الحزب الشيوعي الأممي

Il Soviet 1920/11

Tesi: Sulla costituzione dei Consigli operai proposte dal C.C. della Frazione Comunista Astensionista del P.S.I.

1) I Soviet o Consigli operai e contadini (e soldati) sono gli organi con i quali la classe lavoratrice esercita il potere politico dopo avere abbattuto con la rivoluzione il potere dello stato borghese, e soppressi gli organi rappresentativi di questo (parlamento, consigli comunali, etc.). Essi sono gli “organi di Stato” del proletariato.

2) I Soviet sono eletti esclusivamente dai lavoratori, con la esclusione dal diritto elettorale di tutti coloro che si avvalgono di mano d’opera salariata e comunque sfruttano i proletari. In ciò consiste la loro sostanziale caratteristica, tutte le altre modalità della loro costituzione essendo affatto secondarie. La esclusione della classe borghese da ogni rappresentanza, anche come minoranza, negli organi politici della società, ossia la “dittatura del proletariato”, costituisce la condizione storica per la lotta politica contro la resistenza controrivoluzionaria borghese, per la eliminazione di ogni sfruttamento e per la organizzazione della economia comunista.

3) Il processo deve essere attuato con una azione collettiva e centrale del proletariato, subordinando tutte le misure da adottare all’interesse generale di classe ed alle sorti finali di tutto il processo rivoluzionario. Perciò, mentre sorgono nei singoli gruppi di proletari organi che riflettono i particolari interessi economici comuni a tali gruppi (consigli di fabbrica, sindacati d’industria, sindacati di categoria, organizzazioni di consumatori), tutta l’attività di tali organi dev’essere subordinata alle direttive tracciate dal sistema dei soviet politici, che per la loro essenza e costituzione rappresentano gli interessi generali.

4) I consigli operai sorgono nel momento della insurrezione proletaria, ma possono anche sorgere in un momento storico in cui il potere della borghesia attraversi una grave crisi e sia diffusa nel proletariato la coscienza storica e la tendenza all’assunzione del potere. Il problema rivoluzionario non consiste nella creazione formale dei Consigli, bensì nel passaggio del potere politico nelle loro mani.

5) Lo strumento della lotta politica di classe del proletariato è il partito di classe, il partito comunista. Esso raccoglie coloro che hanno una coscienza storica del processo della crisi del capitalismo e della emancipazione proletaria, e sono disposti a sacrificare ogni interesse di gruppi e di individui alla vittoria finale del comunismo. Nell’attuale periodo storico, è il Partito Comunista che difende la parola d’ordine “tutto il potere ai Consigli”.

Quando i Consigli sono costituiti, il Partito Comunista porta in questo campo la propria azione per conquistare la maggioranza dei loro mandati e gli organi centrali del sistema dei Consigli. In tale opera il Partito persevera dopo la conquista del potere, sempre con l’obbiettivo di dare coscienza politica e unità d’intenti all’azione proletaria, combattendo gli egoismi ed i particolarismi.

6) Il Partito Comunista penetra e conquista anche tutti gli organi economici proletari, appena essi sorgono sotto la spinta delle condizioni di vita di gruppi e categorie di proletari, allo scopo di profittare delle loro azioni per allargare il campo e portare l’attenzione delle masse sugli scopi generali e finali del Comunismo.

7) Il Partito Comunista combatte ogni forma di collaborazione e combinazione dei Consigli operai con gli organi del potere borghese, diffondendo nelle masse la coscienza che i primi non possono avere il loro valore storico se non dopo il violento abbattimento dei secondi.

8) Le necessità presenti dell’azione rivoluzionaria italiana non consistono nella artificiale e burocratica costituzione dei Consigli operai, e tanto meno in un’opera dedicata all’attività dei sindacati e dei consigli di fabbrica come fini a se stessi, bensì nella costituzione di un Partito Comunista puro da elementi riformisti e opportunisti. Un Partito di tal natura sarà sempre pronto per agire o intervenire nei Soviet, quando suonerà l’ora vitale della formazione di questi, che non è molto lontana.

9) Un vastissimo compito attende, prima di tale momento storico, il Partito Comunista in Italia.

Tale compito consiste:

a) Nello studio fatto con serietà d’intenti e larghezza di mezzi dei problemi della rivoluzione e degli aspetti del processo rivoluzionario; e nella più larga propaganda orale e scritta tra le masse dei principi e dei metodi che ne scaturiscono;

b) Nel tenere continue ed efficaci relazioni col movimento comunista estero e con gli organi della Internazionale Comunista;

c) Nell’avere sicuro contatto con le masse e nel prepararsi a quelle forme di azione e di organizzazione indispensabili nella lotta decisiva e che esigono, oltre alla completa devozione dei militanti alla causa, uno speciale allenamento tattico, ignoto nella vita tradizionale del Partito Socialista.

10) Il Partito Comunista non considera come scopi della sua azione le conquiste parziali che gruppi proletari possono realizzare nell’ambito del presente regime, neanche nel senso di preparare i suoi uomini alla futura esplicazione di attività tecniche dopo la conquista del potere. Tuttavia, esso interviene nelle agitazioni di tal natura al solo scopo di propagandare le sue finalità massime e di mettere in rilievo i rapporti di fatto che dimostrano la necessità dell’azione politica d’insieme di tutta la classe proletaria, sulla via della rivoluzione, per la eliminazione del regime capitalista.

La crisi del partito

Della grave crisi che travaglia in questa ora il partito e sulla quale noi con ogni sforzo cerchiamo di richiamare la attenzione dei compagni si occupa, come rileviamo da alcuni brani di un articolo riportato nella Riscossa di Trieste, il compagno Niccolini colla abituale serenità ed assennatezza. Egli consente in fondo con noi nel rilievo di tante deficienze di indirizzo teorico e pratico, come consente con noi per quanto riguarda la fondamentale questione dei “soviet”. Su di essa anzi può dirsi sia stato l’unico che abbia scritto sull’Avanti! e su Comunismo osservazioni veramente serie col degno proposito di correggere gli errori, di snebbiare i confusionismi, di mettere in evidenza i profondi difetti dei vari progetti compilati per la costituzione di quelli, specialmente il loro contenuto essenzialmente riformistico.

Non consente però nella conclusione cui giungiamo noi, ossia nella necessità di una epurazione del partito, o meglio di una scissione del partito per giungere alla formazione di un vero partito comunista. Non consente con noi partendo da una inesatta valutazione del contenuto preciso della nostra tendenza, la quale non stabilisce affatto l’antitesi tra riformismo e comunismo sulla base dell’elezionismo, come si rileva anche da quanto è detto nello stesso numero di questo giornale nelle tesi sulla costituzione dei soviet e nell’articolo sul parlamentarismo e la Terza Internazionale [cfr. cap. VIII], in cui abbiamo riassunto le ragioni del nostro anti-parlamentarismo e la funzione che secondo noi dovrebbe avere il partito comunista.

La questione teorica generale sulla possibilità di un’azione parlamentare da parte dei comunisti nei rapporti della crisi del nostro partito ha un valore assai relativo per il carattere che il partito ha. Il Congresso di Bologna avrebbe avuto l’importanza che il compagno Niccolini vorrebbe attribuirgli se avesse condotto a serie conclusioni, quelle cui naturalmente si doveva giungere di distaccare i riformisti.

Si è cambiato sì il programma, da quello antico socialdemocratico al nuovo con tendenze al comunismo, ma è stato un cambiamento di parole.

Gli uomini non sono mutati e quindi non è mutata l’azione. Il partito che aveva subito delle scissioni per la massoneria, per l’eliminazione dei bloccardi ecc., e rimasto intatto dopo il capovolgimento di tutto il programma, programma che un forte gruppo ha avversato nel momento della sua compilazione e tuttora avversa palesemente col pensiero e coll’opera.

Il compagno Niccolini vuole che si faccia dell’azione comunista per eliminare i vari Turati, secondo la sua espressione.

Ma non si accorge che l’azione non si fa, non si può fare e non si farà mai appunto perché vi sono i vari Turati sinceri, chiari e manifesti e perché vi sono moltissimi altri incerti, indecisi, magari insinceri, i quali sono assai più riformisti di quelli, ma con assai minore rispettabilità personale si truccano da rivoluzionari verbali nei comizi specie elettorali, a volte per pura speculazione demagogica, spesso anche in perfetta buona fede. Quella sufficiente libertà, che ci consente la democrazia borghese che governa, permette facilmente quell’estremismo verbale o di gesti appariscenti che ha buon gioco presso le masse… specie in periodo elettorale.

Di tutta questa enorme massa riformista in seno al partito, che non può essere suscettibile di trasformazioni, di questo morto che tiene il vivo, i comunisti dovrebbero, a tenor di logica, avere tutto l’interesse di sbarazzarsi; invece sono i massimalisti elezionisti che hanno tutta la premura di trattenerla. Saprebbe dirci il perché, il compagno Niccolini, che fa suo questo modo di vedere?

Noi glielo diciamo subito: perché tra i massimalisti elezionisti, che sarebbero comunisti, e i riformisti, vi è un legame saldissimo che li unisce, ed è quello di vincere insieme le… battaglie elettorali. Questo legame tattico, per quanto a parole secondario e di poca importanza, è tanto forte che i detti comunisti si sentono più legati a quelli che a noi della tendenza astensionista, con cui dovrebbero avere in comune il programma meno questo dissenso tattico, come vediamo in ogni manifestazione. È bastato che il compagno Misiano avanzasse una proposta di epurazione dei riformisti perché insorgesse Serrati colla sua polemica scampoleggiata e fiorita a combattere questa tesi, unicamente perché si preoccupa di perdere i voti dei riformisti. Le due correnti che vivono nel seno del partito si urtano e si paralizzano, ma non si distaccano per la preoccupazione della ripercussione elettorale. Il partito così come è oggi costituito e per l’azione che svolge resta, malgrado il suo programma, un partito socialdemocratico.

Il compagno Niccolini vuole si faccia un’azione comunista per eliminare i riformisti e concentrare tutte le forze comuniste. A noi pare che non sia l’azione che possa creare la forza, ma che sia questa che dovrà fare l’azione. Per concentrare le forze è indispensabile prima di tutto eliminare le contrarie ed avverse, che ne attenuano l’efficacia. Ciò è pregiudiziale. Se queste forze comuniste sono miste nel partito alle riformiste e socialdemocratiche, quale mezzo abbiamo per isolarle e concentrarle? Non ve ne ha che uno solo: spezzare il legame che le unisce, che è l’elezionismo. Pei comunisti, veramente comunisti, elezionisti, non sarà enorme il sacrificio di perdere qualche deputato rinunciando al metodo elettorale, se esso sarà compensato da una chiarificazione e concentrazione delle forze. Le quali noi vogliamo riunire in un fascio, in un partito organico, ma che non abbia un’etichetta soltanto sotto cui si nasconde il marcio. O la maggioranza avrà la forza di compiere questa sua rinnovazione attraverso una coraggiosa amputazione, o il partito sarà destinato ad affogare nel pantano della socialdemocrazia da cui non sa venire fuori, ed il partito comunista si formerà fuori di esso.

La crisi non ha altra soluzione. Gli accomodamenti, le soluzioni intermedie non sono più consentiti dall’incalzare degli avvenimenti. È l’ora delle decisioni nette, rettilinee, sicure ed audaci.

Teoria marxistica e pratica rivoluzionaria

«Così, se siamo vinti, non abbiamo altro da fare che ricominciare da capo. L’intervallo, verosimilmente molto corto, tra la fine del primo e il principio del secondo atto del movimento, ci dà fortunatamente il tempo per un lavoro molto necessario, cioè: l’esame delle ragioni, che hanno necessariamente causato la recente insurrezione e la sua sconfitta».

   Non è la stanchezza che segue l’estasi della rivoluzione borghese, non è nemmeno la rassegnazione, che ha fatto scrivere queste parole sullo sfacelo della rivoluzione tedesca del 1848 al maestro e pioniere. Mentre ci prepariamo per la nuova lotta, per il nuovo periodo di rivoluzione sociale, la disfatta toccata dopo quattro mesi di lotta proletaria ha per noi più valore rivoluzionario che la facile vittoria del 21 marzo.

   Le sconfitte di Parigi nel giugno e di Vienna nell’ottobre 1848 hanno certamente contribuito molto più al rivoluzionamento della popolazione in queste due città, che non le vittorie del febbraio e del marzo.

   Non perciò la disfatta del proletariato è meno grave, naturalmente. Né quella del proletariato ungherese, né quella del proletariato internazionale. Non perciò il marchio d’infamia viene cancellato dalla fronte dei traditori del proletariato: marchio che è loro indelebilmente impresso. Lo storico della rivoluzione proletaria troverà forse che le ragioni dello sfacelo della dittatura non sono in essa, non sono nelle sue azioni, o nelle sue mancanze. Fu la classe operaia stessa, che ha provocato la propria sconfitta. Non come dicono quei capi che vogliono ammantare la propria mancanza di capacità direttiva e la propria debolezza coi difetti del proletariato non tradendo questo i capi della rivoluzione, ma pel pusillanime abbandono dei propri interessi vitali.

   In qualunque modo sia pervenuto il potere nelle mani del proletariato d’Ungheria, al 21 marzo, questo potere era senza dubbio un mezzo per “mettere in azione, coll’abolizione della propria schiavitù, almeno una parte delle forze effettive” in modo da realizzare i risultati desiderati. Quali che siano state le intenzioni dei capi del movimento operaio incanutiti o incanutenti nel loro opportunismo, quando si misero o meglio barcollarono sulla via della dittatura, la classe operaia aveva in ogni caso ricevuto nella forma del sistema soviettista una organizzazione coll’aiuto della quale avrebbe potuto sbarazzarsi dei capi incapaci. Il tradimento di questa sorta di capi scusa tanto poco l’avanguardia del proletariato ungherese, come la pusillanimità dei lavoratori scusa il tradimento dei capi. La stessa verità s’applica all’intero proletariato internazionale, che non aveva né la volontà né la forza d’impedire l’assalto della controrivoluzione internazionale imperialista contro la repubblica dei soviet ungheresi.

   Il terrore bianco impone adesso la penitenza al proletariato d’Ungheria. Il proletariato internazionale, indebolito dalla perdita d’un alleato forte, deve continuare la sua lotta di liberazione contro la classe capitalista, rinforzata dalla distruzione dello Stato ungherese dei lavoratori.

   Ma il colpo portato dalla controrivoluzione democratica ed imperialistica ha toccato soltanto una certa classe operaia, che aveva raggiunto una certa fase della rivoluzione sociale, ma non ha colpito il comunismo, il marxismo storico.

   La scienza ufficiale proclama di nuovo il fallimento del marxismo. Il marxismo volgarizzato, la saccenteria social-democratica concludono allo sfacelo della dittatura proletaria al fallimento della tattica comunista, per “salvare” dopo le parti convenienti “non pericolose” della teoria marxista al loro sistema eclettico e antirivoluzionario.

   Ma il marxismo rivoluzionario, la tattica comunista è uscita dalle rovine della dittatura proletaria d’Ungheria, dalle mani insanguinate del terrore bianco, arricchita di una esperienza preziosa e dimostrativa. Lo sbaglio non era né nella teoria, né nella sua applicazione. Al contrario, la verità di Marx s’è ancora una volta provata vera.

 «La teoria si realizza in un popolo soltanto in quanto essa è la realizzazione dei bisogni di quello».

   Ma quello che il proletariato ungherese (nonostante che non era ideologicamente preparato per una ricostruzione sociale, ma invece il suo rivoluzionamento era impedito dall’opportunismo socialdemocratico) ha creato – e ha creato molto – durante la dittatura, è una prova, che:

  «Una classe, nella quale si sono concentrati gli interessi rivoluzionari della società, trova immediatamente, appena insorta, nel proprio seno il contenuto e il materiale della sua attività rivoluzionaria».

   Gli svolgimenti dell’azione rivoluzionaria derivante dalla propria situazione hanno portato al potere la classe operaia, malgrado la resistenza del partito operaio ufficiale. Gli stessi svolgimenti la spingevano avanti nella guerra di classe, frustravano la ripartizione delle terre, socializzavano la produzione. Ma erano anche gli stessi svolgimenti seguiti, che malgrado tutta la coscienza e premura dell’avanguardia rivoluzionaria, hanno indotto le masse proletarie ad abbandonare la lotta. E dopo un corto intermezzo di controrivoluzione democratica, il terrore bianco vile, bugiardo e spietato, è entrato in dominazione.

   Oggi mentre la controrivoluzione bianca ha raggiunto il culmine, il movimento rivoluzionario operaio giace ancora svenuto. Chi non è morto dei capi comunisti è costretto a fuggire come una belva cacciata, od aspetta in carcere la morte o la rivoluzione liberatrice.

   L’altra parte del movimento operaio è discesa tanto profondamente nella palude dell’opportunismo, che s’è esclusa da sé persino dall’Internazionale gialla. Ha rinunciato non solo alla guerra di classe ma “per purificarsi delle colpe della dittatura”, rinuncia a ogni rivoluzione come a una disgrazia, e si vanta del proprio controrivoluzionarismo. La sua critica spuntata non cerca di ferire l’ordine di produzione e la società capitalistica, ma di formare alla dittatura borghese una breccia assai larga, per “fare passare attraverso ad essa due capi nella sala del consiglio dei ministri ed alcuni altri nell’assemblea nazionale”.

   Quest’ala del movimento operaio è ancora più stordita che il movimento comunista perseguitato a morte, ma non ha nessuna speranza d’arrestare la sua dissoluzione.

   Lo slancio per mettere in marcia la classe operaia non può venire che dalla teoria marxistica rivoluzionaria, dalla critica comunistica; quella teoria, la verità nella quale cessa soltanto colla sua realizzazione, quella critica che non si limita alle parole e che vuole essere la preparatrice della forza diretta a liberare la classe operaia.

   «L’arma della critica non può sostituire la critica delle armi, la forza materiale deve essere rovesciata dalla forza materiale, ma non si deve dimenticare, che anche la teoria può divenire una forza materiale, se essa conquista le masse».

   Ecco l’unità della teoria marxistica colla pratica della rivoluzione proletaria comunista.

   E mentre in Ungheria il potere basato sulla canaglia borghese e sul “Lumpenproletariat” si sforza a riempire la classe lavoratrice dello spavento dei propri atti, solo il comunismo marxista può dare coraggio al proletariato e penetrarlo d’una coscienza che diventa forza. Come la situazione della borghesia non s’è fatta più durevole per la dittatura esercitata in nome suo da un potere diventato indipendente anche dalla stessa borghesia, così il capitalismo non diventa più sano per ministri e segretari di stato socialdemocratici.

   Il compito storico del proletariato invece – un compito, la scoperta del quale è una parte integrante del marxismo – non cessa finché non è adempito. E per essere adempito, deve vincere!

   «Allora noi ci ricorderemo e grideremo anche noi: vae victis! I massacri inutili, il cannibalismo della controrivoluzione stessa convincerà i popoli, che per accorciare, semplificare, concentrare l’agonia micidiale della società vecchia e i dolori sanguinosi di parto della società nuova non c’è che un solo mezzo: il terrorismo rivoluzionario».

Béla Kun

THE THIRD INTERNATIONAL AND PARLIAMENT

THE THIRD INTERNATIONAL AND PARLIAMENT

Il Soviet, April 11, 1920

The circular of the E.C. of the Communist International signed by Zinoviev and published in Comunismo Nos. 8 and 9 compels us to return once again to the vexed question of parliamentarianism. On it the circular in its first words thus expresses, “The present stage of the revolutionary movement has placed on the agenda, in the most bitter form, among other questions, that of parliamentarianism.”

Let these words count as an answer for those who say that we have made it a kind of nightmare, that we alone give it undue importance, while it is a matter of tactics and not of program, and therefore of secondary character.

We have already said several times that for us questions of tactics are of the greatest value, because they indicate the action that parties should take; these discuss questions of program precisely in order to derive tactical directives from them, otherwise instead of being political parties they would be congregations of dreamers.

Between the social democrats and the communists what divides them is not the distant goal they both want to achieve, but precisely the tactics, and the division is so deep that in Germany and elsewhere no little blood has run between the two parties. Nobody can argue that this is secondary and of little importance.

We agree in admitting that the question of parliamentarianism should be separated into two issues. On the first, that is, on the necessity of overthrowing parliamentarianism in order to give all power to the Soviets, there should be no disagreement among the parties (and therefore among their members), adherents of the Third International, because this constitutes the cornerstone, the backbone of its program. We say should because this duty is shirked by the P.S.I., of which a notable section blatantly supports the opposite concept and another no less notable one has not realized at all the profound antithesis there is between parliamentarianism and Sovietist power. Perhaps because of the knowledge of this equivocal hybridity that exists in our Party the comrades of the Third International, while addressing other parties, do not deal with the Italian one. Do they wait for it to come out of the equivocation? And they can go whistle for it waiting!

As for the second question, that “bourgeois parliaments may be exploited for the purpose of the unfolding of class struggle,” it does not seem to us accurate, according to what the circular states, that it bears no relation to the first question.

If it is recognized that there is a profound antithesis between the parliamentary and soviet conceptions, it must also be recognized that it is necessary to spiritually prepare the masses to realize this antithesis, to familiarize themselves with the idea of the necessity of overthrowing the bourgeois parliamentary regime and establishing soviets. Parties supporting this program can effectively carry out their propaganda on the sole condition that they do not absolutely devalue it by action, accepting themselves to participate in the function of parliaments. This is especially so in countries where such participation has been enhanced by the long custom and credit given to these bodies by precisely those parties that would like to advocate an opposite concept in this regard today.

These parties have persistently educated the masses to give supreme importance to parliaments, preaching that all state power belongs to them and that, if only one succeeds in winning a majority, one is the absolute master of power.

All the more reason why an election campaign with an anti-parliamentary content cannot be waged together under the same banner, in the name and with the discipline of the same party, by those who, at least in words, call for the overthrow “from within” of the bourgeois parliament and those who continue to view it from the standpoint of social democracy.

The examples Zinoviev gives in support of his argument are not convincing. To say that the Russian Bolsheviks participated in the constituent elections to sweep it away 24 hours later is not to prove that bourgeois parliamentarianism was exploited to the advantage of the revolution. Evidently the Bolsheviks participated in the elections because at that time they did not feel they had sufficient strength to prevent the constituent elections, otherwise this they would have done. As soon as they became aware that they were strong enough, they decided on action. This strength they could not acquire by virtue of their participation in the struggle, nor could they acquire at least the consciousness of it, because the election results were not, and fortunately so, favorable to them. Perhaps, if this had been the case, the constituent assembly would not have been torn down.

To demonstrate the futility of the constituent and any parliament, or rather, to demonstrate the usefulness of bringing them down, we accept that it may benefit to intervene in electoral struggles, but only in the negative sense, that is, without candidates. Only in this way can the demonstration of anti-parliamentarianism have real efficacy with the masses, because it is concordant in theory and practice, not contradictory as that which can be made by that renewed siren, the would-be anti-parliamentarian parlamentarian.

So, too, it is of no use remembering that the Bolsheviks participated in the Tsarist Duma before the war, in a profoundly different historical condition, when the possibility of the coming overthrow of the bourgeois regime was not even a dream; nor is it accurate to say that the quality of parliamentarianism benefited Liebknecht’s revolutionary work during the war, when this quality only forced him into an initial forced vote in favor of military credits. Alongside him and with him, not a few other martyrs faced the same struggle, all of which took place outside parliament, where they were not even allowed to speak.

The argument of the relative immunity that parliamentary privilege can give to someone who can enjoy it cannot appear in the mind of someone who feels in himself the deep faith to devote himself to the cause of revolution, which requires unlimited spirit of sacrifice.

On the other hand, when the parliamentarian really does revolutionary and dangerous work, he loses his guarantee, as Liebknecht himself proved, as did the deputies of the Czarist Duma or the Bulgarian parliament, etc. As for the landmines which Communist MPs lay against the enemy while in his camp, and which are their votes, speeches, bills, agendas, perhaps shouts, punches and the like, there is no need to fear: with them, at most, one blows up … a ministry.

The E.C. of the Third International, believing that the anti-parliamentarians are syndicalists and anarchists, takes care to include these in the Communist Party in order to raise to a certain extent those from the socialist parties who are more disposed to parliamentary action than to illegal action, to which they tend more than the others. Therefore, while it insists on declaring that the real solution is outside parliament, in the street, it advises the former on parliamentary action and all on unity, lest we weaken revolutionary forces which it shows that after all it considers more effective and decisive than the latter.

Without repeating once again how different our anti- parliamentarianism is from that of the syndicalists and anarchists, we conclude that we believe, in perfect agreement with the E.C. of the Third International, that the question of parliamentarianism must be defined as a general norm. If, however, the E.C. believes it has solved it with its circular, we maintain that we cannot accept its resolution, which solves nothing, but leaves things as they are with all their harmful consequences. The question must be posed at the next congress of the Third International, so that everywhere the parties adhering to it adopt and practice its resolutions in a disciplined manner.

There will be no shortage at the congress of those who will make known all the reasons which we advise, in our opinion, the Third International to adopt in relation to parliamentarianism the abstentionist tactics which we advocate.

Il Partito Comunista Tedesco

Che cos’è e che cosa vuole la Lega Spartacus, pubblicato il 15 dicembre 1918 nella “Rote Fahne” – prima dell’uscita dal Partito Socialista Indipendente – (vedi l’“Avanti!” del 6 gennaio 1919 (ed. Romana), il nr. 7 dei Documenti della Rivoluzione, della Società Editrice “Avanti!”, e l’“Ordine Nuovo” nr. 38 del 21 febbraio 1920 e 39 del 28 seguente).

Programma della Centrale del Partito, approvato alla Conferenza dell’ottobre 1919 (vedi “Comunismo” nr. 37 del 14 febbraio 1920). Tesi sul Parlamentarismo della stessa Conferenza, Romagna socialista” del 21 febbraio 1920 e “Ordine Nuovo” nr. 40 del 15 marzo 1920).

Per i comunisti di qualunque paese non è possibile non interessarsi al più alto grado delle cose del Partito Comunista di Germania. Le sorti della lotta rivoluzionaria che questo grande partito – fondato dai gloriosi martiri Liebknecht e Luxemburg – conduce nel cuore dell’Europa e del mondo capitalistico sono intimamente legate alle sorti della rivoluzione mondiale. E benché il socialismo sia pensiero e fatto internazionale, non è discutibile che il contributo dato ad esso, nel passato e nel presente, dal movimento tedesco, nel campo della dottrina e in quello della lotta, ne è fattore di primissimo ordine. Non perché – come lasciamo dire agli sciocchi – esista un socialismo “tedesco” quale articolo nazionale di esportazione da imporre o propinare ai paesi esteri, ma perché, attraverso tutti i periodi di crisi che registra la storia del proletariato germanico di questi ultimi cento anni, e maggiormente pel contrasto con le defezioni dei rinnegati, si presenta a noi nelle linee più severe ed armoniche la costruzione meravigliosa del pensiero e del metodo rivoluzionario, fondata su basi granitiche da Carlo Marx e continuata dai degni eredi dell’opera sua, destinata ad essere coronata nella storia dalla più trionfale realizzazione del processo emancipatore del proletariato e della società comunista.

È quindi per noi di gran peso intendere l’attuale situazione del KPD (Kommunistische Partei Deutschlands), e se ci è quasi impossibile tenerci al corrente dell’andamento quotidiano della sua lotta e delle fasi della battaglia rivoluzionaria che conduce, se anche oggi ci è impossibile rispondere all’interrogativo angoscioso se esso abbia lanciata o meno la parola d’ordine di un’azione generale, possiamo nondimeno studiare ciò che non è meno importante per noi, ossia l’orientamento delle tendenze che in esso si sono delineate, e il contributo che viene da questo alla sempre migliore elaborazione del programma e della tattica comunista.

Non ci sarà possibile, poiché non si scrive con la fredda anima storica, prescindere da raffronti col modo col quale di questi stessi problemi si propongono, da noi e da altri, le soluzioni in Italia.

Si sa generalmente che nella conferenza del Partito in dicembre [ottobre] 1919 si è svolta una lotta polemica tra i fautori dell’azione parlamentare ed i suoi avversari, e che questi ultimi sono stati sconfitti non solo ma esclusi dal partito. Ma questo è troppo poco per giudicare. Ci interessa invece conoscere quale fosse il pensiero delle due frazioni nella sua integrità, e quali e quanti fossero esattamente i punti di dissenso.

Durante il periodo rivoluzionario tra 1-8 novembre 1918 e il 15 gennaio 1919 si accese nel partito la discussione circa l’opportunità di partecipare o meno alle elezioni per l’Assemblea Nazionale. Contro il parere di Liebknecht e Luxemburg prevalse il criterio negativo, per concentrare tutte le forze nella lotta per la conquista del potere politico, per la instaurazione della dittatura proletaria, sulla parola d’ordine; tutto il potere ai consigli operai. Ove la vittoria nella guerra di classe avesse arriso ai comunisti, primo atto del nuovo potere sarebbe stato lo scioglimento dell’assemblea nazionale.

Liebknecht e Luxemburg vedevano poco probabile l’immediata vittoria e ritenevano – così come oggi ritiene la maggioranza del partito – che in simile eventualità la “utilizzazione” dell’azione parlamentare non fosse da scartarsi a priori.

Dopo la gloriosa sconfitta del gennaio 1919 si cominciò a delineare nel partito una tendenza “sindacalista” (è noto che prima della guerra il sindacalismo quale era sorto in Francia e in Italia e nell’America del Nord aveva scarsissima rappresentanza). Questa tendenza si schierò contro le direttive della Centrale del partito, ma i punti di dissenso erano ben più estesi e complessi di quello riguardante l’elezionismo.

Noi condividiamo il giudizio dei migliori compagni marxisti della maggioranza del KPD che si trattò di una tendenza spuria piccolo-borghese – come tutte le tendenze sindacaliste – e che il suo sorgere costituisce un fenomeno connesso al periodo di decadenza delle energie rivoluzionarie del proletariato tedesco succeduto alla settimana rossa di Berlino e alle giornate di Monaco.

Le principali tesi di questi “sindacalisti”, a quanto ci è dato ricostruire dal materiale incompleto di cui disponiamo, erano queste:

Attribuzione di una maggiore importanza, nel processo di emancipazione proletaria, alla lotta economica anziché alla lotta politica.

Riduzione della funzione del partito politico a quella di una “associazione di propaganda” per affidare il compito rivoluzionario ai sindacati operai sorti sulla base dei Consigli di Fabbrica in contrapposto ai vecchi sindacati capitanati dai riformisti.

Organizzazione di azioni isolate e frammentarie dei proletari dirette a sabotare la produzione borghese, a prendere localmente possesso delle aziende, a procedere ad espropriazioni rivoltose, negando il criterio dell’azione centralizzata e collettiva diretta dal Partito sul terreno politico.

Concezione anarchico-piccolo-borghese della nuova economia come risultato del sorgere di aziende amministrate direttamente dagli operai che vi lavorano.

Da ciò deriva l’astensionismo elettorale nel senso sindacalista, cioè di negare utilità alla azione politica del proletariato ed alla lotta di partito, che per effetto di parzialità e per abitudine tradizionale vengono confuse colle attività elezioniste. A noi pare che, sul terreno marxista, queste concezioni siano state giustamente ed opportunamente condannate.

Una sagace critica è stata fatta di esse dai loro oppositori, con argomenti molti dei quali i nostri lettori conoscono, per averli noi ampiamente adoperati nel dibattere le questioni dei Consigli di Fabbrica, della costituzione dei Consigli Operai, e delle prese di possesso locali delle fabbriche da parte dei lavoratori.

Il compagno Frölich in un interessante pamphlet: La malattia sindacalista nel KPD” svolge una critica assai profonda delle aberrazioni dei sindacalisti confutando in modo decisivo il concetto che non abbisogna una rivoluzione “politica”.

In fondo i sindacalisti sono, senza saperlo, stretti parenti dei social-riformisti. Il Fròlich dimostra, criticando le loro stesse parole, che essi si illudono che il compito politico sia finito coll’8 novembre, in quanto esiste in Germania un regime “democratico” e “repubblicano” – e il proletariato ha bisogno quindi solo di espropriare, attraverso le organizzazioni economiche, i capitalisti.

La fallacia di questa tesi è dimostrata dal compagno Frölich, che rimette la questione sul binario marxista. La lotta tra lavoratori e capitalisti non è una lotta tra la maestranza e l’imprenditore nei confini della fabbrica: è una lotta di classe, quindi una lotta politica, una lotta per il potere. Per arrivare alla espropriazione delle singole fabbriche, per arrivare al comunismo che è qualche cosa di più, cioè la espropriazione degli sfruttatori con la creazione di una nuova macchina economica collettiva, si deve passare per la battaglia politica contro il potere statale borghese, e per la creazione di una nuova forma politica: la dittatura proletaria. Altro che non essere necessaria la rivoluzione politica; in Germania si deve ancora fare il passo storico decisivo: dalla democrazia borghese alla dittatura proletaria, dalla repubblica ebertiana allo stato dei consigli. Questa, è solo il partito politico che può condurla.

Le tesi proposte dalla Direzione e approvate dalla Conferenza [Congresso dell’ottobre 1919] sono veramente fondate sul saldo terreno marxista.

Ci limitiamo a richiamare le loro più salienti affermazioni colle quali pienamente concordiamo (1).

“In tutti gli stadi della rivoluzione che precedono la conquista del potere per opera del proletariato, la rivoluzione è una lotta politica delle masse proletarie per il potere politico” (tesi 3).

“Il partito politico è chiamato a dirigere la lotta rivoluzionaria delle masse” (tesi 6).

“La concezione che si possano provocare movimenti di massa mediante una particolare forma di organizzazione, che, dunque, la rivoluzione sia una questione di forma di organizzazione, viene respinta come ricaduta nella utopia piccolo-borghese” (tesi 5).

“La più rigida centralizzazione è necessaria tanto per l’organizzazione economica quanto per l’organizzazione politica del proletariato. Il Partito Comunista Tedesco respinge ogni federalismo” (tesi 6).

Il contesto delle tesi è interessantissimo, e su di esso richiamiamo l’attenzione dei compagni.

V’è un altro punto notevole: i sindacalisti accusavano la Centrale di preparare una fusione col Partito Socialista Indipendente (escludendo i capi) o almeno con la sinistra di esso. Ma la Centrale respinge energicamente l’accusa. Su ciò d’altronde gli avvenimenti di questi giorni devono avere influito in modo decisivo – e noi non possiamo credere che i compagni del KPD, tanto dotati di esperienza critica, abbiano attribuito valore ai filosofemi pseudo-comunisti dell’ultimo programma degli Indipendenti.

* * *

La 3° tesi del programma che abbiamo esaminato dice che la partecipazione alle elezioni al Parlamento e ai Consigli comunali può anche essere considerata come uno dei mezzi per la preparazione della lotta politica rivoluzionaria e della conquista del potere.

Questo concetto è meglio svolto nelle apposite “tesi” approvate dalla Conferenza intorno al Parlamentarismo.

Il KPD, naturalmente, per il fatto stesso di essere un partilo comunista, è per principio contrario al parlamentarismo, così nel periodo in cui il proletariato sarà classe dominante, come nella società comunista e senza classi: esso ammette però che, durante il periodo che precede la conquista del potere, l’azione parlamentare, in senso puramente negativo, possa – in dati casi – giovare per stimolare le masse alla vera azione rivoluzionaria.

Avvertiamo subito che questa concezione del parlamentarismo, se può corrispondere al programma teorico votato al congresso di Bologna del nostro partito italiano, non corrisponde affatto alla pratica attuale del nostro partito. Questo, infatti, fa del parlamentarismo positivo e riformista, basato sulla coesistenza, mille volte da noi deplorata, di comunisti e socialdemocratici nello stesso partito, e nello stesso gruppo parlamentare (in questo può dirsi che i socialdemocratici sono in maggioranza).

Ma, d’altra parte, l’attuazione pratica di una tattica come viene tratteggiata in queste tesi dai compagni tedeschi, in certi scritti di Radek e nella recente circolare di Zinoviev, manca di precedenti storici: noi non sappiamo che cosa avverrà anche pel KPD quando questo ne tenterà l’applicazione. Noi affermiamo che questa soluzione tattica non esiste; o si ricadrà nel riformismo o si dovrà rinunziare ad ogni azione elettorale. Su ciò risponderà l’avvenire.

Noi crediamo – per quanto poco possa valere il nostro giudizio in un dibattito così complesso e lontano come quello di cui ci occupiamo – che, senza nulla concedere, anzi rifiutando con la massima energia l’antipoliticismo sindacalista ed i sofismi anarchici, sullo stretto terreno marxista, in una situazione come l’odierna, può e deve concludersi per l’abbandono di ogni contatto cogli istituti democratici borghesi.

Il programma della Internazionale Comunista è sulle basi del marxismo quale esso ci appare nella sintesi del Manifesto dei Comunisti – come è anche esposto meravigliosamente nel discorso che la grande nostra compagna Rosa Luxemburg pronunziava per la fondazione del KPD il 29-31 dicembre 1918. Ora ciò che è di sostanziale nel Manifesto è il definitivo superamento critico della democrazia, la dimostrazione che questa è la forma di regime politico caratteristica del periodo capitalista che accompagna storicamente il dominio economico della borghesia sul proletariato.

A questa critica si collega direttamente il superamento storico della democrazia che s’è iniziato colla rivoluzione russa dell’ottobre 1917, con la formazione stabile del primo stato di classe del proletariato.

Nella antitesi tra dittatura proletaria e democrazia borghese si compendia il momento decisivo della lotta di classe tra borghesia e proletariato – e ciò ci sembra rispondere direttamente alle tesi della maggioranza comunista sorte dalla esperienza storica del socialdemocratismo controrivoluzionario, antiproletario, bagnato nel sangue di Carlo e di Rosa.

Ciò risponde ancora più alla esperienza della lotta di classe nei paesi occidentali ove la democrazia ha più lontane tradizioni storiche, e maggiore influenza sulle masse, che nell’est e nel centro d’Europa.

Inoltre tra noi la guerra imperialista ha in modo più evidente che altrove dimostrato che essa poggiava sulla democrazia, che militarismo e democrazia non sono termini opposti, ma paralleli e poggianti sulla stessa base: regime borghese capitalista.

Ed allora il problema della preparazione rivoluzionaria del proletariato, appunto perché è problema politico, si presenta come la formazione di una coscienza storica nel proletariato dell’antitesi tra il nuovo regime rivoluzionario e la attuale democrazia, che, su un intreccio dell’attività politica delle opposte classi sociali, costituisce la maschera e la trincea al tempo stesso della dittatura del capitalismo.

Appunto per contrapporci, così alle scuole social-democratiche che spingono il proletariato sulla via del possesso maggioritario dei mandati borghesi, come alle scuole anarcoidi, che svalutano la necessità di prendere e gestire il potere politico, appunto per rendere più suggestiva la parola d’ordine: “conquista rivoluzionaria del potere politico”, noi crediamo indispensabile disertare le elezioni degli organismi rappresentativi borghesi.

Prendere i loro mandati per utilizzarli in una certa via di attività per la propaganda nostra, è una tattica pericolosa.

Teoricamente essa è poco chiara, e poggia innegabilmente sopra un paradosso dialettico. Praticamente, offre il fianco a troppe insidie. La dialettica storica marxista deve insegnarci che, se la borghesia vuole e caldeggia tale tattica, è perché essa sente, senza errore, che tale tattica non può nuocerle. L’attuale situazione politica italiana ne dà una dimostrazione lampante. Noi diciamo, noi siamo fermamente convinti che gli “utilizzatori” finiranno coll’essere “utilizzati” dalla democrazia borghese.

L’Internazionale Comunista deve tracciarsi una via tattica rigorosamente corrispondente alla sua dottrina. Noi, per quanto poco rappresenti in essa la voce nostra, vediamo questa soluzione così tracciata: condanna delle illusioni sindacaliste e affermazione fondamentale della necessità della lotta politica centralizzata; abbandono della partecipazione elettorale alla democrazia borghese in corrispondenza al processo storico aperto in Russia nell’ottobre 1917, e che si svolge in tutti i paesi, verso la conquista rivoluzionaria del potere e la organizzazione del proletariato in classe dominante.

Alla elaborazione di questa soluzione contribuirà in prima linea colla esperienza delle sue lotte e colla sua preparazione dottrinale il Partito Comunista Tedesco. Possa esso al più presto condurre il proletariato germanico a spazzar via colla baionetta della sua guardia rossa l’assemblea in cui siedono ancora i pugnalatori di Spartaco!

(1) Correggiamo il testo, che si rifaceva alla traduzione dell’“Avanti!”, in base al protocollo tedesco del Congresso di Heidelberg.