Internationale Kommunistische Partei

Prometeo (III) 1944/C/3

Nel venticinquesimo anniversario dell'eccidio di Rosa Luxemburg e Carlo Liebknecht

Il 15 gennaio 1919, al termine della Settimana Rossa di Berlino, cadevano sotto il piombo della soldataglia assoldata dal governo socialdemocratico di Noske e Scheidemann le due figure più nobili e generose del movimento rivoluzionario tedesco: Rosa Luxemburg e Carlo Liebknecht. La reazione aveva scelto bene le sue vittime: in vent’anni di milizia rivoluzionaria, Rosa, una delle più acute e originali interpreti del pensiero marxista, era stata in seno al partito socialista tedesco la più battagliera avversaria della degenerazione riformista: lei e Carlo avevano combattuto durante la guerra, quasi soli, l’eroica battaglia dell’internazionalismo contro la guerra e i suoi servitori social-patrioti e, nella “Lega di Spartaco”, avevano gettato le basi durature del partito comunista tedesco. E, per uccidere le vittime prescelte, la reazione si era servita di quella socialdemocrazia che aveva fedelmente servito la guerra e che si preparava ora a soffocare il risveglio di classe del proletariato germanico.

Nel commemorare il loro eccidio, che s’inquadra nel martirologio proletario della Germania postbellica come la sua espressione più tragica e insieme più alta, e quel primo e sfortunato tentativo di rivoluzione proletaria in Europa che sono i moti spartaconisti, il nostro partito richiama la classe operaia alla coscienza della lotta suprema che l’attende e della minaccia perenne che si annida nell’insidia fatale dell’opportunismo, ala sinistra del fronte di difesa del regime borghese.

Conversazione con gli operai

Come dice il titolo, vogliamo trattare sulle colonne del nostro giornale vari argomenti che interessano la classe operaia, nella forma più semplice possibile, senza alcun uso di parole che richiedano l’aiuto del vocabolario per essere capite.

Terremo, cioè, lo stesso linguaggio che siamo soliti usare quando avviciniamo elementi operai per fare propaganda delle nostre idee e del nostro programma.

A noi sembra che il primo equivoco da chiarire sia quello derivante dall’esistenza di due partiti che si chiamano entrambi comunisti: il Partito Comunista d’Italia ed il Partito Comunista Internazionalista.

Abbiamo la stessa origine che risale alla costituzione del Partito Comunista, sezione della III Internazionale avvenuta nel gennaio del 1921 al congresso di Livorno.

Dopo il fallimento dell’occupazione delle fabbriche nell’autunno del 1920, sabotata dai socialisti di tutte le tendenze, che dirigevano il partito e la Confederazione Generale del Lavoro, alla minoranza rivoluzionaria si pose il problema della scissione per dar vita ad un partito che interpretasse gli interessi di classe del proletariato ed assumesse la funzione di guida della classe operaia nella lotta per la sua liberazione dallo sfruttamento capitalistico.

Ma intanto il proletariato europeo era in piena ritirata e le forze reazionarie prendevano il sopravvento, con un azione politica che nei paesi più poveri dovette assumere necessariamente un carattere apertamente dittatoriale.

In tale situazione, la frazione centrista del partito, impadronitasi con un colpo di mano della direzione, incominciò la sua opera opportunistica, che, affermando la necessità di combattere innanzi tutto il fascismo, tendeva a legare nuovamente le masse operaie rivoluzionarie alle forze socialdemocratiche rinnegando così, senza mai confessarlo, tutte le ragioni che avevano determinato la scissione di Livorno.

Noi parliamo del partito italiano, ma la deviazione dalle direttive rivoluzionarie avveniva su scala mondiale, a partire dagli organi direttivi della Terza Internazionale, giù giù fino a quelli di base dei diversi partiti.

I gruppi di sinistra lottarono con tutte le loro forze per impedire in un primo tempo la degenerazione dell’Internazionale e per tentare poi di ricondurla sulla via rivoluzionaria.

Organizzarono delle frazioni e pubblicarono giornali e riviste che, analizzando le cause che avevano determinato la sconfitta del proletariato nei diversi paesi, affermavano la necessità assoluta di continuare la lotta con metodi nettamente rivoluzionari, condannando tutte le manovre opportunistiche e collaborazioniste.

Quando il tradimento della Terza Internazionale diventò evidente e non vi fu più nessuna speranza che tale organizzazione potesse ritornare sulle posizioni di origine la frazione italiana si organizzò in partito, rispondendo alla necessità sentita dal proletariato di avere una guida sicura nella lotta per la conquista del potere politico.

Dopo tali premesse, vedremo in un prossimo articolo quale azione svolge attualmente il nostro partito e quale quello centrista.

Gli scioperi in alcune corrispondenze di fabbrica

Milano

I compagni delle fabbriche hanno scioperato nella nostra città ci hanno fatto pervenire ampie relazioni. Non le possiamo pubblicare tutte per mancanza di spazio e dobbiamo per ora limitarci a riferirne alcune.

Breda – Lo sciopero iniziato lunedì 13 dic, è durato sino a tutto venerdi. Il gen, Zimmerman è intervenuto personalmente e ci ha parlato, promettendo aumenti e razioni supplementari di viveri, ma in modo assai vago. Lo sciopero è perciò continuato; ma sabato 18 tedeschi sono intervenuti con carri armati e mitragliatrici, girando nei reparti dello stabilimento in gruppi non inferiori ai venti uomini armati e, costringendo gli operai a riprendere il lavoro.

Falk (Sesto S. Giovann) – Scoppiato lo sciopero lunedì il direttore del nostro stabilimento ci ha parlato facendo promesse e minacciandoci nello stesso tempo che i tedeschi sarebbero intervenuti se non avessimo ripreso il lavoro. Le sue parole furono accolte da sonori fischi e lo sciopero continuo. Quand’ecco entra nel cortile un carro armato tedesco; ne esce un ufficiale che getta sigarette agli operai: ma noi tutti protestiamo e c’è chi gli dice di puntare i cannoni verso la direzione. Mercoledì sera, alle ore 20 giunge tra noi l’ingegnere capo Maino che ci annuncia l’imminente arrivo dei tedeschi. Poco dopo un plotone di carabinieri entra nello stabilimento e arrestano 10 operai. Tre di questi vengono prelevati dal maresciallo che guidato dall’ingegner Maino, li consegna ai tedeschi, mentre noi liberiamo gli altri sette. Il mattino successivo si attende l’arrivo dell’ingegner Maino; infatti, appena giunto, egli cerca di scolparsi, ma viene preso a sassate e arrestato come ostaggio, fintantoché non verranno liberati gli altri compagni. E così avviene: tuttavia la richiesta della liberazione di altri tre compagni arrestati alcune settimane prima, viene respinta, perché trattasi (dicono gli sgherri) di arrestati per motivi «politici». L‘ irritazione dei nostri compagni è massima. Il sabato lo sciopero perdura e tutti sono fermamente decisi a continuare al lunedì fintantoché non si otterranno gli aumenti richiesti. Ma noi sappiamo benissimo che questi aumenti non ci verranno dati o ci verranno concessi senza nessuna probabilità di essere mantenuti. E allora?Per noi è chiara la via da seguire, ma non tutti gli operai lo comprendono; tuttavia molti aprono gli occhi e capiscono che solo portando lo sciopero su un piano politico di aperta lotta contro la guerra si potrà aprire a noi tutti la strada verso la vittoria proletaria.

Olap – Lunedì 13 abbiamo iniziato lo sciopero sul posto del lavoro; ma in seguito molti hanno scioperato rimanendo a casa. La polizia e tedeschi sono intervenuti per fare arresti: si cercavano i membri dell’ex commissione interna eletta ai tempi di Roveda (la nuova commissione non era stata eletta); non avendoli trovati, la polizia ha fatto arresti a casaccio tra gli operai. L’irritazione è allora fortemente aumentata e oltre le rivendicazioni di carattere economico, abbiamo chiesto l‘ immediata liberazione degli arrestati. Ci viene risposto che ciò verrà fatto dopoché sarà ripreso il lavoro. Ma noi non cediamo (ed è chiaro che lo sciopero economico non è per noi altro che un pretesto per far sentire politicamente la nostra voce di classe organizzata) ed esigiamo risolutamente che i nostri compagni vengano subito liberati. Le autorità hanno dovuto cedere, mentre il fermento per lo sciopero è sempre vivo.

Il manifesto lanciato dal Partito agli operai milanesi scioperanti

Di fronte al dilagare dello sciopero a Milano, iniziato il 13 dic. dalla Breda ed estesosi immediatamente alle altre fabbriche (Falk, Marelli, Pirelli, Innocenti, Magnaghi, Caproni, Olap, ecc.) il nostro Partito, presente nei suoi quadri, ha lanciato alla massa proletaria indicando quale è l’indirizzo che essa deve seguire per uscire dalla tremenda crisi nella quale i lavoratori sono stati gettati dalla guerra voluta dal capitalismo.

OPERAI MILANESI

Voi avete incrociato le braccia. Soddisfatte o no le vostre richieste di oggi, voi vi muovete fatalmente in un vicolo cieco e sarete, in breve, costretti ad incrociare ancora le braccia.

Perché i capitalisti e il governo nazi-fascista, responsabili della guerra, sono incapaci non solo di risolvere la tremenda crisi che ha polverizzato economia nazionale, ma persino di sfamare voi e le vostre famiglie, costringendovi ancora a fabbricare cannoni per la guerra.

OPERAI

Un solo mezzo avete per uscire dalla crisi: fare della vostra forza di classe una cosciente forza rivoluzionaria. Solo unendovi compatti contro la guerra, contro il capitalismo, contro gli sfruttatori di ogni colore che si servono delle vostre braccia e della vostra vita per la loro lotta criminale di dominio, solo spostando la vostra azione dal terreno economico a quello politico, riuscirete a spezzare le catene che ancora vi imprigionano.

OPERAI!

Al capitalismo, colpito a morte dalla sua stessa guerra, contrapponete ora la vostra capacità e la vostra forza di nuova classe dirigente.

Contro il fascismo, che vuole la continuazione della guerra tedesca, e contro il Fronte Nazionale dei sei partiti, che vuole la continuazione della guerra democratica, voi organizzatevi sul posto del lavoro, cementato in un FRONTE UNICO PROLETARIO i vostri comuni interessi, il vostro stesso destino di classe che vi indica come già iniziata la lotta decisiva per la conquista del potere.

Il Partito Comunista Internazionalista è al vostro fianco.

Abbasso la guerra fascista!

Abbasso la guerra democratica!

Viva la rivoluzione proletaria!

II Partito Comunista Internazionalista

Sulle commissioni interne

Il comitato Centrale del P. C. Inter. ha votato il seguente ordine del giorno:

Il C.C., esaminata la situazione di carattere sindacale e in particolare il problema relativo alla nomina delle commissioni interne di fabbrica, riafferma che per il Partito che esprime gli interessi rivoluzionari di classe del proletariato, non esiste un problema sindacale a sé stante avulso dagli interessi e dall’attività politica della classe operaia, riconosce nelle commissioni interne un organo di classe che esprime gli interessi e la volontà delle maestranze alla sola condizione che sia loro concesso di vivere e di operare in senso strettamente classista; ritiene che, nella situazione attuale, la libertà di elezione di questi organismi è resa illusoria dal mancato riconoscimento della libertà di discussione e propaganda da parte dei diversi partiti politici e che, d’altra parte, le commissioni interne, una volta elette, non sono messe in condizione di poter svolgere attività classista, perché inserite in sindacati autoritari che vivono al di fuori e contro la volontà operaia; delibera di impartire ai compagni operai istruzioni perché, nel periodo preparatorio della votazione, svolgano intensa attività fra le maestranze degli stabilimenti illustrando il punto di vista suesposto: la demagogia del fascismo repubblicano, pressato dalla situazione di di grave disagio, permette una parvenza di libera votazione di organi di fabbrica che vengono svuotati di ogni contenuto classista ed inseriti nei sindacati coatti.

Dopo vent’anni di terrore fascista, Badoglio, nel tentativo di salvare monarchia e capitalismo rovesciando con un colpo di bacchetta il putrido e traboccante vaso del fascismo, non ha potuto frenare l’ondata spontanea che spingeva il proletariato verso una ripresa di vita. Così le commissioni interne fatto compiuto all’indomani del rovesciamento di Mussolini, riconosciute da Badoglio ma tosto burocratizzate da Buozzi e Roveda allo scopo di incanalare nel letto della legalità borghese l‘ ondata rivoluzionaria, hanno espresso sia pur limitatamente e sporadicamente, la volontà delle masse di procedere oltre.

Ora il fascismo repubblicano, giocando la sua ultima carta demagogica, non ha la forza di arginare la volontà proletaria e mantiene le commissioni interne, promettendo libertà di votazione agli operai e di manovra agli eletti- come rappresentanti autentici degli interessi dell’operaio di fronte al padrone sfruttatore.

Dal punto di vista del nostro P. è chiaro che, dovunque esistano organi sorti dalla libera volontà degli operai, sotto qualunque regime politico essi funzionino, noi non possiamo essere assenti. Ma la presenza attiva in questi organi è condizionata, anzitutto, alla possibilità che la votazione si verifichi in effettive condizioni di libertà. Ora, la “libera elezione” delle commissioni e la “libera espressione della volontà dell’operaio” presuppongono a nostro parere l’intervento attivo del Partito giacché la classe operaia esiste e acquista coscienza di sé solo in quanto questo partito esista e operi in essa: soltanto allora l’operaio è presente in questi organi non solo fisicamente, ma anche politicamente.

Se, dunque, noi non potevamo disapprovare a priori l’ingresso nelle attuali commissioni interne per le ragioni di semplice rancore antifascista che ispirano ai sei partiti del Fronte Nazionale il loro boicottaggio, le condizioni in cui queste commissioni sorgevano e dovevano svolgere la loro attività escludevano che potessero funzionare come liberi organi di classe. Se nel periodo badogliano combattevamo la burocratizzazione delle commissioni interne e perciò contrapponevamo loro degli organismi tipicamente di classe – i consigli di fabbrica, oggi combattiamo il principio stesso su cui si son volute impiantare le commissioni interne.

Le prime esperienze ci hanno dato ragione: le commissioni, presentate dai fascisti come organi di contatto diretto fra la classe operaia e la classe padronale, sono state di fatto inserite nel meccanismo sindacale autoritario e chiamate non già a discutere e a difendere liberamente gli interessi operai, ma a ricevere ordini dai tirapiede sindacali, dai prefetti e dalle supreme autorità militari tedesche: in breve, le commissioni interne erano destinate a funzionare poco meno che come organi polizieschi e di spionaggio.

Alcuni esempi. A Torino, in diverse fabbriche, i componenti delle commissioni sono apertamente minacciati di arresto: un elemento di un reparto della Fiat venne arrestato per strada, un altro licenziato sui due piedi. In altri casi, come a Sesto, si impongono quali scrutatori alle urne degli squadristi in altri ancora, come a Sesto e a Torino, i fascisti chiedono agli eletti della commissione di svolgere attività spionistica, ed è il rifiuto di prestarsi a questo gioco che dà origine al recente sciopero dei tranvieri di Genova. In tutti, la “libera volontà”, degli elettori sarebbe stata di nominare membri delle nuove commissioni i componenti delle commissioni decadute, che invece, o perché arrestati, come nel caso dell’Isotta Fraschini di Milano, o perché indiziati e minacciati di arresto, non potevano evidentemente essere eletti.

Questi esempi sono più che mai eloquenti: l‘ attività dei compagni di base e dei gruppi di fabbrica deve dunque essere oggi impostata sulla svalutazione delle commissioni interne come organi burocratici del fascismo e sulla rivendicazione di organi creati in un atmosfera di libera espressione, che metta in grado la classe operaia nei limiti in cui ciò è possibile in regime capitalistico – di potersi scegliere i veri rappresentanti dei suoi interessi contingenti e storici. Spetterà ai nostri organismi di fabbrica di farsi promotori di quell’attività di difesa degli interessi operai che per noi non può mai essere separata dalla guerra, fascista o democratica che sia.