International Communist Party

Il Comunista 1921-06-09

Specifici per la vita di un partito

Table of Contents

I

Per norma, non andare ad alcuna adunanza. La tua mente illuminata non potrebbe ricever altro che danno da nuove impressioni.

II

Ma se non puoi proprio fare a meno di andare a un’adunanza, vacci possibilmente in ritardo, e polemizza aspramente col relatore, che tu non hai sentito, o con assenti.

III

L’oratore, che partecipa a una discussione, è certo di accattivarsi simpatie sempre crescenti, quando comincia il suo discorso col premettere di non aver propriamente nulla da aggiungere a quanto è stato detto precedentemente, e poi rifrigge almeno per un’ora, peggiorandola, la relazione.

IV

Non accettare mai alcuna carica. Il criticare è molto più bello. Se per questo motivo tu vieni trascurato, allora lagnati della miserabile cricca dominante.

V

Il tuo ufficio preferito in tutte le sedute è quello di tacere. Ma tanto più grida poi fuori come è che si sarebbe dovuto fare.

VI

Abbi cura che i discorsi confidenziali sieno noti, possibilmente in giornata, anche ai profani.

VII

E’ tuo dovere ritener tutti i compagni come incapaci e cacciatori di posti. Soltanto tu sei non soltanto il più avveduto, ma anche il più incorruttibile e attaccato ai principii.

Waldemar

(dalla Rothe Fhane di Berlino)

Riformismo sindacale

L’organo della Confederazione Generale del Lavoro leva un inno alla iniziativa della Federazione Tessili per la vendita a prezzi ridottissimi di un ingente stock di tessuti. È un inno alle nuove funzioni che così si assume il sindacato, sospingendo le contraddizioni economiche della presente crisi fuori dal circolo vizioso della loro insolubilità, saltando tutti gli strati del parassitismo intermediario tra la produzione e il consumo, sostituendo i pigri apparecchi della cooperazione e delle aziende di consumo istituite dalle amministrazioni pubbliche anche proletarie.

Noi non vogliamo qui dimostrare quanto è nella convinzione di tutti, né quanto le stesse Battaglie Sindacali pienamente riconoscono, cioè che si tratta di un tentativo che non ha la pretesa di contenere la scoperta di un rimedio universale alla crisi presente e di offrire una via di uscita di applicazione generale a tutti i rami della produzione e a tutti i paesi – tentativo il cui successo non è ancora assicurato, il cui rendimento e le cui ripercussioni sono ancora incognite, e al quale potrebbe essere data una soluzione negativa anche dal punto di vista tecnico ed economico.

Né ci vogliamo perdere in un giudizio critico dal punto di vista tattico sulla iniziativa milanese che tanto chiasso immeritato ha fatto: pensiamo che al fondo di essa, più che il miraggio squisitamente controrivoluzionario di contribuire a placare il malcontento delle masse lubrificando un po’, perché riprenda un funzionamento normale e tollerabile, la macchina del loro sfruttamento, vi sia un po’ di demagogia e di caccia vanesia a facile popolarità, se non anche a qualche altra lauta prebenda per i bonzi del riformismo burocrate delle organizzazioni e delle amministrazioni proletarie.

Ma qualche cosa va detto per illustrare il compiacimento “sindacale” di Battaglie Sindacali che, arieggiando, come fa sempre, le pose giacobine del sindacalismo estremista, parla con compassione delle gesta corporative e municipali o statali del riformismo, che pure imbeve tutta la organizzazione confederale.

L’insidia e il pericolo che vi sono in questa tendenza a realizzare un intervento delle grandi organizzazioni sindacali del proletariato nell’andamento della macchina della produzione capitalistica, soprattutto industriale, rivestita di una certa apparente audacia programmatica che potrebbe sedurre qualche rivoluzionario, mentre va guadagnando terreno nella convinzione della parte più intelligente della borghesia e specialmente di quella che più modernamente ed agilmente intende difendere non tanto le forme esteriori delle istituzioni, quanto il fondamentale principio della libertà di produzione privata, quell’insidia e quel pericolo non sono minori né diversi da quelli dell’aperta collaborazione politica governativa propugnata dai riformisti.

Il sindacato – l’argomento meriterebbe una trattazione vastissima in relazione a tutta la valutazione comunista del problema, che qui appena abbordiamo – il sindacato operaio sta continuamente al bivio tra due funzioni dialetticamente contrastantisi ed incrociantisi continuamente attraverso il travaglio della lotta proletaria: quella di primo motore di una coscienza e di una pratica di azione collettiva che è premessa indispensabile dell’ulteriore movimento rivoluzionario; e quella di elemento di compensazione delle assurdità derivanti con incessante vicenda dal moto del meccanismo capitalistico di produzione.

In un periodo che può ritenersi chiuso dalla grande guerra il sindacato ha esplicato la seconda funzione – non intendiamo dire che non abbia esplicata la prima – colla sua attività nel campo della regolazione dei salari e del mercato della mano d’opera. È inutile ritornare sulla dimostrazione che tale attività offre una via di uscita momentanea del capitalismo dal gioco delle leggi che lo dominano e che, se non vi fosse l’associazione di resistenza dei salariati, spingerebbero il tenore di vita di questi ad un livello talmente basso da renderlo materialmente intollerabile.

Questa opera di compensazione non poteva e non ha potuto scongiurare in modo definitivo la crisi del capitalismo, oggi entrata nello stadio acuto. Ma, mentre la parte rivoluzionaria della classe operaia, vedendo superata la funzione di regolazione del mercato del lavoro assolto dai sindacati, vuole trasportarli nel campo della loro prima attività, utilizzandoli al massimo grado per la intensificazione della preparazione politica alla conquista della dittatura proletaria, il riformismo non cessa dal fare assegnamento sulle organizzazioni economiche del proletariato per volgerne ancora la funzione in un’opera di neutralizzazione delle conseguenze della crisi borghese e di riassettamento della vita economica senza trapassi ed urti rivoluzionari.

Non vi è riformista che non riconosca che la tradizionale pratica sindacale della resistenza e della conquista di miglioramenti nei salari e nelle condizioni del lavoro è affatto insufficiente ad uscire dal “circolo vizioso” di cui parlano Battaglie Sindacali. Ed allora la direzione degli sforzi del riformismo è un’altra, e si risolve nel tentativo di affidare alle organizzazioni della classe operaia un compito più vasto ed una funzione che si intrecci più profondamente col meccanismo produttivo. Essi propongono che i sindacati si investano non solo del modo con cui i salariati vengono compensati del loro lavoro, ma della amministrazione delle aziende a cui essi partecipano, delle possibilità di acquistare e vendere materie prime e prodotti, ed a quali condizioni.

Nasce così – e nasce per forza di cose, non certo solo per un diabolico piano dei riformisti – il famoso problema del controllo operaio sulla produzione e sulla gestione delle aziende capitalistiche. Problema che dal punto vista rivoluzionario e dall’Internazionale Comunista è considerato solo come una realizzazione che succederà alla conquista del potere politico e sarà un avviamento alla socializzazione delle aziende da parte dello Stato operaio, come un postulato di cui bisogna dimostrare l’impossibilità nel quadro del sistema capitalistico.

Il riformismo, ossia la forma più intelligente ed evoluta di pensare e di difendere la conservazione delle forme capitalistiche, vuole impadronirsi di questa tendenza per farne ancora un mezzo di compensazione della crisi borghese. Esso esalta l’ingresso del sindacato in queste nuove funzioni: discutere e concludere con l’industriale i criteri di amministrazione dell’azienda produttiva, interessarsi d’intesa con esso del rifornimento delle materie prime e dello smercio dei prodotti.

Naturalmente ciò è prospettato come una “conquista” della classe lavoratrice, una “demolizione” dei privilegi capitalistici ed un preteso avvicinamento al socialismo. Ma anche il diritto di associazione sindacale era considerato alcuni decenni fa come una lesione mortale al privilegio capitalistico, e la borghesia lo contese fieramente al proletariato, ma lo riconobbe quando vide che non vi era altra via per frenare il volgersi del movimento delle masse a conquiste politiche e rivoluzionarie che tutto le avrebbero tolto.

La parte voluta della borghesia tenta di fare altrettanto col principio del controllo. Attuato questo, l’arbitrio del proprietario diminuirebbe teoricamente; ma, nella speranza dei controrivoluzionari borghesi e socialdemocratici, si troverebbero nuovi termini di equilibrio del meccanismo di produzione privata e si prolungherebbe la vita del capitalismo evitando lo scioglimento rivoluzionario della crisi suscitata dalla guerra.

Nel contratto diretto in materia, ad esempio, di vendita dei prodotti, i capitalisti dimostrano la loro buona volontà di rinunciare a parte del profitto (rinuncia apparente perché essi vi addivengono convinti che sarebbe danno maggiore il ristagno dei loro capitali, della capacità dinamica di rendimento dei loro costosi impianti) fissando i criteri di vendita d’accordo col sindacato. Questo “si apre così nuovi orizzonti” e ciò determina il compiacimento del riformismo sindacale dei confederalisti, ma in realtà allarga gli orizzonti di vita del capitalismo. Nell’intervento sindacale in tale questione amministrativa, il “padrone” cede qualche cosa agli operai, ma sopravvive intatto il principio della autonomia delle aziende private.

Questo fondamentale principio del capitalismo non sarà mai intaccato, ma può essere preservato da certe sue intime ragioni di disfacimento, dal riformismo di stato, dal riformismo della collaborazione politica, che attende dallo Stato borghese la regolamentazione ed il freno delle eccessive avidità del privilegio capitalistico.

Altrettanto è, nonostante i più vivaci e moderni colori in cui si drappeggia, per il riformismo “sindacale”, consulente gradito del pescecanismo industriale nei suoi momenti di imbarazzo.

I comunisti combattono la collaborazione politica ed economica, nello Stato e nell’azienda, tra le classi avverse. I comunisti avvisano il proletariato che è una turlupinatura il controllo di Stato sulle aziende capitalistiche, come una turlupinatura è il controllo offerto e conquistato da organi sindacali.

Perché il proletariato controlli e regoli i problemi della sua vita economica e sociale v’è una via sola: la conquista del potere politico colle armi dell’insurrezione. Perché solo su tali basi si formano le condizioni della soppressione del sistema di produzione privata ed autonoma, fonte delle attuali asprezze e dell’odierna insanabile crisi, per sostituirvi la produzione socialista.

La questione agraria Pt.2

Elementi marxisti del problema

La produzione agraria nell’epoca del capitalismo industriale

Dopo questa esposizione cui abbiamo dato volutamente forma schematica al solo scopo di porre in chiara evidenza i concetti fondamentali del trapasso economico al socialismo, passiamo a considerare gli aspetti generali del problema agrario, con l’obiettivo del resto di fare anche qui opera di sgrossamento preliminare del problema a scopo di propaganda, di dissipare equivoci fondamentali e non di esporre cose nuove o peregrine. Se noi cercassimo il tipo di produzione agricola corrispondente alla produzione artigiana nel campo industriale, ci si presenterebbe subito la piccola proprietà rurale. Il piccolo contadino, possessore delle quattro spanne di terra che è capace di lavorare, coll’aiuto della sua famiglia, possessore dei pochi e semplici arnesi occorrenti alle forme primordiali di coltura che possono applicarsi su spazio così limitato, è poi il padrone assoluto dei prodotti, e può venderli come creda, devolvendone una prima parte alla sua diretta consumazione domestica.

Tuttavia da tempo immemorabile esiste dovunque, a fianco della piccola proprietà, la grande proprietà terriera, con forme svariatissime di rapporti economici tra i proprietari e i lavoratori che sono addetti alle loro aziende. Questo solo fatto dimostra l’errore colossale che si commetterebbe qualora, dal paragone fra artigianato e piccola proprietà rurale, si volesse passare a quello tra grande industria e grande proprietà agraria in generale. Nell’avvertire i caratteri della grande industria abbiamo fatto notare come non sia sostanziale quello della proprietà giuridica dell’azienda, ma quello dell’impiego di superiori risorse tecniche e della specializzazione del lavoro. È per questo che la grande azienda industriale è una formazione recente, necessariamente successiva all’artigianato, uscita dallo sviluppo tecnico di questo. Ciò non si trasporta necessariamente nella considerazione della grande proprietà agraria. In essa il processo produttivo non è necessariamente più perfezionato che nella piccola proprietà, e le forme tradizionali di grande proprietà agraria non offrivano specializzazione tecnica delle funzioni colturali. Da cui la loro diversa origine ed apparizione storica. Il sorgere della grande industria è un fatto di organizzazione e di esperienza tecnica. La grande industria può concepirsi solo quando esistano certi procedimenti meccanici produttivi: la grande proprietà agraria può aversi anche in un paese dove non ancora si sia appreso a trarre dalla terra coll’arte frutti diversi e maggiori da quelli che spontaneamente reca. Il paragone è dunque impossibile.

Mentre nel campo industriale la esistenza dell’appropriazione dei prodotti di un lavoro collettivo è condizione sufficiente pel passaggio alla gestione collettiva, poiché vi è la specializzazione del lavoro, altrettanto non è nella grande proprietà rurale. Qui vediamo un proprietario “sfruttare” bensì moltissimi lavoratori, ossia trarre un guadagno dall’appropriazione di tutti o parte dei prodotti che essi traggono dalla terra, ma senza che per questo debba necessariamente esistere la specializzazione, la divisione delle funzioni tecniche. Vi è un lavoro collettivo, ma non un lavoro “associato”.

Una parte del fondo potrebbe rendere, comunque staccata dalle altre – mentre non è così nell’impianto industriale che forma una unità produttiva, inscindibile nei vari suoi reparti, ognuno egualmente necessario alla completa elaborazione di uno solo degli articoli fabbricati. La grande proprietà rurale non è nemmeno quindi necessariamente una grande “azienda”, se al concetto di azienda integriamo quello di unità produttiva.

Non essendo necessario, perché uno solo sfruttasse il lavoro di molti, l’unità tecnica organica della produzione, che sorge solo da speciali progressi della tecnica, lo sfruttamento agricolo è molto più antico di quello industriale capitalistico; fino al Medio Evo e a gran tratto dell’età moderna in molti paesi, la classe veramente sfruttata doveva cercarsi solo nelle campagne. I rapporti di sfruttamento, di appropriazione del lavoro collettivo altrui vi erano svariatissimi, e giungevano alla “servitù della gleba” che legava il contadino alle zolle dove era nato e al servaggio al suo signore feudale.

La rivoluzione borghese, di cui la esplicazione nell’economia industriale è il passaggio dall’artigianato alla grande industria, soppresse nelle campagne queste forme giuridiche di sfruttamento, applicando esteriormente all’economia agraria le stesse norme di diritto che facilitavano lo svolgersi dell’economia capitalistica, garantendo la libertà di commercio e di lavoro. Senza indugiarci su ciò, troviamo nella presente epoca capitalistica borghese sparite o quasi le forme di servaggio feudale, e sostituite da una grande molteplicità di rapporti nell’economia agricola.

Per distinguere piccola e grande azienda non basta attenersi all’indicazione giuridica delle mappe catastali; per seguire lo sviluppo della tecnica produttiva e dei rapporti sociali tra gli strati della popolazione agraria sarebbe grandemente erroneo soffermarsi solo sull’estensione dei fondi.

Non è possibile dire che l’epoca capitalistica segni un’eliminazione della piccola proprietà rurale assorbita nelle grandi imprese come avviene nell’industria e nel commercio, come non è possibile dire che essa segni un frazionamento degli antichi latifondi, né vedere in questo secondo processo, dove esso avviene, un indice contrario all’evoluzione in senso socialista, se non si introduce chiaramente la distinzione tra la tradizionale grande proprietà e la moderna grande azienda agraria, che si potrebbe chiamare agrario-industriale, la cui apparizione per riflesso dei procedimenti meccanici segue da lontano il sorgere delle grandi aziende industriali.

L’evoluzione dell’intrapresa agraria

Lo sfruttamento delle risorse produttive del suolo rimonta a tempi immemorabili ed ancora oggi non differisce sostanzialmente nei suoi procedimenti fondamentali da quanto ricordano le storie.

Esso comincia appena adesso ad essere influenzato dai perfezionamenti derivanti dall’applicazione dei moderni ritrovati scientifici, sui quali quasi esclusivamente si fonda l’attività della produzione industriale.

L’applicazione delle forze meccaniche ai lavori agricoli, i metodi di concimazione chimica, l’applicazione dei potenti mezzi di cui dispone l’ingegneria moderna alle bonificazioni, alle sistemazioni dei terreni di montagna e di collina, alle irrigazioni, non sono entrati nella pratica che negli ultimi decenni, e devono ancora considerarsi come sistemi che non hanno vinta la concorrenza di quelli tradizionali, mentre può dirsi che la grande industria abbia definitivamente battuto l’artigianato. La maggiore difficoltà di affermazione delle applicazioni della tecnica moderna all’agricoltura ed alle industrie agrarie sta nella semplicità ed economia dei vecchi mezzi, che fondandosi su di una semplice stimolazione delle attività produttive naturali del suolo – che l’arte non è ancora certo sulla via di moltiplicare indefinitamente – rendevano minime le occorrenti spese d’impianto, d’attrezzaggio, l’esperienza tecnica dei coltivatori, in quanto questa si riduceva alla pratica manuale e tramandata facilmente di padre in figlio.

La moderna azienda agraria non è ancora dunque la regola della produzione agricola, nemmeno nei paesi più progrediti. Ragioni inerenti alla stessa natura della economia capitalistica impediscono la sua diffusione, anche dove essa risponde all’interesse collettivo. È indubitato che coi procedimenti della moderna tecnica agraria la terra renderebbe di più, ma ciò richiede non solo il possesso della terra, bensì l’investimento di vasti capitali privati, i quali preferiscono gli investimenti industriali, bancari, speculativi, per il più alto profitto che porgono.

Inoltre vi sono delle circostanze di fatto che rendono impossibile l’applicazione delle moderne risorse alla terra, almeno fino a quando lo sviluppo industriale non abbia raggiunto una grandissima intensità e grandiosità: la configurazione naturale del terreno nei paesi di collina e montagnosi, il difetto di viabilità e di ferrovie, la distanza dai centri industriali, la mancanza di combustibili, di grandi impianti elettrici colle loro reti di distribuzione, infine la stessa deficienza di personale scientifico e tecnico; tutti elementi che solo il lavoro di intere generazioni potrà formare.

Laddove queste condizioni per uno sfruttamento razionale della terra si sono realizzate, laddove si dispone di macchine, fabbricati, forza motrice, acqua, personale ben preparato, ecc. ecc., è fatto indiscutibile che si determina la superiorità della grande azienda, anzi è solo nella grande azienda che si possono con conveniente rendimento applicare quei costosi perfezionamenti. Poiché è appunto la divisione, la specializzazione del lavoro che interviene. Come nell’industria questa porta seco la necessità delle unità produttive che impiegano numerosi lavoratori e preparano masse imponenti di prodotti, così nell’agricoltura tutte quelle risorse possono essere utilizzate solo da vaste intraprese, che abbiano molto personale, che diano grandi quantità di prodotti, e che naturalmente, pur aumentando l’intensità della popolazione lavoratrice agricola ed il prodotto per unità di superficie, comprendano grandi estensioni di territorio da sfruttare.

Questo tipo di unità produttiva rurale, che non è, come dicevamo ed è ancora lungi dal divenire, la regola, è il solo che può confrontarsi economicamente colle grandi aziende industriali moderne, perché ne raccoglie i caratteri sostanziali: la specializzazione del lavoro e l’associazione dell’opera di molti lavoratori, nonché l’appropriazione dei prodotti da parte dell’intraprenditore, poiché in tal caso i lavoratori addetti all’azienda divengono semplici salariati compensati in tutto o in parte grandissima in denaro. Questi salariati agricoli sono a loro volta separati dagli strumenti del loro lavoro, il cui valore è l’equivalente di grandi capitali superanti lo stesso valore della terra, e sono privi di qualsiasi diritto sulla disponibilità del prodotto.

Queste grandi aziende, adunque, mentre tendono a dilatarsi assorbendo le piccole che esistono nelle stesse località e nelle stesse condizioni fondamentali, effettivamente col loro ingrandirsi e complicarsi, perfezionandosi danno l’indice di uno sviluppo che aumenta le premesse della collettivizzazione di esse. Queste aziende sono quelle pronte per l’esercizio da parte della collettività che a simiglianza di quanto sarà per l’industria, subentri al posto dell’intraprenditore privato.

Nel determinare la possibilità del trapasso dalla gestione privata a quella collettiva, abbiamo dunque razionalmente esaminato i caratteri dell’intrapresa, e non la sua materiale estensione. È bene parlare, se si vuole essere precisi, non del problema della collettivizzazione “della terra” ma di quello della collettivizzazione dell’azienda agraria, per sgombrare il terreno da una serie di confusioni su termini elementari ed iniziali di esso.

Definita così la grande azienda agricolo-industriale, passiamo a confrontare con essa gli altri tipi di proprietà agraria, che non si possono classificare come piccola proprietà, ma che tuttavia non sono grandi aziende agrarie nel senso suesposto della parola, per vedere quali problemi essi ci presentino dal punto di vista del trapasso a un regime proletario e socialista.