Dedicata ai comunisti ancora nel P.C.I. al servizio di tutte le bandiere
Di tutte, anche di quelle politicamente più ripugnanti; ma in nessun caso e per nessuna ragione al servizio della bandiera proletaria definitivamente ammainata, da quando, sotto la pressione della controrivoluzione trionfante, idee, forze e metodi della causa socialista erano state piegate al trionfo dell’interesse dello stato russo che da strumento della dittatura proletaria si era fatto assertore e protagonista delle competizioni imperialiste.
E’ di ieri la difesa della manovra tattica condotta nel marzo 1946 dai nazionalcomunisti in funzione apertamente monarchica cui è ritornato Togliatti sotto la sferzante accusa di capitolazione mossagli da Salvemini.
Per i comunisti che ancora si illudono nelle file del partito di Togliatti, l’episodio in questione, per essere avvenuto nel meridione d’Italia mentre nel nord si avevano le ultime lacerazioni della guerra condotta in nome della repubblica sociale di Salò, può sembrare sbiadito nel tempo ed essere in buona parte ignorato.
Capita perciò opportunissima e quanto mai chiara e significativa la risposta che «obtorto collo», Togliatti è costretto a dare e che l’Unità pubblica con la sua ben nota impudenza sotto il titolo «La politica di unità dei comunisti nel ’44».
Già, unità con la monarchia sabauda per la soluzione Badoglio, il solo terreno solido rimasto alla conservazione capitalista nel momento che il terremoto della guerra stava sommergendo gli ultimi fortilizi del regime di Mussolini; già, unità realizzata allo stesso modo e con uguale facilità prima con i fascisti di Hitler contro l’egoismo della plutocrazia anglo-americana e poi ancora unità con la stessa plutocrazia divenuta di improvviso democratica e progressiva.
In una parola, unità non importa se oggi con i servi di dio e domani con i servi del diavolo, quel che conta per i comunisti come Togliatti è di riuscire a piegare a volta a volta il proletariato allorché questi può essere spinto dagli avvenimenti a commettere qualche pazzia e mandare a gambe all’aria una volta per sempre questo vecchio e traballante scenario della vita borghese e con esso i pagliacci pari a Togliatti che tuttora vi dominano.
Questo, Salvemini non lo capisce; non può capire cioè, egli che come storico passa per un sottile analizzatore degli accadimenti della grande rivoluzione borghese, che si deve proprio al senso tattico del nazionalcomunismo di Togliatti se allora fu resa possibile l’organizzazione di una salda linea di difesa delle forze della conservazione realizzabile allora soltanto attorno al tradizionale fortilizio della monarchia contro l’insorgente e spontaneo moto delle masse.
Salvemini può accontentarsi di constatare con evidente fine polemico che la realizzazione di un simile piano tattico avrebbe necessariamente condotto ad una vera e propria resa a discrezione dell’Italia antifascista democratica progressista nella sfera d’influenza inglese. E che ciò sia vero nessuno oserebbe contestarlo: Ma noi non ci accontentiamo di questa prima verità che affiora troppo facilmente alla superficie della nostra storia recente, ma andiamo alla ricerca di ben altra verità che alla prima si salda: è un fatto che se a Togliatti risale la responsabilità di aver dato via libera all’affermazione ulteriore della potenza economica e politica angli-sassone sul corpo esangue del nostro paese, ciò non significa che Togliatti ha tradito l’interesse dell’Italia borghese a cui del resto allora non era data altra possibilità di scelta, perché tradita allora è stata soltanto l’Italia del lavoro, l’Italia del proletariato rivoluzionario. Ecco tutto.
Capiranno i comunisti tuttora nei ranghi del P.C.I. quest’altra lezione della storia e avranno ancora tanto coraggio ed autonomia critica per riandare col pensiero al monito espresso dalla lunga lotta condotta nel partito dalla «sinistra italiana» fino al congresso di Lione, che rivendicare la libertà d’azione tattica per «giocare» l’avversario equivaleva a rivendicare la libertà di tradire, e nel modo più abbietto come poi è avvenuto, la causa del proletariato e della rivoluzione?
Non pensiamo che esistano oggi in questi compagni possibilità del genere: le armi della critica rivoluzionaria difficilmente si affilano nelle fasi crepuscolari della storia; bisogna perciò attendere e sapere rimaner soli di fronte all’immane compito di non lasciar rompere il filo che lega la nostra avanguardia rivoluzionaria alle masse disorganizzate e politicamente smarrite del proletariato italiano.
Vecchio e nuovo riformismo
Bernstein e Stalin poggiano sullo stesso fondo: entrambi rispondono all’imperiosa necessità di riformare la struttura dei rapporti politici e giuridici della società capitalista per adeguarli all’incessante sviluppo delle forze di produzione.
Quest’imperativo riformista è insito nella natura stessa del capitale e della classe borghese. Questa, a differenza delle precedenti (e particolarmente di quella feudale) è caratterizzata dal fatto che il fronte su cui si opera l’oppressione di classe – l’appropriazione dei beni e dei prodotti – non confluisce più con l’istituzione della proprietà personale delle forze di produzione che questi beni e prodotti generano.
Quando la forza di produzione è quasi esclusivamente (regime schiavista) o prevalentemente (regime feudale) il lavoratore, la proprietà di costui od il suo asservimento caratterizzano il tipo di quella società e si spiega quindi che queste non possano essere distrutte che attraverso la rottura violenta e rivoluzionaria dei rapporti giuridici e di proprietà su cui sono basate. La figura specifica del capitalista nel campo economico è non quella del padrone ma quella dell’impresario e il ruolo del proprietario di denaro non legato alle vicissitudini del processo di produzione è circoscritto nei limiti dell’attribuzione di una percentuale di interessi sui fondi prestati. Meglio ancora, la figura specifica del capitalista è quella dell’impresario che acquista la forza di lavoro nella prospettiva di vendere sul mercato la produzione che ne risulta. La forza motrice della società borghese essendo il profitto – il plusvalore determinato dalla messa in opera della forza di lavoro – e l’esclusione dei salariati dal possesso delle forze di produzione, una doppia conclusione ne risulta:
1) che la modificazione dei rapporti giuridici di proprietà è non solamente compatibile con le basi stesse del regime borghese, ma necessaria al suo mantenimento e sviluppo perché l’ingigantirsi delle forze di produzione diviene incompatibile con la personalizzazione della loro proprietà. Al concentrarsi sul piano economico degli strumenti della produzione corrisponde una spersonalizzazione della proprietà di questi strumenti. E’ qui che risiede l’essenza della riforma, del riformismo e del progressivismo, tutte nozioni inseparabili da quella di capitalismo e formanti la caratteristica di questo regime.
2) che sul fronte sul quale si opera la divisione delle classi in sfruttatrici e sfruttate, cioè l’appropriazione dei prodotti, la sola soluzione è offerta dalla lotta violenta e rivoluzionaria della classe oppressa in vista della distruzione del regime. Ed è bene rinviare il lettore ai numerosi Fili del Tempo dove è ristabilita l’analisi fatta da Marx della società borghese e che spiega perché la riforma della società borghese comporti non l’attenuazione ma l’aggravamento del grado di sfruttamento della classe operaia. Bernstein aveva detto: «il movimento è tutto, il fine è nulla», postulando così una modificazione volontarista dello Stato, nelle maglie del quale egli non era però entrato. E’ perché le forze messe in movimento erano estranee al meccanismo dello stato che il riformismo poté non fare ricorso alla violenza contro gli operai per ingranarli nel processo di riforma del regime borghese. D’altra parte, è per la stessa ragione che il movimento operaio poteva concentrarsi nel partito socialista unito, dove l’ala rivoluzionaria poteva non essere sterilizzata da quella riformista.
Bernstein viveva in un’epoca in cui la concentrazione capitalista poteva modellarsi e limitarsi in molteplici stati nazionali. Allora, d’altronde, le migliorie salariali per gli operai tedeschi furono possibili – ed in una misura e per un tempo più limitati di quanto doveva avvenire per quelli inglesi – non grazie ad un’attenuazione degli antagonismi di classe in quel paese, ma grazie all’entrata della Germania nel mercato mondiale della mano d’opera coloniale. Riformare il regime nel quadro nazionale, passare allo Stato il controllo delle forze di produzione, eliminare progressivamente l’intrapresa privata: queste, ad un tempo, le necessità della riforma imposta dalle situazioni alla struttura della società borghese, e l’essenza reale del riformismo di Bernstein, il cui sfocio non poteva essere che il tradimento della socialdemocrazia nel 1914 e lo scoppio della prima guerra mondiale.
La sconfitta del proletariato cinese nel 1927 chiude l’epoca dei movimenti rivoluzionari iniziatasi con il trionfo dell’ Ottobre 1917. Stalin arriva; il «socialismo in un solo paese» si installa in Russia. La spina dorsale internazionale della classe proletaria è violentemente spezzata e si determina la nazionalizzazione del «socialismo» non solo in Russia ma in tutti i paesi. Stalin è l’agente – non il principale beneficiario, le forze capitaliste russe essendo ben inferiori a quelle più potenti degli altri stati – di un processo politico di incorporazione dei lavoratori nella borghesia dei paesi rispettivi. Si giunge alla seconda guerra imperialista mondiale e, dopo la cessazione delle ostilità militari, alla guerra fredda.
(Omettiamo qui una frase che per un errore tipografico, diviene incomprensibile)
Stalin non potrà tuttavia limitarsi ad essere il semplice continuatore di Bernstein; egli dovrà portare riforma e riformismo alle loro espressioni superlative. Non più, come il suo predecessore, al di fuori dello stato ma alla testa di questo. Non più con obiettivi ristretti a Russia e satelliti; ma con riflessi che si ramificano in tutti i paesi. Sul fondo, dunque, niente di nuovo sotto il sole capitalista; se il riformismo deve far ricorso all’impiego della violenza contro la classe operaia, gli è perché lo stato non si riforma più dal di fuori ma penetrando nel suo meccanismo e prendendone il comando.
Per i marxisti la nozione di violenza non si confina nella sua espressione formale, nella quale d’altronde dovrà finire per esplodere. I connotati reali della nozione di violenza sono di ordine politico, e il mitra dello sbirro è ancora più efficiente quando può restare in caserma che quando è costretto a passare all’azione nelle piazze.
Il ruolo internazionale di primo ordine assegnato a Stalin per la difesa del regime capitalista in tutti i paesi non si accompagna a un’eguale posizione di privilegio quanto ai benefici che ne risultano. Altra conferma, su un piano diverso, della caratteristica del regime capitalista basato sul profitto. Ne beneficiano in prima linea non i sottocoda ma i centri maggiori delle grandi forze dell’imperialismo mondiale, non i burocrati ma gli speculatori.
I rivoluzionari marxisti vedono nel contegno del capitalismo internazionale un tutto che non permette nessuna separazione, nessun sezionamento. L’elemento unitario di questo congegno si determina sul fronte di classe ed in funzione di esso, ciò che spiega l’indiscutibile complicità di Stalin e di Truman.
Vano sarebbe applicare i principi della meccanica al funzionamento di una società divisa in classi antagoniche, dove la stessa classe borghese è la componente di formazioni sociali ad interessi contrastanti. Entrare nella trama di questo congegno e prendere posizione per l’uno o per l’altro comporta l’inevitabile accalappiamento nella dinamica del movimento anti-proletario e contro-rivoluzionario.
Svelarne la natura ai proletari è la premessa indispensabile per orientare oggi le deboli e limitate reazioni dei proletari, per incorporarsi domani nei formidabili avvenimenti rivoluzionari che sboccheranno nella costituzione del partito di classe e nel trionfo della rivoluzione comunista mondiale.
Il proletariato e Trieste
Ieri
Gli anziani della fine del secolo – sebbene lontani dal militarismo e dal nazionalismo nella loro ideologia di radicali avanzati e massoni, magari dormienti per il disgusto dell’affarismo carrierista dilagante all’ombra della filosofia delle logge – solevano ripeterci che per una Italia dalle ossa ancora poco calcificate una nuova guerra contro l’Austria sarebbe stata l’immancabile prova del fuoco.
I ginnasiali del principio di secolo furono travolti dalla retorica irredentista e dalle dimostrazioni contro l’Austria di Francesco Giuseppe, quando veniva negata la facoltà italiana a Trieste od ostacolato il monumento a Dante a Trento. La letteratura fa alla politica da serra calda, e talvolta le pianticelle che innaffiano le rugiade della retorica germogliano dal terreno della storia e si trapiantano al soffio dei venti della realtà. Gli interessi della nascente e non priva di vigore di classe borghesia italiana la determinavano e segnavano una strada che seppe prendere ma non tenere.
Sul capestro, sul capestro di Oberdan strozzeremo strozzerem l’imperator – o Trieste o Trieste del mio cor ti verremo, ti verremo a liberar…
Il sapore di rivoluzione e persino di regicidio, con l’eco dei colpi di Luccheni a Ginevra, rendeva sicuro il radicalismo borghese di sinistra di convogliare all’impresa nazionale le giovani forze proletarie, socialiste, anarchiche; un decennale lavorio di tipo massonico volse ad irretire i capi e i giovani intellettuali dei partiti estremi.
Ricordiamo ancora una volta che il movimento socialista italiano seppe reagire a questo incapsulamento, per opporvi la sana costruzione di una politica di classe autonoma che al momento giusto non sbagliò al grande bivio della storia, lasciò agli opportunisti e ai rinnegati, soli o quasi nelle file della organizzazione dei lavoratori, di dar braccio a quel compiersi dell’Italia borghese, e le oppose, compiuta o incompiuta, come classe, come Stato, come reggimento monarchico scomunicato, come possibile repubblica volteriana o biancofioresca, la linea politica marxista della rottura delle sue forze in pace o in guerra nazionale, in bonaccia o in convulsione sociale.
I marxisti non avevano mai ignorato i termini delle “questioni nazionali”. Tra le forme della produzione hanno il loro posto quelle relazioni organizzative che dipendono dalle concomitanze di razza e di lingua. La tendenza a identificare con le unità nazionali i limiti della organizzazione territoriale dello Stato ha avuto parte importantissima nel formarsi del capitalismo, e tutti i passi di crescenza di questo nemico, di cui è impossibile l’infanticidio, interessano in sommo grado la rivoluzione.
Ma i marxisti, come stabilirono che i vari eroi nazionali e irredentisti ebbero il reale compito rivoluzionario di portare avanti la vittoria della borghesia affarista, rendendosi conto solo della sovrastruttura poetica delle loro imprese, diagnosticarono che, nella fase imperialista di diffusione del capitalismo, il principio di nazionalità era tenuto sempre in caldo per poterlo agitare a fini di classe e soprattutto al fine di scombussolare l’autonomia vigorosa del movimento operaio, ma era disinvoltamente calpestato ogni volta che facesse comodo alle imprese economiche borghesi di soggiogare una provincia di confine, uno spazio vitale, o un disgraziato e colorato popolo d’oltremare.
Il pregiudizio nazionale, dunque, avrebbe dovuto servire di barriera alle iniziative proletarie di classe, ma non poneva nessun ostacolo alle rapine capitalistiche.
Ad uno svolto che tutt’al più possiamo porre al 1870 era dunque puro disfattismo ogni “rinvio” della battaglia proletaria a dopo il raggiungimento di fini nazionali etnici o irredentisti, il blocco tra lavoratori e borghesi della stessa lingua per una liberazione nazionale, la formazione di partiti “socialisti nazionali” come ve ne erano in Polonia o Boemia; e sarebbe grave errore di lettura marxista fare confusione su questo punto invocando il Manifesto, dove dice che i comunisti appoggiano in dati paesi i partiti operai che pongono la condizione della emancipazione nazionale.
Per lo sviluppo del capitalismo i blocchi statali si cristallizzano intorno a determinati centri nazionali, che come Stati unitari erano in formazione fin dai tempi preborghesi. Ma questo è nelle grandi linee non un processo di sminuzzamento bensì di agglomerazione.
Profondamente è dunque controrivoluzionaria la ideologia piccolo-borghese secondo cui, per dare slancio alle rivendicazioni di classe in Europa, conveniva attendere la liberazione di ogni nazionalità “oppressa”, la soluzione di ogni problema etnico marginale ai grandi Stati. Tutti questi “oppressi” nella lingua, nelle università, nelle carriere borghesi, soprattutto in quella più “cannaruta” delle deleghe elettorali, avrebbero vietato in eterno agli operai di accorgersi dello sfruttamento padronale, dell’oppressione sociale.
La confusione dei linguaggi è indubbiamente anche un fatto materiale e tecnico, ma è soprattutto ai borghesi e alle loro squadre di cantastorie che dà fastidio supremo: non fa impressione a noi internazionalisti moderni, e ai lavoratori piegati alle imprese negriere del capitale ricordare il primo degli scioperi: quello della torre di Babele. Questo ostacolo cadrà colle altre infamie della Babele moderna capitalista. Al filisteo borghese una cosa pare soprattutto incivile: che non si capiscano da tutti ed al volo gli ordini del “principale”.
Vari cavalli di battaglia erano nelle scuderie del “petitborgismo” europeo. Uno di questi era l’Impero austro-ungarico, considerato non alla pagina con la civiltà capitalistica. Ma vi era di più: l’Impero ottomano feudale ed asiatico che si permetteva di tenersi solidamente al di sopra dei Dardanelli. Né va dimenticato l’Impero zarista, che aveva sotto cento nazionalità, se pure gli altri due non raggiungevano la dozzina. Ma per i bisogni della letteratura – una dama piuttosto di buoni e multipli appetiti in fatto di amori – i vari Imperi erano stati tante volte usati un contro l’altro a presidio dei molti tesori della civiltà bianca: la corona di Santo Stefano aveva salvato dai Califfi la cristianità, la Turchia era stata un buon alleato in Crimea (e la spassosa cronaca di questa crociata democratica con relativi bersaglieri può leggersi in Marx), la Russia un buon punto di appoggio per la “liberazione” dei Balcani nel 1912. Il “principio di nazionalità” si presta bellamente a tutte le plastiche della arruffianata chirurgia diplomatica, specie nelle zone in cui, come nei disgraziati Balcani, non sono tracciabili sulla carta geografica i confini etnici linguistici e nazionali, i villaggi turco, greco, serbo e bulgaro, con i preti del caso, stanno a un passo tra loro, e mai l’odio, la guerra e la forza sistemeranno quei terreni sul piano della nazionalità. Queste zone abbondano in Europa: la democrazia oggi vincitrice le tratta col sistema ultra-liberale della deportazione forzata in massa. Al fantasma letterario della libertà di lingua e di unione razziale si aggiunge quello della libertà di residenza, e con essi dilegua in nebbia.
L’istrionismo, che fin da allora ben poteva dirsi popolardemocratico (trovate se potete qualche cosa di più peripatetico dell’aggettivo democratico: va con Satana e con Cristo, col liberale e col sociale, col parlamento e con la dittatura) guazzò come volle nel succedersi delle guerre che si addensarono sul torbido cielo balcanico. Nella prima guerra anti-turca si allearono Grecia, Serbia e Bulgaria in nome di tutti i loro irredenti. Ma quando la Turchia fu battuta la spartizione del bottino non andò de plano, i bulgari furono retrocessi da mammole democratiche a bruti imperialisti e gli altri ritolsero loro molte conquiste. I grossi bestioni da Berlino, Vienna e Pietroburgo occhiavano le vie di sbocco adriatiche ed egee, l’imperialismo da Parigi e da Londra si metteva sul chi vive. Il la era stato dato proprio dall’Italia con una prima lezione democratica alla vecchia Turchia, nella guerra libica del 1912, con cui si cominciò a costruire gloriosamente l’Impero. Il “fondatore” era allora in gattabuia per antimilitarismo.
I socialisti in Italia opposero vigorosamente questa guerra di conquista, e ciò li preparò a non cadere nell’incanto della guerra irredentista 1915 con tutta la sua orchestra di democratiche seduzioni. Purtroppo nel 1914 tutti i partiti socialisti di Europa avevano trovato qualche terra da liberare e qualche punto cardinale verso il quale far viaggiare la civiltà democratica sulla bocca del cannone, ed erano caduti nel tradimento e nell’unione nazionale.
La guerra scoppiò dalla “piccola Serbia” attaccata dall’Austria per aver organizzato l’attentato di Sarajevo. Una prima sbornia demonazionaldifesista fu fatta in onore del libero popolo serbo, e la coppa fu degnamente levata da quel campione di tutte le libertà che era Nicola di Russia. Non vogliamo seguire la storia delle guerre e delle loro giustificazioni, ci vorrebbe un volume. Sia a titolo di onore ricordato il piccolo partito socialista serbo che si levò contro la guerra, e al suo sporco interno regime di cortigiani e di sciabolisti usciti da una catena di delitti, e di borghesi venditori di porci, rifiutò l’appoggio alla richiesta di difesa nazionale, malgrado la potenza e la violenza dell’invasione militare.
Oggi
La Prima Grande Guerra dette Trieste all’Italia, alla grande Italia, e creò nel Regno S.H.S. la grande Serbia, mentre i rispettivi partiti nazionalisti e militaristi tripudiavano del trionfo ottenuto con l’abile maneggio del ciarlatanismo demopopolare. Da una parte e dall’altra i partiti operai non avevano creduto alle menzogne irredentiste e avevano rifiutato di battersi perché l’Austria perdesse Trieste e Zagabria. Respinsero ugualmente in nome del sano internazionalismo il nascente odio tra i due Stati nel conflitto attorno a Fiume, che subito rese nemici i due alleati di ieri, i due campioni delle guerre per la libertà; pronti a scambiarsi accuse di oppressione etnica e nazionale.
Sappiamo bene le accuse italiane di panslavismo agli Jugoslavi, che nelle carte delle loro aspirazioni varcavano Isonzo e Natisone includendo Udine e il Friuli. I giovani non ignorano il piano sabaudo e fascista di annessione di Lubiana, di soggezione della Croazia. I drammatici scioglimenti dei conflitti militari costringono l’etnografia, femmina volubile, a danzare i suoi valzer da tutte le parti.
Trieste è oggi in pericolo, per la borghesia italiana. Il proletariato che per Trieste, in una pagina della sua storia, non volle la guerra, non può in questa situazione basare la sua politica sull’accusa alla borghesia di perdere un lembo di nazione per i suoi trascorsi fascisti di ieri, per la sua inconsistente arte governamentale di oggi. La questione non si pone così. E’, come sempre è stata, una questione internazionale legata alla lotta degli imperialismi. Al tempo della triplice disse Guglielmo: chi toccherà Trieste incontrerà la spada della Germania! E’ possibile che se la Germania avesse vinto con Hitler le questioni sui confini giulii e tridentini sarebbero state ancora più aspre di oggi. Testa di canale verso il cuore dell’Europa, Trieste interessa il modernissimo imperialismo e i piani americani di controllo. Su questo scacchiere strategico le marionette dei governi di Roma e Belgrado disputano a vuoto sulle linee di demarcazione tra Italiani e Sloveni. Nella zona A e nella zona B, da Gorizia a Trieste a Capodistria a Pola a Fiume, le sedi dei due gruppi etnici sono inseparabili; in genere le campagne, slovene talvolta al cento per cento, contornano centri di città e cittadine prevalentemente o totalmente italiane. Dalle due parti si maneggiano statistiche false o si compilerebbero liste false per la soluzione che tanto piaceva a Mussolini: l’eventuale plebiscito; o le famosissime “libere elezioni” sotto la garanzia di truppe di occupazione di dieci altre lingue…
Il gioco diplomatico degli imperialismi in questo settore, per una serie di circostanze originali, non può da nessuna parte celare la sua indecenza. Se la Jugoslavia fosse rimasta ligia alla Russia si sarebbe ingaggiato un tiro alla corda semplice e chiaro: un brandello ad Oriente, non senza Italiani, sarebbe andato con Belgrado, un brandello ad Ovest, con Sloveni e Croati, con Roma, molto probabilmente un brandello misto centrale, con Trieste il porto e i cantieri, sotto un controllo doppiamente straniero, oggetto di ulteriore contesa tra i due gruppi dominanti il mondo. Ma la situazione si è complicata pel dissidio tra Mosca e il regime di Tito, che per eufemismo si può chiamare nazionalmilitare anziché brigantesco, avendo origini poco diverse da quelle, da pugnalate di alcova, del regno Karageorgevic. Democrazia popolare non significa nulla, e la attuino anche i capibanda di guerriglia non meglio identificati politicamente, ma socialismo! comunismo! Nei rapporti sociali tra le classi, nel gioco delle forze di produzione, che cosa è cambiato nella Repubblica Jugoslava da quando Tiro era figlio prediletto di Mosca, e dopo la sconfessione? Niente, un accidente di niente. E del resto che cosa cambiò quando in ventiquattro ore si venne a sapere da Belgrado, prima, che il governo si schierava contro l’Asse, poi che passava a suo favore (aprile 1941)? Sono i campi di forza dei grandi potenziali imperiali che determinano tali mutamenti, non contrasti sociali e politici locali, e ciò perché quei potenziali derivano da tutto il complesso delle forze produttive e sociali nel mondo, dall’interesse della classe capitalistica e dalle violente reazioni che le contraddizioni economiche sollevano contro di lei.
Sicuri che a Roma ci sarebbe stato un regime direttamente soggetto ad essi, i tre grandi Stati borghesi occidentali erano pronti a garantire che con pieno rispetto di tutte le libertà gli Slavi potevano stare sotto l’Italia, sempre meglio che sotto colui che era allora lo sporco dittatore Tito. Di qui la tripartita promessa di dare Trieste all’Italia, malgrado il trattato di pace la escludesse, ma di qui anche il dissenso del quarto grande, la Russia, da quel labile impegno. Da Mosca e dai partiti italiani che ne dipendono si era pronti ad assicurare che anziché sotto il governo nero fondiario e monopolista di Roma, una minoranza italiana avrebbe gioito nelle braccia della libera democrazia popolare belgradese.
Di colpo la democrazia popolare confortata dall’adesione delle masse operaie e contadine liberate si trasforma nella “cricca di Tito” di cui le varie Unità, dopo la condanna del Cominform. Ciò spiega il fatto così poco, come il parlare di “cricca di Stalin” spiega il crollo della rivoluzione bolscevica.
Con la stessa facilità e lo stesso tipo di procedimento, in cui le masse entrano solo come vittime ingannate, col quale i noleggiatori alleati di resistenze congedarono il capobanda Mihailovitch e presero Tito (allora con un compromesso tra stati maggiori americani inglesi e russi), oggi Tito ha vagliata la utilità di noleggiarsi ad un solo dei due gruppi in dissidio. Si ignora assolutamente quali precedenti marxisti e comunisti avessero in primo tempo orientato costui verso Mosca, probabilmente proprio il fatto di avere in materia di movimento proletario una assoluta verginità: “jamais couché avec”. In ogni modo il suo organismo militare-statale si sta ora noleggiando ai capitalisti occidentali; le masse, nonché le stelle, stanno a guardare. Il che si spiega solo col fatto che si tratta nei due casi e nei due sensi di un sistema organizzato fuori, sopra, contro le masse lavoratrici, la cui iniziativa è stata paralizzata dal morbo dell’opportunismo partigianesco.
Ed ecco che gli stessi partiti, la stessa stampa, di qua e di là, cambiano di colpo la loro scienza geografico-storico-linguistico-etnografica in riguardo al problema!
La Russia rivoluzionaria è scesa al grado di spauracchio che può essere maneggiato da un conte Sforza per ricattare un Tito. Pur di fregare costui, e non avendolo potuto avere tra le mani in quanto il non imbecille avventuriero non prende biglietti per le kremlinesche Canosse, Mosca potrebbe inserirsi nella dichiarazione tripartita e dare la consegna ai vari partiti staliniani di sostenere che Trieste e magari Pola, Fiume e Zara devono stare con Roma, per la pregiudiziale “nazionale” che sta in cima ai pensieri e ai discorsi dei conformisti sotto ogni cielo.
Dall’altro canto i capitalisti occidentali, che non hanno convenuto ancora il prezzo dell’acquisto del nuovo satellite, potrebbero dovere offrirgli anche compensi territoriali, ed in tal caso la perfetta democrazia atlantica e parlamentare verrebbe con sussiego a riconoscere i diritti dell’irredentismo croato e sloveno contro gli appetiti italiani, e applicherebbe i classici canoni del diritto delle genti per dare a Trieste un nome slavo.
Tutte queste lezioni non sarebbero che utili al movimento di classe dei lavoratori se lo conducessero ad assimilare le direttive della sua azione autonoma, a stabilire che sempre le classi dominanti parlano di libertà, di indipendenza e di diritto nazionale a fini di oppressione sociale, e sempre deve essere respinto, da ogni lato e in ogni lingua, il loro invito a collaborare.
Non dovremmo vedere in Trieste tre facce del partito operaio: una filoitaliana e legata alla pregiudiziale irredentista contro cui tanto combatté il socialismo in Italia e nella Venezia Giulia; una decisamente filoslava e che propende per la unione a Tito entro i limiti più estesi, sotto l’enorme pretesto che a Belgrado sta al potere la classe operaia; la terza infine, la più sbalorditiva, la cominformista, che da un giorno all’altro ha mutata questa stessa consegna di appoggiare Tito nella consegna opposta, e utilizza con una sfacciataggine non inferiore a quella di Sforza, per questo nuovo indirizzo, la italianità della Giulia e l’appoggio che potrebbe tale Causa avere da Mosca!
La politica proletaria a Trieste non può essere che la fraternità internazionalista tra lavoratori di lingua italiana o slava, la ripulsa di ogni smanceria razziale e patriottica. Il vecchio socialismo triestino sentiva del riformismo socialdemocratico austriaco. Ma aveva fatto un buon lavoro di preparazione marxista: gli stessi Oberdorfer non poterono negare nei contraddittori coi comunisti della Terza Internazionale la solida base marxista del leninismo. In ogni modo nelle stesse lotte elettorali di prima della guerra si erano battuti contro il partito italiano: “ga fato più furor Giorgio Pittoni che Valentin Pitacco, quel bel macacco”. Erano per questo austriacanti? Non era certo la loro consegna Trieste all’Austria, come non era Zagabria all’Austria quella dei socialisti internazionalisti serbi. Ognuno lottava contro gli imperialismi di casa sua, contro la propria borghesia. Sparita l’Austria non si fecero di nuovo irretire, i lavoratori triestini, nelle trappole di una antitesi nazionale. Il Partito Comunista di Livorno prese a Trieste la sezione politica, il giornale, la Camera del Lavoro. Compagni italiani e slavi vi lavoravano in tutto accordo. Gli stessi articoli, tradotti dal buon Srebrnic, andavano nelle due edizioni italiana e slovena. La generosa classe operaia di Trieste non meno dei lavoratori agricoli del contado vibrava di entusiasmo per la rivoluzione di Lenin, e per le stesse ragioni.
Le manovre politiche degli Sforza e dei Kardely devono fare agli operai e contadini giuliani lo stesso schifo. Deve stare ad infinita vergogna dei traditori del comunismo, se per istigazione di odio nazionale e per il gioco della infame e venale politica degli Stati borghesi, dei governi di quelli di secondo rango – che parlano di nazione solo per mettere la nazione all’incanto – è avvenuta divisione ed è perfino scorso sangue fraterno tra lavoratori triestini. E’ in queste frange di incontro dei popoli, in queste zone bilingui, che l’internazionalismo proletario deve fare le sue prove rifiutando le bandiere di tutte le patrie per quella unica e rossa della rivoluzione sociale.
La storiella del feudalesimo nelle campagne
Sono note le matte bestialità che le grandi firme progressive spacciano sulla economia agraria italiana. In essa sussisterebbero, e non allo stato fossile, come si crederebbe, ma vivi e imperanti, forme di produzione e rapporti sociali caratteristici del feudalesimo, cioè propri di una costruzione sociale che era reazionaria persino di fronte alla piratesca società borghese. Il capitalismo urbano italiano, non si sa se per serietà o compassione verso i «baroni» della terra, avrebbe «mancato» di assolvere al sacro dovere di liquidare la dominazione feudale sulle campagne, per cui tale compito spetterebbe, nientemeno, al partito proletario, sceso in tal modo dal rango di distruttore di ogni forma di sfruttamento del lavoro, a quello di ramazzatore degli angolini dimenticati dal capitalismo. Le comuni finalità antifeudali giustificherebbero la sporca politica di collaborazione e di appoggio alla borghesia agraria che il P.C.I. si vanta di fare sua, essendo la borghesia nemica, per definizione, del feudalesimo…
Non per niente il senatore Ilio Bosi, segretario della Federterra, dichiarava nell’Unità del 28-3-’50, inorgogliendosi della sua spregiudicatezza politica, che il suo degno partito non si perita di difendere e appoggiare, contro i rischi della crisi agricola, gli imprenditori capitalisti agrarii. Inutile dire che la «tattica temporanea» di collaborazione con le piccole e medie proprietà terriere, che poi si risolve in pratica nella difesa dell’ordine costituito nelle campagne, serve, spingendo la democratizzazione dei rapporti agricoli, a spianare la via… alla rivoluzione socialista. Furbo, no? Fingendo di accontentarci della democrazia, costringiamo il capitalismo ad estenderla nelle campagne gementi ancora sotto il giogo dei baroni feudali; l’avremo stretto così a costruire il trampolino di lancio del successivo rivolgimento socialista ecc, ecc. Oh! le meraviglie della «tattica»! Essa elimina la scossa violenta della lotta di classe che si svolge invece secondo una serie di mosse prestabilite, proprio come nelle partite a scacchi…
Il guaio è che i giocatori di parte nazionalcomunista sono, cento volte su cento, dei volgarissimi bari, che però riescono ad imbrogliare non certamente gli agrari, ma il proletariato delle campagne e delle città. Le prove le fornisce quotidianamente, ironia della sorte, l’Unità che nel numero del 31-3-’50 scriveva, con una disinvoltura paragonabile all’intreccio dei Tre Moschettieri famosi di cui sta pubblicando da un pezzo le imprese:
«La grande proprietà terriera per i suoi legami di cointeressenza alle imprese commerciali e di esportazione riesce a mantenere ancora alti i prezzi all’ingrosso di alcune produzioni e ad evitare la caduta dei prezzi al minuto. Essa a differenza della piccola azienda contadina, è cointeressata e partecipa alle industrie di trasformazione dei prodotti agricoli e (udite! udite! udite!) alla grande industria dalla quale derivano le materie prime per l’agricoltura, cioè concimi, anticrittogamici, macchine e attrezzi agricoli ecc. ecc.».
Ecco, dunque, che la grande proprietà terriera diventa «socia» del grande capitalismo industriale, delle oligarchie finanziarie che, se abbiamo letto bene non Marx, ma qualsiasi professorucolo di storia elementare, sappiamo essere l’essenza, non del dominio feudale che è morto da tanto tempo che nemmeno puzza più, ma della sopraffazione borghese.
Puzza, invece e moltissimo la carogna dell’opportunismo, tanto che nessun stratagemma demagogico riesce a dissimularlo, nemmeno la «tattica» del cavallo di Troia.
Spudorata ciurmeria è inventare un inesistente feudalesimo, contro cui si lavora a deviare gli assalti delle masse affamate, mentre vanno scagliati contro il capitalismo impersonato nello Stato; ma che i gazzettieri dell’Unità debbano autoscornarsi ogni volta che tentano di abbordare seriamente un argomento qualsiasi, quale ad es. la caduta dei prezzi agricoli, ciò dà addirittura il voltastomaco. Accade allora che gli stessi scribacchini imbeccati dai Grieco e dai Bosi ti vengano a dimostrare che gli arbitri incontrastati sono nelle campagne, come nelle città, solo le attrezzatissime bande dei gangsters del capitale, degli accaparratori, degli esportatori ecc., abilitate e incoraggiate dallo Stato a far ricadere il peso della crisi sulle spalle delle piccole e medie aziende. Evidentemente la storiella umoristica della sopravvivenza feudale nelle campagne non è elettoralmente redditizia, quando gli imboniti sono i rappresentanti dei «ceti medi» agricoli, cui non è possibile dare a bere che i fenomeni economici dell’agricoltura si verificano nelle condizioni «feudali» scoperte dai ciarlatani togliattiani. Quelli se ne infischiano dei «baroni»; vogliono che i prezzi riprendano quota, che aumenti il prezzo del vino, dell’olio, del latte, ecc.; come succede ai prezzi all’ingrosso.
La medesima cosa deve volere l’Unità.
Rinfrescare la memoria Pt.7
Ricordiamo al lettore che, nel ricordare agli immemori le tappe della politica antiproletaria del nazionalcomunismo, siamo arrivati in pieno 1947. Ebbene, oggi che il nazionalcomunismo si traveste di rinnovati colori antifascisti, leggiamo un po’ le dichiarazioni di don Palmiro, il 30 settembre di quell’anno (citato dall’ Unità, art. di fondo) : «Ben se ne avvede il Cantalupo e, per sfuggire alle conseguenze, forza i dati di fatto e li travisa quando dice ad esempio che noi abbiamo proposto una politica interna di estrema sinistra (ma se abbiamo proposto prima la coalizione coi monarchici e poi una politica di unità nazionale; se abbiamo persino firmato proprio noi l’amnistia!). La realtà è ben diversa; è che noi, partito della classe operaia e di lavoratori, siamo stati dominati e guidati nel corso della guerra e dopo di essa da preoccupazioni essenzialmente nazionali; volevamo prima di tutto salvare l’integrità, la libertà, la indipendenza, la dignità della nostra patria (sic!); questi erano gli obiettivi della politica che noi proponevamo, e non scopi ristretti di classe». E poco dopo (8 settembre, Unità del giorno dopo), a Modena: «Ma allora, che cosa farebbe domani quest’uomo politico (De Gasperi)) quando gli operai dicessero: «Noi vogliamo i nostri rappresentanti al governo, altrimenti anche noi come gli altri abbiamo il diritto di dire di no ai sacrifici che dobbiamo sopportare!». Chiarissimo: la politica governativa ha permesso agli operai di dire di sì ai sacrifici imposti in nome di una «politica nazionale» che ha avuto per effetto di schiacciarli ancor più; la lotta contro il governo De Gasperi è una lotta per riavere rappresentanti nazionalcomunisti al Viminale, dopo di che gli operai non diranno di no ai suddetti sacrifici. «Noi speriamo ancora che con questo partito (la DC) sia possibile arrivare ad una permanente collaborazione su un terreno democratico per la realizzazione di profonde riforme nell’interesse delle grandi masse lavoratrici… Noi non abbiamo ancora perso tutte la speranza». In altre parole, non esistono abissi di programma: possiamo andare permanentemente d’accordo. «L’abbiamo detto ai rappresentanti di tutti i partiti e di tutti i gruppi sociali (notate bene: tutti!) … è possibile collaborare; se volete collaborare, collaboriamo».
Tutta la fatica di Togliatti è lì: invocazioni alla concordia nazionale. Alla Camera, 27 sett.: «Sarebbe un’immensa sciagura… se la voce dei lavoratori italiani che chiedono di collaborare (chiedono?) alla ricostruzione nazionale dopo aver collaborato alla sua liberazione e alla fondazione dello Stato repubblicano, restasse senza eco». In ginocchio a chiedere la mano tesa! «Una delle prime esigenze fondamentali che tutti sentiamo… è quella che sia evitata al nostro paese l’umiliazione del crollo della moneta»; sotto, Pella, Togliatti ti aiuta in nome dell’orgoglio nazionale. «Noi abbiamo proposto alla Nazione italiana qualche cosa di profondamente nuovo che nessuno forse si aspettava, proponendo la nostra collaborazione sul terreno democratico-parlamentare alla ricostruzione politica, economica e sociale del nostro Paese…Noi che siamo stati al governo come ministri abbiamo fatto il nostro dovere nell’interesse del Paese». E nello stesso discorso, il capo del PCI definiva il suo partito come uno il quale «qualunque sia la sua forza in quest’assemblea continuerà a fare una politica di unità e di collaborazione di tutte le forze democratiche e repubblicane».
Come si vede, la realtà è esattamente l’opposto di quello che ai partiti di governo piace di rappresentare: il PCI ha continuato a fare una politica di unità anche essendo all’opposizione, ha implorato e piatito mentre gli altri tiravano per la loro strada, ha legato i proletari allo Stato proprio quando gli altri erano e si manifestavano più decisi a stringere le viti della manetta poliziesca. Sia ricordato, a chi ha la memoria corta. De Gasperi e Scelba non l’hanno certo avuta.