Internationale Kommunistische Partei

Il Programma Comunista 1972/13

Organizzatori «operai» o consulenti degli imprenditori?

Qual è il succo del „documento comune“ partorito a Tarquinia, dalle tre confederazioni sindacali, la cui unità organizzativa stenta a nascere tanto quanto è bell’e nata la loro unità di azione? che cosa annunzia ai proletari occupati e disoccupati che si preparano a battersi per il rinnovo dei contratti di categoria?

Il succo è fin troppo chiaro. I sindacati che si pretendono „operai“ ragionano, in realtà, in funzione non degli interessi immediati e delle finalità ultime della classe, ma degli interessi e delle finalità del „paese“, della „nazione“, dell'“economia (non possono dire, senza sputtanarsi: del capitale), di cui per essi i lavoratori sono parte integrante e quindi possono non diciamo conquistare ma anche solo difendere qualcosa al solo patto di assumere a proprio carico la soluzione dei „gravi problemi“ della „comunità nazionale“ ringiovanendone e perfezionandone le strutture com’è nelle esigenze di «uno Stato moderno, democratico e fortemente industrializzato».

Fedeli alla teoria inespressa – che trovò bensì la sua vivente incarnazione nello Stato corporativo fascista, ma è tanto vecchia da aver fornito materia ai sarcasmi di Marx centoventitré anni fa e passa – secondo cui «capitale e lavoro salariato si condizionano a vicenda, si generano a vicenda; l’interesse del capitalista e quello dell’operaio è quindi lo stesso» (il che, spiega Marx, significa soltanto che «finché l’operaio salariato è operaio salariato la sua sorte dipende dal capitale…, ricchezza estranea che lo domina, potere che gli è nemico»), essi vedono nelle lotte dei lavoratori il lubrificante del «progresso», la garanzia del «superamento della stagnazione produttiva», il rimedio al «disarmo dei gruppi imprenditoriali e pubblici e alla loro diserzione all’invadenza del capitale straniero [capitale, ; purché italiano!]; alla mancanza di capacità di previsione e di coraggiose assunzioni di iniziative trasformatrici, alla rinuncia dell’autorità di governo a svolgere una diversa azione di indirizzo, selezione e stimolo». Per essi, l’esistenza di «gruppi imprenditoriali», privati o pubblici, è un fatto eterno, immutabile quanto i fenomeni del mondo naturale, da non mettersi neppure in discussione: non solo non si tratta di spezzarne il giogo, ma si tratta di renderne più efficiente il meccanismo.

I loro «grandi obiettivi strategici» sono, in ordine decrescente: «occupazione, riforme, contratti», ed essi precisano che si tratta di obiettivi «strettamente correlati», appunto perché „occupazione“ è un problema di „investimenti“, „riforme“ un problema di „interventi straordinari“ dei pubblici poteri, e „contratti“ un problema che si risolve in quanto si risolvano i primi, e che ha una sua giustificazione di esistenza solo in quanto aiuti a risolverli e insieme ne derivi come la parte dal tutto.

Quando essi dicono: «Le rivendicazioni salariali sono da sole insufficienti a risolvere i problemi reali con i quali si scontra la condizione dei lavoratori», non vogliono affermare – dio guardi – che la lotta per l’aumento o anche solo la difesa del salario è sacrosanta ma non altera il rapporto di dipendenza del lavoro salariato dal capitale, e che quindi va integrata in una forma più alta di lotta, la lotta politica per l’abolizione del lavoro salariato: vogliono affermare al contrario, esattamente come gli economisti borghesi staffilati da Marx, che la garanzia del posto di lavoro e del salario dipende da un’attiva politica del capitale di cui gli stessi operai devono farsi promotori attraverso il «metodo del confronto [non scontro, non combattimento, meno che mai guerra; ma dibattito, consultazione, collaborazione!] con i pubblici poteri per l’occupazione, le riforme, le politiche economiche».

Quando parlano di «condizione operaia» hanno in mente la casa, la scuola, l’ambiente di lavoro, i trasporti, la sanità e, idolo degli idoli, la «pubblica amministrazione», e si attendono dagli «investimenti» in tali innovazioni, dalle «spese sociali» in tali iniziative, «uno sviluppo della produzione basata sulla espansione della domanda interna» il che vuol dire un accrescimento del capitale. Sono i teorici dell’iperespansione produttiva, dell’iperconsumismo, dell’ultramodernismo, in nome e nell’interesse della Patria; il loro sogno è una «contrattazione che realizzi un impatto funzionale [parla come ti hanno insegnato, commenta a labbra strette il manovale!] con la politica delle riforme». La democrazia, lo Stato del capitale, i pubblici poteri sempre più efficienti e in grado di „intervenire (a manganellate, se occorre), il capitale che non impigrisce nella calza di lana ma si investe, il padrone che non vive di rendita ma ritrova le antiche virtù del capitano d’industria, il manager che non si seppellisce sotto le scartoffie ma ha la passione di abbellire e imbellettare il «luogo di lavoro», hanno in essi i loro più accaniti, più rumorosi, più fertili, difensori e, se possibile, condirettori.

Sul piano politico e sociale, ciò significa – e il documento non ne fa proprio alcun mistero – che le urgenti necessità dei salariati – in materia di paga e tempo di lavoro -, devono subordinarsi nella loro pesante realtà alla retorica dei «miglioramenti normativi», alla fata morgana delle riforme di struttura, ma soprattutto a quell’altra «superiore» realtà che sono i «costi» di tutte le retoriche e di tutte le fate morgane di cui si adorna il medagliere di Sua Maestà il Capitale.

Ciò significa che, federati o uniti, i sindacati „operai“ si preparano ad essere sempre più non solo gli „interlocutori“ dello Stato capitalistico, ma i suoi indispensabili ingranaggi.

Ciò significa che gli operai saranno chiamati a esercitare non la propria forza di classe, ma il «senso di responsabilità» instillato da sempre negli schiavi da preti e poliziotti, da padroni e lacchè dei padroni.

Ciò significa che i proletari potranno allontanare lo spettro della fame e della disoccupazione, per quel tanto che è possibile sotto il regno del capitale, solo riprendendo coscienza d’essere non parti ma vittime della „comunità nazionale“ e agendo in base a tale consapevolezza; potranno prepararsi a cacciarlo definitivamente ridandosi degli strumenti di lotta economica non vincolati agli interessi tricolori di quest’ultima, e collegati alla finalità ultima della sua distruzione dall’influenza politica del partito rivoluzionario di classe.

Non ci si risponda che è musica dell’avvenire: anche solo per un’infima minoranza della classe, questa garanzia del domani dev’essere la certezza di oggi, la conquista del futuro deve coincidere con la sua preparazione nel presente!

I CUB SONO UNA SOLUZIONE?

Il convegno nazionale dei „comitati unitari di base“, svoltosi a Milano nei giorni 3 e 4 giugno, ha dimostrato, se ve n’era bisogno, che nel momento attuale la forza di classe del proletariato è controllata e resa impotente su un piano pressoché totale dalle centrali sindacali ufficiali.

Le organizzazioni, come i comitati di base in questione, che tendono a dare al proletariato un indirizzo contrastante con quello dei sindacati, sono in realtà molto deboli, e la maggioranza dei loro attivisti è costituita da studenti. Questo fatto non è in sé un elemento „immorale“, ma è indicativo dello stato di prostrazione (che per la verità dura da molti anni e ha caratterizzato tutta un’epoca, da quando cioè ha trionfato la controrivoluzione staliniana) del proletariato, e del volontarismo di quei gruppetti che, a parole, sono già… nel periodo della dittatura proletaria, o che la vedono a portata di mano purché furbescamente si trovi la „parola d’ordine“ concreta, adatta alla situazione del momento.

Noi siamo perfettamente coscienti che un segno della tendenza ad uscire da questo già troppo lungo periodo di soffocamento della forza eversiva del proletariato (che non si esplica solo sul piano „cosciente“ della lotta politica diretta dal partito, ma anche nella spinta „incosciente“ delle lotte economiche oltre i limiti imposti dall’azienda, dalla categoria, dalla „economia nazionale“, dal sindacato „responsabile“ ecc.), sarà costituito proprio dal sorgere spontaneo di organismi di lotta, non importa se totalmente al di fuori del sindacato o se in lotta contro la sua direzione dall’interno, che però avranno un senso nella sola misura in cui non commetteranno l’errore di restringersi ad un compito „autonomo“ all’interno delle aziende. Certo, il solito gioco dei sindacati sarà di neutralizzare tali forze sia con l’aperta sconfessione e la denigrazione demagogica in cui sono maestri imbattibili, sia e soprattutto riassorbendoli in se stessi e riducendoli a uffici interni accanto agli altri uffici od organi interni, quindi perfettamente addomesticati, come le commissioni interne, i consigli di fabbrica, ecc., e una tale impresa sarà tanto più facile quanto più questi organismi saranno staccati e autonomi fra loro. Indicativo, per esempio, è che al convegno di Milano abbia aderito, partecipandovi, la FIM-CISL, rappresentata – se a titolo „personale“ poco ci importa – da Antoniazzi, e che come compito prevalente ai militanti sia stato indicato quello di „organizzarsi autonomamente nelle officine“ – non si capisce se dai sindacati (che partecipano poi ai loro convegni!), o dalle altre officine, cosa che è ovviamente inaccettabile.

Il compito di un’organizzazione che veramente si opponga all’impostazione dei sindacati traditori deve essere essenzialmente quello di lanciare una piattaforma di unificazione del proletariato, trovando rivendicazioni atte a realizzarla come: diminuzione dell’orario di lavoro; aumento generale della paga-base più elevato per i lavoratori non qualificati; abolizione di cottimi, premi, straordinari; collegamento fra tutti gli operai della stessa categoria e, infine, dello stesso paese ed oltre, sulla base di tali rivendicazioni.

Una simile piattaforma è l’unica in grado di superare gli scogli degli interessi limitati e la piattaforma dei sindacati tricolori, che ha sì la caratteristica di dividere la classe operaia sulla base dell’articolazione, della „professionalità“, ecc., ma ha anche quella di tendere alla sua unificazione sotto la cappa della politica delle riforme e della formazione del classico „partito del lavoro“, espressione dei presunti interessi operai „all’interno“ della società borghese, d’accordo con le organizzazioni politiche dell’opportunismo, che nel corporativismo sindacale affondano le loro radici. A quest’opera a livello nazionale e centralizzato si può opporre solo un’opera che sia altrettanto e ancor più centralizzata a scala nazionale (tendendo a superare anche questo limite): condizione questa perché la classe operaia torni ad essere almeno una classe sul piano della contrapposizione dei suoi interessi immediati a quelli delle classi e dello Stato borghese sebbene non ancora necessariamente sul piano politico; condizione comunque perché il partito politico rivoluzionario possa utilizzare questa rete di associazioni economiche come la propria „cinghia di trasmissione“. Bisogna infatti essere giunti al livello del peggior riformista „rinnovato“… da Gramsci per criticare, come fa Il Manifesto del 6-6, i Cub in quanto proporrebbero «un sindacato purificato» e «una riesumata cinghia di trasmissione ad Avanguardia Operaia come un tempo la C.G.I.L. al P.C.I.» (sic!), il che, orrore, significa ritornare ad una «superata separazione tra lotta politica e lotta economica»; e la logica porta quindi a rallegrarsi della (più che fittizia, se non si è proprio ciechi) separazione in atto fra partiti e sindacati, che non è affatto un segno della „autonomia“ sindacale ma della completa integrazione non solo nello Stato borghese ma persino nel governo (e nel partito!) del momento!

Altro che cinghia di trasmissione! È proprio Avanguardia Operaia che nega una tale funzione quando demanda a una «partecipazione di tutti i lavoratori» nell’ambito della democrazia operaia la «definizione degli obiettivi» e delle «forme di lotta che più colpiscono il padrone»; e che concepisce in termini di «agitazione» il ruolo delle «organizzazioni politiche rivoluzionarie» (come se potessero essere parecchie!), «le uniche in grado di offrire ai lavoratori il quadro politico complessivo che giustifica la linea rivendicativa di classe» (v. «Avanguardia Operaia», Aprile-Maggio 1972).

La contraddizione fra le due frasi è evidentemente superata, per Avanguardia Operaia dal fatto che le sedicenti organizzazioni politiche rivoluzionarie non portano nella classe la strategia di lotta che solo deriva dalla visione globale del processo capitalistico e del suo superamento, ma si limitano a „giustificare“ le scelte che si presumono compiute dalla spontaneità della democrazia di fabbrica. Pertanto, ben lungi dal sostenere la dottrina della cinghia di trasmissione, Avanguardia Operaia compie l’ennesimo sdrucciolone verso il codismo!

Non è il concetto di „cinghia di trasmissione“ che è errato, e la dimostrazione ne è la stessa opera del riformismo che ha sempre utilizzato tale cinghia di trasmissione, non solo, ma ora tende a sostituirla con un inglobamento nel meccanismo statale stesso. Errata è la concezione che si possa operare una sostituzione del sindacato senza una piattaforma generale, e solo sulla carta, sulla base di valutazioni contingenti o di „analisi“ che scoprono le „novità“ introdotte nel capitalismo italiano nel periodo dal 1969 al 1971, in risposta alla tendenza degli operai «a porre rivendicazioni unificanti», mentre la costituzione di organismi nuovi è legata al movimento stesso della classe, certo anche con l’intervento degli elementi più combattivi e già in possesso di una ideologia politica.

Infatti non è detto che, in un precipitare improvviso della crisi economica e sociale, la lotta economica non sia scavalcata da esigenze di carattere politico, e che i sindacati non vengano sostituiti da altri organismi che abbiano le caratteristiche dei soviet, che siano cioè al di sopra della divisione per fabbriche o per categorie e raggruppino gli operai in quanto tali su base territoriale: in una simile eventualità, che senso avrebbe preparare prima, sulla carta, il nuovo, „purificato“ sindacato?

È la stessa lotta di classe che ci mostra le reali possibilità di intervento, l’effettiva esigenza operaia di costituire un nuovo organismo e di buttare a mare il vecchio, la reale possibilità di trasformare l’organizzazione economica in cinghia di trasmissione. Anche qui, come sempre, non basta la volontà, sia „buona“ o „cattiva“!

Alcuni nostri rilievi concernono un documento sottoscritto da più organizzazioni, che Avanguardia Operaia «ritiene rappresenti la base per concertare iniziative unitarie di agitazione e di lotta». Torneremo in argomento dopo la pubblicazione del bilancio sul convegno dei cub.