Il proletariato mondiale deve rispondere agli assassini di Mosca
La sanguinosa tragedia ricomincia. Vecchi bolscevichi compaiono di fronte a un Tribunale Militare che sa anticipatamente di dover emettere condanne a morte.
Tutti confessano dei crimini gli uni più inverosimili degli altri e il processo si svolge come una sceneggiatura di cui un abile direttore di scena abbia regolato tutte le parti.
Bucharin riconosce di aver cospirato con Trotsky la morte di Lenin nel 1918; Rykov confessa con un sorriso («senile» farà notare un corrispondente straniero) di essere un agente della Germania, del Giappone, dell’Inghilterra e di chi altro si vorrà; Krestinsky, in un momento di lucidità, protesta, ma la Ghepeu, dopo l’arresto di sua moglie, otterrà delle confessioni complete; Rakovsky parla dei suoi «tradimenti» e si fa carico di delitti che l’infame Procuratore dell’Inquisizione centrista precisa man mano. Tutti si professano colpevoli, come Zinoviev, Kamenev, Smirnov, Piatakov e gli altri.
Si rimane confusi, pietrificati dall’orrore di fronte a questo gigantesco abominio. Mai la demenza centrista e il furore anti-rivoluzionario avevano raggiunto tali proporzioni. Trotsky che, nel 1921, era il secondo capo dello Stato operaio, si sarebbe, secondo l’atto di accusa, venduto ai servizi inglesi. Ma, Lenin, allora? Probabilmente fu un agente della Germania come affermarono i menscevichi di destra e tutte le forze borghesi nel 1917. Perché non si porta in giudizio la mummia di Lenin? Ma Stalin non la teme perché non parla né capisce. E‘ sufficiente censurare gli scritti del capo di Ottobre e incensare il suo mausoleo.
Perché parlare delle accuse ufficiali contro i vecchi capi dell’Ottobre? Nessuno ci crede e il loro carattere ultra fantasioso è un soggetto degno di alienati ma non di rivoluzionari.
Dopo l’agosto 1936, l’assassinio di Zinoviev-Kamenev, il massacro di proletari, di militanti dell’Ottobre, di capitolardi di ieri, di centristi in disgrazia, di generali dell’Armata rossa, tutto ciò ha preso delle proporzioni spaventose. Nel silenzio delle prigioni, il boia, con una pallottola alla nuca, esegue le direttive per la «costruzione del socialismo» e i processi sono delle apologie che le vittime devono fare dei loro assassini. Questi processi sono delle vere provocazioni contro il proletariato russo e mondiale, occasioni per suscitare una atmosfera di pogrom contro lo spirito rivoluzionario.
Il centrismo ha preso su di sé di difendere tutta l’umanità, tutta la specie umana assassinando gli uomini della rivoluzione del 1917. Oh, avrebbe potuto farli sparire in silenzio, nell’ombra alla maniera di Stalin. Gli scherani della Ghepeu conoscono il loro mestiere: Ma bisognava dare agli oppressi russi e di tutti i paesi, l’ignobile spettacolo di processi in cui comparivano dei «cadaveri viventi», dei morti per un breve tempo in vacanza.
Vedete quindi, hanno tutti tradito e solo l’incrollabile Stalin è rimasto fedele. Resta solo lui dell’Ufficio Politico del 1917. E i cadaveri ambulanti che sono diventati i Bucharin e soci, poveri uomini triturati da una Inquisizione più feroce e più raffinata di quella di Filippo II, confessano, confessano con dei dettagli che fanno dubitare della ragione di tutti i protagonisti di questi processi.
Perché Krestinsky ritratta il suo gesto di rivolta? Perché Bucharin e Rakovsky, che conoscono senza dubbio la sorte che li attende si prestano agli interrogatori di questo Fouquet-Tinville in maschera che è Vichinsky? e Rikov? E gli altri? Sono in 21 a porre la loro testa al boia. Anche alcuni medici sono incolpati di omicidio volontario. Gorki sarebbe morto avvelenato! Ci sono voluti più anni per accorgersene. Ed essi confessano una cosa del genere con una stupidità che sgomenta. Domani si fucileranno degli operai, dei contadini con i motivi più idioti: uno per il suo fisico anticentrista, l’altro per il suo modo di vestirsi e ben presto i cattivi raccolti avranno i loro „trotskisti“ colpevoli di aver provocato il maltempo e tutte le intemperie.
E‘ la demenza più completa. Bisogna solo, come tutte le cose, spiegarla. E la spiegazione esiste.
In ogni paese, la guerra ruggisce sotto la forma di battaglie territoriali o sotto quella dell’economia di guerra. Il capitalismo gira e rigira il ferro caldo della repressione o del massacro imperialista tra i ranghi operai. Le convulsioni della guerra soffocano le convulsioni della rivoluzione e tutte le forme di dominio capitalista rinchiudono il loro dominio sugli sfruttati. Il fascismo, la democrazia, il centrismo evolvono parallelamente in questa direzione che vuole sostituire al pericolo della rivoluzione i soprassalti della guerra.
Ma reprimere la rivoluzione non vuol dire sopprimere i contrasti che minano ogni paese. Gli antagonismi di classe rimangono e, in mancanza della loro esplosione, appaiono e diventano dei canali di deriva, delle valvole di sicurezza del dominio capitalista tutta la gamma di opposizioni secondarie proprie al sistema borghese.
La Russia è caduta dal campo proletario nel campo capitalista. Con armi e bagagli è passata dall’altra parte e il suo «socialismo» ha acquisito lo stesso valore del nazional-socialismo di Hitler. E‘ stato necessario, nel periodo tumultuoso dell’entrata nel girone della guerra, decapitare la generazione dell‘ Ottobre: decapitare tutte le teste che esprimevano, o erano suscettibili di esprimere, un contrasto particolare alla struttura capitalista dell’Unione Sovietica.
All’epoca delle brigate del lavoro e dello Stakanovismo si fucilavano i «sabotatori». Poi si fucilarono, nel nome di Kirov, centinaia di militanti per giungere al processo dei sedici. La guerra di Spagna stava iniziando. La nuova Costituzione ebbe il suo bagno di sangue e i suoi nuovi processi. Siamo quasi all’ultimo atto. Rimangono Stalin, Litvinov, Vorochilov e qualche altro, di cui molti spariranno bruscamente, fino al giorno in cui Stalin riceverà quanto ha riservato fino ad oggi ai suoi complici. Ma la sua ora sarà anche quella di Mussolini ed Hitler e il segnale dell’attacco rivoluzionario operaio.
Ogni tappa dell’evoluzione contro-rivoluzionaria della Russia è incisa in lettere di sangue nelle carni del movimento operaio internazionale e del proletariato russo. Dopo l‘ ecatombe del 1927 in Cina, ecco il fascismo in Germania e poi il martirio degli operai russi che pagano con il loro sangue la realizzazione dei piani economici.
Il centrismo non può più vivere in altra atmosfera se non quella dell’assassinio di massa. Come potrebbe sopravvivere un regime in cui l’operaio è sfruttato allo stesso modo dei più esecrabili degli inferni capitalisti? Un regime che vale quello di Hitler e che spesso lo supera in crudeltà. Dalla Germania e dall’Italia si riesce ad uscire, ma dalla Russia è raro. Quando esistono delle difficoltà economiche in Russia c’è una sola misura che si prende: le esecuzioni. Se sorgono complicazioni internazionali, una sola misura: esecuzioni. E dato che non bisogna svelare l’impasse in cui ci si trova, si mettono in piedi dei romanzi polizieschi recitati da vecchi bolscevichi offerti in sacrificio.
La borghesia non chiedeva molti dettagli e cose inverosimili per applaudire alla sparizione degli ultimi artefici di Ottobre; non chiedeva tanto per ghignare beffardamente il suo trionfo e proclamare il fallimento certo di ogni sforzo rivoluzionario.
Persino i suoi avvocati social democratici sono un poco spaventati e si coprono il volto.
Sono però i vostri complici, Signori, e chiedono i vostri applausi. In Spagna non avete tanti scrupoli per fare il lavoro di Stalin.
Convincetevi che i processi di Mosca, le esecuzioni a sensazione, le requisitorie in cui, ogni volta, si risale sempre più vicino all’Ottobre 1917, sono pugnalate immerse nelle carni degli operai di tutti i paesi.
Si colpisce il nostro idealismo di classe. Si avvilisce l’idea stessa di rivoluzione proletaria. Si creano delle diversioni in Russia per impedire agli operai di aprire gli occhi sull’inferno che è la loro vita. E la stampa stipendiata, la canaglia giornalistica del centrismo accompagna con le sue ingiurie quelli che stanno per subire l’esecuzione perché hanno vissuto la degenerazione attuale quando avrebbero dovuto morire con le conquiste di Ottobre. Povere vestigia di vecchi bolscevichi il cui cadavere deve servire a consolidare lo Stato russo, bastione avanzato della controrivoluzione mondiale.
Forse una qualche canaglia della Ghepeu avrà fatto intravedere la possibilità di aiutare la Russia con delle confessioni che esaltassero l’idea della difesa della patria sovietica contro il fascismo internazionale? E‘ difficile conoscere la sottigliezza e la raffinatezza dei banditi della Ghepeu per riuscire ad ottenere delle «confessioni», ma, quello che è certo è che nessun mezzo è da rifiutare e questo spiega come dei militanti torturati con abili interrogatori, ma in segreto, separati dalla loro famiglia i cui membri sono garanti delle loro «confessioni», confessino per farla finita e trovare nella morte un po‘ di riposo.
* * *
Resterà il proletariato internazionale impassibile di fronte ai processi di Mosca? Lascerà applicare questo nuovo marchio d’infamia sul movimento operaio? Processi si sono già tenuti alla Casa dei Sindacati, questa sede dei sindacati sovietici che pretendono di unirsi con Amsterdam. Già, questo fatto, è un simbolo della situazione russa. I proletari di tutti i paesi ascolteranno i discorsi sull’unità sindacale con i boia sovietici, senza urlare: Dove sono i vecchi bolscevichi? Dove sono le centinaia di compagni russi e stranieri imprigionati, torturati dal centrismo? Risponderanno ai demagoghi rivendicando una completa solidarietà con gli operai russi che devono riconquistare il diritto di sciopero, ricostruire i loro sindacati, difendere le loro condizioni di vita senza rischiare la morte, cosa a cui non perverranno se non lottando contro lo Stato sovietico e per l’insurrezione!
Noi non ignoriamo che, nella situazione attuale, pochi saranno i proletari che potranno togliersi dal Fronte Popolare per prendere il cammino di classe. Ma questo cammino resta il solo e unico che possa aiutare il proletariato russo e permettergli di unirsi nel fronte in cui gli operai di ogni paese lottano per la rivoluzione mondiale. Non bisogna lasciare che il centrismo trasformi Ottobre 1917 in un’opera di polizia mondiale, per poter accusare i comunisti internazionalisti di essere agenti della Gestapo, del Giappone, dell’Italia, ecc…
La bandiera della rivoluzione mondiale resta in piedi e alta malgrado queste infamie. I morti saranno vendicati e la canaglia centrista ne darà conto ai primi soprassalto rivoluzionari. Ma bisogna assolutamente che ovunque si alzi un grido proletario: Salviamo le vittime del cannibali moscoviti, solidarietà con gli imprigionati, solidarietà con i vecchi bolscevichi.
Nei vostri sindacati, opporre all’unità con le prigioni di Stato dei proletari russi, mozioni di protesta contro i massacri centristi.
Tendances et contradictions de l’évolution capitaliste
Aucune analyse sérieuse, aucune clarté, aucun pas en avant ne sont possibles en dehors d’une révision radicale des critères qui ont encore cours dans le mouvement ouvrier. Lorsqu’il s’agit de comprendre la nature historique de l’évolution actuelle des situations, le cliché légué par la respectable « tradition » devient souvent une forme de « trahison » des intérêts de la classe ouvrière.
De quoi s’agit-il plus précisément ? De dégager l’opposition entre la guerre et la révolution, la bourgeoisie et le prolétariat ; mais de la dégager non abstraitement, avec une formule passe-partout, sinon d’un cours nouveau de situations, propre à la phase extrême de la décadence capitaliste, où le climat historique reste en permanence chargé d’électricité et où la bourgeoisie ne peut plus vivre sans maintenir un état de guerre, alors que le prolétariat ne peut pas être sans poser le problème de la révolution.
Tous les groupes et courants qui ne se rattachent pas à l’évolution de la réalité sociale sont inévitablement portés à transférer, dans le domaine futur, leurs appréciations politiques. Objectivement, leur fonction est de paralyser le prolétariat dans le présent immédiat et de lui faire accepter les solutions capitalistes avec la réserve d’un « demain » qui ne verra jamais le jour. Pour eux, tout s’explique parce que nous allons vers la guerre mondiale. Y a-t-il une complication en Espagne ? Attention : la conflagration mondiale va surgir ! Des difficultés apparaissent-elles en Italie, en Allemagne ? C’est la guerre qui avance ! Et de savantes explications nous feront comprendre que des blocs impérialistes se constituent et si les démocraties sont portées à faire des concessions aux dictatures, soyez persuadés que l’Angleterre n’est pas encore prête pour la guerre.
Il va de soi que la conclusion de ce galimatias sera de « freiner » la course vers la guerre en appuyant les démocraties, ou d’appuyer les républicains en Espagne pour empêcher le fascisme de s’installer dans la péninsule ibérique et jeter l’Europe dans la guerre mondiale. Demain, bien sûr, tous lutteront pour la révolution ; demain, oui, mais aujourd’hui il faut éviter le pire et marcher avec le « bon » capitaliste contre le « mauvais ». Et estimons-nous heureux si la défense de l’U.R.S.S., « bastion de la paix (?) », ne nous est pas servie par centristes et socialistes pour obtenir, sous une forme ou une autre, l’adhésion des ouvriers au « présent » capitaliste.
Les critères que nous voudrions détruire, parce qu’ils sont un aspect dépassé de l’évolution historique, sont ceux qui attendent de la formation de constellations impérialistes un choc qui, de la guerre mondiale, fera surgir la révolution. La guerre d’Espagne qui, selon nos antifascistes d’extrême-gauche, aurait conduit, par des victoires sur Franco, au triomphe progressif de la révolution, a seulement accouché de montagnes de cadavres et d’une répression féroce du gouvernement républicain contre les travailleurs. D’autre part, tous les États capitalistes et la Russie ont participé de concert à cette hécatombe en maintenant leurs contrastes réciproques sur un front de solidarité de classe, qui les a vus agir tous, indistinctement, pour établir l’Union Sacrée, la répression et l’étranglement des mouvements ouvriers dans les pays démocratiques ; le renforcement de la terreur idéologique et physique dans les pays fascistes et en Union Soviétique.
Faut-il en déduire que les États capitalistes ne s’opposent plus entre eux ? Les intérêts contrastants des différentes bourgeoisies ne tiennent-ils pas à la structure nationale de leurs économies, aux nécessités de leur développement ? Mais qui actionne le mécanisme qui provoque une friction entre un État et un autre ? La congestion de l’économie qui tient sa raison d’être du contraste entre rapports de production et forces de production : entre bourgeoisie et prolétariat ? Ou s’agit-il d’un aspect d’une loi du système capitaliste, laquelle, au sein de chaque État, oppose l’individualité économique à l’autre, la petite entreprise à la grande, le trust au trust, etc… ?
Nous pensons que l’expérience d’après guerre prouve que si le capitalisme ne peut pas supprimer les contrastes de son système et son évolution continuellement antagonique, il peut parfaitement surmonter toutes leurs manifestations. Mais à une condition : en mâtant le prolétariat, qui est la classe qui peut seule donner aux contradictions du système une portée révolutionnaire. La tendance universelle vers l’autarcie et ses formes extrêmes d’Italie, d’Allemagne, de Russie, ne sont que des preuves que le capitalisme mondial peut trouver une solution aux contrastes économiques particuliers à sa classe sur différents secteurs, à la condition de pouvoir maîtriser mieux et plus solidement la révolte des forces de production. La violence qui aura raison du prolétariat interviendra souvent pour dompter des manifestations antagoniques surgissant au sein des classes dominantes.
Ce qui se passe au sein de chaque État : la centralisation extrême de la défense économique, sociale et politique de la classe capitaliste, se répercute, dans la phase de décadence capitaliste, sur le système mondial. Si, dans la phase d’ascension, une période de congestion économique tombait dans une crise qui nettoyait le terrain et permettait (au cours de la reprise) d’aller plus loin et si cette évolution s’accompagnait de guerres de conquêtes, de frictions brutales entre impérialismes, la guerre de 1914 a marqué l’arrêt définitif de cette période. Depuis 1918, l’évolution capitaliste suit un autre chemin qui est placé entre deux pôles opposés. D’une part, Octobre 1917 ouvre la phase de la révolte permanente de la classe ouvrière dont l’objectif le plus immédiat devient la révolution ; d’autre part, chaque secteur capitaliste menacé reçoit l’aide économique de ses ennemis d’hier et la formule « le capitalisme est un » devient une réalité sociale de chaque jour.
C’est seulement ces dernières années, depuis le conflit italo-abyssin, que les tendances actuelles de l’évolution du capitalisme décadent ont pris figure pour les marxistes. Sans une position de classe au sujet de la guerre, pas de position juste sur les tendances de l’évolution capitaliste. La défense des exploités abyssins et italiens devait aboutir à une vision de la réalité exigeant une explication de l’attitude de l’Angleterre, de la France, de tous les pays capitalistes. De même, la guerre d’Espagne et puis celle de Chine. Nos positions de classe demandaient une explication de classe de l’évolution capitaliste dans le monde.
Les tendances qui se dégageaient se clarifiaient tous les jours — et se clarifient encore à présent —. La guerre se « localisait », mais tous les pays l’exprimaient dans leur production économique et leurs rapports sociaux. Tous les États faisaient la chaîne autour de l’Espagne pour y déverser qui des hommes et du matériel militaire, qui des capitaux ; tous les États y puisaient la force d’imposer l’Union Sacrée et l’économie de guerre.
Mais un phénomène se dégageait nettement. Les contrastes inter-impérialistes se contractaient pour se concentrer dans chaque pays. Les pays moins pris à la gorge par la tension sociale, intervenaient malgré le sacrifice apparent ou réel de leurs intérêts, pour étançonner la domination bourgeoise.
Depuis 1936, la guerre d’Espagne reste « localisée » mais tous les contrastes inter-impérialistes ont reflué vers de gigantesques programmes d’armement. Aux dires des stratèges — gens à courte vue s’il en fut jamais — l’Angleterre n’est pas prête, ni la France, ni l’Amérique. Seules l’Italie et l’Allemagne le sont. Très bizarre, en effet, mais beaucoup moins quand on sait que les « stratèges » sont des socialo-centristes qui voudraient un élargissement de la guerre antifasciste.
Un raisonnement simple serait le suivant : pourquoi, surarmer sinon pour une guerre qui se rapproche chaque jour ? Mais sans les programmes de surarmement, comment pourrait-on, aujourd’hui, faire fonctionner la vie économique de chaque pays ? Une question trouve donc réponse dans l’autre. Tous les contrastes inter-impérialistes sont actionnés par la pression insupprimable qu’exerce la révolte des forces productives. L’Italie, l’Allemagne, représentent les pointes avancées de la riposte capitaliste à la menace prolétarienne et c’est pourquoi aussi nous les retrouverons à la pointe des contrastes inter-États. Leurs partenaires démocratiques, loin de profiter de la faiblesse ou de la dépendance économique de l’Italie, de l’Allemagne, du Japon, fournissent plutôt matières premières et capitaux. Ce qui fait que, d’une part, ils permettent le développement des armements des puissances qui menacent leurs intérêts, et, d’autre part, mènent campagne pour justifier l’adoption de leurs colossaux budgets de guerre.
Paradoxe ou réalité ? Paradoxe pour ceux qui espèrent aboutir à une conflagration mondiale ; réalité pour ceux qui comprennent la solidarité inter-capitaliste contre la menace prolétarienne.
Tous les pays vivent donc de la production de guerre, bien que la guerre sévisse seulement en Espagne et en Chine. Tous les pays sont solidaires pour amortir leurs oppositions réciproques, en étançonnant les secteurs les plus menacés. Chaque contraste inter-impérialiste signifie nouveaux crédits pour l’industrie de guerre dans tous les pays lorsqu’il n’est pas acheminé directement vers l’approfondissement de la guerre en Espagne ou en Chine.
Verrons-nous, au terme de ce processus de guerres « localisées » et de production de guerre, tout le système capitaliste culbuter dans un règlement de compte général, ou ce processus est-il appelé à survivre jusqu’à la prochaine conflagration des classes ? Le capitalisme ne « choisit » pas entre l’un ou l’autre. Il emprunte le chemin de ses intérêts de classe, aujourd’hui localisation de la guerre et production de guerre. Ce sont ses propres contradictions et le mécanisme de la lutte entre les classes qui trancheront le problème du futur. Dans la situation présente gisent des contradictions profondes. Ce sont celles-là même que les derniers événements internationaux font apparaître, et si nous avons examiné les tendances qui nous apparaissent dans la situation actuelle, c’est pour mieux pouvoir les analyser.
* * *
Par deux coups de théâtre, l’Allemagne passe au premier plan de l’actualité politique : les événements du 4 février et les entretiens de Berchtesgaden, où le problème autrichien reçoit une première solution.
Au point de vue international, l’Angleterre donne le signal d’une adaptation à une situation de fait et immédiatement dans les pays démocratiques des tendances très solides lui emboîtent le pas. Chamberlain proclame que sa politique préservera peut-être la paix pour une génération, mais Eden acquiert une vaste popularité parmi les masses mobilisées par les Trades Union contre les « agresseurs fascistes » auxquels on fait de graves concessions. Spaak entraîne le Parti Ouvrier Belge dans cette direction et, en France, soyons-en sûrs, le Front Populaire s’y adaptera.
Examinons de plus près la nature des faits qui nous occupent. Depuis 1936, nous le répétons, la guerre d’Espagne permet aux différentes économies de travailler sur un pied de guerre. L’Allemagne, comme l’Italie, n’avait qu’à faire fonctionner à plein rendement une machine parfaitement montée et huilée. Mais cette évolution mondiale s’accompagnait de deux tendances. L’Italie décongestionnait, par moment, sa situation en intervenant avec force, sans égard pour les intérêts de ses collègues du comité de non-intervention. L’Allemagne réagissait, avec une brutalité inouïe, aux soi-disant bombardements de sa flotte. Chaque fois il semblait qu’on allait vers la catastrophe et chaque fois nouveau compromis accompagné d’une nouvelle campagne démocratique pour intensifier les armements. Et le Japon que n’a-t-il fait en Chine sans provoquer autre chose que des notes anglaises et américaines ?
Mais, depuis novembre 1937, la situation économique de toutes les économies de guerre a baissé. Encombrement du marché de la guerre ? Stabilisation des fronts en Espagne ? Les États-Unis ont pensé réagir en mettant debout un programme colossal de surarmement : le prétexte est évidemment le contraste avec le Japon illustré par le torpillage du « Panay ».
L’Allemagne et l’Italie, dans cette conjoncture, voyaient leur situation s’aggraver et, plus que jamais, devaient recourir aux capitaux étrangers et aux manifestations intérieures et extérieures pour diluer ou prévenir des explosions d’ouvriers surchauffés depuis la guerre espagnole.
Les événements du 4 février sont le paravent théâtral jeté sur toute cette situation et le commandement unique réalisé au point de vue des forces militaires aurait pu, nous le concédons volontiers, s’opérer pacifiquement comme en France ou ailleurs, n’étaient-ce les circonstances du moment1. Il fallait préparer les entretiens de Berchtesgaden dans un cliquetis d’épées et un bruit de bottes, afin de donner aux ouvriers allemands l’impression de grands événements d’où se dégage la puissance du fascisme. La situation de l’Allemagne est tragique pour le prolétariat, comme en Italie et en Russie. Les difficultés économiques sont d’envergure. Mais nous ne nous faisons pas d’illusions sur une explosion révolutionnaire en perspective en vertu de cela. Les ouvriers allemands ont leurs salaires de 1932 (connus sous le nom symbolique de « salaires de famine ») dépréciés de près de 40 p.c. L’économie allemande est maintenue dans l’étau des offices de contrôle, du rationnement et le moindre de ses mouvements est dominé avec force. Comme l’a très bien dit l’ancien ministre de l’Économie, Schacht, « l’organisation de l’économie permet de faire l’économie d’une dévaluation », ce qui, en langage courant, signifie qu’aucune soupape de sûreté n’existe sur le terrain des manœuvres économiques. Le contraste entre la production de guerre et d’ersatz et la production alimentaire atteint des proportions gigantesques à tel point que Schacht dut donner de l’air en juin 1937 et, grâce aux importations, provoquer une détente alimentaire. L’Allemagne dépend en tout de l’étranger : 40 à 60 p.c. des matières premières lui font défaut ; 25 à 30 p.c. de produits alimentaires sont importés et, dans l’ensemble, sur une occupation de 72 p.c. de sa main-d’œuvre totale, le Reich exporte 6 à 8 p.c. de son degré d’occupation.
Comment vit l’Allemagne ? Sur un pied de guerre, c’est évident et de même qu’après l’armistice ce sont les capitaux anglais, français, américains qui alimentèrent son économie, aujourd’hui sa production de guerre est alimentée par les autres pays. Abandonnée au régime exclusif des Clearings, l’Allemagne manquerait d’air, tout comme l’Italie. Ces pays ne peuvent dépasser le taux d’exploitation du prolétariat auquel ils ont abouti, taux qui marque l’abominable calvaire des ouvriers de ces pays et que la Russie, selon le principe Stakhanoviste, tente de dépasser.
La guerre mondiale doit-elle résulter des coups de tête de pays aux prises avec une telle situation ? Là gît le problème. L’Italie a prouvé qu’on peut faire la guerre et la liquider sans mouvement révolutionnaire, à la condition d’éviter les heurts entre impérialismes sur les points névralgiques. L’Angleterre l’a compris et sa Home Fleet se retira de la Méditerranée. L’Espagne est une preuve un peu différente de ce problème. L’Allemagne, l’Italie, la Russie sont intervenues ouvertement sans que le conflit armé devienne mondial.
Et, à son tour, Hitler a fait l’expérience. À Berchtesgaden, le chancelier Schuschnigg a accepté de nommer ministre de l’Intérieur un nazi et des menaces furent faites, très certainement au nez des puissances, en cas de non-observance de cet Anschluss miniature. Schuschnigg a fait un discours en réponse à celui de Hitler où l’énergie du ton fut en fonction de la situation intérieure. Le « jusqu’ici et pas plus loin » fut un avertissement aux ouvriers autrichiens à se tenir tranquilles.
La réponse aux coups de clairon de Hitler et aux entretiens de Berchtesgaden fut, comme on sait, la démission d’Eden. Nous voici au nœud du problème. Aux contrastes qui l’opposent à l’Allemagne et à l’Italie, l’Angleterre répond par une politique de concessions extrêmes et des avances financières. En contrepartie, elle demande une aide italo-allemande pour tenter de liquider ou de circonscrire le conflit espagnol de façon à ce qu’il se liquide par lui-même. Parallèlement, tous ces soubresauts font monter d’un degré les budgets de guerre.
Il y a l’exemple de l’Éthiopie, rappelons-le, où l’Italie parvint, sans mouvement révolutionnaire, à en finir. Mais, sans les sanctions, y serait-elle arrivée ? Aujourd’hui, nous avons la Russie qui, dans l’évolution mondiale, joue un rôle que l’on ne saurait assez apprécier pour empêcher la lutte prolétarienne. Malheureusement pour le capitalisme, la situation actuelle ne se liquide pas par la démission d’un ministre et des discours. L’Allemagne et l’Italie obtiennent un répit pour mieux sauter dans une tension économique et sociale, alors que les interventions « démocratiques » reculent l’échéance. Chamberlain a parlé d’une génération. Cela n’est qu’une vantardise que les remous en Angleterre démentent. Eden est devenu le représentant d’un fort courant à substance Front Populaire ralliant travaillistes et une partie des conservateurs.
Ici aussi, deux courants opposés apparaissent et dès que celui de Chamberlain aura épuisé les possibilités de manœuvres de la situation mondiale, l’autre aura préparé son terrain, comme en 1935 en France avec Laval cédant sa place, après la guerre d’Abyssinie, au Front Populaire.
Au point de vue international, la masse des armements pèse sur tous les pays et intervient dans tous les débats. Sans eux, c’est l’explosion brutale d’une crise et de mouvements ouvriers. Mais, avec eux, c’est une situation permanente de guerre, une congestion lente des économies et des menaces d’embrasement de nouveaux secteurs ; c’est l’Union Sacrée de la guerre avec sa mobilisation effrénée des socialo-centristes.
D’un autre côté, la solidarité inter-impérialiste est devenue une loi de l’évolution capitaliste et tend à limiter les foyers de guerre pour tenter de les liquider sans danger révolutionnaire. Si, en Espagne, on terminait la guerre, ces deux années de répression capitaliste, les hécatombes ouvrières et la campagne de la Russie faisant de chaque groupe de révolutionnaires des agents de la police ou du fascisme, sauraient-ils empêcher des explosions de classe ?
L’Italie et l’Allemagne, après leurs coups de théâtre, se prêtent au jeu, car c’est parfaitement conforme, avec l’aide financière qu’ils escomptent. Mais leur situation intérieure est-elle assez forte ? Un arrêt de la guerre espagnole ne congestionnerait-il pas leur vie ? Le répit de Chamberlain ne sera-t-il que de quelques mois ? En France, en Angleterre, la bataille entre les deux courants bat son plein, mais, déjà, nous naviguons, pour le moment, dans une nouvelle politique capitaliste.
Pour le prolétariat, cette situation internationale est grosse de dangers. Chaque répit que le capitalisme obtient est un recul des mouvements révolutionnaires, car si les contradictions de classe se polarisent et se concentrent davantage, la répression et les procès de la Russie jettent d’autant plus le désarroi parmi les ouvriers avancés. Si le capitalisme arrivait à liquider la guerre espagnole sans explosion révolutionnaire, l’échec du prolétariat serait terrible, bien que la guerre se rallumerait sur un autre secteur et déterminerait inévitablement le réveil ouvrier. Les fractions de gauche se doivent de tenir compte de toutes les éventualités et d’être prêtes à y faire face avec courage et clairvoyance.
Notes
La question de l’État
Cet article est destiné à favoriser la discussion au sein des deux fractions adhérentes et du Bureau.
Qui dit État dit contrainte. Qui dit socialisme dit liberté. L’opposition est flagrante et aucun subterfuge ne peut en atténuer la signification. Dans n’importe quelle conjoncture de la lutte des classes, cette opposition persiste et, pour prendre l’hypothèse la plus extrême, si demain, en face de l’assaut capitaliste déferlant contre les frontières de l’État prolétarien, les communistes recouraient aux méthodes bourgeoises de coercition envers le prolétariat ou n’importe lequel de ses groupements, une involution profonde s’amorcerait dans l’État prolétarien et ce ne serait plus un État de cette nature qui remporterait la victoire contre l’assaillant bourgeois, mais le fanion révolutionnaire et prolétarien commencerait par recouvrir une marchandise que le capitalisme aurait pu faire pénétrer dans nos propres rangs.
Mille fois il a été dit que le socialisme est une question de substance et non de forme, ceci reste vrai pour n’importe quelle circonstance. Nous devons ajouter que lorsque sous le prétexte de la « nécessité de l’heure », la forme fait un emprunt à la substance, l’altération qui se produit n’est pas occasionnelle mais définitive et les conséquences se produiront avec la même logique de fer qui fait découler le massacre actuel des ouvriers d’Espagne, de Chine et les orgies du Tribunal Suprême de Moscou des erreurs initiales commises au début de la révolution russe.
Avant d’aborder l’examen du problème, nous tenons à préciser que nous sommes loin de nous ériger en juges de Lénine et des artisans de la révolution russe, ou de donner le moindre crédit aux détracteurs social-démocrates de la révolution russe, lesquels essayent d’établir une relation de dépendance nécessaire entre Octobre 1917 et les hécatombes actuelles de Russie, entre Lénine et entre Staline. Nous sommes des marxistes. Le véritable hommage, le seul hommage à nos maîtres consiste à considérer Lénine comme une expression gigantesque de son époque, qui a réalisé ce qu’aucun de nous n’aurait pu faire, qui nous a légué un héritage colossal, qu’il est de notre devoir d’appliquer et d’amplifier à la lumière des événements survenus. Ainsi c’est comme des anneaux d’une même chaîne d’infamie que le prolétariat dénoncera Staline et ses compères social-démocrates. Le premier massacrant à tour de bras en 1935-38, les autres essayant de laver les taches de sang qu’ils portent sur leurs mains dans les fleuves rouges qui inondent actuellement l’Espagne, la Chine, la Russie, l’Italie, l’Allemagne et qui demain dévasteront le monde entier en une succession de guerres ou bien en une conflagration mondiale.
La notion de l’État
Dans l’ordre historique nous assistons à la formation de la classe d’abord, de l’État ensuite. Cela ne tient pas à des circonstances occasionnelles, mais dépend de l’évolution économique. L’instrument du travail qui sépare l’homme de la nature détermine ainsi un accroissement de la production qui donne lieu à l’accumulation au sein des castes qui sont les formes primitives de la classe, parce que l’ampleur de la production ne permet pas d’assouvir les besoins de la collectivité, en même temps qu’elle dépasse la capacité de consommation de la couche privilégiée. Dans les premiers temps, c’est à l’amiable que peuvent être résolues les questions sociales et une hiérarchie s’établit. Une solidarité existe entre les différentes fonctions sociales et les couches inférieures des travailleurs ne parviennent pas à sentir des besoins supérieurs a ceux que la société leur permet d’assouvir. Dans la phase ultérieure il en est tout autrement. La logique même de l’accumulation porte à la sujétion économique, à la contrainte pour maintenir cette sujétion et l’État apparaît comme une nécessité historique déterminée à la fois par la progression de la production et l’insuffisance de cette production pour permettre l’expansion des besoins de la collectivité, d’où la division en classes de la société.
Ces facteurs de l’évolution historique nous révèlent à la fois le caractère distinctif de l’État (coercition) et la nécessité de cet État qui ne pourra disparaître que lorsque l’ampleur de la production, combinée avec la progression de la civilisation, permettra non seulement la satisfaction de tous les besoins existants, mais aura aussi permis la généralisation des besoins à l’ensemble des producteurs. Il ne s’agit donc pas seulement de croire que l’égalité existe puisque l’ouvrier et le paysan, l’Anglais et le Chinois recevront ce qu’ils demandent, mais il s’agit de se trouver dans une situation où les uns et les autres auront atteint un tel degré de progrès et de civilisation qu’ils seront en une condition réelle d’égalité. C’est seulement alors que la société communiste pourra s’établir.
L’État qui est apparu après les classes, et cela en fonction de l’évolution économique, peut-il continuer d’exister après la destruction de la classe exploiteuse, dans la période de transition ? Ou bien son maintien va-t-il préjuger de la victoire remportée par le prolétariat ? Y aurait-il au terme de l’évolution historique un renversement de positions et nous trouverions-nous devant la nécessité de faire persister l’État après la suppression de la classe exploiteuse ? Nous posons ce problème car il est d’une importance exceptionnelle. Il ne dépend nullement du hasard et l’ignorer c’est tomber dans des tenailles qui nous jetèrent de Lénine à Staline.
Nous l’avons déjà remarqué. L’État répond à deux nécessités historiques : la coordination de la production, d’une part ; la défense des privilèges de la classe maîtresse, d’autre part. Le premier élément persiste même après la destruction du capitalisme, et continuera d’exister non seulement jusqu’au plein épanouissement des besoins des producteurs, mais aussi jusqu’à la maturation des conditions objectives pour déterminer l’égalité des besoins. Le second élément cesse d’exister puisque l’appareil de domination de la bourgeoisie a été détruit, mais ceci ne nous conduit nullement à postuler l’idée que le caractère de l’État ne serait plus le même qu’auparavant. Il serait tragique de se leurrer après les expériences que nous venons de vivre.
Le problème posé sur ses véritables fondements nous permet de nous rendre compte qu’en définitive, au terme de l’évolution historique qui conduit à la construction de la société communiste et y prélude, les lois de l’évolution sont les mêmes que celles qui existent dans le communisme primitif et au cours de toutes les phases successives. La destruction de la classe exploiteuse ne supprime ni la division de la société en classes, ni la différenciation parmi les travailleurs, ni la nécessité de l’État lui-même. La question est celle-ci : la tendance de l’évolution économique, aussi bien d’ailleurs que la base même de la société communiste de demain, obéiront-elles aux lois de la centralisation maximum de la production, de sa discipline à un plan minutieusement étudié, ou bien aux lois de la décentralisation, à une vie économique parcellaire ? Aucun doute n’est possible. En face des gigantesques installations industrielles, de ces formidables progrès économiques, il n’y a pas d’autre solution qu’une discipline centralisée de toute la production. Au sujet de la centralisation et de la décentralisation, Lénine. dans sa polémique avec Kautsky, a dit des choses définitives et qui restaurent complètement la pensée de Marx à ce sujet. En effet, la centralisation ne s’oppose nullement au libre épanouissement des initiatives individuelles et ne suppose pas nécessairement la contrainte. La discipline qui en résulte n’est que l’adhésion, la canalisation de toutes les énergies dans l’ensemble de l’industrie planifiée.
La destruction de la classe exploiteuse laisse debout la différenciation de classe, et l’État reste une nécessité jusqu’à la maturation des conditions réelles pour la société communiste. D’autre part, la tendance qui conduit à la société communiste est celle qui se dégage de l’évolution économique elle-même et qui conduit à une centralisation croissante de la production. L’État persiste après la destruction du capitalisme parce que cette destruction ne signifie pas la disparition des classes. Tout comme l’État au début révélait un caractère positif et négatif, il en sera de même après la victoire prolétarienne : instrument nécessaire du progrès économique, menace permanente de diriger ce progrès non à l’avantage des producteurs, mais contre eux et vers leur massacre.
Les anarchistes ont évidemment perdu toute raison d’être dans le mouvement prolétarien après qu’ils ont en Espagne prouvé la « justesse » des critiques de Bakounine contre Marx en devenant ministres, généraux, agents de police et violents défenseurs de l’État catalan, qui peut inscrire à son actif des massacres d’ouvriers dépassant de beaucoup les exploits de Mussolini et Hitler. Mais cela ne nous empêche pas de mettre en évidence cette notion que l’on doit se soumettre à la nécessité de l’État, même après la victoire prolétarienne, car sa raison d’être existe dans l’ordre de la production, dans l’insuffisance de cette dernière par rapport aux besoins des producteurs, des besoins qui parviennent à se déclarer et de ceux qui ne le peuvent pas, les conditions de la civilisation ne l’ayant pas encore permis.
Mais l’État, malgré l’adjectif de « prolétarien », reste un organe de coercition, il reste en opposition permanente et aiguë avec la réalisation du programme communiste ; il est en quelque sorte la révélation de la persistance du danger capitaliste dans toutes les phases de la vie et de l’évolution de la période transitoire.
Pour conclure sur ce point, nous pouvons affirmer que l’État, loin de pouvoir exprimer la classe prolétarienne, en représente l’antidote constant et qu’il y a opposition entre dictature de l’État prolétarien et dictature du prolétariat.
La notion de dictature du prolétariat
Marx en Engels n’ont pas beaucoup écrit au sujet de cette question. Mais il serait faux de dire qu’ils n’ont pas exprimé une opinion définitive. Les expériences vécues par le prolétariat mondial les ont mis dans l’impossibilité de traiter, d’une façon organique et systématique, ce problème, mais tous leurs écrits nous permettent de nous guider à ce sujet.
S’il est parfaitement exact que l’idée de dictature est inséparable de celle de la coercition, il est tout aussi vrai que si cette coercition se réalise par les systèmes chers au capitalisme, nous aurons une dictature substantiellement bourgeoise, avec un nom et un drapeau prolétariens. Il serait vain de vouloir différencier la dictature capitaliste et celle du prolétariat en se basant uniquement sur les moyens dont l’une peut se servir et auxquels l’autre devrait ne pas faire recours. Il y a évidemment des moyens qui sont propres au capitalisme et qui répugnent au prolétariat, telle la violence, mais nous comprenons qu’à certains moments, et particulièrement lors des éruptions révolutionnaires, il n’y a pas d’autres solutions que la violence. Nous traiterons de ce problème plus particulièrement dans la suite. Qu’il nous suffise de rappeler pour l’instant que Marx a parlé de la violence comme « accoucheuse » de l’histoire et non comme d’un moyen permettant de régler les problèmes de la vie sociale.
L’idée de la dictature est inséparable dans son essence même de l’idée de la classe. L’appliquer à la bourgeoisie, c’est expliquer sa domination sur les travailleurs. L’appliquer au prolétariat, c’est la faire coïncider avec sa mission, son programme dans l’ordre économique, politique et historique. Tout décalage qui se manifeste, dans n’importe quel instant de la période de transition entre dictature et mission du prolétariat est une atteinte directe à l’idée même de la dictature. Quand, par exemple, Trotsky – et d’une façon un peu mitigée Serge – pour justifier Kronstadt disent d’un côté il y avait l’État prolétarien, de l’autre les insurgés où il y avait bien des ouvriers mais où les ficelles étaient tenues par les réactionnaires à l’affût d’un mouvement de restauration bourgeoise, en arrivent à la conclusion que c’était ainsi que la révolution devait agir (Trotsky) ou qu’elle était forcée d’agir (Serge), nous nous trouvons en réalité en présence d’un bouleversement total des idées qui doivent présider à la gestion de l’État prolétarien. En effet, le problème se pose ainsi : en face d’une mutinerie produite par la famine, si le prolétariat fait recours aux mêmes moyens qu’un État bourgeois, il se travestit, se renverse et sa substance devient bourgeoise.
Le problème se pose donc ainsi pour nous. Des circonstances se produisent où un secteur prolétarien – et nous concédons même qu’il ait été la proie inconsciente de manoeuvres ennemies – passe à la lutte contre l’État prolétarien. Comment faire face à cette situation ? EN PARTANT DE LA QUESTION PRINCIPIELLE QUE CE N’EST PAS PAR LA FORCE ET LA VIOLENCE QU’ON IMPOSE LE SOCIALISME AU PROLÉTARIAT. Il valait mieux perdre Kronstadt que de le garder au point de vue géographique, alors que substantiellement cette victoire ne pouvait avoir qu’un seul résultat : celui d’altérer les bases mêmes, la substance de l’action menée par le prolétariat. Nous connaissons l’objection : mais la perte de Kronstadt aurait été une perte décisive pour la révolution, peut-être la perte de la révolution elle-même. Ici nous touchons au point sensible. Quels sont donc les critères de l’analyse ? Ceux découlant des principes de classe ou les autres que l’on peut retirer des situations ? Plus concrètement. Ceux qui nous portent à considérer qu’il vaut mieux que les ouvriers fassent une erreur même mortelle, ou bien les autres qui nous font dire qu’un accroc doit être fait à nos principes car ensuite les ouvriers nous sauront gré de les avoir défendus même par la violence ?
Toute situation fait apparaître deux sortes opposées de critères qui amènent à deux conclusions tactiques bien opposées. Si nous nous basons sur la juxtaposition des formes nous en arrivons aux conclusions qui se dégagent de la proposition suivante : tel organisme est le PROLÉTARIAT ; il faut le défendre parce qu’il est tel, même si nous devons pour cela briser un mouvement ouvrier. Si nous nous basons par contre sur la juxtaposition substantielle, nous en arriverons à des conclusions opposées : un mouvement prolétarien qui est manoeuvré par l’ennemi porte en lui-même une contradiction organique opposant les prolétaires à ses ennemis ; pour faire éclater cette contradiction, il faut faire oeuvre de propagande et EXCLUSIVEMENT de propagande parmi les ouvriers qui au cours des événements eux-mêmes recouvriront la force de classe leur permettant de briser le jeu de l’ennemi. Mais si par hasard il devait être vrai que l’enjeu réel de tel ou de tel autre événement est la perte de la révolution, il est certain que la victoire obtenue par la violence serait non seulement une dissimulation de la réalité (des événements historiques comme la révolution russe ne dépendent jamais d’un épisode et l’écrasement de Kronstadt ne peut avoir sauvé la révolution que pour les esprits superficiels), mais détermine la condition pour la perte effective de la révolution : l’atteinte aux principes ne restant pas localisée, mais se généralisant à tout le cours de l’activité de l’État prolétarien.
Cette digression nous permettra d’avancer plus rapidement dans la précision des caractères de la dictature du prolétariat. Le problème se transposant dans celui de la dictature de la classe prolétarienne, il nous faut donc indiquer quels sont les objectifs et la mission du prolétariat et dans quels domaines ils s’affirment et au travers de quels organismes.
1° Dans l’ordre économique. – Déduire de la thèse que le socialisme est le fils naturel de l’industrialisation de l’économie, le corollaire que les ouvriers doivent, dans leur propre intérêt, consentir aux sacrifices nécessaires à la construction d’une économie industrielle hautement développée, serait donner un drapeau rouge aux principes qui dirigent l’économie capitaliste et dont les défenseurs s’acharnent à affirmer que l’accroissement de la production est profitable surtout aux ouvriers. Le prolétariat sait qu’il y a opposition manifeste entre l’accumulation de la plus-value et la partie de la valeur du travail qui lui est attribuée sous forme de salaire. Cette opposition reste tout au long de la période transitoire et ne prendra fin que dans la société communiste. Le pôle de concentration de la plus-value est l’État dont les lois mènent INÉVITABLEMENT à accumuler toujours davantage au détriment des travailleurs. Il n’y a pas d’antidote possible en dehors de celui de classe, puisque l’opposition porte entre deux éléments contrastants. Au surplus, l’expérience russe est définitive. Staline représente (dans le domaine économique également) une rupture avec les postulats prolétariens. Et les plans quinquennaux, parvenant à réaliser une gigantesque transformation industrielle, représentent en même temps l’appauvrissement misérable des travailleurs.
En face d’un État dont l’évolution NATURELLE est de s’opposer à la progression économique des travailleurs, il n’y a pas d’autre solution que l’existence d’organisations syndicales avec tous leurs droits et, en tout premier lieu, leur indépendance organique à l’égard du parti et de l’État et le droit de grève.
2° Dans l’ordre politique. – C’est ici le domaine spécifique de l’action du prolétariat, c’est ici aussi que se manifeste concrètement la signification de la formule de la dictature du prolétariat. Celui-ci en effet n’a aucun objectif en ce qui concerne la nature de l’évolution économique : l’industrialisation comportant en elle-même l’inévitabilité du triomphe du socialisme.
Qu’est-ce donc la mission du PROLÉTARIAT ? En quelque sorte, nous sommes ici devant une pétition de principe. Il n’y a rien à démontrer puisque la formule contient déjà la solution. Mais les interprétations qu’on en a données imposent des précisions minutieuses.
En présence de la persistance des classes, même après la victoire prolétarienne, c’est un changement profond de substance qui marquera l’opposition avec le régime bourgeois. Pour ce qui concerne les classes exploiteuses, celles-ci n’existent plus – dans la réalité sociale – après la socialisation des moyens de production et la suppression de la propriété privée, mais elles continuent d’exister, à l’état de puissance : elles sont le spectre qui hante toute la période de transition. Les erreurs inévitables de la gestion économique et politique du prolétariat déterminent la condition objective pouvant faire éclore un mouvement de restauration bourgeoise.
La dictature du prolétariat ne se déploie nullement en des conditions de liberté et cela à cause de la persistance des classes à l’intérieur des frontières, sans compter les régimes capitalistes existant dans les autres pays. C’est dire qu’une erreur est viciée dans sa manifestation, et surtout dans ses conséquences, par les conditions de fait et l’existence d’un pôle pouvant la canaliser vers une évolution capitaliste. Et cela justifie la solution dictatoriale. Il est évident qu’à la longue les prémisses économiques (persistance des classes) rendent non seulement inopérante toute mesure dictatoriale, mais menacent l’État qui y recourt d’une métamorphose l’acheminant vers son débouché naturel qui est d’opposer la violence – ou la menace de celle-ci – aux ouvriers qui voudraient se soustraire aux lois de l’accumulation. Mais nous avons en vue une période transitoire pour laquelle les mesures dictatoriales sont parfaitement valables. Il s’agit en définitive d’enlever au capitalisme la possibilité d’exploiter les conséquences des erreurs inévitables de la gestion prolétarienne, et de laisser le camp de ces erreurs se manifester dans l’enceinte de la classe prolétarienne. C’est en cela donc que se justifie la dictature du prolétariat, avec ces deux limitations toutefois :
1° Que la violence ne se justifie que pour la période de l’éruption révolutionnaire et nullement après. Et nous entendons ici préciser que le socialisme qui dès son apparition avait inscrit à son programme l’abolition de la peine de mort doit appliquer cet objectif même a l’égard de ses ennemis de classe au cours de la période normale de sa gestion, et ce au travers de la justice répressive des organes de l’État.
2° Qu’au grand jamais on n’assimilera les mouvements ouvriers avec les manoeuvres de la restauration ennemie. A ce sujet nous nous en reportons aux explications que nous avons données en parlant de Kronstadt, auxquels nous assimilons évidemment les mouvements de Makhno et, en général, tous ceux où étaient impliqués des groupements ouvriers, quelle qu’ait été leur étiquette. Jamais donc la violence contre les travailleurs ne sera appliquée et elle sera mille fois moins justifiée une fois le prolétariat au pouvoir.
Ceci dit, il reste à examiner le problème spécifique du mouvement ouvrier où une infinité de courants s’agitent et où un SEUL courant est appelé à représenter les intérêts réels du prolétariat. Et ici pas de doute possible, tous ces courants expriment indirectement l’intérêt de l’ennemi, en se ralliant indirectement aux régimes capitalistes existant à l’étranger et directement avec toutes les formations de classe intermédiaires, et, en ordre principal, avec la bureaucratie étatique. Mais ici encore la proposition : je (le parti de classe) suis le prolétariat, l’autre (social-démocratie. anarchisme, etc.) c’est l’ennemi ; cette proposition se transforme inévitablement en celle-ci : je (le parti du prolétariat) perds ma substance pour en acquérir une capitaliste dès que, pour écarter l’influence ennemie, je fais recours aux moyens dictatoriaux qui sont le propre du capitalisme.
L’émancipation des travailleurs sera l’oeuvre des travailleurs eux-mêmes, a dit Marx, et cette formule centrale du socialisme est, pour nous, autre chose qu’une conception pour justifier les brimades à l’égard des travailleurs qui suivent d’autres conceptions.
ELLE REPRÉSENTE LE PRINCIPE FONDAMENTAL DU PROLÉTARIAT. Nous qui sommes extrêmement intransigeants quant à la défense de nos conceptions et qui n’admettons aucune compromission avec d’autres courants, car nous les considérons néfastes pour le cours de la formation du parti de classe, nous sommes aussi de l’avis que toutes les autres conceptions représentent un degré de la formation de classe des ouvriers, que leur existence manifeste toujours l’inachèvement de l’oeuvre du parti de classe, quand elle ne manifeste pas, par surcroît, une erreur tactique ou principielle du parti. Notre position se conclut donc dans la formule que c’est le prolétariat lui-même qui, dégageant de son sein le parti de classe, dégage aussi le cours de nettoyage de toutes les infections ennemies, qu’importe le nom qu’elles puissent porter. Le prolétariat au pouvoir ne peut intervenir que par un dispositif (qui doit avoir d’ailleurs une nature de classe) ancré dans les organismes reliés directement avec le mécanisme économique, ce mécanisme à propos duquel nous avons dit qu’il est actionné par un État dont la logique de développement est d’aller à l’encontre des revendications et du programme du prolétariat. Ce dispositif ne peut se trouver que dans les syndicats, organes spécifiques de classe, sensibles aux revendications immédiates et partielles des ouvriers. Tous les courants agissant au sein de la classe ouvrière trouveront dans le syndicat une pierre de touche. D’un côté, ils seront forcés de mettre en rapport leur politique avec une base de classe ; de l’autre côté, les fractions syndicales du parti du prolétariat trouveront dans ces luttes l’aliment indispensable non seulement à leur progression mais aussi à la sauvegarde de leur nature communiste.
La liberté des fractions syndicales doit être totale. Ces fractions doivent non seulement pouvoir arriver à la tête de la direction centrale, mais posséder la liberté de presse, de réunion, de meeting, aucune restriction ne pouvant être envisagée.
Pour nous résumer. la dictature du prolétariat signifie donc exclusion de tous les droits à la bourgeoisie, obligation à tous les courants agissant au sein de la classe ouvrière de se manifester uniquement au sein des organisations syndicales.
La dictature du parti du prolétariat
Les considérations qui précèdent nous permettent de traiter rapidement cet aspect du problème. Pour nous, la dictature du prolétariat est la dictature de son parti de classe, dictature se manifestant en dehors de toute intervention violente à l’égard du prolétariat et de ses groupements.
Nous nous sommes déjà expliqués sur la nécessité de cette dictature résultant de ce que la production économique laissant subsister les classes, il est indispensable d’écarter de la situation le pôle bourgeois de concentration des erreurs de la gestion prolétarienne au point de vue économique aussi bien que politique.
En définitive, la conquête du pouvoir par le prolétariat ne fait que poser une hypothèse soumise à la vérification des événements. Le prolétariat s’affirme le protagoniste de la refonte de la société, et cela autour d’un programme qui représente la sélection d’une série de données fondamentales consacrées par la lutte ouvrière dans les différents pays. L’évolution politique est là pour confirmer une position doctrinale du marxisme, suivant laquelle si nous pouvons assister aux trahisons, compromissions, abandons d’individualités et de groupes, il y a une continuité de fer quant aux positions politiques, et c’est en définitive un programme unique qui accompagne, exprime et guide l’oeuvre d’émancipation du prolétariat tendant à la construction de la société communiste. Le caractère monolithique du programme constitue la prémisse de la nécessité du parti unique du prolétariat. Il est exact qu’après la conquête du pouvoir, mille dangers assaillent le parti qui détient le contrôle de l’État et qui peut en faire usage pour imposer l’adoption de la politique qu’il soutient. Mais la persistance de toutes les organisations de classe du prolétariat et, dans son sein, le libre épanouissement de tous les courants, représentent un contrepoids pouvant préserver le parti de la dégénérescence.
Le prolétariat, en prenant le pouvoir, affirme aussi que c’est dans le cadre idéologique de l’action prolétarienne que se développera l’action tendant à la révolution mondiale et à l’avènement de la société communiste. C’est en son sein que la liberté devra être assurée à toutes les fractions exprimant des divergences, des réactions à la politique du parti. Et ici, encore plus que pour ce qui concerne les organisations syndicales, non seulement aucun recours à la violence ne peut être toléré, mais – sur la base du centralisme organique – aucune atteinte ne peut être admise par les organes centraux du parti à l’égard des formations de base. Tout le mécanisme du parti doit pouvoir fonctionner d’une façon absolument libre, et toute latitude doit être donnée à la formation des fractions qui seront pourvues des moyens financiers nécessaires à leur expansion par le parti lui-même.
Le cours des événements mettra à l’épreuve la candidature que le parti avait posée, aussi bien que le sort politique des fractions qui se meuvent dans son sein. Il est possible que, comme ce fut le cas en 1920-21 pour la Russie, encore une fois, le parti du prolétariat se trouve devant ce dilemme : ou bien risquer le tout mais rester ferme sur les principes prolétariens, ou bien – en prospectant la nécessité d’un répit – porter atteinte aux principes et rester malgré tout au pouvoir. Il faut s’entendre sur un point de grande importance.
Il ne s’agit point d’élever en des questions de principe des problèmes qui peuvent être réduits en des questions secondaires et au sujet desquels le dilemme final ne se présente pas. Mais lorsque les problèmes fondamentaux interviennent, aucune hésitation n’est plus possible et il vaut mille fois mieux engager la bataille avec la certitude d’être battus que de rester au pouvoir en infligeant une défaite aux principes prolétariens.
C’est ici que se pose le problème de la violence. Il est certain que dans la polémique Lénine-Kautsky, une déformation s’est produite à cause des circonstances politiques de l’époque. La négation de Kautsky de la violence s’accompagnait de la revendication de la démocratie et nous savons ce qu’est la démocratie que les travailleurs espagnols payent aujourd’hui avec leur sang, après que le capitalisme allemand et italien eut trouvé dans le jeu effréné de cette démocratie la possibilité d’éventer la menace révolutionnaire et de mitrailler les prolétaires révolutionnaires. Lénine n’était pas l’apôtre de la violence contre la négation qu’en faisait Kautsky. mais il était le porteur de la science révolutionnaire marxiste détruisant toutes les hypocrisies de la démocratie et réédifiant la théorie de la dictature du prolétariat. Le climat dans lequel se développa cette polémique et les luttes de classe de l’époque firent surgir presque en tous les communistes l’idée que la violence pouvait résoudre les problèmes politiques. L’idée de Lénine : nous avons l’État dans nos mains, nous pouvons donc nous permettre la Nep et, demain, nous pourrons enlever aux capitalistes ce que nous leur donnons aujourd’hui, cela fait partie de cette mystique de la violence que les événements ont pleinement démentie. En elle-même la Nep ne représente pas une transgression des principes communistes, car elle ne fait que révéler une situation sociale ne permettant pas l’ostracisme envers toutes les formes non socialistes de la gestion économique, et dans ce sens elle doit être pleinement revendiquée par les marxistes. Mais ce qui est à repousser de la Nep, c’est son idée centrale : on donne aujourd’hui avec la perspective de rétracter demain. Non, il n’y a pas d’interruption possible entre ce que l’on fait et ce que l’on fera. Il y a une continuité de fer dans le temps et il faut rester communiste aujourd’hui pour pouvoir l’être demain aussi. Admettre une concession économique aux capitalistes, remplacer les réquisitions par l’impôt en nature, en un mot liquider le communisme de guerre et consacrer la légalité des formations économiques correspondant à I’immaturité socialiste de l’état économique, ce n’est là qu’un ensemble de mesures qui ne souffre aucune critique au point de vue marxiste. Mais il s’agit d’autre chose lorsqu’on considère que ces formations économiques peuvent devenir autant d’anneaux de l’économie socialiste, ce qui est déjà contraire aux principes du communisme. Et il serait vain, même extrêmement dangereux de recourir à un jeu de mots en affirmant que puisque ces mesures restaurent la vie économique, elles sont profitables à l’évolution socialiste. Oui ! elles le seront, mais à la condition de bien en identifier la nature qui s’oppose au socialisme, menace la dictature du prolétariat. L’expérience de 1920-21 est là d’ailleurs pour donner un aspect concret et indiscutable à ces questions. La Nep s’accompagne non seulement de l’idée que, le prolétariat mondial étant vaincu, il faut se diriger vers l’exploitation des divergences opposant les États capitalistes, mais dans le domaine intérieur avec l’idée de la liquidation des organisations syndicales avec Kronstadt, avec la subjugation du prolétariat au cours de la Nep. Il en aurait été tout autrement si, au lieu d’affirmer, comme le fit Lénine, que le socialisme pouvait profiter de la renaissance du capitalisme, l’on avait déclaré que cette renaissance était inévitable et que c’est contre elle que le prolétariat devait alerter ses organisations, et en tout premier lieu les syndicats.
En un mot, la mystique de la violence doit être repoussée de fond en comble. L’alternative qui se pose au travers de la violence n’est pas entre le succès qu’elle permet et la défaite inévitable qui résulterait si l’on n’y recourait pas. L’alternative est entre le programme du prolétariat et l’altération qui en résulte si l’on fait intervenir la violence. Aucune défaite n’est plus cuisante et irrémédiable que celle que l’ennemi remporte en métamorphosant les organes du prolétariat et en chargeant le parti du prolétariat d’appliquer ses propres méthodes.
Les rapports internationaux de l’État prolétarien
Nous pourrons d’autant mieux traiter cet aspect du problème qu’il nous a été possible de définir la notion de la dictature du prolétariat pouvant s’identifier avec celle de dictature du parti du prolétariat mais étant opposée à celle de la dictature de l’État prolétarien. Il est évident que dans ce domaine aussi la tendance NATURELLE de l’État prolétarien est de s’engrener avec le système des autres États capitalistes et de pouvoir ainsi s’épanouir librement. Mais tout comme pour la bourgeoisie écrasée par l’État prolétarien et à laquelle seront interdites toutes les possibilités, il en est de même pour ce qui concerne les relations de l’État ouvrier au-delà de ses frontières. Cet État doit être privé de la possibilité d’établir des rapports avec les autres États. Au point de vue politique, le fait seul que des relations soient établies avec les États capitalistes heurte de front le programme prolétarien. Au point de vue économique, il n’est nullement nécessaire d’avoir des représentations diplomatiques pour toutes les questions d’ordre commercial. Au sujet de celles-ci, une autre mesure de sauvegarde est à prendre. Dans presque tous les pays, existent des organisations économiques à caractère de classe, c’est-à-dire les coopératives. Nous savons fort bien que celles-ci ne sont nullement sujettes au contrôle prolétarien et qu’elles sont une pépinière d’opportunistes. Mais leur caractère de classe se prête bien mieux aux rapports commerciaux avec l’État prolétarien que les trusts capitalistes. D’autre part, il est certain que le fait de confier à elles l’intégralité des rapports économiques avec l’État prolétarien est de nature à permettre un relèvement du droit de regard et des initiatives des travailleurs.
Cette question de l’activité de l’État prolétarien au-delà des frontières est secondaire par rapport à celui des rapports du parti du prolétariat avec les partis de classe des autres pays. C’est ici que se trouve l’axe de la question. Pour nous qui considérons que la conquête du pouvoir dans un pays n’est un acte communiste qu’à la seule condition d’être considéré comme un épisode de la lutte mondiale du prolétariat, c’est uniquement à l’Internationale que peut être confiée la tâche de la direction politique du parti qui est au pouvoir ; à une Internationale où, loin de faire jouer les lois du nombre qui détermineraient inévitablement l’hégémonie du parti au pouvoir, l’on devra se laisser guider par le poids spécifique des différents prolétariats et par une représentation de délégations de partis, ce qui assurera la majorité aux classes ouvrières qui, du fait même qu’elles sont toujours en butte aux attaques capitalistes, gardent un instinct de classe bien plus sûr. Cette remarque fort pertinente que fit en son temps Bordiga doit être considérée dans toute sa valeur.
* * *
Un mot pour conclure. L’on pourrait dire que toutes les mesures qui sont préconisées actuellement sont destinées à un échec, comme il en fut le cas pour une oeuvre d’ailleurs géniale : L’État et la Révolution de Lénine. Son auteur se trouva dans l’impossibilité de respecter les conclusions qu’il y avait défendues. Il faut s’entendre. Tout d’abord Lénine, dans la période héroïque de la révolution russe, s’inspira de ces considérations. Ensuite à quoi rime ce scepticisme des éternels « réalistes » ? Dans ces conditions il n’y aurait qu’une chose à faire : proclamer que le programme et l’idéalité communistes ne sont que des mots que la réalité se chargera bien d’envoyer dans les nuages. Ce n’est pas notre avis et nous sommes passionnément sûrs d’avoir raison.
Ottorino PERRONE
Notes Internationales: Février… mois des coups de théâtre sur l’échiquier international
Premier coup de théâtre… le 4 février en Allemagne, — Hitler prend personnellement le commandement de toutes les forces armées et une véritable hécatombe de généraux accompagne le « limogeage » du maréchal von Blomberg, ministre de la Guerre, et du général von Fritsch, commandant en chef de l’armée.
von Ribbentrop remplace von Neurath au Ministère des Affaires Étrangères et dans un large mouvement diplomatique les ambassadeurs de Rome, Vienne, Tokyo, centres névralgiques de la situation internationale, sont déplacés.
La fantaisie de la presse internationale s’est donnée libre cours pour arriver à des appréciations diamétralement opposées — bien que basées les unes et les autres sur des indices plus ou moins probants.
Troisième révolution du Reich (après celles du 30 janvier 1933 qui porta Hitler au pouvoir et du 30 juin 1934 qui supprima Röhm et sa bande) qui résoudrait le conflit latent entre le nazisme au pouvoir et la Reichswehr soutenue par certaines couches capitalistes, ou tout simplement « relève de la garde » des plus hautes hiérarchies militaires, politiques et diplomatiques ?
Et dans la première hypothèse, s’agit-il d’une victoire du nazisme, extrémiste et totalitaire, contre la Reichswehr, ce qui signifierait après l’élimination de Schacht, il y a deux mois, la mainmise sur tous les leviers de commande de la vie politique et économique du Reich, ou, tout au contraire, d’une victoire de la Reichswehr qui — au prix de quelques sacrifices — aurait réussi à empêcher que le dictateur économique Göring, devienne aussi le dictateur militaire avec Himmler, chef de la Gestapo, comme ministre de l’Intérieur.
Si von Neurath est déplacé du Ministère des Affaires Étrangères, c’est pour être nommé Président du Conseil privé, de constitution récente — qui doit régler la politique extérieure du Reich — où la Reichswehr a ses représentants.
Éliminons un aspect du problème : l’Allemagne, en centralisant dans une seule personne tous les rouages de la défense nationale, n’a fait que suivre l’exemple d’autres pays. Et en régime totalitaire, il est évident que ce ne peut être que le Duce ou le Führer qui, du reste, délègue ses fonctions à des techniciens, comme Mussolini l’a fait avec Badoglio et Hitler avec von Keitel, auquel hiérarchiquement est subordonné le néo-maréchal Göring lui-même.
Qu’il y ait des contrastes internes dans le Reich, cela va sans dire, mais il nous est impossible de savoir si réellement la Reichswehr était contre l’intervention en Espagne, contre l’alliance avec le Japon et surtout avec l’Italie. Il en est de même en ce qui concerne des projets d’alliance militaire avec la Russie (ce qui expliquerait la récente « décapitation » de l’armée rouge en la personne du maréchal Toukhatchevski et d’autres généraux qui seraient ainsi les victimes d’une collusion « Staline – Gestapo ») tout comme de l’opposition de la grande industrie et des gros propriétaires fonciers à la politique économique du nazisme qui se traduit dans le « Plan de quatre ans ».
Si nous épousons la thèse d’une victoire du nazisme sur la Reichswehr, cela devrait signifier l’intensification de l’intervention en Espagne — dont la dernière victoire nationaliste avec la reprise de Teruel serait l’indice — et d’une aide au Japon, tandis que jusqu’à présent, c’est la Chine qui semble avoir seule bénéficié de l’intervention allemande.
L’éventualité d’une lutte violente entre nazis et Reichswehr est la thèse du Front Populaire qui, en l’absence d’une intervention du prolétariat lequel, par suite de la trahison du centrisme est évincé de toute possibilité d’intervention de classe, mise sur la Reichswehr comme les « antifascistes » italiens avaient misé sur le fils du roi, sur le cousin du roi (duc d’Aoste) ou sur les généraux « antifascistes »…
C’est également la thèse défendue par les chauvinistes de droite qui réclament une guerre préventive contre le danger « nazi » et qui marchent en parfait accord avec les centristes français, lesquels viennent de faire « tambouriner » un pèlerinage patriotique au champ de bataille de Valmy.
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Les « supporters » de la thèse de la victoire nazie du 4 février se réclament des événements d’Autriche. En effet, les accords de Berchtesgaden entre Hitler et Schuschnigg du 12 février seraient pour eux les premiers pas vers la reconstitution de la « grande Allemagne ».
De l’Autriche et de la Hongrie, c’est surtout vers l’Autriche que convergent les appétits des impérialismes allemand et italien. L’Anschluss est à l’ordre du jour depuis le démembrement de l’empire des Habsbourg. Le nazisme, après l’écrasement du prolétariat viennois, en février 1934, par le chancelier « martyr » Dollfuss, avait tenté de précipiter les événements en organisant le putsch de juillet 1934 qui devait coûter la vie à Dollfuss. L’Italie en profita. Comme on le sait, le fascisme tend à la restauration des Habsbourg, sur la suppression desquels avait pourtant été basée toute l’intervention italienne dans la « grande guerre ».
L’accord italo-autrichien-hongrois de 1934 fut renforcé en 1936 ; en janvier dernier on a tenu une nouvelle conférence de cette autre « triplice ». Mais l’Allemagne avait pris la contre-offensive en signant déjà avec l’Autriche en juillet 1936 un traité qui trouve son aboutissement dans les accords du 12 février. Schuschnigg soutient que les accords ne représentent pas une capitulation devant le nazisme allemand parce qu’il a confiance dans les assurances de Hitler sur l’indépendance autrichienne. Or, la partie la plus réticente de ce discours du 20 février est celle qui concerne l’Autriche ; Hitler s’y est limité à affirmer que le Reich reconnaît l’indépendance autrichienne. Schuschnigg tonne contre toute immixtion du Reich dans les affaires intérieures du pays, mais les nazistes autrichiens sortent de prison pour entrer dans le gouvernement et le premier acte du ministre de l’Intérieur est d’aller à Berlin pour y recevoir les « dikta » du Führer. Quant au « socialiste » qui est entré dans ce même gouvernement — en admettant que les social-démocrates soient disposés à une collaboration même avec le successeur de Dollfuss — il semble que le prolétariat de Vienne ait exprimé clairement son opinion à son égard.
Mais, en tout cas, que signifie « indépendance » ? On peut réaliser dans les faits une Anschluss sans qu’il soit nécessaire de la consacrer au travers d’un texte légal. Et une alliance militaire, doublée d’une Union douanière, n’est-elle pas en vérité une Anschluss qui, bien que larvée, n’en est pas moins existante ? Dantzig n’est-elle pas sous le contrôle absolu du nazisme allemand, tout en restant « État libre » ?
Hitler a donc maintenant « libéré » les six millions d’Allemands de l’Autriche. Ce sera sans doute prochainement au tour des trois millions d’Allemands des Sudètes soumis à la Tchécoslovaquie et s’il réussit à imposer sa domination politique et économique à la Hongrie, la « grande Allemagne » sera reconstituée.
Pour le moment la Hongrie réarme. Et dans le but de secouer le « traité de Trianon », elle cherche des alliés… Horthy, au cours de son récent voyage en Pologne, a déclaré que la Pologne et la Hongrie devaient réaliser une frontière commune, ce qui à proprement parler signifie le démembrement de la Tchécoslovaquie. Compte tenu de la politique italienne, s’agirait-il d’une première ébauche d’un axe Rome-Budapest-Varsovie ?
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Et parce que toutes les choses parfaites vont par trois, voici, le 20 février, la démission d’Eden du Ministère des Affaires Étrangères Britanniques. Il est vrai qu’entre Neville Chamberlain et Eden, la dissension occasionnelle de la crise dépendait non du fond de la question à savoir s’il fallait entamer des conversations directes avec l’Italie et l’Allemagne, mais de la méthode à suivre et du moment à choisir. Eden avait, en effet, avalisé toute la politique des conversations directes, faite en 1937, sous une forme plus discrète.
Mais les conservateurs de la nuance Neville Chamberlain sont les supporters de l’« isolement » ou de la neutralité armée — très armée si l’on se réfère au récent programme de réarmement — qui, du reste, se conjugue très bien avec le principe essentiel de la politique extérieure de l’autre grande nation anglo-saxonne, les États-Unis, même dans le domaine du réarmement massif. Cette politique ne peut inévitablement que donner le coup de grâce à l’idéologie de la S.D.N. laquelle pourrait l’entraîner dans une guerre pour le compte d’un tiers. Bien que cette éventualité reste très problématique comme le démontre le sort réservé à l’Éthiopie et à la Chine, pays sociétaires et « agressés » suivant le pacte de la S.D.N.
Les conservateurs de la nuance Eden et, avec eux, les libéraux et les labouristes, veulent au contraire persister dans les méthodes illusoires de Genève, surtout les derniers qui, après avoir approuvé tout le programme de réarmement de Neville Chamberlain, crient maintenant à la trahison et réclament des élections générales pour que le peuple anglais porte au pouvoir la combinaison Eden-Attlee.
Mais la démission d’Eden signifie quand même un tournant de la politique extérieure de l’Angleterre. À côté des pourparlers directs avec l’Italie, Lord Halifax pourra maintenant, comme ministre des Affaires Étrangères, mener également à bonne fin les pourparlers avec Berlin qu’il avait déjà entamés dans sa « mission de chasse » (en novembre dernier).
Et la répercussion de ce tournant ne peut manquer de se faire sentir en France où le remaniement du Troisième Gouvernement de Front Populaire est déjà mis en cause. On doit d’ailleurs s’attendre à une répercussion du même genre en Belgique.
Nous n’envisageons pas un divorce entre la « perfide Albion » et le « coq gaulois » pour un retour à la lutte traditionnelle entre ces deux puissances. Bien qu’il ne faille pas exclure que l’Angleterre ne soit pas trop affectée de l’effritement de l’hégémonie militaire que la France avait constituée avec l’aide de ses États « vassaux » et qui actuellement sont en train de se détacher d’elle.
Neville Chamberlain ne fait que reprendre la politique de Laval en 1935 et, pour nous, même la première édition du Front Populaire de Blum n’a fait que continuer cette politique de la Bourgeoisie.
Au cours du grand débat sur la politique extérieure à la Chambre française, Flandin a réclamé « l’alignement sur l’Angleterre » et des conversations immédiates avec Berlin et Rome. Chautemps et Delbos ont à leur tour déclaré qu’on restait strictement lié, comme dans le passé, à une « collaboration » — non en subordonnés, mais en associés — avec l’Angleterre dans toutes les démarches en vue d’une détente avec l’Italie et l’Allemagne et qui garantiraient la Paix.
Chautemps a affirmé sa volonté de composer avec l’Italie, son espoir d’une amélioration des rapports avec l’Allemagne, tout en restant dans le cadre de l’équilibre européen et de la sécurité collective, exprimée par la S.D.N.
Et Janson, en exposant la politique extérieure de la Belgique, a lui aussi affirmé la politique de fidélité au pacte de Genève, tout en déclarant être disposé à reconnaître l’annexion de l’Éthiopie « comme contribution à la détente générale ».
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À vrai dire, c’est l’existence même de la S.D.N. qui est en jeu.
La dernière session de la S.D.N. — commémorative parce que la 100e et aussi parce que les 14 points de Wilson atteignaient leur vingtième année — s’est déroulée dans une atmosphère d’enterrement. La précédente session, en octobre 1937, n’avait pas été close mais seulement ajournée en attendant le résultat de la conférence de Bruxelles qui devait décider de l’aide « concertée » à la Chine. La Conférence, comme on le sait, a lamentablement échoué. Les États-Unis, d’autre part, ne sortent de leur « isolement » que par les discours de Roosevelt qui pratiquement restent des mots.
À Genève, la Chine a demandé l’application de l’article 16 (résistance collective à l’agresseur) contre le Japon. Mais elle n’a reçu que l’assurance de la solidarité « morale » qui l’aidera comme le Négus l’a été…
Le défaitisme « sociétaire » s’est montré dans toute sa splendeur.
En effet, Genève qui bien qu’étant pour les petites puissances une tribune de bavardages et d’intrigues, n’en est pas moins le danger qui pourrait les entraîner dans un conflit européen, sans recevoir, en contrepartie, aucune aide que celle consentie à l’Éthiopie et à la Chine.
Et c’est ainsi que la lutte contre le principe de l’aide concertée et de la responsabilité collective a été menée non seulement par les délégués de la Pologne (Beck) et de la Suisse (Motta), en fonction de Berlin et de Rome, mais aussi par la Belgique (Spaak) et les Pays-Bas qui se sont prononcés pour la reconnaissance collective de l’empire italien comme contribution à la détente générale.
Tout cela n’empêche pas que la presse centriste ne continue à affirmer que grâce à l’intervention « active » de l’U.R.S.S. (le « sixième du globe ») Genève symbolise le rempart de la démocratie pacifiste opposée au bloc des pays agresseurs qui actuellement sont tous sortis de la S.D.N. Lénine avait appelé la S.D.N., « la société des brigands », Staline qui « continue son œuvre » y collabore « activement » dans l’intérêt d’une paix qui ne peut être que la paix bourgeoise.
C’est surtout en Europe orientale que s’est développée cette fermentation centrifuge de Genève. C’est la Pologne qui a servi de pion de manœuvre, après son rapprochement avec l’Allemagne en dépit du contraste du « corridor de Dantzig ». Après, ce fut la Petite Entente — si on peut encore parler de « Petite Entente » après la Conférence de Bratislava qui accordait aux États qui en faisaient partie (Tchécoslovaquie, Roumanie, Yougoslavie) la faculté de faire des accords séparés. La Yougoslavie, en mars 1937, a signé une paix d’amitié avec l’Italie qui renverse en ce faisant sa précédente politique dirigée surtout contre ce pays. La Roumanie a été aussi à la hauteur de la situation quand, en décembre passé, le roi Carol a donné le pouvoir au « fasciste » Goga. Mais ce fait n’est que la conséquence logique du reniement de la politique extérieure de Titulesco qui s’orientait vers Genève, et sa substitution par l’accord avec la Pologne. Il s’agissait en fait d’adapter le régime intérieur à la nouvelle orientation vers l’axe Berlin-Rome et que ce soit Goga ou le patriarche Miron qui soit au gouvernement, cela est sans importance. Un plébiscite vient de sanctionner — avec 92 p.c. de votants et seulement 0,13 p.c. d’opposants — une nouvelle constitution trois jours après sa promulgation. Le vote était oral, mais en Russie, où il était secret, Staline a réussi à se faire plébisciter avec 96 p.c. de votants et 98 p.c. de votes favorables à un système qui vient de rendre responsables de la mort des chefs bolcheviques les plus en vue survenue depuis ces dernières années. la dernière charrette de « trotskystes » — lire opposants — de sorte que sans eux, les chefs bolcheviks seraient immortels, tels les demi-dieux de la Mythologie.
La Roumanie et la Yougoslavie font aussi partie de l’entente balkanique dont les deux autres pays, la Grèce et la Turquie, pays riverains de la Méditerranée orientale, sont directement menacés par l’impérialisme italien qui possède dans le Dodécanèse une base puissante contre la Turquie. Cela a déterminé en Turquie un changement de politique, contrôlée auparavant par la Russie soviétique, et expliquerait peut-être la récente mise à mort de Karakan, ancien ambassadeur soviétique à Ankara. Et tandis que dans ce pays, la Russie avait créé une industrie textile, l’Angleterre s’attache surtout à l’industrie lourde qui permet la réalisation d’une économie de guerre, seule rentable aujourd’hui.
Entre toutes, la Tchécoslovaquie reste fidèle à sa première politique. Delbos a déclaré que la France ne l’abandonnerait pas à son sort et que « les engagements seront, le cas échéant, fidèlement remplis ». Menacée par Hitler qui, sans la nommer, l’a visée dans son dernier discours, menacée par la Hongrie et la Pologne, la défense de la Tchécoslovaquie, dernier rempart de la « démocratie » en Europe Orientale, pourrait bien être l’enjeu d’une nouvelle manœuvre « antifasciste » en vue de détourner les ouvriers de leur chemin de classe.
En réalité, les « pacifistes » et en fait les « réalistes » sont aujourd’hui Neville Chamberlain et non Eden : Flandin et non Delbos, c’est-à-dire ceux qui soutiennent la nécessité de composer à tout prix avec les pays fascistes pour éviter la généralisation d’un conflit armé.
Que les États qu’on appelle Fascistes soient les plus disposés à faire la guerre, c’est évident, non seulement par suite de leurs contrastes internes — dont la gravité est démontrée par le fait que la Bourgeoisie a été obligée de prendre cette forme extrême de domination — mais aussi parce que les « vaincus » et les « mécontents » de 1914 ont plus à gagner et moins à perdre d’une conflagration générale. Les autres, les pays « démocratiques », c’est-à-dire les gagnants de 1914, sont pour la « Paix ». La « Paix est moribonde » a déclaré Flandin et pour la sauver, il a justifié sa proposition de compromis qui seuls peuvent empêcher l’éclatement du conflit général. Mais, ils sont pour des conflits localisés en Espagne, en Chine, aujourd’hui, en Autriche, en Tchécoslovaquie, demain, tant qu’ils seront rendus possibles par la pulvérisation idéologique et organisatoire du prolétariat international. Mais pour empêcher un conflit généralisé, Foreign Office et Quai d’Orsay marcheront de pair dans la voie des compromis et des concessions !
L’Italie se déclare satisfaite de l’Éthiopie avec tout au plus la visée des Baléares, mais l’Allemagne demande des colonies ; Hitler, dans son discours du 20 février, a insisté sur ce point en refusant tout « ersatz » d’ordre économique, telle une nouvelle répartition des matières premières. Il est poussé en cela lui aussi par des nécessités d’ordre intérieur. Et s’il insiste, on trouvera bien le moyen de s’arranger. Les grands impérialismes coloniaux (Angleterre et France), dans l’intérêt de la paix mondiale, pourront bien faire le sacrifice de colonies… portugaises ou belges !
Ces pays bénéficiaires du carnage impérialiste savent bien que même en gagnant une nouvelle guerre, ils ne gagneraient rien de plus que ce qu’ils ont. D’autre part, dans la période du déclin du capitalisme, colonies et marchés tendent à perdre leur signification première. Aujourd’hui, le danger d’une guerre aérienne et chimique serait également meurtrier pour les adversaires et les résultats en seraient douteux. D’autant plus que si autrefois une guerre malheureuse signifiait pour la classe dirigeante la perte d’un morceau de territoire ou le paiement d’une indemnité de guerre — payée en dernier ressort par le prolétariat — ou dans la pire des hypothèses, une conquête où la bourgeoisie vaincue se dénationalisait la première, aujourd’hui — l’Octobre russe l’a démontré — une défaite pour elle signifie la réponse directe du prolétariat, c’est-à-dire : la perte des privilèges de classe. Tout cela explique « l’émouvante » solidarité économique et politique qui lie de fait les différents impérialismes, qu’ils soient démocratiques ou fascistes, en dépit des antagonismes apparents dus en grande partie à des nécessités de politique intérieure. Telles la guerre des ondes et celle de la presse entre Italie et Angleterre, la déclaration d’Hitler qu’il est prêt à collaborer avec tous les pays à l’exception de la « bolchevique » Russie, y compris en général toutes les manifestations « anti-communistes » dont le pacte italo-germano-japonais a été une des dernières formes. Tout cela ressemble fort à ces provocations de lutteur de foire qui, pendant la parade, servent à attirer le public dans la baraque. Mais ici il s’agit d’entretenir la psychose nécessaire au massacre des prolétariats entre eux.
Et nous passons sous silence la solidarité économique par laquelle les capitaux des pays riches (démocrates) confluent vers les pays pauvres (fascistes) ; solidarité qui, si hier se manifestait par des voies détournées au travers des pays ruffians, comme la Suisse, et la Hollande, se fera ouvertement demain, grâce au « nouveau tournant ».
Les derniers événements prouvent certainement une aggravation de la tendance à l’éclosion de nouveaux brasiers qui, même localisés, pourraient bien dégénérer en une conflagration générale. Mais cela ne veut pas dire que cette généralisation soit nécessairement imminente, car aussi paradoxal que cela puisse paraître, cette aggravation et cette multiplication des contrastes transporte sur le plan politique, une loi biologique : tout comme dans l’organisme se neutralisent les actions de différents bacilles, dont l’action de chacun prise séparément serait mortelle, ainsi la Paix aujourd’hui résulte de la neutralisation de contrastes entre les différents impérialistes, contrastes qui, séparément, suffiraient à déclencher la guerre.
Il n’existe plus aujourd’hui un fait si grave qu’il ne pourrait suffire à lui seul à rendre la guerre inéluctable : ni la menace contre la voie impériale, ni les Allemands au Brenner, ni la destruction massive des intérêts européens et américains en Chine, ni le torpillage de navires de guerre par des pirates « inconnus » du fait même que leur nationalité est trop facilement repérable. Et le nouveau massacre mondial pourrait bien éclater, mais en tout cas par surprise et sans aucun doute à la suite d’un incident tout à fait banal.