International Communist Party

Prometeo (III) 1946/I/4

Prometeo incatenato

Al susseguirsi rapido e contraddittorio delle vicende politiche non risponde alcun tentativo di spiegazione reale di queste, ché anzi la stampa di ogni colore si affanna a mettere in luce fatti e fatterelli, più o meno marcatamente a seconda degli interessi particolari, ma sostanzialmente coll’intento di polarizzare gli ormai disattenti sguardi sullo svolgimento apparente delle vicende medesime.

Ciò appare a noi del tutto logico, tanto per le “destre” quanto per le “sinistre” dello schieramento borghese, sia che si tenga conto della loro cosciente volontà di “distrarre” l’avversario sia che si consideri invece la loro istintiva, e necessariamente siffatta, concezione generale dei fatti e degli “atti” umani, politici, economici ecc.

E non si può d’altra parte negare che questa continua presentazione di attriti tra Stati, di giuochi diplomatici, di lotte asperrime tra partiti, di scaramucce parlamentari abbia sortito il suo effetto sostenendo validamente l’azione più concreta, derivante dagli effettivi rapporti di forza, della eliminazione del proletariato dalla scena politica attuale.

Ma a noi spetta evidentemente di fare il punto sulle situazioni politiche e non soltanto con la chiarificazione delle grandi linee su cui si svolgono i processi sociali, ma anche con l’indagine degli avvenimenti, dei quali, attraverso la rigida applicazione del metodo marxista, é necessario rintracciare la reale funzione, onde armare la nostra esperienza ideologica e politica della chiara visione del divenire storico in ogni suo aspetto.  

Abbiamo ora accennato alla eliminazione del proletariato dalla scena politica come al punto focale intorno al quale si delineano i diversi aspetti delle lotte politiche. In realtà questo é il fatto nuovo, fondamentale e caratteristico del moderno stadio di sviluppo della società, la quale, se ha visto marciare insieme borghesia e proletariato nel periodo della rivoluzionaria affermazione sulla precedente struttura feudale, se ha visto, nel periodo d’oro dello sviluppo dell’economia capitalistica, il graduale affermarsi della organizzazione del proletariato, ha infine visto uno sviluppo delle condizioni economiche, sociali e politiche che ha condotto o alla rivoluzione comunista e quindi alla dittatura del proletariato o alla violenta reazione e alla dittatura borghese-fascista.

In altri articoli di Prometeo si è chiarita la necessità storica di queste diverse fasi di sviluppo della società borghese nonché la natura del fascismo e della sua funzione di superamento della struttura cosiddetta democratica. Qui interessa soltanto vedere la peculiarità di determinati aspetti organizzativi della società odierna, parallelamente ai quali il proletariato è stato messo da parte, gli è stata tolta la forza attiva, ad esso non rimanendo ormai che la forza della sua energia potenziale cioè quella della minaccia rappresentata dal suo eventuale ricostituirsi in classe e perciò stesso in partito di classe. Insomma, nel periodo immediatamente seguente alla prima guerra mondiale il processo di accrescimento delle forze proletarie, prima contenuto e immaturo ideologicamente e organizzativamente, avvia concretamente, attraverso la costituzione e l’azione della Internazionale e dei partiti comunisti, la soluzione rivoluzionaria dei contrasti sviluppatisi nel sistema di produzione capitalistico. Il partito del proletariato, in coerenza alla sua concezione della lotta di classe, alla sua intransigenza rivoluzionaria e alla esatta impostazione dei rapporti tra situazioni oggettive e interventi soggettivi, adotta per primo una struttura organizzativa militare nella lotta politica.

La borghesia intuisce che in questo senso deve svilupparsi anche la sua azione ritorce contro il proletariato, moltiplicandola in mezzi e in capacità, l’arma che questi aveva applicato allo sviluppo storico. L’affermazione degli stati fascisti segna esplicitamente questa fase e non ha importanza alcuna il fatto che le borghesie più forti abbiano evitato il ricorso a questi estremi di difesa limitando la loro reazione in rapporto alle ridotte possibilità rivoluzionarie presentate dalla situazione. Il principio organizzativo passava automaticamente nelle mani della classe dirigente d’ogni paese e premeva sul proletariato con altrettanta efficacia di quella dei paesi fascisti.

Si addiviene così ad una situazione nella quale i contrasti insiti al sistema di produzione capitalistico sono generalmente giunti ad un punto critico, e tuttavia ciò non produce la parallela crisi politica rivoluzionaria perché proprio attraversò l’adeguazione costantemente aggiornata dei suoi sistemi organizzativi la borghesia é finora perfettamente riuscita ad evitarla.

La nota esasperazione dei contrasti sociali non consente più in alcun paese la espressione delle forze di classe del proletariato, espressione che, per evidenti necessità obiettive, non lascerebbe alcun adito a soluzioni riformiste e non potrebbe essere ormai altro che rivoluzionaria e diretta alla conquista violenta del potere.  Perciò il proletariato doveva essere eliminato come classe e a questo si è giunti altrettanto bene negli stati fascisti che in quelli democratici.

La eliminazione è naturalmente avvenuta con l’inserimento delle masse proletarie nel processo della classe avversa. Gli stati fascisti sono andati verso il popolo con gli ordinamenti corporativi; quelli democratici con i partiti comunisti e socialisti. Questo inserimento è stato facilitato dalla presenza e dall’opera dello “stato proletario” russo, ma, ove avesse un interesse ragionare coi se, non é affatto detto che le cose avrebbero seguito un esito sostanziale diverso se lo “stato proletario” non avesse agito da controproducente nel processo di accrescimento delle forze proletarie.   Si può tuttavia avanzare l’ipotesi che i partiti comunisti rimasti su basi rivoluzionarie, in caso di sconfitta, o sarebbero stati posti violentemente nella illegalità, come appunto si verificò coll’avvento dello stato fascista, o gli sarebbero state tolte le possibilità determinanti nell’ingranaggio politico attuale (contrapposto a potenziale), come si è generalmente verificato e come ora si verifica nei paesi democratici nei confronti dei comunisti internazionalisti, affidando ai soli socialisti il compito di convogliare le masse proletarie sul terreno della classe borghese.  

L’esame dei fatti e delle vicende politiche salienti della moderna evoluzione sociale ci consente di ravvisare la mancanza di qualunque autonomia del proletariato nei confronti di una borghesia che è organizzativamente saldissima e che manovra a suo piacere provocando volutamente la sensazione, del tutto illusoria, che le forze proletarie intervengano nella determinazione dello svolgersi delle situazioni politiche.

C’è tutto un giuoco complesso che la borghesia ha creato, tutto un irretimento abilissimo, quanto istintivo perché derivante dalla dialettica dei rapporti di forza tra le classi, che va smontato e smascherato: non, evidentemente, per il puro gusto della verità, ma perché in questo giuoco è attanagliato con la complicità dei “suoi” partiti il proletariato, ed esso deve esserne liberato se si vuole che sia posto in grado di fronteggiare le armi che la borghesia appresterà per sopravvivere alla nuova crisi da cui, forse non a lunghissima scadenza, sarà sconvolta.

Si pensi alla facilità con cui il capitalismo ha liquidato il fascismo: solo con una enorme potenza ed una struttura organizzativa imponente ci si potevano permettere questi cambiamenti di scena con tanta freschezza, se si considera che i regimi abbattuti sorsero proprio come estremo rimedio a crisi sociali che i singoli capitalismi nazionali non erano in grado di fronteggiare diversamente. E il proletariato è stato fatto partecipare soddisfatto alla trasformazione, perfettamente allineato nella credenza di perseguire i propri finì. 

In questo incontrastato prepotere del capitalismo vanno fatte rientrare le mille vicende della politica attuale. E’ questa l’epoca delle elezioni: la Francia, in poco più di un anno, ha chiamato i suoi cittadini alle urne otto volte! E il fenomeno specifico delle elezioni é questo: che abbiamo spesso dei parlamenti in prevalenza di “sinistra” i quali danno regolarmente vita a governi di “destra”.

Il meccanismo parlamentare subisce coi regimi fascisti delle trasformazioni, soprattutto formali, e il suo funzionamento é palesemente diretto dagli organi governativi, mentre nei paesi democratici il suo totale controllo da parte della classe dirigente avviene attraverso le capillari, saldissime possibilità assicurate a questa classe da una robusta struttura organizzativa e da una lunga tradizione di potere.

La borghesia può tranquillamente permettersi di avere un parlamento “dì sinistra”, pur conservando tutto l’apparato dirigente e governativo di destra: la turlupinatura avveniva in Italia nel 1922, quando Mussolini andava al governo avendo in parlamento 81 fascisti e la maggioranza socialista, come in Francia nel 1924 quando Herriot era tranquillamente sbalzato da Poincaré, come nel Belgio nel 1925 quando Vanderwelde e Poullet erano soppiantati dalla destra. 

E non ci si ferma qui, perché la borghesia ha superato anche questo stadio ed è arrivata a permettersi il lusso d’avere governi “di sinistra”, ai quali naturalmente fa applicare i programmi “di destra”. Li abbiamo in Inghilterra coi Laburisti, si era delineata in questi giorni la possibilità di averli in Francia coi comunisti, li abbiamo in forma “mista” in Italia e ormai quasi in ogni paese d’Europa.

Ciò avviene anche grazie alla trasformazione dei partiti del proletariato totalmente asserviti alla classe borghese attraverso la penetrazione opportunistica che questa vi ha operato, ma ciò che soprattutto importa é che ciò avviene fondamentalmente per la forza politica e organizzativa, nazionale e internazionale, di quella classe.

I proletari non sono, come si suol dire, ingannati; essi non eleggono i loro rappresentanti in parlamento pensando che si vadano a comportare diversamente da come in realtà faranno; essi sanno benissimo che quel comportamento é necessario in questo momento come domani continueranno tranquillamente a ritenere che un nuovo comportamento, in realtà egualmente fallimentare, sarà necessario in quel momento. C’è in sostanza una deviazione fondamentale impressa dalla borghesia al proletariato e che nei suoi aspetti più recenti segue una linea di progressiva affermazione dal dopoguerra 1918 ad oggi. I veri rappresentanti degli interessi borghesi al parlamento, e quando é necessario anche al governo, sono proprio i “rappresentanti” di quel proletariato che rivendica a sé gli organi di dominio su se stesso.

Ricalcare sulla situazione di oggi lo schema di un passato ormai lontano é falso, giacché qui non si tratta più di una marcia di avvicinamento, sia pure controllata dalla borghesia attraverso il sistema della gradualità riformista, tendente alla conquista di determinati trampolini di lancio per il momento della crisi del sistema capitalistico, e quindi parallela ad uno sviluppo economico della situazione non ancora atta a esprimere obiettivamente forze rivoluzionarie; qui si tratta invece di un processo che ha, si, le sue basi economiche, ma le ha in quanto le necessità di superare la crisi (in realtà, di prolungarla finché si può) hanno condotto il regime capitalista sul piede dell’economia di guerra, cioè di un’economia che producendo per la guerra riesce a evitare il collasso di una sovrapproduzione che la guerra – e solo la guerra – può assorbire: a questa economia, se si può dire, innaturale, prodotto artificioso e disperato della volontà di sopravvivere di un sistema, fa riscontro il perfezionamento organizzativo di cui abbiamo parlato e grazie al quale si ha una inversione del naturale processo, consistente nell’assorbimento anche organizzativo delle masse nel seno della borghesia.

Le masse proletarie, prese in questo ingranaggio grottesco nel quale, in loro nome, si applicano contro di esse tutti i provvedimenti e le tutele atti a garantire nel miglior modo il prevalere della classe avversa, non possono che sostenere i “loro” governi “di sinistra” esprimendo la subita deviazione in una affermazione che é il portato di tutto l’evolversi dei rapporti politici sotto la guida rigidissima della borghesia, che cioè “i destri farebbero peggio”.

Non si tratta più, come si é detto, di un semplice inganno, perché tutte le posizioni sono rovesciate e il vigore con cui il rovesciamento é stato imposto é il prodotto diretto delle inderogabili necessità di conservazione del capitalismo; se non si capisce questa totale metamorfosi organizzativa, è impossibile porre in giusta luce tutto ciò che passa oggi sotto i nostri occhi.  

Tra gli spettacoli più recenti abbiamo avuto quello di Trieste; che Trieste sia contesa tra potenze orientali e occidentali per ragioni esclusivamente imperialistiche, questo nessuno lo mette in dubbio; si potrebbe pensare che la borghesia dovesse fare chi sa quali miracolosi sforzi per persuadere “i popoli” che invece, no, si tratta di questioni soprattutto spirituali, etniche, morali ecc., onde portare il peso della pubblica opinione sulla bilancia internazionale. Invece niente; la borghesia non si scomoda oltre il solito nell’impiego di quella terminologia; un semplice ordine agli strumenti organizzativi interessati alla faccenda, e Trieste é immediatamente posta all’attenzione delle masse, in un senso o nell’altro, come un problema perfettamente aderente ai loro interessi, alle loro aspirazioni. La rivendicazione che fino a un determinato momento era propria delle “sfere reazionarie e conservatrici” diviene di colpo, senza alcun preambolo, l’oggetto della volontà e dell’azione “nazionale” del proletariato. Tranquillamente, senza dover più temere alcuna reazione, Togliatti può affermare, in un discorso ai quadri del suo partito, di aver più volte consigliato De Gasperi, a proposito di Trieste, a non rivolgersi a Occidente, dove avrebbe trovato solo delle buone parole, ma all’URSS e alla Jugoslavia che avrebbero compreso i motivi nazionali dell’Italia.

Non solo non si nasconde, ma addirittura si sprona apertamente il pieno giuoco delle affermazioni nazionalistiche. Parallelamente, queste avvengono sotto la direzione onnipotente dei grandi stati imperialistici nelle cui mani sta in definitiva la forza suprema, ordinatrice e reggitrice di tutta la impostazione organizzativa che abbiamo delineato.

I furiosi nazionalismi, serbo, croato e sloveno, sono assorbiti dal nazionalismo jugoslavo il quale cova prima nel seno dell’imperialismo inglese e poi, con l’accordo di questo, passa nella sfera russa. Le affermazioni nazionalistiche jugoslave nella competizione per Trieste raggiungono una tensione estrema e poi, di punto in bianco, gli interessi del nazionalismo “superiore”, impongono all’inferiore, con una facilità pari a quella raggiunta nello imporre qualunque direzione al proletariato, il mutamento di rotta. Alla Russia serve per suoi determinati fini imperialistici che il nazionalismo jugoslavo rinunci a Trieste; e tutto, senza scosse, deve ubbidire a chi ha in mano questa formidabile forza, divisa ormai tra pochissimi strapotenti Stati padroni del mondo.  

L’America, che ha invaso con le sue truppe e col suo imperio diretto o indiretto mezzo mondo, si dichiara non favorevole al governo di Franco in Spagna, ma afferma che il problema é di esclusiva pertinenza del popolo spagnolo: così si otterrà il duplice risultato di lasciare Franco al suo posto e di dare al popolo spagnolo, quando questo si sarà fatto scannare senza risparmi, e se sarà giovevole, il governo democratico che esso stesso reclamerà per farsi nuovamente e più saldamente opprimere. 

In Italia, mentre Nitti va sapientemente illustrando le tre fasi di rinascita della borghesia italiana, per cui ad una fase critica di 3-4 mesi necessaria a dare allo Stato i mezzi sufficienti per le spese indispensabili, seguirà una fase di 8 anni per la rinascita su precise basi economiche e finanziarie e poi una terza in cui, aperti i traffici e gli scambi internazionali, dovremo anche pagare le riparazioni, la Conf. Gen. del Lavoro assicura il governo sul contributo dei lavoratori al successo del prestito; i lavoratori non si accontentano più di dirigere lo strumento della loro oppressione, di alimentarlo come sostanzialmente fanno, essi ed essi solo, ma vogliono anche direttamente appoggiarlo perché la borghesia a volte é… stupida e lesina allo Stato gli strumenti che servono esclusivamente a difenderlo dai proletari; e ciò non vogliono i proletari, che sopperiranno anche a questi inconvenienti… con la loro furbizia.  

Tutto ciò si innesta sulla nuova funzione dello Stato che, di fronte allo sviluppo dell’economia e dei connessi rapporti sociali, presenta esigenze diverse da quelle di ieri. Se le inevitabili contraddizioni del sistema produttivo e capitalistico hanno raggiunto un tal punto di maturazione che é impossibile per lo Stato permettere la vita del partito di classe del proletariato, é peraltro naturale, in considerazione di tutto ciò che abbiamo detto sulla “conquista”, da parte delle masse, degli organi di dominio su se stesse, che il capitalismo abbia tutto l’interesse di togliere allo Stato la parvenza di suo mandatario; la responsabilità dello Stato si sdoppia consentendogli di evitare il polarizzarsi della funzione rivoluzionaria del proletariato, e questo ruolo di sdoppiamento é appunto esercitato dai partiti di massa.

Alla vita statale proprio le masse sono chiamate a partecipare e il continuo giuoco di rimbalzo tra i partiti politici é l’alimento quotidiano che, sapientemente somministrato, dà vita a questa mostruosa inversione. Nella nuova struttura organizzativa tutte le forze del capitalismo sono realmente impegnate; e gli interessi imperialistici che determinano i movimenti sullo scacchiere politico hanno una dinamica perfettamente armonizzata con la necessità di legare le masse alla funzionalità stessa dello Stato.

In questo senso la nuova democrazia perfeziona il precedente sistema che era solo amministrativo. In corrispondenza a questa direzione si determina il compito del partito di classe del proletariato che non può correggere o sfruttare ordinamenti esistenti, sindacali o politici, ormai organicamente ingranati nella vita dello Stato, ma soltanto violentemente distruggerli. 

Force, Violence, and Dictatorship in the Class Struggle Pt. 2

The Bourgeois Revolution

The research we have engaged in regarding the dosage of violence exercised in its actual state (through physical beatings and injuries) and violence left at its potential state (by subduing the dominated to the will of the dominators through the complex play of penalties threatened but not exercised) if applied to all social forms which preceded the bourgeois revolution would prove to be too lengthy. For this reason we shall consider the question by starting from a comparison of the social world of the “ancien régime” which preceded the great revolution with that of capitalist society in which we have the special pleasure and privilege to be living.

According to a first and well known interpretation, the revolution which carried into effect the principles of freedom, equality and fraternity, as expressed in the elective institutions, was a universal and final conquest for mankind. This was claimed on the basis 1) that it radically improved the conditions of life of all the members of society by freeing them from the old oppressions and by opening up for them the joy of a new world and, 2) that it eliminated the historical eventuality of any further social conflict which could violently shatter the newly established institutions and relationships.

A second interpretation which is less naïve and less impudently apologetic about the delightfulness of the bourgeois system, recognizes that it still harbours large differences of social conditions and economic exploitation to the detriment of the working class, and that further transformations of society must be carried out through more or less brusque or gradual means. However it maintains with absolute obstinacy that the conquests of the revolution that brought the capitalist class to power represented a substantial advancement also for the other classes which, thanks to it, gained the inestimable advantage of legal and civil liberties. Therefore, it alleges that the question is only that of proceeding on the road that has already been opened up; that is to say, it is claimed that all that is necessary is to eliminate – after the most ruthless and atrocious forms of despotism and exploitation – the remaining social forms, all the while keeping hold of those first fundamental conquests. This worn out interpretation is served to us in many forms. This is the case when Roosevelt, from the summit of the pyramid of power, deigns to add new liberties, freedom from need and freedom from fear, to the well known liberties of the old literature (and this at a time when a war of unprecedented violence was raging, and bringing extermination and starvation of human beings beyond any previous limit). This is also the case when, from the base of the pyramid, a naïve representative of the vulgar popular politicking formulates, with new words, the old concoction of democracy and socialism by chattering about social liberties which should be added to those that have already been achieved.

We should not need to recall that the Marxist analysis of the historical process of the rise of capitalism has nothing to do with the two interpretations we have mentioned.

In fact, Marx never said that the degree of exploitation, oppression and abuse in capitalist society was inferior to that of feudal society but, on the contrary, he explicitly proved the opposite.

Let us say right now, in order to avoid any serious misunderstanding, that Marx proclaimed that it was a historical necessity for the Fourth Estate to fight side by side with the revolutionary bourgeoisie against the monarchy, the aristocracy, and the clergy. He condemned the doctrines of “reactionary” socialism according to which the workers – warned in time of the wild exploitation to which they would be subjected by the capitalists in the manufacturing and industrial plants – should have blocked with the leading feudal class against the capitalists. The most orthodox and left‑wing Marxism recognizes that in the first historical phase which follows the bourgeois revolution, the strategy of the proletariat could not be other than that of a resolute alliance with the young Jacobin bourgeoisie. These clear‑cut classical positions are not derived at all from the assumption that the new economic system is less bestial and oppressive than the previous one.

They result instead from the dialectical conception of history which explains the succession of events as being determined by the productive forces which, through constant expansion and utilization of always new resources, weigh down upon the institutional forms and the established systems of power, thus causing crises and catastrophes.

Thus revolutionary socialists have been following the victories of modern capitalism for more than a century in its impressive expansion all over the world and they consider this as useful conditions of social development. This is so because the essential characteristics of capitalism (such as the concentration of productive forces, machines and men into powerful units, the transformation of all use values into exchange values and the inter-connection of all the economies of the world) constitute the only path that leads, after new gigantic social conflicts have taken place, to the realization of the new communist society. All this remains true and necessary although we know perfectly well that the modern industrial capitalist society is worse and more ferocious than those which preceded it.

Of course, it is difficult for this conclusion to be digested by minds which have been shaped by bourgeois ideology and which have been ingrained with the idealisms pullulating from the romantic period of the liberal democratic revolutions. In fact if our thesis is judged according to sentimentalist, literary and rhetorical criteria, it cannot but arouse the banal indignation from those righteous people who would not fail to confront us with their jumbled erudition about the cruelties of the old despotisms, the auto-da-fé, the Holy Inquisition, the corvées of the serfs, the right of the king as well as the last feudal squire to dispose of the life and death of their subjects, the jus primae noctis and so forth – thus showing us that pre‑bourgeois societies were the theater for daily incessant violence and that their institutions were dripped with blood.

But if the research is founded on a scientific and statistical basis and if we consider the amount of human work extorted without compensation in order to allow a privileged enjoyment of wealth; if we consider the poverty and misery of the lower social strata; if we consider the lives which are sacrificed and broken as a result of economic hardships and of the crises and clashes which break out in the form of private feuds, civil wars, or military conflicts among States; if we consider all this, the heaviest index shall have to be computed and attributed to this civilized, democratic and parliamentarian bourgeois society.

In response to the scandalized accusation of those who reproach the communists for aiming at the destruction of private property, Marx answered – and it is a fundamental point of his doctrine – that one of the basic aspects of the social upheaval brought forth by capitalism has been the violent, inhuman expropriation of the artisan labourer.

Before the rise of the large manufactures and mechanized factories, the isolated craftsman (or one who worked in association with a few relatives and apprentices) was bound to his tools as well as to the products of his work by a factual, technical and economic tie. The right of ownership over his few implements and over the limited amount of commodities produced in his shop was, in fact, legally recognized with no limitation. The coming of capitalism crushes this patriarchal and almost idyllic system. It defrauds the intelligent industrious craftsman of his modest possessions and drags him, dispossessed and starving, into the forced labour camps of the modern bourgeois enterprise. While this upheaval unfolds, often with open violence and always under the pressure of inexorable economic forces, the bourgeois ideologists define its legal aspects as a conquest of liberty which frees the working citizen from the fetters of the medieval guilds and trade rules, transforming him into a free man in a free State.

Such was the process which manufacturing industry underwent on the whole, and the presentation, in Marxist terms, of the development of agricultural production is not much different. To be sure, the system of feudal servitude obliged the labourer of the soil to give up a large portion of his production for the benefit of the dominant classes, i.e., the nobility and the clergy. But the serf who was bound to the soil maintained a technical and productive tie with the earth itself and with a part of the products, a tie which indirectly offered him a guarantee of a secure, quiet life (a situation which was also due to the low population density and to the limited exchange of products with the large urban centres).

The capitalist revolution breaks those relationships and claims to free the serf‑peasant from a whole series of abuses. However the land labourer, reduced to a pure proletarian, follows the destiny of the slave‑army of industrial labourers, or else he is transformed into a fully legal manager or owner of a small plot of land, only to be dispossessed by the capitalist usurer, the tax collector, or through the melting away of the value of money.

It is not in the scope of this work to go into a detailed analysis of this process. However the elementary considerations we have made will be enough to answer those who pretend they have never heard before that Marx considered the new bourgeois society to be more infamous than feudal society.

The essential point to establish is this: the differentiating criterion which must be used in order to know if a new historical movement should be supported or combated is not whether or not this movement has realized and accorded more equality, justice and freedom, which would be an inconsistent and trivially literary criterion. Instead it is the totally different and almost always opposite criterion of asking whether the new situation has promoted and brought forth the development of more powerful and complex productive forces at society’s disposal. These more highly developed forces are the indispensable condition for the future organization of society itself in the sense of a more efficient utilization of labour which will be able to provide a larger amount of consumer goods for the benefit of all.

It was not only useful but also absolutely necessary for the bourgeoisie, by means of civil war, to demolish the institutional obstacles which hampered the development of large factories and the modern exploitation of the land. If we consider these results, it does not matter that the first and immediate consequence, a transitory one on a larger historical scale, was that of making the chains of the social disparity and the exploitation of the labour force heavier and more hideous.

* * *

The critique of scientific socialism has clearly shown that the great social transformation achieved by capitalism (a transformation which historically has fully matured and which in turn is fertile with further great developments) cannot be defined either as a radical liberation of the vast masses or as a meaningful leap forward in their standard of living. The transformation of the institutions concerns only the mode in which the small, dominant, privileged minority aligns and organizes itself in society.

The members of the pre‑bourgeois privileged classes formed a system of complex hierarchies. The high‑ranking ecclesiastics belonged to the ordered and well‑organized network of the church; the noblemen, who also occupied the highest civil and military offices, were hierarchically arranged in the feudal system which had at its summit the King.

It is quite different in the new type of society (and it must be understood that we are referring here to the first and classical type of bourgeois economic society based on the unlimited freedom of production and exchange and leaving aside the great differences between the various nations and historical phases). In this society the members of the higher and privileged stratum are almost totally free from ties of interdependence since each factory owner has no personal obligations towards his colleagues and competitors in the management of his company and in the choice of his initiatives. This technical and social change, in the ideological field, takes the appearance of a historical turn from the realm of authority to that of freedom.

It is clear however that this conquest, this sensational change of scenery, did not take place on the theatre of the entire social collectivity but only within the narrow circles of the fortunate members of the stratum of full and gilded bellies, to which we may add the small following of accomplices and direct agents, i.e., politicians, journalists, priests, teachers, high officials and the rest.

The mass of half‑empty bellies are not absent in this gigantic tragedy – on the contrary, they participate in it fighting with the sacrifice of their lives and blood. What they are excluded from is the participation in the benefits of this transformation.

The conquest of legal freedom, which all charters and constitutions claim to be the heritage of all citizens does not concern the majority who are even more exploited and starved than before; in reality this conquest is only the internal affair of a minority. All the contemporary and historical questions which have been placed again before the nauseating postulate of freedom and democracy must be resolved in light of this approach.

On the scale of the individual, the materialist thesis states that since the mind functions only when the stomach is nourished, the theoretical right to freely think and to freely express one’s thought in fact concerns only he who actually has the possibility of such superior activity. Of course it is perfectly contestable whether those who constantly boast of having attained this superior activity actually should be credited with it, but in any case it is certainly precluded for the mass of poorly‑fed bellies.

The harshness of this thesis customarily unchains a sequence of bitter reproaches against the “vulgar obscene materialism”. This materialism is accused of taking into account only the factor of economics and nourishment, ignoring the glorious realm of spiritual life and refusing to acknowledge those satisfactions which are not reducible to physical sensations, i.e., those which man is supposed to draw from the use of reason, from the exercise of civil liberties, and from the enjoyment of electoral rights by which the citizen chooses his representatives and the heads of State.

Here we have nothing new to present and at the most we will only verify well known theories with recent facts. Therefore in regard to these reproaches it is necessary once again to establish the real scope of the economic determinism professed by Marxists as opposed to a common deformation which is more obstinate in refusing to disappear than scabies or other contagious diseases. This deformation reduces the problem to the petty individual scale and pretends that the political, philosophical or religious opinions of each individual are derived from his economic relationships in society and mechanically spring forth from his desires and interests. Hence the large landowner will be a right‑wing reactionary bigot; the bourgeois: businessman will be a conservative in regards to economics but sometimes, at least until recently, vaguely leftist in philosophy and politics; the petty bourgeois will be more or less democratic; and the worker will be a materialist, a socialist and a revolutionary.

Such a Marxism, custom‑made for the bourgeois democrats, is very convenient for optimistically declaring that since the economically oppressed workers constitute the great majority of the populations, it will not be long before they have control of the representative and executive organs and, later on, all wealth and capital. Naturally for the rapid movement of this merry-go-round it will be of great advantage to swing the political opinions, beliefs and movements towards the left, forming blocs and jumbled conglomerations with all the slime of the middle strata which supposedly are progressively evolving and taking a position against the politics and privileges of the upper classes.

In place of this stupid caricature, Marxism draws a totally different picture. While speaking of the ideological, political and mystical superstructures which find their explanation in the underlying economic conditions and relationships, Marxism establishes a law and a method which have a general and social relevance. In order to explain the significance of the ideology which, in a given historical epoch, prevails among a people who are governed through a given regime, we must base our analysis on data concerning the productive techniques and the relationships of the distribution of goods and products. In other words, we must base it on the class relationships between the privileged groups and the collectivities of producers.

Briefly, and in plain words, the law of economic determinism states that in each epoch the general prevailing opinions, the political, philosophical and religious ideas which are shared and followed by the great majority are those which correspond to the interests of a dominant minority who holds all power and privilege in its hands. Hence the priests and wise men of the ancient oriental peoples justify despotism and human sacrifice, those of the pagan civilizations preach that slavery is just and beneficial, those of the christian age exalt property and monarchy, and those of the epoch of democracy and the Enlightment canonize the economic and juridical systems suitable to capitalism.

When a particular type of society and production enters into a crisis and when forces arise in the technical and productive domain which tend to break its limits, class conflicts become more acute and are reflected in the rise of new doctrines of opposition and subversion which are condemned and attacked by the dominant institutions. When a society is in crisis, one of the characteristics of the phase which opens up is the continuous relative decrease in the number of those who benefit from the existing regimen; nevertheless, the revolutionary ideology does not prevail in the masses but is crystallized only in a vanguard minority that is joined even by elements of the dominant class. The masses will change ideologically, philosophically and religiously through the force of inertia and through the formidable means utilized by every dominant class for the moulding of opinions, but this transformation will occur only after a long period following the collapse of the old structures of domination. We can even state that a revolution is truly mature when the actual physical fact of the inadequacy of the systems of production places these systems into conflict even with the material interests of a large section of the privileged class itself. And this is true in spite of the fact that the old traditional dictates of the dominant opinions, with their tremendous reactionary inertia, continue to be endlessly repeated by the mass which is the victim of it as well as by the superior layers which are the depositories of the regime.

Thus slavery definitively collapsed, in spite of an obstinate resistance on the level of ideology and on that of force, when it proved to be a system which was scarcely profitable for the exploitation of labour and which was of little advantage for the slave-masters.

To say it briefly, the liberation of an oppressed class does not proceed first from: the liberation of the spirit and then of the body but it must emancipate the stomach well before it can affect the brain.

The forces for deceptively mobilizing the opinions of the masses in a way which conforms to the interests of the privileged class are, in capitalist society, much more powerful than in pre‑bourgeois societies. Schools, the press, public speeches, radios, motion pictures, and associations of all kinds represent means which are a hundred times more powerful than those that were available to societies in the past. In the capitalist regime, thought is a commodity and it is made to order by utilizing the necessary equipment and economic means for its mass production. Germany and Italy had their Ministries of Propaganda and People’s Culture, and Great Britain, in turn, instituted its Ministry of Information at the beginning of World War II in order to monopolize and control the whole flow of news. In the period between the two World Wars, the dispatch of news was already a monopoly of the powerful network of the British press agencies; today such a monopoly obviously has crossed the Atlantic. Thus as long as military operations were favourable for the Germans the daily production of tall tales and lies from the English information factory attained a level that the fascist organizations could only envy. To give one example, at the time of the incredible German military operation to conquer Norway in 48 hours, the British radio broadcasted the details of a disastrous defeat of the German fleet in the Skagerrak !

This social factor of the manipulation of ideas from above, which ranges from the falsification of the news to the fabrication of ready‑made critics and opinions, is of no small importance (in fact, in the news industry today the various versions of an event are already compiled before the event actually happens, so even if a reporter seems to tell it like it is, it still remains a falsehood – the event that is reported is always the event which must take place according to this or that State or this or that party). This manipulation of ideas is a component of that mass of virtual violence, that is to say, of violence which does not take the form of a brutal imposition carried out with coercive means but which nonetheless is the result and the manifestation of real forces that deform and modify the actual situation.

The modern type of democratic bourgeois society does not joke with the administration of actual (or kinetic) violence through its police and military apparatus – and in reality it exceeds the level of kinetic violence used; by the old regimes which are so slandered by bourgeois democracy. But alongside of this, it brings the volume of that application of virtual violence to a level never known before, a level which is comparable to the unprecedented level of production and concentration of wealth. Due to this, sections of the masses appear which, out of apparently free choices of confessions, opinions, and beliefs, act against their own objective interests and accept the theoretical justifications of social relationships and events which cause their misery and even their destruction.

The passage from the pre‑bourgeois forms to the present society has thus increased and not diminished the intensity and the frequency of the factor of oppression and coercion.

And when Marxism, for all these reasons we have explained, advocates the full completion of that fundamental historical step, we certainly do not intend to forget or to contradict this fundamental position.

It is only with criteria which are consistent with those we have established above, that we can judge and unravel one of the burning questions of today, i.e., the transformation of the bourgeois method of administration and government corresponding to the rise of the dictatorial and fascist totalitarian regimes.

Such a transformation does not represent a change of one ruling class for another, or even less a revolutionary rupture of the modes of production. But while making this critique it is necessary to avoid the banal errors which, in line with the deviations of Marxism we have been refuting, would lead to attributing to the democratic-parliamentary form and phase a lesser intensity and density of class violence.

This criterion, even if it were in keeping with the facts, would not in any case be sufficient to induce us to support and defend the democratic parliamentary phase, for the same dialectical reasons that we have used in evaluating the previous historical changes. But an analysis of this question can demonstrate that to refuse the temptation of considering only actual violence and to take into account, on the contrary, the whole volume of potential violence which is inherent to the life and dynamics of society, is the only way to avoid falling into the deception of preferring (even if it is in a subordinate and relative manner) the hypocritical method and the noxious atmosphere of liberal democracy.

Le nazionalizzazioni arma del capitalismo

Un punto fermo dell’analisi marxista della società e del sistema di produzione borghese deve ormai essere considerato il fatto che l’intervento e il controllo dello Stato nell’economia non solo non rappresenta una frattura nelle leggi fondamentali dell’economia capitalistica, ma è il portato naturale ed inevitabile di tutto il suo sviluppo storico, e che quest’intervento può spingersi fino all’eliminazione della forma giuridica della proprietà privata individuale dei mezzi di produzione non solo senza eliminare, ma al contrario potenziando, quello che é il dato fondamentale del sistema di produzione capitalistico: lo sfruttamento del lavoro umano attraverso l’appropriazione del plusvalore. Tutta l’economia capitalistica nel periodo successivo alla prima guerra mondiale si é orientata verso forme generalizzate di intervento e di controllo statale, e l’esperimento totalitario nazifascista ha, allo stesso modo dell’esperimento americano del New Deal, assolto la funzione di permettere e favorire l’accumulazione capitalistica e di controbilanciare le forze determinanti della caduta tendenziale del saggio del profitto in una fase caratterizzata dal succedersi di violente crisi economiche e perciò dalla ricorrente minaccia di altrettanto violente crisi sociali.

Di fronte alla campagna pubblicitaria che i partiti della “ricostruzione nazionale” svolgono in tutti i paesi per gabellare la politica delle nazionalizzazioni come un “passo avanti verso il socialismo”, l’avanguardia rivoluzionaria deve avere il coraggio di affermare che, al contrario, quella politica rappresenta il più raffinato metodo di sfruttamento intensivo del lavoro e di conservazione totalitaria del profitto, e che avvia al socialismo al modo che avvia ad esso tutta l’evoluzione dell’economia capitalistica, portando cioè alla più drammatica esasperazione il contrasto tra il carattere sociale della produzione e il carattere privato dell’appropriazione dei prodotti del lavoro, e l’antitesi tra capitale costante e capitale variabile. Nella fase monopolistica, accentratrice, totalitaria del capitalismo la politica delle nazionalizzazioni e della economia controllata dallo Stato é l’estrema arma di difesa del profitto e il più spietato strumento di sfruttamento del lavoratore. 

Alla fine del secondo conflitto imperialistico, la politica delle nazionalizzazioni ci appare come l’incrocio di esigenze insieme politiche ed economiche della società capitalistica. Le prime si ricollegano a quello che é il dato fondamentale della situazione aperta dalla guerra: il fatto cioè che questa é stata combattuta dalla parte vincente con la partecipazione diretta dei partiti tradizionali della classe operaia assurti a forze agenti e dominanti dello spaventoso massacro. Bisognava dare al conflitto l’apparenza di un “contenuto sociale”, e non é certo a caso che gli stessi slogan fossero lanciati, con tanto maggior zelo e calore quanto più la guerra volgeva alla fine, da una parte e dall’altra della barricata, e la repubblichetta di Salò gettasse sul mercato il suo piano di “socializzazione” dell’economia italiana proprio mentre il Consiglio nazionale francese della Resistenza portava a termine il suo.  La pace, portando quasi dovunque al potere i partiti cui era spettato durante la guerra l’onore di convogliare in essa il proletariato non come massa passiva e recalcitrante ma come forza attiva, affidava loro il compito di sostanziare, dello stesso “contenuto sociale”, la ricostruzione postbellica, la riattivazione del meccanismo logoro dell’economia borghese. L’ideologia della “nazione” e del “popolo” doveva realizzare nella pace gli stessi benefici effetti che aveva realizzato in guerra con un insieme di parole d’ordine immediatamente suggestive per la classe operaia. La via era stata indicata e tracciata dagli stessi più tipici rappresentanti della conservazione capitalistica, e se in Inghilterra la politica laburista delle nazionalizzazioni trovava un terreno già preparato dalla politica economica del gabinetto Churchill, in Francia, dove il carattere propagandistico e pubblicitario della campagna delle nazionalizzazioni è stato particolarmente trasparente, i propagandisti di sinistra potevano ereditare gli slogan gaullisti della lotta contro i monopoli e per “l’assunzione da parte della nazione dei fondamentali mezzi di scambio e produzione e la partecipazione della classe operaia alla direzione della economia nazionale” (Programma del Consiglio nazionale della Resistenza, inverno 1944).

 Il frastuono scatenato dalla sapiente regia dei partiti di massa passava la spugna sulla memoria degli operai, ai quali pur non sarebbe dovuto sfuggire che le stesse parole d’ordine e le stesse realizzazioni avevano fatto la fortuna della Carta fascista del Lavoro e la miseria del proletariato italiano, tedesco o giapponese.

Più complesse erano le esigenze economiche. La ricostruzione dell’economia capitalistica esigeva, soprattutto in Europa dove il dissesto era stato più pauroso, la concentrazione massima dei mezzi e delle possibilità di produzione, la mobilitazione di tutte le energie e di tutti i capitali: l’intervento diretto dello Stato nella direzione dell’economia era imposto da ragioni di classe, le stesse che avevano determinato durante la guerra la disciplina ferrea della produzione e, come stupefacente contropartita, avevano motivato in America la garanzia statale dei profitti. Industrie spaventosamente deficitarie da risanare, capitali inattivi da mobilitare, situazione generale d’incertezza, negativa dal punto di vista della iniziativa e dell’investimento capitalistico privato, così come da quello delle possibilità obiettive di realizzazione del profitto, necessità di aumentare la produzione e di tendere al massimo l’arco della produttività operaia, disordine e irrequietezza nel mercato del lavoro (commentando i piani di nazionalizzazione nel periodo della resistenza, De Gaulle ne sintetizzava gli obiettivi nell’attribuzione allo Stato di un ruolo di organizzazione economica “al fine di aumentare la produzione e conciliare gli antagonismi sociali”)1: erano questi i problemi che si affacciavano con terribile urgenza al capitalismo e che solo “forze di sinistra” potevano compiutamente risolvere proprio per lo spietato carattere di classe che rivestivano, proprio per l’intensificato sfruttamento del lavoro che imponevano.

Oggi, a distanza di poco più di un anno dalla fine del conflitto, un’analisi critica di quanto é stato fatto nei principali settori economici europei permette di concludere con estrema nettezza che gli obiettivi di classe della nazionalizzazione sono stati raggiunti, quasi sempre, senza neppure salvare la faccia2.

Ciò é particolarmente vero in Inghilterra, dove il governo laburista si é assunto il compito di portare a termine quell’opera di potenziamento dell’economia nazionale, di riorganizzazione e razionalizzazione dell’industria e di controllo e mobilitazione del credito che non era riuscito al governo conservatore e che era imposto come imperiosa esigenza dalla necessità di riguadagnare il terreno perduto sul terreno delle competizioni commerciali e nella stessa compattezza politica dell’impero. Il controllo e l’intervento statali nell’economia, mentre da una parte hanno qui portato alla statizzazione di alcuni servizi pubblici la cui gestione privata rappresentava ormai un anacronismo rispetto alle necessità funzionali dell’Impero3, hanno trovato la loro più classica espressione nella nazionalizzazione dell’industria carbonifera e in quella della Banca d’Inghilterra, provvedimenti chiaramente intesi a concentrare la struttura economica nazionale, a potenziarne l’efficienza, a colmarne il deficit e, nello stesso tempo, a garantire i redditi di capitale in un periodo di difficilissima congiuntura economica.

E’ intatti caratteristico che la nazionalizzazione abbia avuto inizio proprio in quel settore industriale di cui più si lamentava da oltre un venticinquennio l’arretratezza tecnica, la ridotta capacità produttiva, l’incapacità di concorrere sul mercato mondiale con l’industria americana ed europea, e l’altissimo grado di dispersione in un’infinità di unità produttive scarsamente efficienti o addirittura passive: l’industria carbonifera. La via era già stata tracciata dal Coal Act del 1938, che disponeva il riscatto delle “royalties”, cioè dei diritti dei proprietari terrieri ad un premio sul carbone estratto nelle miniere sottostanti al suolo di loro proprietà, accollando all’erario – e quindi al contribuente – una spesa di 64,5 milioni di sterline, e dai provvedimenti presi dal gabinetto conservatore durante la guerra ai fini della disciplina della produzione e del consumo dei combustibili. 

Il Coal Industry Nationalization Bill ha portato a termine questo processo senza che sostanziali divergenze siano affiorate tra i partiti. La legge, che si propone esplicitamente l’obiettivo di razionalizzare e riorganizzare in senso unitario la produzione e la lavorazione del carbone, dispone il passaggio in proprietà allo Stato di tutte le industrie relative all’estrazione, lavorazione e distribuzione del minerale e di alcune branche industriali ad esse collegate: l’acquisto delle attrezzature industriali avviene per il tramite del National Coal Board, il quale dirigerà l’intero complesso economico in vista, da una parte, “di promuovere la sicurezza del lavoro e la salute e il benessere dei lavoratori”, e dall’altra di gestire le imprese in modo che le entrate coprano le spese, secondo cioè il normale criterio amministrativo di qualunque impresa privata. Il National Coal Board é costituito da un presidente e da otto membri nominati dal Ministero per i combustibili e l’energia e scelti fra una rosa di esperti dell’amministrazione industriale e commerciale dell’organizzazione del lavoro, ai quali, regolandosi sulle entrate normali dei dirigenti dell’economia privata, é stato assegnato lo stipendio annuo di 17.500 lire sterline4: di fronte ad esso il Ministro ha poteri di carattere indicativo generale, ma non esecutivi, mentre funzioni puramente consultive hanno i consigli dei consumatori del carbone per uso industriale e domestico. Il riscatto avviene mediante concessione agli azionisti di titoli del debito pubblico soggetti a determinate restrizioni nella loro disponibilità, e, quanto al suo ammontare, esso è stabilito da una speciale commissione arbitrale composta di alti magistrati sulla base del prezzo di mercato libero delle aziende.

Ne consegue: 1) la direzione dell’industria carbonifera é affidata, sotto il controllo generale dello Stato, ad “esperti” industriali e commerciali che sono praticamente le stesse persone fisiche dei più noti rappresentanti dell’alto capitalismo, mentre é esclusa la famosa rappresentanza diretta degli operai; 2) gli ex-azionisti ricevono obbligazioni a reddito fisso garantite dallo stato e indipendenti nel loro frutto dall’avvenire e dalle mutevoli vicende dell’industria carbonifera, mentre una ristretta cerchia dei medesimi (quegli stessi che già imperavano come magnati del carbone prima della nazionalizzazione) ricevono per altra via, la via del lautissimo stipendio di funzionari del National Coal Board, un profitto capitalistico sotto garanzia statale; 3) l’erario, cioè ancora il contribuente, si accolla il riscatto di un’industria deficitaria: i debiti contratti precedentemente da questa potranno essere rimborsati con largo respiro; disposizioni estremamente longanimi sono state emanate allo scopo “di proteggere quelle persone che hanno pagato alti premi per le azioni preferenziali ad alto frutto”, (Times del 21-12-45); 4) la non commerciabilità almeno iniziale dei nuovi titoli, che aveva suscitato alcune reazioni negli ambienti finanziari, serve in realtà ad impedire che una precipitosa e compatta offerta sul mercato ne riduca il valore, mentre il Tesoro ha promesso “non ufficialmente” di adottare “un atteggiamento ragionevole ogni qual volta un ex-proprietario abbia bisogno di fondi per reinvestimenti produttivi (Reuter, comunicato del 21-12-45), talché la reazione in borsa é stata complessivamente favorevole; 5) le industrie nazionalizzate funzionano secondo i criteri della normale contabilità commerciale; 6) l’Ufficio Nazionale del Carbone ha per suo compito precipuo quello di favorire e portare a termine una riorganizzazione e un ammodernamento dell’industria estrattiva e di trasformazione suscettibili di aumentare la produttività del lavoro e di comprimere i costi.

Un comunicato Reuter del 22-12-45 precisava: “La miglior cosa nella legge é che l’Ufficio Nazionale sarà in grado di spendere 150 milioni di sterline in nuova moneta fornita dal governo, oltre alla facoltà di prendere in prestito 10 milioni per le riattrezzature di capitali nei primi cinque anni: il più forte argomento in favore della nazionalizzazione é che questo capitale “fresco” non avrebbe potuto in nessun altro modo essere ottenuto”. In altre parole, solo la nazionalizzazione permetterà la mobilitazione di capitali inattivi e, attraverso questa mobilitazione, una riorganizzazione su vasta scala della produzione. Quanto agli ex-azionisti, essi possono dormire sonni tranquilli sul cuscino dei titoli di stato e sui redditi che per altra via otterranno.

Quanto alla nazionalizzazione della Banca d’Inghilterra, é da notare che essa ha lasciata intatta, se non formalmente, sostanzialmente la precedente attrezzatura dell’istituto; il governatore, il suo aggiunto e i 16 membri del consiglio di amministrazione sono nominati dalla Corona tra i soliti esperti finanziari: il Tesoro può dare direttive alla banca ma non può prendere provvedimenti a carattere esecutivo senza consultarla, mentre l’Istituto di emissione può “chiedere tutte le informazioni e dare tutti i consigli a banchieri” (Economist, 18-10-45) intervenendo così a sostegno delle contrattazioni private e indirizzando il capitale verso gli investimenti più produttivi: infine, gli azionisti ricevono quattro obbligazioni al 3 % per ogni azione, in modo da aver garantito per un ventennio lo stesso interesse del 12% annuo che negli ultimi 22 anni le azioni davano loro in media. E’ altresì significativo che, contemporaneamente alla politica delle nazionalizzazioni, una legge sugli investimenti sia venuta incontro all’industria privata accordando prestiti allo stesso tasso d’interesse, normalmente basso, che lo Stato paga per il debito pubblico, e che la nazionalizzazione di altri settori industriali, come la siderurgia, contempli l’istituzione di due settori paralleli, uno nazionalizzato, l’altro libero, permettendo così una doppia mobilitazione del capitale sotto l’egida sovrana dello Stato.

Se i laburisti hanno dunque tutto il diritto di vantarsi, come hanno fatto anche di recente, di aver garantito alla Gran Bretagna un periodo di pace sociale e sventato la minaccia degli scioperi, altrettanto diritto dobbiamo riconoscere loro di aver tutelato senza fronzoli retorici gli interessi fondamentali dei capitalisti.

Le stesse finalità produttivistiche ritroviamo in Francia alla base della politica delle nazionalizzazioni, insieme con una forte accentuazione dei motivi politici e propagandistici. E’ l’ideologia della “nazione”, delle nazionalsocialiste “Reichsvereinigungen”, della “comunità popolare”, che ha qui presieduto alle nazionalizzazioni, ed è in nome della cosiddetta lotta contro i monopoli che lo Stato si é assunto la direzione e le passività di industrie notoriamente deficitarie5 sottraendole ai capitalisti privati, mentre gli uomini politici di sinistra, di destra e di centro, e con essi la Confédération Générale du Travail, organizzavano il “battage” pubblicitario per l’aumento della produttività e per una politica di sacrifici “comuni” di tutta la nazione6.

Abbiamo già osservato che il programma della nazionalizzazione rimonta al periodo della resistenza e le sue prime realizzazioni al governo De Gaulle. Da allora, il programma si é svolto secondo una logica linea di sviluppo con differenze soltanto formali introdotte dal governo Gouin allo scopo di rinverdire il mito del controllo popolare sulla gestione delle grandi aziende. In realtà, la nazionalizzazione ha colpito (se questo può essere il termine), o settori industriali cronicamente in crisi, o aziende d’“interesse nazionale” o – cosa solo apparentemente in contrasto con le precedenti ragioni e giustificata dall’interesse generale di classe di rafforzare il bilancio dello stato – complessi produttivi che facevano gola allo Stato perché produttivi di altissimi profitti, e la cui espropriazione poteva essere giustificata col facile pretesto della lotta contro i collaborazionisti o con altre considerazioni patriottiche (il caso delle officine Renault, divenute Régie Nationale des Usines Renault)7. I decreti del dicembre ’44 e dell’ottobre ’45 investivano le Houillères Nationales du Nord et du pas de Calais della direzione dell’intero sfruttamento minerario dei due dipartimenti nell’“esclusivo interesse della nazione”, e lo potevano tanto più facilmente in quanto il grado di concentrazione delle aziende era in quel settore già elevatissimo mentre era relativamente basso il saggio dei dividendi. Nel programma De Gaulle lo Stato esercitava il controllo, ma non aveva la proprietà del nuovo complesso, ch’era amministrato in forma tripartita da un consiglio di rappresentanti dello stato, degli operai e dei consumatori con potere consultivo e da un presidente eletto per decreto ministeriale e investito di responsabilità personale. Era una concezione autoritaria del controllo pubblico, che il governo socialista Gouin doveva abbandonare in nome di un’amministrazione tripartita controllata dallo Stato e con responsabilità collettiva: la proprietà delle miniere passava, nell’aprile 1946, allo Stato dietro indennizzo con titoli al 3%, e a capo del gigantesco monopolio era istituito un ente nazionale, i “Charbonnages de France”, con funzioni di coordinamento e controllo su scala nazionale ed articolati in “Houilléres de Bassin” investite non soltanto del compito della produzione, gestione e vendita ma della missione di “assicurare l’equilibrio finanziario delle loro imprese tenuto conto degli obblighi relativi ad essi e particolarmente dei carichi di capitale e d’investimento” (legge 26-4-46, art. 2), e dotate di completa autonomia finanziaria.

Criteri analoghi sono stati seguiti nella nazionalizzazione dell’industria del gas e dell’elettricità: in entrambi i casi “non si ha un servizio pubblico, ma le imprese nazionalizzate vivranno e agiranno come tutte le altre imprese private” (Previd. Soc., gennaio-marzo 1945, p. 26), cioè proponendosi come obiettivo il pareggio del bilancio e la realizzazione di un utile ed esercitando un potere di monopolio nella determinazione dei prezzi.

E’ chiaro che, ad uno sforzo massimo di coordinamento e di concentrazione industriale e finanziaria, si collega qui uno sforzo convergente dello Stato per dare ad imprese normalmente deficitarie o travagliate da gravi difficoltà la possibilità di riassestarsi e di vivere con l’aiuto, l’appoggio finanziario, la direzione tecnica, il controllo politico-economico e il provvidenziale intervento risanatore, dello Stato. Sono aziende che vivono sulla base della contabilità aziendale capitalistica con in più l’enorme vantaggio di poter drenare sussidi e sovvenzioni dello Stato come istituti di interesse e di utilità pubblica e che fondano la loro politica dei prezzi non già sui decantati principi dell’interesse pubblico ma su quello della realizzazione di un utile di bilancio. E poiché si tratta in generale di aziende logore, non é davvero da stupirsi che, nel corso dei recenti aumenti di prezzo, il proletario e il consumatore francese, non parliamo del contribuente, abbiano avuto il piacere di constatare che gli aumenti più forti si verificavano proprio nelle merci e nei servizi delle imprese divenute “nazionali”. La legge del bilancio capitalistico é una legge di ferro. Ciò non impedisce ai nostri bravi teorici del “socialismo democratico”, per i quali una politica di classe é, da parte proletaria, “gretta ed egoistica”, di proclamare, a proposito appunto della nazionalizzazione francese: “Nel chiedere un’economia pianificata e diretta dal controllo dello Stato, il socialismo europeo non persegue perciò puramente interessi egoistici di classe, ma riflette gli interessi delle nazioni”8 e di parlare di democrazia industriale solo perché gli operai, praticamente militarizzati e funzionarizzati nelle nuove gigantesche aziende nazionali, avranno un loro rappresentante in seno al consiglio tripartito di amministrazione della propria prigione.

Il “cambiamento di rotta” da De Gaulle a Gouin si é pertanto limitato a sostituire, anche in altre aziende delle quali non ci occuperemo, il sistema della direzione tripartita a quello della direzione fondamentalmente autoritaria delle imprese nazionalizzate, lasciando però intatti gli altri e ben più decisivi caratteri. Ed é anche da notare che la nazionalizzazione si é circoscritta ad alcuni settori economici lasciando “liberi” altri settori non meno palesemente monopolistici, mantenendo il mercato e le sue leggi e riassorbendo nel nuovo apparato direttivo lo stesso personale delle vecchie imprese a gestione privata.

Né il quadro cambia se ci riferiamo alla nazionalizzazione attuata nel settore bancario. E’ stata qui preminente l’esigenza di un contingentamento e di una disciplina del credito ai fini della ricostruzione: è stata nazionalizzata la Banca di Francia dietro trasferimento delle azioni allo Stato contro obbligazioni nominative negoziabili fruttanti il 2%: sono state pure nazionalizzate le quattro grandi banche di deposito contro cessione agli azionisti di carature che danno diritto ad un dividendo annuo da stabilirsi dai consigli di amministrazione e comunque non interiore a quello del 1944 (e il Lavergne commentava che lo Stato “espropriando quelle quattro banche, ha assunto imprese il cui profitto non ha cessato per vari anni di essere estremamente basso” e se ne é accollati tutti gli oneri, Revue Economique et Sociale, febbr. 1946): nei consigli di amministrazione di questi istituti prevalgono in modo nettissimo i rappresentanti dell’amministrazione finanziaria dello Stato affiancati dai soliti competenti in materia economica, industriale e commerciale, e da altrettanti portavoce delle organizzazioni sindacali “più rappresentative” agenti nei limiti stabiliti da decreti governativi9; infine, fatto estremamente caratteristico, non sono nazionalizzate proprio quelle grandi “banche d’affari” che tradizionalmente esercitano una potestà monopolistica sulla vita economica francese e non solo controllano il finanziamento industriale, ma hanno potenti vincoli con l’estero (e un nostro buon socialista se ne stupisce! v. Giuseppe Colombini, La Riforma bancaria in Francia, Critica Sociale, 1-16 gennaio 1946), mentre tutta la struttura bancaria é stata sottoposta al controllo, questo sì (ed é ben naturale), dello Stato per il tramite di organismi governativi come il Conseil National du Crédit e la Commission de Contrôle des Banques.

Per concludere con questa sommaria rassegna, abbiamo in Francia un esteso controllo del credito in vista del suo accentramento e della sua mobilitazione ai fini della ricostruzione dell’apparato produttivo capitalistico in una misura che all’iniziativa privata non sarebbe stata consentita; un intervento disciplinatore dello Stato nella produzione per ridare ossigeno alle industrie boccheggianti e favorire una ripresa della potenza espansiva dell’imperialismo francese; la creazione di un insieme di imprese statali dotate di piena autonomia finanziaria e dirette secondo le regole in uso nelle società industriali e commerciali, e quindi con gli stessi criteri di sfruttamento, in vista del pareggio delle entrate e delle uscite, e della realizzazione del più alto utile possibile, secondo le leggi della concorrenza e del mercato, sia esso nazionale od internazionale; la costituzione, infine, di un’enorme bardatura statale e di un gigantesco apparato funzionaristico nel quale, e attorno al quale, si muovono gli stessi uomini del vecchio capitalismo francese, tradizionalmente attrezzato a vivere in perfetta simbiosi con lo Stato. La “Patrie” si é messa una corazza di funzionari (il solo Ministero degli Interni ha portato il suo organico da 14.160 a 96.000 funzionari dal 1938 ad oggi) e contro ad essa continua disperatamente a cozzare la classe operaia. 

Il fenomeno é forse meno trasparente dal lato giuridico, ma ancor più suggestivo nella sostanza, nell’esperimento cecoslovacco e polacco. Si é giunti qui, dove lo sforzo ricostruttivo imponeva decisioni vitali e ben più energiche, ad un intervento molto più generalizzato del potere statale nell’economia. Mentre larghi settori venivano lasciati al libero sfruttamento del capitale privato, debitamente incoraggiato e promosso dagli stessi poteri pubblici, soprattutto nei settori interessanti il commercio e la distribuzione, l’intera grande industria è stata nazionalizzata tanto più facilmente e senza contrasti, in quanto in molti casi si trattava di espropriare senza indennità proprietà di cittadini ex-nemici o di collaborazionisti.

Per il resto, in entrambi i paesi, l’espropriazione avveniva dietro adeguato indennizzo agli ex-proprietari od azionisti, e tutta l’economia nazionale veniva sottoposta ad un regime di controllo simile a quello che tutta l’Europa centrale aveva già sperimentato sotto il nazismo.

Che questi provvedimenti mirassero soprattutto a rendere possibile e rapida la ricostruzione con mezzi che la sola iniziativa privata non avrebbe consentito, è dimostrato dal contemporaneo sforzo di pianificazione, che nei due paesi si compie sotto direzione “di sinistra”; che l’intervento dello Stato abbia avuto generalmente scopi di salvataggio risulta dalle stesse dichiarazioni del ministro cecoslovacco dell’Industria, secondo il quale il primo anno di nazionalizzazione si chiude con un deficit di 1 miliardo di corone nelle miniere di carbone, con un deficit di 896 milioni di corone nelle acciaierie, con un passivo di 400 milioni nell’industria chimica (dati delle Basler Nachrichten 10-10); il carattere capitalistico delle imprese socializzate é dimostrato dal fatto che conservano una piena autonomia finanziaria e lavorano in vista della produzione di profitti (Revue Internationale, 1946, n. 5); la finalità di classe della legge è sottolineata dal par. 2 del decreto 24-10-1945, che crea in Cecoslovacchia i comitati d’impresa, con lo scopo di garantire “il funzionamento normale e senza scosse dell’azienda”; inoltre, in Polonia le imprese nuove non sono colpite dalla nazionalizzazione e restano proprietà privata intangibile, mentre speciali garanzie sono istituite a tutela degli interessi del capitale straniero investito nelle industrie soggette a nazionalizzazione.

La verità é che in questi paesi l’estrema penuria di beni capitali, la deficienza di personale tecnico e di mano d’opera specializzata (specie dopo l’espulsione delle minoranze tedesche) e la violenta crisi da cui la loro struttura economica era stata colpita con la fine della guerra, esigevano una disciplina unitaria della produzione ed un rapido aumento della produttività del lavoro. Ed é su quest’ultimo terreno che appare più chiaro il carattere di spietato sfruttamento dell’economia “controllata”. Bisognava creare un “entusiasmo costruttivo” nelle masse lavoratrici: e si é giunti alla mobilitazione delle masse cecoslovacche per l’offerta di giornate supplementari di lavoro non pagato (si veda in Drapeau Rouge dell’8 aprile 1946 l’intervista del presidente del P. C. belga Lahaut), all’organizzazione di “brigate del lavoro” per le miniere e all’introduzione del lavoro obbligatorio degli studenti, alla campagna per la mobilitazione industriale e alla minaccia di sanzioni contro gli “attentati alla morale lavoratrice”, che significa, in termini di classe, la minaccia di intervenire violentemente contro ogni reazione proletaria alle ferree leggi dello sfruttamento (per una documentazione degli slogan propagandistici ( v. Economist, 19 ott. 1946). Solo in virtù di una simile mobilitazione si potranno infatti raggiungere a tempo di record gli altissimi indici di produzione stabiliti dai “piani”.

Così la nazionalizzazione s’inquadra in un processo di esasperazione ed accelerazione del ritmo di accumulazione capitalistica, e perciò dello sfruttamento del lavoro umano. E poiché esso si realizza in paesi a forte mordente nazionalistico, diventa l’arma prediletta della preparazione a nuovi e ancor più terribili urti imperialistici. In economie di questo tipo (e tutte le economie sono fondamentalmente simili, nella fase imperialistica del capitalismo), la spietata lotta di concorrenza non é annullata sul terreno nazionale, ed è acuita ed esacerbata sul terreno internazionale.

Più volte é stato chiarito dal nostro movimento che l’attuale fase della dominazione capitalistica é, nel fondo, fascista, in quanto tende a realizzare pur con altri mezzi lo stesso inquadramento ferreo delle masse lavoratrici nello Stato, lo stesso svuotamento del carattere classista degli organismi sindacali, lo stesso controllo dell’opinione pubblica, che gli Stati totalitari erano riusciti precedentemente ad imporre. Questo inquadramento avviene non solo attraverso il rafforzamento rapido e efficacissimo degli organi tradizionali dello Stato capitalistico, ma anche (e con non minore efficacia) attraverso la rete a maglie fitte dei grandi partiti, il cui alternarsi alla direzione della “cosa pubblica” serve solo a far apparire meno rigido e soffocante il metodo totalitario di governo.

Orbene, le nazionalizzazioni hanno servito ottimamente a questo scopo, mettendo a disposizione dei “partiti della ricostruzione” un ulteriore e potentissimo strumento di manovra e di controllo, vuoi ai fini delle continue lotte di concorrenza fra di loro, vuoi ai fini di una prolungata e martellante pressione economica e politica sul proletariato. La storia delle nazionalizzazioni in Francia ha dimostrato come i diversi partiti succedutisi al governo modellassero, a loro immagine e somiglianza, le industrie nazionalizzate, e si creassero nel loro seno una vastissima clientela, costituita sia dallo stuolo di medio e piccoli borghesi entrati a far parte della nuova gigantesca burocrazia di Stato, sia dai funzionari sindacali che le nazionalizzazioni hanno perfettamente inquadrato nel meccanismo statale10. In tal modo le nazionalizzazioni s’inseriscono come particolare momento in quel processo di rinnovamento della società capitalistica che, da una parte, tende a legare a doppio filo allo Stato le organizzazioni sindacali operaie e, dall’altra, mira a riassorbire nell’apparato produttivo e amministrativo borghese gli strati socialmente e politicamente infidi e fluttuanti dei ceti medi e, se occorre, gli stessi capitalisti individuali che lo sviluppo del sistema capitalistico ha privato della proprietà privata o del controllo diretto dei mezzi di produzione.

E poiché in tutti i Paesi i “grandi” partiti politici vivono non per virtù propria, ma in quanto agenti di pubblicità e di commercio delle grandi ditte internazionali capitalistiche che, nell’attuale schieramento postbellico, si chiamano Inghilterra, Russia e Stati Uniti, la politica delle nazionalizzazioni rientra nel quadro generale della lotta svolta da questi colossi per accaparrarsi, tramite i partiti da essi dipendenti, i posti di controllo o addirittura di comando delle singole economie “nazionali” (e che meglio si direbbero coloniali), cioè, in definitiva, nel quadro generale della strategia su cui va intessendosi la trama della futura terza guerra imperialistica. 

Possiamo dunque concludere sintetizzando: La nazionalizzazione non sopprime né il mercato, dalle cui leggi continua ad essere dominata l’economia, anche se all’interno delle frontiere nazionali é garantito all’industria nazionalizzata un apprensivo regime di monopolio, né lo sfruttamento del lavoro, attraverso la realizzazione ed appropriazione del plusvalore: in una gran parte dei casi, tende al salvataggio di unità economiche deficitarie, in tutti garantisce per vie più o meno palesi il profitto capitalistico. Sul piano dei rapporti inter-imperialistici, essa costituisce l’espressione più evidente e scoperta della tensione di tutte le forze economiche nazionali, in vista di un urto sul terreno della forza che essa contribuisce d’altronde a preparare. Infine, nel gioco delle lotte di classe, le nazionalizzazioni rappresentano il più raffinato metodo per immobilizzare le energie attive del proletariato ed irreggimentare i suoi eventuali compagni di strada. Ciò non impedisce ai nostri bravi affossatori del marxismo di ricantare, su tutti i giornali e su tutte le riviste, le delizie dell’Europa che marcia verso il socialismo.

Note:

  1. Per la storia delle nazionalizzazioni in Francia. si veda fra l’altro.   Nationalization in France. in The World Today, agosto 1946. ↩︎
  2. Non l’hanno neppure salvata i nostri nazionalcomunisti i quali, per bocca del min. Scoccimarro, hanno dichiarato di intendere per nazionalizzazione non la deprivatizzazione dei grandi complessi industriali, ma soltanto il controllo dello Stato sull’iniziativa privata negli interessi generali del Paese, formula, questa, tipicamente corporativa, la cui applicazione si sta compiendo in Ungheria. In questo paese, infatti, le più recenti misure di “nazionalizzazione”, che toccano aziende costituenti più della metà dell’industria ungherese, non hanno recato pregiudizio alcuno al diritto di proprietà degli azionisti, limitandosi ad avocare allo Stato la direzione e il controllo della produzione e (disposizione significativa) l’assunzione delle perdite, mentre il limite massimo dei dividendi da distribuire agli azionisti é limitato, con un procedimento di cui l’“economia corporativa” ci aveva dato già numerosi esempi, al 3%. E’ anche da notare che la “nazionalizzazione” ungherese, ridotta nei termini di un puro e semplice controllo statale sulla produzione, é prevista per un periodo di otto anni, pari a quello in cui dovranno essere pagate le riparazioni di guerra (Basler Nachrichten, 30/11). ↩︎
  3. Della nazionalizzazione della Cable and Wireless il cancelliere dello Scacchiere Dalton ha dichiarato che essa “non soltanto costituisce un progresso nel campo sociale, ma é di utilità pratica per la politica imperiale” (Boll. Ec. Ansa, 14/5), mentre il Monde avvertiva che la C. a. W. aveva già provveduto a trasferire una parte del suo attivo ad una società del settore non nazionalizzato (28-29/4)! ↩︎
  4. Neue Züricher Zeitung, 2/2/46. ↩︎
  5. La Neue Züricher Zeitung del 2/11/46 stima a 800 milioni il deficit della sola industria carbonifera. ↩︎
  6. Per chi ami una documentazione: il 21 luglio 1945 Thorez dichiara a Waziers, di fronte ai minatori: “Produrre é oggi là forma più elevata del dovere di classe… Affermo che in questo periodo é impossibile approvare uno sciopero di minatori”; il 2 settembre, alla festa dell’Humanité, grida: “Uno sforzo immenso dei lavoratori é indispensabile per… assicurare le basi materiali della grandezza e dell’indipendenza della Francia”; a Lione, nell’autunno, il segretario generale della C. G. T. dichiara che, poiché non si lavora più per dei trust ma per la “nazione”, dovere ed interesse degli operai é di “non sollevare scioperi e accrescere la produzione al massimo”. E si potrebbe continuare all’infinito con discorsi altrettanto patriottici di Cachin, Duclos, Philip, e con le requisitorie dei capi sindacali contro gli operai che non mettono abbastanza ardore e spirito di sacrificio nella “battaglia per la produzione”. ↩︎
  7. A detta del The World Today dell’apr. 1946, art. cit.. “il cartello fu nazionalizzato per far fronte a determinate esigenze del mercato, oltre che allo scopo di sopprimere, o quanto meno di influire in senso moderatore su uno dei principali centri di agitazione operaia”. ↩︎
  8. F. Pagliari, La democrazia industriale in Francia, Critica Sociale, 1-16 genn. 1946. ↩︎
  9. Sottolineiamo questo fatto non perché crediamo che la situazione cambierebbe se il “controllo operaio” fosse effettivo, ma solo a conferma del carattere demagogico delle parole d’ordine altrui. ↩︎
  10. Quest’aspetto é particolarmente sottolineato da Gélo et Andréa in un articolo su “La Révolution anticapitaliste en France et les nationalisations” pubblicato in International correspondence, vol I, n. 2, luglio 1946.  ↩︎

The Tactics of the Comintern from 1926 to 1940 (Pt. 3)

The Tactic of the Offensive and Social-Fascism

In the bosom of the socialist parties of the Second International, both before 1914 and when, in the immediate post-war period, between 1919 and 1921, communist parties were founded in all countries, we saw the reformist right and the revolutionary left hold complete opposite positions to each other in the organizational field of the political positions, with the former holding a position of unity and the latter looking to split away from the former. In Italy, it was the abstentionist fraction that – in strict accordance with the decisions of the 2nd Congress of the Communist International of September 1920 – took the initiative to split away from the “old and glorious Socialist Party”. While all the currents of this party, reformist right and maximalist left, including Gramsci and the Ordine Nuovo, were for unity “from Turati to Bordiga”.

The Communist International – under Lenin’s leadership – correctly followed Marx’s method in building the fundamental organ of the proletarian class: the class party. This can only arise on the basis of a rigorous definition of a theoretical program and of a corresponding political action which finds in the organization of the Party, exclusively limited to those who adhere to this program and to this action, the instrument capable of determining that shift of situations which is allowed by the degree of their revolutionary maturity. The fact that both the right wing and all the other intermediate political currents are for unity should not be surprising since, in the end, they act on a line that seeks the preservation of the bourgeois world. On the contrary, the Marxist left can only aim at the revolutionary takedown of this bourgeois world by realizing its principles in the ideological, theoretical and organizational field through that decisive split which determined the historical autonomy of the proletariat.

At the core of the Third International, the process is manifested in a different way. At first it was influenced, and later fully captured, by capitalism through the expulsion from its core of every current that does not submit to the counterrevolutionary decisions of the leading center. The fact that determines this modification is the presence of the proletarian State which – in the present historical phase of State totalitarianism – cannot tolerate any stumbling block, obstacle or opposition. If it is true that the bourgeois-democratic State can still tolerate those discussions or oppositions which, since they take place at the periphery of its activity, will never be able to disturb the evolution whose center lies in the process of development of financial monopoly capitalism. On the other hand, as regards both the degenerating proletarian State and the bourgeois State of fascist type (resulting from the most advanced stage of the struggle between classes compared to the democratic one), the dictatorship of the ruling center is achieved by the exclusion of any possibility of opposition tendencies acting even in a peripheral field.

It is well known that, at Lenin’s time, the Russian Party experienced an intense activity of discussions within it, and that, until 1920, even organized fractions could exist within it. But this was then the period in which the adaptation of the politics of the proletarian State to the needs of the world revolution was being laboriously sought. Then the question was reversed and it became a matter of adapting the Party’s policy to that of the State, which was more and more obeying the changing and contradictory contingent necessities of its alignment with the general cycle of the historical evolution of the international capitalist regime into which it was about to be incorporated.

The ruling center must have absolute, monopolistic power over all organs of the State; it begins with expulsions from the Party, and ends with the summary execution not only of those who adamantly oppose the established course of the counterrevolution but even of those who attempt to save their lives by abjuring their previous opposition. Despite the capitulations, the different oppositions within the Russian Party are annihilated by violence and terror. Trotsky, for his part, remains steadfast in his uncompromising opposition to Stalin; but, as he traces over the course of the Russian Revolution the pattern of the French Revolution, he considers that the reversal of the function of the Russian State from revolutionary to counter-revolutionary can only be realized with the appearance of the Russian Bonaparte. Until this appearance, since the intense industrialization of Russia was impossible and since the military attack of the rest of the capitalist world against Russia appeared inevitable, the conditions also exist for “straightening out” the International both from within and, when this proves impossible because of the purge regime in full swing in the International, also through the left-wings of the socialists.

The Italian Left, on the contrary, in strict connection with the same positions of Marx, Lenin and with the indicated procedure followed for the foundation of the Party in Livorno, never engaged in either Zinoviev’s way of capitulating to Stalin or Trotsky’s way of straightening out the International, but from the starting point of programmatic opposition in the political field it carried on the consequent fractionist course, constantly raising the problem of the substitution of the counter-revolutionary political body with another, which remained within the orientation of the world revolution.

In a word, the socialist parties of the Second International were progressively corrupted by the force of inertia of the historical forces of bourgeois preservation which tried to attract in their circle the Marxist and proletarian tendency by keeping it chained in the core of a “United Party”. On the contrary, in the communist parties, because of the existence of the “proletarian” State, bourgeois pollution could only be achieved first through disciplinary elimination, and then through violent extermination of every tendency which did not adapt itself to the changing needs of the counter-revolutionary evolution of this State: of those oriented towards the left as well as of the others towards the right; after the trial of Zinoviev there will be also that of the rightists Rykov and Bukharin.

On the political level, while the process of development of the reformist right follows a logical sequence which allows us to find the principles of the betrayal of 1914 and of Noske in 1919 in the theoretical assault of Bernstein and revisionism of the end of the last century, as far as the degenerative course of the Communist International is concerned, we will see a succession of political positions in violent contrast with each other. Trotsky sees, at the dawn of the “third period”, which we will be giving particular attention in this chapter (at the time of the Sixth Congress in 1928), a likelihood of a leftist orientation which would “straighten out” the International developing; our current, on the other hand, sees it as an episode of this whole developing process which was to lead the communist parties to become one of the essential instruments of world capitalism, a process which was destined to reach its completion unless it was broken by the victory of the fractions of the Marxist Left within the communist parties.

Moreover, our current did not conclude that, from the ever-increasing distance between the degenerating politics of the International and the program and interests of the proletariat, new parties had to be formed. The fact that this distance was widening while the historical process did not lead to an opposing reaffirmation of the proletarian class, urged us to not throw ourselves into adventures of the kind Trotsky proposed, which went so far as to advocate, after Hitler’s seizure of power in January 1933, entryism into the opposition of the socialist parties. Our fraction continued to prepare the conditions for proletarian recovery through a real understanding of the evolution of the capitalist world, into whose orbit Soviet Russia had also entered.

We have already seen, in the chapter devoted to the Chinese events of 1926-27, that the characteristic of the tactics of the International is given not only by opportunist positions, but by positions which are violently opposed to the immediate and finalist interests of the proletariat. The International cannot remain halfway, it must go all the way: the needs of the counter-revolutionary evolution of the State which is at its core demand it, which, after the triumph of the theory of “socialism in one country”, after having broken with the interests of the world proletariat, it could not simply remain suspended in mid-air, and had to go directly and violently to the side of the preservation of the capitalist world, against the interests of the workers.

When revolutionary possibilities existed in China, up to March 1927, the politics and tactics of disciplining the proletariat to be complacent towards the bourgeoisie were advocated; when these possibilities no longer existed, we turned to insurrectionism in Canton in December 1927; thus bringing to completion that political course which was to lead to the crushing of the Chinese proletariat.

In 1928 the gigantic economic crisis matures, breaking out in America the next year and from that spreading to the whole world. In 1928, the International’s tactics were still imbued with the criteria that were followed in England with the Anglo-Russian Committee and in China with the bloc of four classes.

The “insurrection” in Canton was still only an episode, which, as we have seen in the previous chapter, was even criticized – albeit in hushed tones – at the Enlarged Executive in February 1928. The events were to show, however, that this was by no means an incidental episode but a foreshadowing of what was to come in the tactics of the “third period” that would only be established in the following year. In the meantime, in France, the tactic of “republican discipline” (which went by the name of “Clichy tactic”) was applied and led the communists to ensure the election of socialist and radical-socialist senators against the right wing of Poincaré and Tardieu; in Germany the policy of the “popular” referendum against concessions to princes; while the Italian Party – in correlation with the policy followed in the first period of the Aventine in June-November of 1924 – launched the directive of the “Antifascist Committees” (a bloc that postulates the adhesion of socialists, reformists and all opponents of fascism). On the other hand, the CC of the Party wrote in a letter addressed to our current and published in issue no. 4 of August 1, 1928 of Prometeo (foreign edition): «We must also take the lead (underlined in the original) in the fight for the republic, but we must imbue this fight with class content at once. Yes, we must say, we too are for the republic guaranteed by an assembly of workers and peasants». The Italian republic has come and it – as we all know – is “guaranteed” by the assembly of workers and peasants, who in the barracks of Montecitorio watch anxiously over the success of the reconstruction of capitalist society after the upheavals caused by the war and the military defeat.

In 1928 the International remained within the framework of the tactics of 1926 and 1927 and acted as the left wing of the political blocs of bourgeois democracy.

Then it changes radically.

Let’s begin by examining the theoretical aspect of the new tactics, which would be progressively decided by the 9th Enlarged Executive (March 1928), by the 6th World Congress of the International and by the simultaneous 4th Congress of the Red Trade Union International in the summer of 1928, by the 10th Enlarged Executive of July 1929 and finally by the 11th Enlarged Executive of 1931.

In the “Theses on the Role of the Communist Party in the Proletarian Revolution” the 2nd Congress of the International had warned: «The concept of the party and that of the class must be kept strictly separate». The “tactic of the third period”, after having completely distorted the criteria of class delimitation, goes so far as to demagogically identify the class as those within the Party.

In the economic and social field, Marxism defines the proletarian class as the wage-earning worker in the capitalist regime and considers all those who live off their wages as part of it.

The transformation is now radical: those who compose most of the class are the part of the workers affected by the massive economic crisis, that is, the unemployed to whom the Nazi demagogy is also addressed. The Party, consequently, does not establish a plan of total mobilization of the proletariat, but limits its action to the mobilization of the unemployed. Correspondingly, unorganized workers are thus considered more conscious than the workers in the trade unions, and the “Revolutionary Trade Union Opposition” is founded, while any work in the trade unions led by “social-fascists” is neglected. The proletariat is thus split in two: the part controlled by the Party, which includes the vanguard, is separated from the rest of the working class and launched into offensive actions, which offered the best conditions for the success of capitalist repression.

In the political field, the new tactic does not aim to hit the capitalist class as a whole, but it isolates a section of its forces – social-democracy – which will be called “social-fascist”. In Germany, where at that time the main evolution of world capitalism was taking place, where the liquidation of the democratic staff was being prepared to be replaced by the Nazi one while the corresponding modification of the structure of the capitalist State was underway, the Comintern instead of preparing the proletariat’s class action against capitalism, called the masses to fight “social-fascism” in isolation as enemy number one, even making the Communist Party a supporter of Hitler’s attack for this end. And when Hitler took the initiative of a “popular” referendum to overthrow the Social-Democratic government of Prussia, the Party was in fact aiming at the same goal, since it didn’t intervene in the referendum in a general action against the capitalist class, but remained within the framework of the struggle against “social-fascism”.

On a more general political level, the Party’s policy is synthesized in the formula of “class against class”. The proletarian class is now defined as those in the Party and all organs annexed to it (Revolutionary Trade Union Opposition, Anti-Imperialist League, Friends of the USSR and the many other peripheral organizations): everything outside the Party and its annexes (and don’t forget that all the Marxist currents had been expelled from the Comintern) is the bourgeois class or more specifically “social-fascism”. The mass organizations no longer derive from the base of the capitalist economy but result from the initiative of the Party, while the union fractions are practically eliminated as they lack a reason for existing, for the unions – acting outside the orbit of the Party, – are “social-fascist” organizations.

It is in this period that the great deity of the “political line of the Party” arises. How far removed we were from Lenin’s time when the tactical positions of the Party were subjected to the verification of events and a frantic attempt was made to determine their validity! By now the “political line” was consecrated as a divine institution and it became a crime not only to question its infallibility, but also not understanding its real hidden meaning. This was absolutely impossible, since the “political line of the Party” obeyed only the ever-changing specific needs of the Russian State to its new role as an instrument of world counter-revolution, and the only one who could reflect its vicissitudes was the executive center at the head of this State. As a result, there were repeated and abrupt turns of events which regularly left those Party leaders who, because they had not completely abandoned the faculty of reasoning and reflecting, showed that they were not “true” Bolsheviks, since they refused to defend today the total opposite of what they said yesterday with the same amount of passion.

One could, on the basis of a superficial analysis, consider that the successes achieved in the field of industrialization in Russia, the economic and therefore military strengthening of the Russian State and the simultaneous unleashing of the “revolutionary” offensive in other countries should have led to a violent retaliation against the Russian State by capitalism. Not only did this not happen, but shortly after Hitler’s rise in Germany, the United States officially recognized Russia, which – according to the statements of the Comintern leaders themselves – was a very important diplomatic victory, while the doors of the League of Nations – what Lenin accurately described as “the society of brigands” – opened to the entrance of Soviet Russia. This was the logical epilogue of the course followed by Comintern policy.

In fact there was a very close link between the successes of the five-year plans (made possible also thanks to the help of capitalism, which imported raw materials into Russia in exchange for grain exports, while bread rations were in extreme lack) and the policy of the “revolutionary offensive”. In Russia the “colossal victories of socialism” were actually the result of the intensified exploitation of the proletariat, and in other countries the proletarian class was made to be – thanks to the tactics of the “third period” – completely unable to fight back the capitalist offensive. And Russia’s victory in the field of industrialization and in the diplomatic field, along with Hitler’s conquest of power in Germany, were two aspects of the same course: the victorious course of the counter-revolution of world capitalism, both in Russia and in all other countries.
* * *

Let us now turn to a brief analysis of the official documents of the Comintern and the events that characterize the tactics of the “third period”. Why “third”? The Sixth World Congress specifies it the following way: 1st period (1917-23), between the revolutionary victory in Russia and the revolutionary defeat in Germany. That of the “acute crisis” of capitalism and the revolutionary battles; 2nd period (1923-28). That of the “capitalist stabilization”; 3rd period (which began in 1928 and was to end in 1935, when the change away from “social-fascism” to the Popular Front took place). That of the “radicalization” of the masses.

Let us begin by pointing out that this schematization of the situations has nothing to do with Marxism, which does not distinguish “periods” but represents the process of development that strictly ties situations together and in which the Marxist criteria of the struggle of the classes allow us to see the favorable and unfavorable fluctuations. These fluctuate, in the period from 1917 to 1927, from the revolutionary victory in Russia, and its reflection in the founding of the Communist International, – victory of international and internationalist principles – to the negation of this very principle, when, in the footsteps of the defeat of the revolution in China, the national and nationalist theory of “socialism in one country” will triumph.

The classification of the Sixth Congress left, for example, in the first period of the revolutionary advance the November 1922 in Italy, an event that had an exceptional importance not only for the Italian sector but for the entire political evolution of the capitalist world.

As for the characterization of the “third period”, the Sixth Congress will characterize this period in the following way:

«War is imminent. Whoever dares to deny this imminence is not a “Bolshevik”. War not only between imperialisms (at this time the fundamental constellation is presented in the framework of the violent opposition of England and the United States), but also the war of all imperialisms against Russia: both England, which will see in it the “precondition for its further struggle against the American giant”, and the United States, which, if it has no urgent interest in overthrowing “socialism in Russia”, cannot but aim at extending its dominion in this country as well, would be “inevitably” led to it.

«The aggravation of the class struggle. “The proletariat does not remain on the defensive, but goes on the offensive”.

«The masses are all the more “radicalized” the more disorganized they are.

«The new role of social democracy that became “social-fascist”».

In 1926-27 social democracy is an ally to whom (see the Anglo-Russian Committee) the Comintern abandons the direction of the proletarian movements. Now it’s enemy number one. The Nazis unleash the offensive in Germany: the Party will not set up a plan of struggle against capitalism and on the basis of class struggle, but exclusively against “social-fascism”. At the same time, since the mass trade union organizations are framed as being a “social-fascist” organizational apparatus, it follows that it is necessary to abandon the masses there and move on to the construction of another organization: the “Revolutionary Trade Union Opposition”, which defends “the political line of the Party”.

Note the flagrant contradiction existing between the two theses: that of the revolution and that of the war. He who admits only one of them is a heretic. Therefore, the Marxist is a heretic by definition, by virtue of the materialist interpretation of history, which immediately notes that if one of those thesis is true, the other cannot but be false since such a thesis can only be based on the the reverse of what is actually observed in such situations in the course of the historical process that lead the war to its opposite: revolution.

The events proved that, point by point, the cornerstones of the new tactic were to be completely refuted. Indeed:

The war was not at all imminent in 1919 and when it broke out in 1939, the constellations were completely different, with England becoming the ally of the United States and these two imperialisms – the richest imperialisms – becoming in turn allies of the “socialist country”.

It wasn’t the working class that went on the offensive, but capitalism, which obtained its successes in Hitler’s victory in January 1933 and finally in the unleashing of the Second World Imperialist War.

We did not enter a “social-fascist” era, in Germany it’s just plain fascism that ultimately triumphs. Capitalism temporarily liquidates social democracy, except to call it back in the course of the war, when, in cahoots with democrats and national-communists on one side, fascists and national-socialists on the other, the capitalist world will plunge into the war of 1939-45.
* * *

Let us now turn to a brief summary of the most important facts, which characterized the “tactics of the third period”.

We have already indicated that the predominant political fact was Hitler’s coming to power in January 1933. There were many other political events in which this tactic had the chance to show its “virtues”, but, within the limits of a single article, we’ll limit ourselves to the essential, that is to say the events in Germany. It was in September 1930, only five months after German capitalism had dismissed the coalition government headed by the Social Democrat Mueller, that the fascist advance began. Contrary to what occurred in Italy in 1921-22, German Nazism followed a predominantly legalitarian tactic. The democratic mechanism is perfectly suited to achieve the conversion of the capitalist State from democratic to fascist, something that does not surprise a Marxist at all and that even the current national-communist and socialist dupes in government in Italy and elsewhere know. Instead of attacking the proletarian class-based strongholds, as the fascists did in Italy, with violence and under the protection of the democratic police, the German Nazis employ the method of the progressive legalitarian dismantling of the State apparatus of the leading positions held by their accomplices: the parties of democracy and German Social Democracy. This fact alone, of the possibility offered to capitalism of not having to necessarily resort to the extra-legal violence of fascist squads, is proof the profound modification which has taken place in the situation, in which the threat of the proletarian class party no longer acts.

This reality was, naturally, reversed by the Comintern. In an article by Ercoli (Stato Operaio, September 1932) we read among other things: «the first difference (between the Nazi assault in Germany and the Fascist one in Italy – editor’s note), the most important one, the one that immediately jumps to the eye, is the one between the period in which the March on Rome took place and the present period. At that time we were at the end of the first postwar period and on the eve of the period of stabilization of capitalism. Today we are at the heart of the third period, at the heart of an economic crisis of unprecedented breadth and depth, of a crisis that has had and has its most serious manifestations precisely in Germany… Secondly, it is necessary to stop the attention on the line of development of the mass movement». “Downward line” (in Italy), while in Germany «the decisive fights are still ahead of us and the mass movement is developing on an upward line, in the direction of these decisive fights». In reality the decisive fights of the masses lay neither ahead nor behind and just a year later Hitler was handed the government by Hindenburg. The Party, which a few days earlier had organized a “colossal” demonstration at the Sportpalast in Berlin, was to completely fall apart on the same day of Hitler’s rise to power.

The essential moments of the Nazi advance are: August 9, 1931, the plebiscite against the Social Democratic government of Prussia, a plebiscite requested by Hitler.

The elections for the presidency of the Reich on March 13, 1932. On the level of electoral tactics the question of the party’s intervention both in the plebiscite organized by the Fascists and in the elections with a candidate of its own, against Hindenburg and Hitler, can offer no doubt. The Communists could not lend themselves to the Social Democratic maneuver and had to intervene; but there were two ways of intervening. The Marxist way of turning these two electoral manifestations into opportunities to spread propaganda aimed at mobilizing the proletariat on a class basis against the capitalist regime, which meant engaging in a fight against the evolution that was taking place in the capitalist State from democratic to fascist, an evolution that could only be fought by the proletariat and its party against all capitalist forces (democratic and fascist) which were solidly united in their support of Nazism; and the way that comes from the “tactic of the third period”, consisting in detaching these two electoral manifestations from the real process in which they were embedded by making them two episodes of validation of the “political line of the party” which no longer fights the bourgeois class but only one of its forces: “social-fascism”. The plebiscite organized by the fascists to overthrow the Prussian social-democratic government of Braun-Severing becomes the “red plebiscite” to be used as a validation of the “party policy”. In the presidential elections the masses are called upon to vote against Hitler and Hindenburg and for the party leader Thälmann, but not for the proletarian dictatorship. Rather, it was for the realization of the “program of national emancipation”. Now, since these elections were themselves episodes in the transformation of the bourgeois State from democratic to fascist, the Party’s participation, which didn’t struggle against capitalism but against “social-fascism”, could only lead to facilitate the said transformation of the State. That is to say, in the first case it was a question of realizing the expulsion of the socialists from the Prussian government, and in the second case of entrusting the Party with the objective of “national emancipation”. It is therefore clear that the Party was taking a position competing with that of the Nazis, and if the events of the time led to the victory of Nazism, nothing excludes that in the present situation the same program will be raised by the “unified socialist party” of Germany which, under the hegemony of Russian imperialism, speaks of “national emancipation” against the same “national emancipation” that Anglo-Saxon imperialism wants to achieve for its own profit.

As for the party’s policy in the social field, it also came from the above-mentioned criteria of the struggle against “social-fascism”, of the multiplication of skirmishes, of the “politicization of strikes”.

Wherever the catastrophic economic crisis creates a movement of resistance by the workers and especially of the unemployed, the party immediately intervenes to make it an episode of “revolutionary” agitation with the result always being the minority getting machine-gunned while the rest of the demoralized working masses observe the victorious advance of the capitalist offensive. The most characteristic episode of this tactic occurred in the demonstration of May 1, 1929 in Berlin, when Zörgiebel – the social-democratic police chief, and a worthy successor of Noske – was able to kill 33 workers without any mass involvement, as the masses didn’t participate in the demonstrations against “social-fascism” in the slightest.

While the Nazi movement moved forwards in gigantic steps, “L’Internationale Communiste” in its issue of May 1, 1932, after the presidential elections, noted «the peculiar recoil of the party in the industrial regions, a recoil which is manifested precisely in those regions where the National Socialists have achieved a series of great victories».

But that is not why the drum of demagogy will be silent. Thälmann declares, «we will sow disintegration in the camp of the bourgeoisie. We will widen the breach in the ranks of social democracy and increase the process of effervescence in the bosom of this party. We shall form still deeper breaches in the Hitler camp».

This tactic, which, as we have seen, is ultimately one of competing with Nazi policy, receives no other justification from the International than the evocation of the role previously played by the Social Democrats. The Stato Operaio issue of July-August 1931, in an article intended to justify the policy of the German party, writes: «Who accuses the Communists of being the allies of Fascism?.. They are the police ministers of Prussia, the executioners of workers, and Mr. Pietro Nenni, a fascist from the beginning. These considerations are enough to judge the cause».

When Hindenburg, on January 30, 1933, handed power over to Hitler, we witnessed in essence the replication in Germany of that victory of international capitalism which had been consecrated in Russia in December 1927, when the “theory of Socialism in one country” triumphed. A simple inversion of terms in the same formula. In Russia socialist nationalism, in Germany national-socialism. Thus were established the premises that kickstarted the path of the world towards the second world imperialist war, after the intermediate stages of Ethiopia and Spain.

The defeat inflicted on the international proletariat in Germany does not arouse much of a reaction within the International against the tactics followed by the Comintern. Manuilski rejoiced at this and declared at the plenary meeting of the Executive of the International (see the Stato Operaio issue of February 1934): «The attitude on the German question was a touchstone for the degree of Bolshevization of the sections of the Communist International, for their Bolshevik temperament, for their ability to face head-on the abrupt turns of the situation. It must be recognized with satisfaction at this Plenum that the Sections of the Comintern have passed this test with honor. Reflect on what would have happened if these events had occurred a few years ago when the Bolshevization of the Parties of the International was being accomplished through continuous crises. They would undoubtedly have provoked a profound crisis in the Comintern». It’s impossible to be more cynical and at the same time so explicit about the meaning of “Bolshevization”. Manuilski tells us unequivocally: it is the full success of Bolshevization that immunizes the International from any reaction against the success of the tactics of competing with Hitler’s offense in Germany. After this decisive test, the Comintern proved itself perfectly suited for the next phase of warmongering policy in Spain, right before it became the accomplice of the democratic and fascist forces in the course of the Second World Imperialist War.

The events in Germany were to accentuate the gap between Trotsky’s political positions and those of our current, a gap which had already manifested itself not only on international questions in Trotsky’s criticism of the Comintern’s policy during the German events of 1923, a criticism which Bordiga judged insufficient (see “The Trotsky Question” by A. Bordiga), but also – as we have seen in previous chapters – on the Russian and Chinese questions.

Trotsky, tracing on the German situation the tactics followed by the Bolshevik Party between 1905 and 1917, and particularly the tactics applied in September 1917 at the time of Kornilov’s threat against Kerensky’s government, started from the premise that Social Democracy was historically a force of opposition to the fascist attack, and concluded that a united front should be advocated to oppose the Nazi attack. And our current was accused by Trotsky of “Stalinism” because it repeated, with respect to the German situation in 1930-33, the policy followed by the Party of Italy in 1921-22, which consisted of a united trade-union front for partial claims resulting in a mobilization of the working class, as a whole, against the capitalist class. On the other hand, as far as the question of power is concerned, for us the central position of the Proletarian Dictatorship had to remain unchanged and could not know any substitute. Trotsky not only did not accept the controversy with our current, but, intolerant of its criticism of the International Opposition, he could find no other solution than the administrative one of our expulsion from said International Opposition, sanctioned in 1932. Trotsky did not understand that it was not possible to judge the evolution of the capitalist State of 1930-33 according to the evolution which had been determined in the period preceding the First World Imperialist War. If before the capitalist State evolved according to the democratic procedure, this depended on the historical particularities of the period. In the period of financial imperialism, and where the struggle between the classes had reached its culminating point, the State was led – by the new historical circumstances – to evolve in a totalitarian and fascist direction, and all the political forces of capitalism could only favor and contribute in solidarity to this outcome. The result was that social democracy, although destined to be one of the victims of this process, could only be a factor in its development, while only the proletarian class and its class party could determine the rupture of this course of the capitalist State. This course could be explained not by historical precedents but by the dialectics of the struggle between classes in its most advanced phase.

The International, founded for the triumph of the world revolution, thus establishes the “tactics of the third period”, which facilitates and supports the triumph of Nazism in Germany. The path that had begun in 1927 continues tragically and only the scattered patrols of the Italian left remain in the barricades to defend Marxist positions.

I problemi della moneta e la prima guerra mondiale

Abbiamo visto che opponendosi chiaramente alla teoria quantitativa, la legge marxista della circolazione monetaria enunciava che la quantità di oro circolante dipendeva dal valore delle merci. Invece, il valore dei biglietti non poteva dipendere che dalla loro stessa quantità in circolazione. Finché questa quantità corrispondeva alla quantità di oro che avrebbe normalmente circolato il biglietto conservava il valore che gli era assegnato dalla sua funzione; ma se questa legge di proporzione era violata, di conseguenza se la quantità di biglietti superava i bisogni della circolazione delle merci, e vi era “creazione” di moneta, risultante da una causa che non fosse economica, questa massa eccessiva di biglietti continuava a non rappresentare che la quantità di oro economicamente indispensabile. Cioè se la quantità di biglietti raddoppiava, ogni unità monetaria carta non rappresentava che una quantità di oro eguale alla metà della quantità primitiva. Con una circolazione di oro, l’oro in soprappiù era semplicemente tolto dalla circolazione; invece i biglietti in soprappiù, se non potevano essere convertiti in oro erano convertiti in merci; la richiesta di queste raddoppiava artificialmente e di conseguenza anche i prezzi raddoppiavano. C’era inflazione di biglietti perché la loro emissione oltrepassava le necessità economiche e si effettuava nel vuoto esattamente come nel caso di emissione di un assegno su un conto bancario in cui non esistesse un centesimo; con questa differenza, tuttavia, che il pagamento dell’assegno bancario sarebbe rifiutato mentre la carta monetata aveva un corso forzoso. Una circolazione “sana” di biglietti non poteva dunque muoversi che in limiti strettamente determinati e questa stessa condizioni costrinse a dar loro una consacrazione legale che non poteva essere imposta che all’interno dei confini nazionali.

L’oro, come mezzo di circolazione, prese così due forme monetarie che si opposero sempre più con l’evoluzione stessa del Capitalismo: una, la sua forma pura, materiale che continuava ad essere il solo aspetto sotto il quale esso appariva come strumento internazionale degli scambi e dei pagamenti (indipendentemente da mezzi più estesi come la lettera di cambio); l’altra, la sua forma carta che circolò nell’interno di ogni nazione capitalistica dove poté identificarsi con l’oro nei limiti di una normale emissione, mentre il suo valore internazionale si regolò col corso del cambio.

Da trent’anni, si assiste a questo fenomeno in apparenza paradossale che l’oro è praticamente scomparso dalle sfere di circolazione interna mentre la quantità di oro continua a crescere notevolmente. Dal 1901 al 1929 la produzione di oro raggiunse più della metà dello stock mondiale esistente alla fine di questo periodo; si estrasse dunque in meno di 30 anni press’a poco tanto oro quanto nel corso di tutti i secoli precedenti. Durante la crisi mondiale l’aumento della produzione superò ancora il ritmo del periodo di espansione precedente. E tuttavia l’oro è scomparso agli occhi della maggior parte degli uomini. Per non considerare che la Francia, piegata sotto il peso della sua quantità di oro pari a circa 100 miliardi di franchi, nel 1934, i pagamenti della Banca di Francia si effettuavano come segue: 0,2 p.c. in oro, 7,8 p.c. in biglietti, 92 p.c. in assegni circolari.

La differenziazione che si produsse in seno alla circolazione monetaria mondiale fra sfera di circolazione nazionale e sfera di circolazione internazionale, creò tra i prezzi interni ed i prezzi mondiali delle merci una opposizione che non poté che accentuarsi con lo sviluppo del sistema del credito e della moneta come mezzo di pagamento, il meccanismo monetario degli scambi si scisse definitivamente in due parti quando scoppiò la prima guerra imperialistica. 

*  *  *

Accanto al sistema di emissione di biglietti di banca, prima forma della moneta di credito e chiamata per questa ragione moneta fiduciaria, si formò un meccanismo molto complesso e delicato che trasse origine dall’importanza crescente che acquistò la funzione della moneta come mezzo di pagamento. Il sistema del credilo fu lo strumento rispondente ai bisogni di una circolazione delle merci in cui lo scambio a regolamento ritardato divenne la forma dominante degli scambi; la merce diventò così un valore d’uso prima di trasformarsi in vera moneta, e scomparve dalla circolazione prima ancora di essere pagata.

Solo alla scadenza fissata la moneta appariva, non più come mezzo di circolazione, ma conte mezzo di pagamento e per di più questo non si presentava, la maggior parte delle volte, che come capitale di prestito. Ciò spiega perché nel corso del loro sviluppo il sistema del credito ed il sistema bancario ebbero reciproca influenza l’uno sull’altro. Il Credito divenne un potente fattore di accelerazione della trasformazione del danaro in capitale, mentre la tesaurizzazione, invece di rimanere un assurdo e sterile ammasso di danaro, divenne una feconda accumulazione di capitale. Il Capitalismo attinse abbondantemente nelle “calze di lana” e nei tesori privati; il risparmio fu prelevato ed i piccoli risparmiatori poterono consolarsene pensando che diventavano dei “creditori” mentre i Capitalisti erano i loro “debitori”.

Il Credito fu il motore infernale del prodigioso sviluppo del sistema di produzione borghese sotto tutte le sue forme complesse “La funzione specifica del credito consiste, in senso generale, nell’eliminare ciò che rimane della fissità di tutti i rapporti capitalistici, nell’introdurre dappertutto la più grande elasticità e nel rendere sempre le forze capitalistiche massimamente estensibili e sensibili. Aumenta la capacità di estensione della produzione e facilita lo scambio. Oltrepassa i limiti della proprietà privata unendo in un solo capitale un gran numero di capitali privati. Accelera lo scambio delle merci, il riflusso del capitale nella produzione, il ciclo del processo della produzione. Aumenta in un modo incommensurabile la capacità di estensione della produzione e costituisce la forza motrice interna che la spinge costantemente a oltrepassare i limiti del mercato”1.

E non fu una semplice coincidenza storica il parallelismo intimo che si stabilì nell’ultimo quarto del XIX secolo tra l’estensione del sistema di credito e l’espansione imperialistica del capitalismo che, esaurendone gli ultimi sbocchi extra-capitalistici, portò il mercato mondiale ai suoi estremi limiti. Il Credito, per la complessità stessa delle sue febbrili e multiple attività, doveva necessariamente sviluppare i contrasti del capitalismo approfondendo l’antagonismo tra il modo di produzione ed il modo di scambio con l’ipertensione dell’apparato produttivo da un lato e l’estrema sensibilizzazione del meccanismo degli scambi dall’altro; tra il modo di produzione ed il modo di appropriazione “socializzando” il capitale che si opponeva sempre più, per il suo stesso carattere, al modo di appropriazione individuale che continuava a sussistere in forma di semplice titolo di proprietà, di una azione od obbligazione non procurante che una frazione del profitto. Il Credito accelerò infine il ritmo di concentrazione e di accentramento dei capitali e delle forze produttive in poche mani, con l’espropriazione progressiva dei piccoli capitalisti.

Il meccanismo del credito, sparpagliato in una moltitudine di ramificazioni ipersensibili doveva pure attivare prodigiosamente il “ritorno di fiamma” causato dallo scoppio di una crisi economica. Appena si presentava il crollo dei prezzi, il credito si scioglieva come neve al sole, sfuggiva chi lo chiamava, compariva là dove era senza impiego, gettava il panico, affrettava la decomposizione generale, accelerava la crisi monetaria che si sovrapponeva alla crisi generale e precipitava ancora di più l’abbassamento dei prezzi: “la merce non ha più valori d’uso, il valore sparisce dinanzi a ciò che ne è la forma. Un minuto fa il borghese, pieno di vanità e fiero della prosperità, dichiarava che la moneta non è che una vana illusione. La merce sola, proclamava, è moneta! Ora, solo la moneta è merce! Tale è il grido che domina il mercato. Come il cervo assetato desidera ardentemente la sorgente d’acqua fresca, l’anima del nostro borghese chiama disperatamente la moneta come l’unica ricchezza.”

Il sistema monetario riprendeva la preponderanza sul sistema di credito e l’oro di nuovo padrone appariva come l’unica forma naturale concretizzando la ricchezza astratta. E dal fatto che l’oro rimaneva tuttavia invisibile, inaccessibile, se ne concludeva che vi era penuria di moneta. La crisi monetaria non era più il corollario della crisi economica, ma questa diventava una conseguenza della crisi monetaria. Ai disordini monetari si opponevano rimedi monetari.

Siccome il rallentamento notevole della rapidità della circolazione della moneta dovuto alla compressione del volume degli scambi aveva per conseguenza di ricacciare dalla circolazione una notevole quantità di moneta, si spiegava questo fenomeno come una insufficienza dei mezzi di circolazione. Ora, nella crisi, la quantità dei mezzi di scambio poteva benissimo rimanere costante od anche aumentare se la rapidità del corso della moneta diminuiva nella stessa proporzione o più rapidamente del prezzo, oppure se la quantità delle merci aumentava nella stessa proporzione o più rapidamente del ribasso dei prezzi (con l’accumulazione degli stock, per esempio).

D’altra parte, si tentava di spiegare il ribasso generale dei prezzi con la “valorizzazione” dell’oro, l’aumento “eccessivo” del suo potere d’acquisto, a causa che si generalizzò durante la crisi mondiale. Quanto al presentare il ribasso catastrofico dei prezzi come nient’altro che l’espressione di una contraddizione fondamentale della produzione capitalista, come la prova sperimentale che erano state prodotte “troppe” merci in proporzione ad una base troppo limitata di distribuzione, la Borghesia ed i suoi servi social-democratici preferivano non pensarci.

Pretendendo che il ribasso generale dei prezzi provenisse dal rialzo nel relativo valore dell’oro, si poteva altrettanto bene dire, come lo sottolineava Engels con ironia, “che il rialzo ed il ribasso periodico dei prezzi provengono dal loro rialzo e dal loro ribasso periodico”!!! Ma ciò a cui mirava essenzialmente l’accusa fatta all’oro, era il vantaggio concesso dal ribasso prolungato e non interrotto dei prezzi, ai “creditori” di cui sopra, cioè tanto all’insieme dei risparmiatori quanto ai detentori di biglietti. 

*  *  *

La prima guerra imperialistica del 1914-1918 operò un “risanamento” gigantesco dell’economia capitalista, ingorgata da enormi eccedenze di capitali accumulati durante la sua espansione imperialistica e coloniale. Al mercato mondiale saturo di merci si sostituì il mercato insaziabile della guerra nel quale furono adoperati in massa mezzi di produzione e forze di lavoro, del lavoro morto e del lavoro vivo. Ad una riproduzione progressiva, estesa, ad un consumo produttivo, successero una produzione regressiva e ristretta ed un consumo distruttivo. Il capitalismo divorò la sua propria sostanza. Non solo le distruzioni e le spese della guerra dissiparono la metà delle ricchezze totali possedute nel 1914 dagli stati partecipanti, ma la tensione dell’apparato economico relativamente alla produzione di guerra ridusse anche i redditi nazionali di circa il 40 per cento; ma per di più il 50 p. c. di questi redditi ridotti fu dedicato, sotto forma di imposte, al finanziamento di circa il terzo delle spese totali, riducendo così il livello di vita delle masse non combattenti allo stretto minimo fisiologico. I rimanenti due terzi delle spese furono prelevati sul capitale sociale esistente; le ricchezze, così totalmente, furono sostituite da un capitale fittizio che prese due forme essenziali: la carta moneta e il titolo di prestito.

Benché si fosse distrutta la metà del capitale sociale, si dovette ancora impegnare il capitale per produrre il lavoro futuro. È così che nel 1920 i due terzi delle ricchezze sopravvissute alla burrasca venivano ipotecate dai debiti dello Stato. Rispetto al 1914, i biglietti in circolazione e i titoli di prestito erano decuplicati. La capacità di acquisto del mercato della guerra fu dunque “creata” dallo Stato borghese prosciugando sistematicamente il risparmio e riducendo i fondi di consumo per mezzo delle imposte. Se le forme di questa vasta concentrazione delle ricchezze in vista della loro distruzione, furono diverse secondo le nazioni, in ultima analisi, lo stato totalitario, simbolizzando ciascuno degli imperialismi, non fece che sottrarre alla circolazione le merci indispensabili a la realizzazione dei suoi scopi particolari e sostituendo loro promesse scritte di restituzione che salvaguardavano nominalmente il principio della proprietà privata, pur dissimulando la definitiva espropriazione realizzata a svantaggio dei creditori di Stato e dei detentori di biglietti, per il profitto esclusivo del capitale imperialista. Tranne che negli Stati Uniti, l’oro scomparve praticamente dalla circolazione sin dal principio della guerra, nello stesso tempo in cui fu sospesa la convertibilità in oro dei segni monetari.

Il capitalismo, limitando le sue emissioni di biglietti, poté tuttavia allontanare ogni inflazione che avrebbe fiaccato le sue forze creando il disordine economico. Preferì ricorrere all’inflazione di credito, i cui effetti sulla vita economica presentavano pericoli minori. In generale il processo di finanziamento si svolse in questo modo: lo Stato, per procurarsi il danaro necessario, faceva dei prelevamenti successivi sull’economia, per mezzo di emissioni di prestiti a breve scadenza che, in seguito, venivano cambiati, “consolidati” in prestiti a lunga scadenza.

L’Inghilterra e la Francia ebbero ancora la possibilità di ricorrere ai crediti che non mancarono di offrire loro gli stati Uniti. Il governo inglese poté collocare i suoi Buoni del Tesoro con il concorso delle Banche aprendo ai privati dei crediti destinati alla sottoscrizione. Il governo francese copri i suoi bisogni, da una parte, per mezzo di anticipazioni fatte dalla Banca di Francia; in realtà la Banca non anticipava nulla, ma creava della moneta per conto dello Stato; la Banca, portando al suo attivo il suo credito sullo Stato, gli faceva sostenere la parte di copertura dei biglietti emessi in luogo e al posto dell’oro e dei valori oro che avrebbe posseduto se queste emissioni fossero state la contropartita di una transazione economica. D’altra parte lo Stato procedette a grandiose emissioni di Buoni detti “della Difesa Nazionale” rimborsabili a breve scadenza e la cui circolazione assunse un carattere monetario.

Negli stati Uniti, che non entrarono in guerra se non dopo averne assorbito i profitti, l’oro continuò a circolare e le emissioni monetarie nuove, necessarie per l’intervento militare, rimasero fortemente ancorate all’oro, le cui riserve quadruplicarono dal 1913 al 1918. Come in Inghilterra, i prestiti furono sottoscritti per mezzo di anticipazioni bancarie fatte alla popolazione.

 In Germania non fu possibile nessun ricorso ai crediti esterni e il fondo nazionale dovette provvedere integralmente ai bisogni finanziari. Nel 1918 la circolazione della moneta, tre volte maggiore di quella del 1914, era assicurata essenzialmente dai fondi di stato, e le spese di guerra, regolate esclusivamente da prestiti interni, raggiungevano, a quella data, i due terzi del capitale totale esistente nel 1914. 

*  *  *

I problemi monetari che il capitalismo regressivo dovette risolvere dopo la guerra devono essere esaminati riferendoli alle fasi della sua evoluzione economica e politica. L’inflazione accompagnò le agitazioni rivoluzionarie sorte dalla strage della guerra; il risanamento monetario si sovrappose all’equilibrio relativo che il sistema capitalista ricuperò quando l’onda proletaria rifluì; infine, la politica interventista nel campo monetario corrispose alla necessità per il capitalismo di sopravvivere storicamente. Dall’inizio del 1919 s’aprì una breve fase di espansione fittizia il cui carattere speculativo si rivelò dal fatto che il rialzo rapido dei prezzi non portò affatto un accrescimento corrispondente della produzione. Essa poté prolungare la “prosperità” di guerra per la esistente necessità di sostituire una produzione di “pace” alla produzione di guerra al fine di assicurare le prime necessità urgenti di merci di consumo. Politicamente, questa ripresa economica, reintegrando nella sfera produttiva il flusso degli smobilitati, contribuì alle sconfitte operaie. Essa fu accelerata ancora sotto l’impulso di un accrescimento continuo di carta moneta e di capitali fittizi che rispondevano ai bisogni urgenti sorti dalla fine della guerra.

Pur sostenendo la borghesia internazionale, essa non di meno facilitava la distruzione del capitale europeo mentre accentuava la decomposizione dei fittizi meccanismi monetari costruiti nel seno delle economie di guerra. Il potenziale d’inflazione accumulato e raffrenato dall’“apparato statale” durante la guerra, si trasformò in una forza distruttiva che minacciava tutta l’economia capitalistica. Come nel passato l’inflazione avvenne contemporaneamente a grandi sconvolgimenti sociali, così il disordine inflazionista che si sviluppò dopo la prima guerra mondiale rivelò la temperatura elevata del clima sociale di questa epoca. Ma se, per stabilire un parallelo, ci si ricordava della grande esperienza inflazionista fatta dalla Rivoluzione francese, importava tuttavia non dimenticare che la carta moneta, nelle mani della borghesia, come classe rivoluzionaria, fu piuttosto un arma politica diretta contro una classe ritardataria che uno strumento finanziario; la creazione della carta moneta affrettò la vendita dei beni del clero e la rese irrevocabile, poiché, come confessò uno dei protagonisti dell’epoca “si trattava di togliere ogni speranza ai nemici della Rivoluzione e di incatenarli al nuovo ordine tramite il loro stesso interesse.”

Così, in una certa misura, l’inflazione ebbe una parte progressiva e rivoluzionaria. Il contrario si verificò nel 1918, quando questa stessa borghesia, da classe rivoluzionaria, divenne una classe retrograda che aveva terminato il suo compito storico; essa ricuperò un certo equilibrio politico ed economico che contribuì alla conservazione del suo potere soltanto perché, questa volta, l’inflazione fu l’arma di cui si poté servire contro l’unica classe rivoluzionaria chiamata a succederle, e che essa indebolì e scoraggiò, il proletariato.

Una osservazione fondamentale si impone ancora per ciò che riguarda lo svolgimento stesso di questa inflazione. Gli imperialismi vincitori, approfittatori del trattato di Versailles, ebbero la possibilità di ostacolare l’onda inflazionista, di evitare la distruzione del loro sistema monetario che poté essere sistemato e risanato, sia per mezzo di una deflazione della circolazione fiduciaria come negli S.U. e in Inghilterra, sia per mezzo di una consacrazione legale del deprezzamento monetario, come in Francia, nel Belgio e in Italia. In compenso, i paesi vinti dell’Europa Centrale non poterono dominare le forze disgregatrici che la stampa di biglietti aveva messe in azione e impedirono la rovina della loro economia soltanto per mezzo di una bancarotta monetaria e la creazione di una nuova moneta.

In mezzo al disordine monetario, il dollaro apparve come il solo valore stabile, simbolo potente del prestigio del capitalismo americano come creditore mondiale; il suo valore intrinseco, basato sull’oro, si contrappose agli effetti dell’inflazione di credito che risultò dall’espansione economica di guerra. In quanto all’imperialismo inglese, esso dovette lottare contro il deprezzamento della Lira-sterlina, impedendo il libero gioco del meccanismo che gli assicurava il controllo degli scambi mondiali; inoltre, la sua posizione di debitore degli Stati Uniti non fece che aumentare le difficoltà della sua lotta. È così che, sin dalla fine della guerra, New York tagliò ogni credito, costringendo l’Inghilterra a saldare, da allora, in contanti i suoi acquisti, cosa che non fece che accentuare il ribasso della Lira-sterlina. Si trattava tuttavia di ristabilire al più presto il credito ed il prestigio della piazza di Londra, ed il capitale bancario si orientò, senza ritardo, verso una politica di deflazione monetaria e di ribasso dei prezzi facilitata dalla crisi economica del 1921. Ma una Lira-sterlina “rivalutata”, se ristabiliva i profitti bancari, minava le capacità di lotta del capitale industriale e questo dovette decidersi a ridurre i suoi prezzi di costo. Il proletariato perdette gli aumenti di salari ottenuti nel 1919, il suo livello di vita si trovò rapidamente ricondotto a quello del 1913, e di più si lasciò imporre un regime di razionalizzazione del lavoro.

D’altra parte il capitale bancario, per vincere la concorrenza crescente del capitale americano nel mercato finanziario, decise di stabilizzare la Lira-sterlina, mentre determinò di consolidare il suo debito americano. E così, al principio del 1925, Londra aveva riconquistato il suo piedistallo dorato con l’appoggio dei capi delle Trade-Unions che, col tradimento dello sciopero generale e con la sconfitta dei minatori, facevano le spese del ristabilimento del prestigio finanziario dell’imperialismo inglese.

In Francia, sino alla fine del 1918, il cambio del franco francese era stato sostenuto grazie ai crediti inglesi e americani. Però i deficit si accumulavano, al suono del ritornello ottimista: “Il Tedesco pagherà”. Nel 1920, le spese militari e gli interessi di prestiti equivalevano al 115% delle entrate totali del bilancio. Le emissioni a breve scadenza si susseguivano: i Buoni della Difesa Nazionale, estremamente variabili e facilmente rimborsabili, rappresentavano una minaccia continua di inflazione. La crisi economica spinse lo stato a preparare una deflazione dei suoi debiti che rimase confinata al campo ristretto dei piccoli artifici contabili: una consolidazione di Buoni della Difesa in prestiti a lunga scadenza darà per esempio corso a nuove emissioni di Buoni che assorbono i capitali resi liberi dalla crisi e servono a rimborsare le anticipazioni della Banca di Francia.

Così avvenne sino alla ripresa economica che provocò il rimborso dei Buoni e riaprì la via alle anticipazioni bancarie pur accelerando la stampa dei biglietti, sinché, nel 1925, il debito totale dello stato raggiunse circa 300 miliardi di franchi e la circolazione dei biglietti fu pari a otto volte quella del 1914. L’indice dei prezzi era salito a 646 e all’esterno il deprezzamento del franco precipitava. Il 1926 fu l’anno cruciale: abisso del bilancio, scomparsa dei capitali, deficit crescente della bilancia dei conti, successione di otto ministri alla direzione delle Finanze. Il “salvatore” Poincaré tentò di rivalutare il franco, ma si urtò nel problema dei prezzi la cui caduta minava l’economia. Dovette ridursi a stabilizzare di fatto “il franco a quattro soldi”, ciò che favori un afflusso di oro e di divise straniere e permise, nel 1928, di procedere alla stabilizzazione legale fissando il deprezzamento del franco il cui contenuto oro era portato a un quinto di quello del 1914. 

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Fu in Germania che l’inflazione si sviluppò sino a scuotere le fondamenta dell’edificio economico. Nel periodo di fine guerra, la borghesia tedesca, anziché poter seguire una via che l’avrebbe condotta verso un risanamento progressivo della sua economia, dovette continuare a ricorrere agli espedienti di guerra ma sotto una forma estesa e non controllata. Invece di poter ricavare profitto, in vista di una sistemazione finanziaria, dall’appoggio del capitale straniero, essa si vide imporre da questo il giogo del vincitore. I tributi del Trattato di Versailles prelevarono dall’economia tedesca la sostanza che puntellò gli edifici vacillanti dei paesi vincitori. Questa perdita di ricchezze materiali non poteva essere colmata, oltre le stesse distrazioni di guerra, che per mezzo della carta rappresentante esclusivamente il suo “proprio” valore.

Con continui prelevamenti operati sul risparmio, il debito detto “pubblico” ipotecò fino a quattro volte il capitale totale della nazione. Alla ricerca di un equilibrio del bilancio che sfuggiva di continuo, lo Stato accelerò la stampa dei biglietti. I suoi bisogni finanziari aumentarono nella misura in cui gli incassi si deprezzavano sotto l’azione specifica dei fenomeni inflazionistici.

Alla metà del 1923, la proporzione delle entrate del bilancio rispetto alle uscite era caduta a meno del 2%. L’aumento astronomico dei marchi-carta e la rapidità vertiginosa della loro circolazione erano sorpassati di continuo dal ritmo ancora più vertiginoso del rialzo dei prezzi. Il mercato anticipava in modo talmente prodigioso il deprezzamento monetario, che la massa dei segni monetari rimaneva costantemente al di qua dei bisogni insaziabili della circolazione.

La sarabanda fantasmagorica dei prezzi trascinò infine nel suo turbine la nozione stessa di valore. Nell’ultima fase di questo periodo di disgregazione economica si vide l’indice dei prezzi-carta salire da 2.054 nel gennaio del 1923 a 3 milioni nell’ottobre, mentre in quattro mesi l’indice dei prezzi-oro raddoppiava.

Era evidentissimo, invece, che per il capitalismo la nozione di valore non si era affatto offuscata. La borghesia industriale, detentrice di merci, lungi dall’aver perduto la minima parte delle sue ricchezze, aveva invece potuto aumentarle. Certo, facendo cadere sul proletariato e la piccola borghesia il carico delle spese della guerra e del dopoguerra, aveva notevolmente limitato la possibilità d’acquisto del mercato interno, che l’inflazione limitava maggiormente. Ma la caduta della produzione, che ne era risultata, si era pure verificata, con minore acutezza, nelle economie dei paesi vincitori. Al contrario, la spinta inflazionista offriva all’industria tedesca possibilità compensatrici sul mercato esterno.

Il “premio” di scambio che risultava dal deprezzamento del marco le permetteva di esportare a prezzi che, espressi in oro, raggiungevano appena il costo mondiale di produzione, il che significava che una parte del capitale nazionale era venduto a profitto del capitale straniero, ma non affatto a svantaggio del capitale della borghesia tedesca; l’inflazione le assicurò, invece, la capacità di rendita dei suoi capitali, poiché alcuna crisi economica non avrebbe potuto operare nella sfera produttiva un “risanamento” simile a quello che il processo inflazionista vi portò. Come espropriatrice brutale di tutti i detentori di crediti fissati in marchi, l’inflazione affrettò la valorizzazione del capitale; lo alleggerì dei suoi pesi fissi con una estinzione progressiva dei debiti obbligazionari (nell’ultimo periodo questi debiti si ammortizzavano in ragione del 50% al mese); ridusse là parte del capitale destinato all’acquisto della forza di lavoro il cui “prezzo” si allontanò sempre più dal suo valore, cioè dal prezzo dei prodotti necessari alla sua riproduzione. È così che il potere d’acquisto dei metallurgici (categoria ben pagata) rappresentava, nel maggio del 1923, il 15% di quello d’anteguerra. Un pane, che il 3 nov. 1923 costava 25 miliardi di marchi, valeva, 2 giorni dopo, 140 miliardi di marchi.

La Germania esportava la sua sostanza, si diceva. Sì, ma questa sostanza era fatta del sangue del proletariato e della piccola borghesia. Era il lavoro vivo e il lavoro “risparmiato” che si vendevano a poco prezzo, con le esportazioni e le prestazioni in natura. In compenso la borghesia sfuggiva ad ogni deprezzamento delle sue ricchezze, sia accumulando divise straniere o esportando i suoi capitali, sia riacquistando a basso prezzo il patrimonio nazionale. L’inflazione condusse a termine lo sviluppo dei Cartelli e affrettò il processo di concentrazione economica attorno al capitale finanziario.

La disgregazione del meccanismo della circolazione poteva tuttavia, in fin dei conti, portare la decomposizione della sfera produttiva stessa e la borghesia poteva essere sorpassata, come l’astuto apprendista, dalle forze che essa aveva se non scatenate, almeno lasciato espandersi in un senso favorevole alla consolidazione della sua potenza.

L’occupazione della Ruhr, nel gennaio 1923, non aveva fatto altro che scuotere maggiormente l’economia tedesca staccandola dalle sue basi vitali. Lo sviluppo dello sciopero e l’aumento delle spese di bilancio, aggravando il disordine economico e la virulenza dell’inflazione, innalzavano pericolosamente la temperatura sociale. Certo, con l’organizzazione della resistenza “passiva” la borghesia aveva trovato nella Ruhr il diversivo che le permetteva di incanalare le lotte operaie, e, come notò Painlevé, “di saldare insieme, dall’altra parte del Reno, la popolazione operaia e i grandi feudatari dell’industria suoi oppressori”. Ma nel paese non occupato certi sintomi – come lo sciopero generale dell’agosto del 1923, che causò la caduta del gabinetto Cuno – significavano chiaramente che la classe operaia la quale, nella bufera inflazionista, aveva perduto “le sue riforme”, vi aveva pure lasciato le sue illusioni ed era decisa a lottare apertamente contro il potere. La dichiarazione di Stresemann, successore di Cuno: “che egli dirigeva l’ultimo governo borghese” (cui partecipavano dei socialisti), lasciava chiaramente capire la preoccupazione della borghesia. Per questa, una svolta nella sua politica economica era necessaria. La sconfitta proletaria d’ottobre, ad Amburgo, che fu il prodotto dell’opportunismo già minante l’apparato dirigente del P. C. tedesco, permise a questa svolta capitalista di effettuarsi nelle migliori condizioni. Mettendo fine alla resistenza passiva nella Ruhr, il governo, con pieni poteri, poté iniziare un primo tentativo di stabilizzazione monetaria, con la creazione del Rentenmark-oro, emesso dalla Reichsbank e che fu assicurato sull’insieme delle proprietà agricole e industriali. Ma la coesistenza di questa nuova moneta-oro con la immensa quantità dei marchi-carta, che continuavano a circolare, non poteva risolvere il problema, benché lo Stato avesse cessato le sue emissioni e una grandissima “deflazione” del bilancio avesse provocato il licenziamento di un terzo dei funzionari. E, fatto paradossale, la enorme quantità dei segni monetari in circolazione diventò insufficiente rispetto al livello che i prezzi avevano raggiunto, e i pochi mezzi di cui disponevano la Reichsbank e la Rentenbank non poterono supplirvi.

Poiché l’economia tedesca si mostrava incapace di operare un raddrizzamento con le sue forze, la borghesia, che aveva liquidata la sua politica di ostruzione nella Ruhr e allontanata la minaccia proletaria, poté ottenere l’appoggio del capitale internazionale per il ristabilimento della sua economia e la ricostruzione del suo meccanismo monetario. Un primo intervento straniero nella fondazione della Goldkontobank, si manifestò insufficiente e la stabilizzazione non divenne definitiva che quando il Comitato degli Esperti di Parigi patrocinò un prestito internazionale di 800 milioni di marchi-oro. Il cambio di un marco-oro con un trilione di marchi-carta (1000 miliardi) determinò la rovina dei portatori di Rendite di stato, con l’ammortamento del debito pubblico in ragione di 97,5 % del suo valore nominale, mentre gli altri crediti furono ammortizzati per più dei 3/4. Il gigantesco trasporto di ricchezze a vantaggio del grande capitale era realizzato ma, cooperandovi, il capitalismo mondiale aveva, nello stesso tempo, affievolito la concorrenza tedesca sopprimendole il suo “premio” per l’esportazione.

All’interno, la poca circolazione nel campo dell’industria ostacolò la “ripresa economica”, e la Germania non entrò in un periodo di consolidazione relativa che quando si offerse come sbocco agli immensi capitali inglesi, americani e francesi in attesa, il cui apporto affrettò la maturazione dei contrasti specifici del capitalismo tedesco e spinse la sua evoluzione verso il fascismo.

Riassumendo, la crisi economica del 21-22 fu seguita da un periodo di consolidamento del capitalismo mondiale, di ricupero delle sue forze politiche ed economiche, di stabilizzazione temporanea, che si riflesse nella ricostruzione o nel risanamento dei sistemi monetari nazionali. Ma in nessun luogo il ristabilimento del campione-oro si effettuò secondo le vecchie modalità e, come constatò un economista borghese “non fu giudicato né desiderabile né necessario che l’oro fosse rimesso in circolazione nell’interno del paese. Si è ritenuto che, per ristabilire il regime monetario sulla base dell’oro, bastasse che l’unità monetaria nazionale rappresentata da carta, fosse costantemente convertibile in una quantità di oro determinata, ma soltanto per i bisogni dei regolamenti all’estero”.

Questo nuovo statuto monetario si incorporò organicamente nel sistema capitalista e così si trovò definito il rapporto già abbozzato prima della guerra mondiale, tra la circolazione interna e la circolazione esterna. Questa dualità doveva acquistare una importanza capitale quando la crisi mondiale aprì la terza delle fasi essenziali del periodo del dopo-guerra, quella durante la quale la società capitalista doveva tentare di adattarsi allo stadio decadente della sua evoluzione.

Note

  1. Rosa Luxemburg: “Riforma e Rivoluzione” si veda anche: I problemi della moneta ↩︎

Statistiche: La miseria che cresce

La miseria che cresce

La forma di produzione capitalistica rappresenta nella storia la massima capacità creativa di ricchezza che sia mai stata raggiunta. Con essa, le risorse naturali hanno cessato di essere forze malamente dominabili e sfruttabili solo con estrema fatica, per divenire elementi trasformabili a piacere con sempre minor sacrificio di lavoro umano e maggior potenza meccanica, e riducibili in beni di consumo a volontà. Ciò non significa che si sia giunti all’estremo limite della capacità produttiva, ché anzi il regime capitalista é oggi di ostacolo allo sviluppo completo delle forze economiche e la sua produzione sarà di gran lunga superata da un’organizzazione sociale su base collettiva e internazionale, che porterà ad un’ancor più grande perfezione la suddivisione del lavoro e l’utilizzazione delle energie motrici naturali, segreto di tutta la tecnica moderna. Resta pertanto il fatto che la produzione odierna è stata raggiunta sulla base di una moltiplicazione enorme delle passate possibilità, moltiplicazione che, lungi dell’esaurirsi, si sviluppa di giorno in giorno costituendo una delle caratteristiche più spiccate della dinamica capitalista. Sennonché lo sviluppo della produzione o della capacità di produzione non solo non é accompagnato da un corrispondente miglioramento della situazione economica delle masse, ma é contraddistinto da una riduzione, non sempre omogenea e costante, ma comunque certa, delle condizioni di vita e del reddito medio dei lavoratori.

Infatti, nella società capitalistica, il lavoratore, il proletario, colui che non possiede altra ricchezza all’infuori della propria forza di lavoro, si trova costretto, nella pratica corrente della vita quotidiana, ad accettare le condizioni che lo pongono ai margini della stessa società e gli impediscono in ogni caso di godere dei benefici che la naturale evoluzione della tecnica e le maggiori ricchezze disponibili potrebbero senza fatica assicurargli. Non é il caso di cercare le ragioni di questo diseredamento nella perversità o iniquità di questo o quel datore di lavoro; basta soffermarsi a considerare la natura del contratto di lavoro e il modo in cui l’operaio é costretto ad accettarlo. Il lavoratore offre la propria forza di lavoro come una merce qualsiasi, ed essa, come tutte le altre merci, costa esclusivamente il proprio prezzo di riproduzione. Questo prezzo di riproduzione corrisponde evidentemente al costo di mantenimento del lavoratore e della sua famiglia, maggiorato delle eventuali spese necessarie a far acquisire a questa forza-lavoro determinate capacità tecniche attraverso l’istruzione professionale, la cultura generale ecc. Tali esigenze possono richiedere la concessione di determinate agevolazioni ai lavoratori, e queste agevolazioni si é soliti portare a dimostrazione di una pretesa capacità di miglioramento del tenore di vita delle masse da parte del capitalismo. Ma la diminuzione del costo degli articoli di prima necessità e il generalizzarsi dell’istruzione tecnica determinano ben presto una riduzione reale del salario che viene così ad adeguarsi al nuovo stato di cose sulla base della vecchia formula “salario = costo minimo della vita”.

Nel contempo é invece aumentata la capacità sociale di produrre ricchezze e tale capacità si traduce in una maggiore accumulazione di plusvalore da parte del capitalista. D’altra parte il capitalista non consuma tutte le ricchezze di cui dispone e il capitale accumulato viene destinato a nuovi investimenti tecnici e produttivi, con la conseguenza di ripetere il suaccennato fenomeno, anzi di approfondirlo, a spese, come sempre, delle masse lavoratrici. Nessun aumento della capacità di produzione in regime capitalista può dunque andare disgiunto da una riduzione del reddito medio del lavoratore, riduzione spesso sanzionata dagli stessi organismi che dovrebbero sindacalmente difendere i lavoratori.

Questo processo di graduale impoverimento non si limita ai soli strati proletari ma é accompagnato dall’immiserimento dei ceti medi e dalla distruzione degli strati di piccoli proprietari e benestanti, che sono la naturale conseguenza del sempre maggior accentramento produttivo richiesto dallo sviluppo della tecnica moderna e dalla potenza del capitale monopolistico. Senza dilungarci di più basti qui constatare come, oltre alla tendenza generale al ribasso del reddito effettivo dei salari, vi siano nella società borghese altri fattori che contribuiscono ad accelerarlo e ad aggravarlo. Tali fattori sono essenzialmente rappresentati dalle crisi da cui é travagliato ormai insanabilmente il regime capitalista nella sua fase di decadenza, crisi che si esprimono in periodi di grave disoccupazione, di svalutazione o di guerra che assestano continui colpi alle condizioni di vita delle masse lavoratrici depauperandole anche dei pochi risparmi accumulati, lesinando sul vitto, e determinando tracolli nel tenore di vita in genere, da cui non si riesce a risalire prima che una nuova crisi, e quindi un nuovo tracollo, non si manifestino. 

Questo é stato soprattutto il caso delle due guerre mondiali e della grande crisi verificatasi intorno al 1930, avvenimenti che spesso hanno contribuito ad arricchire la classe borghese, o delle cui conseguenze questa ha potuto rapidamente rifarsi, mentre le classi inferiori ne hanno risentito in modo duraturo. Dell’effettivo depauperamento verificatosi nel periodo intercorso fra lo scoppio della prima guerra mondiale e quello della seconda, fanno fede anche talune statistiche ufficiali sui consumi in genere e, più particolarmente, sui consumi alimentari. Uno studio di F. Magri su “L’Ingegnere”. n. 4 – 9/1944 (“Salari e tenore di vita a Milano tra le due guerre”) offre i seguenti dati, che integralmente riproduciamo:  

Consumi alimentari a Milano per abitante
 19141918191919201923192619341939
 Carni    bovineKg.38.823.19.137.740.345.035.028.3
  “       suine“    12.75.910.010.514.513.78.56.2
  “       ovine0.6361.21.80.8630.90.470.49
  “       equine1.8523.75.03.11.52.71.50.67
  “       conservate0,1882.31.10.6464.1
Selvaggina0.060.1200.0600.048
Pollame6.986.36.77.87.87.5
Pesce“       1.7071.85.17.10.8031.5
Vinolt.134110125133.5127.1157.6115.2
Alcolici0.2221.5662.54.03.3793.62.61.0
Birra6.93.57.111.012.38.04.0
Frutta26.064.064.077.068.0
Verdura21.052.040.057.055.0

Per quanto nelle statistiche attuali siano completamente ignorate le distinzioni per classi, e le cifre surriportate comprendano dunque gli eventuali aumenti verificatisi nel consumo dei ceti abbienti e le contemporanee riduzioni avvenute in quello dei ceti proletari, la tabella dimostra in modo evidente la riduzione pura di consumi alimentari dal 1914 al 1939, riduzione che nella seconda guerra mondiale ha seguito un ritmo addirittura vertiginoso. Risulta inoltre evidente da queste cifre che anche in un periodo di pace la diminuzione dei consumi in una città pur così ricca e industriale come Milano presenta un decorso costante, seppur leggermente variato dai brevi periodi di rialzo corrispondenti agli anni di massima floridezza capitalistica, nei quali tuttavia non si é in media superato il livello anteguerra 1914.

Nell’opera che citiamo più oltre, il Barberi ha potuto dimostrare come le calorie disponibili a testa in Italia, dopo aver subito un lieve aumento nel primo dopoguerra, siano andate diminuendo nel decennio 1930-39, per precipitare paurosamente nel corso del secondo conflitto mondiale: le disponibilità pro-capite di calorie di origine vegetale scendono da un massimo di 2.522 nel 1926-30 a 2,178 nel 1940 per ridursi nel ’42 a 1970, mentre quelle di origine animale scendono da un massimo di 399 nel 1940 ad appena 268 nel 1942. Orbene alla fine del conflitto, secondo una inchiesta eseguita dall’UNRRA, le disponibilità alimentai di un consumatore agricolo produttore in proprio, e perciò nelle migliori condizioni per approvvigionarsi, erano in media di 1860 calorie vegetali e poco più di 100 calorie animali. Guai poi a calcolare le disponibilità alimentari dei non-produttori agricoli sulla base dei generi messi a disposizione: il totale delle calorie ottenibili in questo modo risultava di 760, di cui circa 450 vegetali e poco più di 50 animali. L’Italia é la nazione in cui più di qualsiasi altra si é provveduto a far fronte ai sovraconsumi di guerra non sulla base di un effettivo razionamento, ma mettendo masse sempre più vaste nell’impossibilità di acquistare sia pure il minimo necessario per vivere e mantenersi in salute. La riduzione dei consumi é stata accompagnata da uno spaventoso peggioramento della composizione media dell’alimentazione e, oltre a queste, dall’incidenza sempre più forte delle spese per l’alimentazione sulle spese generali familiari. Mentre anche prima del conflitto in Italia si aveva una sovraeccedenza di consumo di cereali per compensare la scarsità di consumi di grassi e alimenti carnei, nel 1945-46 la percentuale di alimenti vegetali sul totale della dieta è arrivata all’85%. (Una dieta vegetariana può essere una condizione di buona salute, a patto però che vi abbondino i condimenti e i grassi, fatto ben lungi dall’avverarsi qui). L’aumento dell’incidenza che una tale pessima alimentazione aveva sul bilancio complessivo appare evidente anche dalle cifre generali sul reddito nazionale degli ultimi anni.

Prendendo come base i dati raccolti nel 1938 dal Vinci, il Rossi-Ragazzi (Reddito e consumi della popolazione italiana negli anni 1944-45, in “Congiuntura Economica”, n. 1-2, marzo-aprile 1946) ha potuto comporre la seguente tabella:

Consumi complessivi delle popolazione italiana in milioni di lire 1938
 193819441945
Alimentazione61.50047.90048.100
Vestiario, Arredamento15.200  4.600  5.100
Abitazione, luce, riscaldamento10.600  9.100  9.400
Trasporti e comunicazioni7.400  2.900  3.700
Spese varie e oneri fiscali14.400  7.200  7.500
Totale109.10071.70073.800

In altri termini, i consumi complessivi sono diminuiti, rispetto al 1938, del 34.3% nel 1944 e del 32.4% nel 1945. Particolarmente forte é stata la diminuzione dei consumi nell’abbigliamento e arredamento (69,8 e 64.5%); nei trasporti e comunicazioni (60,8 e 50%), nelle varie ed oneri fiscali (50 e 47,9%), mentre é stata meno sensibile nel ramo alimentare (22,1 e 24.5%) e in quello abitazione, luce, riscaldamento (14,2 e 11,4%).

Il secondo effetto del conflitto é stato di peggiorare la composizione dei consumi. Già nel 1938 le spese per l’alimentazione assorbivano in Italia il 56.4% del totale, mentre in Inghilterra ne assorbivano appena il 40,79 e la percentuale delle altre voci (ad eccezione dei “trasporti e comunicazioni” (7,34°%) ) oscillava intorno al 37%: la guerra ha aumentato la percentuale del consumo alimentare riducendo corrispondentemente quella delle altre voci, cosicché il tenore di vita complessivo della popolazione ci appare anche qualitativamente peggiorato. La percentuale dei consumi alimentai sul totale passa infatti dal 56.4 al 66,9 e 65,4; quella del vestiario e arredamento, dal 13.9 al 6.3 e 6,8; quella dell’abitazione, luce e riscaldamento, dal 9.7 al 12,6; quella dei trasporti e comunicazioni. dal 6,8 al 4,2 e al 5,0; quella delle spese varie dal 13,2 al 10.0 e al 10,2 (la non grave diminuzione di quest’ultima voce é probabilmente dovuta alla relativa rigidità degli oneri fiscali).

Non meno significative sono le stime del reddito privato degli italiani per il periodo 1914-1945, calcolate dal prof. Benedetto Barberi per l’Istituto Centrale di Statistica, e recentemente pubblicate (Le disponibilità alimentari della popolazione italiana del 1910 al 1942, Roma 1946). Se osserviamo la colonna di centro, ovverosia la valutazione in lire 1938 del reddito individuale dei vari anni, vedremo che questo denota una tendenza rapidissima alla diminuzione e, alla fine della guerra attuale, risulta inferiore alla metà del reddito 1914, mentre la cifra del reddito prebellico della seconda guerra mondiale é inferiore di almeno il 12% al reddito pre-bellico della prima guerra mondiale.

Reddito medio pro-capite
Anniin lirecorrentiin lire
 191419381945
     
19146676673.13370.911
19283.3586943.26974,138
19293.2926933.25873.819
19302.7276192.90665.868
19312.3686052.84164.520
19322.3576372.99667.916
19332.1236152.88865.514
19342.1176362.99267.852
19352.4406943.26574.150
19362.4426332.97567.464
19372.7766342.98467.715
19382.8556082.85564.746
19392.9175952.79563.413
19403.0225282.48356.283
19413.2635022.36453.575
19423.4904732.22850.581
19435.0464332.03146.081
194419.2854031.89042.877
194534.3933221.51534.393

Per contro, la produzione effettiva ed il rendimento del lavoro dall’inizio del secolo al 1930 hanno raggiunto un livello medio che supera dalle quattro alle dieci volte le capacità iniziali. Per attenerci alle sole valutazioni documentabili le cifre che più avanti riproduciamo da L. Federici (Crisi e Capitalismo. Milano, 1933) possono dare un’idea sia pure approssimativa dell’aumento delle energie produttive fino al 1930. Da allora non solo la tecnica ha preceduto ancora enormemente, ma la generalizzazione della produzione in serie ha triplicato e spesso sestuplicato la produzione 1930.

Che cosa significa ciò? Che l’immiserimento delle masse lavoratrici in regime capitalista si accresce in ragione geometrica dell’aumento della capacità di produzione e che perciò questo sistema non solo é di ostacolo allo sviluppo della produzione in quanto parte dalla necessità di assicurare un profitto al detentore del capitale anziché evolvere nel senso di soddisfare tutti i bisogni della collettività umana, ma che il necessario sviluppo pratico e potenziale é ottenuto a spese delle masse che producono. E’ da questo punto di vista che si deve considerare anche il problema della ricostruzione postbellica.   

                                                                  Sviluppo del rendimento del lavoro
    Variaz.% tra il 1900 e il 1930
 1900191519301930
Produzione oraria in    
unità di merci5.00010.00020.000+ 400
Impiego di:    
energia C.V.101620+ 100
operai n.10105– 50
Rendimento orario    
per C.V.5006001.000+ 100
per operaio5005504.000+ 800

Permanendo il regime capitalista, essa può infatti avvenire solo a prezzo di una riduzione del potere di acquisto delle masse per permettere di riattivare il ciclo del profitto capitalistico. Di conseguenza, gli operai potranno bensì sudare a costruire case e palazzi ed alti beni, ma la loro capacità di pagare affitti e di acquistare prodotti sarà sempre inferiore alle ricchezze che il loro sforzo produttivo avrà creato.