Internationale Kommunistische Partei

Il Partito Comunista 442

Venezuela: petrolio, oro e la lotta antiimperialistica

I recenti accordi tra il governo venezuelano e gli Stati Uniti svelano, ancora una volta, le reali basi materiali che si celano dietro gli slogan vuoti della borghesia globale, i discorsi di „cooperazione pacifica“, „sovranità“ e „ripresa economica“. Dietro queste frasi vuote si cela una domanda molto più semplice: chi controlla le enormi risorse naturali del Venezuela e a beneficio di chi saranno sfruttate?

Recenti rapporti indicano che il governo venezuelano ha raggiunto un accordo con gli Stati Uniti

per lo sviluppo di 17 giacimenti petroliferi strategici. Secondo l’agenzia di stampa Reuters, l’accordo mira ad aumentare la produzione venezuelana a oltre 1,5 milioni di barili al giorno, mentre il governo borghese guidato dalla presidente ad interim Delcy Rodríguez, naturalmente succeduta alla guida dello Stato dopo la liquidazione ad opera dell’imperialismo americano del presidente Maduro, sostiene che „il Venezuela manterrà la proprietà e la sovranità sulle proprie risorse naturali“.

Allo stesso tempo, Washington ha descritto un accordo che concede alla North American Blue Energy Partners concessioni della durata di 100 anni sugli stessi 17 giacimenti, che rappresentano circa 65 miliardi di barili di riserve accertate. Agli Stati Uniti sarebbe inoltre garantito il diritto di acquistare il 20% della produzione al costo di estrazione, mantenendo il diritto di prelazione sulla restante parte.

Cosa significa „sovranità“ in queste condizioni?

Per i filistei borghesi, la sovranità significa la proprietà legale formale del territorio nazionale e delle sue risorse. Per il proletariato, tuttavia, la questione decisiva non è quale bandiera sventoli sui giacimenti petroliferi, ma quale classe controlla la produzione e si appropria del suo surplus.

Il governo venezuelano può mantenere la proprietà formale del petrolio pur aprendo l’estrazione al capitale straniero. Lo Stato può riscuotere royalties e tasse, mentre il capitale privato organizza la produzione a scopo di lucro. Reuters riporta che Rodríguez prevede che l’accordo genererà circa 209 miliardi di dollari di entrate.

Per lo Stato venezuelano, naturalmente, nel tempo, pur presentando l’accordo come un mezzo per portare capitali, tecnologia e competenze in un settore devastato dalle sanzioni, da anni di investimenti assolutamente insufficienti e dalla cosiddetta „corruzione“ sistematica, non è altro che un meccanismo intrinseco a questa terminale fase imperialista.

Quella del Venezuela Stato socialista è una balla piccolo borghese, utile a disorientare ed ingannare i pochi che ancora ci credono; il Venezuela non lo è mai stato, non svolge un ruolo antimperialista negli attuali affari globali, e la capitolazione aperta messa in atto della fazione di Rodríguez al capitale straniero dimostra in modo inconfutabile il carattere capitalista, passato e presente, dello Stato venezuelano. Questi sviluppi non sono in antitesi con il modo in cui il capitalismo opera su scala internazionale, ma funzionano esattamente come previsto per noi comunisti.

Lo Stato borghese venezuelano cerca capitali in grado di ripristinare la produzione e aumentare le entrate statali. Il capitale americano cerca un accesso redditizio a una delle più grandi riserve petrolifere del pianeta. Gli Stati Uniti, nel frattempo, ottengono un accesso privilegiato al petrolio venezuelano e un interesse economico diretto nella sua estrazione. Gli interessi di queste forze borghesi possono quindi temporaneamente coincidere, anche mentre competono per la distribuzione della ricchezza che ne deriva.

La questione delle riserve auree del Venezuela rivela la stessa relazione da un altro punto di vista. A partire da agosto 2026, circa 31 tonnellate di oro venezuelano, per un valore di circa 4,3 miliardi di dollari, detenute dalla Banca d’Inghilterra, dovrebbero essere rilasciate in base ad accordi che coinvolgono il Tesoro statunitense.

Le risorse sono presumibilmente destinate a progetti di edilizia abitativa e sanitaria post-terremoto e saranno soggette a verifiche esterne. Tuttavia, lo Stato venezuelano non riacquisterà semplicemente il controllo illimitato sulle proprie riserve: l’oro verrà depositato in un conto del Tesoro statunitense e soggetto a supervisione straniera.

Qui appare chiaro che l’imperialismo solitamente non richiede l’annessione formale di un territorio, ma il controllo sulle attività finanziarie, l’accesso alle risorse e le condizioni in cui il capitale può operare sono di per sé strumenti di potere e influenza imperialista.

Secondo quanto riportato, gli Stati Uniti hanno già esercitato il controllo sulle entrate petrolifere venezuelane, mentre Washington ha mantenuto le sanzioni e concesso deroghe selettive che consentono alle multinazionali occidentali di negoziare accordi energetici con Caracas. Il risultato è una situazione in cui la sovranità statale formale del Venezuela coesiste con una crescente influenza esterna sulle sue risorse finanziarie e sul suo apparato produttivo.

Ma il proletariato deve trarre una conclusione diversa da quella della borghesia venezuelana.

Dobbiamo respingere il dominio imperialista del Venezuela. Ma questo non significa schierarsi dalla parte dello Stato venezuelano, del precedente governo di Maduro, dell’amministrazione Rodríguez o di qualsiasi altra fazione della borghesia nazionale. La classe operaia non ha alcun interesse a scegliere quale fazione capitalista gestirà lo sfruttamento del lavoro e delle risorse venezuelane.

Figurarsi quale senso storico e rivoluzionario può avere la visione di uno Stato venezuelano che riconquisti la sua indipendenza nazionale violata dall’imperialismo statunitense: questa è nei fatti proprio la trappola del nazionalismo. Ogni volta che un paese subisce la pressione di una potenza imperialista, la borghesia chiama il „popolo“ a unirsi a sostegno dello stato nazionale borghese.

L’antagonismo tra capitalista e lavoratore è temporaneamente celato dietro la finzione di un comune interesse nazionale. Eppure gli interessi del lavoratore venezuelano e del capitalista venezuelano non potrebbero mai essere più radicalmente opposti. Indipendentemente dal fatto che il capitale impiegato nella produzione sia venezuelano, americano, cinese, russo o europeo!

Allo stesso modo, il lavoratore americano non ha alcun interesse a vedere il capitale americano acquisire un accesso privilegiato al petrolio venezuelano. Qualunque dividendo o vantaggio strategico il capitale americano ottenga da questo accordo non appartiene ai lavoratori americani. Appartiene alla realizzazione del plusvalore operato dal capitale.

La risposta proletaria all’imperialismo non può quindi essere la difesa di uno stato capitalista contro un altro. I lavoratori del Venezuela non hanno una nazione da difendere, e nemmeno i lavoratori degli Stati Uniti. Il loro interesse risiede nello smantellare i meccanismi interni del Capitale a livello internazionale, fino alla sua totalità.

I giacimenti petroliferi venezuelani, le riserve auree e l’enorme ricchezza in essi contenuta non saranno trattati come fonti di profitto per corporazioni nazionali o straniere, né come strumenti per arricchire la burocrazia statale venezuelana. Il loro impiego per l’umanità tutta, senza padroni nazionali o stranieri può essere raggiunta solo attraverso l’abolizione dei rapporti capitalistici che rendono possibile tale sfruttamento.

Contro il capitalista americano che vuole il petrolio venezuelano, contro il capitalista venezuelano che vuole trarne profitto, e contro ogni Stato corrotto che esige assurdità come l'“unità nazionale“ in difesa di questi falsi interessi economici condivisi. Solo il proletariato internazionale si organizza nella lotta contro tutte le forze!

L’unico vero interesse sovrano della classe operaia rivoluzionaria risiede nell’abolizione della proprietà capitalista stessa. Solo attraverso l’unione internazionale del proletariato, la completa

distruzione, lo smantellamento sistematico dell’ordine borghese globale, con l’imposizione della sua

dittatura di classe per mano del suo unico organo rivoluzionario unitario – il Partito Comunista– la liberazione è possibile!

Né le Falkland né le Malvinas

Dopo la guerra dell’aprile – giugno del 1982 tra Argentina e Regno Unito per il controllo e possesso delle Isole Falkland, per l’Argentina „Malvinas“, Georgia del Sud, e Isole Sandwich Australi, conclusasi con la sconfitta militare argentina, la situazione politica tra i due Stati si è andata normalizzando anche se l’Argentina non ha mai cessato di rivendicare la sua sovranità sulle isole.

Le prospezioni geologiche per la ricerca del petrolio condotte da aziende inglesi hanno di recente riacceso la disputa territoriale.

Nel settembre 2026, il presidente argentino Javier Milei ha presentato accuse penali contro le compagnie israeliane e britanniche coinvolte nel progetto petrolifero Sea Lion nel Bacino Nord delle Isole Falkland, denunciando lo „sfruttamento non autorizzato della piattaforma continentale“, e ha annullato la sua visita nel Regno Unito. Londra ha risposto riaffermando la propria difesa dei territori d’oltremare.

Il progetto di estrazione, gestito da Navitas Petroleum e Rockhopper Exploration, è uno dei più grandi progetti petroliferi nell’Atlantico meridionale degli ultimi decenni; l’investimento nella sola prima fase supera il miliardo di dollari. Questo è l’ultimo capitolo di una lunga disputa sul Bacino Nord delle Isole Falkland, un conflitto che per decenni si è concentrato sulla pesca e, più recentemente, sull’esplorazione di idrocarburi offshore. Mentre i governi argentini hanno ripetutamente denunciato queste iniziative come illegali, le autorità britanniche hanno sistematicamente proceduto a concedere licenze e a dispiegare misure di sicurezza militari. Quello in gioco non è solo una bandiera su una mappa, ma l’accesso alle riserve di idrocarburi in un momento in cui la sicurezza energetica è diventata una preoccupazione centrale per gli Stati capitalisti.

Queste affermazioni potrebbero essere fraintese come un tardivo scontro sulla sovranità nazionale tra due Stati borghesi: uno con un’economia sull’orlo del collasso e dipendente dai salvataggi statunitensi, e l’altro sostenuto dalla potenza navale di un vecchio Stato imperialista. Ma non si tratta né di una difesa dell’integrità territoriale né di un esercizio di autodeterminazione. È una lotta per le rendite derivanti dalle risorse, mascherata dalla retorica patriottica di ciascun paese.

Nella guerra e nella „pace“ capitalista, solo il proletariato sanguina

Orchestrata dal Ministro dell’Economia José Alfredo Martínez de Hoz nell’ambito del regime noto come Processo di Riorganizzazione Nazionale, la giunta argentina del 1976 aveva come obiettivo esplicito lo smantellamento del modello protezionistico e statalista di „industrializzazione per sostituzione delle importazioni“ che aveva caratterizzato l’Argentina dagli anni ’40. Questa strategia economica, con le sue tendenze liberali di mercato e monetariste, aveva costituito un primo laboratorio per il neoliberismo in America Latina.

Però tale politica liberale si rivelò un fallimento.  Agli inizi degli anni ’80 dello scorso secolo, il crollo di questo modello, caratterizzato da deindustrializzazione, calo dei salari reali e crisi del debito estero, creò le condizioni che spinsero la giunta alla disperazione. Spinto dalla necessità di gestire la crisi interna, il dittatore argentino Leopoldo Galtieri tentò di distogliere l’attenzione dai fallimenti economici del regime e dalla crescente opposizione popolare mobilitando la popolazione attorno a una disperata scommessa nazionalista: l’invasione delle Isole Falkland.

Il conflitto, durato 74 giorni, si concluse con 649 vittime argentine. Il settanta per cento delle vittime aveva meno di 25 anni. Questi coscritti, arruolati nella „colimba“ – il servizio militare obbligatorio per gli uomini – erano giovani della classe operaia.  I „ragazzi della guerra“ furono mandati al fronte con un addestramento minimo e un equipaggiamento inadeguato. Il corpo degli ufficiali di grado superiore, composto in gran parte da membri della classe media e alta, subì perdite proporzionalmente molto inferiori. Molti riuscirono persino a evitare del tutto il combattimento.

La guerra del 1982 ha rappresentato un caso di studio di conflitto inter-imperialista. La maggior parte dei partiti di „sinistra“ sostenne la guerra come una lotta „progressista“ contro l’imperialismo britannico, sostenendo che l’Argentina fosse un paese semi-coloniale. La realtà è che l’Argentina nutriva le proprie ambizioni imperialiste come potenza regionale in Sud America.

Non esisteva una popolazione argentina oppressa sulle isole a cui veniva negata l’autodeterminazione. Gli isolani parlano tutti inglese e non vi è alcuna popolazione argentina, il che significa che l’invasione argentina non fu un „atto di liberazione nazionale“, bensì un’appropriazione territoriale imperialista. La guerra fu reazionaria da entrambe le parti, come tutte le guerre capitaliste.

Dall’altra parte dell’Atlantico, il governo Thatcher non vide l’invasione argentina come una crisi, ma come un’opportunità. Nel marzo del 1982, la Thatcher era il primo ministro meno popolare nella storia britannica del dopoguerra, con un indice di gradimento tra il 25% e il 35% e il Partito Conservatore era in deciso svantaggio nei sondaggi rispetto all’alleanza socialdemocratica-liberale. La guerra delle Falkland ribaltò questa tendenza politica. Nel giro di tre mesi, il sostegno ai Conservatori balzò dal 29% al 44% e l’indice di gradimento personale della Thatcher salì dal 35% al ​​51%. Il Governo inglese sfruttò al meglio la vittoria.

Nel suo discorso a Cheltenham, durante la „convention“ dei Conservatori, Margaret Thatcher esplicitamente collegò lo „spirito delle Falkland“ alle lotte contro gli scioperi ferroviari e le controversie salariali del Servizio Sanitario Nazionale (NHS), sostenendo che la stessa determinazione mostrata nell’Atlantico meridionale dovesse essere applicata alla battaglia contro i sindacati e lo stato sociale in patria.

La guerra, quindi, ebbe un duplice scopo: ripristinò la farsa elettorale di un governo sull’orlo della sconfitta e fornì la copertura ideologica per l’offensiva neoliberista più radicale della storia britannica. La classe operaia britannica ha pagato il prezzo della „vittoria“ nell’Atlantico meridionale non solo con tasse e congedi per malattia, ma anche con lo smantellamento accelerato dei benefici sociali che la retorica bellica del „rinnovamento nazionale“ avrebbe dovuto, in teoria, proteggere.

Gergo giuridico e circo

L’Argentina si trova oggi tra l’incudine e il martello. Il governo libertario, che un tempo ammirava la Thatcher, si trova ad affrontare una crisi fiscale e la pressione popolare. Temendo di evocare il nome della „Lady di Ferro“ e di provocare la conseguente rabbia della sua base elettorale, lo Stato borghese sta ancora una volta manipolando strategicamente le questioni nazionaliste per nascondere le proprie contraddizioni.

Dato che appellarsi ai „successi“ delle politiche neoliberiste del Regno Unito non è più un’opzione, lo Stato argentino si sta rivolgendo all’irredentismo. Tuttavia, la situazione è diversa da quella del 1982: il dramma attuale è di natura legale.

La legge argentina detta „Pino Solanas“, approvata nel 2011, vieta l’esplorazione di idrocarburi sulla piattaforma continentale argentina senza l’autorizzazione del Paese. Le sanzioni sono severe: interdizione dai pubblici uffici da 5 a 20 anni per i trasgressori, con pene detentive fino a 20 anni in alcuni casi. Il presidente Milei ha annunciato l’intenzione di estendere l’ambito di applicazione della legge includendo dirigenti d’azienda, azionisti e fornitori, nonché di presentare al Congresso un disegno di legge urgente per la „difesa della sovranità“.

Il Regno Unito respinge categoricamente l’autorità dell’Argentina, affermando che „non ha il diritto di esercitare la propria giurisdizione sulle isole né di applicarvi la propria legislazione nazionale, tanto nei confronti di società che individui che svolgano attività commerciali sulle isole o ad esse collegate“, e richiama il referendum del 2013, in cui il 99,8% dei votanti (con un’affluenza del 92%) si espresse a favore della permanenza delle isole come territorio britannico d’oltremare.

L’inutilità di un governo populista è evidente, poiché, in definitiva, qualsiasi decisione può essere sostenuta solo da chi detiene la maggiore potenza militare.

A fine settembre 2026, Milei avviò un procedimento arbitrale contro il Regno Unito ai sensi della Convenzione delle Nazioni Unite sul diritto del mare (UNCLOS) e avvertì che l’Argentina avrebbe portato la questione dinanzi al Tribunale internazionale per il diritto del mare se le operazioni a Sea Lion non fossero state sospese entro due settimane. Londra respinse l’arbitrato e avvertì che le azioni dell’Argentina „sollevano dubbi sull’affidabilità dell’Argentina come partner del Regno Unito“.

La situazione ha spinto il presidente Trump a offrire la propria mediazione, definendo un potenziale conflitto un disastro, ma insistendo sul fatto che sarebbe intervenuto solo se entrambe le parti lo avessero richiesto. La Casa Bianca si è limitata a chiedere una de-escalation, e l’ambasciatore statunitense presso le Nazioni Unite, Mike Waltz, ha lasciato a Trump, in qualità di „comandante in capo“, qualsiasi decisione militare.

In ambito aziendale, la Halliburton, una delle più grandi società al mondo operanti nel settore del fracking e dei servizi petroliferi, ha confermato il 2 ottobre che né essa né le sue filiali avrebbero lavorato al progetto Sea Lion o partecipato ad attività di esplorazione o produzione di idrocarburi nelle Isole Falkland o nelle aree circostanti. La decisione è giunta dopo che l’Argentina aveva minacciato azioni legali, sia penali che civili; tuttavia, Halliburton aveva già informato la sua filiale locale dell’intenzione di ritirarsi il 5 settembre, prima dell’ultimatum pubblico di Milei.

Le altre società in gioco, Navitas Petroleum, partnership pubblica per l’esplorazione e la produzione di petrolio e gas naturale, con sedi in Israele, Stati Uniti e Regno Unito e Rockhopper Exploration, compagnia inglese di ricerche petrolifere operante nelle Falkland, sono però rimaste nell’area, insistendo sulla validità delle loro licenze e prevedendo l’inizio della produzione nel 2028.

Navitas in specie ha mantenuto la sua posizione nonostante gli appelli del Ministro della Sicurezza Nazionale israeliano, Itamar Ben-Gvir, affinché Israele riconosca la sovranità argentina – appelli che il resto del capitale israeliano non ha finora appoggiato.

Per noi marxisti i quadri giuridici non sono arbitri neutrali del diritto, bensì strumenti di classe in un braccio di ferro tra Stati Borghesi. Né la legislazione interna argentina né l’appello britannico all’autodeterminazione possono risolvere la controversia di fondo, poiché nessuno dei due è stato concepito a tale scopo. Il diritto funziona unicamente come vocabolario di legittimità e come arma di deterrenza contro il capitale dell’altra parte.

La classe operaia non ha patria

L’Argentina sta attuando misure di austerità, reprimendo le proteste e allineandosi all’imperialismo statunitense. I 1.500 militari britannici di stanza permanente a sostegno dei 3.600 abitanti delle isole rappresentano una classica continuazione del colonialismo, mascherata dal vago pretesto della „sicurezza“.

Al di là della retorica dell’irredentismo e dell’autodeterminazione, la forza motrice dietro le rivendicazioni di sovranità di entrambe le nazioni su queste isole dell’Atlantico meridionale è di natura economica: petrolio, risorse ittiche e le entrate che ne derivano. La questione non è mai stata „chi le ha scoperte per primo“, bensì „chi le sviluppa, chi ne trae beneficio e chi ne sopporta i costi“. La risposta: solo la borghesia ne trae vantaggio, mentre la classe operaia paga il prezzo dell’occupazione.

Il capitalismo è un sistema globale; non può essere abolito attraverso il nazionalismo. Sia lo Stato-nazione argentino che quello britannico sostengono il capitale internazionale e competono per lo stesso plusvalore. Pertanto, il compito del comunista non è quello di scegliere il male minore tra i due mali borghesi. Sostenere l’una o l’altra parte equivale a sostenere gli interessi della borghesia contro quelli del proletariato.

Entrambe le parti presentano le proprie rivendicazioni come legalmente inattaccabili. Entrambe mentono. Questo è un conflitto antico; il ciclo della legislazione argentina e del rifiuto britannico si ripete da decenni e si ripeterà ancora. La risposta comunista è altrettanto antica, così antica da sembrare nuova: opporsi a entrambe le parti, organizzare la classe e abolire il sistema.

Quando le cose si mettono male, la classe dominante di ogni Stato-nazione sacrificherà sempre i propri lavoratori in nome del profitto economico. Non esiste una soluzione nazionale a questa strage. La lotta di classe richiede una mobilitazione di classe su scala globale.

Il proletariato argentino e britannico non hanno niente da condividere delle rivendicazioni dei propri Stati borghesi.  Per entrambi vige lo stesso principio; solo mediante la lotta di classe guidata dal partito di classe internazionale il proletariato tutto può emanciparsi dallo sfruttamento.

Ucraina: Mobilitazione, guerra e interessi internazionali del capitale

La guerra tra gli imperialismi che in questa fase storica si sviluppa principalmente in Ucraina, è giunta ormai al quinto anno dall’inizio dell’invasione russa su vasta scala, e continua a mettere in luce le contraddizioni sempre più profonde generate dalla competizione imperialista e riconferma chiaramente le nostre tesi senza tempo fin dagli albori di quest’epoca capitalista. Ciò che è iniziato nel febbraio 2022 con l’Operazione Militare Speciale e la successiva mobilitazione della società ucraina si è trasformato in un conflitto prolungato in cui le esigenze militari dello Stato borghese si scontrano sempre più con gli interessi materiali, lo sfinimento e l’uccisione sistematica della popolazione proletaria. Dietro il linguaggio di „difesa nazionale“, „sovranità“ e „sicurezza“, i proletari di Ucraina e Russia continuano a sopportare il peso principale di una guerra le cui conseguenze si estendono ben oltre il campo di battaglia.

L’Ucraina ha dichiarato la legge marziale e la mobilitazione generale immediatamente dopo l’inizio del conflitto. Sebbene le fasi iniziali della mobilitazione abbiano beneficiato di un ampio sostegno pubblico, il protrarsi della guerra, le pesanti perdite umane e la crescente domanda di soldati hanno creato crescenti difficoltà per lo Stato ucraino. Tra il 2023 e il 2025, le segnalazioni di evasione della leva, resistenza al reclutamento, corruzione e insoddisfazione per le pratiche di mobilitazione si sono diffuse sempre più.

Lo Stato borghese, confrontato con la necessità di sostenere il proprio apparato militare, ha di conseguenza ampliato i meccanismi di reclutamento e repressione.

Nell’aprile del 2024, il parlamento ucraino ha adottato una nuova legge sulla mobilitazione che ha abbassato l’età minima per la coscrizione da 27 a 25 anni e ha imposto requisiti più stringenti in materia di registrazione militare. Gli individui registrati erano tenuti a presentarsi agli uffici di reclutamento entro sessanta giorni, pena sanzioni. Tali misure sono state introdotte in una situazione in cui le forze ucraine soffrivano di una grave carenza di personale, mentre alcuni comandanti militari riferivano che le forze russe potevano superare quelle ucraine anche con un rapporto di dieci a uno in determinate aree del fronte. Allo stesso tempo, la spesa militare ucraina ha continuato ad espandersi, con un bilancio militare previsto al 26% del PIL entro il 2027. Gran parte di questa spesa è stata sostenuta dagli aiuti finanziari europei, inclusi miliardi di euro specificamente destinati alla „difesa“.

Questa situazione che pesa interamente sulle spalle di proletari ucraini non è una novità per noi comunisti; è la regola, come sempre accade quando lo Stato borghese ha bisogno di materiale umano per sostenere le sue guerre e le sue continue stragi.

Tuttavia, la questione della guerra imperialista non può essere ridotta al solo aspetto legale. La crescente difficoltà nel reperire soldati ha generato un intero apparato di elusione e resistenza. Gli ucraini in età di leva hanno tentato di lasciare il Paese illegalmente, ottenere esenzioni mediche, corrompere i funzionari addetti al reclutamento o semplicemente evitare la registrazione. Secondo il Servizio di Guardia di Frontiera dello Stato ucraino, tra febbraio 2022 e agosto 2023 sono stati registrati circa 40.000 tentativi di attraversamento illegale del confine, di cui circa 20.000 sarebbero andati a buon fine. Entro la fine del 2024, le autorità ucraine avevano segnalato l’esistenza di quasi 250 gruppi illegali che offrivano i loro servizi e assistenza a coloro che cercavano di eludere la mobilitazione.

L’esistenza di tali fenomeni è accompagnata da un’altra caratteristica tipica dell’organizzazione economica borghese: la corruzione. Nel 2023, il presidente ucraino Zelensky ha ufficialmente destituito tutti i responsabili regionali del reclutamento militare a seguito delle indagini dell’ANBU sulla diffusa corruzione legata alle esenzioni mediche. L’Ufficio nazionale anticorruzione ucraino ha segnalato schemi attraverso i quali individui relativamente benestanti potevano acquistare esenzioni dal servizio militare, con pagamenti che si aggiravano tra i 3.000 e i 15.000 dollari circa. Pertanto, anche mentre lo Stato avanza l’ipocrita richiesta che la popolazione debba pagare il „sacrificio“ supremo per la nazione, la possibilità di comprarsi la via d’uscita da tale sacrificio rimane disponibile soltanto per coloro che possiedono mezzi sufficienti per evitarlo.

Il crescente conflitto legato al reclutamento ha anche prodotto scontri diretti tra civili e Stato. I media internazionali hanno documentato episodi di detenzione forzata di uomini idonei alla leva da parte del personale addetto al reclutamento, mentre sono circolati video che mostrano scontri a Odessa, Kharkiv, Leopoli e Kiev. Non tutti i video che circolano online possono essere verificati in modo indipendente, ma gli episodi documentati sono sufficienti a dimostrare che il processo di mobilitazione è diventato un’importante fonte di tensione sociale. Si stima che dall’inizio della guerra siano stati registrati oltre 600 attacchi contro gli ufficiali addetti al reclutamento, con un forte aumento delle aggressioni nel 2025 e nei primi mesi del 2026. Nel luglio 2026, una folla a Leopoli ha bloccato, danneggiato e ribaltato un veicolo di reclutamento durante la detenzione di un uomo sospettato di evasione dalla leva.

Sarebbe tuttavia altrettanto errato interpretare questi sviluppi come prova che la popolazione ucraina nel suo complesso abbia abbandonato la guerra o rifiutato la „difesa“ del Paese. Un sondaggio condotto dall’Istituto Internazionale di Sociologia di Kiev nel 2026 ha rilevato che il 77% degli intervistati riteneva che l’Ucraina potesse continuare la sua resistenza, mentre il 12% considerava la resistenza continua vana. Il 60% ha respinto una proposta di ritiro delle truppe ucraine in cambio di garanzie di sicurezza, mentre il 59% ha sostenuto un cessate il fuoco senza il riconoscimento internazionale dei territori occupati dalla Russia. Queste cifre dimostrano un’importante distinzione: l’insoddisfazione per i metodi e le disuguaglianze della mobilitazione non corrisponde necessariamente al rifiuto della falsa nozione borghese di difesa nazionale.

Le contraddizioni si fanno ancora più evidenti se si considerano le conseguenze umane della mobilitazione. Il Commissario parlamentare ucraino per i diritti umani ha segnalato casi di detenzione e deportazione forzata verso centri di reclutamento territoriali. Una commissione parlamentare che indaga sulle violazioni all’interno dell’esercito ha ricevuto circa 3.200 denunce riguardanti i reclutatori militari nel periodo 2023-2024. Ci sono state anche proteste contro le pratiche di reclutamento a seguito della morte di coscritti detenuti dai reclutatori militari, mentre le manifestazioni contro presunti abusi sono state talvolta trattate dalle autorità come potenziale propaganda russa o come minacce alla sicurezza nazionale.

Ma il carattere borghese del conflitto non può essere compreso esaminando solo l’Ucraina. La Russia ha contemporaneamente ampliato il proprio apparato militare. La spesa militare russa ha raggiunto la cifra di 5.900 miliardi di rubli nel primo trimestre del 2026, con le spese per la „difesa“ pari a circa il 46% del bilancio federale e circa il 12% del PIL. Allo stesso tempo, la Russia ha dovuto affrontare carenze di personale, con un calo dei flussi di reclute a contratto e ingenti perdite di effettivi. Le autorità russe sono state anche accusate di aver mobilitato con la forza i cittadini ucraini nei territori „liberati“ mentre l’addestramento militare sarebbe stato introdotto nell’istruzione dei minori in quelle regioni.

La guerra, quindi, non può essere compresa semplicemente come uno scontro tra due popolazioni nazionali in senso astratto come uno scontro tra „cattivi“ e „buoni“, o le volontà distorte e criminali (piace tanto, a piccolo borghesi appellarsi al „diritto“ e alla immoralità per spiegare gli eventi bellici) di capi e comprimari per condurre e continuare in ogni modo il massacro.

„L’inutile strage“, secondo le parole di Papa Benedetto XV riferita agli immani lutti della Prima Guerra Mondiale, ripresa con passione dai pacifisti odierni è solo la „foglia di fico“ di chi non vede, o fa finta di non vedere le cause oggettive, materiali, della guerra scaturita dai contrasti degli imperialismi.

Per la nostra dottrina materialistica la guerra è inseparabile dalle più ampie lotte economiche e imperialiste che la determinano. Prima dell’invasione, la Russia era uno dei maggiori esportatori di petrolio al mondo e un fornitore particolarmente importante per l’Europa. Le sanzioni imposte in seguito all’invasione hanno trasformato i rapporti energetici esistenti e hanno reso il mercato petrolifero un altro importante campo di conflitto internazionale. Il prezzo del petrolio Brent è salito da circa 80 dollari al barile all’inizio del 2022 a oltre 120 dollari nel marzo dello stesso anno. Eppure la Russia non ha perso il suo mercato petrolifero: le sue esportazioni sono state sempre più reindirizzate verso Cina, India e Turchia. Secondo i dati presentati nel rapporto, tra il 2023 e il 2024 la Cina ha ricevuto circa il 40-45% di queste esportazioni, l’India il 35-40% e la Turchia il 5-7%.

Qui emerge la contraddizione più ampia. Le sanzioni occidentali hanno ridotto l’accesso della Russia al mercato europeo, ma non hanno eliminato le entrate petrolifere russe. Il reindirizzamento delle esportazioni, combinato con gli elevati prezzi globali del petrolio, ha fornito alla Russia un importante mezzo per compensare le perdite in Europa. Allo stesso tempo, il conflitto ha accresciuto l’importanza dell’OPEC+, dove la relazione della Russia con altri importanti produttori di petrolio, in particolare l’Arabia Saudita, rimane significativa. Il tentativo di un blocco di stati borghesi di isolarne un altro si svolge quindi all’interno di un mercato mondiale in cui ogni grande potenza capitalista persegue i propri interessi.

Per il proletariato, quindi, la questione essenziale non può essere ridotta a quale Stato borghese possieda la più legittima rivendicazione nazionale della cosiddetta „difesa“.

Né i sacrifici imposti dalla guerra possono essere trasformati in un interesse comune tra sfruttatori e sfruttati. Ai lavoratori ucraini viene chiesto di fornire i soldati necessari alla difesa dello Stato borghese, mentre i lavoratori russi sono soggetti alle proprie spese militari, perdite e mobilitazione. Lo stesso sistema capitalistico che divide i lavoratori in popolazioni nazionali contrapposte esige poi che essi riconoscano queste divisioni come il loro interesse supremo.

Le prove disponibili presentano un quadro contraddittorio: una crescente resistenza alle pratiche di mobilitazione coesiste con il continuo sostegno alla difesa nazionale ucraina; corruzione e reclutamento coercitivo convivono con uno Stato che lotta per sostenere le proprie forze armate; la Russia deve affrontare le proprie pressioni in termini di risorse umane ed economiche, pur continuando il suo sforzo bellico; e il conflitto stesso si è intrecciato con la lotta internazionale per l’energia, i mercati e le risorse.

È evidente che dietro ogni statistica borghese sull’evasione della leva c’è, naturalmente, un essere umano. La persona, il lavoratore, il proletario che fugge da un centro di reclutamento, si nasconde dalla registrazione o tenta di attraversare illegalmente il confine non è semplicemente un numero in un rapporto sulla tabella delle spese dell’apparato militare. Sono persone che non vogliono essere portate via da casa, separate dalla famiglia ed essere costrette in una trincea di terra dove l’incerto futuro molto probabilmente significa gravi ferite, mutilazioni o morte.

Le notizie di persone detenute con la forza, picchiate, ammanettate e trasferite in un centro di reclutamento rivelano qualcosa di più di un semplice problema amministrativo per lo Stato ucraino. Rivelano la violenza impersonale, distribuita indiscriminatamente e sistematicamente quando gli interessi materiali dell’apparato statale-militare si scontrano frontalmente con la vita del lavoratore medio. Le segnalazioni di scontri fisici, condizioni precarie nei centri di reclutamento e casi in cui alle persone sarebbe stato impedito di accedere all’assistenza legale dimostrano quanto rapidamente il linguaggio del dovere nazionale perda la sua maschera „democratica e legalistica“ nel momento in cui lo Stato borghese ha bisogno di uomini per il fronte a difesa dei propri interessi.

Possiamo constatare chiaramente la profonda disparità in tutta questa farsa. La corruzione documentata relativa alle esenzioni mediche ha dimostrato inequivocabilmente che chi dispone di risorse sufficienti può, in casi particolari, comprarsi la via d’uscita dal servizio militare, mentre chi non ne ha i mezzi rimane esposto al reclutamento obbligatorio. Per il lavoratore comune o il giovane che si trova per strada, la scelta appare quindi brutalmente semplice: sottomettersi alle richieste dello Stato borghese o tentare di sfuggirvi. Le proteste, gli scontri e i tentativi di fuga non dovrebbero pertanto essere visti solo attraverso il linguaggio astratto della necessità militare. Sono anche espressioni di persone che si confrontano con la paura di perdere la vita.

Qualunque conclusione politica si possa trarre dalla guerra stessa, la sofferenza di questi lavoratori non dovrebbe scomparire sotto le bandiere, le statistiche e i discorsi vuoti del marcio apparato borghese.

Il macello attuale che sconvolge la parte est europea ha bisogno però di molti passi indietro per essere inquadrato compiutamente; una guerra che è, lo ripetiamo, una classica guerra tra imperialismi, condotta sull’area più critica del confine tra Nato e Patto di Varsavia, che fu la risposta della URSS alla messa in opera dell’Alleanza Atlantica.  Riteniamo necessario citare eventi lontani alla scala delle generazioni, ma storicamente molto vicini.

Non per giustificare in alcun modo l’attacco militare di un imperialismo di rango inferiore, ma per mettere in luce, dal nostro punto di vista rivoluzionario, quali siano state e tuttora siano, i fatti che stanno alla radice delle vicende odierne.

Questa guerra, chiamata pomposamente da una delle due parti in conflitto „Operazione Militare Speciale“ quasi a mistificare la sua natura mortale ed odiosa, non nasce nemmeno dall’occupazione del 2014 della Crimea, o dai fatti sanguinosi di Piazza Maidan dello stesso anno e dalle sue conseguenze politiche.

Lo scontro imperialistico vero inizia l’indomani della Seconda Guerra Mondiale, quando gli Stati Uniti d’America vincitori si trovarono con l’area europea decisamente orientata verso il vecchio alleato ad Est, e si posero il problema di come trattare la Germania, una consistente parte della quale gravitava nell’area dell’Unione Sovietica e si poneva il rischio che potesse essere interamente inglobata nel dispositivo sovietico.

Qualche data per inquadrare i fatti; La Repubblica Federale Tedesca si costituì nel 1949, nel 1955 entrò nella NATO e contemporaneamente fu ricostituito l’eserciti tedesco, con il nome di Bundeswehr. Un effetto imposto dalla Guerra Fredda che segnava la spaccatura definitiva tra Ovest ed Est. La Germania, un colosso industriale e militare prima della guerra, doveva essere difesa.  E molti alti ufficiali del distrutto esercito tedesco entrarono quindi nei ranghi della NATO in quanto ottimi conoscitori dei mezzi e criteri bellici dell’avversario ad Est, facendo anche brillanti e rapide carriere nei ranghi dell’Alleanza.  I nemici di ieri erano naturalmente diventati ufficiali per la loro indubbia esperienza maturata contro l’Armata Rossa.

Oltre all’apparato militare, però, la Guerra fredda stava già prendendo una forma molto più capillare: propaganda, intelligence, operazioni clandestine, guerra psicologica, sostegno a reti ostili a Mosca. Operazioni alle quali l’Unione Sovietica rispondeva con la stessa moneta oltreché con la forza organizzata dei Partiti „Comunisti“ presenti nel campo occidentale. Il sistema sovietico appariva un monolite poderoso, ma le questioni nazionali minavano dall’interno questa apparente solidità.

In particolare l’Ucraina, che rivestiva un ruolo importantissimo nello scacchiere Est Europeo, per estensione territoriale, popolazione, industria, enormi capacità agrarie, il grande affaccio sul Mar Nero. Il suo controllo politico era strategico per la Russia.

Interviene a questo punto il frutto di un capillare lavoro dell’Intelligence USA con i settori dell’emigrazione nazionalistica ucraina e con l’organizzazione estera del Concilio di Liberazione Ucraina, UHVR, e nel 1949 prende corpo il progetto AERODYNAMIC, molti documenti del quale sono stati desecretati anni fa. I tentativi di infiltrare agenti provocatori nel territorio ucraino fallirono per la decisa reazione delle autorità, ma nel tempo per gli Stati Uniti aver individuato una linea di frattura era un vantaggio strategico. Nel 1953 è stato reso noto in particolare un documento della CIA che recitava:

«Lo scopo del Progetto AERODYNAMIC è sfruttare ed espandere la resistenza antisovietica ucraina per scopi bellici, sia in tempo di pace che in caso di conflitto aperto. È

A tal fine verranno impiegati organismi come il Consiglio Supremo di Liberazione Ucraino (UHVR) e il suo Esercito Insurrezionale Ucraino (OUN), la Rappresentanza Estera del Consiglio Supremo di Liberazione Ucraino (ZPUHVR) in Europa Occidentale e negli USA, nonché altre organizzazioni come l’OUN/B».

Il progetto AERODYNAMIC è durato circa 4 decenni, fino alla presidenza Nixon e ha traversato gli enormi sconvolgimenti politici della disgregazione del Patto di Varsavia, del crollo e sparizione della URSS frammentata negli Stati nazionali, ma il disegno di fondo per volgere a favore degli USA la partita est europea continuò con altre „Società“ di copertura.

L’allora Vicesegretaria di Stato per gli Affari Europei ed Euroasiatici, Victoria Nuland, dopo i „fatti della Piazza Maidan“ dichiarò al Congresso USA una spesa di 5 miliardi di dollari per sottrarre l’Ucraina all’influenza russa.

Per noi comunisti queste notizie venute alla luce dopo anni non sono certo una novità. La guerra, combattuta con altri mezzi per il predominio mondiale è una costante del capitalismo nella sua fase finale, quella imperialistica. Non valutiamo buoni contro cattivi, per nessuno dei due fronti, né ci vincolano remore morali a denunciare l’infamia anti umana degli Stati in competizione. È indifferente per i rivoluzionari quale parte predomini, perché comunque sarà sempre contro la classe dei lavoratori; solo la sorte della Rivoluzione sociale disciplina e indica il nostro agire.

Questo non significa essere indifferenti allo svolgimento dei fatti, per noi sarà vantaggioso ciò che è più favorevole o meno sfavorevole al processo rivoluzionario.

Allora nella nostra rigorosa analisi dei fatti e dei possibili sviluppi del conflitto, senza alcun „tifo“ o partecipazione più o meno occulta per gli uni o per gli altri, è mettere „in fila“ le possibilità.

È una speranza, che lasciamo volentieri ai sognatori di pace e ai governanti degli Stati, laidi sacerdoti del Capitalismo nazionale, quella del crollo dello Stato Russo a seguito di una sconfitta sul piano militare, poco o punto probabile vista la disparità della potenza messa in campo dall’imperialismo russo. La sconfitta che potrebbe provocare lo smembramento della Federazione Russa non sarebbe certo un gran vantaggio per i proletari degli Stati confinanti, che continuano a gemere schiacciati dalla propria borghesia: e del resto in Europa, si è dissolta da oltre un secolo la questione nazionale, e non ha più senso parlare di „liberazione“ dalla presenza dell’ingombrante vicino imperialista.

Una simile frammentazione condurrebbe alla „balcanizzazione“ di un’area vastissima che si concluderebbe o con una irrecuperabile frizione politica e certo militare e la rinascita del più esiziale nazionalismo da ritrovata autonomia, o peggio, ad un conflitto aperto nucleare per chiudere in qualche modo la partita.

Nel primo caso la solidarietà di classe oltre i confini nazionali sarebbe di nuovo preclusa, perché allo stato di fatto non è presente un partito comunista che solo si potrebbe opporre e spingere invece all’affasciamento dei proletari oltre i confini: nel secondo la guerra scatenata impedirebbe ogni possibilità di rivoluzione, costringendo sui fronti di guerra le nuove generazioni.

Parimenti vediamo che la „vittoria militare“ della Russia con la conquista totale del Donbass produrrebbe le stesse pulsioni nazionalistiche disgregatrici del fonte unito proletario.

Per il proletariato, pertanto, la questione essenziale non può essere ridotta a quale Stato borghese possieda la più legittima rivendicazione nazionale della cosiddetta „difesa“! Né i sacrifici imposti dalla guerra possono essere trasformati in un interesse comune tra sfruttatori e sfruttati. Ai lavoratori ucraini viene chiesto di fornire i soldati necessari alla difesa dello stato borghese, mentre i lavoratori russi sono soggetti alle proprie spese militari, perdite e brutali mobilitazioni.

La nostra prospettiva vede invece la fraternizzazione sui fronti di guerra, e nel corpo sociale il disfattismo rivoluzionario.

Queste e solo queste sono le possibili forze da mettere in campo, per i proletari, al fine di fermare la guerra „nel suo scatto“ e portare alle condizioni della Rivoluzione. Il tutto però solo con la presenza attiva e militante di un forte Partito Comunista, organizzato oltre i confini borghesi: e questa è la componente necessaria per la vittoria.

Nella situazione presente i lavoratori ucraini e russi non hanno alcun interesse materiale a sopportare indefinitamente il peso di questo conflitto. Di fronte alla richiesta borghese di sacrificio, il movimento proletario non può riconoscere né lo Stato ucraino né quello russo come rappresentanti dei propri interessi di classe.

La guerra dimostra ancora una volta che il carattere internazionale del Capitale non può essere contrastato dal nazionalismo degli Stati in competizione. Il proletariato, diviso da confini e bandiere, continua a pagare il prezzo di un conflitto le cui ripercussioni economiche si estendono in tutto il mondo.

L’alternativa a questo ciclo senza fine non è l’appello pacifista a una pace astratta tra gli Stati, né la sostituzione di una borghesia nazionale con un’altra. Essa risiede nell’organizzazione indipendente della classe operaia contro i sacrifici che le vengono imposti, contro la militarizzazione della società e contro le forze politiche che subordinano gli interessi proletari a quelli dei rispettivi Stati. I lavoratori di tutti i paesi hanno un nemico comune nel sistema sociale che trasforma continuamente il loro lavoro, i loro corpi e le loro vite in strumenti di accumulazione e poi, quando la crisi internazionale del Capitale si fa non più sanabile, di guerra.

L’unione internazionale del proletariato si dovrà opporre senza compromessi alla divisione nazionale imposta dal Capitale e al suo continuo massacro di lavoratori in tutto il mondo! Per l’umanità lavoratrice, l’unica salvezza è la Rivoluzione proletaria internazionale contro il Capitale!

Conoscenza tacita ed esplicita: solo il Partito è consapevolezza storica

Il capitalismo stravolge ogni aspetto delle nostre vite trasformandolo in un incubo solipsistico. È una società senza società, dove ogni mente cerca disperatamente un legame con gli altri ma trova solo un vuoto di cose. Il Satana dello scrittore americano Mark Twain, personaggio chiave del suo ultimo romanzo, che si presenta con fattezze umane affascinanti ed educate, lo ha espresso bene quando afferma che l’uomo è un pensiero senza sostanza in un universo vuoto:

«È tutto un sogno — un sogno grottesco e sciocco. Non esiste nulla tranne te. E tu non sei che un pensiero — un pensiero vagabondo, un pensiero inutile, un pensiero senza casa, che vaga desolato tra le eternità vuote!»

Non c’è da stupirsi che l’idealismo sia un riflesso di questo inferno. Laddove la vita di una persona esiste solo a causa del movimento estraneo degli oggetti, potrebbe darsi che anche la sua vita sia un oggetto? Che l’unico legame con la realtà sia un pensiero, e questo un filo in un mondo estraneo che quasi non esiste, siamo forse solo un pensiero? Ma i comunisti sono materialisti e non idealisti. Sappiamo che questo sogno empio è solo un prodotto del mondo della veglia, ipnotizzato nel credere che gli oggetti prendano vita senza di noi. Il proletariato annienterà questo mondo maledetto e i suoi incubi. Nessun sonnambulismo può raggiungere questo obiettivo, la classe deve essere sveglia.

Che cos’è, allora, la coscienza?

Come sempre, dobbiamo partire da un punto di vista materialista. La mente è un prodotto del mondo materiale. Senza cervelli che pensino, non ci sarebbero idee. Tuttavia, sarebbe sbagliato ipotizzare che questi cervelli siano in grado di produrre pensieri in modo indipendente attraverso la pura ragione.

Il pensiero viene dopo l’essere.

Non siamo computer che elaborano concetti in modo automatico attraverso la nostra mente. La nostra vita e i nostri impulsi devono esistere prima che questi possano essere riflessi e considerati per il futuro. Questa vita modifica i nostri pensieri, ma siamo anche capaci di diventare consapevoli di questa vita, e attraverso il cambiamento delle condizioni delle nostre vite, cambiamo noi stessi. Questa consapevolezza è coscienza: la comprensione e la riflessione delle condizioni reali del nostro essere e di come possiamo cambiarle per salire ad un livello superiore di coscienza.

Le nostre emozioni o i nostri desideri influenzano la direzione dei nostri pensieri, ma sarebbe un errore credere che questi siano gli unici fattori. La nostra concezione individuale è inseparabile dal contesto sociale e storico in cui esistiamo.

In una società di classe, questo contesto non può che essere la classe. Tuttavia, ciò non significa che semplicemente essendo proletari le nostre idee saranno le idee della nostra classe. L’essere non è identico alla coscienza. Mentre i proletari hanno l’esistenza di lavoratori, la stragrande maggioranza è necessariamente coartata dalle idee dell’epoca dominante, le idee borghesi. Le idee della classe dominante vengono prodotte e riprodotte attraverso una varietà di mezzi: la scuola, l’intrattenimento, la diffusione delle notizie, la stampa e televisione, il mercato stesso, tra innumerevoli altri modi, consciamente o inconsciamente. Queste vengono periodicamente superate istintivamente attraverso crisi e momenti rivoluzionari, ma negare queste idee attraverso l’azione istintiva non produce di per sé la coscienza di classe o dei suoi obiettivi.

Senza la consapevolezza di ciò che deve essere fatto, questi momenti si esauriranno e il capitale si riaffermerà. Il capitalismo sarà abolito solo attraverso un’azione cosciente che guidi queste rivolte istintive. Marx sintetizza queste determinazioni storiche in poche parole:

„L’intero movimento della storia, proprio come il suo [del comunismo] atto effettivo di genesi – l’atto di nascita della sua esistenza empirica – è, quindi, per la sua coscienza pensante il processo compreso e conosciuto del suo divenire.“

Senza la consapevolezza di come sarà la società futura, determinata da fattori materiali e di come questi possano essere modificati, essa non potrà realizzarsi. Ciò non richiede che ogni singolo membro del proletariato possieda questa consapevolezza. Solo una minoranza acquisirà una certa consapevolezza, e mai nella sua totalità. Ciò non significa che l’azione di classe sia determinata dalla volontà di qualche super-individuo.

Proprio come la classe non è una questione individuale ma sociale, così è la coscienza. La concezione secondo cui la coscienza è personale è soltanto un prodotto dell’individualismo borghese. Un Robinson Crusoe della mente. Ma come si forma questa coscienza e come agisce, se non attraverso l’individuo? Torniamo a Marx su questo argomento:

„Quando sono attivo scientificamente, – un’attività che raramente posso svolgere in diretta comunione con gli altri – allora la mia attività è sociale, perché la svolgo come uomo.

„Non solo il materiale della mia attività mi viene dato come prodotto sociale (come lo è persino il linguaggio in cui il pensatore è attivo): la mia stessa esistenza è attività sociale, e quindi ciò che faccio di me stesso, lo faccio per la società e con la coscienza di me stesso come essere sociale.“

Ovvero, la coscienza è un dato sociale.

Come spiega Marx, anche l’atto individuale di scrivere è un prodotto sociale, poiché il suo linguaggio e il suo contenuto sono intesi a comunicare con gli altri e hanno origine al di fuori dell’individuo. Pertanto, la coscienza stessa esiste al di là di qualsiasi singolo individuo o persino di un insieme di individui.

La nostra dottrina non è il prodotto di una o più menti brillanti, ma dell’esistenza sociale reale della classe stessa nella consapevolezza di sé e per sé. Questa è l’essenza, che ha origine dai rapporti materiali di classe. Esistono modi più o meno efficaci per cui questa coscienza si formi e operi al suo interno, che è la forza soggettiva, ma una forma priva di questa essenza può solo ostacolare la coscienza. Tuttavia, senza questa forma soggettiva, la coscienza è senza struttura, ponendosi soltanto come senso storico senza la forza necessaria per dirigere i movimenti inconsci che sorgono nei momenti critici. Inoltre, questa coscienza si perderebbe costantemente nel tempo, poiché la conoscenza e l’esperienza andrebbero perdute con ogni generazione incapace di trasmettere ciò che ha appreso a quella successiva.

Qual è la forma migliore per trasmettere e mantenere questa coscienza che è storica e determinata dall’azione?

La coscienza è più facilmente riconoscibile come conoscenza esplicita, cioè resa in qualche modo evidente e pubblica. La conoscenza esplicita è coerente e può essere spiegata facilmente in modo formale. La lettura è la forma migliore per trasmettere questa conoscenza. La lettura è essenziale per la trasmissione della conoscenza dalle generazioni passate a quelle attuali, anche a distanza di centinaia di anni.

Troppo spesso questo viene considerato come secondario rispetto alla „prassi“ dagli immediatisti che pensano che il dominio della borghesia sia causato dalla mancanza di volontà degli attivisti, che operano solo nel quotidiano.

Tuttavia, il semplice fatto di essere testo non rende qualcosa conoscenza.

I concetti vengono volgarizzati attraverso brevi rumori su Internet. Non c’è impegno né pensiero, è semplicemente intrattenimento sotto le spoglie dell’apprendimento. Superficiale, intrinsecamente frainteso e rapidamente dimenticato con la moda del momento. Qualcosa deve costantemente apprendere, fornire, affinare e mantenere nella sua essenza la conoscenza della classe senza confonderla in modo irriconoscibile in mezzo a un milione di altri frammenti di informazione che assalgono i nostri sensi. Questo qualcosa è il partito.

Tuttavia, la conoscenza esplicita da sola non fornisce la coscienza. Il capitale ha talmente atomizzato l’individuo che l’apprendimento attraverso l’attività sociale è stato dimenticato. Esistono modi non detti ma essenziali di affrontare le cose che non possono essere comunicati attraverso le parole. Questa comprensione tacita si costruisce attraverso l’attività sociale e l’esperienza. A differenza dei libri, questa conoscenza non può essere trasmessa attraverso centinaia di anni semplicemente da chiunque legga, ma viene mantenuta e irrobustita attraverso la continua interazione di generazioni di compagni. Nel partito questo viene sintetizzato nell’espressione „scolpimento della dottrina“. Da questo processo attraverso anni e generazioni, si determina la forma del partito.

La conoscenza tacita non è semplice come la condivisione di ciò che i compagni più anziani hanno vissuto; i nuovi compagni accrescono la loro comprensione attraverso la vita e il lavoro del partito stesso. Questa comprensione sociale si sviluppa al di là di qualsiasi individuo o insieme di individui. Man mano che l’individuo si sviluppa, il partito procede saldo nel suo percorso storico. Nessun singolo individuo detiene tutta la conoscenza e l’esperienza del partito. La vita sociale porta questi individui al loro posto, e la consapevolezza si forma e si mantiene organicamente. La conoscenza dei libri viene applicata nella pratica e resa più precisa attraverso il lavoro di modellazione, rendendola viva in un modo che la semplice citazione non riesce a fare. La coscienza diventa così socialmente concreta all’interno del partito come cervello della classe. Solo il partito unifica la conoscenza esplicita che emerge dalla classe insieme alle comprensioni tacite e inconsce della sua dottrina vivente nella pratica.

La totalità della coscienza è solo del Partito.

Un nostro intervento per la lotta dei lavoratori della John Deere

Domenica 24 agosto, i membri del sindacato United Auto Workers of America (UAW) hanno rifiutato la proroga di due anni del contratto offerta da John Deere, un anno intero prima della scadenza di quello attuale. L’UAW ha tentato di negoziare, ma Deere si è rifiutata di trattare.

L’attuale contratto è entrato in vigore nel 2021 ed è il risultato di uno „sciopero“ durato un mese (più precisamente, una manifestazione pacifica) scatenato dal rifiuto da parte dei membri del sindacato di un accordo preliminare che escludeva i neoassunti dal fondo pensione. Il vicepresidente dell’UAW, Chuck Browning, aveva affermato che questo accordo „…porterà benefici ai membri di Deere per molti anni a venire“ e che, secondo due direttori regionali, „rispondeva alle esigenze dei nostri iscritti“. Chiaramente non era così, visto che oltre il 90% dei membri del sindacato aveva votato contro!

Questo non è il primo „errore“ dell’UAW. Nel 1997, l’UAW ha permesso l’introduzione di un sistema a due livelli presso Deere, che ha comportato salari e prestazioni sanitarie peggiori per i neoassunti, e questo sistema è rimasto in vigore da allora.

Questa è una situazione ben conosciuta nella grande industria statunitense perché anche alla General Motors, azienda i cui lavoratori sono anch’essi rappresentati dalla UAW, vige un sistema a livelli; il Partito ne ha già trattato nell’articolo „Lo sciopero alla General Motors“ pubblicato su Il Partito Comunista 398/2019.

Se i lavoratori vogliono ottenere qualcosa di più delle pessime condizioni di lavoro alla Deere, dovranno scioperare presto. Circolano già voci secondo cui la Deere si starebbe preparando per un potenziale sciopero. Uno dei nostri contatti alla Deere ci ha informato che è stato inviato via email un questionario obbligatorio a tutti i dipendenti con stipendio fisso per valutare le loro „competenze di continuità del servizio clienti“ (ovvero chi ha le migliori capacità per sostituire i crumiri durante lo sciopero). Se i lavoratori aspettano la scadenza del contratto il prossimo anno, dando alla Deere il tempo di prepararsi completamente, probabilmente non otterranno nulla.

Di fronte al più grande produttore di macchine agricole del mondo (si tratta di un patrimonio netto di 174 miliardi di dollari), noi continuiamo a incoraggiare e sostenere la formazione di un sindacato di classe, contro i sindacati collaborazionisti, per la difesa intransigente delle condizioni di vita e di lavoro degli operai.

RIUNIONE GENERALE DI LAVORO DEL PARTITO - 26 e 27 settembre

Nei giorni 26 e 27 settembre si è tenuta la periodica Riunione Generale del partito, come è ormai tradizione in forma mista, cioè in presenza e online, vista la distribuzione in punti molto distanti tra loro sul pianeta delle forze del partito.

Come sempre sono stati affrontati i temi vitali della dottrina di partito, scopo precipuo del partito in questo momento storico, in cui a episodici sussulti del proletariato non fanno seguito agitazioni organizzate e durature, segno del controllo che ancora la borghesia riesce ad esercitare sulla classe, in ciò coadiuvata in modo capillare e decisivo dall’opportunismo di tutti i colori e di tutte le latitudini. Il partito quindi, in attesa dello scossone deciso che non può ormai mancare ancora per molto, deve mantenere salda la barra del marxismo rivoluzionario, senza accettare provocazioni da presunti rivoluzionari di giornata.

I temi trattati sono stati quindi il rapporto tra sindacati e fascismo nei primi anni ’20, la questione militare, il movimento sindacale in Francia, l’andamento dell’economia del capitalismo, la storia del movimento operaio USA, la dittatura del proletariato in Russia, storia del movimento operaio in Russia. Data l’ampiezza dei temi affrontati, molti dei rapporti rappresentano una parte di un lavoro molto più lungo e articolato, che verrà al momento debito pubblicato per esteso sulla nostra stampa. Di seguito i riassunti dei rapporti.

Rapporto sulla Storia Sindacale Italiana

Il rapporto ha ripercorso l’attività in campo sindacale svolta dal Partito Comunista d’Italia dal momento della sua nascita fino al tentativo della costituzione di una „Sinistra Sindacale“ autenticamente classista.

La prima fase del lavoro pratico in questo ambito fu la costituzione di nuclei comunisti in tutti i campi dell’organizzazione proletaria: di resistenza, cooperativa e mutualistica.

„Il Sindacato Rosso“, organo del partito, sorto il 1° ottobre 1921, contribuì alla diffusione tra le masse proletarie della voce del partito dando una guida sicura all’azione.

Passando alla attività dei gruppi comunisti abbiamo ricordato innanzi tutto la prima importantissima battaglia impegnata per il fronte unico proletario e per lo sciopero generale a difesa della classe lavoratrice. Proposta avanzata, fin dal 14 agosto 1921, alla CGdL, alla USI, al Sindacato Ferrovieri. Ma, se il piano di azione comunista fu osteggiato dai bonzi di tutte quante le organizzazioni sindacali, incontrò il favore delle masse proletarie e, sotto la loro pressione, la CGdL fu costretta a convocare il Consiglio Nazionale (Verona, novembre 1921).

A questo convegno il nostro partito ebbe una inaspettata affermazione con circa mezzo milione di voti, questo nonostante i brogli ai quali i democratici sono particolarmente votati.

La mozione comunista presentata al Consiglio Nazionale, oltre a ribadire la classica tattica sindacale classista, denunciava l’abbandono di ogni forma di azione di classe da parte dei dirigenti sindacali.

Ma anche dopo il responso di Verona la piattaforma di lotta dei comunisti continuò ad essere accolta con vivo interesse dalle masse proletarie.

Si arrivò al febbraio 1922 ed i bonzi sindacali non potendo più combattere apertamente la proposta di fronte unico perché reclamato da tutti gli operai in ogni assemblea o convegno, pensarono di metterne in piedi, loro, uno fasullo: l'“Alleanza del Lavoro“, stretta tra i funzionari dei rispettivi vertici sindacali. Totale assenza, nel Comitato Direttivo, di rappresentanza proporzionale delle correnti esistenti all’interno dei sindacati; nessuna preparazione e partecipazione delle masse lavoratrici; nessun programma; nessun Congresso dell’Alleanza per definirne il contenuto, per fissare le basi dell’unità proletaria. Si poteva fin da allora prevenire che non si sarebbe concluso nulla, finché l’Alleanza del Lavoro da una alleanza di Capi, non fosse divenuta un Consiglio di Rappresentanti diretti della massa lavoratrice organizzata.

Furono queste la ragioni per cui l’Alleanza del Lavoro nel momento stesso della sua costituzione divenne oggetto della critica più severa dei comunisti i quali, pure dichiarandosi ed essendo i più disciplinati esecutori dei suoi ordini e delle sue disposizioni, ne combatterono ed avversarono le forme ed il funzionamento.

È stato pure ricordato come tutte quante le organizzazioni aderenti negarono la rappresentanza nella Alleanza del Lavoro alle forti minoranze comuniste.

L’Alleanza, conclusa da coloro che avevano sempre combattuto il fronte unico, doveva vivere e morire ingloriosamente, come purtroppo avvenne.

Intanto agitazioni e scioperi locali venivano inevitabilmente stroncati dagli attacchi della borghesia che poteva concentrare in un punto solo tutta la sua forza di fuoco e distruggere, una alla volta, le resistenze di ogni singola località o categoria. Così nel corso di lunghi mesi di guerra civile la CGdL, con la sua tattica disfattista, favoriva il progressivo indebolimento del movimento operaio.

Trascorse anche la primavera del 1922 durante la quale il proletariato italiano si batté accanitamente, dando prova della sua capacità di resistenza contro l’offensiva capitalista che attentava e demoliva tutte le conquiste operaie: le otto ore, i minimi di salario, gli uffici di collocamento, le assicurazioni sociali, etc. Contemporaneamente le Camere del lavoro, le cooperative, i Circoli politici venivano devasti, incendiati e distrutti.

Il Partito comunista, in vista del Congresso Confederale, intensificava la sua battaglia per il fronte unico e lo sciopero generale. Ma il Congresso non verrà convocato, al suo posto fu indetto il Consiglio Nazionale.

Pur essendo la struttura burocratica fortemente in mano ai bonzi i nostri compagni riuscirono ad affermarsi riportando circa 250.000 voti. Complessivamente le tre correnti di opposizione (comunisti, massimalisti, terzinternazionalisti) ebbero il sopravvento sui socialdemocratici. Fu questa l’ultima occasione di eliminare i capi confederali e predisporre su ben diverse basi il movimento dell’agosto 1922. Ma i massimalisti li fecero rimanere al loro posto, paghi delle loro vaghe promesse.

All’indomani del Consiglio Confederale gli avvenimenti precipitano: l’imponente sciopero metallurgico viene chiuso con il tradimento della Fiom e lo sciopero generale piemontese-lombardo del 20/21 luglio viene pure stroncato dalla Alleanza del Lavoro la quale, senza nessuna preparazione, ma solo per favorire il disegno politico dei socialdemocratici, dieci giorni dopo, proclama lo sciopero generale nazionale di tutte le categorie „in difesa della legalità“.

Fallito l’ignobile piano di servirsi della pressione operaia per entrare al governo, i dirigenti sindacali, riformisti e sedicenti rivoluzionari, proclamarono quella che era stata la loro sconfitta come la sconfitta del proletariato e l’impossibilità di lottare oltre contro il fascismo. E, quando ancora non si erano spenti gli echi degli ultimi spari, si misero a studiare una nuova strategia sindacale basata su un piano di intesa proprio con il fascismo mediante la fusione dei sindacati „rossi“ con i sindacati cosiddetti „nazionali“, compresi quelli creati con la violenza dagli strumenti diretti del padronato, ispirandosi alla dannunziana Costituzione del Carnaro.

Abbandonato a sé stesso il proletariato italiano, si difende con eroismo mentre si apre un nuovo periodo di reazione legale ed extralegale; gli estremi baluardi proletari sono cinti d’assedio dall’esercito fascista e „conquistati“ con tutte le regole dell’arte militare. I morti proletari in queste lotte impari ed eroiche più non si contano

A questo punto i sindacati preferiscono lo sfacelo alla lotta di classe. È in questa situazione che i sindacati, tutti i sindacati cosiddetti „rossi“, compiono il più infame dei loro tradimenti deliberando lo scioglimento dell’Alleanza del Lavoro.

Fu così che, per scongiurare la dissoluzione dei sindacati di classe, gli organi sindacali del partito comunista lanciarono l’appello per l’effettiva unione delle forze proletarie sotto la guida dei gruppi e delle frazioni rivoluzionarie, per una vera tattica del fronte unico, per la rinascita dell’Alleanza del Lavoro. L’Alleanza del Lavoro doveva sopravvivere, ma poggiandosi localmente sulle masse, con elezione diretta dei rappresentanti, con comitati locali proporzionali alle tendenze politiche, e con un organo supremo eletto da un Congresso nazionale, in modo rispondente alle necessità della azione.

L’appello del PCd’I alle masse proletarie era di «prepararsi ad adoperare ancora l’arma della simultanea mobilitazione di tutte le sue forze, nell’affasciamento di tutte le vertenze che la offensiva borghese seguiterà implacabile a suscitare, sul campo delle lotte sindacali, come nella quotidiana guerriglia con il fascismo. Il proletariato deve difendere le ragioni della sua vita, il salario, l’orario di lavoro, deve lottare contro la disoccupazione, deve difendere i suoi sindacati: o cadrà nella schiavitù peggiore“ (Il Comunista 13 agosto 1922)

Venivano poi enunciati i punti sui quali si sarebbe dovuta ricostituire l’unità sindacale proponendo un convegno tra tutte le organizzazioni sindacali in indirizzo e di qualunque altra ne avesse sottoscritto il programma per la salvezza del fronte unico proletario contro la reazione borghese:

«Le organizzazioni sindacali debbono essere indipendenti da ogni influenza dello Stato borghese e dei partiti della classe padronale, e la loro bandiera deve essere la emancipazione dei lavoratori dallo sfruttamento padronale.»

La proposta comunista di un Convegno delle frazioni di sinistra militanti nel movimento proletario italiano, non soltanto incontrò piena approvazione dalle masse che in tal modo vedevano riprendere con criteri organici e pratici le possibilità di realizzazione dell’unità proletaria, ma fu pure favorevolmente accolta dalle frazioni a cui la proposta era stata rivolta. I Comitati sindacali comunisti, di fronte a questa promettente concordia di intenti convocavano per il giorno 5 ottobre in Milano il Convegno in parola.

Da parte comunista si teneva a ben precisare che la formazione di una Sinistra Sindacale non aveva lo scopo «di costituire un fronte unico di sinistra più ristretto, chiuso, aristocratico, oppure gettare elementi per una eventuale secessione delle forze di sinistra del movimento sindacale, bensì ed esclusivamente di una leale ed effettiva intesa fra quelli che sono senza pregiudiziali […] per la unità delle organizzazioni rosse, per l’integrità del fronte unico così come sorse nell’Alleanza del Lavoro, ma riorganizzato in una costituzione meglio adatta ai suoi compiti […] e che ripari radicalmente alle disastrose deficienze dimostrate nel passato» (Il Comunista – 28/09/1922)

Attraverso la sua stampa il PCd’I informava compagni e lavoratori tutti della piena riuscita del Convegno delle Sinistre sindacali, con la partecipazione di tutti quanti i Comitati invitati.

All’unanimità venivano approvati, sia una mozione nettamente classista, sia un ordine del giorno (proposto dai compagni comunisti) che i lavoratori appartenenti alla Sinistra Sindacale si sarebbero impegnati a presentare e sostenere, come piattaforma comune, in tutte le assemblee sindacali. [Mozione e ordine del giorno vennero pubblicati nel „Sindacato Rosso“ del 14 ottobre 1922]

Contemporaneamente i dirigenti della CGdL rompevano il patto di alleanza con il PSI, ma già da tempo la Confederazione Generale del Lavoro aveva intrapreso quella sua opera di piena adesione agli interessi nazionali e collaborazione con qualsiasi governo.

Il Comitato Sindacale del partito diramava un comunicato ai gruppi comunisti in cui si ordinava di dare immediata attuazione alle delibere prese nel convegno delle Sinistre Sindacali, quindi, in accordo con la frazione dei massimalisti, procedere alla convocazione delle assemblee o dei Consigli Generali delle Camere del Lavoro e in essi proporre l’ordine del giorno accordato. Naturalmente da parte comunista non ci furono problemi, i compagni si misero immediatamente all’opera per la realizzazione delle proposte delle Sinistre Sindacali. Invece da parte dei massimalisti non sempre le cose avvennero allo stesso modo: a volte si coalizzarono con i comunisti, ma altre volte con i riformisti.

Mentre si svolgeva intenso il lavoro delle Sinistre sindacali, il reuccio chiamava Mussolini a formare il nuovo governo; con la buffonesca marcia su Roma ed il sostanziale sostegno di tutte le forze politiche ed economiche, compresa la CGdL che respingeva la proposta comunista di sciopero generale e prendeva sempre più una decisa posizione collaborazionista con il governo Mussolini.

E non poteva che essere già tutto concordato se, dal giorno successivo alla nomina di Mussolini a capo del governo, i maggiori gerarchi della CGdL si dichiararono pronti ad entrare nel nuovo ministero.

Come abbiamo visto le parole d’ordine lanciate dai comunisti avevano trovato l’immediato accoglimento da parte delle varie frazioni di sinistra, oltre all’entusiastico favore delle masse proletarie.

A seguito degli ultimi avvenimenti politici e sindacali, nel novembre 1922, vennero nuovamente convocati i Comitati delle Sinistre Sindacali per discutere e prendere posizione sulla aperta deriva collaborazionista della dirigenza CGdL.

Però, già da allora le insistenze dei comunisti per la continuazione dell’azione comune risultarono disattese. Il Comitato sindacale socialista non rispondeva, in seguito, il Convegno nazionale sindacale socialista rese ancora più esplicito l’abbandono con la nota della direzione che limitava gli eventuali accordi con altre correnti sindacali di sinistra al „caso per caso“. Il Comitato sindacale socialista si rifugiava nella più totale irreperibilità ed anche quando si decise finalmente di affrontare il problema sindacale lo fece nella maniera più subdola possibile.

Il partito socialista procedette al licenziamento del Comitato sindacale per «le deficienze rilevate nella sua attività, soprattutto per non avere seguito una uniforme e distinta linea di condotta». Passò poi alla costituzione di un nuovo Comitato che «mantenga una direttiva che mentre affermi la propria differenziazione dal collaborazionismo confederale, non si metta in nessun modo al seguito dell’azione comunista». (Avanti! – 16/05/1924)

Due giorni dopo sul giornale socialista si ribadiva il medesimo concetto: il nuovo «Comitato sindacale mantenga una direttiva che […] non si metta in nessun modo al seguito dell’azione comunista.» (Avanti! – 18/05/1924).

Anche Nicola Vecchi, dirigente della corrente sindacalista rivoluzionaria all’interno dell’USI, dopo avere lanciato al proletariato un suo appello, apparentemente rivoluzionario, ma allo stesso tempo alquanto ambiguo [Sindacato Rosso del 15/09/1923 – N.d.r.], spariva dalla scena, per riapparire qualche tempo dopo all’interno del sindacalismo fascista.

Praticamente era la fine dell’esperienza delle Sinistre Sindacali promossa dai Comitati sindacali del partito comunista. Ulteriore prova, se ce ne fosse bisogno, che solo una direzione comunista dei sindacati può effettivamente agire a difesa della classe lavoratrice.

La dittatura del proletariato in Russia, 1917-1927

A distanza di più di un secolo dalla conquista del potere per via rivoluzionaria da parte del proletariato russo per il tramite del Partito comunista, la nostra compagine vuole ripercorrerne la gloriosa storia non per esigenze accademiche ma per riafferrare il filo rosso tessuto da generazioni di combattenti che in quel frangente „conquistarono il Cielo“ e dimostrarono nel fuoco della lotta quanto la teoria marxista aveva scientificamente previsto fin dal suo sorgere.

Questo studio non sarà metodico in senso accademico, ma avrà come scopo principale il ridare ancora più affilate le armi del passato alle giovani generazioni di militanti che le impugneranno nuovamente per abbattere il mostro capitalista.

Occorre pertanto preliminarmente comprendere quale sia il tratto essenziale della grande dottrina marxista, del materialismo storico e dialettico, ovvero non – come sostengono i borghesi ed i loro lacchè – la „scoperta delle classi e della lotta di classe“ ma che l’esistenza delle classi si riferisce solo a certe fasi storiche dello sviluppo della produzione; che la lotta delle classi conduce necessariamente alla dittatura del proletariato; che questa stessa dittatura non è se non la transizione alla soppressione di tutte le classi e alla società senza classi.

Stabilito che la lotta tra le classi deve sfociare nella dittatura del Partito comunista quale organo che guida il proletariato nella sua opera di emancipazione di sé stesso e con ciò di tutta la società, si è sempre posto opportunisticamente il quesito se la rivoluzione possa scoppiare e prendere il potere in un paese arretrato.

Domanda che volutamente nega al processo rivoluzionario il suo carattere internazionale per rinchiudere i vari distaccamenti dell’esercito rosso all’interno dei confini nazionali, mentre dogma marxista è l’assenza di patria per gli operai. A tal proposito il compagno ha riprodotto una lunga citazione dallo scritto „Le grandi lezioni dell’Ottobre bolscevico“ apparso sul Programma Comunista numero 10 del 1968 di cui qui riportiamo la conclusione: «È dalla rivoluzione mondiale o almeno europea vittoriosa, che il potere dittatoriale proletario in Russia raggiungerà le condizioni materiali del „passaggio al socialismo“; di qui trarrà le basi di un gigantesco balzo in avanti, nell’industria prima, nell’agricoltura poi».

Teoria menscevica è, pertanto, l’affermare che il Partito debba astenersi dal conquistare il potere in un paese capitalisticamente immaturo; ma una volta preso il potere in uno stato arretrato, quali sono i compiti del Partito?  Se la rivoluzione occidentale tarda a venire quale forma assumerà il governo operaio? Non basta rovesciare il potere zarista, occorre che il partito proletario prenda il potere. Non diverrà un partito di opposizione, e nemmeno di governo parlamentare, ma nella rivoluzione raggiungerà l’obiettivo: al potere, senza i partiti borghesi e contro di essi! Dittatura che governerà per accelerare la trasformazione capitalistica del paese in attesa della rivoluzione socialista di occidente.

Questa forma, la dittatura democratica degli operai e contadini non fu, quindi, una scelta – magari da definirsi di ripiego come solevano cianciare gli ultra-sinistri – ma una necessità storica dettata dal posto che la Russia aveva nel movimento operaio internazionale. Il proletariato russo non poteva fare a meno di qualunque democrazia perché nella rivoluzione non era solo. La Rivoluzione russa era nello stesso tempo una rivoluzione democratica e agraria e una rivoluzione proletaria e socialista. Di fronte a una massa contadina di 130 milioni di uomini, i tre milioni di proletari compresi in una popolazione urbana totale di 28 milioni in tutto, non potevano governare da soli. Non era una questione di rapporti numerici, ma una questione di rapporti di forza.

Prima di studiare le fasi storiche che la Russia bolscevica ha attraversato occorre brevemente gettare luce sulla natura dello Stato sovietico.

Per i marxisti lo Stato è una struttura organizzata che usa la sua forza per disciplinare e governare la società divisa in classi, forza che sviluppa soprattutto nelle società in trasformazione. La nostra dottrina non definisce quella forza secondo il grado di trasformazione raggiunto, ma secondo la direzione di classe in cui opera lo Stato, rivoluzionario o conservatore che esso sia. Il partito e lo Stato comunista o socialista si aggettivano con lo stesso criterio, ossia col criterio della decisione a lottare per il passaggio della società economica al socialismo. La „Repubblica Sovietica“ ed in generale lo Stato della dittatura di classe si chiamano socialisti appunto in quanto agiscono temporaneamente (al passo storico) in una società economicamente non socialista, in una società mista di diverse „fasi“ storiche. Nella società economicamente tutta socialista, e quindi comunista, non vi sono classi, non vi è lo Stato di classe, e quindi non vi è Repubblica di sorta.

In piena guerra civile il Partito Bolscevico dovette affrontare la cruda realtà di una struttura economica in pieno disfacimento e da questa trasse la necessità di adottare quelle misure che vennero ribattezzate del „comunismo di guerra“. Le espropriazioni del 1917-18 sarebbero state in linea di teoria economica da rimandare, ma furono imposte da esigenze politiche, militari. La questione venne affrontata non dal punto di vista dell’astratta razionalità economica ma dal punto di vista della lotta rivoluzionaria. Ciò voleva dire, al fine di ricacciare indietro il nemico, tagliargli le linee di rifornimento, senza badare in quale misura ciò disturbasse l’organizzazione del lavoro economico.

Ogni produzione manifatturiera, nelle varie economie, tende a raggiungere una certa proporzionalità tra le sussistenze e gli oggetti manifatturati, tra quelli che sono beni di consumo e la formazione e mantenimento dei mezzi di produzione. In Russia questa trama era stata, ove esisteva, centralmente e localmente spezzata e distrutta dalla guerra, dalla rivoluzione e dalla guerra civile. Che cosa potevano fare i bolscevichi, in tale situazione? Ne venne fuori un elementare compito vitale: formare un apparato, anche se grossolanamente provvisorio, che potesse trarre dalla descritta caotica eredità industriale i prodotti di prima urgente necessità per l’esercito in guerra e per la classe operaia. Propriamente non si trattava affatto di un compito economico nel senso largo di questa parola, ma solo di un’operazione bellico-industriale. La politica della gestione burocratica centrale delle fabbriche impedì però la razionale utilizzazione degli impianti e della capacità tecnica dei lavoratori. La politica dei salari ugualitari (o in natura) paralizzò lo sviluppo della capacità lavorativa.

È facile, allora, comprendere quali sfide avrebbe dovuto affrontare il potere proletario una volta che fosse cessata la situazione di fortezza assediata: sconfitti i nemici dal punto di vista militare senza che le fiamme rivoluzionarie avessero incendiato l’Occidente totalmente borghese, in primo piano sarebbero balzati i problemi economici derivanti da un paese immenso con isole di capitalismo circondate da un paludoso mare piccolo-borghese. La sorgente della Nuova Politica Economica fu pertanto la transizione dalle misure dettate da necessità militari a misure dettate dalla conservazione economica.

I contadini, che nell’Ottobre 1917 ricevettero dallo Stato, che l’aveva nazionalizzata, la terra, e le scorte, vennero obbligati a versare allo Stato una determinata „imposta in natura“. Poiché per tale via i contadini avrebbero conservato una parte delle eccedenze, venne loro consentito di venderle su un mercato libero, non vietato, delle derrate agrarie.

L’esistenza nel paese di milioni di aziende contadine isolate creò quindi la necessità di ristabilire il mercato. Solo il mercato infatti crea una saldatura tra industria ed agricoltura. La formula è molto semplice: l’industria deve fornire alla campagna le merci necessarie a prezzi tali che lo Stato possa rinunziare alla requisizione dei prodotti dell’agricoltura. Quale, quindi, il compito del Partito in un paese a basso grado di sviluppo capitalista?

«“L’ultimo nostro lavoro, il più importante, il più difficile, il più incompiuto è la costruzione economica, la posa delle fondamenta economiche del nuovo edificio socialista, in luogo dell’edificio feudale distrutto e di quello capitalista semidistrutto“.

E più oltre altra definizione di sconcertante audacia. „Lo Stato proletario deve diventare un amministratore abile […] un mercante all’ingrosso, altrimenti esso non può mettere in piedi economicamente un paese di piccoli contadini; non è possibile (sic!) passare al comunismo adesso, nelle presenti circostanze, accanto all’Occidente capitalista (per ora ancora capitalista)“». (Struttura economica e sociale della Russia d’oggi, Il Programma Comunista 1956/24)

Movimento Sindacale Francese

Riprendiamo la storia del movimento sindacale francese nel periodo della Seconda guerra mondiale e in quello successivo. Essa è ovviamente segnata dalla controrivoluzione stalinista iniziata nel 1926, ovvero già un secolo fa, e caratterizzata dalla degenerazione dei partiti comunisti e dei sindacati ad essi legati.

Così avvenne per il sindacato CGT, nato nel 1895, dominato dai sindacalisti rivoluzionari e poi conquistato dai riformisti prima della guerra del 1914-18 e del tradimento internazionale dei partiti proletari. Dopo la prima guerra mondiale, la CGT fu conquistata dal PCF, il che portò a una prima scissione nel 1922 e poi, all’epoca del Fronte popolare del 1936-38, a una nuova coesistenza tra i militanti legati al PCF, guidati da Benoit Frachon, e quelli riformisti e ostili al PCF, guidati da Léon Jouhaux.

La CGT partecipò così a pieno titolo al Fronte popolare, che fu di fatto un fronte di classe che unì il PCF, il Partito socialista e il Partito radicale. Questo fu l’ultimo tentativo della borghesia di frenare un movimento rivoluzionario, prima dello scoppio della seconda guerra mondiale. La borghesia francese, soprattutto quella imprenditoriale e industriale, spinta dal timore del proletariato e del comunismo e convinta che dopo la rapida sconfitta dell’esercito francese solo la Germania industriale avrebbe potuto vincere la guerra, nel giugno 1940 si schierò a favore della collaborazione con la Germania nazista sotto la guida del maresciallo Pétain e del suo governo di Vichy, mentre il generale De Gaulle tentò di organizzare da Londra una resistenza alla resa militare e politica.

Ben presto i sindacati e il Partito Comunista furono messi al bando e i lavoratori subirono condizioni di vita e di lavoro ancora più difficili rispetto a quelle del primo conflitto mondiale. Il PCF e i militanti della CGT a esso legati seguirono la linea imposta da Stalin. Quest’ultimo, nell’agosto del 1939, decise di firmare un patto di non aggressione con la Germania nazista in cambio della spartizione di territori, tra cui la Polonia, il che provocò una nuova divisione all’interno della CGT, con Jouhaux che sconfessò tale patto di alleanza.

Dopo aver promosso l’antifascismo negli anni ’30, Stalin impose ai partiti comunisti una posizione di non intervento, affermando che la guerra era imperialista su entrambi i fronti, quello dell’Occidente cosiddetto democratico e quello della Germania.  Ma poi, dopo il voltafaccia di Hitler che invase l’URSS nel giugno 1941, Stalin fece la mossa opposta: il nemico era ormai la Germania e bisognava quindi resistere con la lotta armata, il che avrebbe mobilitato le truppe nemiche, alleggerendo così il fronte orientale.

Il PCF organizzò quindi gruppi di partigiani in tutta la Francia, molti dei quali erano anche membri della CGT. Sul territorio nacquero altri gruppi di resistenti, ma senza alcun legame tra loro e talvolta con convinzioni politiche opposte.

De Gaulle chiederà al prefetto Jean Moulin, che lo ha raggiunto a Londra, di riunire i diversi movimenti. Moulin riuscirà a riunire le due fazioni della CGT in modo che essa sia dominata dai non comunisti, per poi riuscire a costituire, nel maggio 1943, il Consiglio nazionale della Resistenza a Parigi, che riunì 16 uomini, tra cui 6 aderenti ai partiti politici (PFF, socialisti, radicali, democratici cristiani e altri 2 ai partiti di destra), 2 ai sindacati (la CGT riunificata e il sindacato cristiano) e 8 ai movimenti di resistenza. Il CNR riconobbe de Gaulle come capo politico della Francia.

La battaglia tra le parti belligeranti, affiancate dalle truppe statunitensi, si svolse inizialmente in Nord Africa. Le truppe anglo-americane, sotto comando americano, vi sbarcano nel novembre 1942. Dopo la vittoria delle truppe russe a Stalingrado nel febbraio del ’43, al termine di sei mesi di combattimenti sanguinosi, le truppe tedesche si ritirarono anche dal Nord Africa e, nel maggio dello stesso anno, il Nord Africa venne riconquistato dagli Alleati.

Si trattava ora di riconquistare l’Europa, innanzitutto la Sicilia e l’Italia tra luglio e settembre del 1943. Stalin, che aveva la Francia come osservato speciale, chiese al PCF di mostrarsi militarmente attivo, puntando addirittura a un’insurrezione per affermarsi nei confronti dei futuri vincitori in arrivo. A Parigi, il PCF impiegò truppe di militanti provenienti dall’immigrazione che si unirono a quelle dei partigiani legati al PCF.

I gruppi composti da militanti stranieri condussero una guerriglia molto attiva, ma il capo militare di questi gruppi chiese di ritirarsi a causa di una repressione sempre più feroce. Venne destituito e sostituito dal militante Missak Manouchian nell’agosto 1943, che intensificò gli attacchi. I 23 membri furono arrestati e giustiziati nel febbraio 1944. Il quotidiano del PCF *L’Humanité* non dedicherà loro nemmeno una parola dal 1944 al 1951: sacrificati alle ambizioni avventuristiche di Stalin e della dirigenza del PCF.

Da parte sua, De Gaulle non rimase inattivo. La borghesia americana, con il presidente Roosevelt in testa, gli era, in una prima fase della guerra, molto ostile, considerando la Francia una nazione sconfitta e che avrebbe dovuto quindi essere amministrata da prefetti statunitensi. L’obiettivo dell’imperialismo americano era proprio quello di mettere le mani su una parte dell’Europa e di smantellare gli imperi coloniali europei, francese e britannico, per aprirli agli interessi economici americani e consentire il controllo sul petrolio del Medio Oriente.

Già nell’agosto del 1940, il generale costituì un esercito delle Forze Francesi Libere composto da circa 35.000 uomini, con le truppe francesi che si unirono sotto il suo comando, provenienti dalle diverse colonie francesi del Nord Africa e dell’Africa subsahariana (equatoriale e occidentale) e dai territori sotto mandato del Libano e della Siria, con il sostegno di soldati autoctoni. Nel febbraio del ’44, fu organizzata una struttura militare, le Forze Francesi dell’Interno (FFI), che comprendeva i vari gruppi della Resistenza, tra cui le truppe di partigiani legate al PCF e molto attive nella regione parigina, per un totale di 100.000 combattenti sino alla fine della guerra nel 1944.

Ad aprile fu fondato ad Algeri un governo provvisorio, scatenando la furia di Roosevelt. Le forze anglo-americane sbarcarono il 6 giugno 1944 in Normandia, nel nord della Francia, e il 15 agosto a sud, in Provenza. Ma de Gaulle, giunto in Normandia il 20 agosto, chiese al comando americano di passare per Parigi, dove era in corso un’insurrezione guidata dalle FFI contro le truppe tedesche. Per de Gaulle si trattava quindi di impedire che il PCF potesse rivendicare da solo la «liberazione di Parigi» e di imporsi come interlocutore ufficiale della Francia.

Furono nominati rapidamente dei prefetti nelle diverse regioni, e De Gaulle dovette accettare il programma del CNR e la presenza del PCF, molto popolare grazie alla sua attività nella Resistenza, e pretese che tutte le milizie fossero disarmate. Ma de Gaulle si sarebbe opposto ben presto al CNR e al PCF, che voleva una Quarta Repubblica parlamentare mentre per sé rivendicava un potere presidenziale.

Si dimise nel gennaio 1946, mentre veniva proclamata la Quarta Repubblica. Il governo comprendeva 5 ministri del PCF, e l’Assemblea costituente era composta per il 26% dal PCF, per il 21% dai socialisti e per il 28% dai democratici cristiani. Furono attuate nazionalizzazioni di imprese e misure sociali. E l’aiuto finanziario del governo americano con il Piano Marshall consentì la ricostruzione economica del Paese.

Inizia il periodo dei «Trenta Gloriosi» (1946-1975) con un’espansione economica senza precedenti, intervallata da crisi modeste, ma che consentiva un consumo di massa indispensabile per la ripresa economica. La crisi «catastrofica» doveva verificarsi nel 1975, come aveva previsto il nostro partito, ma la ripresa della lotta di classe che ci si aspettava purtroppo non si verificò. Il capitalismo in fase di stallo disponeva ancora di risorse.

La collaborazione dei sindacati e del PCF, con la sottomissione del proletariato alla «solidarietà» di classe durante questa ricostruzione, fu esemplare dal 1944 al 1947.

In seguito l’unità tra i partiti del CNR e il PCF-CGT andò in frantumi a causa dello scontro tra le due maggiori potenze imperialiste, gli Stati Uniti e l’URSS di Stalin, nella cosiddetta «guerra fredda» che ebbe inizio nel 1947. Il PCF, con l’appoggio della CGT, condusse un’opposizione frontale al potere, incoraggiando gli scioperi, tra cui quello del marzo-aprile del ’47 nelle fabbriche automobilistiche di Boulogne-Billancourt, roccaforte di PCF e CGT.

Il governo rispose con la revoca dei cinque ministri del PCF a maggio, il che porterà il PCF a un’opposizione frontale per i trent’anni a venire. A novembre prese il via un altro movimento, ancora più ampio, che coinvolse numerosi settori e provocò una feroce repressione con 20 morti tra gli scioperanti, migliaia di feriti e centinaia di militanti del PCF e della CGT arrestati.

Il governo non cedette.

Il fallimento portò, a dicembre, all’uscita dell’11% dei militanti della CGT non legati al PCF, che formarono il sindacato CGT-Force Ouvrière con l’aiuto finanziario del grande sindacato americano AFL, sostenuto dai fondi della CIA. Nell’autunno del 1948, un grande sciopero dei minatori fu ancora più violento di quello del 1947 e la repressione provocò 6 morti. E questo fu un nuovo fallimento per il PCF e la CGT, che persero molti iscritti.

Già nel 1950, dopo anni di congelamento dei salari da parte dello Stato, il governo dovette allentare la morsa poiché l’economia si potesse riprendere.

Ma ci vorranno potenti movimenti di sciopero affinché i datori di lavoro accettassero di concedere di più.

La situazione rivoluzionaria in Russia del 1859-1861

Nella nostra ultima riunione generale, proseguendo il nostro lavoro sulla storia del movimento operaio russo, siamo tornati alle radici stesse della rivoluzione proletaria in quel paese: la situazione rivoluzionaria del 1861.

È un evento storico importante perché ha gettato le basi per le condizioni future che culminarono nell’ottobre del 1917. Nel XIX secolo, mentre il capitalismo si si andava faticosamente sviluppando in Russia, un modo di produzione particolare, misto, in cui convivevano tracce di comunismo primitivo, feudalesimo nel campo agrario e una nascente industria moderna, veniva sfruttato dai latifondisti borghesi e da una aristocrazia figlia di un assolutismo politico, che imbelle sopravviveva a sé stessa.

In questa situazione sociale e produttiva confusa ed agitata da spinte contrastanti, i servi della gleba, costretti a lavorare 12-14 ore al giorno in condizioni infernali, sottoposti a punizioni corporali e privati ​​persino delle condizioni materiali atte a garantire la riproduzione della propria esistenza, ne ebbero finalmente abbastanza. Scoppiarono rivolte di massa che coinvolsero grandi masse di lavoratori, con i contadini che si sollevarono in uno sforzo eroico, ma in definitiva vano a causa della struttura disorganizzata delle insurrezioni.

L’elemento chiave che mancava era un’organizzazione di partito capace di guidare i contadini dispersi, che eliminasse il falso obiettivo dello scontro violento con i singoli aristocratici, proponendo un chiaro indirizzo verso la rivoluzione. Il programma marxista era sconosciuto e ignorato dagli scarsi gruppi di rivoluzionari presenti in Russia all’epoca; al suo posto, l’ideologia principale dei rivoluzionari socialisti era una forma di socialismo utopistico nota come Narodnichestvo (populismo), che idealizzava la comune contadina e immaginava per la Russia una via di sviluppo che si fondava su un percorso storico basato su un capitalismo utopico. Nonostante i grandi sforzi da parte dei contadini e dei pochi rivoluzionari capaci di agire in quel momento, il regime zarista represse la rivolta con la forza militare e decretò l’emancipazione giuridica dei contadini per sedare il loro malcontento. In realtà, la riforma non fece altro che accelerare il ritmo dello sviluppo capitalistico, privando ulteriormente i contadini della terra e trasformandoli in proletari.

La lezione fondamentale che possiamo trarre da questo studio, che è il nostro scopo, è, imparare dalle rivoluzioni passate, è il ruolo indispensabile del partito di classe in ogni crisi. Senza di esso, le classi dominanti, siano esse i latifondisti di ieri o i capitalisti di oggi, prevarranno: con la forza e le „riforme“ soffocheranno il fuoco della rivoluzione, anche se solo temporaneamente. Come sappiamo, sebbene i contadini abbiano fallito, ciò ha in definitiva gettato le basi per lo sviluppo del proletariato russo e la sua lotta, e per il fallimento del programma dei populisti, che sarà l’oggetto del prossimo lavoro.

La Sconfitta di Wrangel e la Fine della Guerra Civile

Prima parte

L’anno 1920 è un anno di svolta che appare positivo per le sorti della rivoluzione sovietica perché già dal 1919 l’Armata rossa fermò le forze bianche e iniziarono a respingerle su l’intera linea del fronte. Sul fronte meridionale i rossi avanzarono di 165 chilometri liberando importanti città e con l’operazione Kharkov liberarono l’Ucraina. In quell’operazione la I Armata di cavalleria rossa di Budenij sconfisse quella di Škuro e quella del Don di Mamontov che avevano devastato con le loro scorrerie le retrovie sovietiche. E‘ anche fermata la „Direttiva Mosca“ del controrivoluzionario Denikin presso lo strategico complesso industriale e militare di Orël da cui fu costretto a ritirarsi verso il Mar Nero. Si conclude con la fucilazione la parabola politica e militare dell’ammiraglio Kolčak, il principale referente politico e militare dell’Intesa. Il forte sostegno di Francia e Inghilterra verso di lui diminuì rapidamente quando queste due potenze imperialiste europee si resero conto che i residui eserciti controrivoluzionari bianchi, a causa delle loro continue sconfitte, non erano più in grado di vincere i sovietici.

Di più entrambe per sostenere le rispettive economie volevano uscire da questa guerra perché necessitavano urgentemente di riavviare gli scambi commerciali con la Russia sovietica specialmente per la fornitura di materie prime. Per questo già nel febbraio 1920 la Francia aveva iniziato regolari trattative dopo che l’Intesa aveva tolto il blocco commerciale con la Russia.

È sconfitta e disarmata l’armata controrivoluzionaria di Judenič che con l’Operazione Spada Bianca intendeva conquistare Pietrogrado per proseguire verso Mosca. La difesa della città diretta da Trotzki fu determinante per la vittoria sovietica.

Cade il governo bianco nella città portuale di Arcangelo usata come base di arrivo degli ingenti rifornimenti dell’Intesa della Spedizione Orso Polare.

La disgregazione dell’Esercito dei Volontari di Denikin era tale che il suo comando perse ogni controllo con le varie unità che ormai agivano indipendentemente dagli ordini prestabiliti dirigendo verso sud consegnando le città alle unità sovietiche che le seguivano Così fu per Odessa che fu occupata dall’Armata Rossa senza combattere, dopo che nella prima settimana del febbraio 1920 vi fu una disastrosa evacuazione dei bianchi a bordo di navi britanniche. Denikin prima di imbarcarsi trasferì tutti i suoi poteri politici e militari al generale Wrangel ritenuto dall’Intesa l’ultima possibilità per fermare i rossi.

Alla fine di aprile l’Armata Rossa occupa Bakù e insedia un governo sovietico nell’Azerbaijan.

A contrastare tutte queste positività c’è l’insuccesso di esportare la rivoluzione bolscevica in Polonia. L’Armata Rossa giunta fino alle porte di Varsavia fu fermata e sconfitta e l’operazione si concluse con la Pace di Riga del 1921. La presenza attiva delle truppe di Wrangel durante la guerra sovietico-polacca fu determinante per disarticolare lo schieramento delle forze sovietiche nell’attacco finale su Varsavia.

Wrangel dopo la guerra sovietico-polacca ritorna verso la Crimea che controlla ancora e dove ha possibilità di riorganizzare le sue truppe contro i bolscevichi. Inghilterra e Francia lo avvisano che non avrebbero più sostenuto i vari eserciti controrivoluzionari considerati ormai perdenti specialmente il suo dopo che si era „imbottigliato“ in Crimea.

È stata commentata una mappa geografica della Crimea collegata alla Russia da tre istmi e le difese contro gli attacchi presenti.

Wrangel nonostante le perdite subite riuscì a riorganizzare le sue unità e per assicurarsi il sostegno della popolazione della penisola promulgò una riforma agraria che consentiva ai contadini che avevano espropriato le terre dei latifondisti di riscattarne la proprietà a fronte di un canone annuo pari ad un quinto del raccolto per 25 anni e di trasmetterne la proprietà parziale per eredità. Non ebbe seguito sia per le obiezioni dei contadini che per la sua sconfitta.

Le forze a sua disposizione erano di circa 26mila fanti con appena sufficiente artiglieria, aeroplani e naviglio di vario tipo. Lo stato di efficienza di questo materiale era scadente, scarse le riserve di cibo, munizioni e medicinali; inoltre aveva perso i suoi migliori ufficiali.

8 gennaio 1920: iniziò una debole offensiva sovietica che giunsero a ridosso della Crimea dove era schierata la XIII Armata Rossa di soli 13mila combattenti perché le unità migliori, compresi gli ufficiali più esperti, erano stati inviati sul fronte polacco. Si stanziarono a ridosso degli istmi senza un preciso piano operativo.

12 aprile: le forze rivoluzionarie eseguono l’ordine di passare all’attacco del principale istmo di Perekop che dopo una settimana di combattimenti si risolve in un successo per Wrangel.

6 giugno: Wrangel comunica all’Intesa di avviare una campagna militare partendo dalla Tauride meridionale, poi verso la penisola di Taman e del Kuban utilizzando il sostegno dei cosacchi locali. Contava sulla distrazione sovietica sul suo settore dovuta alla controffensiva sovietica per la conquista di Kiev che in quel periodo era ad un punto avanzato di sviluppo. È stata illustrata una mappa con i movimenti delle operazioni militari che mostrava come le forze rosse presenti non fossero riuscite a fermare quelle bianche. I rinforzi sovietici inviati avevano lo scopo di arginare Wrangel al disotto del fiume Dnepr in attesa di adeguati rinforzi per una controffensiva.

Wrangel stipulò accordi coi cosacchi garantendo una loro autonomia e chiese il rientro dei prigionieri bianchi nei campi di detenzione in Romania e Bulgaria. I suoi emissari inviati presso l’anarchico Machno per richiedere collaborazione furono pubblicamente impiccati. Nel frattempo iniziarono ad arrivare consistenti rinforzi sovietici, 62mila unità che però rimanevano inferiori nella cavalleria, importante in quei territori.

6 agosto: i sovietici lanciano una prima offensiva su Perekop che ha un parziale successo perché stabiliscono una strategica testa di ponte presso la fortezza di Kachovka.

9 agosto: un contingente di 800 controrivoluzionari sbarca all’improvviso tra le spiagge di Mariupol e Taganrog per prendere il controllo dei territori del Don e arriva presso Novočerkassk, l’antica capitale cosacca.

14 agosto: inizia lo sbarco dei controrivoluzionari sotto il comando dell’energico generale Ulagaj con 25mila unità con lo scopo di stabilire una base operativa nel Kuban cercando di aggregare tutti i disomogenei gruppi antibolscevichi presenti, valutati in circa 15mila unità, tra cui l’Armata della Rinascita Russa forte di 7mila unità ben organizzate.

L’Armata Rossa nel Kuban, affidata a Levandoskij, disponeva di 30mila fanti e 40mila cavalieri e buona artiglieria ma era distribuita in un vasto territorio dovendo controllare l’Armata della Rinascita Russa asserragliata in una zona montuosa ai confini della Georgia.

Lo sbarco di Ulagaj ebbe successo ma le truppe stazionarono sulla costa fino al 26 agosto quando si misero in movimento giungendo a 70 km da Ekaterinodar, il simbolico centro della controrivoluzione.

Questo suo ritardo permise a Levandoskij di riorganizzare le sue truppe alle quali si erano unite altre forze provenienti dal Caucaso. Con questa evidente superiorità numerica i rossi riuscirono a spezzare il fronte bianco e bloccare la via per Ekaterinodar. Il fallimento della manovra di Ulagaj fu anche dovuto al mancato sostegno della popolazione e dei cosacchi locali che non nutrivano più alcuna speranza nella controrivoluzione. Inoltre egli non riuscì a stabilire alcun contatto con l’Esercito della Rigenerazione Russa che rimase isolato.

30 agosto: Ulagaj ordinò la fine dell’operazione e dovette organizzare il reimbarco delle sue truppe le cui perdite subite furono ampiamente compensate dall’arruolamento nell’esercito di Wrangel dei superstiti dei vari gruppi antibolscevichi del Kuban. L’Armata della Rigenerazione Russa fu costretta a ritirarsi in Georgia dove fu disarmata.

Questa fu la prima sconfitta che fiaccò il morale delle truppe di Wrangel.

21-31 agosto: mentre le truppe di Ulagaj operavano nel Kuban l’Armata Rossa dette l’avvio all’Operazione Seregozy per riprendere l’offensiva a sud del Dnepr verso Perekop. Nonostante un favorevole avvio dei rossi, questi non riuscirono a resistere ai contrattacchi bianchi che li costrinsero a indietreggiare su tutta la linea riuscendo a fatica a rientrare nella base della fortezza di Kachovka che venne sottoposta a continui attacchi bianchi.

5 settembre: ripartì l’assalto bianco alla fortezza che fu respinto dai rossi che nel giorno seguente lanciarono un poderoso contrattacco che obbligò i bianchi a retrocedere ed assumere una posizione di difesa.

Seguì un periodo di riassestamento delle forze bianche in cui Wrangel studiò un nuovo piano per aggirare la fortezza di Kachovka e penetrare in Ucraina. Questa manovra si sviluppava su una vasta area compresa tra Mariupol sul Mar d’Azov e Ekaterinoslav sul Dnepr per cui dovette predisporre varie azioni preparatorie per dare il tempo alle unità di disporsi secondo il piano.

Nel frattempo la XIII Armata Rossa stava organizzando un attacco nella zona degli istmi, per cui le difese di Ekaterinoslav furono rafforzate.

14 settembre: iniziò l’attacco bianco che obbligò i rossi ad indietreggiare su tutta la linea al punto di minacciare direttamente Ekaterinoslav. Seguì un periodo di violenti scontri con obiettivi presi e persi più volte ma c’era un bilancio positivo per le truppe di Wrangel che occupavano Mariupol e Doneck e una parte importante dell’area industriale del Donbass. È stata illustrata una mappa dell’intera operazione.

Wrangel doveva agire in fretta e varcare il Dnepr e dare inizio alla determinante Operazione Trans-Dnepr. Per questa disponeva di 35mila tra fanti e cavalieri, una buona quantità di artiglieria, treni blindati mezzi corazzati e velivoli.

La VI Armata Rossa oltre il Dnepr disponeva di 78mila tra fanti e cavalieri, artiglieria e velivoli in buone condizioni.

27 settembre: a contrastare i bianchi fu assegnato il generale Frunze appena reduce da importanti successi in Siberia e nel Turkestan con ulteriori grandi rinforzi, assistito da due validi generali: Bljucher e Budenij dell’ormai famosa Prima Armata della cavalleria rossa. Questi trasferimenti e importanti rinforzi di uomini e materiale bellico furono dovuti alla grande capacità organizzativa di Trotzki dopo che i complessi industriali e militari di Tula furono saldamente al sicuro e poterono fornire il materiale bellico nelle quantità richieste.

Il Corso del Capitalismo Mondiale

Ci si chiede se sarà ancora possibile affidarsi a lungo agli indici della produzione industriale per analizzare l’andamento del capitale, poiché le istituzioni che continuavano a calcolarli stanno cessando di descriverlo una dopo l’altra, tanto è catastrofico il quadro che questi indici delineano. Per questo gli economisti borghesi preferiscono ora fare riferimento al PIL o all’andamento della borsa, che consentono di dipingere un quadro più roseo. Eurostat, che fornisce le statistiche sulla produzione industriale degli Stati europei, si è fermata al mese di aprile e il FMI, che fornisce statistiche industriali per quasi tutti i paesi, si ferma al mese di marzo, il che è di cattivo auspicio. Inoltre, per il Giappone e il Regno Unito, le statistiche si fermano all’anno 2022, senza che se ne conosca il motivo.

In questo rapporto saranno trattate le condizioni economiche di alcuni Stati europei, e naturalmente degli Stati Uniti, che rappresenta almeno per ora il principale bastione della conservazione capitalistica, insidiato, in questo infame primato, dall’altro mostro borghese, la Cina.

Nel prosieguo del lavoro si cercherà, dati alla mano, di dare un quadro più completo dello stato economico di altri Paesi che giocano un ruolo importantissimo sullo scacchiere mondiale.

Gli Stati Uniti

Detto questo, passiamo all’analisi della produzione industriale degli Stati Uniti. Il grafico relativo agli incrementi annuali ci indica che, dopo una recessione nel 2023 e nel 2024, si è registrata una leggera ripresa nel 2025. La curva mensile ci mostra che la produzione industriale ha continuato a crescere nel 2026, da gennaio a luglio, nonostante la guerra in Medio Oriente e l’impennata dei prezzi dell’energia. Tuttavia, questa crescita sarà, nella migliore delle ipotesi, della stessa entità di quella del 2025, ma più probabilmente, alla luce della curva, più debole. Allora, l’aumento dei dazi doganali ha ridotto il deficit commerciale e incentivato la rilocalizzazione dell’industria? Se si esamina il deficit commerciale dei primi sei mesi dell’anno e lo si confronta con quello dello stesso periodo del 2024 e del 2025, a prima vista sembrerebbe di sì.

Per il 2026 disponiamo ovviamente solo del disavanzo dei primi sei mesi, che dobbiamo quindi confrontare con lo stesso periodo degli anni precedenti. Pertanto, secondo la tabella, si registrano 575 miliardi di dollari di deficit per l’anno 2024, 710 miliardi nel 2025 e infine un deficit contenuto, ma ridotto per il 2025 di soli, per così dire, 520 miliardi. Si tratta di un miglioramento del 9,6% rispetto al 2024 e, soprattutto, di una riduzione del 27% rispetto al 2025.

Quindi il Presidente degli Stati Uniti d’America, un voltagabbana patologico, ma non lo sciocco che la propaganda spaccia su tutti i media può gridare alla vittoria, al raggiungimento degli obiettivi?

In realtà non è così semplice. Nel 2025, di fronte alla minaccia di un aumento vertiginoso dei dazi doganali, tutte le aziende americane hanno speso somme favolose per costituire una scorta di tutti i beni stranieri indispensabili alla loro attività. Questo spiega l’enorme aumento del deficit commerciale di quest’anno, pari a oltre il 23%. E naturalmente queste scorte hanno permesso alle aziende di ridurre i propri acquisti nel primo semestre del 2026. Tuttavia, già a luglio il deficit riprende a salire con un incredibile -119,6 miliardi di dollari, ovvero un balzo del 39% rispetto alla media mensile dei primi sei mesi. Il che non fa ben sperare per il futuro.

Infatti, non basta imporre dazi esorbitanti sulle importazioni per ridurre il deficit: occorre anche produrre i beni importati. Tuttavia, le massicce delocalizzazioni della fine degli anni ’90 hanno fatto sì che gli Stati Uniti non producano più tali beni. Ciò è evidente se si osserva la tabella che riporta gli incrementi della produzione manifatturiera. La produzione manifatturiera nel 2025 è inferiore del 9% rispetto al picco raggiunto nel 2007. E le tasse non cambieranno granché la situazione, poiché queste aziende si sono delocalizzate proprio per aumentare il tasso di profitto. Un operaio in un paese come il Messico o la Turchia, per non parlare della Cina, ha uno stipendio cinque volte inferiore a quello di un operaio americano o francese.

Per far fronte alla crisi del capitale, che vede naturalmente crollare i propri profitti, le grandi imprese hanno puntato sull’aumento assoluto del tasso di plusvalore ricorrendo alla delocalizzazione, al subappalto e facendo leva su un’immigrazione massiccia di lavoratori per abbassare i salari. Nel settore del subappalto, le piccole e medie imprese di tutto il mondo che si aggiudicano gli appalti devono condividere una parte dei propri profitti e sono costrette a impiegare manodopera a basso costo, ma poco qualificata.

È così che i grandi centri imperialisti sono riusciti, finora, a evitare un nuovo 1929 e un’esplosione sociale con il ritorno della lotta di classe. Ma ciò comporta anche degli svantaggi: un indebolimento del peso industriale su scala mondiale, e quindi un declino relativo del Paese e del suo peso geopolitico, un notevole indebitamento dello Stato; interi settori industriali sono scomparsi e non possono più versare le imposte, il che comporta un calo delle entrate per lo Stato e i comuni. Ciò si traduce in un indebitamento ancora maggiore, poiché ad ogni crisi lo Stato interviene per salvare la propria borghesia senza badare a spese. E naturalmente deficit commerciali da record: ad esempio, tre quarti delle automobili francesi sono prodotte all’estero, ovvero in Spagna, in Turchia, nell’Europa dell’Est e anche nel Nord Africa, in Marocco e in Tunisia. Ciò si traduce per la Francia in un deficit commerciale compreso tra i 15 e i 20 miliardi di euro all’anno, solo per le automobili che ora devono essere importate.

Negli Stati Uniti, gran parte della produzione automobilistica è affidata al Messico e per quanto riguarda i computer, sono tutti prodotti in Cina, solo per citare questi due tipi di beni. Quando si chiede all’Amministratore Delegato di Apple se intende riportare negli Stati Uniti la produzione dei suoi Mac e dei suoi iPhone, da bravo ipocrita, risponde che è impossibile perché negli Stati Uniti non c’è più manodopera qualificata per farlo! E come ha fatto Apple quando ha delocalizzato la produzione in Cina? Ha inviato i propri ingegneri per insegnare agli operai cinesi come produrre MacBook della stessa qualità di quelli statunitensi.

All’inizio presentavano dei difetti, ma a poco a poco la produzione ha raggiunto lo stesso livello di qualità degli Stati Uniti. Il vero motivo è il tasso di profitto, che non è affatto lo stesso negli Stati Uniti e in Cina, poiché il tasso di plusvalore è molto più elevato in Cina grazie a uno sfruttamento più spietato della manodopera. E se Apple e le altre aziende americane dovessero avere problemi geopolitici con la Cina, allora delocalizzerebbero in Vietnam o in India, e perché no, in Messico.

Dopo la forte ripresa del 2021, che ha fatto seguito a un calo della produzione di quasi l’11% nel 2020, a differenza degli Stati Uniti non si è verificata una recessione, ma una quasi stagnazione con incrementi pari allo 0,4%, allo 0,6%, allo 0,2% e, infine, a un fantastico 0,7% nel 2025.

La Francia

La curva degli incrementi mensili si ferma ad aprile; non è quindi possibile trarne conclusioni per l’intero anno. Tuttavia, data la situazione generale caratterizzata dall’impennata dei prezzi dell’energia e da una situazione finanziaria piuttosto difficile per molte aziende, ci si può aspettare, nella migliore delle ipotesi, una quasi stagnazione, come negli anni precedenti, o addirittura un calo della produzione.

Se si osserva la tabella, si nota che per l’anno 2025 si registra un calo dell’11% rispetto al massimo raggiunto nel 2007.

La Germania

A parte il rialzo del 4,7% registrato nel 2021, che compensa in parte il calo dell’8,8% del 2020, la Germania è in recessione dal 2019. E lo stesso vale per il 2026, se si considera che gli incrementi dei primi quattro mesi sono tutti negativi.

La Germania sta attraversando una grave crisi in settori chiave della sua industria, come la produzione automobilistica, l’industria chimica, ecc. Sta subendo in pieno la perdita del gas russo a basso costo e, soprattutto, la concorrenza esistenziale dell’industria cinese, che sta schiacciando la Germania nei suoi punti di forza come l’automobile, le macchine utensili e persino l’industria chimica. Ciò spinge i colossi dell’industria chimica tedesca, come BASF, a delocalizzare massicciamente la propria produzione in Cina. Ma non siamo più ai tempi in cui gli industriali europei venivano accolti a braccia aperte. Ora si tratta di sostenere le imprese nazionali, di favorire l’emergere di campioni nazionali. Gli ostacoli giuridici rendono meno facile fare affari in Cina.

La novità per la Germania è che si trova nella stessa situazione di Francia, Regno Unito, Italia, Spagna e Portogallo; mentre, insieme al Belgio e a differenza degli altri Stati dell’Europa occidentale, aveva superato il picco raggiunto nel 2008, attestandosi al 6% nel 2018, dal 2020 si trova al di sotto di tale picco, con un valore addirittura pari a -10,6% nel 2025!

L’Italia

La situazione non è diversa per l’Italia. A parte il picco del 12,1% registrato nel 2021, che compensa il brusco calo dell’11% del 2020, il Paese è in recessione dal 2019. E nonostante alcuni incrementi positivi registrati da febbraio ad aprile 2026, in particolare dell’1,3% e poi dell’1,4% negli ultimi due mesi, alla luce del contesto europeo e internazionale non ci si può aspettare una ripresa economica nel 2026.

E, per ricordarlo, nel 2025 la produzione italiana è inferiore del 21,6% rispetto al picco raggiunto nel 2007.

Le Eccezioni

Se tutti i vecchi paesi imperialisti non producono più una serie di beni, questi devono essere prodotti altrove. Nell’ultima tabella si può notare che alcuni paesi mostrano dati positivi in controtendenza. Si tratta della Polonia, dei Paesi Baltici, della Turchia e anche di uno dei primi paesi industrializzati, il Belgio, che, grazie alle Fiandre, regione un tempo puramente agricola, registra anch’esso ritmi di crescita non trascurabili, con un +28% nel 2025 rispetto al 2007. Si osservi però che questo non è un miracolo, perché corrisponde ad un incremento medio anno di 1,4%.

La Polonia e i Paesi Baltici hanno tratto il massimo vantaggio dal loro ingresso nell’Unione Europea, registrando un vero e proprio sviluppo industriale. Questi Paesi, che negli anni ’90 avevano attraversato una drammatica recessione, hanno scoperto con gioia la prosperità, sviluppando in modo straordinario il proprio apparato industriale. Purtroppo, l’andamento del capitale è inevitabilmente caotico e, a loro volta, anche loro conosceranno la recessione, proprio come la Cina oggi.

La stessa Turchia registra un incredibile incremento del 116% nel 2025 rispetto al picco del 2007. La Turchia, che pure sta affrontando un’elevata inflazione e una forte svalutazione della propria moneta, ma che trae vantaggio dalle esportazioni verso l’Europa. Le auto di marca francese prodotte in Turchia portano soldi!

La Russia

I rilevamenti statistici ed economici ufficiali della Federazione Russa relativi al 2026 mostrano un progressivo rallentamento dell’attività economica, condizionata da forti pressioni macroeconomiche, dall’impatto delle sanzioni occidentali e dalle ingenti spese statali legate al conflitto in corso.

Non presentiamo dati come abbiamo fatto per altri Stati, stante le dubbie ed incerte cifre che ci forniscono il servizio statistico federale russo Rosstat, e la Banca Centrale Russa, però la guerra imperialista che la Russia sta conducendo contro l’Ucraina ha effetti gravi e pesanti sulla sua economia.

Non abbiamo per ora alla mano dati certi, e tutto quanto traspare è anche frutto di ricostruzioni più o meno attendibili di parte occidentale; quindi di Organismi di rilevazione schierati sul campo bellico opposto.  Da queste rilevazioni si dedurrebbe che il suo fondo statale, a cui ha attinto per finanziare la guerra, è praticamente esaurito. La sua economia è schiacciata da alti tassi di interesse e la popolazione lavoratrice deve sopportare una forte inflazione.

Intendiamo però riportare una descrizione quantitativa nei prossimi nostri lavori.

I "NEET" E L'IPOCRITA GIORNATA MONDIALE DELLE COMPETENZE GIOVANILI

La Giornata Mondiale delle Competenze Giovanili (World Youth Skills Day) si celebra ogni anno il 15 luglio. Istituita dall’Assemblea Generale delle Nazioni Unite nel 2014, la ricorrenza „mira a promuovere l’importanza strategica di fornire ai giovani le competenze necessarie per l’occupazione, un lavoro dignitoso e l’imprenditoria“.

Il Segretario Generale delle Nazioni Unite, António Guterres, per questa celebrazione ha sottolineato come le competenze siano strumenti di emancipazione e inclusione sociale. Ha ribadito l’importanza crescente delle competenze digitali e nell’intelligenza artificiale, esortando ad abbattere il divario digitale per garantire pari opportunità a tutti i giovani, ovunque si trovino“.

Belle e altrettanto scontate parole forgiate ad ogni ricorrente occasione da quell’inutile e costoso carrozzone che illude le masse oppresse perché „in fin dei conti“ c’è qualcuno che ci aiuta.

Le poche briciole lasciate cadere sulle popolazioni in gravi e grandi difficoltà sono solo l’ipocrita maschera dell’abbietto sfruttamento imperialista che si usata in realtà non per alleviare o eliminare sofferenze ma sostanzialmente per contenere le crisi più devastanti e potenzialmente più esplosive. Il loro scopo è di impedire movimenti di massa in grado di destabilizzare il sistema alla radice.

I dati rilasciati da Eurostat, l’Ufficio statistico dell’Unione europea che armonizza le statistiche nazionali affinché queste siano correttamente confrontabili tra i diversi paesi membri, forniscono un quadro negativo e desolante rispetto le pompose aspettative di questi ben prezzolati funzionari ONU.

Le crude statistiche ci dicono che nel 2025 il 13,3% dei giovani tra 15 e 29 anni in Italia si è trovato in condizione di Neet (dall’inglese „Not in Education, Eemployment or Training“, cioè persone senza lavoro, che non studiano e non sono in formazione).

A scanso di equivoci causati da una lettura numericamente superficiale, noi ben sappiamo che in questo indeterminato „contenitore sociale“ ci sono in prevalenza giovani appartenenti al proletariato che rischiano di essere trascinati per mancanza di validi sbocchi nel sottoproletariato, con grave danno, non solo individualmente per loro, ma anche per il futuro rivoluzionario della loro e nostra classe.

E non consola affatto che questo dato, pur essendo in costante calo dal 2020, è comunque uno dei più alti dell’Europa la cui media si attesta all’11%. Il quadro delle percentuali peggiori di quella italiana evidenzia la Romania al 19,2%, la Bulgaria al 13,8%, e la Grecia al 13,6%, mentre i valori minori sono riportati per la Slovenia al 7,6%, ancor meglio la Svezia con il 5,9% ed infine i giovani Neet dei Paesi Bassi con il 5,3%.

Secondo i dati recentemente pubblicati dal The Economic Times, che estende l’analisi a livello più ampio, si vede che negli Usa la quota dei Neet è del 12%.  Di questi le donne sono il 51,5% mentre gli uomini sono il 48,5% . Il 70% ha un diploma di scuola media superiore o meno; un quarto di loro proviene con famiglie con reddito inferiore a 25.000 $. La maggior parte con il 20% vive in aree rurali rispetto le aree metropolitane con il 15,6% o le città in cui vive il 17,1% dei Neet. La quota più bassa di questa statistica sui Neet è rappresentata dai bianchi con il 13,9%, mentre i giovani neri rappresentano il 21,3%.

Il Canada segna una quota di Neet del 13%; l’Australia dell’11,8%.

Gelide e terribili le considerazioni di altra fonte che stimano in circa 20 milioni il numero dei giovani che in Spagna, Messico, Argentina, Perù e Uruguay sono in questa condizione di Neet; un enorme bacino sul quale le organizzazioni criminali dedite al narcotraffico attingono la loro manovalanza.

Secondo una rielaborazione dei dati dell’Ufficio statistico britannico, in tutto il Regno Unito la quota dei Neet è del 13,5% rispetto tutta la popolazione giovanile.

Anche le statistiche europee sono accompagnate da un insieme di considerazioni relative al grado di istruzione che evidenziano che i giovani Neet con solo il diploma di licenza media sono il 12,8%, quelli con titolo di istruzione secondaria superiore sono comunque l’11% mentre i laureati sono ben l’8% di quanti rientrano in questa triste condizione.

Prendiamo ad esempio il dato italiano, che non si discosta gran che da quello internazionale. Dall’articolato Rapporto AlmaLaurea 2025 dell’Università di Bologna sintetizziamo che il tasso di occupazione ad un anno dalla laurea si attesta al 78,6%. Tuttavia questa media nazionale nasconde grandi differenze tra i vari gruppi disciplinari con alcuni indirizzi che continuano a registrare alti livelli di disoccupazione soprattutto nel breve periodo. I laureati in discipline umanistiche, linguistiche, arte e design, senza entrare nel dettaglio di ogni singola facoltà, mediamente hanno un tasso di occupazione del 61,5%. Peggio di tutti sono i laureati in giurisprudenza con un tasso di occupazione ad un anno dal titolo magistrale con il 58,1%.

Il quadro occupazionale di quest’ultimo gruppo migliora sensibilmente dopo ben 5 anni, raggiungendo mediamente l’80,2%.

Ben diverse sono le statistiche per le lauree STEM (Science, Technology, Engineering and Mathematics) con il 92,9% al primo anno che sale al 95,6% a 5 anni dalla laurea, o ICT(Information and Communication Technology) con un passaggio dal 92,7% al 93,9% sui 5 anni. L’area medico-sanitaria e farmaceutica passa dal 87,7% al 93,9% sempre sui 5 anni.

Le statistiche, pur con diversità tra i vari paesi europei, evidenziano come i Neet siano più presenti nelle aree rurali nel 2025 con il 12,2%. La maggior parte delle periferie europee e delle città di medie dimensioni contengono l’11% e le grandi città il 10,3%. In Italia invece si capovolge la situazione che registra valori più alti nelle grandi aree urbane con il 14,2%, seguite dalle zone rurali con il 12,9% e le periferie con il 12,8%. Sono ovviamente inclusi i valori per le città capoluogo che presentano dati riferiti al 2021 con Catania al 35,4%, Palermo al 32,4% e Napoli al 29,7%. Roma e Milano si attestano al 20%, mentre Genova, Firenze e Bologna sono comunque al 18%.

Tutti i commenti sottolineano preoccupati il pericolo di „una delle principali forme di dispersione del potenziale delle nuove generazioni, la risorsa più preziosa per una società“.

Le fiammate di rivolta in Francia, che si estendono ad altre aree geografiche, esprimono proprio l’enorme disagio giovanile che non trova, per ora, altra soluzione che le manifestazioni per una „scuola migliore e l’illusione che gli Stati possano intervenire razionalizzando i propri apparati di istruzione e formazione.

A fronte di questi preoccupanti dati si contrappone la pomposa e fraudolenta narrazione delle fonti governative: più posti di lavoro, disoccupazione in calo, contratti più stabili.

La presunta opposizione rivendica una manovra per un salario minimo, ovviamente senza mai precisarne l’entità né denunciare il pericolo che alla lunga, senza dure e incisive lotte sindacali, da inizialmente „minimo“ diventi alla fine „massimo“.  Propone anche l’eliminazione di tutte le svariate forme dei contratti anomali offerti non solo ai giovani ma a tutti i proletari che si vedono proporre instabili e assolutamente insufficienti paghe di 2 euro l’ora.

Altre statistiche di „Milano Finanza“ ci dicono che oggi in Italia si contano 12,4 milioni di inattivi, ovvero persone in età lavorativa che non lavorano e non cercano lavoro segnando un tasso di inattività di circa il 33%. Questo significa una minore base contributiva, minori entrate fiscali con una crescita più lenta del Pil potenziale e minor dinamismo sociale. In questo gigantesco esercito di forza lavoro di riserva, anche utilizzato per ricattare gli occupati che rivendicano paghe migliori, includiamo anche i Neet.

Spesso questa condizione è legata a paghe troppo basse che non permettono una vita autonoma, soprattutto se residenti in città distanti dalla loro abituale domicilio, per cui si devono sostenere anche le spese per l’alloggio. Una consistente fascia di giovani preferisce, perché costretta, rimanere nella casa familiare e accettare lavori saltuari pagati in nero, quando purtroppo non vengono risucchiati dai vortici della malavita con tutte le conseguenze negative che prima o poi ne derivano.

Poco consola i proletari che, secondo l’elaborazione dei dati Istat, il mercato del lavoro cresca, migliori nella qualità dei contratti, ma non riesca ad ampliare la partecipazione al lavoro, e soprattutto non riesca a recuperare chi è rimasto fuori dal circuito produttivo.

Il paradosso di questa situazione emerge in modo chiaro considerando i seguenti indicatori forniti dall’Istat ed elaborati da Unimpresa: tra settembre 2022 e novembre 2025 sono stati creati oltre un milione di posti di lavoro.

Gli occupati sono passati da 23,1 milioni a 24,1 milioni pari ad un incremento del 4,5% che in un periodo di crisi generale di sovrapproduzione, con continue chiusure di fabbriche, rappresenta un grande risultato ampiamente sfruttato dal governo come prova evidente del suo buon operato! Anche la disoccupazione è scesa da 2 milioni a 1,4 milioni con una roboante riduzione di circa il 25% portando il tasso di disoccupazione dal 7,9% al 5,7%.

La loro spiegazione di una simile e incredibile contraddizione, per cui questa situazione positiva non si traduce in un ampliamento della base dei partecipanti al lavoro è che il sistema non sta includendo nuovi giovani ma starebbe redistribuendo le opportunità a chi è già inserito nel mondo del lavoro. L’aumento degli occupati riguarda in larga misura gli over 50 che comprende il grande numero degli esodati e lavoratori riciclati a livello inferiore pur di campare fino alla pensione, mentre i giovani e le donne rimangono precari.

In questi ultimi anni, la crescita dell’occupazione è trainata soprattutto dall’allungamento della vita lavorativa e dall’aumento dell’età pensionabile, non da un reale ricambio generazionale.

Il menzognero monito della borghesia e dei suoi organi di informazione, rivolto ad un consenziente governo si sintetizza nell’usato slogan imbroglione „Non basta creare posti di lavoro, bisogna creare le condizioni perché le persone tornino a cercarlo“, come fosse una colpa della gioventù senza lavoro.

La nostra parola d’ordine classista, che è una chiamata alla lotta, è invece „Aumento dei salari e della sicurezza sul lavoro“ e „Piena occupazione grazie alla riduzione generalizzata dell’orario di lavoro!“.

Il Partito… e i moderni microfoni

Tempo fa una organizzazione che si occupa di pubblicare su YouTube materiali sulla storia italiana da una prospettiva di sinistra ci propose di parlare della nostra storia recente, che comprendeva una scissione risalente a due anni fa. Noi declinammo l’invito, e spiegammo il rifiuto nel modo che riportiamo di seguito. Lo pubblichiamo, nella speranza che possa essere utile per potenziali militanti a fare una scelta di campo, o a rinunciare a seguirci perché queste nostre posizioni invarianti non rispondono alle loro aspettative.

Caro compagno,

ti ringraziamo per la proposta, che però non può essere soddisfatta. Potremmo semplicemente limitarci a farti sapere che noi non facciamo questo tipo di propaganda. Però la tua proposta ci permette di chiarire meglio le nostre motivazioni, che peraltro risalgono a perlomeno 80 anni fa, quando il partito si riformò dopo la dispersione dovuta a emigrazione, galera, confino, e anche dopo qualche assassinio operato dagli stalinisti.

Il partito che è rifondato nel 1951 non ha più nomi di personaggi eminenti, è un partito che si caratterizza per il suo programma, perfettamente in linea con Marx, Engels, Lenin, le tesi fondative (del 1922) del Partito Comunista d’Italia, sezione della Terza Internazionale, e i primi due congressi dell’Internazionale.

La parola d’ordine fu, ed è: invarianza.

Da allora i nostri scritti non portano più la firma di compagni, salvo le citazioni dai classici maestri del marxismo. Chi cerca il partito della rivoluzione deve cercare il programma adeguato, e non farsi affascinare da nomi altisonanti.

Lo stesso vale per la propaganda: utilizzare tutti i metodi moderni per farsi vedere, per dire di seguirci perché noi siamo meglio degli altri, come se stessimo propagandando un dentifricio o una vacanza ai Caraibi, non serve, non serve a noi, soprattutto non serve alla rivoluzione di domani. Chi è attirato dai luccichii della pubblicità oggi, domani altrettanto facilmente potrà andarsene, creando un danno maggiore di un supposto vantaggio per l’aumento della compagine dell’organizzazione

Il partito non cerca, in questa fase, i numeri, e in realtà non li cercherà nemmeno nella fase ascendente del movimento operaio, che di certo ci sarà, anche se non è dato sapere quando.

Una cosa è il numero di membri del partito, altra è il seguito di massa che il partito può riscuotere. Le adesioni aumenteranno, ma non per questo le maglie si allenteranno; al contrario, saranno più strette, esattamente l’opposto di quanto fece Stalin negli anni ’20, che fece entrare nel partito centinaia di migliaia di giovani entusiasti e ignoranti, che gli avrebbero dato una forza schiacciante contro l’Opposizione.

Il mondo di internet offre notevoli opportunità, e talvolta di certi strumenti non si può fare a meno; per un partito numericamente piccolo, ma organizzato alla scala internazionale come il nostro, non è più proponibile un collegamento solo attraverso la posta fisica, di superficie, come è stato fino a poco più di venti anni fa.

Questo però non significa che dobbiamo lasciarci andare a tutti i rivoli di comunicazione che sono disponibili. Già prima della vostra lettera avevamo deciso di rifiutare l’utilizzazione di Youtube. Utilizziamo ovviamente la posta elettronica, le riunioni, anche pubbliche, online, e un paio di social media che non sono niente di più di un muro con sopra attaccato un manifesto. Nessun dibattito, e men che meno dialoghi tesi a confrontare posizioni, magari nell’intento di trovare punti di contatto, e chissà…

Molti, moltissimi anni fa, ai tempi per capirci dell’esaltazione di Mao, di Ho Chi Minh, di Castro e Guevara, tanti compagni ancora oggi attivi nel partito non si accontentarono delle frasi fatte e altisonanti del gruppettismo dilagante, che in certi casi arrivava a includere migliaia di aderenti, e che sfruttando il naturale entusiasmo dei giovani ne disperdeva le forze in inutili manifestazioni, fino ad arrivare in alcuni casi al terrorismo individualista.

Questi compagni, pur frequentando allora i numerosi gruppi e partiti, e pur leggendo la loro letteratura, non si accontentarono di quelle che erano palesemente spiegazioni approssimate e carenti della realtà, se non addirittura vuoti slogan, e continuarono la loro ricerca fino a incontrare il partito.

In questo modo sono arrivati al partito i suoi attuali militanti, presenti in tutti i continenti. Si tratta di un tipo di militante che non si cura di social media, e preferisce capire affidandosi alla tradizione del marxismo rivoluzionario. Diciamo che il percorso di per sé qualifica il serio simpatizzante, e il futuro membro effettivo del partito.

Riguardo alle scissioni, che indubbiamente possono interessare da un punto di vista del pettegolezzo politico ma che sono state singolarmente poche data la longevità dell’organizzazione, non c’è per noi niente da dire, salvo affermare che quanti se ne sono andati, hanno abbandonato lo storico tracciato teorico e tattico, oltre che organizzativo, della Sinistra.

Per il resto, saranno forse loro che non ci sono più, a descrivere con più dovizia gli eventi. Noi abbiamo il nostro lavoro di sempre da portare avanti.

E questo è il nostro compito di militanti.

Lo stato di degenerazione del movimento proletario in Russia

Nella parte precedente di questo lavoro, è stato delineato il contesto attuale della situazione russa ripercorrendo brevemente la cronologia della degenerazione del movimento operaio russo. Prima vennero i potenti sindacati nati sotto il regime zarista, che tragicamente rinunciarono alla loro lotta nel falso „socialismo“ dell’URSS, trasformandosi in macchine burocratiche di estrazione di plusvalenze. Poi arrivò l'“ammissione“ del capitalismo nel 1991, con i sindacati che proclamarono apertamente la loro agenda di „collaborazione di classe“.

Quell’articolo ha fornito un’ampia panoramica storica di uno dei tre principali tipi di sindacati presenti oggi in Russia: i sindacati fantoccio dello Stato, marci fino al midollo, residui della macchina burocratica dell’URSS.

Per riassumere brevemente il primo tipo che abbiamo analizzato in precedenza, ricordiamo che a causa del falso „socialismo“ dell’URSS i sindacati persero il loro potere durante la controrivoluzione degli anni ’30, trasformandosi in un organo burocratico funzionale all’estrazione di plusvalore. Questo rigido collaborazionismo di classe si mantenne anche nella Federazione Russa, con i sindacati post-sovietici che proclamavano apertamente la „partnership sociale tra proprietari, lavoratori e Stato“.

Questo al presente. Ma le dolorose realtà del Capitale si stanno aggravando sempre di più; pertanto, nessun numero di burocrati statali può interrompere la spinta dei lavoratori a proteggere i propri interessi materiali.

I vecchi sindacati „indipendenti“

Questo detto, prendiamo in considerazione il secondo tipo: i vecchi sindacati indipendenti „di stile occidentale“.

Dopo i continui fallimenti dei sindacati controllati dallo Stato, nell’era del „capitalismo liberale“ degli anni 2000, in Russia si formarono sindacati indipendenti per difendere la reale posizione dei lavoratori, che alla fine confluirono nella KTR (Confederazione del Lavoro della Russia). La confederazione fu fondata nel 1995, a partire da sindacati indipendenti dalla struttura burocratica del VTSPS, sindacati che a loro volta si erano formati negli anni ’80, compresi quelli sulla scia degli scioperi di massa di quegli anni. Dopo una breve scissione negli anni 2000, la confederazione si è riunificata con altre organizzazioni nel 2011, tra cui i sindacati dei minatori, dei controllori del traffico aereo, dei marinai, dei piloti dell’aviazione civile, dei ferrovieri, degli insegnanti e degli operatori sanitari.

Le organizzazioni federate, pur essendo limitate dalle leggi russe sugli scioperi (che codificano ogni sciopero come „coordinato con il governo“, altrimenti è considerato illegale, e non sorprende quindi che gli scioperi dei sindacati indipendenti siano raramente consentiti), riescono a intraprendere azioni legali efficaci per difendere gli interessi proletari. Una performance degna di nota è quella del sindacato del personale medico „Action“ („Действие“), membro del KTR dal 2012. Il sindacato dei lavoratori sanitari utilizza la tattica degli scioperi all’italiana (o „bianchi“), una strategia per ridurre la produttività senza ricorrere direttamente allo sciopero, ottenendo un certo successo nelle ultime due occasioni, quando ha impedito agli autisti di ambulanze di essere costretti a lavorare per un’azienda privatizzata sotto la minaccia di uno sciopero. Purtroppo, però, come accade per la maggior parte dei sindacati in Russia oggi, anche questo sindacato è cooptato dalla presenza del KPRF, che lo indirizza verso la stessa direzione collaborazionista di classe.

Consideriamo ora la terza grande tipologia di sindacati presenti oggi in Russia: si assiste alla diffusione di sindacati spontanei, „illegali“, organizzazioni più combattive, che si formano a causa delle condizioni particolarmente difficili nei settori più recenti dell’economia: in particolare, il settore dell'“e-commerce“, che modellato sulla struttura aziendale americana della „gig economy“, un modello economico basato sul lavoro a chiamata, occasionale e temporaneo, e non sulle prestazioni lavorative stabili e continuative, caratterizzate da maggiori garanzie contrattuali.

I lavoratori sono impiegati tramite piattaforme online, eludendo qualsiasi tutela del lavoro classificandoli come „partner“ e non come lavoratori salariati.

Le tre principali aziende che operano in questo campo sono Ozon, Wildberries e Yandex, che insieme rappresentano l’80% del settore del commercio digitale. Wildberries detiene circa il 40%, Ozon il 30% e Yandex il 10%, che è la risposta russa a Google, ed ha monopolizzato altri servizi digitali (come la consegna di taxi, ecc.). Il settore online è l’unico a mostrare una certa crescita nell’economia russa, sebbene anche questa crescita sia molto lenta; per dare qualche cifra: il fatturato combinato dei maggiori marketplace russi – Wildberries, Ozon e Yandex Market – nei primi nove mesi del 2025 è ammontato a 6 trilioni di rubli IVA esclusa, con un aumento del 36,4% rispetto al periodo gennaio-settembre dell’anno precedente. Nonostante l’aumento significativo, il tasso di crescita si è quasi dimezzato. Le vendite di questi stessi rivenditori online nei primi tre trimestri del 2024 sono aumentate del 60% su base annua, raggiungendo i 4.400 miliardi di rubli.

Di conseguenza, il fatturato di Wildberries nei primi nove mesi del 2025 è aumentato del 33,6%, arrivando a 3.100 miliardi di rubli, quello di Ozon del 44,3%, a 2.400 miliardi di rubli, e quello di Yandex Market del 17,6%, a 404,5 miliardi di rubli. Allo stesso tempo, come emerge dal bilancio consolidato della società per l’anno scorso, il suo fatturato totale nel segmento e-commerce in Russia ha superato i 4.100 miliardi di rubli, con un incremento del 60% su base annua. La cifra analoga di Ozon per il periodo gennaio-settembre si è attestata a 2.900 miliardi di rubli.

L’aumento del fatturato non nasconde il costante declino della crescita dei profitti, che coincide con il raggiungimento del „tetto di crescita“ da parte dell’azienda, e porta a misure di ulteriore estrazione del plusvalore, come multe spropositate imposte ai lavoratori (molto simili a quelle inflitte ai lavoratori nella Russia zarista), in aggiunta a orari di lavoro estenuanti.

L’intero settore è „giovane“, quindi naturalmente non esistono sindacati statali preesistenti in cui raggruppare i lavoratori, la strategia generale delle aziende è quella di non considerare nemmeno i lavoratori come „dipendenti“ (la principale conseguenza di ciò è che i lavoratori non hanno il diritto legale di scioperare), e i tassi di crescita stagnanti causano ulteriori costi che contribuiscono a condizioni di lavoro terribili, come nei centri di smistamento, dove molti lavoratori sono immigrati clandestini.

Questo crea la necessità di organizzarsi, con tutte le aziende che vedono i lavoratori tentare azioni collettive, solo per essere immediatamente represse; un esempio è il sindacato dei lavoratori del centro di smistamento di Wildberries, che ha ottenuto alcuni piccoli successi, come la protezione dei lavoratori dalle perquisizioni corporali prima dell’ingresso sul posto di lavoro. Questi successi sono stati ripagati con azioni legali: il leader sindacale Alexander Shvets è stato condannato a giugno, inizialmente per reati minori di „falsificazione di prove“, al fine di privarlo della possibilità di rappresentare i lavoratori in tribunale. Ora, è stato ulteriormente condannato: il 16 ottobre un tribunale „valuterà“ la possibilità di commutare la sua condanna ai lavori forzati in una pena detentiva. Una possibilità che sembra facilmente realizzabile. I lavoratori, dal canto loro, nel disperato tentativo di proteggere il loro leader, si sono rivolti al capo dell’opportunista KPRF per chiedere aiuto, una richiesta che molto probabilmente rimarrà inascoltata.

Ci sono molti altri casi di leader sindacali perseguitati; la nascita di „nuove“ strutture sindacali viene ripetutamente contrastata con la forza dallo Stato russo, in quanto protettore degli interessi della borghesia russa. Il ruolo dello Stato come „mediatore neutrale“ si sta deteriorando sempre di più; l’unica speranza per i lavoratori è il ripristino di vere e proprie organizzazioni sindacali di classe, pienamente indipendenti, poiché con l’economia ulteriormente sotto pressione a causa dell'“Operazione militare speciale“ in Ucraina, la situazione non potrà che peggiorare.

La guerra aggrava ulteriormente la situazione dei lavoratori

Lo sviluppo della guerra in Russia ha ulteriormente aggravato la situazione dei lavoratori addetti alle spedizioni.  Nell’agosto di quest’anno, l’Ucraina ha lanciato due massicci attacchi con droni contro due delle più grandi aziende russe (che insieme rappresentano circa il 5% del PIL) – Ozon e Wildberries – che impiegavano entrambe un gran numero di addetti alle spedizioni, proletari che già lavoravano in condizioni durissime nei centri di smistamento anche prima della guerra.

Gli effetti economici di questi attacchi sono stati ampiamente riportati, soprattutto per quanto riguarda la devastazione subita dai piccoli venditori borghesi. Da un rapporto:

«Le perdite subite dai venditori di Ozon a seguito degli attacchi con droni ucraini ai magazzini del marketplace ammontano a una cifra compresa tra 88,5 e 107 miliardi di rubli. Si tratta di perdite misurate nelle scorte dei venditori. Il danno stimato derivante dagli attacchi ai magazzini è compreso tra 30 e 62,5 miliardi di rubli.

Le perdite di inventario di Wildberries a seguito dell’ultimo attacco ai magazzini sono stimate tra i 517 e i 580 miliardi di rubli…

La costruzione di un nuovo magazzino potrebbe costare tra i 186 e i 344 miliardi di rubli…

Droni ucraini hanno attaccato i magazzini di Wildberries in diverse regioni della Russia da metà luglio. …Gli attacchi dei droni contro le strutture di RWB hanno colpito più di 40.000 venditori, con perdite totali pari a 600-700 miliardi di rubli (compresi i mancati profitti), con un costo della merce che varia dai 200 ai 300 miliardi di rubli…»

Un colpo tremendo per la piccola borghesia russa; le conseguenti ripercussioni economiche di questa „proletarizzazione tramite attacchi di droni“ sono eventi che in futuro, prolungantesi la guerra, potrebbero diventare sempre più gravi.

C’è però un aspetto di cui si parla raramente, anche da parte dei cosiddetti „comunisti“ russi, ed è il costo in termini di vite umane per la classe proletaria in tutta questa vicenda: i numeri „ufficiali“, altamente dubbi a causa della nota tendenza dello Stato russo a minimizzare le perdite, parlano di decine di morti e centinaia di feriti. Circolano molte voci su operai „scomparsi“, di cui non si conosce la sorte, né se siano vivi o morti, e come al solito, anche i media capitalisti tacciono al riguardo; pertanto, non possiamo fornire ai nostri lettori una cifra precisa.

Una nota sul KPRF e la debole „opposizione“ di sinistra

Ma qual è lo stato del movimento al di fuori dell’organizzazione sindacale? Che dire dei partiti politici?

La degenerazione del KPSS (Partito Comunista dell’Unione Sovietica) è un tema che è stato trattato ampiamente nei nostri lavori, quindi, non riprenderemo ancora gli stessi argomenti poiché possiamo semplicemente evidenziare solo guardando alla condizione finale il punto di arrivo di tutte le decisioni della sua lunga storia: i suoi successori nella storia del partito, e infine l’attuale KPRF (Partito Comunista di Russia).

Si può esaminare qui il „partito ufficiale dei lavoratori“ – il parlamentare legalista KPRF e si può iniziare con un elogio. Elogio per cosa? Per l’onestà, naturalmente! Il 21 aprile 2026, Zyuganov, leader del partito dagli anni ’90, proclamò in un discorso intitolato „L’apice del parlamentarismo della nostra nazione è stato il potere dei Soviet“ (un’idea eretica per qualsiasi marxista):

„Il Presidente ha recentemente convocato il governo. Non assistevo da tempo a una riunione così triste e deprimente. Avrebbe dovuto sentire da voi, rappresentanti del partito al governo, perché stiamo nuovamente precipitando in una crisi finanziaria e produttiva. Ma non ha sentito una risposta chiara a questa domanda. E noi lo avevamo già avvertito. Questo trimestre è stato caratterizzato da un netto calo e nessun esperto serio oggi crede che si potrà raggiungere anche solo una crescita simbolica entro la fine del 1917.

Non possiamo permetterci di ripetere lo stesso errore! Pertanto, dobbiamo tenere conto dell’esperienza storica e prendere decisioni che avremmo dovuto prendere da tempo.“

Sebbene i partiti non siano mai definiti dai discorsi dei loro leader, bensì dalle azioni concrete che compiono, questa dichiarazione era troppo eclatante per essere ignorata: un leader di lunga data che usa la Rivoluzione d’Ottobre come racconto dell’orrore, nel vano tentativo di spaventare gli altri mostri del parlamento e spingerli a cacciare i lavoratori „affamati“! Non certo per un sentimento „proletario“, perché l’unico strato di classe che il KPRF rappresenta è la grande borghesia delle imprese statali, un'“evoluzione“ organica (anche se solo formale) dallo stalinismo.

Infatti, così come Stalin ipotizzava che lo Stato potesse „esistere anche durante il comunismo“, il KPRF vuole disperatamente preservare lo Stato borghese della Federazione Russa nella menzognera affermazione che si possa conquistare il socialismo con i voti, salvaguardando al contempo la „Patria“ (che concetto per i comunisti!).

Ecco cosa fa il KPRF: è sconfitto nelle elezioni farsa e cerca di ingannare i lavoratori, trattandoli come cani al guinzaglio del partito „apertamente“ borghese „Russia Unita“, espressione ancora più cristallizzata della volontà della borghesia nazionale russa: avanti così! Più manifestazioni patriottiche, più sostegno alla guerra imperialista in Ucraina con il richiamo all'“antifascismo“, e più sottomissione quando lo stesso Stato che difendono con tanta veemenza li sceglie come prossimo bersaglio – come è successo con la fazione del „Fronte di Sinistra“ del KPRF, di cui abbiamo già parlato in „Russia e Occidente: la stessa cosa, ma con mezzi diversi“.

E questi sono i veri eredi del KPSS, di Stalin, la nuova generazione di opportunisti che intascano gli stipendi statali, per mentire ai lavoratori e convincerli a sostenere le guerre imperialiste e la continua esistenza della schiavitù salariale.

E tornando alla storia del leader sindacale arrestato, questo è il partito a cui i lavoratori chiedono con i loro voti il sostegno alle loro lotte rivendicative.

Ma che dire dell’opposizione? Qual è la posizione generale dei „veri socialisti“ che si oppongono tanto alla guerra in Ucraina che al regime „autoritario“ nei confronti del proletariato russo? Va detto chiaramente e duramente: in realtà non c’è quasi nessuna posizione definita, ma è bene essere franchi. Le correnti socialiste piccolo-borghesi in Russia sono troppe per elencarle tutte: ci sono quelli che affermano di seguire Trotsky (mentre in realtà a malapena si aggrappano alle stesse convinzioni dei vecchi bolscevichi), i socialisti „post-sovietici“, che antepongono i „valori democratici“ a tutto, criticando Stacylin e definendolo „auto“ i suoi „veri successori“, e così via. Questo tipo di opportunismo ha avuto a malapena la possibilità di svilupparsi in Russia, soffocato sul nascere dalla mano dello Stato, quindi ciò che rimane sono circoli di lettura disorganizzati, limitati a singole città, privi di legami con la classe operaia e periodicamente stroncati dalla polizia. Molti propongono fronti uniti con i partiti liberali filo-occidentali, altrettanto docili, nel tentativo di rovesciare Putin come „nuovo Zar“, in un tentativo ambiguo di richiamarsi a Lenin, o addirittura di adottare metodi simili, dimostrando il loro allineamento di classe con le correnti piccolo-borghesi di „integrazione dei valori democratici“ per poi acquisire „le migliori condizioni per l’organizzazione sindacale“. Non marxismo, ma manifesti e bandiere rosse.

Conclusione

Il crollo dell’Unione Sovietica è spesso percepito come una grande tragedia dal proletariato russo. Come potrebbe essere altrimenti? Il „luminoso futuro comunista“ per cui hanno tanto sangue e tanti sacrifici sono stati fatti, è svanito in un istante (o meglio, è apparso velocissimo agli occhi di chi non ha compreso la tragedia della controrivoluzione). E in effetti, la morte della Rivoluzione d’Ottobre è stata la più grande sconfitta che la classe operaia abbia mai subito nella sua lunga lotta per l’emancipazione.

Ma la realtà è che possiamo rivelare la verità solo esaminando dialetticamente l’intera esistenza dell’URSS: la Rivoluzione d’Ottobre morì molto prima dello scioglimento formale dello Stato nel 1991, non morì con qualche decisione economica degli anni ’80, né con qualche altro articolo che „sospettava“ la potenza della piccola borghesia operaia che si spacciava per una democrazia, le „riforme di Kruscev“ o i „traditori all’interno del PCUS“. Morì, strangolata dalle realtà economiche del paese, dilaniata dalla guerra, con il proletariato in minoranza rispetto alla popolazione contadina, e lasciata isolata dai fallimenti delle sezioni comuniste europee dell’Internazionale Comunista, fallimenti di cui abbiamo scritto per più di un secolo. Lo stalinismo non è altro che il riflesso di quelle condizioni, un riflesso con le mani sporche di sangue del partito bolscevico.

L’onnipresente legge del valore seminò i semi di una vera „rinascita“ capitalista, non importa quante volte gli stalinisti abbiano indicato „lo Stato che rappresenta i lavoratori“, lo stesso Stato in seguito si spogliò della sua pelle morta per rivelare la sua vera natura. Quindi, questo significa che il futuro luminoso e senza classi per cui tanti comunisti hanno combattuto è irraggiungibile? Dobbiamo „rivedere e adattare“ Marx per avere successo? Al contrario, la nostra unica speranza di onorare le battaglie combattute e perse dalle precedenti generazioni dell’avanguardia proletaria è imparare dai loro errori, costruendo un partito capace di sostenere la pressione della guida del Proletariato Internazionale, senza inutili meccanismi formali „democratici“, opportunità che la storia ci offre, un partito unito sia nella teoria che nell’azione. Torniamo dunque a Marx, a Lenin, all’internazionalismo, al nucleo del marxismo rivoluzionario come programma invariabile di emancipazione della classe operaia. E allo stesso modo in cui il partito deve essere ricostruito, gli stessi organi proletari, i sindacati, che hanno seguito l’avanguardia, devono essere restaurati, al di fuori dello Stato, al di fuori dei „compromessi“ collaborazionisti di classe, con lo sciopero come principale strumento di difesa del pane dei lavoratori. Questa è l’unica vera via per superare le realtà restrittive del capitalismo, della schiavitù salariale e della strage imperialista.