebbe stato necessario per la ricostruzione economica, anzi per la semplice esistenza delle masse – materie prime, generi alimentari, prodotti, mezzi di produzione, e infine le stesse fabbriche e i titoli di proprietà. In tutti gli strati borghesi dominò l’usura, favorita dalla sfrenata corruzione della burocrazia. E così tutto ciò che era avanzato dell’antica ricchezza, e che non dovette esser consegnato come indennità di guerra, fu inviato all’estero dai «dirigenti della produzione». E in maniera consimile entrò in scena nel campo della produzione la brama di profitto privato, che distrugge la vita economica con la sua indifferenza verso il bene comune. Per imporre ai proletari il lavoro a cottimo e il prolungamento dell’orario di lavoro, o per liberarsi degli elementi proletari ribelli, essi vennero serrati e le fabbriche fermate, senza preoccuparsi del ristagno che ciò produceva in tutta l’industria. A tutto ciò si aggiunse la inettitudine della direzione burocratica delle aziende statali, che divenne completa infingardaggine giacché mancava dall’alto la poderosa mano del Governo. Ritornò in onore la limitazione della produzione, cioè l’antico mezzo primitivo per rialzare i prezzi, inattuabile in grazia della concorrenza quando il capitalismo è in fiore. Nelle notizie di borsa il capitalismo sembra rifiorire, ma gli alti dividenti rappresentano soltanto lo sperpero degli avanzi del patrimonio generale e vengono dissipati in lusso. Ciò che si osserva negli ultimi anni in Germania non è cosa casuale, ma l’effetto del carattere generale della borghesia come classe. L’antico scopo di essa è e fu sempre il profitto personale ma mentre in periodi normali del capitalismo quest’impulso mantiene in azione la produzione, nel capitalismo morente esso causa la totale distruzione dell’economia. E quindi la stessa cosa avverrà in altri paesi; una volta che la produzione sia scompaginata sino a un certo grado, e che la valuta sia scesa fortemente, allora se si lascia libera strada alla brama di guadagno della borghesia – e questo è il significato del dominio politico della borghesia sotto la larva di qualsiasi partito non comunista – il risultato sarà ugualmente la completa rovina dell’economia.

Le difficoltà di ricostruzione, cui in tali circostanze si vede esposto il proletariato europeo, sono immensamente maggiori, che non fossero in Russia: solo la posteriore devastazione delle forze produttive operata da Kolciak e da Denikin ne può dare una pallida idea. Il proletariato non può aspettare che sia instaurato un nuovo ordinamento politico, ma deve iniziare la ricostruzione già durante il corso del processo rivoluzionario, giacché dovunque esso si impadronisca del potere deve subito attuare la messa in ordine della produzione, e sopprimere il potere d’imperio della borghesia sugli elementi materiali della vita. Il controllo di fabbrica può servire a sorvegliare nelle sedi di lavoro l’impiego delle merci, ma è evidente che esso non può farsi padrone di tutti gli artifizi che la borghesia può compiere a danno della comunità. A tal fine è necessario tutto il potere politico armato e il severo impiego di questo. Dove gli usurai senza alcun riguardo al benessere comune saccheggiano il bene del popolo, dove la reazione armata assassina e distrugge alla cieca, il proletariato deve entrare in azione senza riguardi e lottare per difendere il bene comune, la vita del popolo.

Sono così grandi le difficoltà della riorganizzazione di una società completamente distrutta, da apparire inizialmente insuperabili, così da essere assolutamente impossibile stabilire in precedenza un programma di ricostruzione. Ma esse devono essere superate, e il proletariato le supererà con l’illimitato spirito di sacrificio e di abnegazione, con l’infinita forza d’anima e di spirito, con le immense energie morali e psichiche, che la rivoluzione è capace di destare nel suo corpo indebolito e martirizzato.

Due questioni vanno esaminate brevemente. La questione degl’impiegati tecnici dell’industria offrirà difficoltà solo temporaneamente, perché, sebbene essi abbiano mentalità assolutamente borghese e sieno profondamente ostili a una signoria proletaria, finiranno tuttavia per sottomettersi. La messa in azione del traffico e dell’industria sarà soprattutto una questione di apporto di materie prime; e tale questione coincide con quella dei mezzi di sussistenza. Quella dei viveri è la questione centrale della rivoluzione nell’Europa occidentale, giacché la relativa popolazione fortemente industrializzata non poteva vivere neppure sotto il capitalismo senza importare dall’estero. Ma la questione dei viveri nella rivoluzione è legata nella maniera più stretta all’intiera questione agraria, e i principii di una organizzazione comunista dell’agricoltura debbono già aver influenza sui provvedimenti destinati durante la rivoluzione a fronteggiar la fame. I beni dell’aristocrazia terriera (junkers), la grande proprietà fondiaria è matura per l’espropriazione e la coltivazione collettiva; i piccoli contadini saranno liberati da ogni sfruttamento capitalista e guidati sulla via d’una coltivazione intensiva con tutti i mezzi dell’aiuto statale e della cooperazione; il contadiname medio, che, per esempio, nella Germania occidentale e meridionale possiede la metà del suolo, ed è di sentimenti fortemente individualisti e quindi anticomunisti, ma si trova in una posizione economica ancora inattaccabile, sarà inquadrato nella cerchia dello intiero processo economico mediante l’organizzazione dello scambio dei prodotti e lo incremento della produttività – soltanto il comunismo introdurrà nell’agricoltura quell’evoluzione verso una superiore produttività e quell’eliminazione dell’individualismo, che nell’industria sono state determinate dal capitalismo. Da ciò risulta, che gli operai devono considerare i grandi proprietari fondiari, come classe nemica, i lavoratori della terra e i piccoli contadini come loro alleati nella rivoluzione, mentre non hanno alcun motivo di farsi nemici i contadini medi per quando possano essere pregiudizialmente ostili. Ciò significa, che sino a tanto che non sia attuato un regolare scambio di beni, nel primo caotico periodo, non possono effettuarsi requisizioni di derrate alimentari presso questo elementi contadineschi, come pareggiamento assolutamente inevitabile della fame tra città e campagna. La lotta contro la fame va condotta principalmente mediante importazioni dall’estero.