الحزب الشيوعي الأممي

Battaglia Comunista 1945/I/15

La teoria dei neo-opportunisti

Con l’abile funambolismo che le critiche e i dubbi dei militanti migliori esigevano per esser messi in fuga, Scoccimarro ha ribadito ancora una volta, al Congresso provinciale milanese del PCI, la linea programmatica del «partito nuovo». L’opportunismo ha una consumata abilità nell’arte di arrampicarsi sugli specchi.

Il pernio del discorso è stata l’affermazione che la classe operaia è ormai la classe nazionale per antonomasia, la classe dirigente del Paese. Ma che cosa significa, per un marxista, essere «classe dirigente», quando le basi strutturali della società sono rimaste le stesse, quando il potere politico ed economico è rimasto in mano della classe avversa, del nemico di classe del proletariato? Se la classe operaia è classe dirigente e, come tale, rivendica il diritto a governare accanto a un’altra classe che, detenendo i mezzi di produzione impronta di sé l’ambiente sociale in cui il proletariato stesso si muove, a che cosa può ridursi la sua funzione direttiva, se non all’assurdo compito di migliorare l’efficienza produttiva e la capacità di resistenza alle crisi dell’apparato economico, sociale, politico, capitalistico?

La questione è, per il proletariato, posta in questi precisi termini: o essere «classe dirigente», pattuglia di avanguardia, entro uno Stato inteso a difendere gli interessi ed il privilegio della classe avversa (che è la sorte classica del riformismo), o affermare con la forza il suo diritto storico al potere per volgerlo ai fini e alla difesa degli interessi degli sfruttati. E non v’è artificio dialettico che gli permetta di uscire dalla ferrea morsa di questo dilemma, per cui il proletariato è come classe, e può perciò dirsi classe dirigente, in quanto frantuma l’apparato repressivo dello Stato borghese e gli sostituisce la sua dittatura, o rinuncia a questo compito storico per assumersi la direzione dello Stato borghese, e allora cessa di esistere come classe politica e rinuncia alla sua funzione direttiva nei confronti dei ceti minori che il capitalismo proletarizza, ma che sono incapaci di emanciparsi per un’iniziativa indipendente.

Che così necessariamente sia, risulta dallo stesso discorso di Scoccimarro. Egli spezza il blocco monolitico della società capitalistica per isolare in esso il fantoccio del fascismo ed elevarlo a bersaglio «comune» del proletariato e di altre stratificazioni borghesi_ fa del proletariato, in altre parole, l’avanguardia della presunta crociata della media e piccola borghesia contro la borghesia sia «reazionaria» che monopolistica. Il suo compito è allora questo: tenere uniti contro il pericolo fascista tutti i ceti non tendenzialmente fascisti della società borghese, come se un atto di volontà bastasse a tener unito ciò che le ferree leggi dell’economia capitalistica necessariamente divide, e tenerli uniti non con l’arma persuasiva di una politica rivoluzionaria, ma con l’arma tutta negativa del riformismo, dell’antifascismo, della solidarietà nazionale. Impedire alla società borghese di ritornare sui vecchi binari della reazione fascista, «moralizzandola» («solidarietà nazionale vuol dire per noi ricordare alle classi abbienti il dovere morale (!) di venire incontro alle esigenze delle classi che nulla possiedono»), difendere l’unità antifascista anche se è riconosciuto (come Scoccimarro riconosce) che esistono due modi ben distinti di giudicare e di combattere il fascismo, per influire beneficamente sulle correnti più retrive del regime capitalistico («noi questi due modi di concepire la lotta contro il fascismo li teniamo uniti perché siamo certi che la nostra concezione può influenzare il modo di vedere della reazione (!), mentre la reazione non può influenzare noi»), e, a questo fine, rivendicare un piccolo posto al governo, giacché per i neo-comunisti lo Stato non è lo strumento di dominazione di una classe sull’altra, ma qualcosa di neutro, un’arma generica che qualunque classe può piegare ai suoi fini: anche se il potere economico è altrove, e l’apparato repressivo è comandato dagli uomini di paglia della classe avversa, e la borghesia nostrana si vale, per continuare a vivere, dell’appoggio della borghesia internazionale.

Funzione di controllo, appunto; e Scoccimarro ricorda che la parola controllo fu la parola della rivoluzione d’Ottobre, come se, da una parte, il proletariato russo non avesse dato al «controllo» un molto preciso significato concreto spazzando via dal potere la borghesia dominante, , dall’altra, il «partito nuovo» non desse invece al «controllo» un suo significato preciso cdi collaborazione con una classe di cui riconosce la sopravvivenza. Funzione di direzione; e Scoccimarro invoca l’esempio del ritardo avvenuto in Russia nel processo di pianificazione e di socializzazione, per giustificare la propria rinuncia ad affrontare di petto il problema della rivoluzione comunista, come se i bolscevichi avessero atteso la possibilità concreta di «socializzare» per prender d’assalto il potere, o acessero mai pensato di ottenere quello senza ottenere preventivamente questo.

No, Scoccimarro, la favola delle isole socialiste gettate nel mare dell’economia borghese, del controllo socialista sull’economia capitalista, della solidarietà fra le classi in nome di un obiettivo comune a tutte le classi, è la favola che ai nostri padri raccontava il riformismo. E ha fatto bene, Togliatti, nel suo discorso all’Arena di Milano, a tradurre in moneta corrente il succo del suo discorso facendosi araldo di un’eventuale nuova guerra d’indipendenza e predicando come un pio quacquero il patetico accordo di tutti gli italiani contro un nemico che, a furia di isolarlo da tutte le classi, diventa impalpabile ed irreale come un fantasma. Ha fatto bene. Giacché è questo, parole povere, il senso della solidarietà nazionale: andare a tutti i costi d’accordo con tutti, anche se, dietro il paravento di quest’accordo, il tradizionale nemico si appresti a dare il solito, proditorio colpo di mazza non sollo alla democrazia parlamentare (che non sarebbe per noi un gran male), ma al proletariato.

La linea della tradizione rivoluzionaria nel movimento operaio italiano Pt.1

I

Il movimento sociale italiano, tardo a differenziarsi in un senso classista moderno, anche tardivamente si orientò secondo le direttive del comunismo marxista. Le prime organizzazioni operaie si svilupparono nel periodo del Risorgimento sotto la direzione di elementi democratici, e più tardi presero indirizzo mazziniano e libertario. Intorno al 1870 fiorirono in Italia, specie in Romagna, in Toscana, a Napoli, le sezioni della I Internazionale, ma quasi esclusivamente con indirizzo bakuniniano, e tutte, o quasi, conservano le direttive anarchiche dopo il dissenso tra marxisti e libertari.

Tuttavia, gli stessi anarchici diffusero i testi della dottrina del marxismo, e l’indirizzo socialista nel senso moderno non mancò di rappresentanti anche in epoche anteriori, potendosene considerare in certo senso un rappresentante anche il Pisacane. A parte gli indirizzi teorici, le lotte di classe si sviluppavano vigorosamente con manifestazioni legali ed anche con moti violenti nelle varie parti d’Italia, e la dominazione borghese democratica ripetute volte reprimeva con la forza il sorgere delle organizzazioni e scioglieva i partiti operai.

I primi partiti socialisti furono infatti dispersi nel 1886, nel 1893, nel 1898. Ma si consolidarono, con precisa separazione dagli anarchici ed adozione della teoria marxista, nella costituzione del Partito Socialista Italiano al Congresso di Genova nel 1892.

Il Partito Socialista Italiano fu unitario, a differenza dei partiti di altre nazioni, fin quasi alla guerra mondiale, e tenne a suo modello teorico e politico la grande socialdemocrazia tedesca, che passava in parte a torto, per depositaria della tradizione rivoluzionaria marxista, influenzata sempre dall’eredità della fusione coi Lassalliani, dopo il cedere delle leggi anti-socialiste di Bismark si era prevalentemente orientata verso metodi legalitari, e non aveva tenuto di mira il problema dell’azione rivoluzionaria, agitato dai socialisti russi per la particolare loro situazione che li faceva vivere in un paese avviato ad una violenta crisi politica e non attraversante un periodo di apparente equilibrio e di pacifismo sociale.

Come gli altri partiti, quello italiano dové superare le crisi dei due revisionismi, quello riformista e quello sindacalista, che sembrano dividersi esclusivamente il campo proletario fra il 1905 e il 1910 all’incirca. I riformisti facevano leva sul diffondersi dell’organizzazione sindacale e della forza elettorale e parlamentare del partito, nonché sulla situazione di florido sviluppo capitalistico che consentiva di ottenere vantaggi alle classi operaie in sede sindacale e in sede di legislazione, innestando a tale prassi una teoria di graduale e legalistica collaborazione con gli elementi politici avanzati borghesi.

I sindacalisti, polarizzando attorno a sé i gruppi più risoluti della classe operaia, parlavano di azione diretta escludente gli intermediari parlamentari, e di sciopero generale che un giorno sarebbe culminato nella lotta armata, ma egualmente svisando i concetti fondamentali del partito politico rivoluzionario e della conquista extra-legalitaria del potere.

Usciti i sindacalisti dal partito per il loro anti-elezionismo, parve questa una vittoria della destra riformista, ma dal 1908 in poi si rafforzò nel partito la corrente di sinistra marxista, che si denominò Frazione intransigente rivoluzionaria, e pervenne nel 1910 ad assumere la dirigenza del partito. Tale corrente si richiamava all’ortodossia marxista (che d’altronde i riformisti, col classico gruppo della «Critica Sociale», a loro volta rivendicavano) e nella politica pratica, non ponendosi a quell’epoca problemi di lotta insurrezionale, si differenziò anche per la reazione alle degenerazioni possibiliste del movimento in Francia ed in altri paesi, sulle parole della condanna non solo della partecipazione dei socialisti a governi borghesi, ma anche all’appoggio parlamentari ad essi; dalla intransigenza nelle elezioni politiche respingendo quindi il metodo dei blocchi popolari o di estrema sinistra (socialisti-repubblicani-radicali) a sfondo anticlericale, che era prevalso dopo la reazione di destra del 1898.

Nel 1911, alla commemorazione del cinquantenario dell’unità italiana, finalmente il movimento delle grandi masse operaie dimostrò di aver trovato la sua impostazione di classe, e le sue bandiere rosse si rifiutarono di seguire i cortei ufficiali e tricolori. Nel 1912, al Congresso di Reggio Emilia, trovando il suo esponente in Mussolini, la corrente di sinistra impose la condanna e l’esclusione dal partito dei fautori della guerra imperialistica libica e degli elementi della destra che avevano trattato la partecipazione a ministeri monarchici. Pochi mesi prima della guerra, al Congresso di Ancona dell’aprile 1914, il partito, che frattanto aveva sperimentato fasi di aperta lotta antiborghese e di sciopero generale nazionale, seguito ad eccidi proletari (la Villa Rossa di Ancona -l’articolo di Mussolini «Tregua d’armi», che chiedeva lo sciopero proclamando la ripresa di movimenti insurrezionali nell’avvenire) sottolineava la sua direttiva classista con le decisioni di intransigenza elettorale nei ballottaggi politici e nelle elezioni amministrative, e con la dichiarazione di incompatibilità tra l’appartenenza alla Massoneria e quella al partito socialista.

Benché si fosse sulle soglie della guerra imperialistica mondiale, il partito non affrontò in pieno il problema della politica socialista in caso di guerra. Fino allora la propaganda anti-militarista, svolta attivamente specie dalla Federazione giovanile, non si era molto differenziata, almeno in pratica, dalla falsariga anarchica e sindacalista, che ne faceva un sabotaggio ed un rifiuto individuale della coscrizione militare.

Lo scoppio della guerra trovò il partito forse meglio preparato di altri partiti socialisti europei, ma anche avvantaggiato dalla ritardata partecipazione italiana. Mentre palesi correnti per l’intervento anti-tedesco sorgevano tra anarchici, sindacalisti, socialisti, riformisti bissolatiani, il partito fu compatto nell’avversare sia l’intervento con la Triplice che l’intervento contro di essa. Ma, verso la fine del 1914, scoppiò la crisi Mussolini, che, se fu grave, perché riguardava il capo politico della corrente estrema, fu assai istruttiva per il fatto che questo capo dové praticamente lasciare il partito solo per volgersi alla politica social-nazionale interventista, e tutto il partito fu solidale contro di lui.