Lotta implacabile alla dittatura controrivoluzionaria dei bonzi
Nel n. 5, del 30 marzo scorso, di « Programma Comunista > annunciammo che i gerarchi della CGIL CISL UIL avevano ripreso la « caccia al comunista rivoluzionario ». Allora i bonzi si limitarono a « sospendere » le iscrizioni dei comunisti al sindacato, in attesa che fosse « vagliata » la loro « posizione ». Nulla di ufficiale fu deciso dalle segreterie. Tutto si svolse in « privato » tra i capoccioni, per evitare che un certo rumore influenzasse gli organizzati e i lavoratori.
Ma, com’era facilmente prevedibile, la congiura del silenzio può andar bene sinché si tratta di elementi isolati, non quando il malessere investe gruppi di proletari, passa dalle piccole fabbriche ai grandi complessi industriali. Allora, volente o nolente, la banda opportunista deve affrontare il toro rivoluzionario per le corna e misurarsi sul piano di classe.
E’ questo l’aspetto più importante dello scontro aperto e diretto tra comunisti e opportunisti. Non è da credere che i bonzi sindacali, pressati da agitazioni di classe all’interno del sindacato, si ravvedano e si spostino, come si dice, a « sinistra », Al contrario, più si fa pressante, estesa e profonda la lotta contro la loro politica di tradimento, e più questi slittano, come si dice, a « destra », su posizioni tipicamente anticomuniste, controrivoluzionarie, da far invidia ai fascisti di un tempo, su posizioni di aperto fiancheggiamento dello Stato capitalista.
In altra parte del giornale si legge la lettera, in stile commerciale, del bonzi della segreteria provinciale di Vicenza della FIL TEA/GGIL, con la quale viene respinta l’iscrizione al sindacato di provati operai rivoluzionari del nostro gruppo di fabbrica della Lanerossi di Piovene Rocchette; e si legge la pronta e circostanziata risposta dei nostri operai. Questo è solo un esempio della « battaglia democratica » degli sbirri confederali, che si aggiunge a tanti altri, tenuti nascosti, o mal celati, come per esempio all’Alfa Romeo di Arese, e in tante altre fabbriche e località anonime, su cui i giornali opportunisti parlano genericamente di « resistenze » di strati operai alla firma delle « deleghe ».
L’allarme lanciato dal nostro partito sulla funzione disfattista delle deleghe al padrone non è rimasta né poteva rimanere senza [parola illeggibile] tra le masse, anche se alle scarse possibilità di informazione ha sopperito largamente il sano istinto di classe dei lavoratori. Non mancano, peraltro, esempi opposti, tenuti, questi, ben nascosti, come quello alla Olivetti di Ivrea, dove i bonzi dinnanzi alla ferma decisione dei proletari e dei comunisti rivoluzionari di non cedere alla sopraffazione del gerarchi come pure a quella dei padroni, sono stati costretti a ritirare le proposte di espulsione. Nell’un caso e nell’altro non si tratta tanto di incidenti, quanto di inevitabili situazioni che con il persistere del tradimento opportunista e delle reazioni operaie si moltiplicheranno ed estenderanno a tutta la classe.
La risposta strafottente e vigliacca dei gerarchi, secondo cui gli operai in disaccordo con essi debbono andarsene dal sindacato fa ritenere che l’organizzazione di difesa economica proletaria sia una concessione benevola del capoccia sindacali, che il sindacato sia un creazione dei funzionari. I proletari si organizzano indipendentemente dai capi. I capi vengono DOPO la necessità di sindacarsi e unirsi dei lavoratori e sono strumenti di lotta operaia finchè, appunto come strumenti, rispondono al fine di classe; sono così sostituibili. Ma per poterli sostituire occorre che la lotta di classe divampi anche nel sindacato e contribuisca a far maturare condizioni tali per cui l’alternativa rivoluzionaria alla guida del sindacato si impone per forza di cose. Ma finchè i bonzi restano nella CGIL – e vi restano col chiaro proposito di guidare gli operai non verso l’emancipazione dallo sfruttamento capitalistico, che è lotta diretta, guerra civile contro padroni e Stato, servi del capitalismo e aziende, ma verso la collaborazione e la pace tra le classi, allora dovranno assumersi tutta intera la responsabilità della lotta anche contro di essi e la loro politica, anche se la lotta è condotta, in momenti di stanca, da una piccola schiera di combattenti irriducibili.
E’ miopia politica ritenere sufficiente che un semplice disposto contrattuale, una decisione burocratica dei vertici sindacali, possono ingabbiare la lotta di classe e convogliarla nell’alveo della collaborazione con classi non proletarie. E’ impotenza politica la pretesa che gli operai rivoluzionari soggiacciano supinamente alla dittatura dei bonzi e si pretenda da loro oggi, dalle masse domani, di sottostare a una disciplina formale in stridente contrasto con gli scopi di classe del sindacato, e che rappresenta solo se stessa.
E’ imbecillità integrale pensare di ridurre al silenzio gli operai comunisti con una semplice letterina d’ufficio, come se si trattasse di allontanare scocciatori senza principi e senza ideali.
I proletari, nella stragrande maggioranza, aderiscono alla CGIL perché ritengono che sia il sindacato di classe, e non aderiscono alla CISL né alla UIL, o ad altre piccole sette, perché con infallibile istinto le ritengono al servizio diretto e specifico del capitalismo. In tal modo il solo fatto di tentare di espellere dalla CGIL gli operai più combattivi, i comunisti, i rivoluzionari, dà corpo, consistenza politica immediata, al programma comunista. Da un lato i vertici delle gerarchie sindacali della CGIL, CISL, UIL, che conducono una politica di mutuo avvicinamento e in occasioni importanti di accordo perfetto, dall’altro le masse organizzate nella CGIL, che di questa politica sono le vittime, in una certa misura al pari dei lavoratori organizzati da bianchi e gialli. La linea di classe passa tra questi vertici e gli operai della CGIL, tra la politica disfattista comune alle tre centrali e la classe operaia, organizzata o non. A maggior ragione ciò è vero quando si consideri che CISL e UIL sono mandatarie dirette del capitalismo in seno alle masse lavoratrici, per cui la lotta irriducibile dei rivoluzionari contro lo opportunismo, i bonzi sindacali e la loro politica in seno alla CGIL, è al tempo stesso battaglia contro il capitalismo, lo Stato e il regime economico e sociale attuale. Poiché la politica sindacale è condivisa e difesa dai cosiddetti partiti operai, dal PCI e dal PSU, la lotta contro l’opportunismo nei sindacati coincide con la lotta contro questi partiti, la loro politica infame; in breve contro tutti i partiti, contro lo Stato e i governi. E’ una lotta totale, nella quale i proletari devono di nuovo convincersi che sono soli, che nessun aiuto verrà loro da altre classi e da altri strati sociali che traggono la loro esistenza proprio dallo sfruttamento diretto o indiretto della forza-lavoro degli operai. L’unico aiuto, e sarà decisivo, che farà trionfare la causa proletaria è l’organizzazione internazionale rossa dei sindacati e del partito comunista di classe.
Non solo i nostri operai nella CGIL hanno respinto ogni espulsione, ma nulla lasceranno d’intentato per allargare la lotta contro la politica sindacale dei gerarchi, contro l’opportunismo, in nome della rivoluzione proletaria comunista. A questa lotta il nostro partito chiama tutti i lavoratori, per ridare alla CGIL una direzione rossa.
Botta di gerarchi e risposta di proletari
Diamo qui il testo della lettera inviata il 26-6 scorso dai bonzi della FILTEA di Vicenza ai nostri compagni di Piovene Rocchette, di cui si parla nell’articolo di fondo:
« La scrivente organizzazione sindacale è spiacente di comunicarvi che per un errore vi è stata consegnata la tessera sindacale della C,G.I.L. per il 1967.
« Vi è noto infatti che per la vostra posizione nettamente contraria alla linea della CGIL, (politica sindacale da voi sempre sabotata, vedi il vostro rifiuto di « principio » alla commissione interna, ecc), il Comitato Direttivo Provinciale del Sindacato aveva deliberato di non rinnovarvi la tessera. Tale decisione – presa qualche anno fa – è tuttora valida, non avendo elementi che ci fanno pensare ad una diversa vostra posizione. Pertanto vi rimettiamo l’importo versato da voi ai Funzionari Sindacali di Schio, che è di lire 1000 mille ciascuno, con preghiera di ritornarci le tessere. Vi facciamo presente comunque che con la presente lettera riteniamo chiarito l’equivoco, quindi non considerandovi iscritto alla FILTEA-CGIL.
Distinti saluti,
La Segreteria ».
Come si vede, la volontà dei bonzi di togliersi dai piedi gli scomodi rivoluzionari comunisti non data da oggi, e noi l’avevamo da tempo prevista e segnalata. Ed ecco la vigorosa risposta del 16-7 inviata dai nostri compagni a chi di dovere:
« Rispondiamo con la presente alla lettera della Segreteria della FIL- TEA-CGIL di Vicenza del 26-6-1967, numero di protocollo 12, con cui ci si restituisce il versamento dei contributi sindacali per il tesseramento 1967, con lo specioso pretesto della nostra « posizione nettamente contraria alla linea della CGIL », e ci si invita a restituire le tessere consegnateci per errore.
In primo luogo, non restituiamo nessuna tessera, perché l’inquadramento nell’organizzazione sindacale non è subordinato a nessun credo e tanto meno a nessuna imposizione politica. Restiamo iscritti al sindacato, vi piaccia o no, perchè siamo dei proletari autentici e dei militanti comunisti, e perché non abbiamo mai disertato le battaglie contro i padroni, quando vi sono state imposte dalla base, e le abbiamo sempre combattute in prima fila. Se qualcuno dovrebbe essere espulso dal sindacato, sono coloro che nell’organizzazione sindacale vedono una « carriera »; che si servono delle leghe come base elettorale per l’esercizio della professione parlamentare e politica; che praticano e propagandano una politica di pace e di convivenza sociale con il padronato, il capitalismo e lo Stato; che, pasciuti con il danaro degli operai, tradiscono le aspettative della classe proletaria proponendole da oltre vent’anni di subordinare i suoi interessi a quelli della « nazione », dell’« economia nazionale », della democrazia ecc., e allontanando sistematicamente dalle file degli operai i più fedeli, i rivoluzionari.
Ci accusate di aver sabotato la « linea della CGIL» con il « rifiuto di principio alla Commissione interna » e, sapendo di mentire, non osate confessare le vere ragioni e nemmeno la causa occasionale che vi ha indotti a pretendere la nostra espulsione. Le ragioni vere ve le ripetiamo per l’ennesima volta, e le rendiamo note ai compagni di lavoro e di proletari perché possano finalmente constatare quali interessi servite: sono le stesse ragioni che, nel 1921-22, inducevano i D’Aragona e i Colombino a cacciare dalla CGIL i comunisti, i rivoluzionari, i difensori della rivoluzione russa e dell’Internazionale rossa contro la gialla internazionale di Amsterdam, La causa occasionale è che volete escluderci dalla nostra organizzazione (nostra, di noi operai: non vostra, di voi funzionari) di difesa economica contro il capitalismo, perché ci siamo rifiutati e ci rifiutiamo di dare la nostra delega al padrone per la trattenuta delle quote sindacali esigendo invece di versarle direttamente ai collettori a ciò delegati e alla C. d. L., e perchè invitiamo gli operai a seguire il nostro gesto, che – lo sapete benissimo – è un gesto di difesa del sindacato dall’ingerenza padronale che voi, invece, contrariamente a tutta la propaganda fatta in comunella con le centrali borghesi della CISL e dell’UIL per un sindacato « autonomo del padronato », avete contrattato con le direzioni aziendali, temendo che gli operai, disgustati per la vostra politica disfattista (di cui è un esempio clamoroso il contratto firmato proprio per la nostra categoria) si rifiutino di versare parte del loro salario per consentirvi di proseguire nella vostra opera rovinosa: al braccio dei padroni vi siete rivolti, avete chiesto loro di fungere da agenti del fisco… sindacale, tanta è la fiducia che avete nei proletari !
Con questa scusa accidentale, voi tentate di buttar fuori i comunisti e i rivoluzionari, gli operai combattivi e fedeli al sindacato di classe, per fare i vostri comodi – e quelli della CISL, e dell’UIL, con le quali brigate per convolare a giuste nozze – senza incontrare ostacoli di sorta, per consumare fin in fondo la vostra opera di allontanamento dei lavoratori dalle loro più fulgide ed eroiche tradizioni di lotta, tradizioni che sono molto più vecchie di voi e che dovranno tornare ad illuminare la classe dei salariati sulla via della vittoria contro il capitalismo ed i suoi servi.
I vostri provvedimenti disciplinari girateli a chi di dovere, e non a noi. Per noi, essi sono nulli a tutti gli effetti. Questa nostra posizione nei confronti dei vostri tristi e miserevoli deliberati, noi la rendiamo pubblica ai lavoratori perché sappiano di che panni vi vestite e a quali mire tendete. Uscite dagli uffici dell’apparato burocratico e venite a risponderne dinanzi ai proletari, con quel coraggio che dovreste avere e non avete quando gli operai che pretendete di « rappresentare » lottano contro i padroni, i poliziotti, i governanti, i disertori e i reggi-coda delle classi possidenti.
Tanto vi dovevamo ».
Così non potevano non rispondere i nostri compagni: così continueranno a rispondere.
L’indecente contratto dei tessili
I tessili non hanno avuto bisogno della nostra imbeccata per dire in faccia ai bonzi sindacali che, il 23 giugno, firmando precipitosamente il nuovo contratto dopo mezzo anno di agitazioni e scioperi, si sono rimangiati tutte le promesse e rivendicazioni mille volte sbandierate, vendendole per un piatto di lenticchie. Loro stessi, i bonzi, ammettono di non essere « completamente soddisfatti »; figurarsi, con la loro pelle da pachidermi!
In realtà, non c’è forse un contratto di categoria firmato negli ultimi mesi che meriti più di questo la qualifica di tradimento.
I. – E’ notissimo che il vero nodo della questione per i tessili è l’orario di lavoro, tanto più pesante in quanto il « carico di macchinario » sta divenendo sempre più gravoso. Ebbene, la « piattaforma unitaria » chiedeva la settimana di 40 ore contro le 45 attuali senza perdita di salario: l’accordo – che ha una validità di 3 anni – la riduce a 44 a partire dal 1º maggio 1968! Si chiama questo avere « infranta l’intransigenza padronale »? In un volantino distribuito nel vicentino, la FILTEA-CGIL, salva – o meglio pretende di salvare – la faccia, proclamando la necessità che « debba rapidamente maturare la condizione di unità sindacale per anticipare la riduzione dell’orario al 1º gennaio 1968 »: non hanno ottenuto nemmeno questo anticipo con scioperi nazionali, e pretenderebbero di ottenerlo localmente, a conclusione di una « unità sindacale » che – nel calare le brache – è sempre esistita !!!
II. – Si era detto e ripetuto mille volte che i salari dei tessili sono ancora più « inadeguati » di quelli delle altre categorie: ebbene i minimi tabellari sono stati aumentati dell’ormai sacrosanto e invalicabile 5% che, in tre anni di durata del contratto, sarà divorato dall’aumento del costo della vita. Per coprire in qualche modo la precipitosa ritirata, i bonzi levano alle stelle il 2,20 % in più per la riduzione di orario dal giugno ’68 e del 3% dall’1-7-69 (ma questo, che si riferisce al mansionario, ai parametri ecc., potrà « differenziarsi da settore a settore »), l’aumento delle paghe dei minori, delle ferie pagate, del congedo matrimoniale, ecc .. Ma queste sono le frange applicate a un lurido vestito!
III. – In tutte le zone tessili si lamentano i licenziamenti e l’eccessivo carico di macchinario: logico quindi sarebbe battersi per l’abolizione del lavoro straordinario combinata con una maggior remunerazione del salario- base. Ma no; si ottiene l’aumento di retribuzione dal 25 al 35% per le ore eccedenti le 48, e dal 45 al 50% per il lavoro festivo, cioè si rende più … allettante lo straordinario! Quanto, infine, ai cottimi, la CGIL afferma che bisogna « assicurare una percentuale di guadagno di molto superiore all’attuale: anche qui, il bonzume pretende che otterrà vittoria localmente là dove non ha ottenuto nulla su scala nazionale!
Particolare « pittoresco »: alla Lanerossi, con 9 giornate di sciopero nel 1963, si era ottenuta la riduzione pagata dell’orario settimanale di un’ora per il turno di notte. Questa ora è adesso assorbita in quella generale del contratto, e le 9 giornate di sciopero del ’63 risultano fatte a vuoto. La CGIL, dopo aver firmato il contratto, grida: ottenere « la riduzione pagata dell’orario settimanale per i turni di notte »! La sua firma è ancora fresca; come potranno gli operai credere ai suoi propositi futuri?
IV. – L’unica « grossa vittoria » è stata ottenuta per i bonzi: e si chiama « comitato tecnico paritetico di accertamento » per i cottimi e il macchinario, un comitato che non farà nulla ma incasserà quattrini.
* * *
Agli operai che protestavano per questo autentico schifo di contratto (dei cui termini sono stati solo informati attraverso volantini, ma che non conoscono ancora per averlo letto in tutti i suoi dettagli come se non fosse cosa … di loro competenza), si è risposto: La lotta è necessaria sempre più e azienda per azienda ». e, per carità, non disertate il sindacato che vi ha così strenuamente difeso! I proletari hanno mille ragioni di urlare: Siete I dei venduti!
Beffa ai tramvieri e cordone sanitario per i lavoratori delle autolinee
Dopo un anno e mezzo di lotta fatta di scioperetti superpreavvisati e dopo tutta una serie di tira e molla fra gerarchie sindacali e padronato « municipale », viene, a metà luglio, finalmente annunciato che si è raggiunto un accordo « di massima » (figuriamoci i particolari del testo definitivo!) per il rinnovo del solito contrattino.
Vogliamo esaminare i punti principali di questo accordo proprio nell’ordine con cui vengono, miseramente per la verità, presentati in una circolare della FIAI-CGIL:
Durata del contratto 1-4-66/31-3-69. Non si capisce (o meglio si capisce benissimo) perché si dà al contratto un inizio di un anno e mezzo fa quando nessuna delle « conquiste » può avere un valore retroattivo. Infatti la sola « conquista » che comporti miglioramenti economici è quella del completamento della 14 mensilità che avrà inizio col 1967 per essere completata al 100% nel 1968. In altre parole con la tattica collaborazionista degli scioperi articolati e sospesi su promesse di trattative si è regalato un anno e mezzo di « status quo » al padronato.
Miglioramenti economici: come si è detto neanche una lira di più almeno fino al 1969; il completamento della 14ª mensilità viene diluito in ulteriori due anni.
Accordi aziendali: vengono tutti semplicemente riconfermati per validi fino al 1968, quindi anche qui un anno e mezzo di inutili lotte. Sull’ultima « conquista », poi, di questo schifoso pateracchio, quella delle trattenute scioperi, se ci si dimenticasse un attimo la tragica condizione della classe operaia che essa denota, verrebbe proprio da ridere. I signori padroni « municipalizzati » (cioè nessuno e tutti, cioè lo Stato!) dietro le preoccupate sollecitazioni del bonzume che temeva di non più riuscire a mantener l’impegno di inchiodare i lavoratori agli scioperetti articolati, si sono degnati di recedere dalla decisione di trattenere l’intera giornata anche per una sola ora di sciopero. Dopo un anno e mezzo di lotte estenuanti non perchè dure, bensì perché inconcludenti e svirilizzate, si ha il coraggio di presentare come una conquista il ritorno ad una prassi che, in confronto ai tempi in cui il pagamento delle ore di sciopero era la prima richiesta per la conclusione di una vertenza, rappresenta addirittura un passo indietro.
Insomma il famoso « accordo quadro » richiesto dalla Confindustria che prevedeva aumenti non superiori al 5% per tutte le branche della produzione, al quale il bonzume ha saputo opporre solo uno sdegnoso rifiuto verbale per poi precipitarsi a firmarlo proprio su quella base (metallurgici, edili, tessili etc. ), per i tramvieri si è addirittura risolto in una beffa.
Questo dimostra ancora una volta – se mai ce ne fosse bisogno che la borghesia non fa distinzione fra padroni col nome e cognome e padroni eletti dal « popolo », quando si tratta di salvaguardare le basi della sua sopravvivenza attraverso l’ulteriore sfruttamento del lavoro salariato.
Mai come in questa tornata di rinnovo di quasi tutti i contratti di lavoro, le dirigenze sindacali hanno dato migliore dimostrazione di quanto siano vendute agli interessi dello Stato capitalista della borghesia e di come rappresentino per essa uno strumento di primissimo ordine da usare contro il proletariato in alternativa e talvolta in combinazione con quella della forza armata di repressione vera e propria che è la polizia nelle varie divise con cui si riveste.
I lavoratori debbono trarre da questi tradimenti la lezione che finchè non pretenderanno dai loro dirigenti sindacali l’intransigenza verso il padronato, l’unità delle lotte e il loro proseguimento fino al conseguimento dei risultati voluti, la massima estensione degli scioperi anche ad altre categorie in lotta per gli stessi obiettivi, finché non respingeranno con disprezzo ogni richiesta di moderazione per salvaguardare « economie cittadine » e « aziendali o peggio nazionali che essi hanno invece tutto l’interesse di veder andare a rotoli, si troveranno sempre più sfruttati e sempre più nelle mani di quel maledetto Stato che dovrà invece essere il primo da distruggere per sostituirlo con lo Stato della Dittatura del Proletariato. E questo per quanto riguarda i soli tramvieri e limitatamente alle questioni economiche. C’è, poi, l’altro aspetto. chiaramente politico, quello, cioè, dell’assoluta assenza di appoggio fattivo e di classe ai lavoratori delle autolinee, la cui lotta ormai non ha più tempo. La mancanza di solidarietà verso questo settore supersfruttato della categoria da parte dei tramvieri e un capitolo doloroso e vergognoso che soltanto una dirigenza traditrice del sindacato poteva protrarre nel tempo così a lungo. I lavoratori delle autolinee si battono con ammirevole perseveranza, ma è inevitabile che per la sproporzione dei rapporti di forza debbano cedere, dopo sfibranti lotte e umilianti defezioni, e inutili appelli ai lavoratori degli altri settori per metterli sulla bilancia della lotta contro le aziende della Fiat. I mangia-monopoli, come vorrebbero far credere di essere i bonzi sindacali, non osano ingaggiare una lotta massiccia facendo scendere in campo tutta la categoria almeno. Ma l’istinto di classe deve prevalere sul tradimento dei capi, e i lavoratori tranvieri devono convincersi che se non scavalcheranno i bonzi per aggiungere le loro forze a quelle dei fratelli delle autolinee, essi stessi saranno le vittime dell’opportunismo. I bonzi cianciano di « unità sindacale » e non vogliono realizzarla nel vivo della battaglia di classe, appunto perchè per essi l’« unità sindacale » è solo un atto diplomatico tra capoccia di diverse tinte per spartirsi i benefici economici di una massa di quote sindacali maggiore, per effetto del superamento della concorrenza tra bande di gangsters. La unità sindacale con è una bella facciata ma è veramente uno strumento imbattibile della classe operaia solo se rappresenta l’unione di tutte le categorie del proletariato lottanti contro il capitalismo e lo Stato del capitale. Il giorno in cui i tramvieri riusciranno a tendere una mano ai loro compagni delle autolinee, al di sopra e contro i dirigenti infedeli, quel giorno significherà che la lotta di classe ha ripreso il suo inarrestabile cammino rivoluzionario, e le forze operaie strette in un sol fascio finalmente, non più ingannate e mal dirette, si lanceranno alla conquista della vera loro emancipazione, quella della società comunista.
La vera unità sindacale uscirà da una lotta potente degli operai per ridare al sindacato la sua fisionomia di classe, non da decisioni prese a tavolino da funzionari stipendiati
Sugli ultimi numeri di « Spartaco » e di « Programma Comunista » si è passo a passo commentato l’affermarsi della tendenza, nelle tre centrali sindacali, a fondersi in un sindacato unico « autonomo dai partiti ». Si è chiarito agli operai quale peso e quale significato abbia nella situazione attuale il maturare di una simile soluzione. In particolare, si è ribadito che mentre i comunisti internazionali sono favorevoli all’unione delle forze di tutti gli operai, e lo dimostrano con la loro azione e coi loro gruppi sindacali che invitano sempre i lavoratori a fondere le loro agitazioni e ad affrontare la classe padronale nel modo più compatto e più unito possibile, le centrali sindacali danno un ben altro senso alla loro azione « unitaria ». Per esse, con l’« unità » il sindacato dovrebbe assumere un ruolo nuovo, più degno e « moderno ». Esse continuano e continueranno quindi nella obiettiva e reale divisione dell’unità operaia proseguendo con le lotte parziali, limitate, « responsabili », ecc., ecc., ed esprimeranno la loro volontà « unitaria » al vertice, nella cosiddetta stanza dei bottoni. Là infatti esse potranno contrattare ai massimi livelli, partecipare alla programmazione, essere, secondo quella che è la loro volontà, gerenti cointeressati del sistema capitalista, contribuire alle decisioni strategiche per l’economia nazionale; da pretesi rappresentanti dei lavoratori, divengono insomma chiari funzionari del capitale.
Il loro sindacalismo è infatti eminentemente costruttivo e collaborazionista; la tendenza all’accordo purchessia è in loro congenita: ad una visione classista che interpreta e difende gli interessi economici degli operai sostituiscono una rosea visione pacifica e progressista, che vede nella collaborazione la regola, e nella lotta, sempre limitata e parziale, la rara eccezione. Per loro quindi l’idea dell’unità sindacale è il sindacato sicuramente inserito nello Stato, divenuto anzi un organo di esso. Che su tale strada ci si stia incamminando a grandi passi, lo dimostrano la tendenza ad imporre l’iscrizione al sindacato attraverso la delega alle direzioni aziendali (frattura del cordone che lega l’operaio all’organismo proletario) e la minaccia di non difendere gli interessi degli operai non aderenti al sindacato (tendenza ad un sindacalismo « integrale » di fascistica memoria). Non c’è da stupirsi quindi che, con simili chiari di luna, Novella dichiari sentenziosamente alla televisione: « Se non è un fatto immediato, l’unità organica è nella forza delle cose e andrà avanti ». (Unità, 1-7-67).
Questa è, confermata dal vertice massimo, la tendenza delle gerarchie ma vi è chi, sia pure ingenuamente, confusamente, ma generosamente, vi si oppone. E vi si oppone perché sente istintivamente che il sindacato di lor signori non è più un organo di classe, unificato, sarebbe una sconfitta per tutta la classe proletaria; la costringerebbe a ripartire da zero. Vi è chi sente che la unità fra gli operai non è la stessa cosa dell’unità tra i vertici; vi è chi apre gli occhi dinanzi alle deleghe; vi è nelle fabbriche un’opposizione potenziale e serpeggiante a tale stato di cose, a una simile tendenza. Che ciò sia vero risulta dalle ammissioni parziali delle stesse gerarchie, dall’insistenza con cui si batte sul chiodo dell’unità « organica », come la definisce Novella; dalle testimonianze di solidarietà che a volte suscita la nostra azione apertamente avversa a simile tendenza.
Abbiamo altre volte scritto come una certa percentuale di operai sia contraria alle parole d’ordine delle burocrazie sindacali; prove ulteriori le abbiamo da una cor- rispondenza pubblicata sull’Unità dell’1-7 dal titolo rivelatore: « Alfa di Arese: ma lo vogliono tutti, questo sindacato unico? ».
Vogliamo da tale interessante, se pur parziale documento, stralciare alcuni passi significativi che chiariscono quanto detto sopra e dimostrano nettamente la spaccatura fra funzionari e operai che tende a crearsi nel sindacato su tale questione. Diamo la parola prima ai « quadri » dei vari sindacati: « Basta con le cinghie di trasmissione rosse, bianche e rosa ». « Ora i partiti fanno la loro politica. E il sindacato si è finalmente caratterizzato sulla linea di una adeguata politica sindacale. Il terreno è stato sgombrato. E la questione delle cinghie di trasmissione è veramente finita ». « Il sindacato sia chiamato a discutere la programmazione per tempo ».
E’ un trionfo della linea ufficiale del dialogo, della disponibilità; è il risultato che esce dai quadri preparati nelle varie scuole dei sindacati, un osanna alla linea della burocrazia. Vediamo ora il retro della medaglia: non potendo fornire testimonianze dirette, ci limitiamo alle ammissioni dei bonzi (e sono già sufficienti): chi avversa la linea della burocrazia non può sperare in interviste dell’Unità. Sentiamo dunque le preoccupazioni dei quadri. « Pensa alle punte di settarismo che riaffiorano in questa fabbrica nuova, ove ogni giorno saltano fuori problemi che vanno affrontati con decisioni immediate. Non sempre queste decisioni nascono da una discussione a fondo con migliaia e migliaia di lavoratori. Per questo ci sono dei nostri attivisti, dei compagni meno orientati [che perla questa definizione] degli altri, che tengono un contegno e usano un linguaggio che non favorisce l’unità. Noi della Sezione sindacale aziendale della Fiom li critichiamo. Sappiamo che l’unità richiede anche una lotta interna nelle nostre file, e che ci vuole buona volontà da parte di tutti. Bisogna quindi prendere certi comportamenti per quel che valgono »,
« Qualche elemento fazioso della Fiom ha spinto dei lavoratori a stracciare le deleghe » [orrore, dagli all’untore!]. « Da noi solo il 40% della maestranza è organizzato nei tre sindacati e l’opinione dei non iscritti conta. In questa situazione il bastone fra le ruote dell’unità ce lo mettono ancora certi che fanno la critica estremisticamente ai comunisti. Questo calderone ostacola l’unità e deve cessare ». « Anche il ritardo nell’informazione intralcia l’unità sindacale, poiché gli elementi meno responsabili possono creare una gran confusione fra i lavoratori. In questo caso si sono create le circostanze in cui gli elementi più settari hanno giocato sull’equivoco. Questa è la realtà ».
Ecco alcune preoccupazioni che smentiscono il panorama roseo dei bonzi e la fiducia di Novella. Dunque per fare l’unità nel senso dei bonzi, occorre anche oggi dopo anni di sistematico addormentamento « fare una lotta nella fila del sindacato ». Dunque, vi è chi, senza imbeccate, ha compreso il tranello delle deleghe, e le ha stracciate. Dunque, vi è chi critica e lotta contro la politica capitolarda del PCI. Rivolgeteci pure l’accusa di settari. Il povero progressista, di fronte alle ferme prese di posizione suggerite dall’istinto di classe, ripete la sua giaculatoria: settari! Quanto di vecchio e di falso in questa parola: dai tempi di Marx ad oggi, essa è sempre stata usata dagli opportunisti contro i rivoluzionari. Settari perché rivendichiamo un sindacato che difenda realmente gli interessi del proletariato e che non accetti che le fabbriche diventino le peggiori galere? Oggi, nella civile Torino, nella ricca Milano, vi sono operai che lavorano 60 ore la settimana; lo sanno i nostri progressisti? La situazione della classe operaia diventa sempre più pesante; dopo i licenziamenti di due anni fa si è passati alla firma dei nuovi contratti di durata triennale con aumenti medi del salario irrisori e con l’accettazione di una tensione sempre più acuta del ritmo produttivo. I sindacati su tali fatti han taciuto; han taciuto perché occorre che tengano conto degli « interessi dell’economia nazionale ». I migliori operai, invece han capito che il sindacato deve tener conto solo degli interessi della classe operaia e per far ciò il suo collegamento col partito comunista vero (e non, come scrive l’Unità nell’articolo citato: « il partito comunista, che si richiama ai problemi operai e alla loro soluzione nella società nazionale»: la definizione di un partito che tutto è meno che comunista!) gli è vitale e necessario per dare prospettive e finalità alla lotta economica che, generalizzata, tende a divenire lotta politica rivoluzionaria.
Ebbene, una minoranza, ma una minoranza esigua degli operai ci ha capito e in modo ancora parziale e disunito si oppone all’andazzo di oggi. E’ compito nostro, è compito dei comunisti internazionali di appoggiare, fiancheggiare, organizzare generalizzare tale opposizione. Sappiano gli operai che i comunisti saranno sempre al loro fianco nella lotta che essi intraprenderanno per restituire al sindacato la sua qenuina funzione di classe.
E sappiano i bonzi tramanti per l’unità sindacale « organica » che se essa si farà, e forse avranno tempo di farla, verrà fatta contro la parte migliore, la parte più viva, vigile e cosciente della classe operaia, e che nelle loro mani tale unità potrebbe divenire una arma a doppio taglio.
Abbasso i sabotatori dello sciopero alla St. Gobain!
Pisa, luglio
La lotta in corso da diverso tempo alla S. Gobain di Pisa contro la riduzione dell’orario di lavoro per circa 300 operai, è stata insabbiata in maniera canagliesca dalle dirigenze sindacali.
Questa lotta era stata condotta, con grande decisione e compattezza, da parte degli operai, tanto che la stessa Unità ha dovuto parlare di « forti scioperi che non si vedevano dal 1948 ». La volontà di lotta degli operai di fronte al minacciato licenziamento di 300 loro compa- gni, e di fronte ad una situazione che si è fatta sempre più insostenibile attraverso la continua e « silenziosa » emorragia degli operai, attraverso l’intensificazione dello sfruttamento e il terrorismo aziendale, si è scontrata però con la politica di tradimento praticata oggi non solo dai sindacati bianchi e gialli (tradizionali strumenti del padronato) ma anche dai dirigenti della CGIL, che accettano ormai i dettami della CISL e UIL e sono pronti anche ad unificarsi con queste organizzazioni padronali,
Per opera di questi traditori e contro la volontà degli operai, chiaramente espressa nelle assemblee, si e infatti mantenuta la lotta entro i cancelli della fabbrica, e non si è voluto estenderla alle altre officine del settore, e neppure alla VIS che, come tutti sanno, è ormai incorporata nel monopolio S. Gobain. Tirato intorno agli operai in lotta questo cordone sanitario, che li ha privati della solidarietà attiva, dei loro compagni delle altre fabbriche, la conclusione è stata quella che doveva essere: attraverso un’altalena di scioperi a singhiozzo, di trattative inconcludenti, di interventi di più o meno importanti « autorità » la battaglia è stata insabbiata. Significativa, a questo proposito, è stata la conferenza-stampa tenuta da tutte le organizzazioni sindacali (CISNAL compresa!) il 7 luglio, in cui, constatato praticamente il fallimento completo della agitazione, si dice che sono in corso « massicci licenziamenti silenziosi ( !!! ) », ma non si parla nemmeno di una ripresa più o meno prossima della lotta se non sotto la forma di ricorso allo Stato, come se lo Stato fosse un buon padre di famiglia e non il rappresentante generale degli interessi capitalistici, degli interessi della stessa S. Gobain!
La parola d’ordine che noi diamo e che deve essere sostenuta da tutti gli operai coscienti dei loro interessi di classe, è ben altra: Bisogna riprendere immediatamente la lotta! Questa è l’unica garanzia che la questione non sia risolta con il metodo canagliesco dei « licenziamenti silenziosi ». Bisogna riprendere la lotta ed estenderla il più possibile fuori dalle mura della fabbrica, chiamare ad una solidarietà attiva gli operai delle altre fabbriche del gruppo, e se necessario di tutte le altre fabbriche, opporre al fronte unito del padronato un fronte unito dei lavoratori. Licenziamenti, intensificazione dei ritmi di lavoro, diminuzione dell’orario di lavoro pagato, non sono una questione locale o aziendale, ma una questione generale che riguarda (basta guardarsi intorno per capirlo!) tutti gli operai di tutte le aziende. Si tratta di un’offensiva generale che il padronato scatena da tempo contro la classe operaia in modo UNITARIO e CENTRALIZZATO, e alla quale gli operai possono e devono rispondere in modo altrettanto UNITARIO e altrettanto CENTRALIZZATO. I licenziamenti della Piaggio ieri, i licenziamenti della S. Gobain oggi, e quelli della Marzotto previsti per domani, non sono che episodi di un attacco generale del padronato alla condizione operaia e non possono esser visti come questioni che interessino solo gli operai della fabbrica che in quel momento licenzia e « si riorganizza ».
Noi, comunisti rivoluzionari, chiamiamo tutti gli operai a battersi con ogni mezzo su questa base; a battersi contro la politica controrivoluzionaria ed anti-operaia dei dirigenti sindacali che hanno legato la C.G.I.L. rossa al carro infame delle centrali bianche e gialle; a ingaggiare la lotta contro questi dirigenti in ogni occasione e con ogni mezzo per cacciarli dalle organizzazioni operaie, in modo da riportare il sindacato alla sua naturale funzione di organizzazione di lotta della classe operaia contro lo sfruttamento capitalistico. Solo così sarà possibile non solo risolvere le questioni immediate della difesa del sa- lario e del posto di lavoro, ma anche prepararsi, unendo tutte le forze lavoratrici in un unico e possente blocco, alla battaglia decisiva per strappare alla borghesia il potere politico ed instaurare la Dittatura Mondiale del Proletariato, sola garanzia per gli operai della liberazione effettiva dal giogo dello sfruttamento.
Per lo sciopero alla Bartoletti
In occasione della vertenza alla Bartoletti di Forlì, i compagni hanno distribuito il seguente volantino:
PROLETARI!
85 ore di sciopero a singhiozzo per oltre un mese di agitazione hanno lasciato gli operai della Bartoletti con un pugno di mosche: nessuna delle loro rivendicazioni e stata integralmente riconosciuta nel contratto sottoscritto dai tre sindacati, mentre l’« una tantum », graziosamente concessa, servirà appena a risarcire le ore non pagate per aver scioperato, e andrà, invece a premiare coloro che non hanno sospeso il lavoro: gli impiegati.
Ciò dimostra, come hanno ripetuto insistentemente i nostri compagni nel corso dell’agitazione, che la pratica delle lotte puramente aziendali e articolate, lungi dal raggiungere gli scopi perseguiti dagli operai, porta soltanto acqua al mulino del padrone. Se le 85 ore, vece di essere spese in brevi interruzioni giornaliere, fossero state impiegate in uno sciopero, ad oltranza, non interrotto durante le trattative e tale da paralizzare la produzione; se, invece di limitarsi od una sola azienda, fosse stato esteso almeno a tutta la categoria de metallurgici, come era tanto più possibile in quanto contemporanee mente erano in agitazione gli operai della Nuova Becchi e di altre fabbriche: se così si fosse agito come e nelle migliori tradizioni delle letta di classe, i lavoratori della Bartoletti sarebbero tornati al lavoro non a capo chino, ma a testa alta.
Fondere tutte le vertenze in un sola per tagliare le unghie alla offensiva generale del padronato: questo dev’essere e questo vogliamo che sia la politica del sindacato operaio!
LAVORATORI !
Un’altra considerazione deve nascere in voi di fronte allo sciopero della Bartoletti. Bisogna battersi per un aumento del salario-base tale che, per vivere, voi non siate costretti ad aumentare lo sforzo di Iavoro con straordinari, cottimi, incentivi: il premio di produttività è un’arma non vostra, ma del padrone, che con esso ottiene di spremervi fino all’ultimo goccio di sudore.
Lotta generale e nazionale per l’aumento del salario-base e le fusione in esso delle mille voci cosiddette «mobili », e per la sostanziale riduzione delle ore di lavoro: questa è l’unica parola d’ordine che esprima i vostri interessi collettivi, questa è la condizione della rinascita del sindacato di classe.
Le alte gerarchie sindacali tendono a ridurre tutte le vostre battaglie ad un dialogo pecoresco in seno alle Commissioni paritetiche: pretendono di risolvere dietro le vostre spalle, senza mettere in moto la vostra forza gigantesca, senza disturbare i sonni dei signori della Confindustria, i problemi fondamentali della vostra vita e delle vostre condizioni di lavoro. Battetevi perché risorga in seno al sindacato, non giallo né bianco, ma rosso, la fiamma della tradizione rivoluzionaria proletaria, e con esso ritorni lo spettro, minaccioso per i padroni, dello sciopero generale senza limiti di spazio e di tempo!
VIVA IL SINDACATO ROSSO ! VIVA IL COMUNISMO !
Luglio, 1967.
Il Partito Comunista Internazionale
Il buon seme
I compagni sono stati informati attraverso « Le Prolétaire », sull’attività politico-sindacale svolta dai nostri compagni in Francia, sia attraverso la stampa (giornale e rivista) e i volantini in occasione di scioperi, agitazioni ecc., sia con prese di posizione in seno ad assemblee sindacali, per es. fra i poste-tegrafonici.
L’ultimo e significativo episodio è però avvenuto dopo l’uscita del « Prolétaire » di luglio, e in seno ad un sindacato che, come quello dei maestri in Italia, ebbe in passato una bella tradizione di battaglia rivoluzionaria malgrado la sua composizione sociale non strettamente proletaria: quello degli insegnanti. Delegato ai congresso sindacale dipartimentale del SNI (a direzione staliniana) in seguito ad un vigoroso intervento in sede precongressuale, un nostro compagno del Sud vi ha preso la parola prima in commissione, per svolgere un’ampia critica del «sindacalismo da anticamere ministeriali », che ha suscitato una certa eco fra giovani elementi, e in seduta plenaria per attaccare a fondo la solita, belante e lacrimosa mozione « sulla pace » nel Medio Oriente. Invano i bonzi hanno cercato di tappare la bocca al nostro compagno: fra urli da un lato e consensi dall’altro, l’assemblea è stata costretta ad ascoltare la nostra parola, il che ha provocato la rabbia dei bonzi ma la simpatia di diversi giovani, ai quali è stato così possibile far conoscere anche la nostra stampa e, con essa, la nostra critica non solo del riformismo social-democratico e stalinista, ma di tutte le tendenze operaiste, sindacaliste, trotzkiste, e anti-partito.
E’ un bell’esempio di aderenza ai principi sul compito e sulla funzione del Partito. Il buon seme, gettato dovunque, frutterà un giorno grazie alla nostra perseveranza e inflessibilità. Sia un incoraggiamento per tutti i compagni.