International Communist Party

Il Partito Comunista 104

L’epilogo borghese della rivoluzione cinese si legge nel suo passato Pt.22

La necessità di aumentare il passaggio di plusvalore dall’agricoltura all’industria

L’anno 1962, sia per il migliore andamento delle condizioni atmosferiche che per le rettifiche apportate alla politica economica del regime, fu l’inizio della risalita dell’intera economia cinese che marciò al passo di un incremento annuo del 10-15% fino al 1966, anno di inizio della Rivoluzione Culturale.

I prodotti agricoli raccolti sui terreni privati dei contadini (soprattutto legumi) e l’uso sempre più esteso di “stimoli materiali” fra le squadre di produzione, contribuirono in maniera determinante all’aumento della produzione agricola ed al miglioramento della situazione alimentare nelle città. A partire dal 1964 infatti,l’approvvigionamento delle città si normalizzò, le razioni dei cereali ritornarono sufficienti e assicurate in modo regolare (13-15 kg. al mese per funzionari ed impiegati; da 15 a 24 kg. per gli operai); così per gli olii vegetali, mentre fu ripresa la libera vendita di carne, pesce, uova, burro e lardo, questi ultimi però a prezzi alti. Riguardo invece l’industria, la cessazione della costruzione di nuovi stabilimenti, la chiusura di numerose imprese che non potevano essere approvvigionate di materie prime, favorìsu una base ristrettaun notevole miglioramento della quantità della produzione specialmente per i beni di consumo, richiesti da un commercio che si animava dopo il buio Biennio 1960-61 in cui regnava l’imperativo sopravvivere.

Ed il riaggiustamento economico reimponeva al regime di affrontare il difficile problema dell’espansione industriale, possibile solo con un’accresciuta disponibilità di materie prime, di derrate alimentari per una mano d’opera più numerosa, e di prodotti agricoli da scambiare commercialmente con attrezzaggio industriale che non poteva essere prodotto in Cina, se non a prezzi molto elevati.

La penuria cronica delle risorse da destinare all’indispensabile investimento industriale, la dipendenza di questo dall’agricoltura, implicava necessariamente che lo Stato esercitasse un controllo diretto sull’economia dispersa dei contadini, proprio al fine di assicurare un drenaggio centrale di tutte le risorse disponibili ed utilizzabili.

Ed il ristabilimento di questo controllo centrale delle forze produttive fu il punto fondamentale della risoluzione del X Plenum del CC del PCC, su cui ci siamo già soffermati, come del Movimento di Educazione Socialista che, dal 1963 ai 1965, si dispiegherà in tutta la Cina, segnatamente nelle campagne perché proprio lì era sfuggito dalle mani dello Stato il controllo della produzione, proprio lì era necessario rivoluzionare le menti degli uomini per subordinarli agli interessi anonimi dell’accumulazione capitalistica.

Come abbiamo già visto, dopo il fallimento del Grande Balzo in Avanti, il regime aveva operato una radicale riorganizzazione delle Comuni e delle Brigate, ridando spazio e vigore alle attività e alle “proprietà” private dei singoli contadini, unico modo per risollevare le sorti dell’economia ed anche per impedire che malcontenti e disordini si generalizzassero nelle campagne minacciando oltre che di ammorbidire i quadri locali, la stessa integrità statale.

Ora, a prescindere dalle proposte di molti dirigenti del PCC favorevoli ad una maggiore estensione delle attività private dei contadini, Stato e Partito si rendevano ben conto che le sorti dell’industrializzazione dipendevano da un ristabilimento del controllo dei “quadri” sul surplus di prodotti agricoli nuovamente disponibili. Controllo che solo l’autorità dei quadri locali poteva assicurare, tanto era debole la leva degli scambi mercantili.

Per questo il Plenum aveva rilanciato il “movimento rivoluzionario di base”, per questo aveva fatto appello alla lotta contro il burocratismo ed il caporalismo dei quadri locali, per questo aveva di nuovo prospettato una mobilitazione in favore della produzione, obbiettivi iniziali che vedevano d’accordo tutti i massimi dirigenti ma che pure saranno causa di futuri aspri contrasti, come ben conferma la “Risoluzione su qualche questione della nostra storia”.

Se infatti le necessità dell’accumulazione per l’accelerazione dello sviluppo economico richiedeva la garanzia del passaggio di un flusso di surplus dall’agricoltura al settore industriale, il problema era come ottenere questo risultato in un momento in cui lo svolgersi della situazione aveva scosso la capillare organizzazione dei quadri locali dipendentitramite il Partitodallo Stato; qui si romperà l’intesa dei vari gruppi del PCC uniti negli appelli del X Plenum.

«Il movimento di educazione socialista che si sviluppa dal 1963 al 1965 in una parte delle regioni rurali ed in un piccolo numero di officine nelle città, contribuì al miglioramento dello stile di lavoro dei quadri, nel rafforzamento della gestione economica e in altri campi; ma questi problemi di carattere differente, furono considerati come risultato della lotta di classe o come manifestazione di questa nei ranghi del Partito».

Il Movimento di Educazione Socialista

Il primo manifestarsi del Movimento di Educazione Socialista si ha con una istruzione in dieci articoli: Decisione del CC del PCC su certi problemi di lavoro nelle regioni rurali (progetto), del 20 maggio 1963.

Il quadro descrittovi era quanto mai allarmante: «In certe comuni i vecchi agrari ed i contadini ricchi sono riusciti a corrompere in diversi modi i quadri, usurpando di fatto la direzione e penetrando persino nelle istanze più alte. Hanno rimesso in vigore le leggi feudali dei clan e si servono della religione per abusare delle masse».

E tale “restaurazione” veniva descritta come naturale, “le tendenze spontanee del capitalismo nelle campagne”, per la persistenza delle vecchie idee e per la debolezza e la complicità di molti quadri, spiazzati dal corteggiamento che il regime aveva eseguito nei confronti degli elementi produttivi, causa la passata grave penuria alimentare.

Per questo era necessario rompere la “coesistenza pacifica nelle campagne”, esortare all’organizzazione e alla lotta i vecchi contadini poveri e medio-poveri, che erano quelli che più avevano a dolersi del degenerato rapporto fra quadri e base, fra governatori e governati.

Intorno alle nasciture organizzazioni contadine si dovevano stringere le masse per procedere alle necessarie ristrutturazioni, alle “quattro pulizie”, «nella contabilità, nell’inventario delle risorse, nell’utilizzazione della proprietà pubblica e nella registrazione dei punti di lavoro».

Ai quadri fu ingiunto di partecipare seppur in misura diversa, al lavoro manuale, richiesta che riguardava quadri rurali e cittadini; l’ingiunzione derivava, più che da un imperativo economico, da preoccupazioni ideologiche e morali, i funzionari di qualsiasi livello dovevano dar prova di sollecitudine per la risoluzione dei prosaici problemi dei campi e delle fabbriche.

Il 95% dei quadri venivano giudicati “buoni” o recuperabili, se confessavano colpe ed errori, e tempo due, tre anni di “movimento di risanamento” il regime contava di riprendere il pieno controllo delle campagne senza danneggiare l’andamento dei raccolti.

Dalla primavera del 1963, i quadri rurali saranno quindi oggetto di incoraggiamenti come di sanzioni, lodi ai migliori portati ad esempio ma anche continui inviti a “non guardare i fiori dall’alto del cavallo” tanto che, specialmente nel 1964, purghe ed epurazioni guarderanno poco per il sottile.

Un problema non semplice sarà invece la costituzione, peraltro minima, delle associazioni di contadini poveri e medi che secondo “l’istruzione in dieci punti” del maggio 1963, ispirata da Mao, doveva sconfiggere burocratismo e caporalismo per riaffermare i vecchi entusiasmi rivoluzionari delle collettivizzazioni.

Lo stesso sinologo maoista G. S. Karol, una fonte quindi non sospetta, dovette poi riconoscere che era difficilissimo distinguere i vecchi contadini poveri e medio poveri, quando fra i nuovi “ricchi” c’erano ormai tutti, comprese famiglie un tempo poverissime, e quando la Riforma Agraria, la Collettivizzazione e la Comunalizzazione avevano livellato enormemente le condizioni di esistenza dei contadini.

Era più la differenza fra Comune e Comune per la diversa dislocazione e fertilità del terreno, che quella che esisteva all’interno di una squadracorrispondente il più delle volte ad un villaggio – fra un contadino povero ed uno ricco, differenziazione che non poteva poggiare su considerazioni produttive o sociali.

Le correzioni di Ping Zhen

Considerazioni propagandistiche daranno però un peso enorme a queste associazioni, dalla vita breve ed effimera, per il loro contributo nella lotta contro gli egoismi individuali e familiari, esaltando il loro attaccamento al Partito e allo Stato per la consegna di quote maggiori di cereali agli ammassi statali o per la rinuncia alla loro economia privata.

Questa prima istruzione sarà ripresa, nel settembre 1963, da un secondo progetto “I dieci punti corretti”, ispiratadiranno i testi della Rivoluzione Culturaleda «un alto responsabile del Partito che agisce sempre in connivenza con Liu Shaoqi», Peng Zhen secondo la successiva Autocritica di Liu.

I “dieci punti corretti” ammonivano «i quadri che hanno mangiato troppo» a rimborsare ai loro compagni il valore corrispondente al cibo «illegalmente consumato», ma subito aggiungevano che «bisogna essere indulgenti verso coloro che si sono arricchiti ma senza far danno alla collettività ed allo Stato», clemenza che dipendeva dalla relatività del termine “arricchito”: «il nuovo ricco è colui che si è comprato la bicicletta» o «ha mangiato meno frugalmente».

I “dieci punti corretti” scandivano anzi, che occorreva passare sopra alle piccole irregolarità che molti contadini avevano commesso speculando per aiutare i parenti o che avevano messo insieme una piccola fortuna ma che accettavano di non speculare più, che era inutile prendersela con i contadini sensibili agli incentivi del guadagno. Se guadagnavano di più era perché producevano di più e di questo tutta la collettività ne traeva vantaggio; il principio della remunerazione secondo il lavoro non andava rimesso in causa e non poteva essere castigato chi vi ricorreva.

Come quindi gli incentivi materiali conservavano tutta la loro importanza, pur non nominando mai il secondo progetto la formula “san-zi-yi-bao», era pure sparito ogni riferimento alla formazione di associazioni di contadini poveri e medi, segno che le necessarie epurazioni e purghe, mai negate da Liu Shaoqi, da Deng Xiaoping e da Peng Zhen, dovevano avvenire sotto il controllo stretto dell’organizzazione di partito, lasciando alle masse ben poca spontaneità.

Delle associazioni di contadini, propagandate nell’estate 1963 su tutta la stampa, si perse quindi la traccia e con esse era sparita la richiesta di Mao di una “spinta dal basso”, indicazioni e propositi sostituiti da quelli d Peng e di Liu fautori di un controllo diretto del partito sulla produzione e di un ristabilimento della sua autorità. Dissidio che travalicava la questione in sé ma che riandava alle idee ispiratrici del Grande Balzo in Avanti in cui tutto era demandato alla “volontà delle masse”, trasposizione in campo economico delle “esperienze” guerrigliere degli anni Trenta con lo sparuto esercito rosso che riuscì a resistere ad un nemico di molto superiore solo contando sulle sue forze, sulla sua coesione morale frutto di una vita austera e spartana in cui partito, esercito e contadini si identificavano.

L’accelerazione delle purghe fra i quadri rurali

Nel settembre 1964, quindici mesi dopo il lancio delle “4 pulizie”, si ha una brusca accelerazione del processo di epurazione dei quadri rurali. L’accelerazione seguiva la revisione dei “10 punti corretti”, ispirata da Liu Shaoqi e da sua moglie Wang Guang-mei. Liu aveva ispezionato le campagne dell’Hunan nell’agosto 1964 per poi convocare a Pechino molti responsabili provinciali, ed i resoconti su come si sviluppava la situazione nelle regioni rurali lo convinsero che il movimento delle “4 pulizie” non era sufficientemente intenso e approfondito, ma che solo con difficoltà avanzava nell’immenso mondo rurale, tanto che in quindici mesi aveva appena interessato un terzo dei 5 milioni di villaggi esistenti. Liu dirà, nella sua Autocritica, che si convinse che il movimento era fallito.

Già Mao, in un discorso del 18 agosto 1964, aveva dichiarato che: «Nel nostro Stato, oggi, circa un terzo del potere è nelle mani del nemico. Dopo 15 anni controlliamo i 2/3 del paese. Oggi puoi comprare un segretario di sezione (del partito) con qualche pacchetto di sigarette, se non vuoi arrivare a dargli una figlia».

A Liu, arrivato pure lui alle stesse conclusioni, capitò di peggio. Dirà nel settembre 1964: «A mio parere, il potere direttivo di un buon terzo dell’intero paese è nelle mani del nemico (…) Quando mi recai nell’Hunan per prendere contatto con i quadri a livello di base essi mi scacciarono (…) Anche se abbiamo riportato qualche successo nel movimento delle 4 pulizie, tuttavia non abbiamo svolto un lavoro sufficientemente approfondito ed integrale, siamo ancora fuori dalla porta».

La moglie di Liu, Wang Guang-mei, fu ancora più esplicita, secondo le dichiarazioni attribuitele dalle pubblicazioni delle Guardie Rosse: «Quando Wang Guang-mei si recò a Taoyuan ripeté le solite vecchie storie di suo marito. Essa definì guardie nere e ruffiani i membri delle formazioni di classe dei villaggi e, analizzando le associazioni dei contadini poveri e medio poveri a Kaochen, disse: “Ecco qui tutta la vecchia banda di Wang Fen-kan; molti di loro erano con lui nell’esercito fantoccio e molti altri erano banditi e membri delle società segrete. Troppe persone hanno gravi deficienze nella loro storia personale. Per quanto si insegni ai contadini poveri e medi, non c’è quasi nessuno di loro che sia esente da difetti. Gli unici puri sono alcuni giovani (…) Banditi, membri del Guo-min-dang, soldati dell’esercito fantoccio, grossi banditi, vecchi preti, non vi è praticamente nessuno al di là dei 35 anni che abbia delle buone qualità (…) Cercate finché volete, ma difficilmente troverete dei contadini poveri e medi che siano senza difetti. Non potrete trovare nessun quadro di partito che lavori bene, che abbia delle origini sociali oneste e che sia rispettato».

C’è da credere che il quadro descritto da Liu e dalla moglie, indirettamente confermato da Mao, corrispondesse alla realtà, tanto era stata, negli anni 1961-63, la libertà di azione dei “vecchi contadini e di coloro che hanno esperienza produttiva”. Il regime quindi, con l’avvicinarsi dell’inizio del 3° piano quinquennale (1 gennaio 1966) che ribadiva l’importanza del settore agricolo per la fornitura del surplus necessario al programma di industrializzazione, non si poteva più permettere quella passività pragmatica del periodo della ripresa economica.

Liu, in difesa degli obbiettivi di accumulazione, senza chiudere con la politica economica dei mercati liberi e dei terreni privati, si apprestava a ristabilire una rete fidata di quadri di partito, preludio indispensabile per esercitare qualsiasi pressione politica nei confronti dei contadini, per anni solamente “controllati” attraverso il ricorso agli incentivi materiali, l’allettamento del guadagno attraverso uno scambio favorevole dei prodotti agricoli con lo Stato o sui mercati liberi.

Non fidandosi per niente delle associazioni dei contadini, considerate facilmente corruttibili, Liu propose drastiche misure di attuazione delle “4 pulizie”. La nuova direttiva raccomandava infatti che un trattamento molto duro fosse riservato a quei quadri che si erano macchiati di colpe e di disonestà, e che fossero conferiti i massimi poteri alle “squadre di lavoro» inviate dal centro, che avevano il compito di dirigere e sorvegliare un movimento che si stimava dovesse durare cinque o sei anni.

Che l’accelerazione fosse stata brusca si rileva anche da una dichiarazione di An Ziwen, direttore del dipartimento Organizzazione del CC, nel settembre 1964:

«Questo è il movimento socialista più profondo e di maggior portata da quando il partito prese il potere; è la migliore scuola per educare e temprare quadri, per preparare chi ci succederà nel compito di realizzare la rivoluzione proletaria».

Lasciamo ad An Ziwen, futuro sconfitto della Rivoluzione Culturale, la sua enfasi su una pretesa rivoluzione proletaria che di ben altro si trattava, cioè del contraddittorio processo di sviluppo di un capitalismo nazionale; è certo però che il movimento di purga fu esteso e duro, penetrando in pochi mesi in tutti i settori, nelle regioni rurali come nelle città, come era nelle intenzioni di Liu.

Mao frena Liu Shaoqi

Solo i successivi avvenimenti dell’anno 1965 faranno sì che lentamente la purga si placasse per poi terminare con il primo semestre del nuovo anno apertosi, il 14 gennaio, con una nuova Conferenza Nazionale di Lavoro del CC del PCC che farà circolare – sempre solamente fra i quadri – un quarto documento, questa volta elaborato da Mao, in 23 articoli, titolato: “Certi problemi attuali sollevati dal Movimento di Educazione Socialista nelle campagne”.

In seguito, dopo la loro affermazione, i maoisti dichiareranno che questi “23 articoli” furono stilati per contrastare i “10 punti” elaborati da Liu, che erano di “sinistra nella forma ma di destra nella sostanza”, sabotavano il Movimento di Educazione Socialista perché attaccavano quadri fedeli e rivoluzionari, ed anche quando incitavano a smascherare i disonesti ed i corrotti lo facevano pilotando e limitando il malcontento delle masse.

Sempre secondo successive dichiarazioni delle Guardie Rosse, la pubblicazione dei “23 articoli” segnò il fallimento della linea di Liu, boicottata fin dall’inizio dalle masse e dai contadini. Bando alle frottole: tutti i vari progetti sul Movimento di Educazione Socialista rimasero, fino all’XI Plenum del 1-12 agosto 1966 quando l’ennesima Conferenza si eleverà al rango di Plenum solamente dei progetti e mancarono di qualsiasi “imprimatur” ufficiale. Solo allora, si ebbe nel CC una maggioranza solida e decisa che bocciò o promosse i progetti passati, secondo chi era stato l’estensore.

Che nel gennaio 1965, i “23 articoli” non invertissero nessun corso, lo indicano altri fatti, dalla conferma di Liu Shaoqi alla Presidenza della Repubblica da parte della III Assemblea Popolare sempre in quel gennaio, alle interviste del 1970 con Show di Mao, in cui il vegliardo dichiarò che solo dopo la presentazione dei “23 articoli” capì che Liu andava battuto, segno indiscutibile che sia Liu che l’apparato di partito e di Stato non raccolsero, come già successo nel passato, gli appelli di Mao: frattura questa che posteriormente Mao stesso testimoniò parlando coloritamente del Segretario Generale Deng Xiaoping, il 24 ottobre 1966:

«Deng è duro di orecchi, ma nelle riunioni si sedeva sempre lontano da me. Nei cinque anni successivi al 1959 non mi ha mai fatto alcun rapporto sul suo lavoro. Per il lavoro della segreteria si rivolgeva solo a Peng Zhen».

Il documento riprendeva e prolungava il primo progetto in “10 punti” del maggio 1963, mettendo ancor più in evidenza l’asprezza della lotta di classe che si stava sviluppando nelle campagne. Già la presentazione ammoniva che «l’essenziale nel movimento in atto è cacciare coloro che pur occupando posizioni d’autorità nel partito seguono la via capitalistica. Questo è necessario per consolidare e sviluppare le posizioni del socialismo nelle città e nelle campagne. I responsabili che hanno preso la via del capitalismo si tengono nascosti fra le quinte, anche se in certi casi appaiono sul proscenio».

L’articolo 1 insisteva sull’affermazione che lo stesso partito era da considerarsi, in parte, passato al nemico e certo l’affermazione suonava come minaccia per tutti coloro che non sostenevano direttamente Mao, oltre ad essere una risposta chiara a Liu che contava sulla struttura di partito per ristabilire un controllo centrale degli sparsi villaggi contadini: «Nelle nostre città esiste una lotta di classe che è molto grave e acuta. Dopo la trasformazione socialista di base della proprietà, certi nemici di classe ostili al socialismo vogliono servirsi dell’ “evoluzione pacifica per ristabilire il capitalismo. Tale lotta di classe si è necessariamente riflessa nel partito. La direzione di un certo numero di Comuni, Squadre, Unità si è corrotta o vi sono state infiltrazioni negative, il nostro lavoro incontra molti problemi nel suo cammino»,

L’articolo 2 era ancora più esplicito: «Si tratta di rettificare ed epurare quelli che, detenendo l’autorità nel partito hanno imboccato la via del capitalismo, alcuni dei quali sono collocati molto in alto e hanno tolta la maschera, rivelato la loro vera natura».

L’articolo 5 traeva le conclusioni organizzative di questo passaggio, armi e bagagli, nel campo capitalistico di alti dirigenti, si indicava infatti la creazione di nuovi gruppi dirigenti, frutto di una triplice alleanza fra masse, quadri e gruppi di lavoro, per sollevare con coraggio le masse senza pretendere di controllarle dall’alto.

L’articolo 9 faceva persino appello alle armi: «Là dove il potere è detenuto da quadri che si sono resi colpevoli di fatti gravi, bisogna impadronirsi a viva forza del potere; in caso di necessità, se le milizie locali non sono fidate, bisognerà disarmarle e passare le loro armi ai contadini poveri e medio poveri».

Le bellicose dichiarazioni fecero un clamoroso fallimento. Finché la Campagna di Educazione Socialista continuò, continuò con i metodi proposti da Liu, dall’alto insomma, ed i contadini poveri e medio-poveri, classificazione quanto mai artificiosa, non presero nessun potere né epurarono nessun quadro corrotto o disonesto; figurarsi se aveva invece semplicemente imboccato la via del capitalismo che è e rimane quella dei contadini. Solo le “squadre di lavoro” di Liu moralizzarono ed epurarono i quadri rurali, cercando di dare nuovo lustro all’amministrazione delle produzioni e dello Stato. Per il resto, i contadini invocati da Mao continuarono tranquillamente a coltivare terre collettive e terre private, disposti a traffici ed a commerci ma non al sollevamento proposto da Mao, tanto che, solo dopo le rivelazioni delle Guardie Rosse, i meno fessi poterono incominciare a districarsi nella intricata matassa dei fatti, dei progetti, delle dichiarazioni di questo e di quello, di cui allora ben poco si seppe.

Il contadino cinese esaurisce il suo giovanile vigore borghese

La clamorosa cilecca del Movimento contadino evocato a più riprese da Mao, particolarmente con i “23 articoli”, va al di là del fatto in sé.

Il fallimento, che di fallimento si tratta, va esteso alla prossima Rivoluzione Culturale: giusto il quadro fin qui descritto a più mani, quelle di Liu, di sua moglie e di Mao, di un capitalismo marciante nelle campagne, l’eventuale riscossa “socialista” avrebbe dovuto far piazza pulita degli “elementi capitalistici” suscitando la rivolta delle masse povere dei contadini.

Ma invece, la lotta politica si sposta sul terreno della “Cultura”, i “23 articoli” quietano anche le purghe di Liu, le masse contadine rimangono immobili come le montagne tante volte protagoniste delle favolette di Mao, e le stesse Guardie Rosse che pure sciameranno a milioni nelle campagne si guarderanno bene dall’incitare i contadini a ribellarsi contro i loro “nemici di classe”, forse perché preoccupate di scansare le dure difese dei contadini alla “proprietà personale”.

Fatti questi che confermano ancora una volta i nostri giudizi sulla rivoluzione cinese e sulla base di classe dello Stato di Pechino: rivoluzione nazionale borghese che poggia e si sviluppa sullo sterminato mondo contadino che per quasi vent’anni aveva alimentato un esercito capace di muoversi nelle campagne come un pesce nell’acqua. Ma la testa della rivoluzione nazionale è nelle città, anche quando l’esercito del PCC è confinato a Canan in grotte o case di fango.

Nelle città si sviluppa il nazionalissimo movimento antigiapponese e le città tolgono al Generalissimo Jiang Jieshi il loro appoggio. Le armate della campagna guidate dal PCC conquistano le città, ma, nella lunga storia cinese, i “barbari”, talvolta vincitori militari, venivano assorbiti dalla superiore civiltà Han, è il programma delle città a trionfare.

Il regime deve ripagare il sostegno ed il tributo contadino con la Riforma Agraria, ma già nel 1953 cerca di inquadrare le riforme interessanti le campagne nel generale programma di industrializzazione, scopo primo e borghese dello Stato.

Con questo contadini e Stato sono legati a doppio filo e nessuno dei due attori può spezzare impunemente questo legame; i contadini perché sanno bene che la loro condizione precipiterebbe, insieme alle loro piccole ma significative proprietà, se solo si attenuasse l’azione di controllo e di direzione centrale, e lo Stato perché deve pattuire, anno dopo anno, con i contadini le risorse necessarie agli investimenti oltre che alla sua stessa esistenza materiale.

Questo connubio, inevitabile per un regime dichiaratamente borghese, in quelle determinate condizioni nazionali e internazionali, fa sì che ogni misura politica deve preservare la indispensabile produzione agricola, fatto che imponeva molta elasticità nel promuovere qualunque epurazione fra i quadri rurali, come anche molta cautela nel lanciare vasti movimentiproduttivi” come era stato il Grande Balzo in Avanti.

Ed il determinarsi di questo legame segnava pure il passaggio di storiche consegne fra Mao ed i suoi avversari politici che in un lungo arco di tempo andarono da Chen Yun a Peng Dehuai a Liu Shaoqi a Deng Xiaoping, secondo l’aneddotica storica che non vede scontri di forze sociali ma di personalità più o meno illustri, amante dei nomi anche quando sono facilmente confondibili !

Forze borghesi, i contadini arrivano al massimo ad una visione nazionale se riescono a superare i confini locali e piccolo-borghesi della loro produzione, ed è quindi inevitabile il loro attaccamento alla proprietà e alle forze del mercato, anche se in determinate situazioni sono capaci di abbracciare totale egualitarismo di terra e massimo razionamento dei prodotti e del lavoro.

Durante la Lunga Marcia, le guerre seguenti e la fame sconfinata del periodo successivo di Jiang Jieshi, sono questi ultimi i “sentimenti” propri delle masse contadine che ben accettano un “comunismo di guerra” da estrema miseria; ma la successiva, difficile e inevitabile accumulazione di capitale nelle città e nelle campagne fa subito i conti con questi “sentimenti”, inizia l’attaccamento dei contadini a proprietà e produzione, pilastri portanti dello Stato Centrale di Pechino.

L’austerità morale di Mao deve passare la mano, in un processo difficoltoso lungo e contraddittorio, all’efficienza produttiva dei gatti bianchi e neri di Deng, passaggio di consegne che significa che le necessità dell’accumulazione capitalistica non hanno bisogno degli appelli di Mao, tanto utili alla costituzione della Repubblica Popolare Cinese !

Per questo gli appelli di Mao per la sollevazione dei contadini contro i loro avversari identificati nell’amministrazione statale, cadranno nel vuoto e non riusciranno nemmeno a scalfire il connubio Stato-classe contadina, in special modo agitando il collettivismo passato.

Per questo.anticipiamo, sarà l’esercito a temporaneamente dirimere l’inconciliabile dissidio fra il romantico passato della rivoluzione cinese, vivo ancora in Mao, ed il prosaico avvenire del grande Stato giallo che parlava per bocca ora di Chen Yun, ora di Liu ora di Deng.